Un’Altra Nuova Band Dal Grande Futuro (Si Spera). The Show Ponies – How It All Goes Down

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The Show Ponies – How It All Goes Down – Freeman CD

Non solo, almeno a parere del sottoscritto, gli Old Crow Medicine Show sono la miglior band americana del nuovo millennio (superiori di poco anche ad Avett Brothers e più nettamente anche ai Mumford And Sons), ma negli ultimi anni si può dire che i ragazzi della Virginia abbiano creato un vero e proprio suono e sono stati presi come riferimento da una lunga serie di gruppi nati dopo di loro. Il rielaborare la tradizione folk e country aggiungendo robuste dosi di rock lo si faceva già negli anni novanta (basti pensare ad Uncle Tupelo ed ai primi Jaykawks), ma gli OCMS hanno avuto il grande merito di rivitalizzare un genere, quello roots-rock-Americana, che forse cominciava a mostrare un po’ la corda, tra l’altro con l’ausilio quasi totalmente di strumenti acustici, ma suonati con la forza di una vera rock band. Nei gruppi che seguono questo filone farei senz’altro ricadere gli Show Ponies, un quintetto di Los Angeles con già un disco al proprio attivo ((We’re Not Lost, 2013), e il cui nuovo lavoro How It All Goes Down mi è piaciuto a tal punto che non ho difficoltà ad inserirli tra i migliori nuovi gruppi degli ultimi tempi. I cinque si sono conosciuti circa otto anni fa al college, e quindi di membri originari della Città degli Angeli non c’è nessuno: i due leader sono Clayton Chaney (dall’Arkansas, voce solista e basso) ed Andi Carder (texana di Houston, voce solista e banjo), i quali hanno formato il primo nucleo assieme a Jason Harris (chitarra e piano, anch’egli di Houston), per poi completare il quintetto in un secondo momento con Kevin Brown (batteria) e Philip Glenn (violino). I cinque hanno presto scoperto di avere gli stessi interessi musicali e hanno cominciato a scrivere e suonare insieme: non conosco il loro debut album, ma vi assicuro che questo secondo lavoro è davvero notevole.

Rispetto agli OCMS (che, va detto,  comunque restano nettamente superiori) gli Show Ponies sono decisamente più rock, le chitarre elettriche sono spesso presenti all’interno delle canzoni, ma la base di partenza è sempre folk, ed in più i cinque suonano con grande forza e feeling: tra ballate, pezzi più rock o canzoni di stampo puramente folk, i nostri mostrano di essere decisamente creativi e di avere un grande senso del ritmo e della melodia, consegnandoci con How It All Goes Down (uscito il 20 gennaio) una delle sorprese più piacevoli di questo 2017, con almeno tre-quattro canzoni di caratura superiore. Folk, country, rock e bluegrass fusi insieme in un cocktail molto stimolante ed in grado anche di entusiasmare a tratti, come nel brano che apre il disco, The Time It Takes, stupendo folk-rock dalla melodia cristallina, incroci chitarristici di prim’ordine ed uno splendido pianoforte: l’alternanza tra le due voci soliste, maschile e femminile, è poi uno dei punti di forza del gruppo. Un inizio perfetto, una delle più belle canzoni che ho ascoltato ultimamente. This World Is Not My Home ha un approccio più tradizionale, banjo e violino sono gli strumenti principali (e Glenn è un fiddler coi controfiocchi), anche se né la chitarra elettrica né la sezione ritmica fanno mancare il loro apporto: dopo la prima strofa il ritmo cresce vorticosamente e, complice anche un refrain di presa immediata, il brano diventa irresistibile; la voce gentile della Carder introduce Kalamazoo, un folk tune elettrificato ma di stampo rurale, con grande uso di violino e tempo sempre mosso anche se più leggero, mentre con Someone To Stay si torna prepotentemente in ambito rock, anzi qui la componente folk sarebbe quasi assente se non fosse per il violino, ed il pezzo è uno scintillante ed orecchiabile esempio della bravura dei nostri nel confezionare canzoni fresche, dirette e creative al tempo stesso.

Should Showed Him è una filastrocca un po’ sghemba e dall’arrangiamento ancora più rock (anche il violino viene suonato come fosse una chitarra elettrica), per un brano forse meno immediato ma comunque grintoso e stimolante; Folks Back Home è invece puro folk, limpido, cristallino, solare e delizioso, mentre Only Lie è più introversa, spezzettata e decisamente meno immediata, non tra le migliori. Something Good e Sweetly sono due tenui slow ballads, tra folk d’altri tempi e cantautorato puro (leggermente meglio la seconda, cantata da Andi) ed anche If You Could Break That Chain prolunga il momento intimista del CD, con un altro lento di stampo acustico, dal bel ritornello corale e con una chitarra elettrica che si affaccia sullo sfondo. Il disco si chiude in crescendo con la pimpante Don’t Call On Me, un country-rock gustoso e suonato con la solita forza, l’intensa (e breve) Bravery Be Written, folk purissimo con un chiaro accento irlandese, e con la title track, melodia di stampo tradizionale su base elettrica, altro fulgido esempio di come si possano scrivere ottime canzoni giusto a metà tra folk e rock, da parte di un gruppo che, ne sono certo, ha cominciato solo adesso a far parlare di sé.

Marco Verdi

Un’Altra Nuova Band Dal Grande Futuro (Si Spera). The Show Ponies – How It All Goes Downultima modifica: 2017-05-16T00:14:03+00:00da bruno_conti
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