Nuovo Supplemento Della Domenica: Un Disco “Normale” Di Neil… Forse Anche Troppo! Neil Young – Peace Trail

neil young peace trail

Neil Young – Peace Trail – Reprise/Warner CD

Nonostante sia risaputo che Neil Young è uno che non sta fermo un attimo, non mi aspettavo che, ad appena un anno e mezzo dal discusso (ma musicalmente riuscito) The Monsanto Years ed a pochi mesi dallo strano live “per band e animali” Earth http://discoclub.myblog.it/2016/06/26/nuovo-tipo-musica-ambient-neil-young-promise-of-the-real-earth/ , il nostro canadese preferito (ancora di più dopo la triste scomparsa di Leonard Cohen) potesse chiudere idealmente il 2016 con un altro disco nuovo di zecca. Eppure è successo proprio questo: Peace Trail, 38° disco di studio, racchiude dieci nuove canzoni, ed è stato inciso in fretta e furia con una formazione ridotta all’osso, e con un approccio quasi completamente acustico. Essenziale è infatti il primo aggettivo che mi viene in mente, dalla copertina alla band presente in studio (solo Neil all’acustica, armonica ed occasionalmente anche alla chitarra elettrica ed organo a pompa, Paul Bushnell al basso ed il grande Jim Keltner alla batteria), fino al modo in cui è stato inciso l’album, senza pensare troppo al suono ed agli arrangiamenti, buona la prima e via andare. Quando avevo letto che Peace Trail sarebbe stato un album elettroacustico mi erano venuti in mente lavori come Harvest (ed il suo “seguito” Harvest Moon), Comes A Time, Silver And Gold, Prairie Wind, anche se in quei dischi il suono era molto più rifinito e spesso sfiorava il country, mentre qui, pur essendoci pochi strumenti, le sonorità risultano a tratti spigolose e poco accattivanti, somigliando forse di più al primo lato di Hawks & Doves del 1980.

Ma questo con il “Bisonte” non è mai stato un problema, ben poche volte nella sua carriera si è fatto aiutare da un produttore esterno (anche se quando lo ha fatto, vedi Daniel Lanois con Le Noise, gli esiti sono stati eccellenti): il problema principale di Peace Trail è la penuria di canzoni, in quanto, a parte due-tre casi, il disco suona piuttosto monocorde e ripetitivo, con diversi momenti in cui Neil sembra far fatica a trovare il bandolo e finisce per parlare più che cantare, anche se i testi sono sempre basati sull’attualità, pur meno arrabbiati e più ironici che in The Monsanto Years. Non è un brutto disco, a quella categoria appartengono altri lavori passati di Young (so che pensate tutti a Trans, ma per me quell’album aveva delle potenzialità: io mi riferisco soprattutto a Landing On Water, Fork In The Road ed all’inqualificabile disco di cover A Letter Home), ma sicuramente rimane un disco irrisolto, che avrebbe potuto venire fuori molto meglio se solo Neil ci avesse lavorato un paio di mesi in più, magari sostituendo i brani più deboli con altri di maggior impatto.

L’album inizia anche bene con l’epica title track, un tipico brano del nostro, con il caratteristico timbro elettrico della sua “Old Black” che contrasta con la voce quasi fragile, accompagnamento un po’ sbilenco ma di indubbio fascino, e poi la canzone è fluida, profonda ed intensa. Can’t Stop Workin’ (titolo perfetto per lui) è più interiore, con la base musicale ridotta all’osso ed un’armonica dal suono distorto, e con una melodia che fatica ad uscire; anche Indian Givers, nonostante l’ottima prova di Keltner, risulta ripetitiva e poco graffiante, oltre che eccessivamente allungata, mentre Show Me, con la sua andatura cadenzata ed il suo motivo insinuante, è nettamente meglio, pur non essendo di certo paragonabile ai capolavori younghiani. E poi va bene la spontaneità, ma un po’ più di tempo a rifinire un minimo il suono lo avrei dedicato. Texas Rangers è sconclusionata, priva di una melodia vera e propria e con un arrangiamento discutibile, forse se restava inedita era meglio https://www.youtube.com/watch?v=2ImCoRutaEM ; molto più riuscita invece Terrorist Suicide Hang-Gliders, finalmente con un motivo degno di Neil, un brano folkeggiante e fortemente caratterizzato dalla sezione ritmica, con un testo duro e cupo https://www.youtube.com/watch?v=rkhyw3SJdFs , ed anche la lunga John Oaks, pur essendo più parlata che cantata, è una delle più positive, avendo dalla sua forza ed intensità. L’incalzante My Pledge vede Neil doppiare sé stesso usando l’auto-tune, ma nonostante ciò il brano funziona, grazie anche al suo sviluppo regolare, ed ancora meglio è Glass Accident, forse la migliore insieme a Peace Trail, una tipica Neil Young song di quelle belle, con una melodia tra country e folk ed una chitarra ruspante sullo sfondo. Ma poi, siccome Neil è un tipo strano, chiude l’album in maniera spiazzante con la bizzarra My New Robot, che inizia come una normale ballata delle sue, neanche male, ma poi termina in un caos totale, con una voce meccanica e, appunto, robotica e si interrompe bruscamente (per fortuna, aggiungerei).

Un mezzo passo falso si perdona a tutti, figuriamoci a Neil Young che, nel corso della sua carriera, ha guadagnato diversi bonus: ora però (ma so che forse chiedo troppo) vorrei un 2017 senza dischi nuovi e con finalmente la pubblicazione del secondo volume dei suoi archivi.

Marco Verdi

*NDB Voi che ne pensate! Il sito Metacritic che raccoglie recensioni da tutto il mondo, prese da riviste cartaceee e online gli regala una media di 56 (cioé 5.6, inferiore alla suffiecienza) http://www.metacritic.com/music/peace-trail/neil-young, in Italia le recensioni sono state più positive.

Nuovo Supplemento Della Domenica: Un Disco “Normale” Di Neil… Forse Anche Troppo! Neil Young – Peace Trailultima modifica: 2016-12-11T10:20:21+00:00da bruno_conti
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