Le Raffinate Evoluzioni Di Un “Nuovo” Menestrello Scozzese. James Yorkston – I Was A Cat From A Book

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James Yorkston – I Was a Cat from a Book – Domino Recording 2012

Confesso di avere un debole per James Yorkston, cantautore scozzese di talento, dal curioso curriculum musicale. Trasferitosi adolescente ad Edimburgo (nativo di Kingsbarns, contea di Fife), James comincia come bassista per gli Huckleberry, una band di garage rock e punk, ma si stanca presto del genere e cambia rotta dedicandosi anima e corpo al folk, sua grande passione. Dopo l’uscita del primo singolo nel gennaio del 2001 per la Bad Jazz Records, Yorkston inizia un lungo cammino che culmina con la pubblicazione del suo primo album Moving Up Country (2002), che diviene addirittura disco dell’anno per la catena Rough Trade: il cast che condivide con James lo sviluppo del disco sono gli Athletes, musicisti originari di Edimburgo, ai quali viene affidata sia la sezione ritmica (basso e percussioni soft), che un grande dispiego di violino, tastiere, fisarmonica, flauto e armonica. Gli stessi Athletes lo accompagneranno anche nello splendido Just Beyond To River (2004), poi, rotto il sodalizio, seguiranno negli anni piccoli capolavori come Hoopoe (2005) un EP con sei “gioielli” inediti, The Year Of The Leopard (2006), Roaring The Gospel (2007) una raccolta di b-sides e singoli (editi solo in vinile) e il capolavoro When The Haar Rolls In (2008) (nel 2009 è uscito anche un disco di cover, Folk Songs).

Questo nuovo lavoro I Was a Cat from a Book, arriva dopo una pausa dovuta a gravi problemi personali (una rara malattia della figlia), e Yorkston si presenta con una nuova line-up di musicisti che comprende membri dei Lamb (Jon Thorne al basso), The Cinematic Orchestra (Luke Flowers alla batteria), Emma Smith al violino e vibrafono, John Ellis al pianoforte, e da illustri ospiti come Kathryn Williams e Jill O’ Sullivan, la bravissima cantante della band Sparrow & The Workshop.

Si parte con una ballata di disarmante bellezza come la dolce Catch, sfumata da un soffuso suono del pianoforte e dal leggero mormorio del violino, e a seguire Kath With Rhodes, splendido brano cantato in duetto con la cantautrice Kathryn Williams. Border Song, a mia memoria penso sia la cosa più “frenetica” che Yorkston abbia mai registrato, per tornare però subito alle sue atmosfere con This Line Says, una love-song minimale. Arriva, con Just As Scared il secondo duetto del lavoro, con la brava Jill O’Sullivan, un perfetto brano in area “swing-jazz”, dove primeggiano il piano di Ellis e il clarinetto di Sarah Scutt, mentre la melodiosa Sometimes The Act Of Giving Love si colora di tenui sfumature vocali e strumentali.

The Fire & The Flames è il brano più toccante del disco, una ballata straziante e intima, dove James racconta la malattia della figlia, un lamento con pizzicate di chitarra che ricordano il compianto collega scozzese Bert Jansch, le stesse coordinate che si riscontrano con la pastorale A Short Blues (la morte di un vecchio amico). Dopo queste meraviglie, il ritmo torna ad alzarsi con Spanish Ants, una filastrocca in crescendo suonata con la concertina da James, e punteggiata dal violino di Emma Smith, per poi chiudere con la placida Two e una sorprendente I Can Take All This, una sorta di folk-punk dove gli strumenti girano a mille e i musicisti danno sfogo alla loro versatilità (per rimanere in tema, la seconda cosa più frenetica che Yorkston abbia mai registrato!).

Quella di James Yorkston è una musica introspettiva che accompagna la voce malinconica ed intensa dell’autore, scivola lenta e meditativa su un soffice e meraviglioso tappeto acustico: ballate di una bellezza da togliere il fiato seguono le cadenze del canto di James, accompagnato da nitidi accordi di chitarra, da soavi fraseggi di violino, dal dolce fruscio delle spazzole della batteria, e dal morbido tocco di un pianoforte. Nell’intensità dei brani che compongono I Was A Cat From A Book, sembra di scorgere la magia del primo John Martyn o le trame strumentali e vocali del Nick Drake di Bryter Layter, soprattutto nell’esposizione sofferta delle liriche o nel trasporto emotivo del canto, che James riesce sempre e comunque ad emozionare in maniera profonda. Non è certamente musica per ascolti superficiali quella di questo artista schivo e dalla vita appartata (vive, beato lui, nelle highlands scozzesi), ma sarebbe un delitto che questo gioiello di cantautorato folk e un personaggio dalla classe davvero unica, passino inosservati.

Tino Montanari

Ieri E Oggi: Festival Express & Big Easy Express. 1970-2011 41 Anni Dopo Torna Il Treno Della Musica!

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Festival Express – Optimum Releasing – DVD – 2004/5

Big Easy Express – Alliance – Blu-Ray/DVD Combo – 2012

Lo scorso mese di Luglio è stato pubblicato, solo per il mercato americano, Big Easy Express, un documentario musicale (rockumentario direbbero quelli che parlano “bene”) che racconta la storia del viaggio da Los Angeles a New Orleans (Big Easy, capito?), di un terzetto di band, una di Los Angeles, Edward Sharpe & Magnetic Zeros, una di Nashville, Old Crow Medicine Show e da Londra, gli headliners Mumford And Son, il tutto su un treno, nell’aprile del 2011, attraverso una serie di concerti in giro per l’America.

Intermezzo tecnico. Si tratta di un combo, ovvero una confezione DVD + Blu-Ray, zona americana ma che può essere letto dalle macchine europee, zona 2 e, soprattutto, cosa molto gradita, ha i sottotitoli anche in italiano. Dura 67 minuti + 24 minuti di ulteriori performances negli extra.

Vi ricorda qualcosa? E certo, ricorda il capostipite e peraltro unico altro esempio del genere, ovvero Festival Express, film girato nel lontano 1970 ma pubblicato su pellicola solo nel 2003 per una lunga serie di vicissitudini perlopiù finanziarie. E in DVD tra il 2004 e il 2005. Ha circolato, devo dire poco, ma qualche anno fa me ne ero accaparrato una copia, goduto molto nel vederlo, poi lo avevo dimenticato in un angolino. Oggi, sulla scia di questa nuova uscita sono andato a rivederlo un paio di sere fa e ancora una volta sono rimasto folgorato. La buona notizia è che se cercate in rete, si trova abbastanza facilmente per una cifra intorno ai 10 euro.

La storia: a circa un anno da Woodstock, nell’estate del 1970 viene organizzata una serie di concerti da tenersi sul suolo canadese ma, e qui sta la genialità della trovata, i musicisti per spostarsi da una località all’altra useranno un treno, viaggiando tutti insieme, giorno e notte per cinque giorni. Se il Times ha definito questo film, con uno slogan azzeccatissimo, “Woodstock su ruote”, un motivo ci sarà. Perché sullo stesso treno viaggiavano Janis Joplin, i Grateful Dead, la Band, i New Riders, Ian & Sylvia, Delaney & Bonnie, Buddy Guy e molti altri, quindi non scartine o figure di secondo piano ma alcuni dei migliori musicisti dell’epoca. E l’atmosfera sul treno, come riesce a mostrare Bob Smeaton, il regista che nel 1994 assembla tutto il materiale girato all’epoca aggiungendo nuove interviste fatte per l’occasione, è fantastica: i musicisti sono rilassati, quasi increduli, con una abbondante scorta di “sostanze” dubbie e di alcol, rimpinguato con una sosta imprevista lungo il percorso quando il treno si ferma a Chapleau, nell’Ontario e i musicisti acquistano, dopo una colletta, tutto il contenuto di un piccolo negozio di liquori. I risultati della razzia sono ben documentati in una scena, dove un gruppo di musicisti dicamo non sobri, Rick Danko che guida le danze, Janis Joplin e John Dawson dei New Riders, che lo fiancheggiano tra una risatina e l’altra e Jerry Garcia e Bob Weir che li accompagnano alla chitarre, tutti insieme eseguono una sgangherata e affascinante Ain’t No More Cane. Ma sul treno si svolgono interminabili jam sessions tra tutti i musicisti in un groviglio di corpi, strumenti, amplificatori e tanta gioia che è il sentimento che più traspare dai volti dei partecipanti, bianchi e neri e quasi tutti ancora molto giovani.

Naturalmente il film documenta anche altri aspetti, per esempio le violente contestazioni dei giovani canadesi che sfoceranno in scontri con la polizia e l’annullamento di due date del Tour ma soprattutto la musica: per il sottoscritto, Janis Joplin, che sarebbe morta da lì a un paio di mesi, è la grande protagonista con la sua Full Tilt Boogie Band, con due sfolgoranti esibizioni che dimostrano perché ancora oggi è giustamente considerata la più grande cantante rock di tutti i tempi (nel jazz e nel soul ha qualche rivale). Tell Mama, ma soprattutto una versione incredibile di Cry Baby sono lì a dimostrarlo. E poi ci sono i Grateful Dead, pomeridiani e serali, nelle due versioni, acustica (erano gli anni di Workingman’s Dead) ed elettrica, con Don’t Ease Me, Friend Of The Devil e New Speedway Boogie, più Casey Jones durante i titoli di testa del film. E poi ancora la Band nel massimo del proprio fulgore, con Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson, con solo i due estremi della lista ancora in vita, che suonano e cantano tre grandi brani, una inconsueta Slippin’ And Slidin’ e i due cavalli di battaglia, The Weight e I Shall Be Released. E poi, sempre tra i momenti indimenticabili dei concerti, un Buddy Guy che dimostra ad un pubblico incredulo perché Jimi Hendrix lo considerava una delle sue primarie fonti di ispirazione, con una versione selvaggia di Money ed un incaricato al filo della chitarra che svolgendolo da un rocchetto gli permette di scendere a suonare tra il pubblico. Per non parlare della Jam session di Ian & Sylvia con Delaney Bramlett e Jerry Garcia in una scatenata e poco comune nel loro repertorio CC Rider. E ancora i Flying Burrito Brothers con una Lazy Day che dimostra la bravura di uno degli hendrix della pedal steel, Sneaky Pete Kleinow. L’altro, Buddy Cage, lo si può ascoltare in CC Rider.

E non è finita perché negli extra del DVD, che dura 85 minuti, ci sono altri 10 brani e quasi una ulteriore ora di musica con i Seatrain di Richard Greene (gli ex Blues Project), due cantautori acustici come Tom Rush, alle prese con una versione di Child’s Song bellissima, dell’allora emergente e sconosciuto canadese Murray McLauchlan, e Eric Andersen, la psichedelia rock dei Mashmakhan, altro gruppo locale dei tempi da riscoprire e altri brani di Ian & Sylvia (quelli di Four Strong Winds, qui alle prese con una dylaniana Tears Of Rage) accompagnati dai Great Speckled Bird con Amos Garrett alla chitarra, Buddy Guy Blues Band, con secondo chitarrista e sassofonista al seguito, e due brani a testa ancora per Grateful Dead e Janis Joplin. E sapendo che esiste moltissimo altro materiale uno sarebbe curioso di sapere cosa successe sul quel treno e su quei palchi, ma quello che ci regala questo Festival Express è sufficiente per renderlo uno dei film musicali indispensabili da avere. Se non sparisce qui sotto c’è una sorpresa…

Mi rendo conto che l’ho tirata un po’ per le lunghe per cui su Big Easy Express ci ritorno in un’altra occasione, appena possibile (e se trovo il tempo, se no accontentatevi), per il momento mi limito a consigliarvi anche quello, ne vale assolutamente la pena.

Bruno Conti

“Preparatevi Ad Essere Dominati”! Il Ritorno Dei Blues Traveler Suzie Cracks The Whip

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Blues Traveler – Suzie Cracks The Whip – 429 Records 2012

Attivi dai primi anni ’80 i Blues Traveler, poderosa rock band di New York, possono attribuirsi il merito di aver dato un sostanzioso contributo alla straordinaria espansione che la scena “jam” ha avuto nel corso di quest’ultimo ventennio. Negli anni ’90 questa formazione dava vita ad un tour itinerante (H.O.R.D.E.), che coinvolgeva numerosi giovani gruppi accomunati da una naturale propensione all’improvvisazione, tra i quali i già relativamente noti Phish, Dave Matthews Band e Widespread Panic. Nel corso della carriera la band ha collezionato una serie di buone prove di studio, l’omonimo Blues Traveler (90), Travelers & Thieves (91), Four (94), e l’ottimo Straight On Till Morning (97), ma è con gli album dal vivo, su tutti il doppio Live From The Fall (96) che la formazione rileva una chiara identità “jam”, che viene evidenziata nei loro live shows. Nella decade successiva una serie di eventi negativi segnano la vita del gruppo, il bassista Bob Sheehan viene trovato morto nella sua casa di New Orleans, e il leader John Popper subisce un intervento di angioplastica. Riorganizzata la formazione con Tad Kinchla al basso e Ben Wilson alle tastiere, i Blues Traveler trovano nuovi stimoli con il discreto Truth To Be Told (2003) e l’ottimo Bastardos (2005), prodotto da Jay Bennett dei Wilco.

L’attuale line-up del gruppo è composta oltre che dal carismatico leader cantante ed armonicista  John Popper, dai fratelli Chan e Tad Kinchla alle chitarre e basso, Ben Wilson alle tastiere, e dallo storico esplosivo batterista Brendan Hill, con ospiti alle parti vocali il redivivo Jono Manson e la sua “pupilla” Crystal Bowersox pescata dalla famosa trasmissione musicale American Idol (una versione meno tamarra del nostro X Factor). Apre You don’t Have To Love Me, ritmica potente e la voce e l’armonica di John sugli scudi, seguita da due brani firmati con il cantautore Ron Sexsmith, la bella Recognize My Friend dalla ritmica intrigante, e Devil in The Details con riff chitarristici vecchio stampo, marchio di fabbrica del gruppo. All Things Are Possibile  ha un ritmo  funky, mentre Things Are Looking Up è più di routine. Si riparte con Love Is Everything (That I Describe) una ballata incantevole uscita ancora dalla penna di Sexsmith, cui fa seguito una I Don’t Wanna Go firmata dalla brava Carrie Rodriguez (lanciata da Chip Taylor, fratello di Jon Voight e grande cantante e autore in proprio), un brano terribilmente piacevole, cantato in duetto con la bionda Crystal Bowersox. Il ritmo torna ad alzarsi con Nabody Fall In Love With Me e Cover Me due brani solidi e grintosi, l’armonica che gira a mille e una solida dose di energia. Con Saving Grace dell’amico Chris Barron (inizialmente John suonava con la prima formazione degli Spin Doctors) si torna alla ballata elettrica, con la voce di Popper in primo piano, una delle migliori del lavoro, mentre Big City Girls ci riporta su sentieri più feroci, sezione ritmica granitica, chitarre esplosive e tastiere potenti, una cavalcata alla Blues Traveler. Chiude la dolce Cara Let The Moon una composizione toccante per piano e voce, da ascoltare in religioso silenzio.

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Con questo ritorno Suzie Cracks The Whip i Blues Traveler celebrano i venticinque anni della loro attività (e per chi vuole approfondire è uscita una doppia antologia che contiene 18 brani noti dai loro album, più 11 tracce fra lati B, demo, inediti e remix), e se 25 anni vi sembrano tanti, per loro il tempo si è fermato, provate ad ascoltare questi nuovi pezzi, spumeggianti e rigogliosi, uno dei CD più riusciti del gruppo, che fanno ben sperare che la loro storia non sia ancora finita. Bentornati!

Tino Montanari

NDT: Attualmente la band è in tour con gruppi del livello dei Barenaked Ladies, Cracker e Big     Head Todd & The Monsters, se vi è possibile andate a sentirli dal vivo.

Aztec Camera:Ristampe Deluxe Edsel In Uscita A Settembre

 Aztec Camera Ristampe Edsel

 

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Come vi avevo preannunciato nei vari Post dedicati alle uscite future, a settembre è in uscita anche la discografia completa rimasterizzata e potenziata degli Aztec Camera, tutti e 6 gli album originali della band di Roddy Frame, in 3 diverse uscite.

Il primo album della loro discografia High Land, Hard Rain uscito in origine nel 1983 esce in versione Expanded singola il 18 settembre, con 7 bonus tracks:

       

  1. Oblivious
  2. The Boy Wonders
  3. Walk Out to Winter
  4. The Bugle Sounds Again
  5. We Could Send Letters
  6. Pillar to Post
  7. Release
  8. Lost Outside the Tunnel
  9. Back On Board
  10. Down the Dip
  11. Queen’s Tattoos (B-side to “Pillar to Post” – Rough Trade RT 112, 1982)
  12. Haywire (12″ B-side to “Oblivious” – Rough Trade RTT 122, 1983)
  13. Orchid Girl (B-side to “Oblivious” – Rough Trade RT 122, 1983)
  14. Set the Killing Free (B-side to “Walk Out to Winter” – Rough Trade RT 132, 1983)
  15. Oblivious (12″ Mix) (12″ A-side – Rough Trade RTT 122, 1983)
  16. Walk Out to Winter (12″ Extended Version) (12″ A-side – Rough Trade RTT 132, 1983)
  17. Oblivious (12″ Extended Remix) (12″ A-side – WEA AZTEC 1T, 1983)

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Knife, il secondo della serie, uscito in origine nel 1984, viene ristampato sempre in versione Expanded  singola il 4 settembre (quindi il primo a uscire nella nuova versione Edsel) con 9 tracce aggiunte, tra cui la celebre versione rallentata di Jump dei Van Halen:

 

  1. Still On Fire
  2. Just Like The USA
  3. Head is Happy (Heart’s Insane)
  4. The Back Door to Heaven
  5. All I Need is Everything
  6. Backwards and Forwards
  7. The Birth of the True
  8. Knife
  9. All I Need is Everything (7″ Edit) (single A-side – WEA AC1, 1984)
  10. Jump (B-side to “All I Need is Everything” – WEA AC1, 1984)
  11. All I Need is Everything (Remix) (12″ A-side – WEA AC1T, 1984)
  12. Jump (Loaded Version) (12″ B-side to “All I Need is Everything” – WEA AC1T, 1984)
  13. Mattress of Wire (Live @ The Dominion Theatre, London – 10/16/1984) (12″ B-side to “Still On Fire” – WEA AC2T, 1984)
  14. Walk Out to Winter (Live @ The Dominion Theatre, London – 10/16/1984) (Live @ The Dominion Theatre, London – 10/16/1984) (12″ B-side to “Still On Fire” – WEA AC2T, 1984)
  15. The Bugle Sounds Again (Live @ The Dominion Theatre, London – 10/16/1984) (Live @ The Dominion Theatre, London – 10/16/1984) (12″ B-side to “Still On Fire” – WEA AC2T, 1984)
  16. Backwards and Forwards (Live @ The Dominion Theatre, London – 10/16/1984) (10″ B-side to “Backwards and Forwards” – Sire 1-25285 (U.S.), 1985)
  17. The Birth of the True (Live @ The Dominion Theatre, London – 10/16/1984) (10″ B-side to “Backwards and Forwards” – Sire 1-25285 (U.S.), 1985)                                              aztec camera love.jpg

 

Love, è il terzo album della discografia, uscito in origine nel 1987, viene ristampato in versione doppia l’11 settembre:

 

Disc 1: Original LP (originally released as WEA LP WX 128 (U.K.), 1987)

  1. Deep & Wide & Tall
  2. How Men Are
  3. Everybody is a Number One
  4. More Than a Law
  5. Somewhere in My Heart
  6. Working in a Goldmine
  7. One and One
  8. Paradise
  9. Killermont Street

Disc 2: Bonus material

  1. Deep & Wide & Tall (Breakdown Mix) (12″ A-side – WEA YZ 154T, 1987)
  2. Bad Education (B-side to “Deep & Wide & Tall” – WEA YZ 154, 1987)
  3. The Red Flag (B-side to “How Men Are” – WEA YZ 168, 1988)
  4. Killermont Street (Live in Los Angeles – 12/8/1987)  (12″ B-side to “How Men Are” – WEA YZ 168T, 1988)
  5. Pillar to Post (Live in Los Angeles – 12/8/1987) (12″ B-side to “How Men Are” – WEA YZ 168T, 1988)
  6. Somewhere in My Heart (12″ Remix) (12″ A-side – WEA YZ 181T, 1988)
  7. Everybody is a Number One (Boston ’86 Version) (B-side to “Somewhere in My Heart” – WEA YZ 181, 1988)
  8. Somewhere in My Heart (The Alternate Mix) (10″ A-side – WEA YZ 181TE, 1988)
  9. I Threw It All Away (Live @ The Colston Hall, Bristol – June 1988) (B-side to “Working in a Goldmine” – WEA YZ 199, 1988)
  10. Working in a Goldmine (Instrumental) (12″ B-side to “Working in a Goldmine” – WEA YZ 199T, 1988)

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Il quarto nella serie delle ristampe è Stray, uscito in origine nel 1990, anche questo subisce il trattamento Deluxe doppio, in uscita l’11 settembre:

Disc 1: Original LP (originally released as WEA LP WX 350 (U.K.), 1990)

  1. Stray
  2. The Crying Scene
  3. Get Outta London
  4. Over My Head
  5. Good Morning Britain
  6. How It Is
  7. The Gentle Kind
  8. Notting Hill Blues
  9. Song for a Friend

Disc 2: Bonus material

  1. Salvation (12″ B-side to “The Crying Scene” – WEA YZ 492T, 1990)
  2. True Colours (B-side to “The Crying Scene” – WEA YZ 492, 1990)
  3. Consolation Prize (Live @ The Barrowlands, Glasgow – 8/4/1990) (CD single B-side – WEA YZ 521CD, 1990)
  4. Do I Love You? (from Red Hot + Blue – Chrysalis CHR 1799, 1990)
  5. Good Morning Britain (7″ Mix) (single A-side – WEA YZ 521, 1990)
  6. Good Morning Britain (Laylow Posse Hypno-Mix/Kitsch ‘N’ Sync Mix) (12″ A-side – WEA YZ 521T, 1990)
  7. Good Morning Britain (Laylow Posse Hypnomental/Instrumental Mix) (12″ B-side – WEA YZ 521T, 1990)
  8. Good Morning Britain (Laylow Posse Hypno-edit/Vocal Remix) (12″ B-side – WEA YZ 521T, 1990)
  9. Good Morning Britain (Mendelsohn Single Mix) (CD single A-side – WEA YZ 521CD, 1990)
  10. Good Morning Britain (Morning Acid Mix) (CD single B-side – WEA YZ 521CD, 1990)

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Il quinto della discografia originale a venire ristampato è Dreamland, uscito in origine nel 1991, anche questo esce in versione doppia Deluxe il 18 settembre:

Disc 1: Original LP (originally released as WEA LP 92492 (U.K.), 1993) + bonus track

  1. Birds
  2. Safe in Sorrow
  3. Black Lucia
  4. Let Your Love Decide
  5. Spanish Horses
  6. Dream Sweet Dreams
  7. Pianos and Clocks
  8. Sister Ann
  9. Vertigo
  10. Valium Summer
  11. The Belle of the Ball
  12. (If Paradise is) Half As Nice (with Andy Fairweather-Low) (from Ruby Trax: NME’s Roaring Forty – New Musical Express NME40LP, 1992)

Disc 2: Live at Ronnie Scott’s Club, London – 6/23/1991 (released as single B-sides to “Spanish Horses” (* = WEA YZ 688 CD1/CD2), 1992 and “Dream Sweet Dreams” (** = WEA YZ 740 CD3/CD4), 1993)

  1. Birth of the True *
  2. Song for a Friend *
  3. Killermont Street *
  4. Spanish Horses
  5. Stray *
  6. The Bugle Sounds Again *
  7. Dolphins *
  8. How Men Are **
  9. Sister Ann **
  10. Good Morning Britain **
  11. Mattress of Wire
  12. Let Your Love Decide **
  13. Orchid Girl **
  14. Just Like the USA (Live @ Sala Apolo, Barcelona – 5/5/1992) (B-side to “Spanish Horses” – WEA YZ 688, 1992)

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E per finire, l’ultimo album della discografia, Frestonia, pubblicato in origine nel novembre del 1995, esce in versione Expanded singola sempre il 18 settembre:

  1. Rainy Season
  2. Sun
  3. Crazy
  4. On the Avenue
  5. Imperfectly
  6. Debutante
  7. Beautiful Girl
  8. Phenomenal World
  9. Method of Love
  10. Sunset
  11. The Crying Scene (Live @ The Phoenix Festival – July 1995) (CD single B-side – WEA 007CD, 1995)
  12. Black Lucia (Live @ The Phoenix Festival – July 1995) (CD single B-side – WEA 007CDX, 1995)
  13. We Could Send Letters (Live @ The Phoenix Festival – July 1995) (CD single B-side – WEA 007CDX, 1995)
  14. Rainy Season (Live @ The Phoenix Festival – July 1995) (CD single B-side – WEA 007CDX, 1995)

Le date delle ristampe Edsel sono sempre un po’ ballerine per cui non garantisco sull’esattezza. In effetti i primi 5 album della Steve Miller Band che dovevano uscire a fine agosto sono slittati anche loro al 18 settembre (steve%20miller%20bandndnd

A questo punto, rimane ancora un bel Post da dedicare alle ristampe dei Beach Boys da parte della Capitol americana, ma si parla di fine settembre per cui ne parliamo prossimamente.

Bruno Conti

Novità Di Agosto Parte V. Sean Rowe, Amy Cook, Albert Cummings, Caroline Herring, Vanessa Lively, Gordie Tentrees, Art Garfunkel

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Ormai questa uscita antologica doppia di Art Garfunkel The Singer è diventata un tormentone. Più volte annunciato, è confermata l’uscita il 28 agosto, ma solo per il mercato statunitense, in Europa uscirà il 9 ottobre.

Sempre per il 28 agosto, a parte i titoli annunciati in tutti i Post di agosto, usciranno anche alcuni nomi “minori” ma  molto validi.

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Per esempio esce per la Anti il nuovo album di Sean Rowe, The Salesman And The Shark, dopo che il precedente Magic aveva colpito l’immaginario di molti, compreso il sottoscritto che l’aveva inserito nella “lista ampia” dei migliori del 2011 magic. Di questo nuovo album ho letto recensioni contrastanti, c’è già chi lo scarica come tipo da One Shot e chi ne parla bene, vedrò di ascoltarlo per applicare il mio infallibile metodo San Tommaso “provare per credere”, poi vi saprò dire! 

Un’altra voce, femminile in questo caso, Amy Cook, che mi aveva colpito favorevolmente con il precedente Let The Light In del 2010, prodotto da Alejandro Escovedo (credo l’unica produzione di un disco non suo) e anche con la partecipazione al disco di Nathan Hamilton, Beauty Wit And Speed. Questo nuovo Summer Skin pubblicato dalla Roothouse Records (?!?) mi sembra ancora migliore: intanto ha una band fantastica che suona con lei, David Garza alla chitarra, cantautore texano di gran pregio, Meshell Ndegeocello al basso e Jonathan Wilson alla batteria, tra gli altri. A duettare con lei ci sono anche Robert Plant in It’s Gonna Rain e lo stesso Plant e Patty Griffin in Airplane Driver. Ben Kweller ha scritto e canta le armonie vocali in Getting To You. A completare il tutto la produzione è affidata all’ottimo Craig Street. Risultato eccellente, consigliato!

Albert Cummings è un formidabile chitarrista e cantante blues di cui mi sono occupato in passato per il Buscadero. L’ultimo disco era uscito per la Blind Pig nel 2008, Feel So Good, un eccellente disco dal vivo. Considerato un epigono di Stevie Ray Vaughan, nel disco del 2004 True To Yourself e in From The Heart appaiono anche i Double Trouble. Un carpentiere-costruttore prestato alla musica si conferma anche con il nuovo No regrets che esce per la indipendente Oarfin Records. Se vi piace il rock-blues tosto e chitarristico qui c’è trippa per gatti.

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Tre nuovi titoli in uscita per la Crs, Continental Record Service, l’etichetta olandese distribuita per il mercato italiano dalla IRD.

Il primo è il nuovo disco della brava Caroline Herring Camilla, in America pubblicato dalla Signature Sounds. La Herring dopo gli ottimi Lantana e Golden Apples Of The Sun si conferma una delle più interessanti voci del folk indipendente made in USA. Spesso paragonata come stile a Joan Baez, Lucinda Williams e Steve Earle (mica male!) in questo disco si avvale oltre che di una ottima band, di alcuni colleghi e colleghe impegnate alle armonie vocali: Aoife O’Donovan dai Crooked Still, Mary Chapin Carpenter, Claire Holley e dall’Inghilterra Jackie Oates e Kathryn Roberts. Tra i musicisti ci sono Fats Kaplin e Bryn Davies che suonano anche nell’ultimo Blunderbluss di Jack White. Questa è un’altra di quelle brave, prendere nota!

Devo ammettere che fino a pochi giorni fa ignoravo l’esistenza di Vanessa Lively (non si può conoscere tutto), ma la cantante, texana d’adozione è al suo quarto album, questo Uncovering Stones, che era già stato distribuito a livello indipendente negli Stati Uniti, lo scorso anno. La CRS è una etichetta europea che va alla ricerca di materiale e artisti poco conosciuti americani e li distribuisce poi in Europa. Sono quelli che hanno fatto conoscere Israel Nash Gripka, scusate se è poco.

Anche questo Gordie Tentrees, magari non a livello si Gripka, mi sembra un nome da tenere d’occhio. Non è un novellino neppure lui, North Country Heart è il quinto album per il cantautore canadese, dicono che sia il suo migliore e da quello che ho potuto ascoltare mi sembra molto buono. Tra l’altro a questo link http://continentalrecordservices.bandcamp.com/, potete ascoltare alcuni brani di tutti e tre gli album, oltre ad altre novità dal catalogo Continental Record Service, basta cliccare sulla copertina del disco e vi si apre tutto un mondo.

C’è ancora buona musica in giro per il mondo basta trovarla, quindi, come al solito, la ricerca continua!

Alla prossima.

Bruno Conti

Il Disco E’ Sempre Bello, Come Al Solito, Ma Cosa Diavolo E’ Un Flipper Mistico?!? John Hiatt – Mystic Pinball

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John Hiatt – Mystic Pinball – New West – 25-09-2012 CD/LP 3 facciate 180 grammi

In Same Old Man si facevano chiamare Ageless Beauties e a fianco di Patrick O’Hearn al basso e Kenneth Blevins alla batteria c’era Luther Dickinson alla chitarra, nel successivo The Open Road e anche per Dirty Jeans And Mudslide Hymns, pur con l’arrivo del nuovo chitarrista Doug Lancio, hanno mantenuto lo stesso nome. Anche in Mystic Pinball a fianco di John Hiatt ci sono sempre loro, ma il nome del gruppo si è tramutato in un più funzionale The Combo.

Questa volta ho voluto iniziare dai musicisti che suonano nel disco di Hiatt: è dai tempi di Bring The Family con Ry Cooder, Nick Lowe e Jim Keltner che sarebbero diventati con lo stesso Hiatt, in seguito, i Little Village, che il buon John ha fiuto con i musicisti. Vogliamo parlare dei Goners di Slow Turning dove c’era già Blevins con un certo Sonny Landreth alla chitarra? E in Stolen Moments, altro piccolo (o grande) capolavoro c’era un giovane Ethan Johns, non ancora diventato produttore, alla batteria, a dividersi la sezione ritmica con il veterano Pat Donaldson (quello dei dischi di Sandy Denny, Richard Thompson e John Cale), e alla chitarra c’era un certo Mike Henderson che oltre a suonare con la crema della musica americana, negli anni successivi, ha avuto una eccellente carriera anche da solista e annovera Mark Knopfler tra i suoi grandi fans.

Perché vi dico tutto ciò? Non lo so! No, questa lo so. Nelle mie recensioni, e parlando di musica in genere, mi piace citare i nomi dei musicisti che suonano in un disco, ma non si tratta di vile nozionismo, è importante “anche” sapere chi suona in un album. Certo, per i nuovi gruppi o i nomi emergenti forse è pleonastico, ma poi questi musicisti si costuiranno in futuro, se sono bravi, un curriculum che nel prosieguo della loro carriera sarà importante, come in tutti i mestieri, anche quelli artistici. Qualcuno  potrebbe diventare un “genio”( pochi, pochissimi, sempre meno), ma molti diventeranno degli onesti o “geniali” artigiani, per cui sapere con chi hai a che fare quando ascolti un disco è importante. Poi contano le canzoni, la bravura dell’artista, il produttore, l’ispirazione, ma partire bene non è mai una cattiva idea. Detto questo veniamo al disco, come dice il titolo del Post, sempre bello ma, a parere di chi scrive (e chi altri se nò?), e dopo alcuni ascolti, leggemente inferiore al precedente e-intanto-john-hiatt-non-sbaglia-un-colpo-dirty-jeans-and-mu.html. La critica ricorrente ai dischi di John Hiatt (come a quelli di Van Morrison, per fare il nome di un altro “bravino”) è “che si assomigliano tutti un po!”. Sarà anche verò, ma meglio uno che fa tanti dischi uguali, ma belli, perché nel corso degli anni si è creato un suo canone musicale personale o quei geniazzi sempre alla ricerca di nuove strade e sonorità, spesso con risultati disastrosi (ma che qualche estimatore trovano sempre), solo per questa ricerca spasmodica della “giovinezza artistica” a tutti i costi?

Non per nulla, se ci fate caso, Hiatt, da qualche anno, ha anche sempre lo stesso tipo di cappello nelle foto e sulle copertine, cambia il colore, ma il modello è quello, come i musicisti, negli anni cambiano, ma il modello è sempre, almeno per Hiatt, chitarra, basso e batteria (poi ci si ricama sopra) e una voce della madonna! Il discorso è sempre quello, si ricasca sempre a parlare delle stesse cose, quando chi critica dice, un po’ di coraggio nel cambiamento, cosa ci si aspetta? Un disco di musica elettronica, contaminazioni ambient, heavy metal, folk, dubstep, un bel disco di jazz alla Glenn Frey (notare l’ironia)? Tutto il resto c’è già: rock, blues, soul, country, canzoni d’autore, sapientemente miscelati e poi la voce, unica e caratteristica. Il produttore, Kevin Shirley, (lo stesso di Bonamassa, un dischetto insieme?), come nel precedente, aggiunge quella definizione dei suoni, una patina rock che domina i primi brani, quel’aria da It’s Only Rock and Roll, alla Stones, con il riff bluesato di We’re Alright Now e la slide di Lancio che taglia il tessuto della canzone, il basso marcato di O’Hearn e la batteria agile di Blevins, il “solito” Hiatt. Stesso discorso per Bite Marks, un brano rock ancora più aggressivo e cattivo, quasi fossero i vecchi Free di Fire and water. It All Comes Back Someday viceversa è uno dei classici brani del suo repertorio, solare e avvolgente, cantata alla grande e suonata anche meglio, con versi e ritornello al loro posto, quella bella “vecchia musica” soddisfacente. Wood Chipper è un Hiatt più bluesato, per certi versi vicino al suono di Crossing Muddy Waters, recentemente ristampato, con i suoni di chitarra, basso (fantastico O’Hearn) e batteria, molto ben delineati. Anche My Business, aperta dal consueto ululato dell’Hiatt più arrapato, è un qualche standard indefinito del Blues, con un nuovo testo, un po’ come fa Dylan ultimamente.

E poi c’è I Just Don’t Know What To Say! Una di quelle ballatone d’amore meravigliose che sa scrivere (e cantare) solo John Hiatt: aahh, tirate un profondo respiro, vi accomodate su una poltrona, alzate il volume e vi godete questi quattro minuti e mezzo di grande serenità, non sarà più incazzato come ai tempi d’oro, ma canta sempre un gran bene e la slide e il mandolino di Lancio aggiungono spessore alla canzone così come il piano suonato dallo stesso John. Come direbbe Cetto La Qualunque “Più Hiatt Per Tutti!” deve essere il motto. Tornando seri, e al disco, anche I Know How To Love You appartiene al filone più riflessivo, da balladeer, meno intensa della precedente ha comunque quell’andatura caratteristica di Hiatt, con spunti melodici piacevoli, ma in effetti queste lui le scrive anche dormendo, mentre in dischi di altri farebbero gridare al miracolo. Si torna ai riff stonesiani (o alla Mellencamp, che è “quasi” la stessa cosa) per una onesta You’re All The Reason I Need e poi nuovamente al sound bluesato per una One Of Them Days con fiati ed un inconsueto Doug Lancio che estrae dal cilindro un breve e ficcante solo con wah-wah.

No wicked grin è l’altra ballata del CD, acustica e malinconica, sempre cantata con grande partecipazione da Hiatt, semplice e genuina come la sua musica. Give It Up è il quasi inevitabile omaggio alla musica country, un altro degli ingredienti immancabili della musica del cantante di Indianapolis, ovviamente non quella bieca della Nashville peggiore, ma dal Tennessee, patria anche di grande soul, quindi un brano, dove al fianco della pedal steel convivono il call and response che i coristi ricavano dall’errebì più genuino. Blues can’t even find me potrebbe essere una svolta futura, un Hiatt che tra dobro, slide e contrabbasso esplora le radici acustiche della sua musica con ottimi risultati.

Esce il 25 settembre, ma come dicevo nell’anteprima viene già venduto nelle date del suo tour americano. Non ho visto altre recensioni per cui credo di essere il primo a parlarne, a parte le consuete decine di Post costruiti con il copia e incolla del comunicato stampa senza neppure ascoltare l’album, come è ormai usanza deleteria.

Ricordate dove lo avete letto per la prima volta, nel frattempo la ricerca continua privilegiando, ove possibile, i dischi di cui non hanno ancora parlato le riviste cartacee (anche il Buscadero su cui scrivo)! Sempre ricordando un altro dei motti della gloriosa Mai Dire Gol, “ascolta un cretino”!

Bruno Conti

Anche Questo Era Sfuggito! Beatles – Magical Mystery Tour Special Boxed Deluxe Edition

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Prima, un breve comunicato per i naviganti. Visto che ci scrivo (questo mese appaiono 8 mie recensioni, che comunque leggete gratis e in anteprima anche sul Blog, insieme a tutto il resto, in questi giorni sto preparando quella del nuovo John Hiatt, molto bello), volevo avvisarvi che, per la serie strano ma vero, è già uscito il numero di Settembre del Buscadero, un miracolo, considerando gli abituali ritardi.

Per la serie la pubblicità è l’anima del commercio e quindi svolti questi doveri promozionali passiamo a questo ennesimo cofanetto dedicato ai Beatles. Se cliccate sull’immagine si allarga a dismisura e potete godere la confezione in tutto il suo splendore. Uscirà il 9 ottobre, quindi siamo nettamente un anticipo ma le notizie sono già state rese note per cui vai con le news: 

Magical Mystery Tour (per il 45° Anniversario) uscirà in DVD o Blu-Ray, con il film originale di 53 minuti ma nelle Special Features ci sarà tutto questo Ben Di Dio:

Director’s Commentary – by Paul McCartney

The Making of Magical Mystery Tour (19m 05s)

– Features interviews with Paul and Ringo, along with other cast members and crew. Includes unseen footage.

Ringo the actor (2m 30s)

– Ringo reflecting on his role in the film.

Meet The Supporting Cast (11m 27s)

– A feature on the background and careers of Nat Jackley, Jessie Robins, Ivor Cutler, The Bonzo Dog Doo-Dah Band, Victor Spinetti, George Claydon, and Derek Royle.

“Your Mother Should Know” (2m 35s)

“Blue Jay Way” (3m 53s)

“The Fool On The Hill” (3m 05s)

– Three new edits of these performances all featuring footage not seen in the original film.

“Hello Goodbye” (3m 24s), as featured in Top of the Pops 1967

– The Beatles allowed the BBC to film them in the edit suite where they were working on Magical Mystery Tour. This was then turned into a promo by the BBC, who shot their own additional footage. It was then broadcast on Top of the Pops to mark the “Hello Goodbye” single going to No 1 in December 1967.

Nat’s Dream (2m 50s)

– A scene directed by John featuring Nat Jackley and not included in the original film.

Ivor Cutler – “I’m Going In A Field” (2m 35s)

– Ivor performs “I’m Going In A Field”, in a field. This scene was not included in the original film.

Traffic – “Here We Go Round The Mulberry Bush” (1m 53s)

– The filming of Traffic acting out their 1967 hit single “Here We Go Round The Mulberry Bush” was commissioned by The Beatles for possible inclusion in Magical Mystery Tour but was not used in the final edit.

E comunque il 5 ottobre sarà anche il 50° Anniversario dell’uscita di Love Me Do (vero, non come quello farlocco dei 50 anni dalla prima esibizione dal vivo degli Stones?!?), la EMI non farà nulla? Mistero. Per il momento tutto tace!

Non è tutto, pare che, come comunicato dal regista Michael Lindsey-Hogg, nel 2013 finalmente avremo le edizioni del film Let It Be, sia in DVD che in Blu-Ray. Dovrebbe essere un doppio con un documentario sul Making Of del film e moltissime scene che al tempo il regista aveva dovuto tagliare per l’atmosfera, diciamo, non sempre serena che aveva caratterizzato quel periodo. Ma questo è ancora da confermare. Però visto che gli annunciati Yellow Submarine e Magical Mystery Tour si sono  concretizzati, sperare non costa nulla.

Bruno Conti

Altri “Muli” Di Valore Dalla Virginia. Wrinkle Neck Mules – Apprentice To Ghosts

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Wrinkle Neck Mules – Apprentice To Ghosts – Blue Rose 2012

I Wrinkle Neck Mules, quintetto originario di Richmond (Virginia), sono una delle band “minori” più interessanti del rock provinciale americano. Il gruppo capitanato dal chitarrista di origine armena Andy Stepanian, e coadiuvato da Mason Brent  alla pedal-steel e mandolino, Brian Gregory al basso, Stuart Gunter alla batteria e percussioni e Chase Heard al banjo e chitarre, esordisce con Minor Enough (2004), a cui faranno seguito Pull The Brake (2006), The Wicks Have Met (2007) e Let The Lead Fly (2009), il disco che indubbiamente li ha fatti conoscere ad un pubblico più vasto. Con questo nuovo lavoro, Apprentice To Ghost i Mules ampliano il loro suono, con una sezione ritmica più potente, da vera rock band, usando ogni tipo di strumento a corda, ma, nel parere di chi vi scrive,  principalmente continuando a scrivere canzoni valide, nella tradizione dell’alternative country più “roots”.

Basta ascoltare l’iniziale When The Wheels Touch Down, una ballata d’altri tempi, molto rock, voce grintosa e la batteria ben presente dentro il brano, mentre Stone Above Your Head è pura “Americana” (ricorda i primi Jayhawks). On Wounded Knee è un brano dal suono tosto, seguito dalla title-track, lenta e rilassata e con un delizioso intervento alla pedal-steel di Brent. Patience In The Shadows e Double Blade sono due composizioni classiche, con voci all’unisono, un suono leggermente garage e “feeling” da vendere. Un intrigante mandolino accompagna Parting Of The Clouds, mentre Leaving Chattanooga viaggia in territori cari a gruppi come la Nitty Gritty Dirt Band. Si torna alla country-song con Liberty Bell e Banks Of The James (con il banjo che domina) con un “sound” elettroacustico e crepuscolare, tipico del movimento “no depression”. La vivace e quasi galoppante Central Daylight Time (è come se i Beat Farmers si fossero riuniti (di questi tempi può succedere di tutto), precede la conclusiva Dry Your Eyes splendida ballata che inizia a lievitare sulle note del banjo di Chase Heard, che ci trasporta tutti nelle ampie distese tra Texas e Messico.

Tutte le canzoni sono accreditate all’intera band, quasi a rivendicare che nessun componente abbia un ruolo da leader fisso, la stessa filosofia che animava gruppi come gli Uncle Tupelo, Son Volt, Jayhawks di ieri, e i Reckless Kelly, Bottle Rockets, Blue Mountain di oggi. Nulla di nuovo sotto il sole, ma una maturità e una perfezione nel delineare melodie e impasti vocali, che portano questi ragazzotti della Virginia a diversificarsi dalla massa di proposte roots e americana che inondano il mercato, in definitiva uno dei migliori CD degli ultimi mesi. Se amate il genere, non dimenticatevi dei Wrinkle Neck Mules, una band da tenere d’occhio, sapranno accontentarvi senza chiedere troppo in cambio, giusto quei 15-20 euro del CD.

Tino Montanari   

Swing Brother Swing “Gezz All’Italiana” Live Al Milestone Di Piacenza

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Swing Brother Swing – Live Al Milestone Di Piacenza 15.01.2012 – Distribuzione Indipendente

La modalità di distribuzione dopo nome del gruppo e titolo, è un eufemismo per significare che il disco se lo fanno e se lo vendono da soli.

Ancora una volta si parla di musica italiana, “gezz”, scritto così potrebbe anche essere, ma i più accorti, già dal nome del gruppo, avranno intuito che si tratta di jazz, o meglio di un incrocio tra la musica americana e la canzone italiana vicina a questi stilemi. Il nome Sergio “Tamboo” Tamburelli era già ricorso nelle pagine virtuali di questo Blog, collegato alle imprese della band pavese dei Lowlands e in particolare la sua partecipazione al tributo a Woody Guthrie, dove immodestamente lo paragonavo vocalmente a Tom Waits. Poi una cosa tira l’altra, e sia pure in ritardo, eccomi qui a parlare dell’altra, e principale, attività musicale del buon Tamboo. Non ci sono fini nascosti, solo della sana promozione, per della buona musica, vogliamo chiamarlo un “piccolo marketting”? E chiamiamolo così.

Quelli che leggono il Blog sanno che qui non tratto spesso né di musica italiana né di jazz perché, come direbbe un recensore di stampo anglosassone come il sottoscritto “It’s not my cup of tea”, ma non perché non ami i generi, solo per mere questioni di tempo. Già non ce la faccio a sentire tutti i dischi che dovrei e vorrei, figuriamoci a recensirli, ma l’eccezione conferma la regola e, in ritardo come detto sopra, visto che è già uscito da qualche mese, eccomi a parlare di questi Swing Brother Swing. Chi sono costoro? Oltre al suddetto Tamboo, voce, e visto il cognome, washboard, abbiamo Pietro Bonelli alla chitarra e fondatore della band, Daniele Petrosillo al contrabbasso, Fabio Villaggi alla batteria e, per l’occasione, nella formazione a sei con fiati, Claudio Perelli al sax alto e clarinetto e Gianni Satta a tromba e cornetta. I 6 assi di cuori, come simpaticamente ripresi nella foto interna del CD in formato digipack. Il disco è registrato a Piacenza, ma se non sbaglio (e non lo faccio) loro sono dell’area del pavesotto, che, se non è entrata ancora in vigore la nuova distribuzione delle province, non fa parte dell’hinterland milanese, come mi è capitato di leggere in rete!

Due cose che sono saltate all’occhio “dell’abile recensore”: l’omaggio, nel logo del CD, neppure troppo velato, ad una nota etichetta discografica che non citiamo, per evitare che li faccia restare in mutande per richiesta danni e la durata di un paio di brani che ci danno l’occasione di addentrarci nel contenuto del dischetto. Che durate sono 4.68 per Carina e 4.89 per Basin Street, riportate nel retro dell’album? Non sono più 60 i secondi per minuto? Oppure queste copie sono destinate a diventare come il Gronchi rosa, materiale per collezionisti, mistero!

Otto brani e una breve intro per questo disco: il protagonista è soprattutto il bravo Sergio “Tamboo” Tamburelli, che è un entertainer, tradotto in italiano intrattenitore, ma anche “chiacchierone”potremmo dire, a causa dei lunghi intermezzi parlati e le introduzioni, mai troppo didattiche, ai brani, assai piacevoli, parte dello spettacolo in fondo. Gli altri musicisti swingano di gusto, tra musica italiana e classici del jazz. Permettete Signorina era uno dei classici di Nicola Arigliano, un crooner italiano che ha vissuto due momenti di gloria, prima negli anni ’60 con partecipazioni Sanremesi e la pubblicità di un famoso digestivo e poi nuovamente a cavallo tra fine anni ’90 e primi 2000 con una seconda giovinezza. Tamboo mescola il suo timbro vocale alla classica inflessione vocale di Arigliano, come fa pure nel primo omaggio al suo vero idolo, il grande “Satchmo”, Louis Armstrong, altro sanremese dell’epoca, di cui interpreta C’Est Si Bon, che era un brano francese portato al primo successo in inglese da Eartha Kitt, ma poi diventato uno dei cavalli di battaglia di Armstrong, di cui Tamburelli si diverte a riproporre il timbro vocale e facendolo si sente che gode come un riccio in questa sua veste di entertainer. Carina è un brano che fu portato al successo da un altro grande interprete della canzone italiana, Fred Buscaglione, ma la faceva anche Arigliano e, in anni più recenti, Ray Gelato, altro cultore del genere. Ovviamente il brano si presta al medley e in corso d’opera si trasforma in Hello Dolly che non poteva mancare.

Basin Street è una delle vie principali di New Orleans, culla dello swing, del jazz e del dixieland e di mille altri generi, ma è anche il nome di un altro celeberrimo brano di Armstrong. A proposito di brani, il nostro amico canta e gigioneggia con il pubblico, prova a farli cantare in vece della sezione fiati di Count Basie, con risultati devo dire non eclatanti (Sergio, lascia perdere, noi italiani andiamo bene per cantare le “opere” di Ramazzotti, Baglioni, al limite Vasco, quelli più meritevoli se la cavano con Bruce) ci introduce al washboard ma lascia anche ampio spazio agli altri musicisti, soprattutto Claudio Perelli, al sax e al clarinetto, che nel corso del concerto sale al proscenio più volte meritandosi quel featuring sulla cover del disco. Guarda Che Luna, ancora di Buscaglione, viene presentata come un esempio di torch song all’italiana raffrontata a quelle classiche della grande Billie Holiday, una canzone della quale, detto per inciso, dà il nome al gruppo. 20 KM Al Giorno è l’altro grande standard dell’opera di Nicola Arigliano e la versione di questo Live gliene rende merito.

Poi c’è il gran finale con Sing Sing Sing che sul CD risulta di 5 minuti e 10 ma dal counter del mio lettore si avvicina ai sette, la versione strumentale è attribuita a Benny Goodman che l’ha resa imperitura, ma secondo me è un composito con la versione originale, che era cantata, e fu scritta da un personaggio e musicista che questo genere ha frequentato con grande profitto, un altro Louis figlio di New Orleans, che fa Prima di cognome. L’ultimo brano è un ulteriore omaggio a New Orleans, un’altra strada, Bourbon Street Parade, e un’altra impersonificazione del mitico Ambassador. Le ultime parole captate dal microfono sono “A noi piace divertirci”, detto dal Tamboo al suo pubblico ed è un po’ la filosofia di questo disco. Sarà jazz o swing, come preferite, ma sempre musica per “Carbonari”, quindi adatta a questo Blog. Non credo il CD sia facilissimo da reperire ma se siete adepti del genere un piccolo sforzo vale la pena di farlo, e poi “buon divertimento” anche a voi!

Bruno Conti

Nostalgici Del Futuro Nel Passato! Old Crow Medicine Show – Carry Me Back

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Old Crow Medicine Show – Carry Me Back – ATO Records

Per il titolo ho fatto un triplo salto mortale con ossimoro avvitato, è talmente contorto che quasi non l’ho capito neppure io che l’ho scritto. Come avrebbe detto qualcuno degli addetti ai lavori calcistici che imperversava sul Mai Dire Gol dei gloriosi inizi ” forse non mi sono capito bene!”. Ma facezie a parte, questo fenomeno delle, come vogliamo definirle?, string bands, che fanno un genere che, in mancanza di termini migliori e per convenienza chiameremo Bluegrass, negli ultimi anni ha colpito la scena musicale americana. Anche se poi andiamo a vedere bene è uno stile che è sempre stato presente negli States: è la loro musica, tanto quanto il rock and roll, il blues o il jazz. Lo chiameranno anche country, con il rischio di confonderlo con molta della porcheria che esce da Nashville (non tutto, c’è molto da salvare anche lì), ma ora, per gli strani casi della vita, è diventata una sorta di musica futuribile, alternativa addirittura, per i gruppi più giovani, come gli stessi Old Crow Medicine Show, viene presentata addirittura come una rottura con il passato.

Al sottoscritto non pare proprio, se un tempo un gruppo come la Nitty Gritty Dirt Band, country-rock per attitudine, faceva un disco super tradizionale come Will The Circle Be Unbroken, oggi ci sono band come gli Avett Brothers, sodali per certi versi degli Old Crow, che affiancano senza problemi musica elettrica ed acustica, country e bluegrass, con il rock mainstream, sotto la produzione di un Rick Rubin. Ma potremmo citare anche gruppi del filone jam come gli String Cheese Incident o la Yonder Mountain String band e molti altri che veleggiano al limite di queste convenzioni sonore. Gli Old Crow Medicine Show sono forse più “puristi”, string band acustica per definizione, niente batteria, niente chitarre elettriche, contrabbasso per tenere il ritmo ma aperti a collaborazioni con altri artisti anche di generazioni precedenti, contrariamente a quello che dicono alcuni giovani recensori che non riscontrano questi legami con il passato. Ad esempio in questo Carry Me Back, Jim Lauderdale, grande musicista di culto della scena musicale country americana della generazione precedente, scrive, e canta con loro, nella bella ballatona Half Mile Down, un lamento sulle tradizioni della grande America rurale che si vanno perdendo.

E poi non è che siano degli integralisti assoluti, nel precedente Tennessee Pusher, prodotto da Don Was, batteria e qualche sprazzo di elettricità c’erano. E non dimentichiamo che lo scorso anno, su invito dei Mumford and Sons, in ricordo delle vecchie carovane che il nome del gruppo evoca, hanno girato per gli Stati Uniti in treno, anche con Edward Sharpe and the magnetic Zeros, in un Big Easy Express Tour che è diventato anche un bel documentario in Blu-Ray/DVD. Una formula che era ripresa dal vecchio Festival Express, un altro tour su carrozze del 1970, quando band del calibro dei Grateful Dead, Janis Joplin, la Band, ma anche Flying Burrito Brothers, Sha Na Na e molti altri, avevano scorrazzato in treno per le lande canadesi.

Chiusa la parentesi torniamo a questo Carry Me Back. Per la prima volta sono entrati nei Top 30 della classifica americana, sia pure al 22° posto, e solo per una settimana, anche se i loro concerti, come documentato da vari DVD, sono frequentati da orde di giovanissimi assatanati, accorsi per ascoltare e ballare con i loro frenetici breakdowns a base di violino, banjo e chitarre acustiche a velocità supersoniche, un po’ come accade nelle sezioni acustiche degli shows degli Avett Brothers. O, a livello ancora più di massa, nelle parti più folk degli spettacoli dei Mumford and Sons, il cui album di esordio (in attesa del nuovo Babel in uscita il 25 settembre, così come The Carpenter degli Avett l’11 settembre) è nelle classiche USA da 125 settimane. E nelle classifiche americane di genere il disco degli Old Crow, lo trovate in quelle di Folk, Country, Bluegrass e Tastemakers (qualsiasi cosa voglia significare), non solo, se cercate su AllMusic Guide per vedere, oltre al genere, Pop-rock/Folk/Country, a che stili si possano accostare, troverete: Neo-Traditional Folk, Jug Band, String Band, Americana e Contemporary Folk. E quindi?

E quindi sono dodici brani dodici, per un totale di 36 minuti e 50, dove Ketch Secor e soci, soprattutto Critter Fuqua e Willie Watson, perché altri membri della band vanno e vengono, ci accompagnano in un frenetico viaggio a tempo di strumenti a corda con alcune ballate a spezzare la frenesia delle operazioni. Dopo David Rawlings, che ha prodotto i primi due album e il già citato Don Was che ha curato il terzo, questa volta, per l’esordio su ATO Records (l’etichetta di proprietà di Dave Matthews) si sono affidati a Ted Hutt, non più impegnato con i Gaslight Anthem, e già veterano della musica folk in senso lato per i suoi trascorsi con Dropkick Murphys e Flogging Molly. Il risultato è un disco dove la musica degli OMCS, risalta chiara e cristallina, con venature di old time e mountain music (queste non le avevamo ancora citate).

Siano i ritmi forsennati della iniziale Carry me Back To Virginia, dove le arie tradizonali irlandesi li avvicinano ai migliori Pogues, se fossero nati negli Stati Uniti, ma anche viceversa. We don’t Grow Tobacco è una bella country song cadenzata con il violino in primo piano, cantata da Secor, ancora sulle vecchie tradizioni che vanno scomparendo. Levi è una ballata old time corale molto bella, ai livelli delle cose migliori della Nitty Gritty dei tempi d’oro mentre Bootlegger’s Boy è uno di quei brani bluegrass suonati a tutta velocità, se venisse attivato l’autovelox gli verrebbe ritirata la patente per superamento dei limiti. Ain’t It Enough è un bel valzerone con armonica e chitarra acustica in evidenza, qualche richiamo dylaniano ma di nuovo ancora e soprattutto alla Nitty Gritty Dirt Band che era maestra in questo tipo di brani, qualcuno ha detto Mr. Bojangles?

Mississippi Saturday Night dal vivo dovrebbe fare sfracelli, la velocità è all’incirca doppia rispetto a Bootlegger’s dove già tiravano come dei dannati. Steppin’ Out è una sorta di ragtime e qui lo stile è veramente quello delle string bands, alla Carolina Chocolate Drops, per citare un altro gruppo di giovanotti e giovanotte di belle speranze. Genevieve è una ballata di classe sopraffina, con armonie da leccarsi i baffi, un piccolo capolavoro che ti potresti aspettare da un gruppo di questo spessore, bellissima! Country Gal, come da titolo, è un brano che si sarebbe potuto trovare nel repertorio di un Hank Williams, con tanto di citazione di Hey Good Lookin’ nel testo della canzone. Di Half Mile Down abbiamo detto, rimangono la classica fiddletune Sewanee Mountain Catfight che dall’altra parte dell’oceano i Fairport Convention avrebbero definito un reel e Ways Of Man, un’altra ballata stupenda alla Guy Clark o Townes Van Zandt, con Critter Fuqua e Jim Lauderdale alle armonie vocali e una struggente fisarmonica e il piano ad alternarsi a condurre le danze, un’altra piccola meraviglia di questo  gioiellino della musica americana che risponde a Carry Me Back.

Super consigliato per chi ama il genere, ma in generale a tutti. Veramente bella musica, futura, presente e passata!

Bruno Conti