Come Il Buon Vino, Invecchiando Migliora Sempre Più! Lucinda Williams – Down Where The Spirit Meets The Bone

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Lucinda Williams – Down Where The Spirit Meets The Bone – 2 CD Highway 20 Records

Il titolo del Post, detto tra l’altro da uno che è astemio, ma è un modo di dire efficace e che rende bene l’idea, potrebbe far pensare che nel passato Lucinda Williams non abbia già pubblicato una serie di album strepitosi: dall’omonimo del 1988, ristampato in tempi recenti in versione doppia a Sweet Old World del 1992, il bellissimo Car Wheels On A Gravel Road del 1998, Essence del 2003, il doppio dal vivo al Fillmore e il recente, 2011, Blessed, l’ultimo per la Lost Highway, ma più o meno tutti gli album sono di ottima qualità. E a ben guardare, solo undici album in tutto, in 35 anni di carriera. Questo Down Where The Spirit Meets The Bone è quindi il dodicesimo, il primo pubblicato su una etichetta indipendente e che certifica la buona salute artistica della Williams che si aggiunge ad una lista di artisti maturi, “invecchiati”, che continuano a fare ottimi album: dal capostipite Bob Dylan passando per Mellencamp, Petty, Richard Thompson, John Hiatt, Fogerty, Clapton, Willie Nelson (ma ce ne sono parecchi altri) che spesso piazzano la zampata del vecchio leone, di Bob Seger sentiremo fra poco, mentre Springsteen ultimamente riesce a regalarci solo qualche canzone memorabile, a parte i “soliti” concerti incredibili, forse per una produzione troppo copiosa rispetto al passato. Di Van Morrison sembrano essersi perse la tracce, ma in fondo Born To Sing: No Plan B è uscito nel 2012. Poi ci sono settantenni come Ian Hunter, Billy Joe Shaver, Tony Joe White, Tom Jones, Kris Kristofferson, che non mollano, e ottantenni come Leonard Cohen o Jerry Lee Lewis, che pubblicherà un nuovo disco, di cui si dice un gran bene, a fine mese, che sembrano avere trovato l’elisir di eterna giovinezza.

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Tutto questo per dire che dischi belli da parte di artisti stagionati non sono più una rarità come un tempo, quando i 30 anni sembravano un limite invalicabile e Pete Townshend proclamava di voler morire prima di diventare vecchio. Però questo Down Where The Spirit Meets The Bone, con la sua bella copertina, dove una lama si conficca a spaccare un cuore, si candida ad essere uno dei dischi migliori del 2014 e tra i migliori doppi album di sempre. Venti canzoni, di cui una cover. una bellissima Magnolia dal repertorio di JJ Cale, un’ora e quarantacinque minuti di musica, quindi un “vero” doppio CD, tantissimi musicisti impiegati, con ben sette diversi chitarristi, ovviamente non tutti insieme, che alzano la quota rock del disco che spesso, come è caratteristica della Williams, qui più che altrove, ci regala sontuose sarabande chitarristiche (se qualcuno ha detto o pensato Neil Young, ha ragione). La voce è quella che è, particolare, dolente, forse un po’ monocorde, so che c’è gente che non la ama, ma allo stesso tempo, ultimamente, quando si vuole fare un complimento a qualche nuova cantautrice, si dice che ricorda Lucinda Williams, ormai un punto di riferimento nella canzone d’autore americana. Uno dei chitarristi, Greg Leisz, è anche tra i produttori del disco, insieme a Tom Overby e alla stessa Lucinda, ma non mancano agli addetti abituali al reparto 6 corde della sua band, Val McCallum (anche con Jackson Browne, altro “vecchietto” che prima non ho citato, in uscita con il nuovo disco) e Doug Pettibone, a cui si aggiungono, a seconda dei brani, Bill Frisell, Stuart Mathis dei Wallflowers, Jonathan Wilson e Tony Joe White.

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Per non parlare di Pete Thomas e Davey Faragher, ovvero gli Imposters di Costello, l’ottimo tastierista Patrick Warren e l’immarcescibile ex-Faces Ian McLagan, oltre a parecchi altri bassisti e batteristi e i fiati in un brano. E i risultati si sentono. Anche se il CD si apre con Compassion, che potrebbe essere il motto del disco, solo voce e chitarra, un poema del babbo di Lucinda, Miller Williams, che contiene i versi che danno il titolo all’album, “you do not know what wars are going on/ Down there where the spirit meets the bone.”, cantati con voce spezzata e, appunto, compassionevole. Questo è l’indirizzo diciamo poetico, testuale se volete, del disco, ma poi musicalmente è tutta un’altra cosa. La Williams ha definito il suo genere “country soul” ma il rock è sempre ben presente in questo album: Protection è un blues-rock a doppia-tripla trazione chitarristica, un po’ Tom Petty e un po’ Dire Straits prima maniera, con Lucinda che canta con voce sicura e stranamente assertiva https://www.youtube.com/watch?v=FBmP-0XtXWM , con Gia Ciambotti che offre supporto vocale e le chitarre che cominciano a tirare alle grande. Eccellente anche Burning Bridges dall’andatura più raffinata, con le tastiere che dividono la scena con le immancabili chitarre che ti assaltano dalle casse dello stereo con una ammirevole precisione di suoni e la voce che nel finale si anima di una inconsueta rabbia https://www.youtube.com/watch?v=crvPkFwlG7w . East Side Of Town, una canzone su quelli che vivono ai margini della città e della società, è un tipico esempio del country soul della Williams, un bel piano elettrico, due chitarre più “lavorate”, ma sempre liriche nella loro libertà di improvvisare e una bella melodia che ti entra in testa. West Memphis dedicata al famoso caso di malagiustizia americana (ce l’hanno anche loro!) dei West Memphis Three, è un incisivo swamp blues con la chitarra e l’armonica di Tony Joe White che si aggiungono al lavoro della band https://www.youtube.com/watch?v=5yXbwJefTxQ .

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Cold Day In Hell è la prima ballata del disco, una dondolante costruzione tra soul e rock, tipica della migliore musica della cantante di Lake Charles, tra cori gospel, un organo magico, probabilmente di McLagan e le solite chitarre deliziose. Anche Foolishness ha un bel groove da brano rock classico, con il ritmo che cresce e ti acchiappa, la slide di Leisz che si insinua sotto pelle e duetta con gli altri solisti, non vi so dire chi sono in questo particolare brano, ma in fondo non è poi così importante, vista la bravura di tutti i chitarristi impiegati in questo disco https://www.youtube.com/watch?v=pPTHqZcK5Xo . Senza stare a citare tutte le canzoni, se no la recensione diventa lunghissima, più del solito, vorrei ricordare ancora, nel primo disco, il valzerone country-rock di Wrong Number e il bellissimo duetto con Jakob Dylan (in rappresentanza della famiglia) nella dolcissima litania country-folk di It’s Gonna Rain, una ulteriore piccola meraviglia. Nel secondo disco il classico blues gagliardo di una Something Wicked This Way Comes che mi sembra citi pure il riff di Wang Dang Doodle https://www.youtube.com/watch?v=B9lZrfz2tB0 , ancora con i chitarristi pronti a incattivirsi appena la Williams lascia loro libertà, le raffinate chitarre quasi twangy di Big Mess cantata con grande precisione e partecipazione dalla Williams, le ariose melodie di Walk On, il sontuoso deep soul di Temporary Nature (Of Any Precious Thing), altra compassionevole ruminazione sullo stato dello cose, con organo hammond e piano che si dividono la scena con le chitarre.

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E ancora le dueling guitars della vigorosa Everything But The Truth, tipico esempio del miglior rock californiano, il delizioso country di This Old heartache con la magica lap steel di Leisz ancora in evidenza. Le prelibatezze sudiste di One More Day, dove si gustano anche i fiati. Lo so le ho dette quasi tutte lo stesso, ma sono talmente belle che non se ne può fare a meno. Manca giusto la lunghissima cover di Magnolia di JJ Cale, la cui scomparsa ha colpito evidentemente al cuore i suoi colleghi: quasi dieci i minuti dedicati ad una delle rare ballate del repertorio di Cale, peraltro bellissima, qui resa in un lento crescendo che rende piena giustizia al fascino della canzone. Bello, bello, bello, tante chitarre, tante belle canzoni e una delle musiciste più brave sulla faccia della terra attualmente. Ricorda molto Lucinda Williams!

Bruno Conti

Ex Peccatore Convertito Al Grande Gospel Soul! Mike Farris – Shine For All The People

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Mike Farris – Shine For All The People – Compass Records

Mike Farris, nella prima parte della sua carriera (e vita), è stata l’epitome perfetta del motto “Sesso, droga e rock&roll” (e anche un po’ di alcol). Proveniente da una famiglia dove i genitori hanno divorziato quando Mike aveva 11 anni, Farris ha iniziato a fare uso di droghe e alcol sin da giovanissimo, già prima dei 21 anni ha rischiato di morire per una overdose. Della quota sesso non vi è contezza, ma si dà per presunta, e del R&R vi garantisco io e la sua carriera con gli Screamin’ Cheetah Wheelies, grande band di southern-boogie-rock  https://www.youtube.com/watch?v=5bomaGmvY4M da Nashville,Tennessee, autrice di una manciata di album a cavallo tra gli anni ’90 e gli inizi dei Noughties, un paio su Capricorn, degni eredi di quella sequenza di gruppi che dagli Allman e Lynyrd Skynyrd arriva fino ai Black Crowes https://www.youtube.com/watch?v=EFvGJdB21Lw : ma oggi non parliamo di loro, però se vi capita tra le mani qualche disco degli SCW non lasciatevelo sfuggire.

https://www.youtube.com/watch?v=4GfzrbmJe_8 .

 

Farris era già un gran cantante rock, ma dopo la conversione alla musica gospel-soul-errebì, le sue doti vocali si sono vieppiù affinate inserendolo in quella ristretta cerchia di vocalist che sono bianchi di pelle ma “neri” nell’anima (inteso nel miglior modo possibile) https://www.youtube.com/watch?v=AQGnCnUpNE8 . Un modo di cantare e una voce che hanno sollecitato paragoni con i grandi della musica soul, da Al Green a Wilson Pickett, ma aggiungerei io, anche Sam Cooke e a tratti, tra i “neri bianchi”, Stevie Winwood, quindi di rimando anche Ray Charles. I due CD che vedete effigiati qui sopra sono forse i più significativi della sua discografia (ma anche il primo del 2002 e l’EP con ospiti del 2010 sono da avere): senza dimenticare che molti suoi colleghi ne hanno cantato le preci in modo inequivoco, da Buddy Miller a Marty Stuart, Rodney Crowell e Patty Griffin, tutti si sono dichiarati entusiasti di lui, oltre a gran parte della critica musicale americana, e “last but non least”, Mary Gauthier ha detto di lui “Out of the arms of defeat Mike Farris has done a victory lap…He takes people who are hurting, who are broken, who think they are alone and through just the sound of his voice he lets them know that they’re not…that’s magic.”, parole che non hanno bisogno di traduzione e rendono alla perfezione lo spirito della musica di questo grande artista. Farris, per ricambiare, ha inserito in questo Shine For All The People una versione stellare di Mercy Now, brano della stessa Gauthier che è già bellissimo di suo, ma in questa veste, attraverso un crescendo glorioso, è una perla senza prezzo in un album che è comunque di qualità assai elevata https://www.youtube.com/watch?v=Qt8wiGInALs .

 

Il nostro amico è un cantante gospel, un soul singer, uno shouter, un grande interprete ma anche valido autore, con una musica che fonde il meglio del soul della Stax, il gospel e lo spiritual più ruspanti degli Staple Singers, unendolo a elementi di blues e di rock, della musica di New Orleans e del funky più genuino di Sly & Family Stone, il tutto accompagnato da una pattuglia di ottimi musicisti, con organo Hammond B3, fiati, massicce dosi di cori femminili, chitarre e ritmiche spesso in frenetica eccitazione che fanno sì che sia impossibile non apprezzare questa musica, di per sè nulla di nuovo o innovativo, ma nello stesso tempo senza limiti temporali nella sua ineluttabile piacevolezza https://www.youtube.com/watch?v=sTUD8TX2__I . Sono dieci brani, uno più bello dell’altro (quasi tutti già da tempo nel repertorio live di Farris), partendo dalla cover di un vecchio brano blues di Blind Willie McTell, River Jordan che diventa una sarabanda di colori, con i fiati che evocano un intreccio tra la musica cubana e quella di St. Louis, una delle culle del jazz, cantata da Farris con una voce che a chi scrive, in questo brano, ricorda moltissimo un incrocio tra Al Green e il primo Stevie Winwood, quello dello Spencer Davis Group per intenderci, innamorato del soul e di Ray Charles, tra chitarre elettriche risonanti, massicce dosi di fiati, coriste e coristi non infoiati (perché non si addice al genere) ma infervorati a cantare le lodi del signore, poi parte un assolo di tromba da sballo, seguito da un clarinetto discreto e da un organo insinuante e si gode ancora di più. Jonah And The Whale è un altro vecchio classico blues di JB Lenoir https://www.youtube.com/watch?v=s-NskUFg-2Y , ma qui sulle ali di fantastico call and response tra Farris e le McCrary Sisters sembra una traccia perduta di qualche vecchio vinile di Aretha Franklin, tutto ritmo e dondolio di strumenti.

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Lo shout di Sparrow parte come uno dei vecchi 45 giri di Wilson Pickett ma poi diventa progressivamente uno spiritual, un gospel, un brano di dixieland, tra fiati e “pianini”e le solite coriste incredibili. Sulle note solitarie di un organo, Paul Brown, quello di Al Green https://www.youtube.com/watch?v=BN-F86Ha9iY, e di una chitarra, parte poi quella meraviglia che si chiama Mercy Now, con Farris che sembra il primo Sam Cooke (periodo Soul Stirrers) https://www.youtube.com/watch?v=7vEB93i0K3s  ma anche il Marvin Gaye più riflessivo e meno carnale, mentre entrano di volta in volta, archi e fiati, le voci di supporto, e il ritmo della canzone prende un crescendo inarrestabile, diventando una delizia senza tempo della buona musica https://www.youtube.com/watch?v=kPOC-RC3j3Q (ve ne ho messo tre diverse versioni in video) . Difficile fare meglio, però anche il resto delle canzoni non delude le nostre attese. Real Fine Day, scritta da Farris, non ha nulla da invidiare agli altri brani, più uptempo e vicino al soul, con tocchi eccellenti della chitarra di Kenny Vaughn, schioccare di dita a tenere il tempo, la solita patina gospel che si dipana in tutti i brani, la voce è sempre eccellente e trascinante. Così pure in The Lord Will Make A Way Somehow, con un piano saltellante che supporta il solito organo e dà al brano una atmosfera sonora che sta a cavallo tra Winwood, Ray Charles e lo Stevie Wonder migliore dei primi 70’s, con intermezzo ritmico-vocale-percussionistico e Farris che si lancia in qualche ardito falsetto, incitato dal suo eccellente ensemble di strumentisti e cantanti che lo attizza alla grande https://www.youtube.com/watch?v=pVwed2n1Pmg .

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Ottimo anche l’altro originale firmato da Farris, Power Of Love (che non è quella di Huey Lewis, nè quella di Celine Dion, che peraltro avevano un The davanti) https://www.youtube.com/watch?v=sCezQBmbkwo : questo brano non ha articoli determinativi, ma un attacco blues chitarra-organo, una andatura alla Creedence swampy in trasferta a New Orleans, poi arricchita dalla solita orgia (casta) di fiati e voci di supporto, una sorta di Heard It Through The Grapevine miscelata con Susie Q, e il mélange funziona, specie quando il brano ha qualche entratura alla Sam & Dave, specie quando Mike lascia andare la voce. Something Keep On Telling Me del reverendo C.J. Johnson nasce come spiritual/gospel. ma subisce pure lui il trattamento soul à la Farris, tutto gioia, ritmo, fiati e voci che si inseguono gioiosamente, in questo caso anche la brava Brigitte Demeyer (di cui potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2014/09/13/sulla-strada-americana-del-soulful-rock-dautore-brigitte-demeyer-savannah-road/) a supportare Farris. Pochi momenti malinconici nel disco,per cui anche How It Feels To Be Free, ha quell’aria errebi di stampo Stax/Hi Records, ritmata e trascinante, non puoi astenerti dal muovere il piedino e dondolarti al ritmo della musica. Un altro pezzo forte del disco (ma ce ne sono di deboli?) è la conclusiva This Little Light, intro solo contrabbasso-percussioni, nuovamente quella voce alla Winwood, poi entrano gli altri, piano, ritmica, organo, voci e la festa ricomincia, tutti insieme, “Let it shine” ad libitum fino a stordirvi, con piano, organo e chitarra elettrica a menare le danze e gran finale in crescendo. Amen!

Bruno Conti

Il “Ritorno” Di Little Mike And The Tornadoes – All The Right Moves

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Little Mike And The Tornadoes – All The Right Moves – Elrob Records

I vecchi dischi di Little Mike And The Tornadoes me li ricordo (forse ne ho recensito anche qualcuno ai tempi, tra tante recensioni ogni tanto la memoria mi difetta, ma parliamo di più di 20 anni fa). Come per altri gruppi, i primi sono quasi sempre i migliori: il primo in particolare, Heart Attack, uscito nel 1990 per la Blind Pig, era un solido disco di Chicago Blues https://www.youtube.com/watch?v=tc8k9dwAyr8 (anche se il nostro amico è originario di New York e ora vive in Florida), con alcuni ospiti di pregio, Pinetop Perkins e Hubert Sumlin, due maestri del genere a cui Mike Markowitz (che sarebbe Little Mike all’anagrafe) aveva prodotto un disco per ciascuno sul finire degli anni ’80, e tra i bianchi, Paul Butterfield, uno degli “ispiratori” di Little Mike, in quella che potrebbe essere stata una delle ultime registrazioni, presente in quattro brani e Ronnie Earl, già allora grande stilista della chitarra, più un altro nero di Chicago come Big Daddy Kinsey. La formazione era quella originale, con l’ottimo Tony O. Melio alla solista, Brad Vickers al basso e Rob Piazza (con la B) alla batteria. Per questo nuovo album Little Mike ha richiamato i vecchi amici per una nuova avventura, anticipata da un album, Forgive Me, sempre pubblicato dalla propria etichetta, che però conteneva vecchie registrazioni inedite di una decade fa. Diciamo che dopo la fine degli anni ’90 Markowitz aveva abbandonato la musica e si era trasferito in Florida con la famiglia, ma si sa che alle vecchie passioni non si comanda e quindi eccolo di nuovo in pista con i suoi Tornadoes. Per mettere subito in chiaro le cose, diciamo che questa reunion non era proprio imprescindibile, il gruppo è buono, ma come ce ne sono in giro a decine, per usare un paragone calcistico, potremmo definirli una squadra da centro classifica, il loro momento d’oro lo hanno avuto con il disco citato prima e con il secondo, sempre su Blind Pig, Payday, con altra formazione e Warren Haynes tra gli ospiti https://www.youtube.com/watch?v=9c-Ha7uh3ww .

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Non per questo il disco è disprezzabile, tutt’altro, si tratta di gagliardo blues elettrico sempre fortemente ispirato dal suono delle band che operavano a Chicago tra la fine degli anni ’50 e i primi ’60, Little Mike è un notevole armonicista, Hohner, come ci ricorda la foto di copertina, ma è Tony O., quando gli viene lasciata la briglia sciolta, il purosangue del gruppo, con soli ficcanti e ricchi di feeling, un bel lavoro di raccordo con la ritmica e con il pianista ospite, un altro veterano di nome Jim McKaba https://www.youtube.com/watch?v=mLIa693SIPs . Che sia l’inconfondibile scansione ritmica della super classica Hard Hard Way, con Tony O. e Little Mike a scambiarsi assolo ai rispettivi strumenti, o i ritmi più funky di una vivace So Many Problems, Markowitz si presenta anche come ottimo cantante e Melio strapazza di gusto la sua chitarra, con Little Mike che quando serve si cimenta anche all’organo. Quando poi il gruppo si lancia in un lungo slow blues come Since My Mother Been Ill, con McKaba inappuntabile al piano e la canzone che “soffre” il giusto, come vuole il miglior Blues https://www.youtube.com/watch?v=JBlAURRj7xk , sembra quasi di ascoltare i vecchi Fleetwood Mac di Peter Green in trasferta a Chicago e in session con Otis Spann o Pinetop Perkins.

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(I Got) Drunk Last Night è un altro classico blues che racconta di whiskey e donne, immancabili argomenti in questa musica e a tempo di uno shuffle ciondolante la band si diverte. Sam’s Stomp è un breve esercizio strumentale dell’arte di Markowitz al suo strumento, il cosidetto sax del Mississippi, Little On the Side si lancia su ritmi latini ma è un po’ manieristica, poderoso viceversa l’interscambio chitarra/armonica nella title track che ricorda certo British Blues scintillante https://www.youtube.com/watch?v=qLcmCbFcMWE . Eccellente anche The Blues Is Killing Me con la pungente chitarra di Tony O. sempre in bella evidenza.e You Wonder Why, pure questa in territori cari al vecchio Muddy. All The Time vira di nuovo verso un funky-blues sempre “vecchia scuola” comunque, I Won’t Be Your Fool tra swing e boogie ci permette di gustare ancora l’armonica di Little Mike. Stuck Out On This Highway è un altro di quei “lentoni” ricchi di atmosfera che scaldano il cuore degli appassionati di Blues e anche Close To My Baby si sarebbe potuta ascoltare nei club di Chicago negli anni d’oro del blues urbano https://www.youtube.com/watch?v=jRoB3_9QHsE . Niente di nuovo quindi, però tutto sommato suonato e cantato con grande passione e grinta, per appassionati delle 12 battute!

Bruno Conti

L’Ultimo Atto Ufficiale? A Novembre Pink Floyd – The Endless River

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Pink Floyd – The Endless River – Parlophone/Warner Uk – Columbia/Sony USA – CD – Deluxe CD+DVD – Deluxe CD+Blu-Ray – 2 LP

Siamo forse all’epilogo definitivo della carriera ufficiale dei Pink Floyd? Qui e nel titolo del post di punti di domanda ne andrebbe tutta una serie, ma probabilmente, salvo futuri ripensamenti di Roger Waters, o anche degli altri, questa dovrebbe essere l’ultima pubblicazione ufficiale di materiale “nuovo” ed inedito del leggendario gruppo di Londra. L’annuncio a sorpresa di questa nuova uscita era arrivato con un tweet di Polly Sampson datato 5 luglio che annunciava per ottobre l’uscita di un nuovo album del gruppo con il titolo The Endless River, ricordando anche che sarebbe stato il canto del cigno di Rick Wright. Nel frattempo l’uscita ufficiale si è spostata al 10 novembre nell’ancora Regno Unito, all’11 negli Stati Uniti e Italia, e in date limitrofe in altri paesi del mondo.

pink floyd the endless river vinile

Mancava il doppio vinile nella serie delle immagini.

Tracklist
Side 1
Things Left Unsaid
It’s What We Do
Ebb And Flow

Side 2
Sum
Skins
Unsung
Anisina

Side 3
The Lost Art Of Conversation
On Noodle Street
Night Light
Allons-y (1)
Autumn’68
Allons-y (2)
Talkin’ Hawkin’

Side 4
Calling
Eyes To Pearls
Surfacing
Louder Than Words

Si tratta di un disco quasi completamente strumentale, tratto dalle stesse sessions del 1993 di The Division Bell, ed sarebbe potuto uscire anche all’epoca con il titolo The Big Spliff, ma era stato “congelato” e ora vede la luce con nuove registrazioni aggiunte effettuate da David Gilmour e Nick Mason nel corso del 2013, oltre all’aggiunta di alcune parti vocali di Durga McBroom Hudson, vecchia collaboratrice storica della band e di Gilmour.

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In particolare in un brano chiamato Louder Than Words, a cui la Sampson ha aggiunto un nuovo testo, il tutto prodotto da David Gilmour, Phil Manazanera, Youth e Andy Jackson. Comunque questa è la lista dei brani definitiva, ovviamente delle versioni Deluxe, che avranno 39 minuti di materiale extra, audio e video (riprese delle sessions ai Britannia Row e Astoria Studios, oltre a materiale fotografico inserito nel DVD), tre tracce musicali e sei video…

1. Things Left Unsaid
2. It’s What We Do
3. Ebb and Flow
4. Sum
5. Skins
6. Unsung
7. Anisina
8. The Lost Art of Conversation
9. On Noodle Street
10. Night Light
11. Allons-y (1)
12. Autumn ’68
13. Allons-y (2)
14. Talkin’ Hawkin’
15. Calling
16. Eyes to Pearls
17. Surfacing
18. Louder Than Words

Deluxe Edition bonus tracks:
TBS9
TBS14
Nervana
Anisina
Untitled
Evrika (a)
Nervana
Allons-y
Evrika (b)

Devo dire che all’inizio ero abbastanza scettico sul risultato finale, pensando a qualcosa di “raccogliticcio”, ma leggendo le varie notizie che sono apparse poco alla volta in rete (per esempio la presenza di un assolo dell’organo della Royal Albert Hall, registrato nel 1969, l’utilizzo di David Crosby e Graham Nash in un altro brano, firmato da Gilmour e quel poco che si sente nel trailer) potrebbe anche essere un disco interessante. Qualche perplessità ha suscitato il ruolo di Polly Sampson, Mrs. Gilmour, che nei fans più sfegatati ha rievocato una sorta di effetto Yoko Ono, per la scritta “Pink Floyd feat. Rick Wright & Polly Sampson”, ma non credo sarà così, per l’ultima volta in studio insieme di David Gilmour, Nick Mason Richard Wright. Vedremo, ma soprattutto sentiremo.

Primo, brevissimo, assaggio sopra e qui qualche pirla che si è divertito https://www.youtube.com/watch?v=yvEzQn9izD4 e https://www.youtube.com/watch?v=3KmHbYDfRAk

Bruno Conti

Il “Difficile Terzo Album” Per Un Barbuto Indie-Rocker Di Gran Talento! Sean Rowe – Madman

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Sean Rowe – Madman – Anti/Self Records

Uno dei primi a scoprire Sean Rowe (se non il primo http://discoclub.myblog.it/tag/magic/ ) è stato il titolare di questo blog, in occasione dell’uscita dell’ottimo Magic (11): un songwriter dall’indiscutibile talento con una gran voce dai toni baritonali, molto vicina a quelle di Nick Cave, Mark Lanegan e direi anche Matt Berninger (il leader e cantante dei National).

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Rowe, trentanovenne folk singer di Troy, New York con sangue irlandese e italiano nelle vene, per trovare l’ispirazione, dopo l’esordio da indipendente con lo sconosciuto album 27 (04,) si rifugia per qualche tempo sui monti Adirondacks (al confine fra Stati Uniti e Canada), e, nella quiete di boschi e ruscelli prese forma il citato Magic, a cui fece seguire un altro ottimo lavoro come The Salesman And The Shark (12), e ora torna con questo nuovo Madman, costruito in buona parte durante un tour di concerti in giro per gli States. Ad accompagnare il barbuto Sean troviamo, come sempre, ottimi musicisti tra i quali Chris Kyle alle chitarre, Ben Campbell al basso, Chris Carey alla batteria e percussioni, Chris Weatherly alla tromba, Jeff Nania al sax, il polistrumentista e anche co-produttore con Rowe,Troy Pohl, oltre alle vocalist aggiunte Cara May Corman e Sarah Pedinotti.

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Pur forse non raggiungendo i livelli di Magic ( però i pareri sono difformi, per alcuni è addirittura superiore), il buon Sean, con questo Madman, prosegue la sua parabola attraverso un suono alt-country, a partire dalla title track https://www.youtube.com/watch?v=ess11y1oFiE , un brano dalle tinte noir impresso dal vocione di Sean, poi il blues pulsante e selvaggio di Shine My Diamond Ring https://www.youtube.com/watch?v=pZQYML9Wf6k , passando per il R & B funky di Desiree, una The Game https://www.youtube.com/watch?v=Eud2Aul4gi8  che nello sviluppo mi ricorda una grande band australiana (da riscoprire) come i Triffids, mentre The Drive e Spiritual Leather sono due struggenti folk-ballads. Con Done Calling You si ritorna a respirare il blues del delta, canzone seguita dai ritmi sghembi e incalzanti di The Real Thing, che paiono usciti dai solchi di Swordfishtrombones di Tom Waits, per poi ritornare alle dolenti atmosfere (ma è la perla del disco) di una strepitosa Razor Of Love https://www.youtube.com/watch?v=YnxPdSq6yg4 , l’ode commovente al figlio di My Little Man https://www.youtube.com/watch?v=sQAlUi2E7IE , per chiudere infine con le percussioni maniacali di Looking For The Master, e il lamento finale e spirituale di una It Won’t Belong, cantata con anima e voce baritonale da Rowe https://www.youtube.com/watch?v=sQAlUi2E7IE .

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La voce autorevole di Sean Rowe è sicuramente il tratto prominente in Madman, e si fonde bene con una varietà di stili e influenze che vanno da Johnny Cash a Tom Waits, passando per JJ Cale e John Lee Hooker e direi anche Leonard Cohen in Razor Of Love (*NDB. E Greg Brown dove lo mettiamo?), e anche se, ripeto, forse, non è il miglior album della “triade”, per chi scrive Rowe è un artista dal potenziale illimitato che deve solo essere conosciuto e apprezzato, magari seduti davanti ad un bancone di un locale, con una cassa di birra ghiacciata.

Tino Montanari

Canzoni In Salsa Agrodolce Dall’Altro Emisfero! Kasey Chambers – Bittersweet

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Kasey Chambers – Bittersweet – Essence Group Music

Volendo fare un pò di sano “gossip”, Bittersweet è il primo disco di Kasey Chambers da quando si è divisa dal marito musicista Shane Nicholson, dopo le collaborazioni in Wreck & Ruin (12) http://discoclub.myblog.it/2012/10/19/australiani-di-nashville-kasey-chambers-shane-nicholson-wrec/  e nel co-intestato Rattin’ Bones (08). Kasey australiana di nascita ma girovaga per vocazione, viene da una famiglia di musicisti, suo padre Bill e il nucleo familiare furono artefici di una esperienza quinquennale con la Dead Ringer Band, che la vedeva come prima vocalist in quattro album, il migliore dei quali a giudizio della critica, Living In The Circle del ’97, la fece conoscere nel circuito delle majors ed ottenere un contratto con la Virgin Records. I primi tre album di Kasey, The Captain (00), Barricades & Brickwalls (01)e Wayward Angel (04,) di gran lunga il migliore della terna, sono ancora oggi consigliatissimi, mentre con Carnival (06) il suono diventava più pop. Dopo il citato Rattin’ Bones (con il secondo marito dell’artista)), Kasey (mamma di due figli) è artefice con il padre Bill di un progetto di brani per bambini Little Kasey Chambers & The Lost Music (09), a cui fa seguire lavori di buon livello come Little Bird (10) con ospiti eccellenti tra i quali Missy Higgins e Patty Griffin, e Storybook (11) una raccolta di canzoni di altri artisti (alcune in duetto), che hanno influenzato la carriera di Kasey.

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Bittersweet è stato registrato in una sola settimana nell’Aprile di quest’anno https://www.youtube.com/watch?v=PvTyh_AAuiU , e per la prima volta alla produzione non troviamo il fido fratello Nash, ma al suo posto Nick Didia che annovera tra le collaborazioni gente come Bruce Springsteen, Pearl Jam, Wallflowers, Powderfinger, per citarne solo alcuni,  e con il supporto di musicisti locali di lungo corso che rispondono al nome di Dan Kelly alle chitarre, Declan Kelly alla batteria, Matthew Engelbrecht al basso, la collega Ashleigh Dallas al violino, Bernard Fanning frontman del citato gruppo alternative-rock Powderfinger (una band da riscoprire), e un “cameo” del padre Bill al basso in un brano.

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Il brano d’apertura Oh Grace una bella “soulful song”, non sarebbe stata fuori posto in qualsiasi disco di Lucinda Williams, come la seguente Is God Real?, mentre Wheelbarrow è dominata da una ritmica sincopata da banjo e chitarre elettriche tiratissime https://www.youtube.com/watch?v=cONVJWISOds , passando per la collaborazione con la Dallas in I Would Do con un bel lavoro di chitarra e violino, la piacevole Hell Of A Way To Go con ritornello facilmente assimilabile, seguita da House On A Hill  una splendida ballata melodica interpretata al meglio da Kasey. Il banjo e la batteria dettano il ritmo nell’accelerato country di Stalker, seguita da una elettroacustica Heaven Or Hell dal superbo accompagnamento strumentale, e arriva il momento della traccia migliore della raccolta, la title track Bittersweet, in duetto con l’altra gloria “aussie” Bernard Fanning https://www.youtube.com/watch?v=PvTyh_AAuiU , e si tratta di una ballata pianistica rock degna dei Counting Crows più morbidi, per poi chiudere con il banjo elettrico e il violino di Too Late To Save Me, il delicato racconto di un giorno speciale in Christmas Day, e il suono agreste del bluegrass moderno di I’m Alive.

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Kasey Chambers (per chi non la conoscesse) ha talento e possiede una voce stupenda, calda e morbida (forse un filo sottile), ma che dà anima e corpo ad ogni brano, e se con il folk-rock degli esordi poteva assomigliare ad una Lucinda Williams ingentilita, col passare degli anni ha raggiunto una maturità che le permette di spaziare in diversi generi musicali. Qui da noi la conoscono in pochi (ma buoni), ma in Australia, la sua terra d’origine, è una vera e propria celebrità, e per gli appassionati dei numeri, la Chambers ha venduto 20 milioni di dischi in carriera, e sarebbe bello che qualcuno si decidesse a portarla in Italia, magari prima che il vostro umile recensore diventi troppo “vecchietto”. Attendo fiducioso!

Tino Montanari

*NDB Con questa recensione si chiude la trilogia dedicata alle uscite degli artisti australiani a cura del buon Tino (Black Sorrows, Paul Kelly & Neil Finn e Kasey Chambers). Mancherebbe il nuovo Jimmy Barnes 30:30 Hindsight, che festeggia i 30 anni di carriera solista dell’ex Cold Chisel.. Me ne occuperò io, il mese prossimo, in concomitanza con l’uscita europea del disco. Nel frattempo vi segnalo che in Australia è già disponibile anche in versioni Deluxe doppie e triple. Comunque ne riparliamo.

Bruno

Non Poteva Mancare “Lui”! Bruce Springsteen – The Album Collection Vol. 1 1973-1984

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Bruce Springsteen – The Album Collection Vol. 1 1973-1984 – Columbia Records/Legacy Recordings 8 CD o 8 LP -17/11/2014

Molti fans del Boss si chiedevano quando la Sony avrebbe dato il via ad un programma di rimasterizzazione degli album di Springsteen, dopo quelle effettuate per i Box di Born To Run e Darkness On The Edge Of Town. L’attesa pare sia finita, la Trimurti Bruce, Jon Landau, Toby Scott aveva affidato il compito al grande Bob Ludwig, e la prima parte del suo lavoro vedrà la luce il 17 novembre, con due cofanetti da 8 dischi ciascuno, uno in CD e l’altro in vinile. Ad essere sinceri c’era già stato un primo lavoro di remaster del catalogo per la sua apparizione sulla piattaforma di iTunes, ma in quel caso erano state usate fonti da 16 bit, quelle che di solito si usano per i CD, mentre secondo le parole di Ludwig, questa volta sono stati usati master ottenuti usando un progetto definito Plangent Process che garantisce risultati a 24 bit. Senza entrare troppo nei tecnicismi Ludwig garantisce che il suono, soprattutto quello del vinile, ma anche dei CD, è fantastico. E conclude dicendo: “Suonano differenti? Assolutamente! Se non li avessi già, uscirei e comprerei le nuove versioni, e questo lo dico da fan, non da uomo marketing.” Ovviamente fateci la tara che volete, ma suona promettente, considerando che nel box non ci saranno bonus od outtakes (riservati ad altri progetti) ma ogni disco verrà riproposto nella versione grafica degli LP originali e il cofanetto conterrà anche un libro di 60 pagine con foto e articoli d’epoca tratti dalla stampa (come si intravede nell’immagine sopra). Manco a dirlo i dischi contenuti saranno:

Greetings From Asbury Park, N.J. (1973)
The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle (1973)
Born to Run (1975)
Darkness on the Edge of Town (1978)
The River (1980)
Nebraska (1982)
Born in the U.S.A. (1984)

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Da non confondere con il boxettino rosso a prezzo speciale che si chiamava The Collection 1973-1984,che vedete qui sopra, uscito nel 2010, che conteneva peraltro gli stessi album.Queste sono le prime notizie, quando e se ci saranno ulteriori informazioni ve ne darò conto. Anche se il tutto sembra definitivo. Per il momento è apparso sui siti americani solo il prezzo della versione per il download (perché ovviamente ci sarà anche quella) e si parla di 50 dollari, speriamo che anche le versioni “fisiche” escano a prezzo speciale. Varrà la pena di ricomprarli per l’ennesima volta? Ai posteri l’ardua sentenza! Non a caso più ci si avvicina al Natale più le uscite dei cofanetti si moltiplicano, preparate i vostri risicati budget.

Bruno Conti

Un Bel Live Novembrino Per Gli Stones? Ma Anche Due! Rolling Stones – From The Vault Hampton Coliseum 1981 & L.A. Forum 1975

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Rolling Stones From The Vault – Hampton Coliseum Live In 1981 – Eagle Rock Blu-Ray – DVD – DVD + 2CD – DVD + 3LP – 04/11/2014

Rolling Stones From The Vault – L.A. Forum Live In 1975 – Eagle Rock – DVD – DVD + 2 CD – DVD + 3 LP  18/11/2014

Vi sembrava possibile che si approssimasse il periodo Natalizio e non ci fosse ancora alcuna notizia di qualche pubblicazione dall’archivio dei Rolling Stones? E vi dirò di più, vi sembrava possibile che i concerti che avevano messo in vendita negli ultimi anni sul loro sito come costosi download non dovessero apparire anche in vari formati fisici? Ovvio che no. E infatti, puntuali come il morbillo o la rosolia, fastidiosi ma non letali quindi (parlo di prezzi), il prossimo novembre, in due diverse uscite la Eagle Rock renderà disponibili questi due concerti. La sorpresa sta nel fatto che, a differenza delle versioni scaricabili, per entrambi esiste anche la versione video.

Il primo in uscita, il 4 novembre, sarà il famoso concerto del 18 dicembre 1981 a Hampton in Virginia, il primo a essere trasmesso in contemporanea su una televisione con il sistema del pay-per-view. Il tutto è stato rimixato per la parte audio e restaurato per la parte video dal mitico Bob Clearmountain. Due ore e mezza di concerto, con questa setlist:

TRACKLISTING:

1) Under My Thumb   2) When The Whip Comes Down   3) Let’s Spend The Night Together   4) Shattered   5) Neighbours   6) Black Limousine   7) Just My Imagination   8) Twenty Flight Rock   9) Going To A Go Go   10) Let Me Go   11) Time Is On My Side   12) Beast Of Burden   13) Waiting On A Friend   14) Let It Bleed   15) You Can’t Always Get What You Want   16) Band Introductions   17) Happy Birthday Keith   18) Little T & A   19) Tumbling Dice   20) She’s So Cold   21) Hang Fire   22) Miss You   23) Honky Tonk Women   24) Brown Sugar   25) Start Me Up   26) Jumping Jack Flash   27) (I Can’t Get No) Satisfaction

Due settimane dopo, il 18 novembre, seconda uscita, concerto al Forum di L.A,. 12 luglio del 1975, il primo tour con Ronnie Wood in formazione, stesso lavoro di restauro a cura di Clearmountain, anche qui circa due ore e mezzo di concerto e la lista dei brani è la seguente:

TRACKLISTING:

1) Introduction*   2) Honky Tonk Women   3) All Down The Line   4) If You Can’t Rock Me / Get Off Of My Cloud   5) Star Star   6) Gimme Shelter   7) Ain’t Too Proud To Beg   8) You Gotta Move   9) You Can’t Always Get What You Want   10) Happy   11) Tumbling Dice   12) It’s Only Rock ‘n’ Roll   13) Band Intros*   14) Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker)*   15) Fingerprint File   16) Angie   17) Wild Horses*   18) That’s Life*   19) Outta Space*   20) Brown Sugar   21) Midnight Rambler   22) Rip This Joint   23) Street Fighting Man   24) Jumpin’ Jack Flash   25) Sympathy For The Devil

*Not available on LP

Come vedete, per gli amanti del vinile, alcuni brani non saranno disponibili nella versione in LP. Ovviamente si tratta dei primi due volumi della serie From The Vault, attendiamoci futuri sviluppi.

Bruno Conti

Di Padre In Figlio. Parte Seconda: Adam Cohen – We Go Home

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Adam Cohen – We Go Home – Cooking Vinyl

Domanda delle “cento pistole”: cosa fai quando sei il figlio di Leonard Cohen? Non deve essere stato certamente facile per Adam Cohen (figlio di un personaggio che insieme a Dylan, Springsteen, Cash, ecc. è una delle leggende della musica mondiale) confrontarsi costantemente con il mito paterno, fino a prendere coscienza della sua impossibilità https://www.youtube.com/watch?v=0DVYtpg8aSo . Eppure il buon Adam, dopo un più che discreto esordio con l’omonimo Adam Cohen (98) e un insignificante disco in francese edito solo in Canada dal titolo Melancolista (04), con grande tenacia è riuscito finalmente a liberarsi dalla pesante eredità di papà Leonard, prima con il notevole e acclamato Like A Man (11), e oggi tornando con questo nuovo lavoro, We Go Home, che taglia magnificamente il cordone ombelicale con il padre (o no? forse meglio accettarlo) https://www.youtube.com/watch?v=eN8NTw3XHO8

Adam_Cohen_06_09_2-645x400 Adam Cohen

Registrato nei luoghi dell’infanzia (la famosa sperduta isola greca di Hydra e la casa di Montreal), sotto la produzione del polistrumentista Don Miguel (alle chitarre, basso, piano e tastiere) e con l’apporto di “musicisti di famiglia” quali Pat Leonard, Bill Bottrell (appaiono entrambi anche in Popular Problems di Leonard che esce in questi giorni), e come ospite l’amica Serena Ryder https://www.youtube.com/watch?v=b9SqAjBQCKc che contribuisce, con la brava Mai Bloomfield (al cello e altri strumenti). alle armonie vocali.

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Il “fil rouge” di We Go Home è l’amore nelle varie forme (relazionato alla famiglia e alla religione) https://www.youtube.com/watch?v=f7Ot16ZOLpY  sin dal brano d’apertura, la delicata Song Of Me And You https://www.youtube.com/watch?v=zYa4T4V4I_o , passando per la profondità di suadenti ballate come Too Real (con la Ryder) e Fall Apart, alla title track, in perfetto stile Mumford & Sons https://www.youtube.com/watch?v=4o3UvJCvxAg , e ancora il folk-rock di Put Your Bags Down e So Much To Learn, ed emozionanti gospel songs dove sono più marcate certe sonorità paterne, come Uniform e Love Is, raggiungendo la perfezione con la meravigliosa What Kind Of Woman, andando infine a chiudere con la pianistica Swear I Was There con un notevole crescendo d’archi, e la dolce breve ninna-nanna Boats, che viene declamata da Adam sulle note del violino di Genevieve Clermont.

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Adam Cohen probabilmente non diventerà mai famoso come il padre, ma la musica di questo quarantaduenne “figlio d’arte” nato a Montreal, cittadino del mondo (ha vissuto in Grecia, Francia, Canada e America) con questo We Go Home, tra piano, chitarre, archi, cori e arrangiamenti garbati, si è meritata finalmente una propria dignità e identità artistica, e papà Leonard come tutti i genitori, ne sarà certamente fiero.

Tino Montanari

Il Supplemento Della Domenica: “C…o Che Bello”! John Mellencamp – Plain Spoken

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John Mellencamp – Plain Spoken – Republic/Universal – 23/09/2014

“C…o Che Bello”! Sono le prime due parole che mi sono venute in mente all’ascolto di questo nuovo, ventiduesimo, album di John Mellencamp (perché, che bello non si può dire? E’ osceno?). Facezie a parte, il nuovo album del Puma esce, assolutamente a sorpresa, a soli due mesi dall’uscita di Trouble No More Live At Town Hall: un colpo doppio al cuore dei fans, prima un disco dal vivo, atteso e mai pubblicato in passato, e poi uno nuovo di zecca, che è anche tra i più belli degli ultimi tempi e in assoluto, nella sua discografia. D’altronde, in un certo senso, lo avevano fatto intendere le parole utilizzate nell’intervista concessa a Rolling Stone sul finire dello scorso anno: la casa è vuota (parlando della mega magione vicino a Bloomington, Indiana, dove vive), nessuno risponde al richiamo “dov’è papà”, da quando non ci sono più. la moglie Elaine, da cui ha divorziato nel 2011, e anche gli ultimi due figli, Hud e Speck, ora al college, se ne sono andati; John si aggira tra le stanze dell’abitazione con aria malinconica (un brutto colpo per uno che si era autodefinito Mr. Happy Go Lucky) e quindi evidentemente ha avuto parecchio tempo per meditare e scrivere queste bellissime dieci canzoni che compongono Plain Spoken. Oddio, a voler essere cattivi, Mellencamp si era subito consolato per la separazione (o era già successo prima?), presentandosi alla data di luglio del 2011, in Italia, a Vigevano, in compagnia dell’attrice Meg Ryan, però sembra essere finita anche quella relazione (pure se la foto di copertina del CD è sua), quindi buttiamoci sul lavoro.

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Contrariamente a quanto si era letto sulla stampa, T-Bone Burnett questa volta non produce, limitandosi ad un ruolo “esecutivo” e a suonare la chitarra nel disco, lasciando il pallino della produzione allo stesso Mellencamp. Il risultato ci riporta al suono classico, dopo una serie di dischi che avevano attinto molto alle grandi tradizioni del blues, del folk e del country primigenio, con un sound volutamente scarno ed austero: comunque Life, Death, Love And Freedom e No Better Than This erano due fior di dischi (e nel frattempo è uscito il progetto Ghost Brothers Of Darkland County e John prosegue anche con la sua attività di pittore). Sarà quel che sarà, ma questo nuovo Plain Spoken ci riporta in parte alle sonorità roots e Americana di dischi come The Lonesome Jubilee Big Daddy, forse non sarà così bello, ma quasi ci siamo. L’umore è quello pensoso della ballata, forse il mezzo più adatto per rendere l’attitudine leggemente amara e risentita che aleggia in questi brani. Anche se John, vicende familiari a parte, dovrebbe essere più che ottimista, in considerazione del fatto che la Universal/Republic gli ha rinnovato il contratto discografico “a vita”, in un certo senso, finche morte non ci separi, forse un altro dei motivi per cui si è sentito in dovere di pubblicare subito un album nuovo. Circondato dai fedelissimi Mike Wanchic e Andy York alle chitarre e strumenti a corda in generale, e dalle acquisizioni più recenti, come l’ottima violinista Miriam Sturm, Troye Kinnett alle tastiere e fisa, più la sezione ritmica di John Gunnell al basso e Dane Clark alla batteria, il Coguaro dimostra ancora una volta perché è uno dei migliori cantautori americani di sempre, parte di quella pattuglia che partendo da Springsteen e Seger, e con l’aggiunta di Petty e dello stesso Mellencamp, ha regalato alcune delle pagine migliori del rock americano degli ultimi 40 anni, roots e non roots che sia la loro musica.

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Insomma, se la solitudine e l’amarezza hanno questi effetti sulla sua musica non gliene auguriamo, ma ne godiamo i risultati. I titoli delle canzoni sono esplicativi in questo senso: a partire daTroubled man, aperta da un delicato arpeggio di chitarra acustica, poi viaggia serenamente sulle note del violino della Sturm, mentre Gunnell e Clark accarezzano i loro strumenti, il nostro canta con una convinzione che non difettava certo negli ultimi dischi, ma qui è più inserita nella tradizione delle suoi migliori brani, dove la melodia regna sovrana https://www.youtube.com/watch?v=3oEquZwvG0k . Sometimes There’s God, con il suo approccio elettro-acustico, tra chitarre acustiche ed elettriche, mandolino e tocchi di pianoforte, con il violino che lavora sullo sfondo, il tutto che rinnova i fasti delle canzoni del periodo d’oro anni ’80, ci riporta a quella voce, roca ed espressiva come poche, non potentissima, ma unica e subito riconoscibile, un vecchio amico che non puoi fare a meno di amare. The Isolation Of Mister, ennesima ballata uggiosa, ma il tempo è quello, conferma questa ritrovata vena: non sembra, non me ne intendo della parte dell’autore, ma evidentemente non deve essere facile scrivere sempre delle belle canzoni, qualche volta la Musa si posa su di te, e tutto funziona, “solite” chitarre acustiche, un organo che scivola che è un piacere e  il suono dell’armonica, con un breve intervento quasi dylaniano, a suggellare il risultato. Ovviamente il nostro amico si “incazza” ancora, The Company Of Cowards è uno dei suoi brani “politici”, leggermente più mosso dei precedenti, le chitarre acustiche sono più vivaci, la sezione ritmica batte il tempo con più vigore e Mellencamp si infervora ancora una volta, estraendo nuovamente l’armonica, che irrobustisce ulteriormente il tessuto sonoro della canzone. Tears In Vain, con due twangy guitars in azione e la solita armonica, potrebbe quasi uscire da Scarecrow, un brano incalzante, si potrebbe parlare di rock? Ma sì!

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E siamo solo a metà. In The Brass Ring ci parla ancora di questo suo umore poco propenso all’ottimismo e alla positività: “Questo mondo che ho visto qui non è mai giusto, così lasciatemi con i miei dispiaceri!”, e noi lo lasciamo, però ci gustiamo questa ennesima bella canzone, sempre del filone di quelle più mosse, rock è una parola forte, però le chitarre si fanno sentire e la sezione ritmica è più in evidenza che in altri momenti. Forse manca quel piccolo quid di maggiore varietà per inserire Plain Spoken tra le sue opere più riuscite, questo lo dirà il tempo, ma al sottoscritto piace. Freedom Of Speech è una folk tune che viaggia solo sulle note del violino della Sturm, una fisarmonica appena accennata e una chitarra acustica, pochissimi elementi ma che rendono funzionale il messaggio sociale del brano. Blue Charlotte è una delle love songs del canone mellencampiano, ritornello cantabile, violino ricorrente, chitarre discrete ma incisive e una breve, deliziosa, parte centrale strumentale, con il buon John che ci rende edotti delle vicende di questa Charlotte.The Courtesy Of Kings è un bel valzerone rock che potrebbe quasi uscire dai solchi di Blonde On Blonde di Dylan, uno degli eroi di Mellencamp, che estende la sua influenza nel tempo e che ci regala una delle pagine migliori di questo disco. Che affida la sua conclusione all’altro brano espressamente politico di questa raccolta, Lawless Times, il brano più rock-blues del CD, con la slide a segnare il tempo e l’armonica che fa sentire il suo lamento per l’ultima volta https://www.youtube.com/watch?v=g6k-dOF8K5U .

Quindi? Quindi…esce martedì 23 settembre, giudicate voi, io la mia opinione ve l’ho detta e visto che è ripartito, me lo risento!

Bruno Conti