Con Un Nome Così Difficile Fare Dischi Brutti! Green River Ordinance – Fifteen

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Green River Ordinance – Fifteen – Residence Music

Ovviamente il riferimento del titolo del Post è quello ad una delle canzoni più famose e più belle dei Creedence (il genere però non c’entra per nulla), ma il nome della band viene da una legge americana che proibisce la vendita porta a porta a meno che il proprietario non dia il permesso. E noi il permesso di entrare ai Green River Ordinance lo diamo assolutamente, soprattutto per questo Fifteen, il loro quarto album, che festeggia appunto quindici anni di carriera (le aste cancellate sulla copertina). Tipi semplici e dal cuore d’oro, vengono da Forth Worth, Texas, sono un quintetto, incentrato intorno alla voce fresca e piacevolissima di Josh Jenkins, che vede nella propria formazione una coppia di fratelli, Jamey Ice, chitarra solista, resonator, 12 corde, mandolino e banjo, e Geoff Ice, basso, armonica e voce di supporto. Completano il quintetto Denton Hunker, alla batteria e Joshua Wilkerson, seconda chitarra, piano, mandolino e anche lui voce aggiunta. E sono proprio le armonie vocali tra i punti di forza di questa band sudista che però rientra nel filone Americana, anzi direi che fanno proprio del country rock classico, quello dei bei tempi che furono. Quindi ancora una volta possiamo dire, niente di nuovo, però fatto molto bene, con canzoni decisamente belle, prevalentemente sotto forma di ballate, ma se serve aggiungono la giusta quota rock, mai troppo tirato. I vari produttori, Jordan Critz, Rick Beato Paul Moak, aggiungono, oltre a una bella nitidezza di suono, altre chitarre, lap e pedal steel, tastiere, che con l’aggiunta di un paio di violinisti che si alternano in sei degli undici brani dell’album aumentano decisamente anche la quota country dell’album.

Come si diceva la forma ballata è quella prediletta dalla band, magari in leggero mid-tempo, come nell’iniziale Keep Your Cool. che parte piano, poi va in crescendo, con gli strumenti che entrano di volta in volta, acquisisce grinta e si insinua nell’attenzione dell’ascoltatore, con armonie vocali avvolgenti, tocchi di armonica, organo e le chitarre elettriche che senza ruggire sono comunque molto presenti nel sound complessivo. Red Fire Night, con violini guizzanti, banjo, armonica e le solite armonie vocali delicate è sempre una deliziosa e gioiosa celebrazione della vita attraverso ritmi country che non saranno nuovi ma se ben suonati si ascoltano sempre con piacere. Maybe It’s Time (Gravity) è una delle loro escursioni nel rock, più ruvida e riffata degli altri brani, può ricordare certe cose degli Avett Brothers o dei conterranei Band Of Heathens, a tratti si va quasi di boogie. Simple Life, con la pedal steel, suonata dal produttore Paul Moak, in evidenza, è una di quelle bellissime ballate che sono il loro marchio di fabbrica, con piano e violino ad ampliare lo spettro sonoro del brano. Eccellente anche Tallahasseee, senza pedal steel aumenta la quota rock, ma l’armonizzare del gruppo è sempre di grande effetto e il suono corale di band e musicisti aggiunti è sempre coinvolgente, con l’armonica che è uno degli elementi ricorrenti negli arrangiamenti.

You, Me And The Sea, ballata elettroacustica molto dolce, sempre dalle melodie molto accattivanti, e non mancano mai in nessun brano, sempre con questa rivisitazione di suoni e stili molto garbata, ma efficace e ben realizzata. Anche Always Love Her, altra bella canzone d’amore, prosegue in questo percorso musicale, più mossa e brillante nei ritmi, ma con le immancabili armonie vocali, violino guizzante e suoni country. Ancora più evidenti in Endlessly, dove sono mandolino, piano e pedal steel gli strumenti guida, con il solito violino di Lindsey Duffin sullo sfondo, insieme alle voci dei componenti della band che in questo brano si alternano alla guida della canzone.Only God Knows dimostra che anche invertendo l’ordine di un titolo, la canzone rimane un piccolo gioiellino, una sorta di spiritual moderno e contemporaneo con sonorità rock, mentre Life In The Wind, con slide, acustica, piano e mandolino in evidenza, ha un impianto più country-folk e diversifica il sound dell’album, anche grazie al leggero falsetto a tratti di Josh Jenkins, che si rivela ottimo cantante per chi non lo conosceva e interagisce al solito con le voci degli altri componenti la band. A chiudere Keep My Heart Open, la più lunga e forse anche la più bella delle ballate contenute in questo Fifteen, che si conferma come uno degli album più interessanti di questo primo scorcio di 2016.

Bruno Conti

Con Un Nome Così Difficile Fare Dischi Brutti! Green River Ordinance – Fifteenultima modifica: 2016-02-04T12:13:18+00:00da bruno_conti
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