Poco Blues Molto Rock, Ma Forse “Zio” Hook Avrebbe Approvato Comunque. Jane Lee Hooker – Spiritus

jane lee hooker spiritus

Jane Lee Hooker – Spiritus – Ruf Records

Anche se John Lee Hooker aveva una prole numerosa (alla pari con le sue presunte date di nascita), Jane Lee Hooker ovviamente non è una ulteriore figlia avuta da qualche relazione extraconiugale, se non forse tra il blues e il punk, visto che si tratta di un quintetto di New York tutto al femminile, giunto con questo Spiritus al secondo disco, dopo l’esordio del 2016 con l’album No B!, ma che era già in pista dal 2012. Il genere lo abbiamo  all’incirca inquadrato, anche se il punk è più una attitudine che uno stile, comunque il risultato finale vira diciamo su un boogie-rock-blues piuttosto tirato anziché no: se dovessi azzardare un paragone mi ricordano a tratti, vagamente, una Suzi Quatro meno raffinata e più energica (e ho detto tutto), ma anche le varie Beth Hart, Dana Fuchs, i Blues Pills e soci sono nomi di riferimento. Questo non vuol dire che siano pessime o scarse, tutt’altro, ma certo la finezza e la tecnica sopraffina non sono forse tra i loro attributi principali, per quanto: l’amore per il Blues traspare comunque spesso tra le righe di questo album, anche nella scelta delle due cover (gli altri otto brani se li firmano da sole, mentre nel primo album No B! viceversa erano tutte riletture di classici rock e blues, meno una): Black Rat di Big Mama Thornton e Memphis Minnie, nonché Turn On Your Love Light di Bobby “Blue” Bland (ultimamente molto gettonata, visto che appare anche nel recente disco della Love Light Orchestra, sempre recensito su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2018/02/15/che-band-che-musica-e-che-cantante-divertimento-assicurato-the-love-light-orchestra-featuring-john-nemeth-live-from-bar-dkdc-in-memphis-tn/ ).

Dana ‘Danger’ Athens, voce e tastiere, Hail Mary Z basso, Melissa ‘Cool Whip’ Houston alla batteria e, Tracy ‘High Top’ e Tina ‘T Bone’ Gorin alle chitarre, per dare loro dei nomi e dei cognomi, e pure i soprannomi, nel 2012 hanno fatto un patto, secondo la loro biografia: “siamo una band”, “siamo una famiglia” e si sono giurate fedeltà eterna, o almeno fin che dura. Tornando al contenuto musicale, come si diceva, non per nulla prima militavano in band che si chiamavano Nashville Pussy e Bad Wizard, in quanto l’approccio è decisamente “cattivo”, con le chitarre sparate a “11” e la voce della Athens che deve urlare non poco per farsi sentire sopra il ruggito delle chitarre. How Ya Doin’? è un boogie poderoso e tirato, uno dei migliori dell’album, tipo i vecchi Ten Years After al femminile con intermezzo alla Suzi Quatro, le due chitarriste a ben guardare (e sentire) non sono per niente male, anche in modalità slide se serve, la Athens ha comunque una buona voce e la band complessivamente si ascolta con estremo piacere. Gimme That ha anche qualcosa di vagamente stonesiano, vagamente, mentre Mama Said è un altro onesto rock-blues e Be My Baby tira in ballo di nuovo gli Stones e magari anche i Faces, un midtempo molto riffato e persino raffinato (rispetto al primo disco sono migliorate), con un buon lavoro delle due chitarriste https://www.youtube.com/watch?v=D-XCD0iuBQE .

Later On  addirittura si impadronisce di atmosfere sudiste, con accenti anche soul, una bella hard ballad di buona fattura https://www.youtube.com/watch?v=qoPJO0Gq3oA . Ma il blues dov’è, ci chiediamo? Dovrebbe essere in Black Rat, il pezzo della Thornton e di Memphis Minnie, ma in effetti è uno dei brani più tirati della raccolta, a tutta slide e ritmo frenetico, che poi si placa in un altro brano dalla atmosfera sonora più rilassata, per quanto sempre carica di rock, Ends Meet, del R&R di buona fattura, seguito da How Bright The Moon che è addirittura una ballata pianistica con retrogusti gospel e tratti jopliniani (sempre lì si cade). Turn On Your Love Light non la fanno affatto male, più vicina come versione a quella dei Grateful Dead che allo stile fiatistico e orchestrale di Bobby Bland o Van Morrison, ed è quasi un complimento, suonata in modo sobrio e senza particolari eccessi,, ma senza snaturare lo spirito festoso della canzone. Alla fine arriva finalmenteil blues, una lunga (quasi dieci minuti) e torrida The Breeze, il classico “lentone” ancorato da un corposo giro di basso attorno a cui si sviluppa una buona interpretazione vocale di Dana Athens e il solido lavoro delle due soliste. Pensavo peggio, e invece tutto sommato è un buon disco, mai farsi accecare dai pregiudizi, ascoltare con attenzione.

Bruno Conti

Tra Rock, Blues E Soul, 100% Made In Texas. Milligan Vaughan Project – MVP

mvp milligan vaughan project

Milligan Vaughan Project – Milligan Vaughan Project – Mark One CD

Il Texas non è solo terra di outlaws e countrymen dal pelo duro, ma anche di bluesmen e soul singers: un valido esempio è sicuramente Malford Milligan, grande cantante attivo dagli anni novanta, in possesso di un’ugola potentissima ma anche piena di sfaccettature e sfumature, in grado quindi di affrontare con estrema disinvoltura soul, rock e blues. Milligan ha di recente stretto un’alleanza con Tyrone Vaughan, chitarrista dal nobile lignaggio: è infatti il figlio di Jimmie Vaughan, e quindi nipote del grandissimo Stevie Ray Vaughan (e fu proprio lo zio a regalare a Tyrone la sua prima chitarra https://www.youtube.com/watch?v=U6__Fcz_KC8 ), un giovane ma dotato axeman che ha esordito nel 2013 con il discreto Downtime. I due musicisti si sono incontrati qualche tempo fa e hanno capito di avere diverse passioni musicali in comune, ed il frutto della loro collaborazione è contenuto in questo Milligan Vaughan Project, che è anche il nome che si sono dati come band, un riuscito album che passa tranquillamente dal rock al blues al soul, suonato benissimo e cantato ancora meglio. Il gruppo che accompagna i due è di tutto rispetto: come seconda chitarra abbiamo nientemeno che il grande David Grissom, che produce anche parte del disco (il resto è nelle mani di Omar Vallejo) e collabora nella stesura di alcuni brani, mentre alla batteria troviamo il potente Brannen Temple, al basso Jeff Hayes e Chris Maresh, il tutto condito dalle ottime tastiere di Michael Ramos, uno che ha suonato anche con John Mellencamp).

Ma i leader sono loro, Milligan e Vaughan, che si intendono alla perfezione e ci regalano quaranta minuti di piacevolissimo rock-blues made in Texas, con la voce di Malford a dare quella nota soul che fa la differenza, e la chitarra di Tyrone che, se proprio non arriva ai livelli dello zio (che è ineguagliabile per chiunque), di certo è sulla buona strada per ripercorrere almeno le orme del padre; l’unico difetto, se proprio vogliamo, sono due-tre canzoni non all’altezza delle altre, più che altro a causa di un songwriting nella media, mentre nelle cover il gruppo viaggia che è un piacere. Si parte con Soul Satisfaction, un rock-soul potente e granitico, una maniera decisamente tonica di aprire il disco: fra Vaughan e Grissom è un bel suonare, ma anche la sezione ritmica picchia di brutto. La cadenzata Dangerous Eyes, un brano del bluesman texano Edwin Holt, è un rock-blues di quelli “grassi”, con il binomio voce-chitarra che funziona alla grande, e pure di feeling ce n’è a palate (peccato che l’assolo di Tyrone venga sfumato nel finale); Little Bit Of Heaven è un funkettone decisamente caldo ed annerito, con l’organo sugli scudi e tutti gli altri strumenti al posto giusto: Milligan canta come sempre alla grande e Vaughan rilascia un assolo breve ma ficcante.

Driving You è un jump-blues molto coinvolgente e godibile, con i nostri che ci danno dentro in maniera vibrante, e quando arriva il turno di Tyrone la temperatura si alza; Leave My Girl Alone è un classico di Buddy Guy (ma l’ha fatta anche Stevie Ray), ed è quindi materia pericolosa, ma i nostri omaggiano i due mostri sacri con rispetto e senza fargli il verso, anche perché ne uscirebbero sconfitti (l’assolo di chitarra comunque un applauso lo merita, e forse anche una standing ovation). Compared To What è un pezzo di Les Cann inciso anche da Ray Charles e da Roberta Flack, puro errebi, vivace, pimpante e con un gran lavoro di pianoforte, e la chitarra che porta l’elemento blues, Here I Am è una deliziosa soul ballad scritta da Grissom (una sorpresa, il chitarrista texano non è mai stato un grande autore), cantata splendidamente da Milligan e suonata con grande classe dal resto del gruppo, una delle migliori del CD. La parte in studio termina con la solida e possente Devil’s Breath, ben suonata come al solito ma un gradino sotto le precedenti, e con il gospel del reverendo James Cleveland Two Wings, trasformata in una ballata acustica, cantata in maniera straordinaria; come bonus abbiamo due brani dal vivo ad Austin, il rock-blues What Passes For Love (ancora scritta da Grissom), che non è tra le mie preferite anche se non presenta sbavature, e con una vigorosa versione di Palace Of The King, che invece non sfigura neppure vicino all’originale di Freddie King. Quindi un bel dischetto di solido rock-soul-blues elettrico, che con qualche brano originale in meno e qualche cover in più il giudizio sarebbe probabilmente stato anche migliore.

Marco Verdi

*NDB Mi permetto di aggiungere una piccola postilla per segnalare che Malford Milligan David Grissom hanno fatto parte negli anni ’90 degli Storyville, una band dalle grandi potenzialità (tre album nella loro discografia), non espresse compiutamente, dove militavano anche David Holt e la sezione ritmica dei Double Trouble di Stevie Ray Vaughan, ovvero Tommy Shannon Chris Layton. E aggiungo che Tyrone Vaughan è attualmente uno dei due chitarristi e cantanti dei Royal Southern Brotherhood.

Un Chitarrista Sopraffino, E Anche Gli Altri Non Scherzano. Koch Marshall Trio – Toby Arrives

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Koch Marshall Trio – Toby Arrives – The Players Club/Mascot

Gli americani li chiamano organ trios, ma in effetti lo strumento protagonista è principalmente la chitarra elettrica, anche se l’organo svolge una funzione tutt’altro che secondaria, quasi alla pari con la solista, e pure la batteria non scherza, quindi manca solo il basso, sostituito dai pedali dell’organo: per portare il paragone un po’ agli estremi potremmo dire che pure i Doors erano un organ trio, con cantante, mentre nel Koch Marshall Trio siamo in un ambito totalmente strumentale. Un altro album di cui abbiamo parlato recentemente, quello dal vivo del Jimmie Vaughan Trio, era molto simile come approccio http://discoclub.myblog.it/2017/11/05/pochi-ma-buoni-ora-anche-dal-vivo-jimmie-vaughan-trio-featuring-mike-flanigin-live-at-c-boys/ , anche se qualche brano cantato lì c’era, e in quel caso il repertorio era costituito interamente da cover, per lo più riprese da vecchi brani degli anni ’50 e ’60, mentre in questo disco è tutto materiale originale composto, o, se preferite, “improvvisato” per l’occasione. Altri praticanti, con qualche variazione, di questa materia, possono essere Ronnie Earl con la sua band, ma ultimamente aggiunge spesso vocalist e fiati, andando nel passato Danny Gatton con Joey DeFrancesco, anche Stevie Ray Vaughan e Reese Wynans oppure Roy Buchanan e Dick Heinze nei pezzi strumentali. Per non dire di un brano classico come Still Raining, Still Dreaming da Electric Ladyland, dove Jimi Hendrix veniva affiancato da Mike Finnigan e in Voodoo Chile c’era Steve Winwood, anche se il capostipite si potrebbe considerare Jimmy Smith, sia con Kenny Burrell che con Wes Montogomery: si potrebbe andare avanti per delle ore, ma quelli sono i punti di riferimento per Greg Koch, chitarra solista, il figlio Dylan Koch alla batteria, e il protagonista del titolo dell’album Toby Lee Marshall, vero virtuoso dell’organo Hammond B3 (e forzando un po’ il detto, veramente due braccia rubate all’agricoltura, in quanto si era ritirato dalla musica per lavorare in una fattoria).

Anche Greg Koch è un virtuoso della chitarra, solista dotato di grande tecnica, feeling e profonde conoscenze, tanto che sia la Fender che Guitar Player lo hanno usato a lungo come “esperto” dello strumento. Nel suo ultimo disco di quasi 5 anni fa fa Playing Well With Others era circondato da moltissimi amici (da Bonamassa a Robben Ford, passando per Paul Barrère e Jon Cleary) con ottimi risultati http://discoclub.myblog.it/2013/11/03/c-e-sempre-qualcuno-bravo-che-sfugge-greg-koch-band-plays-we/ , gli ospiti per questo Toby Arrives spariscono ma non i risultati, un sound spettacolare, caratterizzato proprio dalle gioie della improvvisazione pura, per gli amanti di chitarra e organo. Koch babbo per l’occasione utilizza una Gibson Les Paul del ’58 nei primi due brani, il sinuoso e potente shuffle Toby Arrives che è proprio un parente stretto del brano di Hendrix appena citato, con l’aggiunta di quel chicken pickin’ che era caratteristica di Buchanan e Gatton,  di cui non fa rimpiangere i virtuosismi estremi attraverso scale musicali quasi impossibili, mentre Marshall “scivola” di brutto con il suo organo e Koch junior swinga di gusto  e in Funk Meat, come da titolo, il sound si fa più rotondo come ritmi, ma la solista ha sempre un suono limpido, nitido e pungente come pochi chitarristi possono vantare, con un controllo dello strumento veramente magnifico e una fluidità di tocco impressionante con le note che escono dalla Gibson di Koch in un fiume inarrestabile.

Anche quando passa, per i restanti sette pezzi dell’album, alla amata Fender Telecaster con dei pickups modello Greg Koch (!), potenziata da un fuzz box: scusate i tecnicismi, ma qui per gli amanti della chitarra c’è veramente da godere, pur se il suono rimane caldo e coinvolgente, con un susseguirsi di assoli veramente splendidi, come nella divertente Heed The Boogaloo che corre su un ritmo che richiama i vecchi groove dei brani Stax di Wilson Pickett o ancor di più i brani strumentali di Booker T & Mg’s, ma con la solista che ha gli stessi virtuosismi del miglior Roy Buchanan, al limite del preternaturale https://www.youtube.com/watch?v=Svj-VZXjiOo  e pure l’organo non scherza. Let’s Go Sinister, sempre uno shuffle, è più sinuosa e swingante, ma la chitarra continua a creare mirabilie sonore, tipiche dei brani strumentali dei grandi virtuosi del blues. Mysterioso il brano più lungo, con i suoi quasi 10 minuti, entra nei territori cari ad un Robben Ford o ad un Allan Holdsworth, con sonorità decisamente più orientate verso il jazz-rock virtuosistico e qualcosa di Zappa; Enter The Rats introduce qualche elemento di country picking, ma giusto un tocco, il tutto comunque preso a velocità sbalorditive, mentre Boogie Yourself Drade, come il titolo lascia intuire, è un boogie southern alla ZZ Top o alla Thorogood, con il trio a tutto riff, e che non si risparmia ancora una volta. Ancora southern per la conclusiva Sin, Repent, Repeat, dove Greg Koch passato alla slide, ricostruisce le atmosfere dei fratelli Allman, Duane e Gregg, altro brano notevole per un album veramente da consigliare a chi ama la chitarra in tutte le sue coniugazioni. Esce il 23 febbraio.

Bruno Conti

Come Un Vino Di Ottima Annata. John Gorka – True In Time

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John Gorka – True In Time – Red House Records/Ird

Un antidoto contro le grigie giornate di questo freddo inverno? Vi suggerisco il nuovo CD di John Gorka, True In Time, appena pubblicato dalla sua abituale etichetta discografica, la Red House Records. Il cantautore nativo del New Jersey, ma residente nel Minnesota, è ormai giunto alla sua quindicesima uscita, considerando anche l’album del 2010 a nome Red Horse, inciso insieme a Lucy Kaplansky ed Eliza Gilkyson, e la riproposizione di due anni fa del suo disco d’esordio, I Know, nella sua prima differente versione registrata a Nashville nel 1985. Nella sua trentennale carriera John non ha mai sbagliato un colpo, scrivendo decine di splendide canzoni scaturite dalle corde della sua chitarra acustica ed impreziosite da arrangiamenti raffinati ed essenziali. Se poi consideriamo anche la profondità ed il calore della sua voce dal timbro baritonale, dobbiamo a giusto titolo considerarlo uno dei più validi esponenti del folk americano ancora in attività. Ricordo  con piacere quando ebbi l’occasione di incontrarlo all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana il 22 maggio 2010 (interisti, vi dice niente questa data?), nella splendida location della Fortezza Firmafede. Lui si era esibito sul palco la sera precedente, ma ancora si intratteneva nelle sale dove i liutai italiani ed esteri esponevano i propri strumenti, curiosando con l’entusiasmo di un bambino nel paese dei balocchi, provando chitarre ed eseguendo canzoni, non solo sue, con la massima disponibilità nei confronti di tutti i presenti. John Gorka è questo, un innamorato del suo mestiere, un formidabile storyteller dotato di una capacità non comune di trasporre in parole e musica ogni sfaccettatura dell’animo umano.

Passione ed entusiasmo sono rimasti gli stessi da quando si esibiva nelle coffeehouses di Bethlehem, in Pennsylvania, oppure, trasferitosi a New York City, quando frequentava il prestigioso circolo denominato Fast Folk, istituito da Jack Hardy come vera e propria scuola per nuovi talenti. E già alla fine degli anni ottanta Gorka era uno dei nomi di punta in un gruppo di talentuosi songwriters che il magazine Rolling Stone definì New Folk Movement, insieme ad altri nomi di spicco come Richard Shindell, David Massengill, Bill Morrissey, Cliff Eberhardt o Frank Christian. Anche alcune delle più valide interpreti del folk revival al femminile  hanno inciso sue canzoni o hanno collaborato con lui in studio e dal vivo, a cominciare da Nanci Griffith e Mary Chapin Carpenter, fino alle irlandesi Mary Black e Maura O’Connell. Per quest’ultima fatica, John ha radunato un gruppo di fidati ed esperti musicisti: J.T Bates alla batteria ed Enrique Toussaint al basso, gli ottimi Dirk Freymuth, chitarra elettrica, e Tommy Barbarella, tastiere, con il notevole contributo di Joe Savage alla pedal steel. Con la produzione dell’amico di lunga data Rob Genadeck, il disco è stato registrato a Minneapolis con il vecchio metodo dell’interagire tutti insieme nello studio, ottenendo così un suono spontaneo e coinvolgente per l’ascoltatore, quasi ci si trovasse lì di persona ad assistere alle sessions. Ballate come Nazarene Guitar e Arroyo Seco suonano fresche come i torrenti di montagna, la prima con una ritmica che ricorda i vecchi treni a vapore in corsa ed il delizioso controcanto di Lucy Kaplansky, la seconda, permeata di nostalgia, ci trasporta negli assolati e desertici territori del New Mexico.

Tattoed è spruzzata di southern blues con l’ottimo apporto di Savage alla pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=h1Fiz7vqMCM , mentre Mennonite Girl è un’altra limpida song cantata a due voci con la bella e brava Jonatha Brooke. Crowded Heart e Fallen For You toccano le fragili corde dei sentimenti con un’intensità da pelle d’oca creata dalla calda voce del protagonista. Cry For Help è l’ennesimo gioiello intimista, mentre The Body Parts Medley è la prima di un trittico di canzoni scritte da John nel corso degli anni ottanta ma mai pubblicate prima, riscoperte grazie all’aiuto di alcuni fans che gliele hanno fatte riascoltare attraverso registrazioni di vecchi concerti. The Body Parts è allegra e ritmata, quasi una filastrocca che divertiva il pubblico nei suoi shows. Red Eye And Roses è più rilassata, un acquarello western, con un bell’uso del piano elettrico e dell’organo sullo sfondo. Blues With A Rising Sun è invece un’intensa ed accorata lettera al grande bluesman Son House, in cui Gorka cita con devozione Charlie Patton e Robert Johnson esprimendo il suo amore per il Mississippi blues. The Ballad Of Iris & Pearl, piacevolissima country ballad, è stata scritta da John quand’era ospite nella scuola musicale fondata dall’amica Eliza Gilkyson che appare ai cori insieme al bassista Joel Sayles. Citazione a parte merita la title track, posta all’inizio e poi ripresa in fondo all’album come a chiudere in cerchio ideale intorno alle storie che ne formano il contenuto. True in time è stata scritta insieme a Pete Kennedy, l’elemento maschile del duo folk-pop The Kennedys, La canzone è una domanda aperta su ciò che sia autentico in tempi complicati come quelli che stiamo vivendo. Ovviamente ognuno può dare la propria personale risposta, ma è certo che ci sia ancora bisogno di canzoni tanto intime ed intense e di autori tanto profondi ed ispirati come John Gorka, generoso e gradevole come il vino di ottima annata.

Marco Frosi

Un’Ottima Band Dal Nobile Lignaggio! Midnight North – Under The Lights

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Midnight North – Under The Lights – Trazmick CD

I Midnight North sono un quintetto californiano con già due album in studio ed un live all’attivo, e sono guidati da un giovane chitarrista e cantante, Grahame Lesh, che è anche figlio d’arte, e non uno qualsiasi: infatti il padre è proprio Phil Lesh, storico bassista dei Grateful Dead, una delle colonne portanti del leggendario gruppo di San Francisco sin dalla prima ora. Quindi Grahame non ha avuto un’infanzia ed un’adolescenza qualunque, ma è cresciuto respirando grande musica ogni singolo giorno, cosa che sicuramente gli è servita a formarsi un background culturale di tutto rispetto: questo è evidente ascoltando questo Under The Lights, terzo album della sua band, che è indubbiamente un signor disco. Lesh Jr. (che è coadiuvato dalla seconda voce solista di Elliott Peck, che nonostante il nome è una ragazza, dal polistrumentista Alex Jordan e dalla sezione ritmica formata da Alex Koford e Connor O’Sullivan) ha però uno stile diverso dal gruppo di suo padre, in quanto è fautore di un rock chitarristico decisamente diretto ed imparentato con il genere Americana: Graheme scrive canzoni semplici e fruibili, ma non banali, ha un senso della melodia non comune e le sue canzoni sono tutte estremamente piacevoli; l’unico punto in comune con i Dead può essere una certa tendenza alla jam nella coda strumentale di alcuni pezzi, anche perché se ci pensiamo un attimo anche il combo guidato da Jerry Garcia nei dischi in studio era spesso piuttosto diverso che durante i concerti.

Under The Lights è quindi un disco di puro rock, con qualche aggancio al country ed una brillante propensione alle melodie corali e dirette, un lavoro fresco e piacevole, che spero metta in luce questo gruppo aldilà del cognome del suo leader. Anche se poi mi viene in mente che i due più bei dischi di studio dei Dead, Workingman’s Dead ed American Beauty, erano anch’essi esempi di Americana ante litteram, e quindi in un certo senso il cerchio si è chiuso. Il CD parte col piede giusto con la bella title track, una rock song fluida e scorrevole, dall’ottimo refrain corale, un tocco country ed un uso scintillante di piano e chitarra. E Grahame è un cantante migliore di suo padre (non che ci volesse molto). Playing A Poor Hand vede la Peck alla voce solista (lei e Lesh si alterneranno per tutto il disco), per una rock ballad ariosa, cadenzata e decisamente gradevole, con un bel gusto melodico che è un po’ il fiore all’occhiello del gruppo; la gioiosa Everyday è una via di mezzo tra un errebi con tanto di fiati ed un pop-rock alla Fleetwood Mac, mentre Greene County è chiaramente una country ballad, sempre di stampo californiano, con qualcosa di Eagles e del Bob Seger più bucolico (Fire Lake).

Roamin’ ha un approccio più rock, con sonorità anni settanta ed il solito ritornello immediato, Headline From Kentucky è una ballata elettrica dal ritmo sostenuto e dal mood intrigante, con un ottimo motivo senza sbavature: tra le più belle del CD; una bella chitarra introduce la fluida Back To California, fino ad ora la più dead-iana (più nella parte strumentale che nella melodia), ed anche qui siamo di fronte ad un brano coi fiocchi, mentre la saltellante e coinvolgente One Night Stand dona al disco un altro momento di allegria e buona musica. Echoes è un rock a tutto tondo, tra le più elettriche del lavoro e con tracce di Tom Petty, con ottime parti di chitarra e solito refrain vincente, The Highway Song è vera American music, un pop-rock terso ed altamente godibile, che porta in un soffio alla conclusiva Little Black Dog, puro country elettroacustico ancora corale e gioioso, che ricorda quasi la Nitty Gritty Dirt Band dei bei tempi. Midnight North è un nome da tenere a mente, il nome di un’altra piccola grande band sotto il sole della California.

Marco Verdi

Oltre Alla Mano E’ Vincente Pure Il Resto Del Disco. Tinsley Ellis – Winning Hand

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Tinsley Ellis – Winning Hand – Alligator/Ird

Tinsley Ellis a memoria d’uomo (almeno la mia) credo non abbia mai sbagliato un disco, forse non ha neppure realizzato un capolavoro assoluto, ma la sua produzione è sempre rimasta solida e di qualità medio-alta: all’interno dei suoi dischi spesso troviamo dei brani veramente strepitosi dove il musicista di Atlanta, Georgia (ma cresciuto in Florida) estrae dalle sue chitarre (sia Gibson che Fender) limpidi esempi dell’arte dell’improvvisazione. In possesso di un fraseggio ricco e corposo, rodato da decine di anni on the road, è il classico prototipo del chitarrista rock-blues, uno che ha fatto del blues elettrico una missione, un “claptoniano” doc che a differenza di Eric non ha mai lasciato la retta via per tentare altre strade più commerciali, anche se il chitarrista inglese gli è indubbiamente superiore per talento e per quanto ha realizzato nella sua carriera. Ma pure Ellis, per chi ama il suono puro della chitarra elettrica nella musica rock, è una certezza assoluta: non a caso nel libretto del CD dove sono riportati i titoli delle canzoni non trovate il nome dell’autore (che a parte un brano comunque è sempre lui) ma i modelli di chitarra che ha usato all’interno del pezzo.

Se aggiungiamo che Tinsley ha pure una eccellente voce, come mi è  già capitato di dire in passato (avendo recensito spesso i suoi dischi), una sorta di Chris Rea meno soggetto alle leziosità del musicista britannico; non guasta neppure che il nostro amico utilizzi una band fantastica, con Kevin McKendree alle tastiere, nonché co-produttore dell’album, Steve Mackey al basso e Lynn Williams alla batteria,lo stesso gruppo che usa abitualmente Delbert McClinton. Ellis è anche un fedelissimo della Alligator, ha registrato con loro in tre diversi periodi, ed ora rientra per questo Winning Hand, che forse è il suo miglior disco di sempre, un fior di album di blues elettrico, di quello tosto e grintoso, influenzato dai suoi amori giovanili, Yardbirds, Animals, Cream, Stones, a cui Ellis ha comunque aggiunto forti componenti alla Freddie o alla BB King, e una vocalità che rimanda a gente come Robert Cray. Gli stili utilizzati sono quindi diversi, come le chitarre usate: c’è il sound caldo e intriso di soul dell’iniziale Sound Of A Broken Man, con il continuo lavoro della chitarra di Ellis, ben sostenuta dall’organo di McKendree, che poi sfocia in una serie di assoli dove il timbro “grasso” della Les Paul viene arricchito nel finale da un intervento poderoso con il wah-wah, proprio molto à la Clapton. Saving Grace, indicata nel libretto come ultimo brano, ma in effetti è il secondo sul CD, è anche meglio, un lungo blues lento di quelli che rimandano ai primi Allman Brothers, oppure anche alla splendida Loan Me A Dime di Boz Scaggs dove appunto Duane Allman era la chitarra solista, un po’ più breve, ma l’intensità è quella.

Ancora Gibson per Nothing But Fine, un pezzo più rock anni ’70, con un bel piano elettrico e una andatura ondeggiante, sempre gratificata da continui inserti della chitarra solista limpida e bruciante, splendida nel suo dipanarsi anche in un altro lento da manuale come Gamblin’ Man, di nuovo vicino allo stile del Cray più rigoroso, in ogni caso veramente un bel sentire. I Got Mine è il primo brano dove Ellis passa alla Stratocaster, il suono è più “trillante” ma la qualità è sempre elevata, come pure nella vorticosa Kiss This World, molto British Blues, e ancora nella più sognante Autumn Run, altra ballata blues melodica che potrebbe ricordare il BB King di The Thrill Is Gone, meno incisiva ma nobilitata dal solito lavoro di grande finezza della solista. Che divenuta una Telecaster nella vibrante Satisfied, “inventa” un R&R alla Chuck Berry con il piano di McKendree nel ruolo che fu di Johnnie Johnson. Don’t Turn Off The Light è un altro lento d’atmosfera, tra Rea, Gary Moore o Robin Trower, con la Gibson di Ellis impegnata in un pregevole assolo che al sottoscritto ha ricordato moltissimo (quasi al limite del plagio, ma le note si sa sono sette) quello di Carlos Santana in Europa; l’unica cover è Dixie Lullaby, un vecchio brano di Leon Russell, tipico del pianista di Tulsa, ricco di influenze sudiste, e con il piano e l’organo di McKendree al solito pronti a spalleggiare egregiamente la solista di Tinsley Ellis, molto alla Freddie King per l’occasione, pezzo che conclude degnamente un album di notevole sostanza.

Bruno Conti

Gli “Esordi” Solisti Di Un Protagonista Della Nostra Musica. Chris Hillman – The Asylum Years

chris hillman asylum years

Chris Hillman – The Asylum Years – Omnivore CD

Recentemente ho recensito su questo blog la ristampa dei due album degli anni ottanta di Skip Battin, constatando come mi stessi occupando di un artista che aveva attraversato buona parte della storia del rock senza però lasciare tracce tangibili http://discoclub.myblog.it/2018/02/01/il-periodo-italiano-di-un-altro-vero-outsider-skip-battin-italian-dream/ . Un parallelo con Battin si può fare parlando di Chris Hillman, quasi come se fossero due facce della stessa medaglia, dato che hanno avuto in comune la militanza nei Byrds e nei Flying Burrito Brothers, ovvero due delle band più influenti della loro epoca (oltre a condividere lo stesso strumento, il basso, anche se Hillman in seguito è diventato un provetto chitarrista/mandolinista), ma, a differenza di Skip, Chris ha sempre recitato un ruolo di primo piano, grazie principalmente al talento infinitamente maggiore. Con i Byrds, dopo essere stato abbastanza in ombra agli inizi, cominciò a ritagliarsi più spazio all’indomani dell’abbandono di Gene Clark, per poi contribuire a fondare i Burritos insieme a Gram Parsons. Ma Chris è sempre stato uno che non ha mai amato stare fermo, e così negli anni settanta ha partecipato a diversi progetti, come quello dei Manassas (il supergruppo di supporto a Stephen Stills), la poco fortunata reunion dei Byrds originali, il trio Souther-Hillman-Furay Band e la quasi ulteriore Byrd reunion di McGuinn, Hillman & Clark, due avventure con risultati ben al di sotto delle possibilità.

Negli anni ottanta il grande successo all’insegna del country-rock della Desert Rose Band, ed in seguito gli ottimi lavori più tradizionali insieme a Herb Pedersen (già con lui nella DRB), in duo o in quartetto con Larry Rice e Tony Rice. Il nostro è quindi sempre stato un musicista che ha sempre preferito far parte di una band, ed infatti i suoi album da solista si contano sulle dita di due mani: appena sette in sei decadi, l’ultimo dei quali, il meraviglioso Bidin’ My Time, è stato uno dei più bei dischi dello scorso anno nonché tra le cose migliori di tutta la sua carriera http://discoclub.myblog.it/2017/09/30/dopo-stephen-stills-e-david-crosby-ecco-un-altro-giovane-di-talento-lex-byrd-ha-ancora-voglia-di-volare-alto-chris-hillman-bidin-my-time/ . Ora la Omnivore, anche per sfruttare il successo di Bidin’ My Time, pubblica The Asylum Years, che ristampa in un singolo CD (senza bonus tracks, ma con un’intervista nuova di zecca al nostro nelle note del libretto) i due album che Chris pubblicò negli anni settanta per l’etichetta fondata da David Geffen, Slippin’ Away (1976) e Clear Sailin’ (1977), da tempo fuori catalogo. Ebbene, ci troviamo di fronte a due discreti album di country-rock californiano, non due capolavori ma comunque di piacevole ascolto, con il primo meglio del secondo, ed una lista di musicisti davvero incredibile, la crema della musica californiana (e non) dell’epoca, nomi che c’è da godere solo a leggerli: Herb Pedersen, Jim Gordon, Joe Lala e Paul Harris (entrambi ex Manassas), Bernie Leadon e Timothy B. Schmit (all’epoca il passato ed il futuro degli Eagles), gli ex Burritos Al Perkins e Rick Roberts, gli Mg’s Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn, Russ Kunkel, Leland Sklar, il duo vocale Flo & Eddie, l’ex Byrd Michael Clarke, Sam Broussard, Byron Berline, l’ex bassista dei Blood, Sweat & Tears Jim Fielder ed il futuro cantautore da classifica Richard Marx.

Il primo dei due album, Slippin’ Away, non è, come ho detto, un masterpiece, ma comunque siamo in presenza di un validissimo lavoro di puro country-rock californiano, che paradossalmente assomiglia molto a quello che in quegli anni facevano gli Eagles, cioè una band che Hillman ha senz’altro contribuito ad influenzare: prendete la solare ed orecchiabile Step On Out e ditemi se ho torto. La fluida Slippin’ Away ha tracce di CSN e di nuovo quel suono così “californiamente” familiare, Take It On The Run è roccata e potente, con un’ottima slide a dare il tocco in più, mentre Blue Morning è una bellissima ballad, con piano e steel sugli scudi ed un motivo di prima scelta. Altri highlights sono l’intensa Witching Hour, una outtake dei Manassas scritta da Stills (e pubblicata nella versione originale solo qualche anno fa nell’album di inediti Pieces), il piacevole rifacimento di Down In The Churchyard dei Burrito Brothers, l’eccellente Love Is The Sweetest Amnesty, una canzone decisamente riuscita e coinvolgente, tra le più belle, ed il delizioso bluegrass finale (Take Me In Your) Lifeboat, con Hillman, Leadon, Berline e Pedersen che cantano all’unisono.

Il secondo album preso in esame da questa ristampa, Clear Sailin’, è come ho già detto un gradino sotto, più che altro a causa di un livello medio di canzoni leggermente inferiore, ma nel quale comunque non mancano gli episodi degni di nota, come la solare ed accattivante Nothing Gets Through, la squisita Fallen Favorite, puro sound californiano, la cristallina ballata elettroacustica Quits e la splendida ed ariosa Hot Dusty Roads, tra le più belle in assoluto dei due album, mentre il resto si barcamena tra brani troppo sofisticati (Clear Sailin’) o pasticciati (Ain’t That Peculiar, cover di un successo di Marvin Gaye, scritto da Smokey Robinson, con un insistente synth che non c’entra un tubo) e qualche pezzo in cui il nostro si aiuta col mestiere. Una ristampa forse non imprescindibile, ma con diverse belle canzoni soprattutto nella prima parte che direi ne giustificano ampiamente l’acquisto.

Marco Verdi

Che Band, Che Musica E Che Cantante, Divertimento Assicurato! The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN!

love light orchestra live

The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN! – Blue Barrel

Ogni tanto appare una nuova band che decide di rinverdire i fasti di generi (o sottogeneri) che rischierebbero di scomparire dalla scena musicale attuale: in questo caso parliamo di “Memphis Sound”, come dicono le note, che non è quello della Stax o della Sun Records, ma di quel filone particolare del blues che rimanda al Big Band Blues, uno stile che si avvicina a gruppi come la Bobby “Blue” Bland Orchestra o le band di B.B. King e Junior Parker, ma anche, per dare un’idea ai lettori, alla Caledonia Soul Orchestra di Van Morrison, da sempre grande estimatore di questo genere musicale. Un bel gruppo folto di musicisti, quatto o cinque (come nel disco in questione) musicisti impegnati ai fiati, un pianista, un chitarrista, la sezione ritmica, e se possibile, un grande cantante: stiamo parlando della Love Light Orchestra, band che prende il proprio nome da uno dei brani più celebri di Bobby Bland, Turn On Your Love Light, canzone che ha infiammato intere generazioni di ascoltatori, dal 1961 in cui apparve per la prima volta: l’hanno suonata in tanti, da Van Morrison che la faceva già con i Them, ai Grateful Dead, i Rascals, Jerry Lee Lewis, perfino i Grand Funk, Bob Seger, Edgar Winter, Tom Jones, Blues Brothers, in versione strumentale Lonnie Mack e di recente Jeff Beck, ma in questo CD il brano non c’è, o perbacco!

Però ci sono altre due brani estratti dal repertorio di Bland, I’ve Been Wrong So Long e Poverty, oltre ad una a testa di quelle che suonavano  BB King e Junior Parker, rispettivamente Bad Breaks e Sometimes: il disco che, diciamolo subito, è trascinante, è stato registrato in un Bar DKDC a Memphis, dove a giudicare dagli effetti sonori del pubblico presente, forse c’era più gente sul palco (ammesso che ci fosse), dieci musicisti, di quelli che erano lì per ascoltare. Ciò nondimeno si tratta di un disco veramente molto bello e scoppiettante: i musicisti coinvolti, sono tra i migliori in circolazione, Marc Franklin alla tromba, Art Edmaiston al sax, Kirk Smothers al sax, Scott Thompson alla tromba e Joe Restivo alla chitarra, fanno parte anche dei Bo-Keys, ma hanno suonato pure nell’ultimo disco di John Nemeth (e in altri precedenti), incensato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ , ed alcuni di loro, di recente ma anche in passato, li troviamo proprio con l’ultimo Bland degli anni ‘90, insieme al batterista Earl Lowe, come pure nei dischi di Gregg Allman, JJ Grey & Mofro, Robert Cray, Melissa Etheridge. Quando hanno bisogno di rappresentare il Memphis sound, nuovo e vecchio, chiamano loro, che rispondono alla grande. Il sound in questo Live è volutamente vintage, la chitarra di Restivo, limpida e lancinante, si rifà al vecchio BB King, i fiati al sound di Duke Ellington e altri jazzisti, il deep soul non c’è, arriva solo nell’ultimo brano, una scintillante Love And Happiness di Al Green: le altre canzoni sono quelle dei loro “antenati”, oltre a quelli citati, anche Percy Mayfield, di cui viene ripresa la splendida e maestosa love ballad Please Send Me Someone To Love, cantata meravigliosamente da John Nemeth,   ma non manca qualche brano scritto dai componenti del gruppo.

Per esempio l’iniziale See Why I Love You, firmata da Joe Restivo, che ci rimanda alle grandi R&B Revue, diciamo ancora Blues Brothers, così capiscono tutti, ma pensate a fiati impazziti, brevi assoli e tanto ritmo, oppure Lonesome And High, un blues per fiati, scritto da Nemeth, ma con la chitarra del bravissimo Restivo e il piano di Gerald Stephens in grande spolvero, con un suono volutamente pre-rock, comunque tirato di brutto, oppure la divertente e sincopata Singin’ For My Supper di Marc Franklin, dove Nemeth canta sempre divinamente. Non manca qualche tocco “esoterico” come nella pimpante e misteriosa It’s Your Voodoo Working, che viene dalla New Orleans primi anni ’60, con florilegi fiatistici deliziosi, e ancora This Little Love Of Mine, un successo minore per tale Buddy Ace, nel 1960, nella preistoria del soul, quando si chiamava ancora R&B; per il resto c’è tanto blues alla BB King, come quando nei suoi concerti innestava la sua Orchestra che partiva verso vette inarrivabili, che spesso la Love Light Orchestra riesce ad emulare. Quindi fatevi un favore e cercate questo Live from Bar DKDC in Memphis, TN!, una quarantina di minuti di buona musica e divertimento sono assicurati, non mancate!

Bruno Conti

Carina, Brava E Con Le Amicizie Giuste! Whitney Rose – Rule 62

whitney rose rule 62

Whitney Rose  – Rule 62 – Six Shooter/Thirty Tigers CD

Sono passati sono pochi mesi dall’ottimo EP South Texas Suite http://discoclub.myblog.it/2017/03/02/texana-no-canadese-whitney-rose-south-texas-suite/ , ma la giovane Whitney Rose (artista canadese di nascita ma americana d’adozione) è già tornata tra noi, questa volta con un full length intitolato Rule 62. La carriera della brava (e bella) artista è legata a doppio filo con la figura di Raul Malo, che ha prodotto l’EP del 2017 ed anche il precedente album di Whitney (e secondo in assoluto) Heartbreaker Of The Year, e la scintilla è scattata quando la Rose ha aperto nel 2013 i concerti dei Mavericks: Malo si è innamorato, professionalmente si intende, della country singer canadese e l’ha guidata passo dopo passo, fino a questo nuovo album che già dal primo ascolto si candida come il migliore dei tre pubblicati dalla ragazza (ed alla produzione oltre a Raul c’è anche un’altra nostra vecchia conoscenza: Niko Bolas, vecchio braccio destro di Neil Young).

Il matrimonio musicale tra la Rose e Malo funziona alla grande, in quanto lo stile di Whitney si ispira direttamente al country più classico, quello di Patsy Cline e Hank Williams (anche se la grinta da rocker alla giovane non manca di certo), e le atmosfere un po’ retro predilette da Raul si sposano alla perfezione con certe sonorità. Se aggiungiamo che la Rose ha anche buone capacità di scrittura e che al disco partecipa una bella serie di musicisti di valore (tra cui il batterista dei Mavericks, Paul Deakin, il bassista Jay Weaver, anch’egli ultimamente con la band di Raul, il fiddler Aaron Till, già con gli Asleep At The Wheel, il chitarrista Kenny Vaughn e l’ottima pianista Jen Gunderman), non è difficile capire perché questo Rule 62 è un lavoro da tenere in considerazione. L’avvio è splendido: I Don’t Want Half (I Just Want Out) è country puro e cristallino, un honky-tonk del genere che Malo e soci facevano ad inizio carriera, cantata da Whitney con la voce giusta e dal suono scintillante. La mossa Arizona ha il ritmo tipico di certe cose del Sir Douglas Quintet (e quindi profuma di Texas), e l’uso del sax dona ancora più colore al sound, Better To My Baby è molto anni sessanta, con un tipo di arrangiamento in cui Malo è un maestro (c’è anche un bel chitarrone twang), ma Whitney non vive di luce riflessa, è brava e ha le idee chiare.

E poi le canzoni se le scrive da sola. La languida You Never Cross My Mind dimostra che la Rose non è solo grinta, ma ha un lato dolce che non è da meno (e qui Raul presta anche la sua voce, in sottofondo ma riconoscibilissima), You Don’t Scare Me ha di nuovo un sapore d’altri tempi, un tipo di suono nel quale anche Chris Isaak ci sguazza, ed il ritornello è decisamente accattivante, mentre la fiatistica Can’t Stop Shakin’ cambia registro, in quanto è un autentico e classico errebi suonato con il giusto piglio (e c’è anche un bell’assolo chitarristico), anche se forse qui ci voleva una voce più potente. Una fisarmonica fa capolino nella bella Tied To The Wheel (cover di un brano di Bill Kirchen), una country ballad tersa e luminosa, anch’essa suonata in maniera perfetta, la spedita Trucker’s Funeral ha un mood anni settanta, un misto di Dolly Parton e Jessi Colter, anch’essa di ottimo livello; Wake Me In Wyoming è ancora honky-tonk deluxe che più classico non si può, You’re A Mess ha il sapore delle produzioni dell’età d’oro della nostra musica (anche qui lo zampino di Malo si sente), mentre Time To Cry è puro country’n’roll, diretto e trascinante, e chiude in maniera energica un dischetto davvero piacevole, riuscito e da non sottovalutare.

Marco Verdi

Chiamatelo Pure “Mississippi John Oates”! John Oates – Arkansas

john oates arkansas

John Oates With The Good Road Band – Arkansas – PS/Thirty Tigers CD

Non avrei mai pensato che nella mia umile carriera di critico e recensore avrei un giorno parlato di un album di John Oates, che insieme a Daryl Hall andava a formare Hall & Oates, un duo tra i più di successo di tutti i tempi, che negli anni settanta ed ottanta ha venduto vagonate di dischi all’insegna di un “Philly Sound” decisamente annacquato, una miscela all’acqua di rose di soul, errebi e pop molto commerciale e lontano anni luce dai gusti del sottoscritto. Ma gli americani hanno sempre in serbo delle sorprese, e così come un attore conosciuto per i suoi ruoli comici anche al limite dell’idiota al primo ruolo drammatico sfodera una prestazione da Oscar (il riferimento è al Jim Carrey di The Truman Show, secondo me uno dei più bei film di sempre, ma la storia di Hollywood è piena di esempi in tal senso), allo stesso modo un artista che ha passato la vita a fare musica per vendere a palate, arriva ad un certo punto in cui decide di pubblicare album di ben altro spessore artistico. Oates ha iniziato a fare dischi da solista solo nel nuovo millennio (il suo sodalizio con Hall parrebbe giunto al capolinea), avvicinandosi sempre di più al suono Americana, influenzato dalle canzoni che fanno parte del songbook dei suoi avi, ma è con il nuovissimo Arkansas che ha fatto bingo, trovando un disco che mi ha lasciato a bocca aperta, quasi un capolavoro che assolutamente non pensavo fosse nelle sue corde.

Arkansas è un chiaro omaggio di Oates prima di tutto al suono di Mississippi John Hurt, una leggenda del folk-blues acustico che da sempre è uno dei suoi preferiti (anche se negli anni settanta non si sarebbe detto), fino al punto di aver voluto acquistare ad un’asta la chitarra che Hurt usò durante il Festival di Newport del 1964 (anche se l’acquisto è avvenuto a disco terminato, e quindi non ha fatto in tempo ad usarla). Ma John allarga il raggio, e con questo lavoro omaggia canzoni che hanno anche più di un secolo sulle spalle, alcune molto note altre decisamente oscure, e completa il tutto con due pezzi nuovi di zecca ma scritti nello stesso mood. Come ciliegina, John (che suona la chitarra acustica e canta con una voce arrochita e non molto familiare, anche perché quello del duo che cantava era Hall) si è fatto accompagnare da un gruppo formidabile, The Good Road Band, un combo di fuoriclasse del calibro di Sam Bush (mandolino), Guthrie Trapp (chitarra elettrica), Russ Pahl (steel), Steve Mackey (basso), Josh Day (batteria), Nathaniel Smith (cello), che si occupano anche di saltuari backing vocals quando si tratta di dare un tono gospel ai brani. Un grande disco dunque, una miscela vincente di folk, country, rock, blues ed old time music, suonata con una classe sopraffina e con l’attitudine da veri pickers: 34 minuti scarsi di musica, ma tutta ad altissimo livello.

Splendido l’inizio: Anytime, un brano del quasi dimenticato Emmett Miller (un musicista da circo degli anni venti), è un pickin’ country decisamente d’altri tempi, suonato con uno stile alla Bill Monroe e con deliziosi interventi di mandolino e chitarra elettrica, e con la voce roca di John che si integra alla perfezione. Arkansas è il primo dei due pezzi scritti dal nostro, una folk ballad elettrificata decisamente vibrante e con accenni gospel: il songwriting è moderno ma l’accompagnamento no, anche se c’è una bella slide che porta il suono ai confini del rock. Splendida My Creole Belle, un brano attribuito a Mississippi John Hurt (una volta si usava prendere dei brani dalla tradizione, cambiare qualche parola e spacciarli per autografi), uno scintillante folk-blues con il solito cocktail vincente di strumenti a corda ed un coinvolgente botta e risposta voce-coro; Pallet Soft And Low, un traditional, è parecchio bluesata, sa di polvere e fango e sembra provenire dal delta del Mississippi, con uno splendido lavoro all’elettrica di Trapp, per sei minuti tutti da godere (è la più lunga). Non poteva mancare Jimmie Rodgers: Miss The Mississippi And You, pur non essendo stata scritta da lui, è uno dei brani simbolo del “singing brakeman”, e John ne offre una rilettura molto old-fashioned, lenta e decisamente raffinata, tutta suonata in punta di dita; il famoso traditional Stack O Lee, ripreso negli anni da un sacco di gente, ha qui un trattamento regale, tra country e folk, con il solito pickin’ d’alta classe ed una sezione ritmica discreta ma spedita.

That’ll Never Happen No More è un’oscura canzone dell’ancora più oscuro Blind Blake, riproposta da Oates e compagni con un delizioso sapore dixieland pur in assenza di strumenti a fiato, mentre Dig Back Deep è il secondo pezzo originale, uno splendido e trascinante brano elettrico tra boogie e gospel, intriso a fondo di atmosfere sudiste. Il CD si chiude con Lord Send Me, altra bellissima canzone tradizionale che mischia alla grande folk, gospel e bluegrass, suonata anch’essa in maniera strepitosa, e con Spike Driver Blues, altro pezzo del repertorio di John Hurt, pura e limpida come l’acqua di montagna, solo John e due chitarre acustiche. Un disco splendido e sorprendente, tra i più belli di questi primi due mesi dell’anno, che probabilmente ritroveremo nelle liste di Dicembre.

Marco Verdi