« 2012-05 | Homepage | 2012-07 »

18/06/2012

Novità Di Giugno Parte IIa. King Crimson, Neil Young, Amy MacDonald, Pat Metheny, Giant Giant Sand, Smashing Pumpkins, Sade, Fiona Apple, Grace Potter, Glen Hansard, Return To Forever

king crimson live in argentina.jpgneil youn official release box.jpgamy macdonald life in a beautiful light deluxe.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Sospendo momentaneamente la raffica di recensioni Blues e gli spazi dedicati al Boss per dare spazio alle moltissime uscite che come al solito si affollano in questo mese di giugno, quindi vediamo le pubblicazioni in uscita il 19 giugno e quelle già uscite il 12 giugno, di cui già non si era parlato sul Blog, diviso in due parti, oggi parte IIa.

King Crimson sospendono pure loro le pubblicazioni per il 40° anniversario della band per dare spazio a questo doppio DVDA pubblicato dala Discipline/Panegiric in Italia Self, Live In Argentina contiene materiale registrato nell'ottobre del 1994, 8 ottobre Teatro Broadway, sia in versione audio 5.1 che video. Il mese è lo stesso del doppio B'Boom, uscito nel 1995, che casualmente era sempre dal vivo in Argentina, quindi occhio. Si tratta delle registrazioni del doppio trio, Fripp, Belew, Gunn, Levin, Bruford, Mastellotto.

Sempre della serie ripubblichiamo, ripubblichiamo, ripubblichiamo è uscito questo piccolo cofanetto di Neil Young intitolato Official Release Series Discs 1-4 che semplicemente contiene i primi 4 album, Neil Young, Everybody Knows This Is Nowhere, After The Gold Rush e Harvest nelle versioni rimasterizzate uscite nel 2009. Per chi non li aveva già presi sciolti ha un prezzo interessante perché dovrebbe costare una ventina di euro, forse meno.

Amy MacDonald è una brava cantautrice scozzese, quella di This Is The Life del 2007, che pubblica per la Mercury il suo terzo album di studio (ne ha fatti anche un paio dal vivo). Non manca la solita Deluxe Edition con nove braniin più, 5 acustici, 3 singalong instrumental versions (giuro) e una traccia nascosta. E' uscito, come i due riportati sopra, il 12 giugno.

pat metheny unity band.jpgsade bring me home.jpggiant giant sand.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Sempre il 12 giugno sono usciti anche questi tre.

Dopo un paio di album in solitaria e le collaborazioni con Brad Mehldau, Pat Metheny ritorna a registrare con una band e per la prima volta da 80/81 con una band che comprende un sassofonista e clarinettista, Chris Potter, gli altri sono il "solito" batterista Antonio Sanchez e il bassista Ben Williams. Il disco si chiama Unity Band ed è uscito per la Nonesuch.

Nuovo album dal vivo per Sade, il titolo è Bring Me Home Live 2011, formato CD+DVD, ma c'è anche in DVD o Blu-Ray, etichetta RCA Sony/BMG,

Tucson è il nuovo album della band di Howe Gelb, ora Giant Giant Sand visto che si sono ampliati per fare spazio a nuovi musicisti, prima fra tutti la pedal steel dell'ottima Maggie Bjorklund, una sezione archi e tre vocalists aggiunti, Lonna Kelley, Brian Lopez e Gabriel Sullivan. Se notate dei punti di contatto con il sound dei Calexico, ricordate che Convertino e Joey Burns vengono dai Giant Sand. Etichetta Fire Records, bel disco! 

smashig pumpkins oceania.jpgfiona apple idler wheel delixe.jpgfiona apple idler wheel.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Questi sono in uscita domani, martedì 19 giugno.

Dopo Zeitgeist nuovo album per gli Smashing Pumpkins, titolo Oceania, etichetta Virgin. Stranamente non ci sono Deluxe Editions, solo il doppio vinile.

Invece il quarto album di Fiona Apple una Deluxe Edition ce l'ha, insieme ad uno dei titoli più lunghi della storia recente The Idler Wheel Is Wiser Than The Driver Of The Screw And Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do. Comunque non ce la fa per poco ( 23 a 25, una curiosità) a battere il titolo del primo brano del disco Second Contribution di Shawn Phillips (tra l'altro bellissimo) che si chiamava She Was Waiting For Her Mother At The Station In Torino And I Know I Love You Baby But It's Getting To Heavy To Laugh, per gli amici (SWWFHMATSITAYKILYBBIGTH). Curiosità a parte, il nuovo album della Apple è molto bello, esce per la Sony Columbia e nella versione Deluxe oltre a quel libretto verde che ricorda i vecchi registri di classe contiene anche un DVD con 5 brani video registrati al South By Southwest di Austin di quest'anno, oltre a una bonus track, costa caruccio. Solo Fiona Apple, piano, tastiere e voce e tale Seedy, che dovrebbe essere Charlie Drayton, percussioni e strumenti vari.

glen hansard rhythm.jpgreturn to forever the mothership.jpggrace potter the lion.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Glen Hansard, irlandese, è stato il leader dei Frames fino a metà anni 2000, poi con Marketa Irglova ha iniziato l'avventura Swell Season che lo ho portato nuovamente ad essere attore nel film Once di cui aveva anche composto la colonna sonora (perché è cosa poco nota che era anche uno degli attori-cantanti nel film The Commitments). Ora parte la fase tre della sua carriera con il primo album da solista, Rhythm And Repose, che esce questa settimana per la Anti Records. Inutile dire che c'è la Deluxe Edition, singola, con 3 brani in più.

Già nel 2009 erano usciti un doppio CD Returns e un DVD registrato al Festival di Montreux che documentavano il loro tour di rientro, quello con la formazione più famosa, con Al Di Meola alla chitarra solista. Ora Chick Corea, Stanley Clarke e Lenny White, con l'aggiunta di Jean-Luc Ponty al violino e Frank Gambale alla chitarra pubblicano come Return To Forever un nuovo cofanetto triplo, 2CD+DVD, The Mothership Returns, pubblicato dalla Eagle Rock e relativo al tour del 2011. Il DVD però non ha lo stesso contenuto del doppio CD, ma si tratta di un documentario "Inside The Music" che racconta la storia del tour, due brani registrati dal vivo a Austin e Montreux e il trailer di un film che si chiamerà The Return To Forever Story di prossima uscita.

Per finire questa prima parte vi ricordo che domani è in uscita anche il nuovo album di Grace Potter And The Nocturnals, l'ottima band rock americana. L'album precedente, omonimo, non mi aveva soddisfatto a pieno, a causa di una produzione troppo "commerciale". Questa volta la band, che dal vivo fa sempre del rock onesto e gagliardo, con la Potter ottima vocalist, si è affidata alla produzione di Dan Auerbach dei Black Keys per un brano e Jim Scott che ha lavorato con Petty, Wilco e Tedeschi Trucks band per il resto dell'album. Il risultato, pubblicato dalla Hollywood Records, solo per il mercato americano, è ottimo. Ovviamente c'è la versione Deluxe con due tracce extra più due duetti, uno con Kenny Chesney e uno con Willie Nelson. Il CD si chiama The Lion, The Beast, The Beat.

A domani per il seguito.

Bruno Conti

17/06/2012

Piccolo Ma Tosto! Lil' Ed And The Blues Imperials - Jump Start

lil' ed jump start.jpg

 

 

 

 

 

 

Lil’ Ed and The Blues Imperials – Jump Start – Alligator

Lil’ Ed And The Blues Imperials sono una delle migliori formazioni “miste” (bianchi e neri) della scena blues attuale. E se è per questo lo sono da una trentina di anni: formata dai “fratellastri” Ed Williams e James “Pookie” Young, che sono uno la custodia dell’altro, come dimensioni, con Williams ovviamente il piccoletto, come ricorda il suo soprannome. Nativi di Chicago e con un imprinting nel DNA Blues, essendo i nipoti di J.B. Hutto, Lil’ Ed, con immancabili cappellini al seguito, e la sua band, sono uno dei punti di forza della Alligator, dal 1986, anno dell’esordio con il vorticoso Roughhousin’ .Da allora non hanno registrato moltissimo (ma neppure poco), questo è l’ottavo album, esclusi un paio di album solisti per Williams, nella seconda metà degli anni ’90, quando aveva sciolto momentaneamente il gruppo.

Lo stile però è rimasto sempre quello: ritmi tirati ma che variano tra jump, blues classico, qualche virata swing, un pizzico di soul, boogie e R&R, il tutto condito dalla slide di Ed Williams che è uno dei migliori virtuosi dello strumento attualmente in circolazione. Il secondo chitarrista, il bianco Michael Garrett, si occupa della ritmica e raramente sale al proscenio per l’occasionale parte solista, in questo Jump Start un paio di volte: nel boogie swingato Jump Right In dopo l’immancabile intervento della slide si ritaglia lo spazio per il secondo breve assolo e in Weatherman, un vorticoso brano che ricorda i ritmi di Hound Dog Taylor, Elmore James e J.B. Hutto, duetta con Williams in quello che è uno dei brani migliori del CD.

Per il resto Lil’ Ed si occupa di tutto, produzione (con Bruce Iglauer), composizione, 13 dei 14 brani, voce solista, sicura e potente e soprattutto una slide micidiale che lo pone come “ultimo” anello di quella catena di nomi citati poc’anzi come uno dei virtuosi imprescindibili dell’attrezzo: dopo i ritmi serrati tra R&R e boogie dell’iniziale If You Were Mine i tempi si fanno addirittura frenetici nella successiva Musical Mechanical Electrical Man con gli angoli sonori del sound che non sono mai smussati, ma ruvidi e aspri con la slide che impazza ovunque. Ma Lil’ Ed ed i suoi soci sono capaci anche di tuffarsi nel più classico Chicago Blues (non perché il resto non lo sia, ma più classico) come nella poderosa Kick Me To The Curb dove la voce assume toni quasi alla Joe Louis Walker o Buddy Guy ma la slide non si allontana mai troppo dall’orizzonte sonoro. Concetto ribadito nell’eccellente slow blues di You Burnt Me dove fa capolino anche l’organo di Marty Sammon e, per una volta, il piccolo Ed si cimenta alla solista senza bottleneck, peraltro sempre con ottimi risultati, e che voce!

Anche House of Cards e Born Loser confermano le qualità d’insieme di questo album che mi sembra sia uno dei loro migliori dai tempi di Get Wild (1999). Detto di Jump Right In, c’è un altro “lentone” tirato e intenso come Life Is A Journey dove la slide di Williams ha più spazio per le sue evoluzioni nella parte centrale. Molto buone anche World Of Love e l’unica cover presente, If You Change Your Mind, l’omaggio a J.B. Hutto, che dopo quello a Hound Dog Taylor nel precedente Full Tilt e in quello prima ancora a Elmore James, conferma qual è la Santa Trinità nel Pantheon Slide di Ed Williams. Per l’occasione Marty Sammon sfoggia anche un pianino insinuante quasi d’obbligo per questo tipo di brano. No Fast Food, l’ulteriore slow My Chains Are Gone e Moratorium On Hate completano l’album che conferma il filotto di uscite di qualità della Alligator.

Bruno Conti    

16/06/2012

Una Sorta Di "Mini" Supergruppo (Con Ospiti), Questo Sì Che E' Blues! Mannish Boys - Double Dynamite

mannish boys double.jpg

 

 

 

 

 

 

Mannish Boys – Double Dynamite – 2CD Delta Groove -

Questo potrebbe essere considerato una sorta di “mini” Supergruppo del Blues: con gente in formazione come Finis Tasby, Frank Goldwasser, Kirk Fletcher, il boss della Delta Groove Randy Chortkoff all’armonica, una solida sezione ritmica e sei album alle spalle, i Mannish Boys si sono costruiti una reputazione come una delle migliori formazioni in circolazione. Ma in questo nuovo doppio album Double Dynamite si sono decisamente superati! Secondo me, oltre che per la lunghissima lista di ospiti che si alternano nei 26 brani, è l’arrivo di Sugaray Rayford che ha contribuito in modo non equivoco al successo di questo album. Una “personcina” imponente fin dall’aspetto fisico, come si può rilevare dalla copertina del CD, questo signore canta nove brani in totale nell’album ma stampa la sua presenza come una voce di quelle che si sentono raramente, potente, gagliarda, espressiva, sia alle prese con il soul che con il Blues e anche col funky, con un carisma che risalta anche dall’ascolto del disco in studio, ma dal vivo deve essere ancor più evidente. Senza sminuire il lavoro di tutti i musicisti all’opera in questo album che si candida per essere uno dei migliori dell’anno nell’album nell’ambito Blues-Soul-R&B.

Diviso in due dischi intitolati rispettivamente Atomic Blues e Rhythm & Blues Explosion il doppio parte subito alla grande con una versione di Death Letter di Son House, cantata appunto da Rayford (era presente anche nel suo unico disco solista del 2010 Blind Alley, dove suonano fior di musicisti, tra gli altri Tim Bogert, Gary Mallaber e Phil Parlapiano, se lo trovate non lasciatevelo scappare): Frank Goldwasser con una minacciosa slide si divide il proscenio con l’omone. E da lì è un tripudio (esageriamo!), Finis Tasby, anche se nella suddetta copertina sembra il nonno degli altri, ma ha “solo” 72 anni, è ancora un signor cantante e lo dimostra in una Mean Old World  illuminata anche dai primi ospiti, Rod Piazza all’armonica e Elvin Bishop pure lui alla slide. E il Blues pulsa anche nell’eccellente Bricks In My Pillow con Sugaray ancora ottimo vocalist, il pianino di Rob Rio e la solista di Goldwasser facilitano. Da Jackie Payne, altro vocalist di grande talento della scuderia Delta Groove mi aspettavo uno sfracello nella versione di She’s 19 Years Old/Streamline Woman, e quasi ce la fa ad avvicinarsi al grande Muddy Waters, il titolare dei brani, ma quasi, ancora Goldwasser e Piazza sugli scudi.

Torna Tasby per una saltellante Never Leave Me At Home con l’armonica di Chortkoff al proscenio per la prima volta. Mud Morganfield è il figlio maggiore di McKinley (detto anche Muddy) e proprio recentemente ha pubblicato il suo debutto per la Severn (non c’è paragone con Big Bill, l’altro figlio): non sempre “i figli di” si rivelano all’altezza dei genitori ma spesso il problema sta nel manico, la voce c’è e se i musicisti sono all’altezza, tutto funziona alla grande come in questa versione umorale di Elevate Me Mama con Bob Corritore e Rob Rio ad attizzare il vocalist ed i Mannish Boys. Non ve la faccio lunga perché i brani sono tanti ma la Bad Detective cantata da James Harman, ottimo anche all’armonica, è notevole, come pure lo spazio dedicato sempre al “soffio” di Jason Ricci in Everybody Needs Somebody che non è quella di Solomon Burke ma il brano di Litte Walter. Tasby, Chortkoff e soprattutto il bravo Rayford (sentire come canta The Hard Way, uno slow blues di Otis Spann), si dividono gli altri spazi vocali prima di lasciare la scena nuovamente a Morganfield  per il finale di Mannish Boy che avrebbe fatto felice l’augusto babbo!

Ed è solo il primo CD, il secondo se possibile è anche meglio: tra soul e R&B, come da titolo, e con una sezione di fiati a potenziare la già impressionante batteria di musicisti. Anche in questo caso partenza sparata con una tiratissima Born Under A Bad Sign, canta Finis Tasby, la solista pungente è quella di Bishop nuovamente, i fiati sono sincopati come si conviene e l’organo Hammond di Mike Finnigan si fa sentire. L’istrionico Rayford canta la trascinante That Dood It con Kirk Fletcher alla solista, poi parte la festa del soul con una You’ve Got The Power che illustra il lato romantico di James Brown, cantata in coppia da Sugaray e Cynthia Manley, non conoscevo, bella voce. Il bassista Bobby Tsukamoto alza il fattore funky in Drowning On Dry Land con Nathan James alla solista, Fred Kaplan al piano, di nuovo Mike Finnigan all’organo e Rayford in overdrive . Finnigan ci regala una rara perfomance vocale e pianistica nella cover di puro R&B (non soul) di Mr. Charles Blues (ovviamente il Charles in questione è Ray). Ricorderei anche una versione strumentale di Cold Sweat con Tsukamoto ancora in gran spolvero e apparizioni varie di Jackie Payne, nuovamente, Kid Ramos, Junior Watson, Jason Ricci e gli altri Mannish Boys. Questo sì che è Blues!

Bruno Conti     

15/06/2012

Per "Bluesologi"! RJ Mischo - Make It Good

rj mischo.jpg

 

 

 

 

 

 

 

RJ Mischo – Make It Good – Delta Groove Music

RJ Mischo è un armonicista e cantante di Blues, diciamo non di primo pelo, i capelli si sono fatti grigi ma la grinta è ancora quella degli inizi carriera con alcuni “alunni” di Muddy Waters in quel di Minneapolis una trentina di anni fa, poi come i pittori ha avuto il suo periodo californiano ed ora incide questo nuovo Make It Good in quel di Austin, Texas: ha girato molto anche l’Europa incidendo parecchi CD (tra cui un paio di Live) per la Crosscut Records e poi ha girato in alcune etichette indipendenti. Ora approda anche lui alla Delta Groove, che ultimamente è sinonimo di musica di buona qualità, sia a livello tecnico, per la notevole “presenza” e limpidezza delle registrazioni, sia per la qualità intrinseca della musica curata dal boss della etichetta Randy Chortkoff.

Il disco, che dovrebbe essere il numero undici della discografia, consiste di tredici brani firmati dallo stesso Mischo che cura anche la produzione dell’album, aiutato da una schiera di buoni musicisti, diciamo di seconda fascia, come anche lo stesso RJ, nel parere di chi scrive pure lui un buon musicista ma non un fuoriclasse. Comunque nel disco suonano Johnny Moeller e Nick Curran alle chitarre (un altro che definirei retro futuribile come Mischo, legato alla tradizione ma con una attitudine quasi punk’n’roll al mestiere del Bluesman), Ronnie James Webber al basso e contrabbasso, Wes Starr alla batteria e l’ottimo Nick Connolly a piano e organo. Tutti veterani e bravi musicisti, come dicevo prima, i due chitarristi anche autori a loro volta di album solisti: in definitiva, direi che se siete appassionati e praticanti del Blues qui c’è della buona musica, ma se seguite saltuariamente e spaziate anche in altri generi (come il sottoscritto) ci sono stati nel passato e ci sono anche oggi molti dischi più “importanti” di questo Make It Good, sia nell’ambito del blues tradizionale che in quello del rock-blues.

Se invece il genere vi appassiona in questo album troverete di che godere, in una giusta alternanza di brani strumentali e cantati, ottimi soprattutto i primi che permettono di gustare la tecnica di armonicista di RJ Mischo che ha imparato i trucchi del mestiere da Lynwood Slim: The Frozen Pickle in particolare permette a tutto il gruppo di mettersi in evidenza, prima l’armonica di Mischo, poi l’organo di Connolly e un assolo di chitarra di Johnny Moeller che ricalca le orme del grande Jimmie Vaughan e un po’ tutto il brano ha quel sound alla Fabulous Thunderbirds come la successiva Make It Good dove anche la voce riecheggia quella di Kim Wilson (non possiamo dimenticare che molti dei musicisti che appaiono nel CD suonano attualmente o hanno fatto parte della grande band texana). Altra traccia strumentale sparatissima a tempo di boogie è la divertente Elevator Boogie con qualche elemento western nei temi musicali e molto particolari le due parti di Arumbula con l’organo che trova un suono “misterioso” sul groove movimentato della sezione ritmica. Non mancano il classico shuffle in puro Chicago style di Minnesota Woman e l’immancabile slow blues nella gagliarda Not Your Good Man. I Got You Covered avrebbe fatto nuovamente la sua bella figura in un disco dei già citati Fabulous Thunderbirds ma anche dei Blasters, con le chitarre dei due solisti a dividersi i compiti con un suono più “cattivo”. All Over Again un bel brano corale che conclude le operazioni con stile, permette di gustare ancora una volta tutti i vari solisti guidati dall’ottima voce di RJ Mischo che in questo brano rilascia una delle sue migliori perfomance. Se amate il genere, parafrasando un famoso titolo, potremmo dire, “It’s Only Blues But I Like It”!

Bruno Conti

14/06/2012

Un Altro Bruce Ovvero Una Serata Indimenticabile (Ma Come Fa?) - Springsteen A San Siro - 7 Giugno 2012

manifesto-milano-2012.jpgspringsteen milano.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho gli "ospiti-collaboratori" del Blog con l'ormone impazzito e allora vai con un altro resoconto del Wrecking Ball Tour italiano di Bruce Springsteen con la E Street Band, questa volta tocca a Milano e a Marco Verdi. One, two, three...!

Bruno Conti

 

Un giorno, quando mio figlio sarà grande ed avrà a sua volta dei figli (o dei nipotini), potrà raccontare loro che il giorno del suo undicesimo compleanno ha assistito al concerto della più grande rock’n’roll band al mondo di quel periodo.

Avendo infatti deciso di non potermi perdere l’ennesimo concerto del Boss allo stadio Meazza di Milano, quest’anno ho chiesto a mio figlio se voleva accompagnarmi (con me è già venuto a vedere Willie Nile, Paul Simon, Mark Knopfler e Bob Dylan, piaciuti tutti tranne Dylan, ma far capire il Bob attuale ad un bimbo è un’impresa ardua…), e la sua risposta è stata subito affermativa, in gran parte, da grande appassionato di calcio, attratto dalla possibilità di vedere San Siro dall’interno.

Per quanto mi riguarda, questa per me è la settima volta, la seconda al Meazza, la quinta con la E Street Band (le altre due con la Seeger Sessions Band), e sinceramente pensavo di non poter vedere nulla di meglio rispetto al concerto di tre anni fa a Torino (a mio parere superiore anche al fantastico DVD registrato a Londra durante lo stesso tour), una serata incredibile con una scaletta pazzesca (ne cito solo tre: Loose Ends in apertura, Travelin’ Band dei Creedence ed una rarissima Drive All Night).

Ebbene, questa sera avrò la dimostrazione che con Bruce non si può mai dire, in quanto il Boss riserverà al pubblico milanese una serata che definire storica non è esagerato: tre ore e quaranta di concerto, il secondo per durata non di questo tour…ma della carriera!!!

(Per i curiosi, il più lungo è stato al Nassau Coliseum di Long Island la notte di Capodanno del 1980).

Il titolo del post (ma come fa?) si riferisce ovviamente alla tenuta fisica e vocale di Bruce: a quasi 63 anni è impensabile che un essere umano possa fare quello che ho visto stasera, cioè cantare , correre, saltare, ballare, per quasi quattro ore, senza quasi intervalli tra un brano e l’altro, e senza avere un solo calo di voce.

Sapendo che il nostro si è sempre tenuto alla larga da droghe, anfetamine o eccitanti vari (non è mai stato visto nemmeno con una sigaretta!) rende ancora più sovrumana la sua prestazione: ed il tempo sembra essersi fermato solo per lui, in quanto sia Nils Lofgren che soprattutto il suo compagno di scorribande sul palco Little Steven (o Steve Van Zandt se preferite) questa sera li ho visti più statici del solito.

Non ho intenzione di descrivere la serata per filo e per segno, sarebbe una ripetizione dell’ottimo resoconto del concerto di Trieste fatto dal “collega” Graziano Ongetta, ma mi limiterò comunque a citare gli episodi salienti, che non sono stati certo pochi (33 canzoni in tutto, di cui 10 bis!).

La serata è abbastanza calda, non pioverà come a Firenze dopo quattro giorni, e Bruce ed i suoi salgono sul palco alle 20.40 circa, attaccando subito con We Take Care Of Our Own, che rende subito palese la differenza tra ascoltare un disco di Springsteen e vederlo dal vivo: se la versione in studio del brano mi aveva fatto storcere la bocca, questa sera sembra un’altra canzone, ed il pubblico è subito caldo e partecipe come se si trovasse davanti ad un classico al pari di Thunder Road.

La scaletta della serata è piuttosto standard, ma sono l’intensità ed il feeling a fare la differenza, oltre all’ormai bravura on stage da consumato performer di Bruce, che passa quasi metà del concerto in mezzo al pubblico, fa cantare bambini, ballare giovani fans femminili, oltre ad un intermezzo assolutamente esilarante in cui “ruba” ad un fan un pupazzo a molla con la sua faccia e lo mette tra lui ed il microfono, facendo sembrare che sia il pupazzo a cantare.

Bello l’uno-due vintage di Spirit In The Night e The E Street Shuffle, dove il suo gruppo si traveste da perfetta soul band, commovente Jack Of All Trades (il brano migliore dell’ultimo album, a mio parere), uno dei momenti più toccanti della serata insieme al lungo applauso tributato dai 60.000 di San Siro allo scomparso Clarence Clemons durante Tenth Avenue Freeze-Out, oltre ad una splendida The Promise eseguita su richiesta da Bruce solitario al pianoforte.

E che dire del poker di brani rock’n’roll di circa metà set: Johnny 99, Out In The Street, No Surrender (con l’attacco sbagliato due volte, e Bruce che la seconda urla divertito: “We fucked up again!”) e Working On The Highway, una sequenza in grado di stendere una mandria di tori.

Perfino mio figlio, che non conosceva affatto Springsteen, urla, batte le mani, canta ritornelli che non conosce nel suo inglese da quinta elementare (solo nei bis, pur apprezzando la musica, si siederà stravolto, chiedendomi più volte: “Ma quando finisce?”).

I bis, appunto: per una rockstar normale di solito sono tre, massimo quattro se il pubblico non ti vuole fare andare via.

Questa sera Bruce arriva a dieci, praticamente un mini concerto: inizia con Rocky Ground, un brano del nuovo disco che non mi fa impazzire, ma stasera gli perdono tutto, e poi via con Born In The U.S.A., che non è mai stata tra le migliori del Boss, ma è comunque un inno e stasera l’adrenalina la fa sembrare bellissima, per poi proseguire con l’immancabile Born To Run, una Cadillac Ranch a richiesta (e qui viene giù lo stadio), un’intensa e stringata Bobby Jean, Dancing In The Dark, durante la quale Bruce invita ben due ragazze a ballare sul palco (una chiede di ballare con Jake Clemons, sassofonista nipote di Clarence, molto bravo, e viene prontamente accontentata), per poi finire con la già citata Tenth Avenue Freeze-Out.

E qui si sono chiusi finora tutti i concerti di questo tour, ma stasera no, stasera è una di “quelle” sere, ed ecco che Bruce dopo i saluti riprende la chitarra e ci regala una tonante Glory Days ed una festosa e gioiosa Twist And Shout: non c’è una sola persona allo stadio che non balli, servizio d’ordine compreso.

Ora è veramente finita, è mezzanotte e venti, e se l’altra volta il vicinato ha fatto problemi per un quarto d’ora in più dopo le undici questa sera rischiamo di trovare Claudio Trotta impiccato sul pennone più alto di San Siro.

Ma credo sia solo per questo che Bruce si è fermato, si vede che ne ha ancora voglia.

E noi pure.

Alla prossima Bruce, tanto per te il tempo si è fermato.

 Marco Verdi