Morbido Folk-Rock. Matthews’ Southern Comfort – Kind Of New

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Matthews’ Southern Comfort – Kind Of New – Continental Song City

O meglio ancora, per descrivere con un termine ancora più calzante ancorché desueto i Matthews’ Southern Comfort, Soft-Rock, magica parola con cui negli anni ’70 si era soliti indicare chi faceva quel genere a cavallo tra folk, country, musica cantautorale (era un po’ che non usavo il termine), in antitesi ai più specifici West-Coast sound, country-rock e a roots music che era ancora da inventare (per non parlare di Americana). Ma il filone è quello, musica morbida, soffice, prevalentemente acustica ma quasi sempre con una sezione ritmica e della tastiere aggiunte: mi sembra la fotografia di questo gruppo.

Ma prima due parole (anche tre) su Iain Matthews, doppia i mi raccomando. Questo signore è uno dei membri fondatori dei Fairport Convention, presente dai tempi del primo omonimo album (1967), quando Sandy Denny non era ancora entrata in formazione (c’era Judy Dyble). E con lei e Richard Thompson farà in tempo a registrare il seminale What We Did On Our Holidays, un disco che contiene Meet On The Ledge di Thompson e Fotheringay della Denny ma anche alcuni brani firmati e cantati da Matthews. Nel 1969, dopo la sua fuoriuscita dal gruppo, registra quello che sarà il suo primo album solista ma che darà anche il nome al gruppo Matthews’ Southern Comfort (con Richard Thompson, Simon Nicol, Ashley Hutchings, Gerry Conway, tutti Fairport e Poli Palmer dei Family, oltre alla steel guitar di Gordon Huntley che aggiungeva quel particolare sound “americano” al folk-rock del disco). In quegli anni si correva e nel 1969 uscì anche un secondo disco con la formazione definitiva del gruppo e nel 1970, il terzo ed ultimo Later That Same Year che era quello che conteneva Woodstock. Proprio quella! Già perché oggi tutti ricordano la versione elettrica, tirata di CSN&Y che era presente in Dèjà Vu o quella acustica di Joni Mitchell, ma la versione di maggior successo fu quella dei Matthews’ Southern Comfort che arrivò al primo posto della classifica inglese e nei Top di quelle di Billboard in America. Più lenta, meditata, soffice, morbida, intensa era una gran bella versione (e pensate a che brani c’erano in classifica allora) ma fu l’inizio della fine del gruppo che si sarebbe sciolto da lì a poco.

La carriera solista di Matthews prosegue con due album per la Vertigo nel 1970 di stampo inglese (If You Saw Thro My Eyes e Tigers Will Survive) e 2 dischi tra il 1973 e il ’74 registrati in America per la Elektra dove il “suono” americano prende il sopravvento, Valley Hi e Someday You Eat the Bear… In mezzo ha il tempo per fondare una sorta di supergruppo i Plainsong coi quali registra un concept album, In search of Amelia Earheart sulla storia della leggendaria aviatrice americana (esatto, per la serie corsi e ricorsi storici, proprio quella cantata in Amelia da Joni Mitchell). E il bello è che tutti questi dischi sono uno più bello dell’altro, percorsi dalla meravigliosa e malinconica voce di Iain Matthews, unica ed inconfondibile.

Per farla breve nella sua meno riuscita svolta rock, tra fine ’70 e primi ’80, ha fatto anche in tempo a fondare gli Hi-fi con David Surkamp (il cantante dei Pavlov’s Dog, quelli di Julia, che se vi chiedete dove Marco Mengoni ha preso, spero inconsciamente, il modo di cantare dovreste investigare, ma anche se non ve ne frega niente di Mengoni, fine della citazione tripla).

Ha fatto anche in tempo a rifondare i Plainsong, fare un disco “new-age”, ma cantato, per la Windham Hill, accoppiarsi, musicalmente con Elliott Murphy prima di approdare, ma non li dimostra, a 65 anni alla reunion dei Matthews’ Southern Comfort.

Ovviamente non c’è nessuno della formazione originale: il progetto, che ha avuto una lunga gestazione, partita nel 2005 e proseguita nel 2009 e 2010 tra mille perplessità di Matthews, è stato registrato in Olanda con musicisti in parte olandesi e inglesi, con l’aggiunta dell’ottima cantautrice americana Terri Binion che firma cinque dei 13 brani presenti e la cui voce si amalgama perfettamente con quella di Iain e che anche se fisicamente rotondetta (avete presente Mama Cass) è in possesso di una voce molto dolce, calda ed espressiva, come quella della citata Cass Elliott.

Ci sono un paio di cover, la ripresa della bellissima Blood Red Roses dal repertorio di Richard & Mimi Farina, due contemporanei nell’era folk di Dylan autori di tre stupendi album per la Vanguard e dalla storia tragica che qui non vi racconto, basti dire che lei era la sorella di Joan Baez e lui un poeta e autore in grado di competere con Dylan e Cohen. Erano secoli che non sentivo un dulcimer in un brano recente. L’altra cover è una ripresa immancabile della celeberrima Woodstock in una versione rallentata che rende piena giustizia all’originale e dove la voce di Matthews non ha perso un briciolo dell’originale intensità, bellissimo l’arrangiamento che ci riporta alle “magiche” atmosfere di 40 anni fa.

Ma anche i brani nuovi sono molto belli, magari non innovativi, ma molto affascinanti con una grande profusione di armonie vocali e le voci dei due protagonisti che si interscambiano con grande efficacia e il sound morbido, soft rock, citato all’inizio, delle chitarre acustiche (neanche una elettrica all’orizzonte) ci riporta ai primi America, a James Taylor ma anche a molti gruppi e solisti minori di quegli anni con la Terri Binion che ricorda le varie Ronstadt, Carly Simon, Karla Bonoff e in anni più recenti Mary Chapin Carpenter ma anche Phoebe Snow tanto per citarne qualcuna.

Iain Mathews d’altro canto non è cambiato di una virgola e le atmosfere autunnali, dolcemente crepuscolari dell’iniziale Letting The Mad Dog Lie con acustiche e pianoforte a sottolineare il cantato soffuso ci riportano al meglio della sua produzione precedente. Forse niente di nuovo all’orizzonte ma solo buona musica e belle canzoni come la vagamente jazzata These Days della Binion che ricordano anche Carole King e Laura Nyro ma anche gli Steely Dan più rilassati. O la ballata cadenzata e di gran classe The Road The Ronderlin con la voce di Matthews, ben sostenuta da quella della Binion, in grande evidenza. E ancora la dolce, ma ritmata Perfect Love con la voce calda e sensuale di Terri Binion in primo piano. The way things are ricorda quelle atmosfere sospese e ricercate del Matthews anni ’70 mentre Seven Hours è semplicemente un’altra bella canzone scritta e cantata dalla Binion. Senza ricordarle tutte (Ma sono tutte belle) vorrei citare ancora almeno la lunga e bellissima O’Donnel Street altra delicata e raffinata espressione del talento di questo misconosciuto cantante ed autore inglese uno dei tanti tesori secreti custoditi tra le pieghe della bella musica.

Soffice e morbido come una buona torta, niente di nuovo ma sempre un piacere da assaporare.

Bruno Conti

Non Ci Posso Credere! Grateful Dead – Complete Europe ’72

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Grateful Dead – The Complete Europe ’72 – Grateful Dead Rec./Rhino 60 CD !?!

Ho sempre sospettato che i Deadheads, i fans dei Grateful Dead, fossero un gruppo di “maniaci musicali” ma questa le supera tutte. Un cofanetto di 60 CD con tutte le registrazioni del Tour europeo del 1972, 22 spettacoli, oltre 70 ore di musica, al prezzo di 450 dollari ordinabile solo nel loro sito holy-s-it-s-complete-europe-72-box-over-60-discs.

Non dovrei più sorprendermi di nulla perchè controllando nel loro sito ho visto che in 4 giorni è andato completamente esaurito ed uscirà solo a Settembre! Ho visto che un fan più prosaico (come me, prosaico, non fan accanito anche se qualche decina di loro album ce li ho) ha fatto quattro conti: 7200 copie per 450 dollari fa 3 milioni 240 mila dollari. Alla faccia della crisi del disco. Tolti 1.200.000 dollari che sono i costi di produzione presunti rimangono più di 2 milioni di utile netto. E’ questo il futuro dell’economia, cofanetti dei Grateful Dead!

Ho lasciato il link perchè i curatori del sito dei Dead hanno pensato anche ai ritardatari: 7200 copie a tiratura limitata si era detto e quello rimane, però…ordinandolo ora si riceveranno i 60 dischi sciolti con le loro belle confezioni singole ( e pensate che non ci sarà qualche p…a  o parente di Bill Gates che ordinerà entrambe le edizioni?).

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Se non l’avete già potreste “accontentarvi” anche della versione ufficiale doppia (ma rimasterizzata) pubblicata dalla Rhino nel 2003. E’ quello del bambino con l’espressione intelligente che si spiaccica il gelato in fronte e rimane uno dei Live migliori della loro discografia ufficiale.

Nel video di Youtube di Dark Star a Parigi 1972 c’è anche il link di archive.org che vi avevo già dato in passato dove potete trovare oltre 5.000 concerti dei Grateful Dead per il download  o lo streaming gratuito “autorizzato”.

Buon ascolto!

Bruno Conti

Novità Di Marzo Parte I. Beady Eye, Flying Burrito Brothers, Elvis Presley, John Popper, Middle Brother, Ron Sexsmith, Eccetera

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Non sembra ma sta già per arrivare marzo per cui tuffiamoci nelle prime uscite proprio in previsione per il giorno 1: nel confermarvi che per martedì è confermata l’uscita del nuovo Lucinda Williams, della ristampa di John Barleycorn Must Die Deluxe dei Traffic, del disco dei Beady Eye (Liam Gallagher ed ex Oasis), che ho messo qua sopra nelle imaginette ma di cui avevo già parlato (mi sembra), sempre il 1° marzo uscirà per Sony/Bmg la versione Legacy (doppia) di Elvis Presley, Elvis Is Back, il primo album pubblicato dopo il suo ritorno dal servizio militare in Germania. Registrato nel 1960 e qui estremamente ampliato fino a comprendere 36 brani rimane uno dei migliori dischi in assoluto di Elvis prima degli anni “bui” della carriera cinematografica.

John Popper è stato per anni il leader dei Blues Travelers uno dei primi (e migliori) gruppo del cosiddetto filone delle jam band negli anni ’90, anche se loro erano più orientati verso il blues-rock, i primi 4 album più il doppio dal vivo sono tra i migliori esempi del rock classico chitarristico con in più l’atout del nostro amico “panzone” che è uno dei migliori armonicisti in circolazione, un vero funambolo e virtuoso dello strumento. Dopo un paio di album solisti obbrobriosi (esagero) Popper ritorna sulla retta via e in questo John Popper & The Duskray Troubadors, registrato con la collaborazione e sotto la regia di Jono Manson, la voce grintosa e l’armonica sono nuovamente in gran forma.

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I Flying Burrito Brothers sono uno dei nomi ricorrenti tra quelli che più hanno influenzato il ritorno della roots music che caratterizza questi ultimi lustri. Questo CD in uscita è una vera chicca: registrato dal vivo nel 1970 Authorized Bootleg, Live in New York Late Show fa parte di quei concerti d’archivio che la Hip-O Select/Universal sta pubblicando in questo periodo dal patrimonio di Bill Graham, dopo l’eccellente doppio dei Neville Brothers esce questo registrazione della Mark II del gruppo californiano, non c’è più Gram Parsons e al fianco di Chris Hillman, Sneaky Pete Keinow e Michael Clarke, arrivano il futuro Eagle Bernie Leadon e il grande cantautore Rick Roberts. Di quest’ultimo se vi volete fare del bene la BGO ha pubblicato nel 2009 un twofer che comprende i suoi due dischi da solista Windmills & She Is A song che sono tra le cose più sublimi realizzate nell’ambito della musica westcoastiana con la crème de la crème dei musicisti dei primi anni ’70, Jackson Browne, David Crosby, Don Henley, Bernie Leadon, Joe Walsh, Byron Berline, Al Perkins, Chris Hillman e tantissimi altri, una vera Meraviglia! Anche questo live postumo non è niente male e Colorado di Rick Roberts una delle sue più belle canzoni.

Visto che l’abbiamo appena nominato, secondo me Ron Sexsmith è l’erede ideale di Jackson Browne, in possesso di una voce che ha molti punti in comune e con una facilità di scrittura disarmante, oltre ad una comune malinconia con sprazzi di elettricità arriva con questo Long Player Late Bloomer al suo 11° disco, prodotto dal connazionale canadese Bob Rock è uno dei suoi dischi piu movimentati. In Europa etichetta Cooking Vinyl. Sexsmith vanta ammiratori come Bob Dylan, Elton John, Steve Earle, Chris Martin, Lucinda Williams che qualcosa di musica capiranno.

Questo disco di esordio omonimo dei Middle Brother nasconde un ennesimo “supergruppo” (si fa per dire), comunque un bel terzetto di musicisti provenienti da alcuni dei gruppi più interessanti dell’ultimo periodo. John McCauley dei Deer Tick, Matthew Vasquez dei Delta Spirit e Taylor Goldsmith dei Dawes per chi segue gli ultimi sviluppi della musica hanno prodotto degli ottimi dischi con i rispettivi gruppi ed ora approdano a questo esordio che profuma di alt-country folk rock, sono stato chiaro? Etichetta Partisan Records quindi reperibilità mmmh!

That’s All Folks. Alla Prossima!

Bruno Conti

C’è Chi Suona Nei Duran Duran E Chi Ha Combattutto Contro Roberto Duran! Paul Thorn – Pimps And Preachers

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Paul Thorn – Pimps And Preachers – Blue Rose CD+DVD

Ovviamente non avendolo mai visto nella formazione dei Duran Duran deve essere lui che ha combattuto contro Roberto Duran. Per chi non lo sapesse Roberto “Mano di pietra” Duran è un pugile panamense tra i più leggendari nella storia della boxe, campione del mondo in quattro categorie e ha combattuto in cinque diverse categorie di peso, risultando, secondo alcuni critici il più grande peso “leggero” di tutti i tempi e tra i dieci migliori in assoluto (mi sono documentato, ma comunque ricordo di avere visto alcuni suoi combattimenti in televisione ed era una vera forza della natura). Per tornare alla musica il compianto Chris Gaffney gli ha dedicato una bellissima canzone, The eyes of Roberto Duran e Paul Thorn ha combattutto contro di lui nel 1988, perdendo naturalmente, anche se ricorda di non essere stato gonfiato come una zampogna.

La storia di Paul Thorn è affascinante ed è questo il motivo per cui vi parlo di questo album (che è anche molto bello, ma ci arriviamo tra un attimo): dopo la carriera pugilistica ha fatto vari professioni, l’ultima delle quali. lavorare in una fabbrica di sedie, sempre coltivando la sua passione per la musica, suonando a livello locale in piccoli clubs. E non poteva essere diversamente per uno che è nato a Tupelo, Mississippi la città di Elvis Presley, profondo Sud degli Stati Uniti. A metà anni ’90 è stato scoperto dal manager Miles Copeland (il fratello di Stewart, il batterista dei Police) che gli è fatto ottenere un contratto per la A&M con cui ha pubblicato nel 1997 il suo album di esordio Hammer And Nail (sempre titoli molto evocativi) che ha avuto ottimi riscontri di critica e buone vendite e, probabilmente, rimane il suo album migliore, come molti esordi. Ma questo Pimps and Preachers, il suo settimo disco di studio, oltre a qualche live sparso qui e là, gli si avvicina molto a livello qualitativo. I tempi delle majors sono un lontano ricordo, ora Thorn gli album se li gestisce in proprio a livello indipendente, infatti questo CD era già uscito l’estate scorsa negli States per la sua etichetta Perpetual Obscurity records (un nome, un programma).

Per chi se lo fosse perso al primo giro, vista la non fantastica reperibilità, la benemerita Blue Rose lo ripubblica in questi giorni in una versione potenziata con allegato (al prezzo di uno) un DVD con un concerto completo registrato a Birmingham (ma quella dell’Alabama) nel lontano 2005 ma che rimane attualissimo a livello di sound. Per inciso, per i super fans, il Dvd aveva già avuto una distribuzione pressoché clandestina ai tempi dell’uscita sul mercato americano.

E questa, ragazzi miei (oggi sono generoso, anche ragazze, visto che le Physique du Role dell’ex Boxeur è rimasto) è ottima musica: la vogliamo chiamare Americana (termine che il mio “amico” Dan Stuart aborre), blue collar rock, heartland o semplicemente del buon sano rock classico in ogni caso Paul Thorn è un rocker e cantautore di quelli gagliardi.

Si tratti del classico rock alla Springsteen ( o Mellencamp, o chi volete, sostituite con il vostro nome preferito) dell’iniziale You’re Not The Only One con la bella voce spiegata di Thorn che si sovrappone al suono di una ritmica spigliata e viene sottolineata da una bella slide guitar. Oppure il rock venato di soul della bluesata e, molto Mellencamp anni d’oro, della title-track Pimps And Preachers (Papponi e Predicatori ripresi anche nel disegno della copertina tra la Redemption Lane e il Turn Out Boulevard), organo e chitarra ribadiscono queste sonorità tipicamente sudiste. Ci sono anche belle ballate pianistiche come la deliziosa Tequila is good for heart ancora ricca di sapori southern ma anche con retrogusti alla Randy Newman o al Jackson Browne anni ’70, con la voce vissuta di Thorn che aggiunge di suo allo spessore del brano.

Ancora quel classico sound con doppia tastiera tipico degli anni ’70 più incisivi, quelli di Guthrie Thomas, Tom Jans e altri Beatiful Losers che in quegli anni facevano bellissimi album destinati all’oblio con la crema dei musicisti americani, dai Little Feat in giù. Come la vogliamo definire, ballata uptempo? Mi sembra che possa andare! Weeds in My Roses sta a metà tra gli Stones migliori e il southern rock più travolgente con quel basso che pompa, l’organo e le chitarre grintose e un bel ritornello che ti rimane in testa. Un altro dei temi musicali ricorrenti è quello dei già citati Little Feat, Better Days Ahead si situa tra il loro classico sound e quello di loro epigoni from New Orleans come Subdudes e Radiators, in ogni caso bella musica tra chitarre slide insinuanti e tastiere malandrine.

C’è anche una dolce ballata acustica come Ray Ann’s Shoes dove un violino ricorrente impreziosce la voce “scura” di Thorn. You Might Wrong sempre con la slide sugli scudi ci riporta al R&R classico e cantautorale con i soliti Springsteen, Mellencamp e ci vogliamo mettere anche Seger nei cromosoni, sarà anche musica derivativa ma a noi ci piace, è fatta un gran bene, le canzoni sono belle, lui canta bene, cosa si può volere di più, un Amaro? Buckskin Jones è suono Little Feat allo stato puro e pure di quello buono con lo spirito di Lowell George che aleggia benevolo sulle procedure e la musica che si fa funky e americana. In quegli anni questa musica si definiva semplicemente rock americano, quella della Band, dei Little Feat, dei primi Doobie Brothers perfino, mi allargo? degli Allman Brothers, poi il termine si è traslato su Foreigner, Toto e REO Speedwagon ma non è la stessa cosa. Hope I’m doing this right all’inizio ha un abbrivio quasi alla Steve Miller Band poi diventa una ballata roots alla Mellencamp, molto bella anche questa, con degli incisivi interventi della solista e dell’organo.

Don’t Like Half The Folks I Love sfocia nuovamente in territori boogie di quasi puro southern rock (con quel tocco errebì che ricorda i Wet Willie ma mancano i fiati). Per la serie non manca neanche il sense of Humour e allora vai con “Nona Lisa”, altro brano accattivante di puro blue collar rock tra Springsteen e Mellencamp d’annata, come neppure loro fanno più tanto spesso, con le chitarre che ruggiscono e i ritornelli sono semplici e memorabilizzabili ma non per questo meno efficaci. That’s Life è una variazione sul tema blue-eyed soul, bianconera (ma non in senso sportivo) e anche un tantino gigionesca, ma appena appena.

A questo punto finisce il CD ma rimane da vedere il DVD e vi assicuro che Thorn e la sua Band dal vivo ci danno dentro alla grande: prendete tutti gli argomenti citati fino ad ora, inseriteli in un frullatore gigantesco e shakerate e otterrete un concerto ad alto contenuto di ottani con un gruppo che al di là dell’aspetto esteriore, con un organista che sembra Giuliano Ferrara con i capelli lunghi, il chitarrista che è una via di mezzo tra un pizzicagnolo e un commercialista sovrappeso con tanto di chierica, ma suonano alla pari delle grande band storiche, Heartbreakers, Silver Bullet band, E Street Band (forse ho esagerato?). Comunque vedere per credere, c’è il meglio della sua produzione fino a quel momento (2005) e qualche cover di classe, più un paio di pezzi acustici come bonus nel Bonus!

Avremo perso un pugile ma il cantautore è assolutamente da conoscere, naturalmente se le scriva e se le canta (con un piccolo aiuto da Billy Maddox)!

Bruno Conti

Una Festa di Chitarre (E Voci)! Buddy Miller – Majestic Silver Strings

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Buddy Milller – Majestic Silver Strings – New West CD+DVD 01-03-2011

Ve ne avrei parlato con più calma nei prossimi giorni, ma oggi non ho avuto molto tempo per scrivere altro, per cui mi limito a una breve anticipazione sull’Anticipazione. La data ufficiale d’uscita è il 1° marzo negli Stati Uniti e l’8 marzo in Europa ma visto che è già approdato nelle nostre lande in questi giorni, due parole su questo nuovo, bellissimo, album di Buddy Miller, reduce dall’avere appena vinto un Grammy per la sua produzione dell’ultimo (anche quello magnifico) disco di Patty Griffin Downtown Church e per la precisione nella categoria Miglior Disco di Gospel Tradizionale (ma al di là dei generi in quel disco c’è della gran bella musica e non solo semplicemente gospel). Comunque Patty Griffin, con Emmylou Harris, Shawn Colvin, Lee Ann Womack, Ann McCrary, Julie Miller e i Chocolate Genius sono i vocalist di rango che accompagnano il quartetto di magici chitarristi che si esibisce in questo CD: oltre a Buddy Miller gli altri Majestic Silver Strings sono Bill Frisell, Greg Leisz e Marc Ribot.

Quindi questa è la nuova avventura di Miller e Griffin reduci dall’esperienza con Robert Plant nell’ottimo Band Of Joy: sono 13 brani della tradizione country rivisitati con gusto e classe da Miller e soci e contrariamente a quello che si può pensare visto lo schieramento di chitarristi solo un brano è strumentale, negli altri si alternano i vari ospiti oltre allo stesso Buddy Miller e Marc Ribot che si cimenta anche come cantante in tre brani.

Come ciliegina sulla torta la confezione contiene anche un DVD con un Making Of dell’album di una ventina di minuti e un brano tratto dall’unico concerto della formazione.

Appena ho un po’ di tempo ci ritorno con calma (se riesco), nel frattempo prendete nota perché merita.

Bruno Conti

E Intanto Lucinda Williams Non Sbaglia Un Disco. L’Ultimo E’ Blessed!

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Lucinda Williams – Blessed – Lost Highway CD – Doppio CD – Doppio Vinile

Martedì 1° Marzo sarà nei negozi il nuovo disco di Lucinda Williams: lo potete avere in versione doppia Deluxe, in CD singolo (ma chi lo vorrà?) e due settimane dopo in doppio vinile.

Di solito gli album di Lucinda Williams oscillano tra il bello e il bellissimo. Dopo Little Honey che era bello questa volta, come nel caso degli epocali Car Wheels On A Gravel Road e Essence, siamo nella categoria Bellissimi. Lucinda Williams in trenta anni di carriera (o poco più, il primo disco Ramblin’ usciva nel 1978, o era il 1979, per l’etichetta Smithsonian Folkways, quella della Library Of Congress americana) ha pubblicato solo 10 album, più il fantastico doppio dal vivo Live @ The Fillmore e due DVD, curiosamente entrambi registrati ad Austin City Limits. E non ne ha sbagliato uno.

Questo nuovo Blessed vede delle novità: sia nella band che la accompagna, dove avvengono alcuni avvicendamenti, sia nella poltrona del produttore, dove questa volta siede Don Was, sia pure in comproprietà con Eric Liljestrand e il marito/manager Tom Overby che avevano prodotto il precedente Little Honey. La nuova formazione vede l’eccellente Val McCallum alla chitarra solista, Greg Leisz alla seconda chitarra e qualsiasi strumento con delle corde in vista, David Sutton al basso e Butch Norton alla batteria. E ragazzi, se suonano!

Accompagnati da un manipolo di ospiti che vanno dall’ex Wallflowers Rami Jaffe alle tastiere, Matthew Sweet alle armonie vocali e dall’immancabile e ineffabile Elvis Costello già presente nel precedente album ( e in YouTube si trovano dei video da una collaborazione per CMT del 2001 che sono da vedere), tutti questi musicisti danno vita ad un album che è la quintessenza del Rock ( e del country e del Blues e del folk, nel secondo CD, quello acustico). Su tutto la voce unica e particolare di Lucinda Williams: inconfondibile, tenera, gagliarda, partecipe, malinconica a seconda della bisogna si conferma come, forse, l’unica controparte femminile di personaggi come Bob Dylan o Neil Young, con la musica dei quali ha molte analogie. A qualcuno può non piacere quel suo modo di cantare che definiremo “slurred” in mancanza di un vocabolo italiano che lo definisca esattamente ma è anche uno dei motivi del suo fascino e della sua unicità. Se poi aggiungiamo che la nostra amica è una delle più formidabili autrici di testi del panorama musicale mondiale si capisce perché ogni nuovo album incontra i favori della critica (ma anche del pubblico).

Il disco in questione consta di dodici brani (ripetuti anche in versione acustica nelle cosiddette Kitchen Tapes che lo accompagnano nella versione Deluxe). Poco meno di un’ora di musica e neanche un minuto di troppo. L’apertura è affidata a Buttercup, un tipico pezzo rock in puro stile Williams, con le due chitarre che cominciano ad arrotare le loro lamine, un organo avvolgente e la sezione ritmica che tiene il tempo in modo ammirevole, conciso e travolgente apre l’album come meglio non si potrebbe.

La steel di Leisz illumina il sound della deliziosa ballata Don’t Know How You’re Living esemplare nella sua delicata struttura musicale che evoca ampi spazi e malinconie infinite. Copenaghen è un elegiaco tributo alla memoria di Frank Callari, il vecchio manager (ma aveva solo 55 anni) della Williams e co-fondatore della Lost Highway, sulle onde di nuovo della pedal steel e del piano, una bella melodia quasi younghiana si dipana dolcemente cullata dalla voce partecipe di Lucinda, semplicemente bellissima.

E che dire della soffusa To Be Loved giocata in punta di dita tra spunti jazz & blues che ricordano lo stile narcotico dei compagni di avventura Cowboy Junkies e Over The Rhine, frequentati di recente? Ma Lucinda Williams è in grado anche di fare rock come pochi e in questo disco c’è ampio spazio anche per questo aspetto della sua musica. Dopo l’iniziale Buttercup le chitarre tornano a tuonare, in particolare nella gagliarda Seeing Black, a metà tra le cavalcate chitarristiche alla Neil Young e feroci duelli di stampo southern-rock, alle due chitarre soliste si aggiunge anche quella di Elvis Costello che si reinventa chitarrista come non accadeva dai tempi degli Attractions, con un assolo breve e “maligno” che percorre la lunga coda strumentale del brano come nei migliori ed epici crescendi chitarristici dei grandi dischi rock degli anni ’70, McCallum e Leisz gli danno una mano. Un migliore tributo alla memoria di Vic Chesnutt era difficile immaginarlo: “When Did You Start Seeing Red? Did You See Me Standing Over Your Bed” canta Lucinda quasi con rassegnazione.

Soldier’s Song racconta la storia di un soldato e della sua famiglia, moglie e bambino, separati dalle circostanze e la costruzione circolare, semiacustica, del brano crea un’atmosfera magica che ti permette di ascoltare questa storia in modo ammirevole, concentrata sul testo ma attenta ai più piccoli particolari musicali con le chitarre accarezzate e la produzione accurata di Was che permette alla musica di avvolgerti con un fascino inesorabile. Blessed, la title-track è una stupenda ballata in crescendo (un’arte poco frequentata ma affascinante), con il tempo che aumenta in modo inesorabile, gli strumenti che entrano di volta in volta, le chitarre scatenate e l’organo che ricordano il meglio di rock e soul e ti conducono per mano verso una apoteosi finale chitarristica che definire stupenda è farle un torto, almeno meravigliosa!

Sweet Love è un’altra ballata dolcissima ( e visto il titolo non poteva essere diversamente), che ci ragguaglia sul momento magico della vita sentimentale della chanteuse della Lousiana, con una costruzione sonora che ricorda il Neil Young più rilassato ma anche il meglio della canzone popolare americana, quella più raffinata e di gran classe. Ugly Truth ci porta in territori country-folk che le sono sempre stati consoni e Matthew Sweet (credo, perché nella copia promozionale non c’è scritto nulla e neppure nel comunicato stampa, ma potrebbe anche essere Costello, francamente non l’ho capito) le dà una mano a livello vocale come meglio non si poteva sperare, mentre la pedal steel di Leisz disegna melodie alla Gram Parsons.

Convince Me è un’altra ballata mid-tempo con delle belle armonie vocali, ma dominata ancora una volta dalle gargantuesche chitarre dei due solisti che si sfidano ancora una volta in una travolgente tenzone senza requie. The Awakening è un lungo brano dalle atmosfere minacciose, sospese e ripetute che di tanto si apre in improvvise aperture strumentali mentre la conclusiva Kiss Like Your Kiss, pigra e sensuale conclude in gloria le operazioni ed essendo apparsa anche nella colonna sonora della serie televisiva True Blood – Volume 2 era anche candidata ai Grammy (e in quella versione appare anche Elvis Costello, ma qui non c’è!).

Cosa volete di più? Difficile fare meglio.

Disco Del Mese!

Bruno Conti

A Sorpresa E’ Uscito (?) Il Nuovo Radiohead – The King Of Limbs. Francamente Mah!

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Radiohead – The King Of Limbs – Download digitale a DIEUR.htm

Come saprete dallo scorso fine settimana è possibile “acquistare” il nuovo album dei Radiohead The King Of Limbs per la somma di 7 euro nella versione MP3 e 11.00 euro nella versione WAV oppure se avete soldi che vi avanzano o siete dei grandi fans (e sottolineo grandi) potete prenotare il cosiddetto Newspaper album per “soli” 36.00 euro nella versione MP3 e 39.00 euro nella versione WAV.

Dal 9 maggio (ma solo se avete prenotato entro il 21 febbraio e quindi siamo già in ritardo) oppure dal 1 giugno se lo avete fatto o lo farete da ora in poi riceverete:

– 2 vinili 10 pollici “chiari” con custodia fabbricata appositamente

– il compact disc

– molti fogli larghi con l’Artwork ma anche 625 pezzi più piccoli oltre a una custodia di plastica bio-degradabile per contenere il tutto

– naturalmente il digital download (che magnanimamente potete effettuare da subito)

1 (uno) fortunato estratto riceverà anche 1 12 pollici extra con 2 brani, autografato!

Come ricorderete l’album precedente In Rainbows era uscito già con questa sistema del download digitale ma a offerta libera e poi era stato distribuito nel formato fisico dalla XL Recordings e sarà così anche questa volta, dal 29 marzo dovrebbe essere nei negozi.

Se volete un giudizio critico non saprei, come si evince dal titolo del Post sono perplesso: gli otto brani che compongono il disco per 38 minuti di musica li ho sentiti alcune volte, un paio anche in cuffia, ma non mi convincono del tutto (nonostante crescano ascoltandole più volte), anche se leggendo le varie recensioni (tutte positive) che già fioriscono in rete mi sembra che si sia scatenato per i Radiohead ormai una sorta di “Effetto Corazzata Potemkin” per cui non se ne può parlare male e, non volendo essere il Fantozzi della situazione, per il momento mi astengo.

E anche se il brano del video mi sembra più Jimi Somerville che Curtis Mayfield o Marvin Gaye nel suo falsetto simil soul.

Non perché sia un nostalgico dei Radiohead più “umani” di The Bends e OK Computer (ma un po’ sì) visto che Kid A nella sua stralunata bizzarria che però si rifaceva al rock sperimentale e di avanguardia di Canterbury e dintorni e altre sperimentazioni più o meno elettroniche (per aggiungere una nota personale, tra i tanti tipi di musica che mi piace ascoltare ho sempre avuto una predilezione particolare per il terzo album dei Soft Machine e trovo i 19 minuti di Moon in June,il brano di Robert Wyatt una delle 10 “canzoni” più belle di tutte i tempi, musica straordinaria e sarò pessimista ma temo che il 95% dei fans dei Radiohead non sappia neppure di cosa stiamo parlando, alla faccia della memoria storica della musica) e anche, per alleggerire lo spirito della recensione, come avrebbe detto il Sacchi di Mai Dire Gol se era un “po’ ostico ma anche agnostico”, dicevo che comunque Kid A era un signor disco poi non confermato dalle uscite successive e neppure dal disco solista di Thom Yorke The Eraser, ma è un parere personale visto che tutti sembrano essere contenti della nuova direzione presa dalla loro musica.

Verificate, io mi ritiro a pensare! Poi, forse, vi faccio sapere, se uscirò da questa mia fase Ponzio Pilatesca.

Bruno Conti

Centenario Della Nascita di Robert Johnson. Prime Celebrazioni e Pubblicazioni. Tributo Di Big Head Blues Club & Friends

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Quest’anno, l’8 maggio cade il centenario dalla nascita di Robert Johnson, The King Of The Delta Blues, uno degli inventori della “musica del diavolo” come la intendiamo oggi e di tante sue leggende.

Manca ancora un poco all’inizio delle celebrazioni ma visto che già qualcosa si muove parliamone! Intanto quel manufatto che vedete effigiato qui sopra sarà il “cofanetto ufficiale” dell’evento. Se vi trovate quei 320 euro (circa) o quei 440 dollari (sempre circa) che vi ballano in tasca potreste prendere in considerazione l’idea di pre-ordinare il manufatto, The Complete Original Masters – Centennial Edition ma attenzione lo potete fare solo a questo indirizzo in internet 5747793, non sarà nei negozi.

Visto i soldi che vi chiedono si tratta di una confezione lussuosa. Contiene i seguenti elementi:

– una tiratura limitata e numerata in 1000 copie dei 12 originali 78 giri con le 24 canzoni che hanno reso immortale l’arte di Robert Johnson, con grafica che riproduce i dischi originali. Ovviamente per la gioia di grandi e piccini i dischi girano a 45 giri!

The Robert Johnson Centennial Collection, è un doppio CD che uscirà anche per conto proprio nei negozi e contiene i 42 pezzi registrati da Johnson, alternate takes comprese

– un altro doppio CD che si intitola Rarities From The Vaults, diviso in Rare Victor Blues e Also Playing con rare tracce d’epoca dagli archivi Sony/Victor con 24 brani il primo, registrati tra il 1928 e il 1932 dagli antesignani di Johnson e il secondo con dieci brani registrati tra San Antonio e Dallas, Texas negli stessi studi e nello stesso periodo in cui era presente anche Robert Johnson

– un DVD intitolato The Life And Music Of Robert Johnson:Can’t You Hear The Wind Blow, un documentario realizzato dalla BBC nel 1992, narrato da John Hammond Jr (il figlio dello scopritore di Johnson e grande musicista per conto proprio) con contributi di Keith Richards, Eric Clapton, Johnny Shines e decine di altri, noti e meno noti

– un libretto con nuovi saggi, foto e quant’altro che aggiorna quello che era contenuto nel Complete Recordings pubblicato nel 1990 e che conteneva 41 brani, quindi la nuova edizione parrebbe avere un brano in più.

E questo uscirà, come riportato nel sito dello Sony, dal 26 aprile in avanti.

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Nel frattempo, la settimana prossima, il 1° marzo, cominciano a uscire i primi tributi. Questo Big Head Blues Club 100 Years of Robert Johnson, pubblicato dalla Big Records, nasconde le fattezze di Todd Park Mohr, ovvero Big Head Todd And The Monsters, noti blues-rockers americani. Per non farsi mancare niente però, i nostri amici si sono recati ai famosi Ardent Studios di Memphis, Tennessee e in cinque giorni, con la produzione del vincitore di Grammy Chris Goldsmith, hanno registrato questo tributo che comprende 12 brani. Ovviamente non erano da soli ( se no l’interesse suscitato dal disco, per quanto bravi, sarebbe stato molto più limitato): infatti sono della partita i due “Grandi Vecchi, BB King e Hubert Sumlin (che ho visto entrambi veramente male in arnese nell’ultimo doppio DVD di Crossroads, quello registrato lo scorso anno a Chicago e pubblicato a fine anno), nonché David “Honeyboy” Edwards, l’amico e compagno di avventura di Johnson che quest’anno compirà 96 anni! E anche Charlie Musselwhite, Ruthie Foster, Cedric Burnside e Lightnin’ Malcolm.

Il disco, al quale ho dato una ascoltata veloce intanto che scrivevo questo Post, non mi sembra affatto male, elettrico e nello stile tipico dei Big Head Todd, con l’eccezione di tre brani acustici, Kind Hearted Woman, All My Love Is Love In Vain (che per gli amanti degli Stones è semplicemente Love In vain) e Sweet Home Chicago, il brano che apre le Complete Recordings.

Non c’entra con il disco ma visto che era bella l’ho inserita lo stesso! Questo è l’inizio, poi vi terrò informati su future uscite.

Bruno Conti

Novità Di febbraio Parte IV. Johnny Cash, Bruce Cockburn, June Tabor, Jude Johnstone, Rainbow, Bocephus King. Eccetera

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Riprendiamo la nostra disamina delle prossime uscite discografiche (e qualcuno già uscito) dopo un’orgia di recensioni Blues e qualche “Beautiful Loser” che meritava di essere portato alla vostra conoscenza. Mentre scrivo in questa piovosa domenica di febbraio sto ascoltando il nuovo di Lucinda Williams Blessed che uscirà il 1 marzo ed è veramente bellissimo. Mi avevano pregato di aspettare fino ad una decina di giorni prima dell’uscita per recensirlo, quindi d’ora in poi ogni giorno è buono.

Intanto una precisazione: contrariamente a quanto annunciato il DVD di James Taylor e Carole King Troubaudours (almeno per l’Italia) non uscirà più il 22 Febbraio ma esattamente un mese dopo il 22 marzo.

Confermato per il 22 febbraio il “nuovo” Johnny Cash, Bootleg Vol.2: From Memphis To Hollywood, doppio CD pubblicato dalla Sony Legacy, esce a quattro anni di distanza dal precedente Personal File (che viene ripubblicato a prezzo speciale) e contiene materiale d’archivo, dagli esordi Live in quel di Memphis nel maggio 1955 passando per materiale registrato negli studi Sun di Sam Phillips (11 demo inediti, 7 outtakes e ulteriori 2 demo) per un totale di 32 brani nel primo CD. Il secondo CD contiene 25 brani del periodo Columbia: singoli non contenuti negli album CBS, B-sides e outtakes, per un totale di 25 inediti.

Due donzelle per gradire. June Tabor è una delle più grandi voci della musica folk britannica (e della musica tout court) e a 35 anni dall’esordio Silly Sisters con Maddy Prior pubblica (se non ho fatto male i conti) quello che dovrebbe essere il suo 20° album, Ashore, l’etichetta come di consueto è la Topic. Il Guardian in una sola parola lo ha definito “Magnifico” e chi siamo noi per dissentire. Per chi non la conosce una ottima occasione per avvicinare la sua musica.

Jude Johnstone, è una di quella cantautrici che si è soliti definire “minori” o se preferite di “culto” ma in effetti è uno dei segreti meglio custoditi della scena americana. Questo Quiet Girl è il suo quinto album, distribuito dalla propria etichetta la Bojak Records negli States (dove è uscito la scorsa settimana) e l’8 marzo in Inghilterra per la Burnside. Da noi spero nell’Ird per una distribuzione nazionale. Vi basti sapere che le sue canzoni sono stato incise da Emmylou Harris (che partecipa all’album), Stephen Bishop, Bonnie Raitt, Trisha Yearwood, Johnny Cash, Bette Midler, Stevie Nicks, tanto per darvi un’idea. Lo stile varia dal country al folk, alla canzone d’autore, roots ma anche jazzato di tanto in tanto, con una voce particolare che non guasta.

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Bruce Cockburn secondo il modesto parere di chi scrive è uno dei cinque migliori musicisti canadesi di sempre (se Neil Young, Joni Mitchell e Leonard Cohen sono gli altri tre, il quinto chi è? Forse la Band?). In ogni caso questo Small Source Of Comfort che esce per la True North in tutto il mondo l’8 marzo (ma stranamente è già disponibile nei negozi italiani a cura dell’Ird) è il suo 24° album (25 se contiamo lo strumentale Speechless) di studio, oltre ad una manciata di Live e qualche antologia, con e senza inediti. Tutti belli o molto belli, questo è uno dei migliori in assoluto. Uomo avvisato…

Sempre dal Canada viene un musicista di culto, Bocephus King, questo Willie Dixon God Damn! è il suo quinto album (servizio discografie, utile per aggiornare le vostre collezioni), il primo dopo una pausa di quasi sette anni e lo riporta ai fasti del primo Joco Music del 1996. Una delle voci più interessanti in circolazione e nonostante il titolo non c’entra niente con il Blues (più o meno). Già disponibile!

Il nome Ben Ottewell non dirà niente ai più ma si tratta di un ex componente dei Gomez, una delle migliori nuove band inglesi che esordì nel lontano 1998 con l’ottimo Bring It On candidato al Mercury Prize (che credo abbiamo anche vinto, si tratta del premio della critica inglese). Allora Ottewell aveva solo 18 anni. Questo suo esordio da solista si chiama Shapes and Shadows è già uscito in Inghilterra per la Eat Sleep Records (?!? andiamo bene!) e pur venendo inserito nel filone Americana, sono stati scomodati paragoni con il Nick Drake di Bryter Layter, David Gray e Ryan Adams. A questo punto sono curioso di sentirlo. watch?v=Sfxj5wDbZ24

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Tre ristampe tre.

La Raven australiana pubblica un CD dal vivo del 1972 di Howlin’ Wolf Live and Cookin’ At Alice’s Revisited, pubblicato in origine dalla Chess si tratta di uno degli ultimi dischi del “Lupo”. Contiene 2 bonus tracks ed è l’unico disco dal vivo ufficiale di Howlin’ Wolf pubblicato quando era ancora in vita. Il vocione è ancora in gran forma e molti dei cavalli di battaglia sono presenti: Smokestack Lightnin’, Killing Floor, Back Door Man e Little Red Rooster per uno dei musicisti che ha influenzato decine di gruppi e solisti rock, Jim Morrison in primis.

Per gli amanti dell’hard rock classico anni ’70 prosegue la ristampa degli album dei Rainbow di Ritchie Blackmore in versione Deluxe doppia: questa volta è il turno di Down To Earth che viene ripubblicato rimasterizzato con un secondo CD che contiene 12 bonus tracks, prevalentemente strumentali e qualche alternate takes. Già uscito in Inghilterra disponibile a giorni anche in Italia.

La Alligator per proseguire nei festeggiamenti del suo 40° anniversario ha già pubblicato la ristampa rimasterizzata e con una traccia bonus di uno dei dischi più belli della storia del blues recente. Si tratta della super session tra Albert Collins, Robert Cray e Johnny Copeland in un disco strepitoso intitolato Showdown che viene ripubblicato a 25 anni dall’uscita originaria del 1985. Per gli amanti del blues elettrico e ruspante, il più genuino un disco che non si può fare a meno di avere. Eccezionale!

Bruno Conti

Blues “Senza Parole” – Dave Specter – Spectified

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Dave Specter – Spectified – Fret 12 Records

Questo è il nono album di Dave Specter (dopo 8 album registrati per la Delmark, gli ultimi due dei quali erano un disco dal vivo e una collaborazione con il suo maestro Steve Freund). In questo caso maestro è inteso proprio in senso letterale, in quanto Freund è stato proprio l’insegnante di chitarra di Specter, quando il nostro amico aveva già 18 anni, quindi una vocazione tardiva.  Ma poi il chitarrista di Chicago si è rifatto abbondantemente con una cospicua serie di uscite che ne ha cementato la reputazione tra gli amanti di blues. Perché ovviamente di blues stiamo parlando, e per di più strumentale visto che Specter rigorosamente non canta e come aveva già fatto per Speculatin’ del 2000 non usa nessun vocalist ospite.

Quindi per rendere subito le cose chiare siamo nei territori cari a Ronnie Earl ma anche Freund o Robillard quando non cantano, brani strumentali intrisi di blues ma anche attraversati dal jazz dei duetti chitarra-organo di Wes Montgomery/Jimmy Smith, piccole spruzzate di musica latina, più abbondanti di soul & funk e qui potrebbero ricordare Booker T & The Mg’s o più nello specifico i Mar-Keys visto la presenza dei fiati in alcuni brani.

Proprio il brano di apertura Stick To The Hip indica questa direzione, la chitarra jazzata vagamente alla George Benson di Specter, molto swingante e limpida nelle tonalità (e qui la vicinanza di intenti con Earl e Robillard è subito chiara), un organo insinuante, una ritmica molto funky e siamo in piena era Stax, impressione rafforzata dai fiati guidati dall’ex Tower of Power Mike Chicowicz. Octavate’n è un bel Texas Blues che potrebbe essere scambiato per uno di quei brani strumentali che Stevie Ray Vaughan amava inserire nei suoi dischi, con la chitarra che scorre veloce, fluida e inventiva alternandosi con l’organo di Brother John Kattke che è l’altro protagonista del disco. Soul Serenade è proprio il classico brano di King Curtis (Ousley), una canzone che rappresenta anche il versante Atlantic del soul anni ’60, più melodica e rilassata ma anche molto raffinata con la chitarra di Specter che sostituisce il sax di Curtis e il sound che per certi versi mi ricorda quello delle Super Sessions di quegli anni, in primis Bloomfield-Kooper&Stills, con i fiati sincopati che sottolineano gli interventi di chitarra e organo. L’inizio e notevole ma non tutto l’album mantiene questi livelli di eccellenza, intanto non giova l’eccessiva lunghezza, 13 brani per oltre 70 minuti di musica strumentale alla fine stancano un po’, per volere trovare un difetto ad un disco che con una ventina di minuti in meno sarebbe stato quasi perfetto, ma è un dettaglio.

Blues Call è una raffinatissima fusione fra le 12 battute classiche del blues e musica latina e soul/R&B molto vicine al primo Peter Green o ai Santana più jazzati ma anche ai dischi di Ronnie Earle con cui Specter ha collaborato nel suo disco di esordio Bluebird Blues, l’organo questa volta suonato da Pete Benson, è sempre molto presente watch?v=RMJ0LqFrye4. Alley Walk (poi ripresa in chiave acustica in finale di disco) è un tirato blues elettrico più ruvido nei suoni rispetto a quanto di solito Specter propone ma molto efficace e contribuisce a movimentare e diversificare il sound dell’album anche con un ottimo intervento della slide. Wash Out è uno di quei classici brani strumentali del repertorio di Freddy King, molto tecnici ma anche ricchi di “cuore” e la versione di Dave Specter gli rende pienamente giustizia, con il solito contrappunto dell’organo, una costante del CD. The Funky Hunky è l’occasione per un’altra capatina in territori strumentali Stax con uso di fiati, ma è molto leggerina, forse troppo.

Rumba & Tonic viceversa si tuffa in ritmi più latini con la fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos a condividere le linee soliste con Specter, bello ma il sound non si infiamma come speravo. Anche Azulado un raffinato slow in crescendo tra Santana e Ronnie Earl non decolla, grande tecnica ma troppo turgido. Slick Pick è un classico brano di easy jazz alla Montgomery/Smith piacevole ma non memorabile mentre See See Rider, il famoso brano di Ma Rainey del 1924, ma rifatto da chiunque, in guisa di slow blues non lo avevo proprio riconosciuto, però niente male e anche Lumpus D’Rumpus pur portando la firma di Specter avrebbe potuto essere un altro brano del repertorio di Freddy King ed è inteso come un complimento.

Bruno Conti