Il 2016 Ha Colpito Ancora! Ci Hanno Lasciato Anche Ralph Stanley, Scotty Moore E Rob Wasserman! Senza Dimenticare Wayne Jackson (Memphis Horns) e Bernie Worrell (Parliament/Funkadelic).

ralph stanley

Era già da qualche settimana che non si registravano morti eccellenti, dopo la vera e propria ecatombe dei primi mesi di questo tremendo 2016, ma in un colpo solo (a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro) ben tre noti musicisti, due dei quali potrebbero anche aspirare al titolo di “leggenda”, sono passati a miglior vita. Una settimana fa circa, il 23 Giugno, ci ha lasciato, alla veneranda età di 89 anni, Ralph Stanley, uno dei padri della musica country americana e tra i creatori del genere bluegrass insieme a Bill Monroe, Lester Flatt, Earl Scruggs ed altri meno noti. Originario della Virginia, cantante e virtuoso del banjo, Stanley iniziò la sua lunga carriera come metà del duo Stanley Brothers insieme al fratello Carter e quasi contemporaneamente come leader dei Clinch Mountain Boys, cominciando come cover band di Monroe e di traditional appalachiani, ma iniziando presto a scrivere materiale originale, cosa che li mise in competizione proprio con Monroe, che arrivò addirittura a lasciare la Columbia (in favore della Decca) quando la famosa casa discografica mise sotto contratto i due fratelli Stanley.

Alla morte di Carter, avvenuta nel 1966, Ralph proseguì come solista, ma avvalendosi sempre dei Clinch Mountain Boys come backing band (con innumerevoli cambi di formazione), fino ai giorni nostri: musicista di grande esperienza e cultura, ha praticamente inventato un suo modo di suonare il banjo, e nel corso della sua carriera ha cantato di tutto, dal bluegrass, al country al gospel, ed il suo nome è prepotentemente tornato in auge grazie a T-Bone Burnett ed ai fratelli Coen per il film del 2000 O Brother Where Art Thou?, nella cui colonna sonora Ralph interpretava O Death ma il suo spirito aleggiava su tutte le canzoni (ed il brano da lui cantato gli valse anche un Grammy). Da quel momento, Ralph riprese ad incidere con regolarità, pubblicando dischi uno più bello dell’altro, il più delle volte aiutato da presenze illustri (come nell’imperdibile Clinch Mountain Country, uscito peraltro nel 1998, con ospiti come Bob Dylan, Dwight Yoakam, George Jones, Gillian Welch, Porter Wagoner ed i BR5-49, o l’altrettanto prezioso Clinch Mountain Sweethearts, con duetti tutti al femminile, o ancora il recente Man Of Constant Sorrow, con Elvis Costello, Robert Plant, gli Old Crow Medicine Show e Dierks Bentley), o anche ottimi lavori in solitario come Ralph Stanley del 2002 e Shine On del 2005. Adesso starà già jammando con Bill Monroe, sperando che abbiano sistemato le vecchie divergenze.

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Winfield Scott Moore III, più noto come Scotty Moore (che di anni ne aveva 84) è stato il chitarrista della prima parte della carriera di Elvis Presley, dal 1954 (quindi periodo Sun compreso) fino ai primi anni sessanta quando il King ha iniziato a frequentare Hollywood (ma si esibirà con lui per l’ultima volta anche nel famoso Comeback Special del 1968): il suo nome sarà sempre legato a quello del bassista Bill Black e del batterista D.J. Fontana, che hanno costruito l’alveo perfetto per le canzoni del primo Elvis, entrando quindi di botto nella leggenda (furono soprannominati The Blue Moon Boys): influenzato dallo stile di Chet Atkins, Moore perfezionò una tecnica fingerpicking decisamente personale sulla sua Gibson, inventando di fatto lo stile rockabilly ed influenzando generazioni di chitarristi, tra cui Bruce Springsteen, Keith Richards e, anche se non si direbbe, Jimmy Page.

Dopo le collaborazioni con Elvis, Moore non partecipò a moltissime sessions, preferendo dedicarsi al ruolo di record engineer per, tra gli altri, Carl Perkins e Ringo Starr (l’album Beaucoups Of Blues), e continuando a suonare in occasionali serate dedicate alle vecchie glorie. Nel 1997 Moore si riunì con Fontana per incidere lo splendido All The King’s Men, un sontuoso tributo all’epoca d’oro del rock’n’roll con una serie incredibile di ospiti (Keith Richards, The Band, The Mavericks, Ron Wood, Jeff Beck, Steve Earle, Joe Ely, Cheap Trick). Ora, è facile da immaginare, avrà riabbracciato Elvis ed insieme con Bill Black (Fontana è ancora vivo) staranno già suonando Mystery Train o That’s Alright, Mama.

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Mi ha colto invece di sorpresa la scomparsa avvenuta ieri 29 giugno, a soli 64 anni, e per cause non ben precisate, di Rob Wasserman, bassista californiano di formazione classica il cui nome è legato ai lavori insieme a Bob Weir, prima nei Ratdog e dopo negli episodi da solista dell’ex Grateful Dead. Ma prima ancora Wasserman era stato il bassista di Lou Reed (nei bellissimi New York e Magic And Loss, ma anche più di recente nel controverso Lulu, inciso dal musicista newyorkese con i Metallica) ed aveva collaborato con Van Morrison (Beautiful Vision), Elvis Costello (Mighty Like A Rose), Bruce Cockburn, Rickie Lee Jones ed il David Grisman Quintet.

Particolarmente apprezzati furono poi i suoi album Solo, Duets e Trios, incisi insieme ad ospiti come Brian Wilson, Aaron Neville, Bruce Hornsby, ancora Lou Reed, Jerry Garcia, Neil Young e perfino una collaborazione inedita con Willie Dixon in Dustin’ Off The Bass. In questo caso, è troppo facile pensare al fatto che sia già a fianco di Lou Reed a provare nuove canzoni che l’ex Velvet Underground non ha certo smesso di scrivere neppure nell’aldilà.

Marco Verdi

Parte II

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Aggiungo anche il mio piccolo contributo ricordando altri due personaggi, scomparsi di recente, che hanno fatto la storia della musica, nei loro casi Soul e Funky. Prima di tutto Wayne Jackson, trombettista bianco, prima nei Mar-Keys, poi nella house band della Stax e infine, con Andrew Love (sassofonista, scomparso nel 2012) come Memphis Horns hanno suonato praticamente con tutti, credo si farebbe prima a dire con chi non sono apparsi (e mi vengono in mente Beatles e Stones), ma per il resto, facendo una selezione veloce: Otis Redding, Wilson Pickett, Sam & Dave e tutto il cucuzzaro Stax, Al Green, Elvis, Bob Dylan, Isaac Hayes, Tony Joe White, James Taylor, Aretha, Rod Stewart, BB King, Willie Nelson, Doobie Brothers, Frankie Miller, Lowell George, gli U2, anche Zucchero, Buddy Guy, Keith Richards, Maria McKee, e sono veramente una minima parte, ci vorrebbe un Post a parte solo per citare i nomi degli artisti con cui ha suonato Wayne Jackson, colpito anche lui dalla maledizione dei 74 anni e morto a Memphis il 21 giugno scorso (per i problemi di cuore che lo affliggevano da anni), lo stesso luogo dove era nato il 24 novembre del 1941.

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E il 24 giugno è morto anche Bernie Worrell, che di anni ne aveva 72 anni ed era da lungo ammalato di cancro, uno dei grandi tastieristi della storia del funk (e non solo), spesso definito il Jimi Hendrix delle tastiere, a lungo braccio destro di George Clinton nei Parliament e nei Funkadelic e che anche lui ha poi suonato con centinaia, anzi migliaia di musicisti nel corso di una carriera durata oltre 45 anni: forse le collaborazioni più note quelle con i Talking Heads, e in anni più recenti i Vintage Vinos di Keith Richards e i Gov’t Mule.

Direi che per oggi può bastare anche se vista la continua moria si pensava di inserire magari una rubrica nel Blog intitolata “Prima che sia troppo tardi”, dove parlare periodicamente di musicisti che hanno fatto la storia della musica e di cui spesso si ignora l’esistenza o quasi, fino al giorno in cui se ne vanno. Vedremo in futuro. Tra l’altro, tornando brevemente a Scotty Moore, ieri sera ero a vedere il concerto dei Blackberry Smoke al Carroponte, ed in chiusura di serata Charlie Starr e soci gli hanno dedicato una bella versione di That’s All Right Mama, quindi per fortuna anche tra le generazioni più giovani il grande patrimonio del passato non è perduto e questo è un buon segno!

Bruno Conti

Di Cantautori Così Non Ne Fanno Più! Chip Taylor – Little Brothers

chip taylor little brothers

Chip Taylor – Little Brothers – Train Wreck/Ird CD

Nonostante abbia scritto brani come Angel In The Morning (grande successo per Juice Newton nel 1981 e prima ancora nella Top Ten USA del 1968, cantata da Merrilee Rush), ma soprattutto la celeberrima Wild Thing, il pezzo che da solo ha praticamente definito l’intera carriera dei Troggs (e di cui Jimi Hendrix suonò una versione formidabile al Monterey Pop del 1967), Chip Taylor (nome d’arte di James Wesley Voight, come è anche indicato sulla copertina del CD di cui mi accingo a parlare) è da sempre considerato un outsider, quasi un personaggio di secondo piano, soltanto perché non ha mai avuto successo come artista solista, ma solo come autore per conto terzi, soprattutto con i due brani citati prima. Attivo come performer dall’inizio degli anni settanta, Taylor ha inciso molto, interrompendosi solo per un lungo periodo che comprendeva tutti gli anni ottanta (il nadir di popolarità per molti musicisti “originali”) e metà circa dei novanta, ricominciando però con regolarità solo dagli anni duemila, sia da solo che in coppia con la brava Carrie Rodriguez. Chip è sempre stato un cantautore puro, di stampo classico, voce, chitarra e poco altro, ma con una straordinaria capacità di costruire melodie intense ed immediatamente fruibili, unite ad un feeling non comune; con gli anni poi la sua voce ha assunto tonalità calde e pastose che in diversi casi sono state l’arma in più per far funzionare a dovere le sue canzoni: il suo stile rilassato, confidenziale, a metà quasi tra cantato e parlato, è uno dei suoi marchi di fabbrica, e negli ultimi anni raramente ha sbagliato un colpo.

https://www.youtube.com/watch?v=xIjn5C0RDKc

Infatti, a partire dallo straordinario New Songs Of Freedom del 2008 (ma anche andando a ritroso) , che era una sorta di compilation con però diversi brani nuovi, il nostro non ha mai deluso, e in alcuni casi (parlo almeno per me) ha addirittura entusiasmato: tra i suoi lavori più riusciti ricordo senz’altro il bellissimo Songs From A Dutch Tour (che a dispetto del titolo non è un live), lo splendido Block Out The Sirens Of This Lonely World, uno dei miei dieci dischi del 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/06/27/una-trasferta-norvegese-chip-taylor-block-out-the-sirens-of/ , e l’ambizioso triplo CD The Little Prayers Trilogy di due anni orsono. E poi uno che come chitarrista utilizza John Platania, cioè il bandleader per anni di “Mr. Esigenza” Van Morrison (compreso nel leggendario live It’s Too Late To Stop Now, appena ristampato http://discoclub.myblog.it/2016/06/14/sempre-stato-difficile-fermarlo-nuova-versione-espansa-piu-dei-live-piu-belli-sempre-van-morrison-its-too-late-to-stop-now-ii-iii-iv-dvd/ ), non è certo un personaggio qualunque (in Norvegia gli hanno pure dedicato un tributo http://discoclub.myblog.it/2013/03/16/dalla-norvegia-con-passione-paal-flata-wait-by-the-fire-song/.

Ora Chip torna con un CD nuovo di zecca, Little Brothers, nel quale ci regala otto brani nuovi di zecca, di stampo autobiografico (e non è la prima volta, lo aveva già fatto in Yonkers, NY http://discoclub.myblog.it/2009/11/07/chip-taylor-yonkers-ny/ ), a partire dalla copertina che lo vede ritratto in una foto di quando era bambino assieme ai suoi due fratellini (cioè il famoso attore Jon Voight, e quindi Chip è anche lo zio di Angelina Jolie, e Barry Voight che è un famoso geologo e vulcanologo). Anche in questo disco Taylor ci delizia con una serie di ballate acustiche di rara intensità, alternandole con brevi racconti parlati nel suo tipico stile, accompagnato da pochi ma validissimi compagni di viaggio: oltre al fido Platania, abbiamo il bravissimo Goran Grini al piano ed organo (oltre che alla produzione) e un paio di bassisti che si alternano, Bill Troian e Grayson Walters, alcuni sporadici backing vocalist (tra cui i suoi nipoti) e nessuna batteria. Il disco si apre con Barry And Buffalo, una tipica canzone delle sue, in cui all’inizio Chip parla, accompagnandosi alla chitarra, in perfetto relax (ma a me, sarò parziale. piace pure quando parla), per poi infilare all’improvviso un ritornello cantato da brividi, complice anche il pianoforte di Grini. E poi anche le pause ed i sospiri del nostro fanno parte della struttura ritmica del brano. Bobby I Screwed Up è più canzone, Chip canta da subito (anche se quasi sussurrando), l’accompagnamento chitarristico è forte seppur acustico, e l’organo fornisce un prezioso background, mentre con Enlighten Yourself siamo ancora in pieno talkin’, anzi all’inizio Taylor parla proprio, come se raccontasse una storia (ci sono anche dei suoni di clacson!), poi comincia ad arpeggiare la chitarra ed introduce una melodia molto intensa, quindi ricomincia a parlare in fretta, e faccio fatica a stargli dietro, per poi finire ancora con la parte cantata, il tutto in maniera decisamente informale, ma non priva di fascino.

La title track è un altro talkin’, ma stavolta la musica non abbandona mai il brano, grazie anche ad un refrain semplice ma diretto e ad un bel connubio tra la chitarra di Platania e l’organo di Grini, risultando piacevole e raffinato. Refugee Children, anch’essa anticipata da una lunga introduzione parlata (strano!), è una toccante ballata nella quale viene fuori la particolare bravura del nostro nel creare grande pathos con solo chitarra, piano, basso e la sua voce profonda (sul finale c’è anche un coro di bambini, per una volta non fuori posto, visto l’argomento della canzone). St. Joan, dedicata a sua moglie, è un altro gran pezzo di cantautorato puro, tre strumenti in croce (ma che bel pianoforte), una voce calda ed un motivo semplice ma in grado di trasmettere grandi emozioni; Time Goes By e Book Of Hope proseguono sulla stessa linea, anzi sono ancora più lente ma forse, specie la seconda, ancora più struggenti. Il CD si chiude con una breve ripresa di Enlighten Yourself: in definitiva ancora un album davvero riuscito per Chip Taylor, un cantautore di quelli di cui hanno buttato via lo stampo.

Marco Verdi

Le CSN In Gonnella Degli Anni 2000? Forse, Ma Non Solo: Case/Lang/Veirs

case lang veirs

Case/Lang/Veirs – Case/Lag/Veirs – Anti/Epitaph

Quando alcuni mesi fa (ma ne parlavano da tempo tra loro, e nel 2013 su Warp And Theft della Veirs era già successo)) Neko Case, k.d. lang Laura Veirs, in stretto ordine alfabetico), hanno deciso di unire le loro forze per registrare un album insieme, la prima obiezione che era stata fatta a questo progetto era quella dell’equilibrio da raggiungere tra i tre diversi talenti impegnati in questa operazione. Va detto subito che mi pare ci siano riuscite, in quanto le tre cantanti hanno saputo realizzare comunque una serie di canzoni dove le loro voci si amalgamano alla perfezione, in uno stile che, come ricordo nel titolo del Post, può essere considerato una sorta di versione 2.0  e femminile dei gloriosi intrecci vocali dei Crosby Stills Nash dei tempi d’oro: ovvero, tutte e tre a turno mettono a disposizione le proprie canzoni e si alternano alla guida dei vari brani, ma poi armonizzano in modo splendido, praticamente in tutte le canzoni contenute in questo disco, prodotto in modo misurato e brillante dal marito di Laura Veirs, Tucker Martine, che ha registrato l’album nei propri studi casalinghi di Portland, Oregon, utilizzando anche una sezione archi e dei fiati, oltre ad una serie di musicisti non celeberrimi (probabilmente il più noto dei quali è Glenn Kotche, il batterista dei Wilco) ma assai efficaci nel ricavare il meglio dal materiale proposto dalle tre autrici.

Non tutti i 14 brani sono forse dei capolavori, ma l’album si ascolta con piacere e pur evidenziando l’indie-pop raffinato di Neko Case, il folk intellettuale e brillante di Laura Veirs (un po’ alla Suzanne Vega) e il jazzy pop sognante e brillante a livello vocale di k.d. lang, a tratti sorprende per le citazioni (certo non nuove, ma sempre gradite) di Best Kept Secret, un rock solare e californiano, mosso e di impronta rock, direi quasi alla Bangles, ed è inteso come un complimento, con le voci, guidate da Neko Case, che fluttuano con estrema godibilità sul tappeto di archi e fiati di stampo beatlesiano realizzato da Martine, mentre chitarre e tastiere e sezione ritmica confezionano un delizioso tourbillon di frizzante pop, nella accezione più brillante e nobile del termine. In alcuni brani, come nell’iniziale Atomic Number, l’intreccio delle voci rasenta la perfezione assoluta, con un’aria malinconica ma serena che esce dalle note di questa splendida canzone. O nella magnifica Song For Judee,dedicata ad una delle più geniali, brillanti e sfortunate cantautrici dell’epopea californiana, quella Judee Sill che fu grande almeno come le sue contemporanee Joni Mitchell, Laura Nyro Carole King, e in questo brano gli agganci con il country-pop west-coastiano di CSN ci sta tutto, tra viole sognanti, pianoforti e una batteria delicata che aggiungono tratti quasi barocchi a questo brano sempre malinconico, ma pervaso comunque da questa aurea serenità senza tempo.

I brani più riconoscibili sono indubbiamente quelli di k.d. lang., Blue Fires, Honey And Smoke 1.000 Miles Away ci rimandano a quell’allure tra jazz e pop dei migliori brani di Ingenue, il suo disco più conosciuto, impreziositi dalle armonie delle amiche Case e Veirs. Ma è nei momenti corali che le tre eccellono, in Delirium sembra di ascoltare quasi dei Mamas And Papas trasportati per incanto ai giorni nostri (senza Papas, solo Mamas) o qualche girl group d’antan che ci delizia con questo pop raffinato, dove una “scivolata” di organo Farfisa o un colpo di tamburello sono posizionati con incredibile precisione tra gli svolazzi vocali. Green Of June, fonde il folk-rock al pop più complesso, sempre tra archi, marimbe, vibrafoni, tastiere e chitarre acustiche, mentre le voci richiamano gruppi come  Renaissance, Fairport Convention o i californiani It’s A Beautiful Day e i Joy Of Cooking di Terry Garthwaite Tony Brown. Anche Behind The Armory si muove in quello spettro sonoro tra la Annie Haslam più folk e qualche tocco di Suzanne Vega Laura Marling, meno intellettuali e più “popolari”.

Supermoon potrebbe uscire proprio dal primo album della Vega, anche se le voce di Laura Veirs è meno monocorde e gli intrecci armonici e l’uso degli archi aggiungono un tocco di “dream folk”. Però è quando le voci si sommano, come nella corale I Want To Be Here, che le tre ragazze ricordano gli intrecci vorticosi dei CSN citati all’inizio, in versione femminile e con un’altra prospettiva sonora, ma l’idea di base è quella. Niente male pure Down o la sognante e morbida Why Do We Fight, dominata dalla splendida voce della canadese k.d. lang, con le altre che le fanno da damigelle d’onore, per poi affidare la conclusione ad un altro dei pezzi forti di questo album, una Georgia Stars dove la Case (o è la Veirs?) rievoca di nuovo questa specie di folk futuribile, discendente lontano di quello cerebrale della Mitchell, figlio di quello indie alternative della Vega e sempre graziato dai brillanti florilegi di voci e strumenti che interagiscono in modo perfettamente calibrato. Forse, anzi sicuramente, si tratta di musica già sentita, ma confezionata così come non la si ascoltava da tempo, quindi merita la vostra attenzione.

Bruno Conti

75 Anni Così? Da Farci La Firma Subito! Joan Baez – 75th Birthday Celebration

joan baez 75th celebration

Joan Baez – 75th Birthday Celebration – Razor & Tie CD – DVD –  2CD/DVD

Quest’anno non solo Bob Dylan ha festeggiato il raggiungimento del settantacinquesimo anno di età, ma ancora prima di lui (il 9 Gennaio) è stata la volta di Joan Baez, che ancora oggi qualcuno associa al grande cantautore di Duluth nonostante i due non abbiano rapporti di alcun genere da almeno trent’anni, a causa del legame fortissimo, sia artistico che sentimentale, che unì Dylan e la Baez all’inizio degli anni sessanta, quando venivano identificati entrambi come i leader del movimento folk di protesta. Come sappiamo Bob deviò presto verso altre strade, mentre Joan ha sempre continuato con le sue battaglie fino ad oggi, con una coerenza rara nel mondo della musica, ma che le fa senz’altro onore, anche se qualcuno potrebbe etichettarla come personaggio anacronistico. A differenza di Dylan, da sempre refrattario alle auto-celebrazioni, Joan ha deciso di festeggiare il compleanno con qualche giorno di ritardo (il 27 Gennaio), con un concerto al Beacon Theatre di New York e con una serie incredibile di grandi ospiti presenti (tranne Bob, naturalmente, ma anche Joan aveva mancato la famosa BobFest al Madison Square Garden nel 1992), tutti in fila rispettosamente ad omaggiare una vera e propria leggenda vivente della nostra musica. E Joan, come si evince dal DVD allegato al doppio CD pubblicato da pochi giorni, per l’occasione (intitolato semplicemente 75th Birthday Celebration) è apparsa in forma eccezionale, sia fisica che vocale, intrattenendo magnificamente per tutti i cento minuti circa dello spettacolo, cantando da sola o con l’aiuto degli amici che vedremo tra breve una bella serie di classici del passato, suoi e di altri, oltre a diverse chicche https://www.youtube.com/watch?v=CvxdtlG3Q9g .

Vocalmente forse Joan non ha più la potenza dei primi anni (quando si diceva potesse rompere un bicchiere di cristallo solo con l’uso della voce), ma la purezza è rimasta intatta, ed in questa serata dimostra anche di essere una padrona di casa splendida, muovendosi sul palco con una classe immensa ed introducendo i vari ospiti con presentazioni brevi ma efficaci (ed è anche un’ottima chitarrista, il che non guasta). Il concerto è al 100% acustico, con pochi brani suonati full band, ma il feeling è talmente alto e le canzoni sono talmente belle che non solo la noia è totalmente assente, ma non si contano i momenti emozionanti o addirittura commoventi. Inizio splendido con l’intensa God Is God, un brano di Steve Earle che Joan esegue in perfetta solitudine, voce limpidissima e grande feeling, due strofe e ho già i brividi; There But For Fortune è uno dei classici assoluti di Phil Ochs, una delle più belle canzoni dello sfortunato folksinger, mentre Freight Train, il noto evergreen di Elizabeth Cotten, vede entrare il primo ospite, cioè il grande David Bromberg, che non canta ma si fa sentire eccome con il suo splendido pickin’. Per Blackbird, nota canzone dei Beatles, Joan è raggiunta sul palco, con acclusa prima grande ovazione, da David Crosby (e da Dirk Powell alla chitarra): i due armonizzano in maniera superlativa, anche perché David questo brano dal vivo con CSN lo fa da una vita; She Moved Through The Fair è una delle più famose ballate irlandesi, ed a Joan si unisce Damien Rice (che è irlandese pure lui), solo due voci ed un harmonium, ma che intensità! Joan omaggia anche Donovan con Catch The Wind (il brano più noto del periodo folk del cantautore, quando veniva chiamato il “Dylan inglese”), ed alla padrona di casa si aggiunge la bravissima Mary Chapin Carpenter per una buona versione, molto rigorosa.

Anche Hard Times, è stata fatta dalla metà di mille (è una canzone popolare composta da Stephen Foster, lo stesso di Oh, Susannah!), e qui Joan divide il microfono con Emmylou Harris, una delle poche che come voce non ha paura della Baez (e Powell si sposta al piano), altra rilettura da pelle d’oca; Joan ed Emmylou vengono poi raggiunte da Jackson Browne (che somiglia sempre di più a Carlo Massarini con la parrucca, ed i due tra l’altro sono amici), per una strepitosa versione a tre voci e tre chitarre di Deportee, una delle più belle canzoni di Woody Guthrie, ed uno dei momenti top della serata. Ed ecco Dylan (inteso come autore), ma Joan, dopo un’introduzione in cui sfotte bonariamente il vecchio Bob, sceglie un pezzo poco conosciuto, Seven Curses, suonato in totale solitudine, come anche la canzone successiva, una fluida interpretazione del traditional Swing Low, Sweet Chariot; la prima parte del concerto (e primo CD) si chiude con la grande Mavis Staples che si unisce a Joan per un medley di puro gospel eseguito a cappella dalle due artiste, Oh, Freedom/Ain’t Gonna Let Nobody Turn Me Around, dove spicca il contrasto tra la potenza di Mavis ed il timbro cristallino di Joan.

The Water Is Wide è un altro splendido traditional che la nostra avrà cantato mille volte, ma stasera con le Indigo Girls (cioè Amy Ray ed Emily Saliers) ed ancora la Chapin Carpenter è tutta un’altra storia; le Ragazze Indaco restano sul palco per un altro pezzo di Dylan, la grandissima Don’t Think Twice, It’s All Right, altra versione da manuale, voci perfette e pathos a mille, un altro magic moment del concerto. Ed ecco il primo brano full band, ed è una eccezionale rilettura del classico House Of The Rising Sun, resa imperdibile dalla presenza di due chitarristi come David Bromberg e Richard Thompson, dire strepitosa è riduttivo. Thompson rimane per una versione a due di quello che è il brano più recente tra quelli proposti: infatti She Never Could Resist A Winding Road era una delle canzoni di punta dello splendido Still, album dello scorso anno del chitarrista inglese http://discoclub.myblog.it/2015/06/30/altro-disco-richard-thompson-still/ , ma la sua presenza in scaletta ha senso in quanto Joan preannuncia che sarà uno dei pezzi presenti sul suo prossimo disco di studio, e se il livello si manterrà così ci sarà da divertirsi; ancora Jackson Browne per una toccante versione di una delle sue signature songs, Before The Deluge (che Joan aveva inciso negli anni settanta), con solo Jackson al piano, più un violino ed una percussione: magnifica. Diamonds And Rust è sicuramente la più bella e famosa tra le (poche) canzoni scritte dalla Baez, e qui è riproposta con un’intensità incredibile, e con l’aiuto di Judy Collins, che ha solo due anni in più di Joan ma sembra sua nonna, anche se è sempre in possesso di una grande voce.

Gracias A La Vida, il noto brano di Violeta Parra ed uno dei maggiori successi di Joan, vede la nostra in compagnia del musicista cileno Nano Stern, per una scintillante versione che parte lenta ma poi si trasforma in un brano dalla ritmica molto vivace e “latina” che piacerà sicuro anche ai fans dei Los Lobos. Ci avviciniamo alla fine, ma c’è il tempo per una stupenda The Boxer eseguita proprio in compagnia di Paul Simon (e di Richard Thompson), un brano tra i più belli di sempre rifatto in maniera sublime; The Night They Drove Old Dixie Down, oltre ad essere uno dei classici assoluti di The Band, è stato anche il più grande successo commerciale di Joan a 45 giri, ed è perfetta per chiudere la serata in questa versione full band, con la Baez visibilmente emozionata quando il pubblico le canta spontaneamente “Happy Birthday To You”; come bis Joan sceglie ancora Dylan, e non poteva esserci canzone più appropriata per l’occasione di Forever Young, eseguita per sola voce e chitarra.

Un concerto magnifico, un atto dovuto per una cantante splendida: ritenendo che Totally Stripped degli Stones ed i volumi 2, 3 e 4 di It’s Too Late To Stop Now di Van Morrison siano comunque da considerarsi ristampe, a mio parere questo 75th Birthday Celebration è, fino a questo momento, il live dell’anno.

Marco Verdi

SIMO & Blackberry Smoke. Serata “Sudista” Il 29 Giugno Al Carroponte Di Sesto S. Giovanni (Mi): Un Ripasso!

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Di solito, salvo rare eccezioni, non vi ricordo eventuali concerti di band straniere sul suolo italico, ma questa volta, vista la particolarità delle due band americane che si presentano insieme, vale la pena di questo promemoria. I Blackberry Smoke, quintetto southern rock di Atlanta, Georgia, sono già stati nel nostro paese, sempre a Milano, all’Alcatraz, lo scorso 22 ottobre 2015, anche in quella occasione apriva un altro eccellente gruppo americano, i Record Company. Eredi della grande tradizione “sudista” che da Allman Brothers Lynyrd Skynyrd arriva fino a bande come i Whiskey Myers e appunto i Blackberry Smoke. Qui sotto potete rileggervi, come ripasso, la recensione del loro ultimo album, 

http://discoclub.myblog.it/2015/02/08/ed-eccoli-i-migliori-alfieri-del-nuovo-rock-sudista-blackberry-smoke-holding-all-the-roses/

che incorpora anche il link per leggere quella del notevole disco dal vivo Leave a Scar, Live: North Carolina

Questa volta ad aprire per la band di Charlie Starr, saranno i SIMO, poderoso power trio rock-blues con venature psichedeliche, guidati dal chitarrista e cantante JD Simo, vengono da Nashville, Tennesse e sono stati autori ad inizio anno del loro strepitoso secondo album, pubblicato dalla Mascot, Let Love Show The Way, di cui potete leggere a seguire la recensione che avevo scritto a gennaio in occasione dell’uscita del disco

http://discoclub.myblog.it/2016/01/29/ritmi-sudisti-blues-vecchie-chitarre-simo-let-love-show-the-way/

Se non siete di Milano e dintorni i Blackberry Smoke suonano anche a Roma, all’Ippodromo Delle Capannelle, domani 28 giugno. Non ci sono partite in contemporanea, ma, sempre a Milano, la sera del 29 giugno c’è anche il concerto di Vinicio Capossela, a voi l’ardua scelta!

That’s All Folks, Buon Concerto.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Un Nuovo Tipo Di Musica “Ambient”! Neil Young & Promise Of The Real – Earth

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Neil Young & Promise Of The Real – Earth – Reprise/Warner 2CD – 3LP – Download Pono 

Non allarmatevi, non è che Neil Young si sia improvvisamente messo a seguire le orme di Brian Eno: il titolo del post è un gioco di parole riferito al fatto, già noto da tempo per via dei comunicati stampa, che questo disco sia pieno di rumori ambientali, come se fosse stato registrato in mezzo alla natura. Ed infatti sia il titolo, Earth, sia la scelta delle canzoni, tutte aventi come tema il rapporto dell’uomo con l’ambiente, portano in questa direzione: Young, come sappiamo, una ne pensa e cento ne fa, e quindi la sua ultima idea è stata quella di pubblicare una testimonianza live del tour con i Promise Of The Real (la band di Lukas e Micah Nelson, figli di Willie) come se fosse stata registrato in mezzo ad un campo, o in un bosco, quindi circondato da rumori di pioggia, vento, ma soprattutto dai versi di vari animali quali rane, cavalli, galline, grilli ed insetti vari (ci sarebbero anche i clacson delle macchine che tanto naturali non sono, ma sappiamo della passione di Neil per le automobili). Conoscendo il tipo, la mia paura principale era che questi “rumori” interrompessero le varie performances, ma per fortuna non è così: qualcosa in mezzo ogni tanto si sente, ma il più delle volte i suoni sono messi tra un brano e l’altro, e senza sostituire il pubblico (altra cosa che temevo), ma unendosi ad esso e creando un effetto all’inizio un po’ straniante, ma alla lunga non mancante di un certo fascino.

Ma la cosa che più interessa in un album dal vivo sono le canzoni, e devo dire che Neil, nonostante passino gli anni, non tradisce mai: tredici performances spalmate su due CD (la scaletta annunciata in un primo momento ne prevedeva undici, quindi meglio così), con Neil in ottima forma ed i POTR che si dimostrano, come avevano lasciato intravedere lo scorso anno in The Monsanto Years, una backing band con le contropalle, quasi una versione più giovane dei Crazy Horse, anzi, se uno non lo sa, in certi momenti sembra davvero di sentire all’opera la band di Talbot, Molina e Sampedro (ma questo è dovuto in parte anche al tipo di canzoni di Neil, ricordo che la prima volta che lo vidi dal vivo, nel 1993, era accompagnato da Booker T. & The Mg’s, ma anche in quel caso sembrava di avere di fronte il Cavallo Pazzo, con l’organo di Booker T. Jones mixato talmente basso che quasi non si sentiva).

Quello che quindi uno si aspetta di avere in un disco live di Neil Young qui c’è: canzoni lunghe, diverse jam chitarristiche, qualche oasi acustica e tanto, tanto feeling; in più, alcune performances sono davvero di quelle da ricordare, ed anche la scaletta è decisamente stimolante, con solo un paio di classici assodati e diversi interessanti ripescaggi di brani oscuri del passato, oltre a quattro pezzi da The Monsanto Years, che fa prevedibilmente la parte del leone. I fratelli Nelson sono due chitarristi che si adattano alla perfezione al suono rustico della sei corde del leader, e la sezione ritmica di Corey McCormick (basso) ed Anthony Logerfo (batteria, oltre a Tato Melger alle percussioni) non sbaglia un colpo: Neil ha poi aggiunto qua e là anche un coro di otto elementi in studio, un’addizione che in alcuni punti funziona ed in altri meno. In definitiva Earth non è un disco perfetto, né si propone come il miglior live della carriera di Young, ma, a parte due o tre episodi minori, intrattiene a dovere per un’ora e mezza e contiene anche diverse zampate d’autore che valgono da sole il prezzo di ammissione. L’inizio non è il massimo: Mother Earth è un brano lentissimo, con Neil che canta accompagnandosi solo all’armonica ed all’organo a pompa, ma la melodia è un po’ banale (a me, scusate ma lo dico, ricorda quella dello spot della Robiola Osella…) ed il brano fatica a coinvolgere. Seed Justice è un brano inedito, e qui inizia lo sballo: una tipica rock’n’roll song elettrica del nostro, grande riff di chitarra, ritmo aggressivo, Neil canta con rabbia ed un ritornello epico che ha il sapore dei classici del passato; My Country Home apriva alla grande Ragged Glory, uno dei migliori dischi del Bisonte, ed anche qua è una goduria, una sorta di country song ma prepotentemente elettrica, con un refrain coinvolgente e chitarre ruspanti al punto giusto, che macinano assoli a profusione.

The Monsanto Years è più soffusa, anche se l’accompagnamento è sempre elettrico, ma non è una grande canzone, un tantino monotona e tirata inutilmente per le lunghe, mentre Western Hero (da Sleeps With Angels) è invece una splendida ballata elettroacustica, dalla melodia classica e con  un’emozionante parte corale (qui il coro è usato molto bene), un brano degli anni novanta ma che potrebbe anche essere dei settanta, e che ci riporta il Neil Young che amiamo di più. Neil va poi a ripescare addirittura Vampire Blues da On The Beach, un bluesaccio elettrico decisamente riuscito: il nostro non è certo un bluesman, ma ci mette talmente tanta grinta, anima e, perché no, mestiere, da cancellare ogni dubbio (e poi l’intesa con i POTR è ottima); Hippie Dream era in Landing On Water, forse il disco più brutto di Young, ed il brano qui migliora un po’ se non altro perché suonato in maniera potente, ma insomma c’era ben altro in repertorio. Il primo CD si chiude con due classici assoluti: After The Gold Rush, eseguita da solo al piano, è uno dei capolavori assoluti del nostro, uno di quei pezzi che non ci si stanca mai di ascoltare (anche se qui il coro “posticcio” poteva evitarcelo), mentre anche Human Highway è una grande canzone, e questa affascinante versione full band acustica è la sua veste perfetta. Il secondo dischetto contiene solo quattro brani, tre dei quali tratti da The Monsanto Years: la bellissima Big Box, che già nell’album di un anno fa era tra i pezzi migliori, una rock song di quelle che il nostro tira fuori quando è ispirato, lunga, fluida, vibrante, People Want To Hear About Love, diretta, immediata e fruibile, mentre Wolf Moon è superiore alla versione in studio, una limpida oasi di matrice folk, perfetta da ascoltare prima del gran finale. Sì, perché il brano conclusivo è una di quelle performances attorno alle quali Neil ha costruito la propria leggenda, una versione di ben 28 minuti di Love And Only Love (terzo brano quindi che proviene da Ragged Glory), che già di per sé è una grande canzone, ma qui viene proposta nella sua rilettura definitiva, un’incredibile cavalcata elettrica di quelle che hanno reso famoso il nostro, e che da sola vale l’acquisto del doppio CD: dopo quindici minuti di pura tensione “rocknrollistica”, ne abbiamo altri dodici dove Neil e compari si sbizzarriscono, tra feedback, svisate elettriche, distorsioni, riprese vocali del ritornello ed accenni di psichedelia, un finale forse non troppo immediato ma indubbiamente affascinante.

D’altronde Neil Young è questo, con tutte le sue contraddizioni, pregi e difetti: prendere o lasciare. Ed io, tutta la vita, prendo.

Marco Verdi

Avett Brothers – True Sadness: Il Disco Del Mese Di Giugno?

avett brothers true sadness

Avett Brothers – True Sadness – American Recordings/Universal

Ovviamente tra le uscite “importanti” del 24 giugno c’era anche il nuovo album degli Avett Brothers, e la risposta alla domanda del titolo è sì (anche se se la batte con il nuovo dei Mudcrutch di Tom Petty, tra gli album di studio, per quanto uscito il 20 maggio, e con Joan Baez Neil Young, tra le proposte dal vivo recenti, di cui leggerete nei prossimi giorni, o con la ristampa magnifica in cofanetto di It’s Too Late di Van Morrison): comunque questo True Sadness dei fratelli Avett è un gran bel disco, pure se forse non possiamo gridare al capolavoro. D’altronde il gruppo della Carolina del Nord non ha mai sbagliato un disco: che si sia trattato dell’eccellente disco dal vivo di fine anno scorso http://discoclub.myblog.it/2016/01/18/dal-vivo-sempre-bravi-avett-brothers-live-vol-4/, o di Magpie And The Dandelion del 2013, The Carpenter del 2012 http://discoclub.myblog.it/2012/09/22/pop-in-excelsis-deo-avett-brothers-the-carpenter/, o I And Love And You del 2009, tutti i tre prodotti da Rick Rubin, il quartetto americano – oltre a Seth Scott Avett, che si dividono strumenti a corda, elettrici ed acustici e tastiere, nel nucleo storico della band ci sono anche Bob Crawford, il bassista (che pare avere superato i suoi problemi di salute) e Joe Kwon al violoncello (con l’aggiunta di Paul DeFiglia, anche lui al basso, e tastiere, e di Mike Marsh alla batteria), più Tania Elizabeth, al violino e alle eccellenti armonie vocali e Jason Lader Dana Nielsen, a strumenti assortiti – conferma la sua vena melodica, con i consueti rimandi al pop classico dei Beatles, ma anche al miglior country-rock, elementi robusti di bluegrass e folk, ma pure tanto rock ed energia, cosa che li differenzia da altre formazioni più vicine alla roots music o al cosiddetto stile Americana, che forse erano più presenti nei primi album e poi si sono coagulate in Emotionalism, l’ultimo disco pubblicato per la loro etichetta, la Ramseur, e che insieme al primo prodotto da Rubin e a Magpie…,  a parere di chi scrive, sono le loro migliori prove.

Questo True Sadness, peraltro ottimo, mi sembra un gradino inferiore, ma, ripeto. è un parere personale e magari con ulteriori ascolti potrebbe crescere, siamo comunque a un livello qualitativo nettamente al disopra di quanto ci propone l’attuale scena musicale. Il disco si apre sulle note di Ain’t No Man, una sorta di Rock and Roll minimale misto a gospel, solo un giro di basso elettrico reiterato, un battito di mani corale e le voci dei fratelli Avett e del resto della gang che intonano questo pezzo semplice semplice, ma assai coinvolgente. Già il secondo brano, Mama I Don’t Believe, alza il livello qualitativo, una splendida ballata con agganci a Dylan o Young, per l’uso dell’armonica, e al country-rock anni ’70 per l’uso avvolgente delle chitarre, acustiche ed elettriche, il piano e poi quelle armonie vocali splendide (particolare che li accomuna ad altre band come Blue Rodeo Jayhawks), mentre l’aggiunta degli archi e il nitido break chitarristico rimandano anche ai Beatles, lato McCartney, veramente bello. No Hard Feelings è un brano più folk, intimo e gentile, giocato su delle chitarre acustiche e banjo appena accennate e discrete, come pure la sezione ritmica, con gli strumenti ad arco e l’organo che aggiungono spessore ad un brano che cresce lentamente e ti prende con la sua malinconia. Smithsonian, fin dal titolo, vuole essere un omaggio alle radici della musica americana e ai suoi simboli, ma lo fa con un suono comunque contemporaneo, dove il banjo e il violino sono perfettamente inseriti nel tessuto sonoro e apportano il loro tocco classico, mentre la sezione ritmica scandisce il tempo, senza esagerare, lasciando spazio alle magnifiche voci dei due fratelli, altro brano notevole https://www.youtube.com/watch?v=mlveMZVSHEQ .

You Are Mine parte anche questa con un banjo pizzicato, ma poi entra subito un moog d’altri tempi, la batteria, le chitarre elettriche, gli archi, e infine il piano, e si sviluppa una pop song raffinata e complessa, con continui cambi di tempo, dove probabilmente c’è lo zampino di Rubin, regista del brillante equilibrio tra radici e modernità da sempre presente nel sound del gruppo. Satan Pulls The Strings, che era già presente sul Live Vol.4, è un altro riuscito incrocio tra un moderno rock “indiavolato” e gli inserti di violino e banjo che rappresentano il lato country, brano minore ma comunque piacevole. Decisamente superiore la title-track, True Sadness è sulla falsariga delle loro cose migliori, la canzone ha tutto: ritmo, energia, splendide armonie vocali, una bella melodia, un arrangiamento di notevole complessità, e la voce in primo piano è un ulteriore esempio di come fare del perfetto rock and roll per i nostri tempi (con il tocco di classe del violino inserito in chiusura di brano) https://www.youtube.com/watch?v=s3PaIw7pFuI . I Wish I Was, sempre con un banjo evocativo, suonato da Scott, che la apre e si affianca alla voce limpida e partecipe di Seth, mentre il contrabbasso tiene il tempo sullo sfondo, è una sorta di folk song in crescendo, con gli strumenti che entrano lentamente, le acustiche, un organo, il cello appena accennato e addirittura con un assolo di banjo, caso rarissimo nella musica degli anni 2000 https://www.youtube.com/watch?v=uKkW_pjDQSA .

Ancora atmosfere raccolte per Fisher Road To Hollywood, un’altra folk song che quasi si inserisce nel filone dei brani narrativi dei migliori Simon And Garfunkel https://www.youtube.com/watch?v=gNRz2IXXCn0 , con Seth e il fratello Scott che la cantano all’unisono, mentre il cello di Kwon si innesta in modo discreto ma significavo nella tenue bellezza della canzone. In un disco degli Avett Brothers non può mancare il rock, o meglio lo spirito del rock, sotto la forma energica e travolgente di una arrembante Victims Of Life, tra chitarre spagnoleggianti arpeggiate, percussioni e il solito contrabbasso che marca il tempo, ci riporta al suono folk (rock) dei primi dischi, ma anche a quello dei primi Mumford And Sons. Divorce Separation Blues, per parafrasare il titolo dell’album è una canzone di “vera tristezza”, almeno nel titolo e nel testo, perché poi il brano, tra yodel appena accennati, uno spirito folk anni ’30 che si rifà ai fondamentali della canzone popolare americana e uno spirito nuovamente malinconico ma ironico, ha comunque una sua “modernità nella tradizione”, che è il tratto distintivo dei migliori brani del gruppo. Un florilegio magniloquente di archi apre la conclusiva May It Last, altra ballata, in questo caso più epica, che si regge sull’alternarsi delle due voci soliste che poi si ritrovano nella parte centrale e ci regalano ancora una volta le loro splendide armonie vocali, mentre tastiere, strumenti a corda e percussioni allargano lo spettro sonoro di questa canzone che vive ancora una volta nell’alternarsi tra pieni orchestrali e momenti più intimi, anche se forse gli manca quel quid che caratterizza i grandi pezzi. In conclusione un lavoro solido, onesto, con parecchie belle canzoni, suonato benissimo, cantato anche meglio e con la produzione di Rubin che valorizza l’insieme, probabilmente non un capolavoro ma un bel disco sicuramente!

Bruno Conti

21 Anni Fa Era “Solo” Imperdibile, Ora E’ Indispensabile! The Rolling Stones – Totally Stripped

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The Rolling Stones – Totally Stripped – Eagle Vision DVD – Blu-ray – DVD/CD – Blu-ray/CD – DVD/2LP – Deluxe 4DVD/CD – 4Blu-ray/CD

Nel 1994 i Rolling Stones tornarono alla grande, a cinque anni dal discreto Steel Wheels, con l’eccellente Voodoo Lounge, di certo il loro miglior lavoro dai tempi di Tattoo You in poi: i quattro (Bill Wyman nel frattempo aveva mollato la baracca, ufficialmente per logorio fisico e mentale) intrapresero quindi un monumentale tour che li portò praticamente ovunque, e, limitatamente alle date europee, oltre ai soliti mega-concerti negli stadi ci fu qualche serata in piccoli club, giusto per riassaporare il clima degli esordi. Da tre di queste date, al Paradiso di Amsterdam, Olympia di Parigi e Brixton Academy di Londra (ma usando anche diverse registrazioni live in studio a Tokyo e Lisbona), venne tratto Stripped, un album dal vivo davvero magnifico, che vedeva le Pietre in forma super smagliante rivisitare pagine note e meno note del loro repertorio, con alcune vere e proprie chicche e, in molti casi, arrangiamenti quasi unplugged: per il sottoscritto ancora oggi Stripped è il secondo miglior live album di sempre degli Stones (archivi compresi), subito dopo l’intoccabile Get Yer Ya-Ya’s Out. Ora, a distanza di 21 anni (ormai gli anniversari vanno a casaccio) la Eagle Vision mette fuori una sontuosa ristampa di quel disco, intitolandola Totally Stripped, album che inizialmente doveva uscire solo in Giappone ma poi saggiamente si è deciso di rendere disponibile a tutti nella solita pletora di diverse versioni come potete vedere nell’intestazione del post (però esiste una Super Deluxe Edition esclusiva per il mercato nipponico, che comprende i quattro Blu-ray, il CD, il doppio LP, una maglietta ed un CD aggiuntivo con “ben” tre brani in più). Il DVD, o Blu-ray, principale (quello cioè che occupa tutte le versioni singole) è costituito da un bellissimo documentario già trasmesso all’epoca dalla BBC, ma qui potenziato, incentrato sulle sessions di Tokyo e Lisbona, oltre che sui concerti di Amsterdam, Parigi e Londra, con backstage, interviste, highlights dalle tre serate e performances inedite (come un rehearsal di Tumbling Dice) , ma il vero valore aggiunto si trova nelle versioni Deluxe, per una volta davvero da non perdere, che vedono presenti i tre concerti nella loro interezza, una vera goduria per gli occhi e per le orecchie e, nel caso di Amsterdam, un momento quasi leggendario della carriera dei nostri, una di quelle serate magiche che hanno contribuito a creare il mito, nelle quali l’ispirazione e lo stato di grazia si toccano quasi con mano. In tutti e tre i DVD si può comunque apprezzare a fondo un lato inedito degli Stones, che ormai associamo a mega-produzioni e concerti in luoghi immensi, ma che in queste serate in piccole sale tirano fuori il meglio, caricati sicuramente dal contatto ravvicinato con il pubblico, mostrando anche di divertirsi non poco, come se tornassero indietro di trent’anni almeno. Ma, documentario a parte, mi sembra giusto fare una disamina dettagliata delle tre serate, con una maggiore attenzione per la prima delle tre, non solo per la performance da cinque stelle ma anche per l’eccezionalità della scaletta.

Paradiso, Amsterdam: che la serata è di quelle giuste si capisce da subito, in quanto le Pietre iniziano subito con un uno-due da urlo, Not Fade Away di Buddy Holly e It’s All Over Now di Bobby Womack, due cover da loro incise ad inizio carriera ed assenti da una vita dalle setlists: Mick Jagger è più statico del solito (d’altronde il palco è piccolo) ma canta da Dio, Keith Richards e Ronnie Wood sono da subito sudati come muratori sotto il sole e Charlie Watts picchia sui tamburi col solito aplomb da vero Englishman, ed anche il resto della band mostra di essere sul pezzo (i soliti noti: il grande Chuck Leavell alle tastiere, Darryl Jones al basso, Bernard Fowler e la sensuale Lisa Fisher ai cori e la sezione fiati guidata dall’impareggiabile Bobby Keys). La rara Live With Me, elettrica e ficcante, prelude ad una bellissima Let It Bleed acustica, ma dal ritmo sempre alto, una gustosa versione quasi country-rock, con Wood superlativo alla slide, e ad una strascicata e sexy The Spider And The Fly, con Jagger marpione come non mai. Se pensate che la scaletta sia interessante, ecco arrivare la stupenda Beast Of Burden, uno dei loro migliori pezzi degli anni settanta ed in assoluto un errebi fantastico, suonata in maniera perfetta. Dopo un momento romantico con la nota Angie, ecco la sezione country del concerto, con tre brani da k.o. uno dietro l’altro (Wild Horses, mai così intensa, una Sweet Virginia che fa ballare anche il servizio d’ordine e la sensazionale Dead Flowers), seguite, e qui viene giù il teatro, dalla splendida Shine A Light (con Don Was ospite all’organo), un eccezionale soul-gospel-rock qui al suo esordio dal vivo (era su Exile On Main Street): questa è musica che si suona in Paradiso, e non mi riferisco al nome del locale. Anche Like A Rolling Stone è qui al suo debutto nella versione delle Pietre (Jagger scherza dicendo che Bob Dylan l’aveva scritta per loro), bella rilettura, potente, roccata, diretta, coinvolgente. E’ la volta di Keith cantare ben tre canzoni invece delle solite due, una Connection breve ma vibrante, con Jagger che invece di lasciare il palco come fa d’abitudine rimane ai cori, e due intensissime Slipping Away e The Worse, con Keef che non canterà bene come il suo partner ma ci mette il cuore e l’anima. Torna sul palco Mick per il gran finale, con una Gimme Shelter davvero diabolica, e consueto siparietto con una Lisa Fisher da mangiare con gli occhi, una tiratissima All Down The Line, con Ronnie che va giù di slide neanche fosse Johnny Winter, un uno-due a tutto rock’n’roll (Respectable e Rip This Joint) e, come bis, una curiosa Street Fighting Man suonata con strumenti acustici, ma dalla temperatura sempre alta. Uno dei più bei concerti in DVD di sempre.

Olympia, Paris: in questa serata tornano in scaletta diversi pezzi più mainstream, ma suonati anch’essi come se non ci fosse domani (Honky Tonk Women, che apre il concerto, Tumbling Dice, Miss You, ed il finale che mette in fila Start Me Up, It’s Only Rock’n’Roll, Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash), ma non mancano le chicche: tra tutte, Down in The Bottom, un bluesaccio di Howlin’ Wolf (e scritto da Willie Dixon) suonato elettroacustico con tre chitarre (anche Jagger) come se si fosse in una bettola di Chicago, e la sempre monumentale Midnight Rambler, allora non una presenza fissa in scaletta come oggi. Ottimi anche i due rock’n’roll tratti da Voodoo Lounge, You Got Me Rocking e I Go Wild.

Brixton Academy, London: una scaletta abbastanza simile alla precedente, ma che diventa imperdibile solo per la presenza della strepitosa Faraway Eyes, una delle più belle country songs di sempre (e non solo degli Stones), un capolavoro che, messo in fondo ad una sequenza con Dead Flowers e Sweet Virginia, crea un climax ai livelli di Amsterdam. Senza dimenticare una ruvida Black Limousine, il solito grande blues con Love In Vain (di Robert Johnson) e la rarissima, non me la ricordavo neanche, Monkey Man.

rolling stones totally stripped cd

E poi c’è il CD con il meglio delle tre performances, e questa è un’altra sorpresa, nel senso che non ricalca minimamente quello originale, ma sceglie brani diversi o in versioni differenti, eccetto un caso (Street Fighting Man da Amsterdam), andando a chiudere idealmente il cerchio aperto nel 1995. Solo per il concerto al Paradiso questo box non vi dovrebbe sfuggire, ma poi c’è anche il resto a testimoniare la più grande rock’n’roll band di sempre in uno dei suoi momenti più felici: ripeto, indispensabile https://www.youtube.com/watch?v=UZ0Y01fXrts .

Marco Verdi

E Questi Da Dove Sono Sbucati Fuori? Una Buona Occasione Per Conoscerli! Sundy Best – It’s So Good Live

sundy best it's so good live

Sundy Best – It’s So Good Live – E-One 2CD

Confesso che non avevo mai sentito parlare dei Sundy Best, un duo proveniente dal Kentucky (formato da Nick Jamerson e Kris Bentley) già titolare di tre album pubblicati tra il 2012 ed il 2014. La coppia di musicisti è considerata come un country duo, anche se i loro orizzonti ed influenze sono più ampi: il country c’è, ma non è di stampo nashvilliano, anzi piuttosto in alcuni brani si sente la lezione degli Outlaws texani (Willie Nelson soprattutto), ma nel loro suono, un gradevole impasto di sonorità acustiche ed elettriche, si trovano tracce anche di rock californiano anni settanta, un po’ di folk ed anche, nei pezzi più elettrici, l’ombra di Tom Petty. I due ragazzi hanno anche dalla loro una buona scrittura, solida e classica e, anche se prediligono le ballate, sanno far cantare le chitarre quando serve: i loro dischi finora hanno avuto un moderato successo (il miglior risultato lo ha avuto il secondo album, Bring Up The Sun, che ha sfiorato l’ingresso nella Top Ten country), ma sono riusciti a crearsi uno zoccolo duro di fans che hanno già imparato a menadito le loro canzoni, come è evidente in questo nuovissimo live album, It’s So Good Live, registrato lo scorso Ottobre a Louisville (quindi giocando in casa) https://www.youtube.com/watch?v=etvd3ZLCBOQ .

Il disco è piacevole, ben fatto, cantato e suonato con buon feeling e senza grandi cali di tensione (grazie anche ad una band non molto numerosa ma solida e sicura), anche se forse un live doppio della durata di due ore dopo soli tre album è un tantino troppo, forse anche un singolo di una settantina di minuti avrebbe raggiunto lo scopo (ci sono comunque cinque brani inediti). Il concerto inizia con Count On Me, che parte con un lungo fraseggio chitarristico, poi il ritmo cresce, entra la voce ed il brano si dipana fluido e scorrevole, mentre Shotgun Lady e decisamente più elettrica e mostra anche elementi southern. Ancora meglio Lotta Love (Neil Young non c’entra), un quasi rockabilly con un motivo corale e diretto, giusto a metà tra country e rock (ed il pubblico inizia a farsi sentire); Smoking Gun è invece una bella ballata elettroacustica, molto classica nell’arrangiamento e con una costruzione melodica efficace https://www.youtube.com/watch?v=Ns-b6G_kWfw , mentre It’s So Good ha punti in contatto con un certo pop-rock californiano che aveva nei Fleetwood Mac i suoi esponenti più autorevoli. Ma nel primo dischetto ci sono altri pezzi degni di nota, come la coinvolgente Southern Boy, dal refrain scintillante, l’evocativo strumentale NOYA, dove brilla la chitarra di Jamerson, la tosta e roccata Jimmy Crider, l’ottima Rock’n’Roll Baby, con l’influenza pettyana ben presente, ed il rockin’ country Drunk Right, che infiamma i presenti.

Il secondo CD si apre con l’unica cover dell’album: Mary Jane’s Last Dance è una delle grandi canzoni proprio di Tom Petty, e la versione dei Sundy Best è più acustica e leggermente più veloce nel ritmo, chiaramente non ci sono gli Heartbreakers (e si sente); meglio quando i due si cimentano con materiale loro, come l’intensa ballad Uneven Trade, oppure Lily, che il pubblico mostra di conoscere a memoria. Anche qui non è il caso di citarle tutte, il concerto prosegue in maniera fluida e senza grosse sbavature, con punte di merito come l’ottima Hindman, uno slow di stampo classico, dalla melodia vibrante, o la quasi texana Piece Of Work, o ancora la spedita Swarpin’, che inizia quasi come un brano dei Grateful Dead e poi diventa un roots-rock dal sapore sudista. La roccata Until I Met You ha ancora lo spirito di Petty nel suono, e risulta una delle più riuscite, mentre Four Door ha una melodia profondamente evocativa ed emozionante, sul genere ballatone classiche dei Lynyrd Skynyrd; il concerto termina con il valzerone acustico Thunder, la bella I Wanna Go Home, con gran lavoro di pianoforte, e la meno significativa This Country. Per chi non conoscesse ancora i Sundy Best questo doppio CD può essere un ottimo showcase, anche se, ripeto, andava benissimo anche singolo.

Marco Verdi

Novità Di Giugno, Terza Decade. Neil Young, Jerry Garcia, Rich Robinson, Felice Brothers, Royal Southern Brotherhood, Eggs Over Easy, Yardbirds, Sam Bush

neil young earth

Ecco le uscite più interessanti della terza decade del mese, previste per venerdì 24 giugno. Partiamo con il nuovo doppio CD dal vivo (o triplo LP, o download tramite Pono) di Neil Young con i Promise Of The Real: come è noto da tempo l’album si intitola Earth, etichetta Reprise e all’inizio di ogni brano il vecchio Neil ha inserito, diciamo, degli inserti ecologici, rumori della terra, uccellini vari, insetti, cani, rane, pure clacson di automobili e altro, ma anche, e soprattutto tredici brani Live molto interessanti, tra cui una poderosa Love And Only Love di oltre 28 minuti.

Questa è la tracklist completa:

[CD1]
1. Mother Earth
2. Seed Justice
3. My Country Home
4. The Monsanto Years
5. Western Hero
6. Vampire Blues
7. Hippie Dream
8. After the Gold Rush
9. Human Highway

[CD2]
1. Big Box
2. People Want to Hear About Love
3. Wolf Moon
4. Love and Only Love

Recensione completa nei prossimi giorni.

jerry garcia garcialive volume six

Tra una uscita e l’altra dei Grateful Dead esce anche il sesto capitolo della serie GarciaLive, triplo CD pubblicato dalla ATO Records, di nuovo con il tastierista e cantante Merl Saunders, il concerto è stato registrato al Lion’s Share di San Anselmo, CA, (un locale con una capienza di 200 posti, dove la band suonava spesso, quindi potremmo aspettarci altri capitoli della saga), e siamo al 5 luglio 1973, quindi più o meno all’epoca del Live At Keystone, ma il repertorio è differente. Nel secondo set c’è anche un trombettista aggiunto di cui è ignota l’identità, mentre la sezione ritmica è formato dai soliti John Kahn al basso e Bill Vitt alla batteria. C’è un medley di She’s Got Charisma That’s Alright Mama che dura più di 31 minuti e una versione di My Funny Valentine che ne dura quasi 20, comunque ecco la lista completa dei contenuti.

[CD1]
1. After Midnight
2. Someday Baby
3. She’s Got Charisma ->
4. That’s Alright, Mama

[CD2]
1. The System
2. The Night They Drove Old Dixie Down
3. I Second That Emotion
4. My Funny Valentine
5. Finders Keepers

[CD3]
1. Money Honey
2. Like A Road
3. Merl’s Tune ->
4. Lion’s Share Jam
5. How Sweet It Is (To Be Loved By You)

rich robinson flux

Primo album di materiale nuovo per Rich Robinson, dopo una serie di ristampe di album ed EP vari pubblicati nel 2016. Si intitola Flux, esce per la Edel il 24 giugno e contiene 13 brani scritti per l’occasione da Rich:

1. The Upstairs Land
2. Shipwreck
3. Music That Will Lift Me
4. Everything’s Alright
5. Eclipse The Night
6. Life
7. Ides Of Nowhere
8. Time To Leave
9. Astral
10. For To Give
11. Which Way Your Wind Blows
12. Surrender
13. Sleepwalker

Nel disco, registrato aglii Applehead Studios di Saugerties, NY, nella zona di Woostock, dove sono stati registrati altri album di Robinson, suonano Matt Slocum (tastiere), Marco Benevento (tastiere), Danny Mitchell (tastiere) Zak Gabbard (basso), Joe Magistro (batteria / percussioni), e John Hogg e Danielia Cotton alle armonie vocali. A fine luglio, il 29, è prevista anche l’uscita del disco del fratello Chris, come Chris Robinson Brotherhood Anyway You Love, We Know How You Feel

felice brothers life in the dark

Sempre a proposito di fratelli, in questo fine settimana è prevista l’uscita anche del nuovo album dei Felice Brothers Life In The Dark, etichetta Yep Rock. Come certo saprete Simone Felice, che chi scrive considera il fratello più bravo della famiglia, non fa più parte in modo stabile della band, salvo saltuarie partecipazioni, preferendo concentrarsi sulla sua carriera solista e sui dischi dei The Duke And The King, di cui attendiamo con ansia nuove prove. Comunque anche gli altri fratelli Ian James Felice sono bravi (come i fratelli Robinson) e continuano a fare buona musica per cui sentiremo con fiducia il nuovo album.

1. Aerosol Ball
2. Jack At The Asylum
3. Life In The Dark
4. Triumph ’73
5. Plunder
6. Sally!
7. Diamond Bell
8. Dancing On The Wing
9. Sell The House

Un paio di ristampe…

Eggs Over Easy Good 'N' Cheap The Story

Gli Eggs Over Easy, pur essendo americani, anzi californiani, per la precisione venivano da Berkeley, sono stati una delle punte di diamante del cosiddetto filone del pub rock inglese, quello da cui sono venuti in seguito anche Ducks Deluxe, Bees Make Honey e Dr. Feelgood, e più o meno in contemporanea anche i grandi Brisnley Schwarz di Nick Lowe e soci. Grande band che fu “scoperta” da Chas Chandler, l’ex Animals, manager orfano di Jimi Hendrix, che li portò nel 1971 agli Olympic Studios di Londra per incidere quello che avrebbe dovuto essere il loro album di esordio grazie ad un contratto con una grande major dell’epoca. Quando il contratto non si materializzò più, le registrazioni vennero accantonate, e nel 1972 il gruppo, questa volta negli Stati Uniti, registrò il proprio debutto Good’N’Cheap, pubblicato dalla A&M e con la produzione di Link Wray. Gli Eggs Over Easy avevano tre grandi songwriters nelle loro fila :Jack O’Hara, Austin de Lone e Brien Hopkins, soprattutto il secondo e proponevano un sound che miscelava country-rock, blues, rock classico, grandi armonie vocali alla CSN&Y, e appunto pub rock, ma non ebbero, purtroppo, nessun successo, pubblicando un secondo album, Fear Of Frying, uscito nel 1980 e passato nel dimenticatoio e poi ancora qualche singolo e delle compilations postume.

Ora la Yep Rock fa uscire questo doppio CD splendido (ma assai costoso, circa 30 euro per 2 CD, anche con un libretto di 24 pagine, mi sembrano eccessivi): il titolo dice tutto: Good ‘N’ Cheap: The Eggs Over Easy Story e raccoglie l’album di esordio, il secondo disco. le sessions del 1971 a Londra e due canzoni uscite su un singolo. Comunque questa è la lista completa dei contenuti del doppio.

 [CD1]
1. Party Party
2. Arkansas
3. Henry Morgan
4. The Factory
5. Face Down in the Meadow
6. Home to You
7. Song is Born of Riff and Tongue
8. Don’t Let Nobody
9. Runnin’ Down to Memphis
10. Pistol on a Shelf
11. Night Flight
12. I’m Gonna Put a Bar in the Back of My Car (& Drive Myself to Drink)
13. Horny Old Lady
14. Fire
15. Scene of the Crime
16. Forget About It
17. Louise
18. Lizard Love
19. You Lied
20. Driftin’
21. She Love Me
22. Action
23. Mover’s Lament
24. Nonnie Nookie No

[CD2]
1. Goin’ To Canada
2. I Can Call You
3. Right On Roger
4. Country Waltz
5. Give Me What’s Mine
6. Across From Me
7. Waiting for My Ship
8. January
9. Give and Take
10. Funky But Clean
11. I’m Still the Same
12. 111 Avenue C

Questa è proprio la classica band di culto, da conoscere assolutamente, anche se il prezzo del doppio dischetto che esce, come detto, per la Yep Rock, ripeto, mi pare eccessivo.

yardbirds live at the bbc

In attesa del nuovo CD di quel signore che vedete in primo piano nella foto qui sopra (esatto, Jeff Beck, del quale è in uscita appunto un nuovo album di studio il 15 luglio, e di cui leggerete prossimamente, prima sul Buscadero e poi sul blog, per ora mi limito ad un Uhm, chi vuol capire…). esce questa ennesima doppia compilation della Repertoire intitolata Live At The BBC e dedicata al gruppo in cui hanno militato anche Eric Clapton Jimmy Page, ovvero gli Yardbirds. Se volete il mio parere mi sembra una mezza fregatura: la stessa Repertoire aveva già pubblicato in passato, nel 2000 (ma si trova tuttora), un The BBC Sessions 1965-1968, singolo, ma con 33 pezzi, che raccoglieva le registrazioni di quel periodo glorioso. Ora, la nuova versione di brani ne riporta 40, ma otto sono interviste o interventi parlati, quindi vedete vobis. Vi inserisco la lista dei brani e poi decidete se vale la pena di (ri)comprare per l’ennesima volta questo materiale, considerando che anche nelle riedizioni dei vari album c’erano spesso delle bonus tracks e pure altre etichette hanno pubblicato in passato questi brani (On Air della Band Of Joy e BBC Sessions della Warner Archive)

CD1]
1. I Ain’t Got You
2. Interview: Keith Relf talks about the band’s background
3. For Your Love
4. I’m Not Talking (Tracks 1 – 4: Top Gear, Recorded 22nd March, 1965, Broadcast 10th April, 1965)
5. I Wish You Would
6. Interview: Paul Samwell – Smith talks about the recordingand the USA tour
7. Heart Full Of Soul (Tracks 5 – 7: Saturday Club, Recorded 1st June 1965, Broadcast 5th June, 1965)
8. I Ain’t Done Wrong
9. Heart Full Of Soul (Alternate version) (Tracks 8 – 9: Saturday Club, Recorded 21st June, 1965, Broadcast 26th June, 1965)
10. Too Much Monkey Business
11. Love Me Like I Love You
12. I’m A Man (Tracks 10 – 12: You Really Got Me (Kinksize Live Pop Package with The Kinks & other guests), Recorded 6th August, 1965, Broadcast 30th August, 1965)
13. Evil Hearted You
14. Interview: Paul Samwell – Smith talks about the ‘Still I’m Sad’ single
15. Still I’m Sad
16. Hang On Sloopy (Tracks 13 – 16: Saturday Club, Recorded 27th September, 1965, Broadcast 2nd October, 1965)
17. Smokestack Lightning
18. Interview: The Yardbirds give their New Year’s resolutions
19. You’re A Better Man Than I
20. The Train Kept A-Rollin’
21. Smokestack Lightning (Edited version) (Tracks 17 – 21: This Must Be The Place, (with The Hollies, The Ivy League & other guests), Recorded 18th November, 1965, Broadcast 27th December, 1965)

[CD2]
1. Shapes Of Things
2. Dust My Broom
3. You’re A Better Man Than I (Tracks 1 – 3: Saturday Club, Recorded 28th February, 1966, Broadcast 5th March, 1966)
4. Baby, Scratch My Back
5. Interview: Keith Relf talks about his solo single
6. Over, Under, Sideways, Down
7. The Sun Is Shining (Edited version)
8. Interview: Keith Relf talks about their USA tour
9. Shapes Of Things (Alternate version)
10. The Sun Is Shining (Tracks 4 – 10: Saturday Swings, Recorded 6th May, 1966.Broadcast 21st May, 1966)
11. Over, Under, Sideways, Down (Original TV version)
12. Comment: Jeff Beck’s guitar playing (Tracks 11 – 12: BBC1 ‘A Whole Scene Going’, Broadcast 18th June,1966)
13. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine)
14. Little Games
15. Drinking Muddy Water (Tracks 13 – 15: Saturday Club, Recorded 4th April, 1967, Broadcast 15th April, 1967)
16. Think About It
17. Interview: Jimmy Page talks about touring
18. Goodnight Sweet Josephine
19. My Baby (Tracks 16 – 19: Saturday Club, Recorded 15th March, 1968, Broadcast 16th March, 1968)

Se non avete nulla ovviamente il disco è indispensabile, una delle più grandi ed innovative band inglesi degli anni ’60, con tre grandissimi chitarristi, soprattutto Beck all’epoca.

royal southern brotherhood - royal gospel

Tornando a fratelli e “fratellanze” vi segnalo anche l’uscita del nuovo album dei Royal Southern Brotherhood The Royal Gospel, sempre su etichetta Ruf come i precedenti quattro (tre in studio e uno dal vivo). Questo è il secondo per la formazione Mark II (e pure di questo, penso, troverete la recensione sul Buscadero del mese prossimo, un po’ di pubblicità, e poi anche sul Blog). Mi limito da anticiparvi che il disco mi pare buono e contiene i seguenti pezzi.

1. Where There’s Smoke There’s Fire
2. I’ve Seen Enough To Know
3. Blood Is Thicker Than Water
4. I Wonder Why
5. I’m Comin’ Home
6. Everybody Pays Some Dues
7. Face Of Love
8. Land Of Broken Hearts
9. Spirit Man
10. Hooked On The Plastic
11. Can’t Waste Time
12. Stand Up

E sopra una piccola anticipazione sui contenuti.

sam bush storyman

E per finire, il nuovo album di Sam Bush Storyman, presentato dallo stesso musicista americano come il suo primo disco da “cantautore”, l’album , pubblicato dalla Sugar Hill, distribuita dal gruppo Universal, contiene 11 brani nuovi, firmati da Bush in coppia con grandi autori della scena roots, Emmylou Harris, Jon Randall Stewart, Jeff Black e altri, oltre ad uno scritto con Guy Clark, Carcinoma Blues, dove i due musicisti esorcizzavano i problemi avuti di entrambi con i tumori e che poi, recentemente, si sono portati via il cantante texano.

Ecco i brani:

1. Play By Your Own Rules
2. Everything Is Possible
3. Transcendental Meditation Blues
4. Greenbrier
5. Lefty’s Song
6. Carcinoma Blues
7. Bowling Green
8. Handmics Killed Country Music
9. Where’s My Love
10. It’s Not What You Think
11. I Just Wanna Feel Something

Il mandolinista e violinista è accompagnato dalla sua band e nel CD si trova anche un brano strumentale, It’s Not What You Think, firmato da tutta la band  Il disco è stato registrato tra la Florida e Nashville nell’arco degli ultimi quattro anni ed è il seguito dell’ottimo Circles Around Me pubblicato nel lontano 2009.

Alla prossima.

Bruno Conti