E Alla Fine Ne Rimase Uno! Lynyrd Skynyrd – Last Of A Dyin’ Breed

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Lynyrd Skynyrd – Last Of A Dyin’ Breed – Roadrunner/Warner

Anche per i Lynyrd Skynyrd siamo ormai intorno ai fatidici 40 anni di carriera, (Pronounced ‘Lén-‘nèrd ‘Skin-‘nérd usciva nell’agosto del 1973) e tra dure prove e tribolazioni varie, il gruppo continua la sua vita, ma come dice il titolo del nuovo disco Last Of A Dyin’ Breed,” L’ultimo di una razza in via di estinzione”, si potrebbe tradurre anche con “E alla fine ne rimase uno!”. Eh sì, perché ormai della formazione originale è rimasto solo Gary Rossington: sulla carta, e nei concerti dal vivo, dove sono ancora assolutamente da non perdere, un gruppo che comprende Johnny Van Zant, che però rimarrà sempre il fratello di…, Rickey Medlocke l’ex leader dei Blackfooot (ma era anche nella primissima formazione dei Lynyrd), ora anche Johnny Colt, ex bassista dei Black Crowes e due onesti comprimari come Michael Cartellone alla batteria e Peter Keys alle tastiere, un nome, o meglio un cognome, un destino, è certamente una band di tutto rispetto, ma sulla carta.

Nei dischi ormai il southern rock è un ricordo lontano, il country e il boogie che erano due degli elementi portanti del genere sono stati sostituiti da un hard rock di mestiere (per l’amor di Dio, buono) e dal letale AOR (Adult Oriented Rock) che gli americani hanno sempre amato. Poco blues, rare ballate, però probabilmente hanno ragione loro, visto che questo disco ha esordito nelle classifiche americane al 14° posto, che è la posizione più alta dai tempi di Street Survivors, anche se i quantitativi di vendita odierni sono un pallido ricordo di quelli dei tempi che furono. Eppure ogni tanto la vecchia classe riaffiora e il prodotto in sé non è malvagio in toto, sempre se dimentichiamo chi erano e li consideriamo un altro gruppo.

Ma l’iniziale Last Of A Dyin’ Breed, con la slide insinuante di Rossington, un bel groove boogie della band, un cantato convinto e potente di Van Zant, l’arrangiamento arricchito da delle tastiere non tamarre, una spruzzatina di fiati, mi avevano illuso che questa volta forse si potesse tornare, sia pure in parte, ai fasti del passato, ma se non c’era riuscita la formazione degli anni ’80 e ’90, che aveva molti dei musicisti originali, a parte forse nel robusto unplugged Endangered Species, era quasi inevitabile che anche questa volta ci saremmo cuccati dell’onesto hard rock melodico. Fanno eccezione un paio di ballate, Ready To Fly, che però dopo l’intro pianistica alla Freebird si perde in un mare di tastiere e chitarre poco incisive, Something To Live For che ha degli sprazzi dell’antico splendore, il duetto a tempo di boogie tra Van Zant e Medlocke nell’energica Mississippi Blood introdotta da un dobro che ricorre nel brano. Dobro e slide che ritornano insieme anche nella conclusiva Start Livin’ Life Again che ha nella sua costruzione sonora quegli elementi country e southern tipici del genere.

Ma Nothing Comes Easy, con l’aggiunta dell’ex chitarrista di Marylin Manson, John 5 (ed è tutto dire) e Homegrown, che sembra un pezzo dei Nickelback o del peggior Bon Jovi, per chi scrive sono insopportabili, anche se sicuramente avranno dei fans negli amanti del genere. L’edizione Deluxe ha quattro brani aggiunti: una Poor Man’s Dream appena sufficiente, sempre per il lavoro delle soliste che spesso salva la giornata, Do It Up Right un altro brano con uso di slide e un cantato onesto di Van Zant con Dale Krantz-Rossington e socie che cantano di gusto in ricordo dei vecchi tempi. Sad Song è una hard ballad non disprezzabile e Low Down Dirty è duretta ma non orrida anche se gli arrangiamenti sono pessimi, hard rock di maniera. La sufficienza stiracchiata per meriti raggiunti e qualche buona canzone, ma non è sicuramente indispensabile da avere. Diffidate di recensioni trionfalistiche!

Bruno Conti

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