Vai Col “Vocione”! Omar Dykes – Runnin’ With The Wolf

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Omar Dykes – Runnin’ with the Wolf – Mascot/Provogue

Dopo la reunion di Omar & The Howlers dello scorso anno con I’m Gone  un-bluesman-texano-del-mississippi-omar-and-the-howlers-i-m.html, che a sua volta era stata preceduta dal tributo a Jimmy Reed in coppia con Jimmie Vaughan e un seguito che sempre intorno all’argomento verteva, come Big Town Playboy, il nostro amico ritorna al suo nome originale e, come, Omar Dykes (senza Kent), si lancia in un tributo ad un altro dei musicisti che hanno segnato la sua carriera (e ai quali spesso è stato accostato), Chester Burnett a.k.a. Howlin’ Wolf, al quale è dedicato ed intorno alla musica del quale ruota questo Runnin’ With The Wolf, senza dimenticarsi  di un altro dei grandi del blues, che tanti brani firmati ha firmato del “Lupo”, come Willie Dixon. Come ricorda lo stesso Omar nelle note del libretto allegato al CD, spesso è stato comparato a Howlin’ Wolf per quel vocione profondo e per lo stile grintoso, feroce e muscolare, ma onestamente riconosce che il paragone non regge: Howlin’ Wolf è una delle leggende del Blues, uno dei più grandi cantanti, autori ed interpreti della scuola di Chicago, mentre lui forse non vale nemmeno un quarto del grandissimo vocalist.

Nonostante ciò ci prova e accanto ad alcuni brani “oscuri” del repertorio di Burnett, ha scelto di interpretare proprio i grandi classici. Se lo dobbiamo fare, facciamolo bene e anche tra i musicisti utilizzati ci sono Howlers nuovi e vecchi: la sezione ritmica con i bassisti Ronnie James e Bruce Jones e i batteristi Wess Starr e Mike Buck che si alternano, l’organo di Nick Connolly usato con parsimonia in alcuni brani, come pure una sezione fiati a due, solo in tre canzoni, senza dimenticare i chitarristi aggiunti Derek O’Brien, Casper Rawls e Eve Monsees, una giovane promessa di Austin, Texas (come Gary Clark Jr), protetta di Omar  e l’armonica di Ted Roddy solo in due pezzi, nel super classico Smokestack Lightning e nell’iniziale Runnin’ With The Wolf l’unico brano non firmato Burnett o Dixon, ma che in quello spirito si crogiola. Ovviamente ascoltando questi brani non si può fare a meno di pensare a tutte quelle band e solisti, che, nella British Invasion, Stones per primi, e poi nell’epopea del British Blues, dagli antesignani Cream di Clapton a tutti gli altri che non citiamo per brevità, ma a cui aggiungiamo almeno Jeff Beck e Hendrix, si sono “ispirati” alla musica di questo omone di quasi 2 metri per 140 chili di peso, una stazza che incuteva rispetto in tutti i suoi interlocutori a fronte di un carisma sconfinato.

Naturalmente sono le ennesime variazioni sul tema, ma fatte molte bene e, nonostante si schermisca, Omar Dykes (con e senza “ululatori”) è in possesso di un vocione in grado di rendere giustizia al repertorio che affronta, come è subito chiaro sin dal tributo iniziale che è una sorta di bigino di tutto quello che verrà dopo nel disco. Siano le evoluzioni in trio di una Hendrixiana Killin’ Floor con il suo riff ripetuto ed insistito e l’assolo tipicamente texano di Omar o l’incedere inconfondibile di uno degli slow per eccellenza come Little Red Rooster, si annusa profumo di buona musica e Dykes ha voglia di strapazzare la sua chitarra come nei giorni migliori della sua carriera. Ma lascia spazio anche alla brava Monsees in una canonica Howlin’ For My Baby e duetta con Derek O’Brien in uno dei classici tra i Classici, una Spoonful che riprende il suo sound elettrico originale lontano dagli eccessi hard che sarebbero venuti negli anni a seguire. Ooh Baby Hold Me, uno dei brani “oscuri” citati, tramite l’utilizzo di un inconsueto wah-wah che duetta con un sax non accreditato nelle note ha un che di hendrixiano nel suo incedere, tipo le jam strumentali della terza facciata di Electric Ladyland, in bilico tra passato e futuro.

Anche Riding In The Moonlight non è notissima ma fa la sua bella figura nella versione in power trio, mentre Who’s Been Talking un altro dei super classici, si avvale di una formazione allargata a sette, con fiato, organo e la chitarra della Monsees ad accompagnare un gigioneggiante Omar. Back Door Man è semplicemente la quintessenza della musica di Howlin’ Wolf, bella versione chitarristica, Worried All Time ha un retrogusto quasi R&R e Smokestack Lighting è …Smokestack Lighting, urlo primevo incluso, con la voce di Dykes che ricorda anche quella del vecchio Capitano (Beefheart), un altro che conosceva bene l’argomento. Do the do, di nuovo fiati e versione allargata, non la ricordavo, ma il riff ha un che di Bo Diddley (altro grande amore di Omar), I’m Leavin’ you ci riporta alle 12 battute classiche e Tell Me What I’ve Done è un altro dei rari slow presenti ma ricco di grinta, prima della conclusione con un altro dei classici firmati da Willie Dixon, quella Wang Dang Doodle ripresa mille volte nella storia del blues, facciamo 1001, vai col “vocione” e non se ne parla più. Bel disco!                   

Bruno Conti

Vai Col “Vocione”! Omar Dykes – Runnin’ With The Wolfultima modifica: 2013-07-09T18:02:03+00:00da bruno_conti
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