Duelin’ Pianos! Elton John & Leon Russell – The Union

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Elton John & Leon Russell – The Union – Mercury-Decca/Universal CD+DVD

Non sarà un capolavoro assoluto ma non è neppure un disco inutile. Una giusta via di mezzo, un “Signor Disco” che riporta all’attenzione del mondo quel signore dall’aspetto imponente giustamente definito un incrocio tra “Dio e un profeta con un capello da cowboy” e quel “buffo” inglese dalla capigliatura di un improbabile colore. E se poi, come ha giustamente sottolineato Elton John, il disco servirà per assicurare a Leon Russell una vecchiaia sicura, una sorta di meritata pensione, il suo compito sarà stato svolto in modo egregio. Tutto iniziò un paio di anni fa in un episodio della trasmissione Spectacle.

Anche se a giudicare da quello che si ascolta in questo disco i due, Elton John 63 anni e Leon Russell 68 anni, sono quanto di più lontano ci si possa aspettare da due “pensionati”. Perché il disco è bello, molto bello: sono quattordici brani (16 nella versione Deluxe) che ci riportano ai gloriosi anni ’70 quando Elton era un giovane pianista e compositore che cercava fortuna in America e Leon era il suo modello, un grande pianista già con una lunga carriera alle spalle come componente della Wrecking Crew, il gruppo di musicisti che accompagnava abitualmente Phil Spector nei suoi dischi, ma suonava anche con i Beach Boys, i Byrds, Herb Alpert, aveva scritto Delta Lady per Joe Cocker, con il quale di lì a poco avrebbe condiviso e guidato il tour di Mad Dogs And Englishman. E tutto questo mentre gli anni ’70 erano ancora ai loro albori. In quel tour venne presentata anche Superstar che Leon Russell aveva scritto con Bonnie Bramlett e la cantava Rita Coolidge che era stata la corista di Delaney & Bonnie con cui Russell aveva lavorato (poi il brano sarebbe diventato un grande successo per i Carpenters). Perché tutto ha una sua sottile logica, come ho già detto in altre occasioni non sono solo nomi buttati là, sono vite musicali intere che si dipanano davanti ai nostri occhi, rappresentate da quei nomi.

Quando i due incrociano le loro strade per la prima volta è sul palco del Troubadour dove prenderà il via la clamorosa carriera di Elton John in America: in quei concerti che diventeranno il Live 17-11-70 (e nei quali presentava il materiale di Elton John e Tumbleweed Connection) Leon Russell era l’artista che apriva i concerti ma nello stesso tempo era già un “musicista per i musicisti”, amato da Bob Dylan, George Harrison e Frank Sinatra che l’avrebbero voluto con loro (per esempio nel famoso concerto del Bangla Desh).

Quella geniale fusione tra rock, canzone popolare americana, country, soul, musica di New Orleans che scorreva nei solchi dei dischi di Leon Russell si sarebbe riversata in quelli di Elton John che attraverso la mediazione dei testi di Bernie Taupin avrebbe fatto quell’ulteriore scatto qualitativo che lo ha reso in quegli anni uno dei pochi musicisti che faceva musica di grande qualità vendendo tonnellate di dischi. Ma anche Leon Russell non scherzava. Nel 1972 il suo album Carney sarebbe arrivato al secondo posto delle classifiche USA (era quello con Tight Rope e This Masquerade), ma poi contrariamente a quanto hanno riportato molti non è iniziato l’oblio, i suoi dischi hanno continuato a vendere (meno) e ad entrare nelle classifiche di vendita, per esempio il doppio dal vivo con Willie Nelson, One For The Road è ancora entrato nei Top 30 delle charts nel 1979.

Secondo le cronache questo è il 30° disco per Elton John, ebbene se non ho fatto male i calcoli (raccolte escluse) questo è il disco n°35 per Russell, quindi vedete che non era scomparso. Certo, la vita non era più facile, se una volta suonava al Fillmore o al Troubadour, ora per mantenere la famiglia si doveva accontentare dello Snorty Horse Saloon di Springfield o del Gater’s Sports Bar and Grill di Gun Barrel City (giuro che esistono!) mentre ora per lanciare il nuovo album si annuncia un concerto all’Hollywood Pavillion. E tutto questo come ha riconosciuto Russell è tutto merito di Elton John. E di T-Bone Burnett che ha prodotto questo disco in modo perfetto, adeguando i suoi stilemi produttivi alla musica dei due. Quindi sempre quel suono molto “vivo”, organico, da registrazione Live, ma meno scarno e asciutto del solito, più espansivo, con il giusto spazio per i pianoforti “duellanti” dei due protagonisti ma con un suono molto arioso ed avvolgente, quattro chitarristi tra cui Marc Ribot e la pedal steel di Robert Randolph, una sezione fiati di quattro elementi, mandolino, altre tastiere e alcuni ospiti di pregio, oltre ad una serie di voci femminili (non accreditate e di cui non so dirvi il nome perché non ho ancora il CD in mano) che creano quel sound da gospel secolare, bianco che tanto caratterizzava i vecchi dischi di Leon Russell. Di cui ho molto parlato ma di Elton John tutto si sa perciò era inutile sottolinearne ancora una volta la bravura che, non è riuscito a rovinare, con una serie di album imbarazzanti sparsi tra gli anni ’80 e ’90 prima della rinascita artistica dell’ultima decade.

Qualcuno ha detto che l’album in certi momenti ha un suono “commerciale” e non ci vedo niente di male fino a che si rimane in questi limiti. Nessuno fa dischi per non vendere (almeno credo, ma ci devo pensare). Se il disco deve vendere per permettere quella vecchiaia serena a Russell cui si accennava prima, che senso avrebbe avuto fare un disco solo elitario destinato ad avere critiche fantastiche (e comunque le ha avute) senza vendere una copia, con le pacche sulle spalle non si mangia, detto in modo brutale, quindi non temete, non è una sòla pazzesca, T-Bone Burnett ha mantenuto inalterate le capacità melodiche di Elton John e le ha fuse con lo stile più ritmico di Leon Russell che peraltro è in grado di scrivere ballate fantastiche come ha dimostrato in passato con la meravigliosa A Song For You.

Mandalay Again che è una delle due bonus nella versione Deluxe ne è un esempio: un brano cantato a due voci e suonato a quattro mani, è una canzone commerciale, facile ma di grande fascino (c’è un bel mandolino) , mentre la bellissima Gone To Shiloh rappresenta il lato più ricercato, una canzone che non ha nulla da invidiare alla A Song For You citata prima, una ballata pianistica sulla Guerra Civile Americana dove le voci di Russell, prima e quella di Elton John poi si amalgalmano a meraviglia con quella di Neil Young che canta alcuni versi del brano. Occhio a questa versione dal vivo registrata il 16 ottobre con la partecipazione di un altro “biancone”, il grande Gregg Allman. Lo spettacolo, di T-Bone Burnett, si chiama, The Speaking Clock Revue e su Youtube ne trovate parecchi altri brani!

Ma anche Hearts Have Turned To Stone con la sua andatura gospel-rock sottolineata dalle voci femminili e dai fiati è un ritorno alla miglior forma degli anni ’70, per non parlare dello stupendo brano country con tanto di pedal steel intitolato Jimmie Rodgers’ Dream (non dimenticate che Leon Russell, nel suo alter-ego Hank Wilson ha dedicato 4 dischi alla musica country oltre alle sue collaborazioni con Willie Nelson e Elton John ha dedicato alla musica americana quella meraviglia che si chiama Tumbleweed Connection).

Ma tutto inizia bene sin dal primo brano If It Wasn’t For Bad, introdotta da un piano solitario e dalle voci delle coriste, poi entra la voce di Russell sostenuta da quella di Elton e ti rendi subito conto che sarà un bel viaggio per l’ascoltatore.

La melodia di Eight Hundred Dollar Shoes scorre dalle mani di Elton John ( e di Russell) e dal suo piano con la fluidità delle armonie dei brani di Madman Across The Water, veramente una delizia sonora. Hey Ahab con quei due rolling pianos che si rispondono dai canali dello stereo conferma la ritrovata vena di Elton John che sembra avere anche a livello vocale la convinzione di un tempo e non si preoccupa più di dover creare l’hit single, la Crocodile Rock del momento, ma solo della buona musica e ci riesce alla grande. La bluesata I Should Have Sent Her Roses scritta dall’inedita coppia Russell-Taupin è un altro ottimo esempio della ritrovata vena compositiva dei due vecchi amici mentre Elton John indica in There’s No Tomorrow il suo brano preferito del disco e chi siamo noi per opporci. In effetti è un altro di quei brani che ti fanno capire quanto bravo sia stato il Signor Reginald Dwight nel passato e quanto possa esserlo ancora. Credo che quella sorta di slide che si sente verso metà brano sia creata dall’infernale pedal steel di Robert Randolph mentre le voci maschili e femminili “testimoniano” da par loro.

Brani brutti non mi pare di ricordarne, per cui direi che l’imperativo è acquistare, acquistare, acquistare e fare felice (e più ricco) Leon Russell e per proprietà transitiva anche il buon Elton John. Veramente un Signor Disco.

Ultima curiosità, il regista del DVD allegato al CD è il famoso regista (e appassionato di musica) Cameron Crowe.

Bruno Conti

Duelin’ Pianos! Elton John & Leon Russell – The Unionultima modifica: 2010-10-24T19:51:00+00:00da bruno_conti
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