Da Evitare Se Possibile. Coco Montoya – I Want It All Back

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Coco Montoya – I Want It All Back – Ruf Records

Ogni tanto faccio operazione recupero di qualche pezzo scritto per il Busca e non pubblicato per ragioni di spazio, questo è uno, vi anticipo fin da ora che il disco in questione non è il massimo della vita ma sapendolo si evita il pericolo o magari questo è il disco che aspettavate da anni!

Lo avevamo lasciato nel 2007 con Dirty Deal un disco pubblicato per la Alligator dove era accompagnato dai Little Feat al completo, il CD era co-prodotto da Paul Barrére e non era niente male, sano e onesto rock-blues suonato come Dio comanda.
D’altronde da un musicista che per dieci anni è stato uno dei chitarristi dei mitici Bluesbreakers di John Mayall, mi sembra il minimo che uno si può aspettare.
Lo ritroviamo nel 2010 (nel frattempo è uscita un’antologia pubblicata dalla Blind Pig che raccoglie il meglio del suo periodo precedente) con una nuova etichetta, la Ruf, un nuovo produttore, anzi due Keb’ Mo’ e Jeff Paris e un nuovo gruppo di musicisti che lo accompagnano, in particolare una sezione ritmica formata da Stephen Ferrone alla batteria e Reggie McBride al basso.
Tutto bene quindi? Ma proprio per niente! Innanzitutto Stephen Ferrone, aldilà di miliardi di album dove ha suonato come session-man mi ricorda otto anni in cui ha suonato con la Average White Band e fin qua nulla di male, un’istituzione nel loro genere, ma Ferrone mi ricorda anche Journeyman, uno dei dischi più infausti nella discografia di Eric Clapton, una elegia del bland-rock con cui il drumming del nostro amico secondo me centrava qualcosa (poi si è riabilitato nell’Unplugged).
Il suo socio Reggie McBride ha suonato anche lui con molti luminari della musica nera, da Stevie Wonder ad Al Jarreau passando per i Funkadelic, nonché essendo una presenza quasi fissa nei dischi di Keb’ Mo’.

Va be’ non stiamo lì a menarcela questo disco non mi sembra fantastico, non è brutto per l’amor di Dio ma inutile, che è quasi peggio (giudizio soggettivo ovviamente): si spazia dal rock venato di latinità dell’iniziale Hey Senorita, dove quantomeno la chitarra di Montoya si fa apprezzare, vagamente Santaneggiante ma ultima versione per giungere subito a quel genere “morbido” della title-track che molto ricorda il Clapton di cui sopra ma anche il sound anni ’80 dei Doobie Brothers a trazione McDonald ma senza avere la voce del buon Michael, gli assoli, brevi sono sempre gradevoli tra un coretto e un synth. Forever di Dozier-Holland-Gorman (quindi non il trio classico era Motown) ricorda l’ultimo Robert Cray, sarà un complimento?

Cry Lonely e As Close As I Have Come sono due composizioni originali di Gary Nicholson, ma non si avvicinano neanche alla lontana allo stile di Delbert McClinton, o meglio lo stile sì ma non i risultati. C’è anche una cover di un pezzo di Smokey Robinson, The One Who Really Loves You, diciamo non tra i suoi migliori.
Dobbiamo arrivare all’ultimo brano per gustare un po’ di sano blues, una cover di Fannie Mae rivitalizzata dalla presenza di Rod Piazza all’armonica e Honey Alexander al piano, niente di eccezionale ma in mezzo a tanto piattume sembra un capolavoro.
Come ciliegina sull torta l’album si chiude con una versione di Somebody’s Baby non certo il primo brano che uno sceglierebbe nella discografia di Jackson Browne.
File under bland-rock.

Bruno Conti

Da Evitare Se Possibile. Coco Montoya – I Want It All Backultima modifica: 2010-07-27T18:20:00+00:00da bruno_conti
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