Forse Non “Quello Giusto”, Ma Non Male Per Un 77enne! Bobby Rush – Down In Lousiana

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Bobby Rush – Down In Louisiana – Deep Rush Records/Thirty Tigers

Se mi chiedessero a bruciapelo di ricordare un paio di album di Bobby Rush, probabilmente citerei Mourning In The Morning e So Many Roads. E sbaglierei, perché sono entrambi dell’altro Rush, Otis, “quello giusto”. D’altronde se qualcuno cerca in rete, nelle varie biografie di Bobby Rush, non corrisponde neppure la data di nascita: c’è chi indica novembre 1935, chi novembre 1940 (ad esempio Wikipedia in inglese o italiano), e non è una differenza da poco. Peraltro, se uno dovesse giudicare dalla foto di copertina di questo ultimo album, Down In Lousiana, dal colore dei capelli (un nero corvino improbabile simile a quello di molti attori e cantanti, probabilmente usano la stessa tinta) si potrebbe presumere che Rush sia nato addirittura intorno al 1970. Ma lasciamo da parte questioni tricologiche ed anagrafiche … anche se, approfondendo, consideriamo come anno di nascita il 1935, sarebbe lo stesso anno di nascita di gente come Gene Vincent o Elvis Presley, il secondo già morto, sia pure da poco, quando il buon Bobby pubblicava il suo primo album nel 1979.

Questo per dire che, come al solito,  le carriere dei bluesmen e degli uomini di soul, prendono il loro abbrivio sempre piuttosto in là negli anni, dopo una lunga gavetta, ma Bobby Rush poi ha recuperato, pubblicando da allora quasi una trentina di dischi, negli anni duemila ancora con una media quasi di uno ogni due anni (l’ultimo nel 2011), ma a differenza dell’altro Rush, senza voler essere polemico, non me ne ricordo uno che sia uno. Lui sostiene di avere “inventato” il FolkFunk (e io che credevo che Richard Thompson, quando ha usato il termine  per parlare del suo ultimo album scherzasse, invece esisteva davvero, ma guarda te), che è anche il titolo di un suo CD, credo del 2004, ma a giudicare da questo album, e soprattutto per i precedenti, si può tranquillamente parlare di funky, con abbondanti dosi di Blues, o viceversa, ma certo non verrà ricordato negli annali di nessuna delle due categorie. Se poi aggiungiamo, che in questo Down In Lousiana, tutto composto da brani firmati dallo stesso Rush, il pezzo migliore è forse quello che dà il titolo all’album e lo apre, una vecchia canzone scritta, tra gli altri, dal grande Jim Ford, con i suoi profumi di New Orleans, evidenziati da un accordion sbarazzino che attraversa le atmosfere funky del suddetto brano, con un freschezza che il resto dell’album non sempre conferma.

D’altra parte, Bobby Rush, viene ed è cresciuto laggiù, nel profondo Sud, in un anno che non ci è dato sapere. Bene, direi che vi ho detto le cose più interessanti e salienti dell’album, passiamo ad altro. Scherzo, ma non c’è moltissimo da aggiungere, se non che la voce, pur se ancora abbastanza pimpante, evidenzia le non poche primavere del protagonista. Registrato in quel di Nashville, il disco si avvale di un quartetto di strumentisti e di una voce femminile di supporto e quindi di uno stile più compatto rispetto a quelli precedenti dove c’era grande profusione di fiati e arrangiamenti meno concisi, e sentito a volumi adeguati, ossia abbastanza alti, si gusta anche con piacere, non vorrei darvi l’impressione che si tratti di un album brutto, anzi, proseguendo negli ascolti migliora e le classiche tre stellette le merita tutte, anche se riviste e siti di settore spesso gliene assegnano cinque, come a molti altri CD del genere, facendo pensare che ogni giorno escano nuovi capolavori imprescindibili, ma i dischi di Waters, Johnson, dei vari King o anche di gente come Buddy Guy o del citato Otis Rush quante ne meriterebbero? Diciotto!

A questo punto, ci vuole un po’ di equilibrio, perché poi gli appassionati del genere si ritrovano nelle loro discoteche miliardi di dischi, forse inutili. Non è il caso di questo, dove oltre all’iniziale title-track che è più zydeco che cajun, si segnalano anche I Ain’t The One, dal ritmo ska misto al blues, dove Bobby Rush si esibisce, con profitto, anche all’armonica, o lo slow blues and soul della melodica Tight Money, dove l’organo è molto presente e la solista disegna delle linee vicine al rock mentre l’armonica aggiunge un pizzico di serenità al brano. Ma anche lo shuffle di Boogie In The Dark è molto classico nella sua sinuosità, senza tralasciare il funky cadenzato di You Just Like A Dresser o le derive più rock-blues di Don’t You Cry con tanto di wah-wah e pure la ripresa della maliziosa Bowlegged Woman dal suo vecchio repertorio o il soul intenso di Raining In My Heart per concludere con il gospel tinto di swamp di Swing Low, con una chitarra tagliente come bonus. Quindi anche se non è il Rush giusto, ci si può fare comunque un pensierino, non male per un settantasettenne, forse!

Bruno Conti  

Forse Non “Quello Giusto”, Ma Non Male Per Un 77enne! Bobby Rush – Down In Lousianaultima modifica: 2013-03-03T13:45:00+00:00da bruno_conti
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