Una Figlia D’Arte Un Po’ “Tardiva”. Mollie Marriott – Truth Is A Wolf

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Mollie Marriott – Truth Is A Wolf – Amadeus Music      

Forse il cognome risveglierà qualche fremito a coloro più addentro nelle vicende del rock britannico: ebbene sì, questa “nuova” cantante è proprio la figlia del grande Steve Marriott, indimenticato leader degli Small Faces e degli Humble Pie, una delle voci più belle del rock inglese di sempre, tragicamente scomparso nel rogo della propria casa, a soli 44 anni, nel lontano 1991. Mollie Marriott è la terza figlia di Steve, e anche per lei la gavetta è stata lunga, faticosa e costellata di problemi legali (come era stato per il babbo), e quindi solo in questi giorni, a 32 anni compiuti, arriva il suo esordio discografico: nel frattempo ha calcato i palcoscenici del Regno Unito, come background vocalist per PP Arnold, gli Oasis, in un musical sugli Small Faces, in vari tributi, tra cui quello a Ronnie Lane e alla riunione dei Faces dello scorso anno, oltre al concerto per gli 80 anni di Bill Wyman. Tra quelli che lei chiama “zii” ci sono Peter Frampton, Ronnie Wood, Kenney Jones, che hanno più volte espresso il loro entusiasmo (forse non disinteressato) per la voce di Mollie, e anche Paul Weller ha voluto collaborare con lei, infatti è presente in due brani di questo Truth Is A Wolf, album che avuto una lunga gestazione, tanto che doveva essere pubblicato già nel 2015 con un’altra copertina.

Ma alla fine, tramite una piccola etichetta, la Amadeus Music, è uscito. E devo dire che non è per niente male, buon sangue non mente, Mollie Marriott ha una bella voce, qualche inflessione e movenza del padre (come ammette le i stessa), un timbro vocale che può ricordare Bonnie Raitt o Susan Tedeschi, leggermente rauco ma potente, uno stile che si rifà a cantanti come la Sheryl Crow del primo periodo o Stevie Nicks.. Ovviamente non manca il rock classico inglese, sia quello anni ’60 e ’70, che il più recente Britpop. Tra i suoi collaboratori, co-autrice in due brani, troviamo Judie Tzuke, cantautrice rock molto di successo in UK a cavallo degli anni ’80 (e che al sottoscritto piaceva parecchio), mentre l’unico brano non composto dalla Marriott, ovvero la title track Truth Is A Wolf, porta la firma di Gary Nicholson, autore di successi per Bonnie Raitt e Delbert McClinton,e decine di altri “clienti, che aveva portato questo brano a Nashville con l’idea di darlo appunto alla Raitt o alla Tedeschi, e invece è finito su questo disco. Ed è probabilmente il pezzo migliore dell’album (che comunque si difende con lode): un brano che gira attorno al suono di un piano elettrico e della chitarra di Paul Weller, una delle classiche canzoni che di solito si accostano al miglior repertorio proprio di Raitt e Tedeschi, con la voce autorevole della Marriott che ricorda moltissimo le illustri colleghe, potente e grintosa, con una leggera vena malinconica, uno spirito musicale tra rock e blues e un arrangiamento di gran classe, veramente una bella canzone.

Il singolo Control è un bel pezzo rock, con qualche retrogusto gospel e qualcuno ha riscontrato similitudini con una vecchia canzone degli Humble Pie Fool For A Pretty Face, comunque la band della Marriott e le voci di supporto ci danno dentro di gusto, in particolare il chitarrista Johnson Jay, anche Broken è un’altra bella canzone, incalzante, con un ritmo e un drive che ricordano la miglior Stevie Nicks, una classica rock song dal sapore americano che ruota attorno alla bella voce di Mollie e al sound avvolgente dell’arrangiamento. Give Me A Reason è una bella ballata pop con elementi soul, commerciale, ma il giusto, sempre con sontuosi inserti vocali e una bella chitarra tagliente; Run With The Hounds ha di nuovo un groove tipico dei migliori Fleetwood Mac, musica pop ma di quella raffinata e coinvolgente, mentre Love Your Bones, secondo la stessa Mollie è ispirata dal sound di Tori Amos, quella più pop e meno cerebrale. Transformer è una delle due canzoni scritte con Judie Tzuke, un brano più da cantautrice classica, sempre con la bella voce in evidenza, anche se forse un filo troppo pomposo e pompato; Fortunate Fate, con qualche elemento country rimanda al repertorio della prima Shery Crow, quindi non manca neppure l’impeto rock, King Of Hearts, l’altro pezzo firmato con la Tzuke, è pure il secondo dove appare Paul Weller, una sorta di simil slow blues con richiami sia al “Modfather” come al babbo, anche se l’arrangiamento è nuovamente troppo pompato, ed è forse il difetto che più mi sento di imputare al disco,  insomma la voce e il talento ci sono, ma a tratti il tipo di produzione “moderno” incontra poco i miei gusti. La chiusura è affidata a My Heaven Can Wait, una ballata mid-tempo emozionale di nuovo troppo orientata verso quel suono turgido che non sempre soddisfa. Promossa con qualche piccola riserva.

Bruno Conti

 

Adesso E’ Giunta L’Ora Di Scrivere Un Po’ Per Sé Stessi! James LeBlanc – Nature Of The Beast

james leblanc nature of the beast

James LeBlanc – Nature Of The Beast – Dreamlined/Red CD

James LeBlanc, oltre ad essere il padre di Dylan LeBlanc (un giovane e promettente musicista che ha già qualche disco all’attivo http://discoclub.myblog.it/2010/08/24/giovani-virgulti-crescono-1-dylan-leblanc-paupers-field/ ) è anche un affermato autore per conto terzi, avendo scritto diverse canzoni per nomi di punta a Nashville come Jason Aldean, Martina McBride, Gary Allan e Travis Tritt (il cui successo da Top Ten Modern Day Bonnie & Clyde porta proprio la firma di LeBlanc). Originario di Shreveport, Louisiana, James ha anche un album al suo attivo, Muscle Shoals City Limits (2003), ma in generale ha sempre preferito restare nelle retrovie e sbarcare il lunario con il remunerativo lavoro di songwriter su commissione. Ora però ha finalmente deciso di mettere fuori la testa e dare un seguito al suo ormai lontano primo album, ed il risultato finale è talmente riuscito che mi chiedo perché avesse aspettato così tanto. Nature Of The Beast, nel quale LeBlanc raccoglie alcune canzoni da lui scritte ma tenute nei cassetti, non sembra infatti il lavoro di uno che non ha quasi mai inciso a suo nome, ma bensì è il prodotto di anni di esperienza come songwriter e di frequentazioni di musicisti più o meno noti e di studi di registrazione dove si respira aria di leggenda (per esempio era di casa ai Muscle Shoals Studios, dove ha inciso il primo disco, mentre questo è stato registrato a Sheffield, sempre in Alabama).

Nature Of The Beast non è un disco country, almeno non come uno si potrebbe aspettare: il country c’è, ma è usato quasi da sfondo alle ballate profonde del nostro, canzoni lente, meditate ma piene di feeling e mai noiose. Un tipico disco da cantautore, più che da countryman, registrato con la produzione di Jimmy Nutt (che come ingegnere del suono ha lavorato anche con Jimmy Buffett e Jason Isbell) e vede in studio con lui un numero di musicisti non estesissimo ma di alto livello, tra i quali il figlio Dylan ed il grande bassista della gang di Muscle Shoals David Hood. Il disco inizia con la title track, lenta, crepuscolare, con la chitarra arpeggiata e la voce profonda di James ad intonare un motivo intenso, drammatico e di grande pathos: prendete le cose migliori di Calvin Russell, levategli un po’ di polvere texana ed avrete un’idea. Mean Right Hand è un brano full band, ma anche qui l’accompagnamento è discreto, nelle retrovie, in modo da mettere in primo piano la melodia e la voce, una bella canzone con agganci anche allo Springsteen di Tom Joad; My Middle Name è ancora lenta, ma la batteria scandisce il tempo in maniera netta e c’è una chitarra elettrica che ricama alle spalle del leader, un altro pezzo di buona intensità, da cantautore più rock che country. Yankee Bank è più ricca dal punto di vista strumentale, è sempre una ballata ma con maggiore energia ed un bell’intreccio di chitarra, steel ed organo, oltre ad un motivo di prima qualità.

LeBlanc si conferma un songwriter di vaglia, ma dimostra di essere anche un performer di livello. Bottom Of This è una country song, sempre lenta e malinconica, ma dallo script solidissimo ed ottimo lavoro di piano e steel, Answers (scritta dal figlio Dylan) dà una scossa al disco, il ritmo è più sostenuto e la chitarra elettrica è in primo piano, oltre ad un refrain che prende all’istante, mentre I Ain’t Easy To Love è un altro brano spoglio ma di grande carattere, e qui l’arma in più è la seconda voce femminile di Angela Hacker, fidanzata di James ed artista per conto suo. Una splendida steel (Wayne Bridge) ci introduce alla lenta Nothing But Smoke, dove LeBlanc ha sicuramente fatto tesoro della lezione di Willie Nelson: l’ennesimo slow, ma la noia è bandita; bella anche Anchor, distesa, fluida e con la solita melodia di prim’ordine, tra le migliori del CD, mentre 4885 inizialmente vede il nostro in quasi totale solitudine, poi dalla seconda strofa entra il resto della band, anche se James se la cavava comunque anche con pochi strumenti attorno. L’album si chiude con la vibrante Coming Of Age, più mossa ma sempre senza andare sopra le righe, e con la deliziosa cover di Beans, un vecchio brano di Shel Silverstein che qui è un honky-tonk con arrangiamento di altri tempi ed un bel ritornello corale, un finale in allegria e dunque in decisa controtendenza.

Per quanto mi riguarda James LeBlanc può pure continuare a scrivere per altri, ma se quando incide a suo nome il livello è questo, mi auguro che non faccia passare altri 14 anni prima del prossimo disco.

Marco Verdi

Un “Grande” Saluto Per Un Amico Che Non C’è Più. Ronnie Earl & The Broadcasters – The Luckiest Man

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Ronnie Earl & The Broadcasters  – The Luckiest Man – Stony Plain

Ronnie Earl è una garanzia, al di là del fatto qualitativo, e ci arriviamo tra un attimo, ormai anche la cadenza dei suoi album si è fatta costante, dal 2013 a oggi un suo album all’anno non manca mai, e senza che il livello del prodotto ne soffra, anzi. Earl è uno dei veri “Masters Of The Telecasters”, fatto riconosciuto da tutti quelli che amano la buona musica, e il blues in particolare: dotato di una tecnica sopraffina, ma anche di un feeling e di una varietà di “toni” stupefacenti, il chitarrista di New York si è costruito una fama invidiabile attraverso una lunghissima serie di album, che parte all’incirca dalla metà degli anni ’80, quando lascia i Roomful Of Blues, e arriva ai giorni nostri. Dopo un lungo periodo in cui aveva realizzato una sequenza di album perlopiù strumentali, basati sul dualismo chitarra/organo (con rare comparsate vocali) negli ultimi anni ha inserito nella formazione dei Broadcasters la bravissima cantante Diane Blue, in possesso di una voce splendida e dalle mille tonalità, ora dolce e tenera, ora grintosa e passionale, un po’ come il “guitar playing” del suo datore di lavoro http://discoclub.myblog.it/2015/09/09/ritorno-alle-origini-ronnie-earl-the-broadcasters-fathers-day/ . Il titolo di questo nuovo album deriva da una frase che diceva sempre il bassista della band Jim Mouradian, scomparso improvvisamente all’inizio dell’anno dopo uno show, e a cui è dedicato il disco: “I’m the luckiest man you know — and I don’t even know who you know”.

Per l’occasione, in un brano,  Long Lost Conversation, tornano alcuni dei vecchi Broadcasters, che erano presenti nel primo album di Earl del 1983 e che oggi suonano in Sugar Ray And The Bluetones, ovvero  Sugar Ray Norcia voce e armonica, Anthony Geraci, piano, Mike Welch, chitarra, Neil Gouvin, batteria e Michael “Mudcat” Ward, basso. Il brano, lunghissimo, oltre i dieci minuti, è una di quelle piccole perle che Ronnie Earl spesso ci riserva nei suoi dischi, e che fanno sì che i suoi album, sempre di ottimo livello comunque, si elevino oltre la media e la consuetudine dei dischi di blues fatti in serie, parliamo di un slow blues di una classe e di una intensità fuori dal comune, Norcia canta e soffia nell’armonica con grande vigore, Earl inchioda uno di quegli assoli che spesso me lo hanno fatto ritenere l’erede naturale di Roy Buchanan o Danny Gatton, e pure Geraci al piano e Welch alla seconda chitarra ci mettono del loro. Ma non è l’unico pezzo di qualità superba del lavoro, anche la versione di  Death Don’t Have No Mercy, solo la voce ispiratissima di Diane Blue e le chitarre soffuse di Earl e Tabarias, rendono questo omaggio a Mouradian un brano ad alto contenuto emozionale https://www.youtube.com/watch?v=2CTFAsn1CgM , come pure lo strumentale, sempre a lui dedicato Jim’s Song, una delicata ninna nanna di grande purezza e dolcezza. Ma anche nei brani dove suonano gli attuali Broadcasters, oltre a Earl e la Blue, il nuovo bassista Paul Kochanski, Dave Limina all’organo e  Forrest Padgett alla batteria, si respira un’aria di grande classe: dallo shuffle di Heartbreak (It’s Hurtin’ Me), dove gustiamo il solito dualismo organo/chitarra tipico dei dischi del nostro, alla cover di Ain’t That Loving You, altro shuflle godurioso, dove è presente una piccola sezione fiati, e la Blue canta con grande souplesse e finezza questa canzone che era nel repertorio di Buddy Guy  e Bobby “Blue” Bland.

L’altro tour de force del CD è una versione monstre di un super classico del blues, una So Many Roads di quasi 11 minuti, ricca di una intensità e di un calore che raramente si riscontrano nel blues dei giorni nostri, suonata e cantata in modo magnifico e anche la versione, di nuovo con i fiati, di You Don’t Know What Love Is, un classico della canzone americana che era nel repertorio di Billie Holiday, Dinah Washington e Ella Fitzgerald, qui diventa uno splendido blues elettrico cantato in modo più che degno dalla bravissima Diane Blue. E non è, come vi dicevo, che il resto del CD sia si qualità scadente, anzi: pezzi come gli strumentali Southside Stomp e Howlin’ Blues farebbero un figurone in qualsiasi disco blues, come pure la maestosa e struggente gospel song Never Gonna Break My Faith, dove la Blue si misura con l’originale cantato da Aretha Franklin, e Ronnie Earl lavora di fino con la sua solista, senza dimenticare l’eccellente Sweet Vee dove il nostro amico rievoca i fasti dei “lentoni” di Santana, e ancora nell’omaggio ad uno dei maestri nella sontuosa e fiatistica Blues For Magic Sam. Come il buon vino Ronnie Earl ad ogni disco sembra sempre migliorare i suoi standard elevatissimi e anche questa volta centra in pieno l’obiettivo con un altro disco che definirei splendido se non avessi finito gli aggettivi.

Bruno Conti

Ecco Un Altro Gruppo Con Il Braccino Corto! Eagles – Hotel California 40th Anniversary

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The Eagles – Hotel California 40th Anniversary – Elektra/Warner CD – 2CD – Box Set 2CD/BluRay

(NDM: mi spiace cominciare al solito con una precisazione, ma il disco in questione uscì nel Dicembre del 1976, e quindi questa deluxe edition doveva essere pubblicata lo scorso anno, in quanto se la matematica non è un’opinione gli anni sono 41. Poi siamo d’accordo che il suo enorme successo ha avuto il suo picco nel 1977, ma nessuno si è mai sognato, per esempio, di affermare che The Wall dei Pink Floyd fosse un album del 1980).

Se c’è un gruppo che negli anni ha sempre concesso pochissimo ai suoi fans in materia di inediti e concerti d’archivio, questi sono certamente gli Eagles, e la cosa è ancora più strana in quanto stiamo parlando di una delle band più popolari al mondo. Oggi l’occasione per riparare in parte a questa mancanza è affidata a questa ristampa celebrativa del loro disco più famoso, e per molti il loro capolavoro (per me è Desperado, ma di un nonnulla), cioè Hotel California, uno degli album più venduti di tutti i tempi. L’operazione comprende l’inutile riedizione singola (buona al limite per i neofiti), un doppio CD ed un cofanetto deluxe, ma anche questa volta il gruppo californiano d’adozione (o chi decide per loro) si è contraddistinto per il braccino corto, in quanto la versione doppia propone sul secondo CD un concerto inedito a Los Angeles dell’Ottobre del 1976, ma soltanto dieci canzoni per la miseria di 48 minuti! Cosa ancora più grave, il cofanetto, oltre ad essere ridicolmente caro (circa 90 euro), non aggiunge un solo minuto di musica inedita, essendo il terzo dischetto una versione in BluRay audio dell’album principale: quindi quasi 70 euro in più per un doppione sonoro ed un (bel) libro con foto e note (note completamente assenti dalla versione doppia, solo qualche foto ed i crediti, neppure i testi delle canzoni).

E per le Aquile questo è un vecchio vizio, siccome già in passato si erano contraddistinti per la loro parsimonia: nel cofanetto retrospettivo del 2000 Selected Works, oltre alla miseria di tre inediti che non erano neppure canzoni, c’era il Millenuim Concert, e anche lì solo 12 canzoni, mentre come aggiunta alla versione deluxe dello splendido DVD History Of The Eagles c’era un live del 1977, ma anche stavolta solo una manciata di brani. Esaminiamo quindi il contenuto di questa ristampa, e stavolta mi limito alla versione doppia, dato che basta e avanza. Nel 1976 gli Eagles erano ad un punto di svolta: dopo l’ottimo successo di One Of These Nights avevano perso un pezzo per strada, in quanto Bernie Leadon non era soddisfatto della direzione musicale più commerciale presa dal gruppo; Don Henley e Glenn Frey, da sempre i due leader della band, ingaggiarono quindi Joe Walsh, ex chitarrista della James Gang, che garantiva un approccio più rock ed era considerato il giusto partner per l’altro axeman Don Felder. Don e Glenn avevano in mente quindi di alzare ulteriormente l’asticella, e pensarono ad una sorta di concept album sui problemi causati da fama e successo, dalla perdita dell’innocenza e dalla discesa agli inferi a seguito di un tenore di vita “nella corsia di sorpasso”: Hotel California, l’album che ne risultò (con una iconica copertina che raffigurava il barocco Beverly Hills Hotel di Los Angeles in maniera un po’ inquietante) fu un grande disco, e lo è ancora quattro decenni dopo. Gran parte della sua fortuna la deve indubbiamente alla fantastica title track, una di quelle canzoni che definiscono una carriera intera, un irripetibile equilibrio tra una melodia di prim’ordine, un ritornello strepitoso, un testo degno di una trama da film horror ed un assolo di chitarra finale, suonato all’unisono da Walsh e Felder, che è stato giudicato tra i più belli di sempre.

Ma l’album contiene altre grandi canzoni, ed è in un certo senso il disco di Henley, che canta da solista ben cinque degli otto pezzi totali (uno è una ripresa strumentale di Wasted Time): oltre alla title track Don è protagonista infatti della roboante Life In The Fast Lane, caratterizzata da un gran lavoro di Walsh, della già citata Wasted Time, romantica ma non melensa, la roccata e trascinante Victim Of Love e soprattutto la magnifica The Last Resort, una lunga e sontuosa ballata con una melodia ed un crescendo strepitosi, uno dei pezzi più belli delle Aquile in assoluto. Frey canta da solista in un solo brano, il pop-rock di gran classe New Kid In Town (il brano più di successo dopo Hotel California), Randy Meisner fornisce il suo ultimo contributo (lascerà la baracca l’anno dopo, sostituito da Timothy B. Schmit) con la gradevole Try And Love Again, unico rimando sonoro ai primi Eagles, mentre Walsh a mio parere “cicca” un po’ il suo esordio con la lenta e noiosa Pretty Maids All In A Row: Joe non è mai stato un grande songwriter, e men che meno nelle ballate. E veniamo al secondo CD, che come da copione è davvero bello, in quanto i nostri sono sempre stati una live band coi fiocchi…peccato che finisca quando ci si comincia a prendere gusto! Da Hotel California, che al momento del concerto doveva ancora uscire, ci sono la title track, già imperdibile, ed una New Kid In Town più rock che in studio; l’inizio della serata è riservato alla sempre bellissima e coinvolgente Take It Easy, anch’essa decisamente più chitarristica, subito seguita dall’altrettanto splendida Take It To The Limit, la signature song di Meisner. Ci sono anche due “deep cuts”, ovvero due pezzi poco noti (entrambi tratti da On The Border), James Dean e Good Day In Hell, uno spedito country-rock chitarristico la prima ed un ruspante brano che sa di southern la seconda (ottima la slide). L’intrigante Witchy Woman è sempre una gran bella rock song, mentre Funk # 49 dimostra i limiti di Joe come autore. Finale con la funkeggiante One Of These Nights, la già citata Hotel California ed il travolgente rock’n’roll di Already Gone.

E poi, come già detto, il CD finisce, lasciandoci l’amaro in bocca per l’ennesima occasione perduta.

Marco Verdi

Pillole Sempre Più “Robuste” Per La Cura Del Rock. Blues Pills – Lady In Gold – Live In Paris

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Blues Pills – Lady In Gold – Live In Paris – 2 CD 2CD+DVD Nuclear Blast/Warner

I Blues Pills sono in attività dal 2014: fino ad ora hanno pubblicato due album in studio, il primo omonimo e Lady In Gold dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/08/09/nuova-razione-pillole-rivigorenti-rock-blues-dal-nord-europa-blues-pills-lady-gold/ . Ma anche parecchi EP, e non dimentichiamo tutti i Live già usciti finora: questo Live In Paris viene presentato come primo disco dal vivo della band, ma allora il mini al Rockpalast di tre anni fa, il Blues Pills Live “limited” del 2015, la versione speciale del disco dello scorso anno che includeva anche un DVD Live In Berlin con 12 pezzi, e il mini Live At Deezer, sempre registrato a Parigi nel 2016 e in vendita sul loro sito, come li consideriamo? A questo punto Bonamassa diventa quasi un dilettante. Ok, questa volta i brani vertono principalmente sul repertorio tratto da Lady In Gold, il concerto è stato registrato al Trianon di Parigi il 30 ottobre dello scorso anno, ed esce sia come doppio CD che come CD/DVD, anche se dura comunque solo 75 minuti. Non avendo avuto il tempo di vedere il video, se non molto velocemente, questa recensione verterà sul supporto audio. Il quartetto svedese, così è stato deciso per la loro nazionalità, in effetti ruota soprattutto intorno alla personalità della frontwoman e cantante solista Erin Larsson, voce potente e carismatica, di chiara derivazione jopliniana, e l’avvenenza sicuramente non guasta, come molte sue controparti femminili in giro per il mondo, Beth Hart e Dana Fuchs, che però secondo me sono di un’altra categoria, e molto più eclettiche, o i No Sinner di Colleen Rennison,  etichettati, più o meno, come rock-blues, hard rock, rock psichedelico, quello piuttosto duro anziché no.

Il copione prevede anche un ottimo chitarrista, e loro ce l’hanno, nella figura del giovane francese Dorian Sorriaux, un buon bassista, l’unico americano rimasto in formazione Zach Anderson, co-autore dei brani con la Larsson, e un energico batterista, l’altro svedese André Kvarnström. Quindici brani in totale, con diverse fonti di “ispirazione” citate, oltre alla consueta Janis Joplin (ma direi che siamo siamo più dalle parti di Lynn Carey, detta Mama Lion, che aveva una voce della Madonna, e pochi la ricordano https://www.youtube.com/watch?v=oBEbc1rRteU ), Led Zeppelin, Free, Cream, i vecchi Fleetwood Mac di Peter Green, “coverizzati” in passato, Tony Joe White (di cui riprendono Element And Things a tutto wah-wah , come nell’ originale, che per quanto tirato era comunque un’altra cosa). E comunque i “baldi giovani” alla fine sono bravi, scrivono le loro canzoni, che per quanto derivative sono molto piacevoli, e dal vivo acquistano anche una verve maggiore: come si diceva, praticamente nove brani su dieci, compresa l’unica cover di TJW, vengono dal disco di studio.. La title track sprizza energia e potenza, con il quartetto ben spalleggiato anche da Rickard Nygren, tastierista e chitarrista aggiunto nei tour, lei Erin canta a pieni polmoni e Sorriaux inanella una bella serie di assoli, un sound che rimanda anche alle canadesi Heart, che quando erano in modalità rock non scherzavano.

Litte Boy Preacher è sempre piuttosto duretta, ma nella parte finale strumentale sempre con wah-wah a manetta si cerca di riprendere l’hard rock psych e progressivo delle band inglesi dei 70’s, Bad Talkers ha un riff tra Deep Purple e Thin Lizzy e non molla la presa e pure Won’t Go Back non rallenta i ritmi. Che invece nella successiva Black Smoke, uno dei loro cavalli di battaglia dal primo album, si stemperano per un attimo in una hard blues ballad, ma è un attimo, il ritmo cambia e accelera di continuo e la band tira sempre di brutto. E pure Bliss, uno dei brani contenuti nel primo EP del 2012, non concede requie agli ascoltatori, forse l’hard rock sta prendendo fin troppo il sopravvento nel sound del gruppo, le chitarre e la voce ruggiscono quasi di continuo. Little Sun, sempre dal primo album, illustra il loro lato più “gentile” e ricercato, una ballata in crescendo che gira attorno ad una melodia più composita, ma è un attimo, di Elements And Things, un’orgia wah-wah psichedelica con uso di organo, abbiamo detto; You Gotta Try è classico 70’s rock di buona fattura e anche la “riffatissima” High Class Woman dal primo album è potenza pura, mentre Ain’t No Change permette di gustare le eccellenti divagazioni solistiche del bravo Dorian Sorriaux e Devil Man è un altro dei brani portanti del 1° album, intenso e vigoroso, con il pubblico parigino in delirio. Il finale di concerto è affidato ad un trittico di brani tratti dal nuovo album: I Felt A Change, Rejection e Gone So Long, la prima una ballata solo voce e piano, che per una volta permette di apprezzare la voce “naturale” della Larsson, che poi si scatena con il resto del gruppo, soprattutto nell’antemica e dark Gone So Long. Un filo “esagerati”, ma gli estimatori apprezzeranno.

Bruno Conti

 

Un Live Prematuro? Al Contrario, Formidabile! Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks – Stax/Concord CD

Fino ad un paio di anni fa la carriera di Nathaniel Rateliff, singer-songwriter di Denver, si stava trascinando abbastanza stancamente in un anonimato che sembrava non avere un futuro. Poi, nel 2015, il colpo di genio: Nathaniel forma i Night Sweats, un combo formidabile che suona una miscela di soul e rhythm’n’blues ma con la potenza di una rock band, un mix esplosivo che ha reso l’album di due anni fa Nathaniel Rateliff & The Night Sweats un grande successo di pubblico e critica, oltre che uno dei dischi più belli dell’anno, con canzoni strepitose del calibro di S.O.B., I Need Never Get Old e Howling At Nothing e diversi altri brani di altissimo livello. Dopo aver tenuto caldi i fans lo scorso anno con l’EP Something Else From, ora Nathaniel ed i suoi ragazzi pubblicano questo Live At Red Rocks, un CD registrato nella suggestiva cornice del titolo (proprio vicino a Denver) il 21 Agosto del 2016: una mossa che potrebbe sembrare prematura, anche se dopo un solo ascolto devo dire…meno male che lo hanno fatto! L’album infatti è semplicemente splendido, uno dei più bei live di un’annata devo dire molto generosa con i dischi registrati on stage: Rateliff è una autentica forza della natura ed un frontman straordinario, ed i suoi “sudori notturni” (Joseph Pope III al basso, Patrick Meese alla batteria, Mark Shusterman al piano ed organo, Luke Mossman alla chitarra, Andreas Wild al sax, Nick Etwell alla tromba, Julie Davis al basso acustico e voce e Joe Richmond alle percussioni) sono un gruppo di rara potenza, ma con un feeling mostruoso, al punto che le canzoni del disco di due anni orsono, che già erano una goduria, suonano completamente trasformate.

Merito notevole va anche alla presenza in diversi pezzi della Preservation Hall Jazz Band, leggendario gruppo di New Orleans composto da sette elementi (quasi tutti fiati), che unita ai nove Night Sweats (anche Nathaniel suona ogni tanto la chitarra) formano un muro del suono di inaudita forza. L’album del 2015 viene suonato interamente, ed in più ci sono due pezzi dall’EP dell’anno scorso ed altri due dal passato discografico di Rateliff, più una cover finale da urlo, ed il disco è talmente bello che quasi ci si rammarica che sia solo singolo. Dopo un’introduzione strumentale in puro stile “Funerale a New Orleans” il concerto inizia con la tonante I’ve Been Failing, un’esplosione di suoni e colori, showcase introduttivo perfetto per ogni membro del gruppo, con menzione particolare per i fiati, il piano e la sezione ritmica. E poi c’è Rateliff, che non è da meno della sua band in quanto a potenza (vocale). Con Look It Here Nathaniel ha già il pubblico (casalingo) in pugno: bellissima canzone, coinvolgente e brillante, suonata in maniera strepitosa e con uno spirito rock che esce da ogni nota, mentre l’introduzione al brano successivo (Howling At Nothing) è una vera e propria canzone improvvisata, un errebi nero fino al midollo dal ritmo forsennato e con un organo caldissimo alle spalle. L’appena citata Howling At Nothing è una soul song dal motivo splendido, che sembra quasi un inedito del grande Sam Cooke, mentre Wasting Time è una ballata decisamente melodica e piena di pathos, con la grande voce del nostro ed i fiati sugli scudi.

La saltellante e gradevole Mellow Out porta ai due brani meno conosciuti, in quanto originariamente contenuti nell’album del 2011 di Rateliff, In Memory Of Loss: Early Spring Till e You Should’ve Seen The Other Guy sono due ballate acustiche e cantautorali davvero intense, che rivelano un altro lato del nostro (e che voce). Lo sballo riprende con la meravigliosa I Need Never Get Old, una delle più belle canzoni del 2015, travolgente ed irresistibile (sentite la reazione del pubblico quando la riconosce dopo due minuti di introduzione https://www.youtube.com/watch?v=61_lewBMWVk ), con la lunga Shake, più di otto minuti di soul-rock insinuante e dal sapore sudista (grandissimi organo e chitarra) e con la fluida e guizzante Out On The Weekend, altro travolgente momento di solido ed energico errebi (e qui è il piano a fare i numeri). Dopo Thank You, vigorosa e saltellante, e I Did It, annerita, roccata e molto anni settanta, arriva il gran finale con la roboante Trying So Hard Not To Know, cantata come al solito da manuale, e soprattutto la strepitosa S.O.B., che è a tutti gli effetti la signature song del nostro https://www.youtube.com/watch?v=Vg4_BRiuvFU , in una versione ancora più potente ed irresistibile di quella in studio (e qui il binomio Night Sweats/Preservation Hall è da applausi a scena aperta). Il pubblico ormai è k.o., ma c’è ancora tempo per una rilettura tutta ritmo, suoni e colori del classico di Sam Cooke Having A Party, ancora una volta dalla forza incredibile. Nathaniel Rateliff non è un fuoco di paglia, ma un musicista vero e terribilmente serio, e questo Live At Red Rocks ne è la splendida conferma: non lasciatevelo sfuggire.

Marco Verdi

Un “Classico” Come Tutti Gli Anni: Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Disco Club! Parte II

meglio del 2017

segue

Ecco la seconda parte.

BEST of 2017 secondo Marco Frosi

 tedeschi trucks band live from the fox oakland

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox, Oakland

rhiannon giddens freedom highway

Rhiannon Giddens – Freedom Highway

father john misty pure comedy

Father John Misty – Pure Comedy

Drew Holcomb – Souvenir

rodney crowell close ties

Rodney Crowell – Close Ties

John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies

Chris Stapleton – From A Room Volume 1

jason isbell the nashville sound

Jason Isbell & 400 Unit – The Nashville Sound

Little Steven – Soulfire

Willie Nille – Positively Bob:Willie Nile Sings Bob Dylan

sonny landreth recorded live in lafayette

Sonny Landreth – Recorded Live In Lafayette

Shannon McNally – Black Irish

Gregg Allman – Southern Blood

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

dream syndicate how did i find myself here

The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?

Steve Winwood – Winwood Greatest Hits Live

Bruce Cockburn – Bone On Bone

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time

david crosby sky trails

David Crosby – Sky Trails

Joe Henry – Thrum

james maddock insanity vs. humanity

James Maddock – Insanity Vs Humanity

zachary richard gombo

Zachary Richard – Gombo

Bob Dylan – Trouble No More:The Bootleg Series Vol.13

jackson brown the road east live in japan

Jackson Browne – The Road East Live in Japan

tajmo

Taj Mahal & Keb Mo – TajMo

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall, An Acoustic Evening

walter trout we're al in this together

Walter Trout – We’re All In This Together

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

cheap wine dreams

Cheap Wine – Dreams

 

Marco Frosi

 

“Last but not least” ecco la lista provvisoria del sottoscritto, “Me, Myself, I”, per citare Joan Armatrading una delle mie cantautrici preferite di sempre. Provvisoria, perché mi riservo di integrarla, è all’incirca quella che ho inviato per la Poll 2017 del Buscadero, con alcune integrazioni di dischi che al momenti in cui ho stilato la lista non erano ancora usciti, ma meritano assolutamente di essere inseriti tra i migliori di questa annata. Come al solito sono in ordine sparso di preferenza.

Il Meglio del 2017 secondo Bruno Conti

gregg allman southern blood

Gregg Allman – Southern Blood

richard thompson acoustic classics IIrichard thompson acoustic rarities

Richard Thompson -Acoustic Classics II + Acoustic Rarities

Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening  Nel frattempo il buon Joe ne ha già inciso uno nuovo con Beth Hart Black Coffee, molto bello, non ve ne posso parlare ancora in dettaglio perché uscirà il prossimo 26 gennaio.

Tom Jones – Live On Soundstage With Alison Krauss

john mellencamp Sad_Clowns_&_Hillbillies_Cover_Art

John Mellencamp – Sad Clowns And Hillbillies

offa rex the queen of hearts

Offa Rex – The Queen Of Hearts

The Waifs – Ironbark

the magpie salute

The Magpie Salute – The Magpie Salute

gov't mule revolution come...revolution go

Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland

van morrison roll with the punchesvan morrison versatile

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

nathaniel rateliff and the night sweats live at red rock

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

Aggiunte Dell’Ultima Ora

tom petty san francisco serenades

Tom Petty & The Heartbreakers – San Francisco Serenades – 3 CD Live At Fillmore 1997 Ne leggerete prossimamente, un disco dal vivo “non ufficiale” ma strepitoso!

christy moore on the road 

Christy Moore – On The Road

 

Ristampe

bob dylan bootleg series 13 trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More – The Bootleg Series Vol.13

tim buckley the complete album collection

Tim Buckley – The Complete Album Collection

PENTANGLE-box-set-contents-mock_1000px

Pentangle – The Albums 1968-1972

 

Evento Musicale Dell’Anno: La Morte di Tom Petty!

More To Come. Ovviamente tutte queste liste servono anche da ripasso, se vi è sfuggito qualcosa durante l’anno qui potete fare un veloce ripasso delle migliori uscite dell’anno secondo i gusti del Blog naturalmente. Prossimamente, come tutti gli anni troverete anche le classifiche di alcune dei principali Blog e delle più note riviste musicali, ma anche le recensioni di alcuni dei dischi che ci sono “sfuggiti” per vari motivi: mancanza di tempo, dimenticanze o pura ignoranza.

Alla prossima.

Bruno Conti

 

Un “Classico” Come Tutti Gli Anni: Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Disco Club! Parte I

meglio del 2017meglio del 2017 2

Come tutti gli anni in questo periodo abbiamo riunito un trust di cervelli (con una aggiunta rispetto allo scorso anno) e questo è il risultato del nostro meditato e assolutamente libero pensare. Ecco quelli che secondo il nostro parere personale sono i migliori dischi del 2017. Visto che i collaboratori sono abbastanza “indisciplinati” ognuno ha impostato le proprie preferenze seguendo i propri criteri e dilungandosi abbastanza (ma questa è una tradizione del Blog che non voglio tradire), ed il sottoscritto, in qualità di titolare del Blog, si è riservato come sempre di integrare questa prima lista (che è più o meno quella che ho elaborato per il Buscadero) con appendici ed aggiunte varie.Quest’anno le varie classifiche di preferenza vengono presentate in ordine di arrivo nel Blog dei vari collaboratori, con chi scrive che appare per ultimo. Per cui, intanto che a Milano nevica, direi di partire, ricordandovi che ho integrato le liste con le copertine di alcuni dischi e video tratti dagli stessi, cercando di non ripetermi. Di alcuni non abbiamo ancora pubblicato le recensioni (anche per colpa principalmente del sottoscritto piuttosto indaffarato pure con la rivista, come forse avrete notato) ma cercheremo di recuperare con i ripassi di fine anno e le ultime uscite. Visto che è piuttosto lungo il Post è stato diviso in due.

Parte I

I BEST DEL 2017 secondo Marco Verdi

gregg allman southern blood

Disco Dell’Anno: Gregg Allman – Southern Blood

dan auerbach waiting on a song

Piazza D’Onore: Dan Auerbach – Waiting On A Song

Gli Altri 8 Della Top 10:

bob dylan trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13

john mellencamp Sad_Clowns_&_Hillbillies_Cover_Art

John Mellencamp – Sad Clowns And Hillbillies

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time

blackie and the rodeo kings kings and kings

Blackie & The Rodeo Kings – Kings & Kings

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire

marty stuart way out west

Marty Stuart – Way Out West

mavericks brand new day

The Mavericks – Brand New Day

roger waters is this life we really want

 Roger Waters – Is This The Life We Really Want?

 I “Dischi Caldi”:

chris stapleton from a room vol.1chris stapleton from a room vol .2

Chris Stapleton – From A Room 1 & 2

van morrison roll with the punchesvan morrison versatile

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

tim grimm a stranger in this time

Tim Grimm – A Stranger In This Time

steve earle so you wanna be an outlaw

Steve Earle – So You Wanna Be An Outlaw

 

Ristampe:

woody guthrie the tribute concerts front

Various Artists – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

beatles sgt, pepper

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band 50th Anniversary

 

Album Dal Vivo:

old crow medicine 50 years of blond on blonde

Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

rolling stones sticky fingers at the fonda theatre cd+dvd

Rolling Stones – Sticky Fingers Live At Fonda Theat

grateful dead cornell 5-8-1977

Grateful Dead – Cornell 5/8/77

nathaniel rateliff and the night sweats live at red rock

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

DVD/BluRay: Bob Dylan – Trouble No More: A Musical Film

Concerto: Rolling Stones a Lucca

 bob seger i knew when

Canzone: Bob Seger – I Knew You When

Dan Auerbach – Waiting On A Song

Roger Waters – Deja Vu

Bob Dylan – Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody

 willie nile positively bob

Album Tributo: Willie Nile – Positively Bob

Cover Song: Gregg Allman – Black Muddy River  

 waterboys out of all this blue

La Delusione: The Waterboys – Out Of All This Blue

jeff lynne's elo wembley or bust front

Piacere Proibito: Jeff Lynne’s ELO – Wembley Or Bust

john fogerty blue moon swamp

“Sola” Dell’Anno: John Fogerty – Blue Moon Swamp 20th Anniversary

Evento Dell’Anno: purtroppo, l’inattesa e sconvolgente scomparsa di Tom Petty, un fatto talmente tragico da oscurare perfino la perdita di Gregg Allman.

Marco Verdi

 

Il Meglio Del 2017 secondo Tino Montanari

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Disco Dell’Anno

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall Acoustic Evening

Canzone Dell’Anno

Otis Taylor – Jump To Mexico

natalie merchant the collection

Cofanetto Dell’Anno

Natalie Merchant – The Natalie Merchant Collection

eric andersen be true to you sweet surprise

Ristampa Dell’Anno

Eric Andersen – Be True To You / Sweet Surprise

mavis staples i'll take you there concert celebration

Tributo Dell’Anno

Mavis Staples & Friends – I’ll Take You There

Disco Rock

John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies

waifs ironbark

Disco Folk

Waifs – Ironbark

Disco Country

Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

marc broussard sos save our soul 2

Disco Soul

Marc Broussard – S.O.S. 2: Save Our Soul On A Mission

chicago play the stones

Disco Blues

Various Artists – Chicago Play The Stones

Disco Jazz

Van Morrison – Versatile

orchestra baobab tribute

Disco World Music

Orchestra Baobab – Tribute To Ndiouga Dieng

sharon jones soul of a woman

Disco Rhythm & Blues

Sharon Jones & The Dap Kings – Soul Of A Woman

tom jones live on soundstage

Disco Oldies

Tom Jones – Live On Soundstage

Disco Live

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

graziano romani soul crusder again

Artista Italiano

Graziano Romani – Soul Crusader Again

de gregori sotto il vulcano

Disco Italiano

Francesco De Gregori – Sotto Il Vulcano

Colonna Sonora

Various Artists – Atomic Blonde (*NDB ???)

Esordio Dell’Anno

Paul Cauthen – My Gospel (*NDB bis, bello, però è uscito nel 2016 http://discoclub.myblog.it/2017/01/05/tra-texas-alabama-e-piu-di-uno-sguardo-al-passato-paul-cauthen-my-gospel/ )

who tommy live royal albert hall 2017 dvd

Dvd Musicale

Who – Tommy Live At Royal Albert Hall

 

Altri in ordine sparso

drew holcomb souvenir

Drew Holcomb & The Neighbors – Souvenirs

Otis Gibbs – Mount Renraw

Matthew Ryan – Hustle Up Starlings

Danny & The Champions Of The World – Brilliant Light

White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights

bruce cockburn bone on bone

Bruce Cockburn – Bone On Bone

christy moore on the road

Christy Moore – On The Road

Zachary Richard – Gombo

winwood greatest hits

Steve Winwood – Greatest Hits Live

Sam Baker – Land Of Doubt

 

 weather station weather station

Weather Station – Weather Station

Lucinda Williams – This Sweet Old World

Jude Johnstone – A Woman’s Work

Ruthie Foster – Joey Comes Back

robyn ludwick this tall to ride

Robyn Ludwick – This Tall To Ride

Susan Marshall – 639 Madison

Buffy Sainte-Marie – Medicine Songs

Carrie Newcomer – Live At The Buskirk

shannon mcnally black irish

Shannon McNally – Black Irish

Shaun Murphy – Mighty Gates

 

Band Of Heathens – Duende

orphan brigade heart of the cave

Orphan Brigade – Heart Of The Cave

Subdudes – 4 On The Floor

Dead Man Winter – Furnace

Dropkick Murphys – 11 Short Stories Of Pain & Glory

over the rhine live from the edge of the world

Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

Flogging Molly – Life Is Good

national sleep well beast

National – Sleep Well Beast

Hooters – Give The Music Back Live

My Friend The Chocolate Cake – The Revival Meeting

Tino Montanari

Fine della prima parte

segue>

Supplemento Della Domenica: La Ristampa Dell’Anno Bis. Pentangle – The Albums 1968-1972

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Pentangle – The Albums 1968-1972 – 7 CD Cherry Red Records                     

Bisogna dirlo per una volta, i Pentangle stranamente sono stati “serviti” bene dall’industria discografica: tra cofanetti, retrospettive, dischi dal vivo, le ristampe potenziate degli album della loro discografia fondamentale, quella tra il 1968 e il 1972, ma anche le svariate reunion successive, parziali e quelle più rare della band originale (fino a quella splendida e definitiva celebrata in Finale An Evening With Pentangle di cui vi abbiamo dato conto su queste pagine circa un anno fa), sono state ben documentate nel corso degli anni. Mancava forse un box retrospettivo dedicato agli anni cruciali, quelli che vanno appunto dal ’68 al ’72 e questo cofanetto rimedia a questa mancanza in modo splendido: 7 CD rimasterizzati ad arte, nuovamente per l’occasione, una messe di materiale inedito che amplia quella già ricca che era disponibile nelle ristampe potenziate della Castle/Sanctuary, pubblicate nella prima decade degli anni 2000 e tuttora rintracciabili, magari non facilmente, ma anche il materiale extra che era inserito nell’eccellente box quadruplo The Time Has Come, che invece è molto più difficile da reperire.

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La Cherry Red ha fatto un ottimo lavoro con questo box: i CD riproducono la grafica dei dischi originali ed in ognuno sono inserite moltissime bonus tracks alla fine del programma dell’album originale, sia quelle delle ristampe, sia quelle del quadruplo, ma anche ulteriori versioni alternative o brani live tratti da concerti, canzoni che non erano apparse in passato; i primi tre dischetti hanno tra le 10 e le 15 bonus per ciascuno, mentre i successivi quattro ne riportano 6 per Basket Of Light come pure per Cruel Sister, mentre  Reflection, ne ha 8, e Solomon’s Seal ha “solo” tre brani dal vivo tratti dall’ultimo tour britannico del 1972 della formazione originale. Quindi  indispensabile per i fan della band, ma anche chi si avvicina per la prima volta, oltre a sei dischi splendidi, troverà un totale di 54 bonus, di cui 22 registrazioni mai pubblicate prima. Il Box è corredato anche da un bel libretto di 88 pagine, che comprende vecchie interviste con Bert Jansch, John Renbourn e Jacqui McShee, dei brevi saggi dedicati a ciascuno dei sei album (Sweet Child era doppio), la cronologia della loro storia e soprattutto un track-by-track su ogni singolo brano contenuto nel cofanetto. Ma la cosa più importante è la musica contenuta: quella unica ed incredibile fusione tra folk, blues, jazz e l’arte dell’improvvisazione che era la loro cifra stilistica e nasceva in un periodo estremamente fecondo per la musica “rock” in generale, quando si esploravano anche territori sonori che si spingevano fino alle prime propaggini di quella che poi si sarebbe chiamata “world music”, attraverso la maestria strumentale di due dei più grandi chitarristi nati sul suolo britannico, di una cantante dotata di una emissione vocale pura e celestiale, e di una sezione ritmica, composta da Danny Thompson e Terry Cox, che definire prodigiosa è quasi fare loro un torto.

Pentangle, l’omonimo esordio classico del 1968, oltre alle splendide (ma sono tutte belle le canzoni) Let No Man Steal Your Thyme, la dolcissima Pentangling, il traditional Bruton Town e l’intricato e jazzato brano strumentale Waltz, presenta svariate chicche tra le tredici bonus: Koan uno strumentale inedito, in due diverse takes, The Wheel e The Casbah, anche queste strumentali, due differenti versioni di Bruton Town, Travellin’ Song, il primo singolo, inedito su album, pubblicato insieme al disco e caratterizzato dalla presenza di una sezione di archi. E tra le bonus delle bonus, 3 pezzi registrati nella primissima sessione di registrazione, effettuata nell’agosto del 1967, tra cui spicca l’elettrica Poison, e due canzoni che poi sarebbero state re-incise per il successivo doppio Sweet Child, le splendide Market Song e I’ve Got A Feeling.

Proprio Sweet Child, uscito solo quattro mesi dopo l’esordio (erano altri tempi) viene considerato dai componenti della band il loro disco migliore, e come dargli torto, la parte dal vivo registrata in concerto alla Royal Festival Hall è strepitosa, con le sette tracce aggiunte, già nella ristampa in doppio CD dell’album, con pezzi di Mingus, Furry Lewis, Anne Briggs e diversi traditional, il tutto eseguito con uno spirito complessivo e  dell’arte dell’improvvisazione applicata alla musica folk che sfiora il genio puro. Anche nel disco in studio ci sono ben 11 tracce bonus, oltre a capolavori come la splendida title track e pure I Loved A Lass, deliziosa, ma anche lo strumentale Three Part Thing, la delicata Solvay, un altro vorticoso strumentale come In Time, con le chitarre di Jansch e Renbourn in piena libertà, ma pure in questo caso è difficile scegliere le più belle; anche qui tra le bonus delle bonus spiccano una versione di Poison con Duffy Power all’armonica, una versione full band di Moondog, un pezzo che nella parte Live veniva eseguita in solitaria da Terry Cox, e una alternate take di Sally Go Round The Roses, che poi apparirà nel successivo.

Basket Of Light, ed è il trait d’union tra i due dischi, oltre ad esserne uno dei brani migliori. Insieme a Light Flight e Once I Had A Sweetheart, entrambe cantate in modo celestiale da Jacqui McShee, nella seconda c’è un intervento al sitar di John Renbourn; tra le bonus le due b-sides Cold Mountain e I Saw An Angel, oltre a tre brani dal vivo House Carpenter, Light Flight e Pentangling, registrati in un concerto ad Aberdeen del 1969, la terza in una versione strepitosa di quasi venti minuti, che quasi varrebbe da sola l’acquisto del CD.

Nel 1970, l’anno dopo, esce Cruel Sister, il loro disco di maggior successo che arrivò fino al 5° (!?!) posto delle classifiche: se si eccettua forse When I Was In My Prime, le restanti quattro canzoni sono dei (piccoli) capolavori, A Maid That’s Deep In Love, Lord Franklin, la celeberrima e splendida Cruel Sister, oltre alla lunghissima Jack Orion che durava un’intera facciata del vecchio vinile; le sei bonus stranamente vengono da una session del marzo del 1971 per il successivo album Reflection, ma visto che sono tutte interessantissime non ce ne cale molto della provenienza, la take 1 di Will The Circle Be Unbroken, che anticipa l’album più “americano” del gruppo, Rain And Snow, con sitar e banjo, e Omie Wise, cantata da Bert Jansch, sono entrambe bellissime, come anche la lunghissima Reflection che è del tutto pari alla versione ufficiale (con una diversa improvvisazione di contrabbasso suonato con l’archetto da Danny Thompson) che uscirà nell’album successivo di studio.

Reflection è il secondo disco del 1971, ed oltre ai brani citati brillano anche il traditional da country/mountain music Wedding Dress, la malinconica e struggente When I Get Home, con uno splendido lavoro all’elettrica di John Renbourn, per non parlare della corale Helping Hand, altro esempio del genio compositivo dei Pentangle, e di So Clear cantata da Renbourn, che sembra quasi una canzone di James Taylor, brani che completano la loro fase musicale più creativa ed insuperata. Conclusa l’anno successivo con il disco Solomon’s Seal, l’unico uscito per la Reprise e non per la Transatlantic, come tutti gli altri. Ma prima un cenno alle bonus di Reflection, tre brani tratti dall’album solo di John Renbourn Faro Annie, e che quindi non prevedono la presenza di Jansch e McShee, oltre a tre alternate takes di canzoni tratte dall’album e una inedita, Wondrous Love, che illustra ancora il loro approccio verso lo stile Appalachiano del disco, sia pure in veste elettro-acustica.

Solomon’s Seal esce nel settembre del 1972, ed è sicuramente il loro disco “minore” di questa prima fase, non un disco brutto ovviamente, per chiunque altro, ma forse meno riuscito: tra i brani si ricordano soprattutto l’iniziale Sally Free And Easy, del tutto degna delle cose migliori del loro repertorio, molto belle anche The Snows e il tradizionale High Germany, e niente male pure People On the Highway, di nuovo di stampo americano e la lunga e delicata Willy O’Winsbury, insomma se non avessero fatto cinque album splendidi prima, anche questo sarebbe imperdibile (e per certi versi lo è). Le tre bonus dal vivo vengono da un concerto del 10 novembre 1972, dal loro ultimo tour primo dello scioglimento, sempre interessanti, anche se la qualità sonora non è impeccabile. Uno dei cofanetti più belli dell’anno, e ne sono usciti tanti nel 2017, forse il migliore di una ottima annata (se la batte con quello di Dylan che però non dovremmo considerare una ristampa, visto che è tutto inedito9.

Bruno Conti

Torna Finalmente Il Padre Di Tutti I Tributi! VV.AA. – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

woody guthrie the tribute concerts front woody guthrie the tribute concerts box

Woody Guthrie: The Tribute Concerts – Bear Family 3CD Box Set

Non ho controllato con precisione, ma credo proprio che il concerto del Gennaio 1968 tenutosi alla Carnegie Hall di New York in memoria di Woody Guthrie sia stato il primo omaggio “all-stars” ad un singolo artista, evento tra l’altro replicato due anni dopo stavolta sulla costa Ovest, alla Hollywood Bowl di Los Angeles, con successo molto minore (anche perché nel frattempo, musicalmente parlando, era cambiato il mondo). E’ comprovato comunque che se in quel periodo c’era una figura meritevole di un tale trattamento, questa era certamente Guthrie (passato a miglior vita nell’Ottobre 1967 dopo una lunga malattia), grandissimo folksinger, attivista convinto e padre putativo musicale del cosiddetto “folk revival” in voga nei primi anni sessanta, oltre che titolare di un songbook talmente importante che negli anni è entrato a far parte della Biblioteca del Congresso (la sua This Land Is Your Land è considerata una sorta di inno americano non ufficiale). I due concerti in questione, organizzati entrambi dal figlio di Woody, Arlo Guthrie (singer-songwriter a sua volta, anche se di statura artistica decisamente inferiore rispetto al padre), portarono sul palco la crema della musica folk (e non) dell’epoca, due serate magiche che vennero pubblicate prima su LP ed in seguito anche su CD, anche se il tutto era ormai fuori catalogo da anni.

Ora la benemerita Bear Family, etichetta tedesca specializzata quasi esclusivamente in ristampe (e quasi mai a buon mercato), immette sul mercato questo Woody Guthrie: The Tribute Concerts, uno splendido cofanetto triplo che presenta per la prima volta i due concerti nella loro interezza, comprendendo anche le parti narrate tra un brano e l’altro (da Robert Ryan, Will Geer e Peter Fonda), ed aggiungendo anche diverse performances mai sentite prima. In più, il box si presenta con due bellissimi libri a copertina dura pieni zeppi di note dettagliate, rare foto dei due eventi, testimonianze dei partecipanti, oltre ad una esauriente retrospettiva sulla figura di Guthrie e sulla sua importanza, includendo anche una discografia essenziale e le copertine di tutti gli album tributo usciti negli anni. Un’operazione importante quindi anche dal punto di vista culturale, che per una volta vale fino all’ultimo centesimo l’alto costo richiesto (circa cento euro). Dal punto di vista della musica, il meglio si trova nel primo CD, che riporta integralmente la serata del 1968 a New York, soprattutto grazie alla presenza di Bob Dylan, un evento nell’evento in quanto si trattava della prima volta on stage dopo i famosi concerti europei del ’66 (e dopo l’altrettanto noto incidente motociclistico). Bob si presenta sul palco insieme a The Band (unico artista della serata a beneficiare di un accompagnamento elettrico, ma stavolta, a differenza di Newport 1965, sono solo applausi), dimostrandosi in ottima forma e proponendo ben tre brani uno in fila all’altro, “rubando” lo show come si dice in gergo: una coinvolgente Grand Coulee Dam, dal ritmo saltellante (e Bob che urla nel microfono come nei concerti del 1966), seguita da una lunga e godibile Dear Mrs. Roosevelt di stampo quasi country e da I Ain’t Got No Home, splendido esempio di folk-rock di classe.

Il resto della serata include la crema del circuito folk dell’epoca, pur con qualche grave assenza (soprattutto Phil Ochs e Dave Van Ronk, oltre a Jack Elliott che però ci sarà nel 1970). Le performances migliori sono date da Arlo Guthrie, con una Oklahoma Hills pura e rigorosa, la splendida Judy Collins con una cristallina So Long, It’s Been Good To Know Yuh (Dusty Old Dust) e la meravigliosa Plane Wreck At Los Gatos (Deportee), una delle più belle folk songs di sempre, Roll On Columbia, la bellissima Union Maid in duetto con Pete Seeger ed una in trio con Pete ed Arlo per una fluida Goin’ Down The Road. Seeger è stranamente poco presente (ma si rifarà due anni dopo), in quanto esegue soltanto la poco nota Curly Headed Baby da solo al banjo e Jackhammer John insieme a Richie Havens, il quale ha poi spazio con la sua Blues For Woody (unico brano della serata non scritto da Guthrie) e con una lunga ed a suo modo coinvolgente Vigilante Man, caratterizzata dal tipico modo di suonare la chitarra del folksinger di colore. Tom Paxton è un altro bravo, e si prende due classici assoluti (Pretty Boy Floyd e Pastures Of Plenty) e la meno nota Biggest Thing That Man Has Ever Done, mentre l’immensa (non solo in senso fisico) Odetta presta la sua grandissima voce ad una Ramblin’ Round da brividi. Gran finale con tutti sul palco (Dylan compreso) per la prevedibile celebrazione di This Land Is Your Land.

La serata del 1970 occupa invece tutto il secondo dischetto e metà del terzo e, nonostante l’assenza di Dylan, risulta in certi momenti ancora più piacevole, grazie soprattutto alla presenza in diversi pezzi di una band elettrica, guidata nientemeno che da Ry Cooder (e la sua slide è riconoscibilissima) e con gente del calibro di Chris Etheridge al basso, John Beland al dobro, Gib Guilbeau al violino, Thad Maxwell e John Pilla alle chitarre e Stan Pratt alla batteria. Rispetto a New York sono “confermati” Guthrie Jr., Seeger, Havens ed Odetta, mentre le new entries sono Jack Elliott, Earl Robinson, Country Joe McDonald e soprattutto una ispiratissima Joan Baez a prendere idealmente il posto della Collins. L’inizio è simile, con Arlo ad intonare Oklahoma Hills (ma con la slide di Cooder in più), mentre gli highlights sono rappresentati da un intenso duetto tra la Baez e Seeger (So Long, It’s Been Good To Know Yuh), le stupende Hobo’s Lullaby e Plane Wreck At Los Gatos (Deportee) sempre con Joan protagonista, una I Ain’t Got No Home con Pete ed Arlo (ed il figlio di Woody ci regala anche una trascinante Do Re Mi, quasi rock), la solita potentissima Odetta (Ramblin’ Round e John Hardy – che è di Leadbelly – entrambe elettriche e da brividi lungo la schiena), mentre Elliott e Country Joe il meglio lo danno rispettivamente con la drammatica 1913 Massacre (dalla quale Dylan rubò la melodia per scrivere la sua Song To Woody) e con la countreggiante Pretty Boy Floyd, con Cooder in grande evidenza. Senza dimenticare una strepitosa Hard Travelin’ dall’arrangiamento bluegrass ad opera di un inedito sestetto formato da McDonald, Eliott, Robinson, Baez, Arlo e Seeger, ed il maestoso finale con This Land Is Your Land ed ancora So Long, It’s Been Good To Know Yuh unite in medley per la durata di dieci minuti (e con la voce di Odetta che si staglia su tutte).

Come ulteriore bonus abbiamo una serie di brevi ed interessanti interviste di quest’anno in cui vari protagonisti (Arlo, la Collins, Paxton, Seeger in una testimonianza del 2012, McDonald ed Elliott) ricordano le due serate fornendo anche qualche aneddoto, oltre ad un Phil Ochs del 1976 (quindi a poco tempo dalla sua morte) ancora risentito del mancato invito. Per chiudere con Dylan che recita la sua poesia Last Thoughts On Woody Guthrie, performance già edita sul primo Bootleg Series. Splendido box quindi, che ci presenta per la prima volta due serate nelle quali i migliori folksingers del mondo hanno fatto squadra per omaggiare il loro ideale padre artistico. In una parola: imperdibile.

Marco Verdi