09/04/2013

Per L'Occasione, Meglio In Compagnia Che Sola! Carla Olson - Have Harmony Will Travel Vol.1

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Carla Olson – Have Harmony Will Travel Vol. 1 – Continental Coast/CRS/Ird 2013

Chi, come colui che vi scrive, ha amato i Textones, band degli anni ’80 nata dalla scena musicale di Los Angeles, non  può non provare piacere per il ritorno alla ribalta di Carla Olson, un personaggio quasi carismatico del rock californiano degli ultimi quarant’anni. La produzione di questa leggendaria “rockeuse” si è sempre mantenuta ad alti livelli qualitativi. Se l’apice della sua carriera l’ha toccato come “front woman” dei suddetti Textones (Phil Seymour, David Provost, Kathy Valentine, George Callins), con lo splendido album Midnight Mission (84), bissato da Cedar Creek (87) e da una raccolta Through The Canyon (89), la sua attività non ha poi conosciuto cedimenti, diventando una “musicista di culto”, ma lontana dal raggiungere lo “status” di rockstar. Non posso dimenticare il sodalizio con l’ex Byrds Gene Clark (che poteva far rinverdire in chiave più rock i fasti del duo Emmylou Harris-Gram Parsons) e che ha prodotto album come So Rebellious A Lover (87), e non posso neppure scordare la lunga collaborazione, iniziata alla fine degli anni ’90, con l’ex Bluesbreakers e Stones Mick Taylor, concretizzata in un eccellente live Too Hot For Snakes (91). Dopo l’esordio solistico Carla Olson (88), la buona armonia tra i due è continuata con Within An Ace (93) e proseguita anche in Reap The Whirlwind (94), mentre The Ring Of Truth (2001) e Dark Horses (una compilation del 2008)sono i lavori dell’ultima decade, oltre al live inedito del 2008 con i Textones, Detroit ’85: Live And Unreleased.  

Questi deliziosi duetti di Have Harmony Will Travel prodotti e curati dalla stessa Olson, vedono il supporto strumentale di ottimi musicisti come Clem Burke, Cindy Cashdollar, Tom Fillman, Rick Hemmert, Tom Morgan Jr., Pat Robinson, Greg Sutton suoi amici da sempre, e vengono eseguiti con artisti del calibro di Peter Case, Richie Furay (Poco), Scott Kempner, John York (Byrds), Rob Waller (I See Hawks in L.A.), James Intveld, Gary Myrick e la cantante country Juice Newton. L’iniziale You Can Come Crying To Me esce dalla penna di Radney Foster, un brano in mid-tempo ritmato in duetto con Juice Newton, seguito dal vocione di Rob Waller in Look What You’ve Done con Carla al controcanto, mentre Love’s Made A Fool Of You di Buddy Holly, viene eseguita in perfetto stile Roy Orbison da James Intveld. La nota Keep Searchin’ (We’ll Follow The Sun) di Del Shannon, vede un inaspettato Peter Case in una versione “beatlesiana” anni ’60, cui fa seguito una ballata di Chris Jagger (il fratello meno noto di Mick), Still Waters cantata e suonata dalla Olson con Gary Myrick, mentre She Don’t Care About Time del suo vecchio “pard” Gene Clark trova le antiche armonie dei Poco nella voce di Richie Furay.

Il sax di Tom Morgan Jr. introduce All I Needed Was You di Little Steven, e pare di vedere salire sul palco la mitica E-Street Band con la voce di Scott Kempner (dei grandi Del Lords), cui fa seguito la dolce The First In Line, scritta ai tempi da Paul Kennerley per la reunion degli Everly Brothers ed eseguita in duetto con John York, nei Byrds nel ’68-’69. Con il blues di Stringin’ Me On del songwriter e chitarrista James Intveld, Carla ritorna ai suoi antichi amori musicali, in coppia con Juice Newton, mentre Upon A Painted Ocean, viene ripescata dal vasto repertorio di PF Sloan (vi dice niente Eve Of Destruction di Barry McGuire? E’ stato anche uno dei pochi ai quali un collega illustre come Jimmy Webb ha dedicato un brano, P.F. Sloan appunto) sempre in duetto con York, seguita da 8:05 dei Moby Grape ed eseguita da Peter Case, molto sixties. Chiude la versione di un brano di Don Williams Till The Rivers All Run Dry, dal ritmo trascinante, eseguita alla perfezione da Rob Waller,

Per Carla Olson gli anni non sembrano passare, stessa grinta e classe degli importanti esordi con i Textones, una voce di grande personalità (per il sottoscritto tra Chrissie Hynde e Patti Smith), certificata da questo lavoro Have Harmony Will Travel, dove si mette anche al servizio degli altri e  che non solo conferma la classe e la continuità di questa cantante, autrice e chitarrista in grado come poche di nobilitare la figura del rock al femminile, ma che testimonia, una volta di più, la caratura di questa bionda e affascinante signora texana.

L’uscita ufficiale del disco è il 16 aprile, ma in Italia già circola.

Tino Montanari

06/04/2013

"Vecchio" Ma Sempre Nuovo. Ronnie Earl & The Broadcasters - Just For Today

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Ronnie Earl and The Broadcasters – Just For Today – Stony Plain/CRS/Ird

Mi è capitato molte volte, nel corso degli anni, di recensire dischi di Ronnie Earl per il Busca (e per il Blog temp-7c86eb47861bfd87e08cf80efc4797bd.html), e, come dicevo nella recensione del penultimo, Spread The Love e ribadisco per questo Just For Today, se vi dovessi dire qual è il mio album preferito nella sua copiosa discografia, sarei in seria difficoltà e quindi ogni volta, non sbagliando mai, mi limito a citare il più recente. Questo non vuol dire che sono tutti uguali fra loro (beh, un po’ sì, per essere onesti, anche se il livello è sempre medio-alto): d’altronde Earl (un quasi omonimo, tradotto in inglese, di chi scrive) è un virtuoso chitarrista, uno dei migliori, fa del Blues, perlopiù strumentale, è su piazza da oltre un trentennio, prima nei Roomful Of Blues, poi come leader di varie edizioni dei Broadcasters, periodicamente piazza un nuovo CD sul mercato che, immancabilmente, soddisfa la piccola schiera di appassionati del personaggio e del genere, ma non turba i sonni di coloro che non si muovono entro queste ristrette coordinate.

E’ questo è un peccato, perché il musicista merita, escludendo i fans, che una volta appurato che il nostro non abbia fatto un disco di dubstep o tarantelle delle Transilvania (se esistono!) e quindi acquistano in ogni caso i suoi dischi, anche l’appassionato di buona musica un paio di dischi del buon vecchio Ronnie (60 anni quest’anno) li dovrebbe avere nella propria discoteca. Perchè non proprio Just For Love, che tra l’altro è uno dei rari dischi dal vivo registrati nel corso della sua carriera? Gli elementi migliori ci sono sempre, come al solito: tecnica strumentale all’attrezzo (di solito una Fender Telecaster) mostruosa, in bilico tra le folate texane chitarristiche à la Stevie Ray Vaughan di una iniziale tiratissima The Big Train, dove ben sostenuto dall’organo B3 di Dave Limina che gli tira la volata, mostra tutte le sue virtù di solista, ma anche (come direbbe un “nostro amico” politico”, ma è ancora in giro? Quasi quasi gli faccio scrivere la prefazione al Blog, è uno specialista del genere) gli slow blues in crescendo, con finali lancinanti che ti sommergono sotto un diluvio di note e che sono il suo marchio di fabbrica e che molto, secondo me, devono a Roy Buchanan, un altro che come Earl raramente cantava e quando lo faceva era meglio non lo avesse fatto, Blues For Celie è il primo della serie, e si becca la giusta ovazione del pubblico a fine esibizione, pur segnalandovi che il disco è registrato in modo perfetto, non sembra neppure un live, lo capisci solo da applausi e presentazioni a fine brano.

D’altronde Ronnie Earl, per problemi di salute, raramente suona dal vivo, e quando lo fa rimane comunque nei paraggi di casa, nel Massachusetts, Boston e dintorni (ma quest'anno è in tour negli States), oppure invita il pubblico in studio, come per il precedente live del 2007, Hope Radio (anche in DVD). Miracle è un altro di quei brani torrenziali, dove lo spirito del miglior Santana o di Buchanan via Jeff Beck si impadronisce delle mani di questo uomo che è una vera forza della natura con una chitarra in mano. Se ami il genere, ripeto, uno così non ti stanchi mai di ascoltarlo, peraltro lui non è instancabile come Bonamassa che fa quattro o cinque dischi all’anno, quindi è sostenibile anche a livello finanziario, il precedente CD era del 2010. Heart Of Glass( ma anche la finale Pastorale) è un altro di quei brani, lenti e sereni, ricchi di spiritualità, dove Earl esplora il manico della sua chitarra alla ricerca di soluzioni di tecnica e di feeling che ti lasciano sempre basito per l’intensità dei risultati. Rush Hour è uno dei rari shuffle, dedicato al grande Otis Rush, dove Ronnie viene raggiunto sul palco dal secondo chitarrista Nicholas Tabarias per fare pulsare alla grande il suo Blues. Ampio spazio per Dave Limina, questa volta soprattutto al piano, nel travolgente Vernice’s Boogie ma poi è nuovamente tempo di tributi con Blues For Hubert Sumlin, un altro dei grandi, affettuosamente ringraziato anche nelle note del libretto, uno slow di quelli torridi come il nostro sa fare come pochi.

Per la cover di Equinox di John Coltrane oltre allo stile di Carlos Santana i Broadcasters si affidano anche ad un groove latineggiante che fa tanto Santana Band e la solista, ben coadiuvata dall’organo di Limina, cesella note, timbri e volumi con una precisione e una varietà incredibili che sfociano anche in territori tra jazz e blues, come ama fare pure un altro virtuoso della chitarra come Robben Ford. Ain’t Nobody’s Business, un’altra delle cover presenti, faceva parte del repertorio di Billie Holiday e sotto la guida del piano di Limina la band si lancia anche in territori ragtime e poi di nuovo, in tuffo, nel blues. Un altro omaggio Robert Nighthawk Stomp, quasi a tempo di R&R e sono di nuovo le 12 battute di Jukein’ a introdurre l’unico brano cantato dell’album, una fantastica e vibrante I’d Rather Go Blind affidata alla ottima voce di Diane Blue. Forse niente di nuovo, ma non suona mai “vecchio”!  

Esce il 9 Aprile.

Bruno Conti

05/04/2013

"Sembra" Lo Stesso, Bello In Ogni Caso! The Last Bison - Inheritance

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The Last Bison - Inheritance - Universal Republic

Se inserendo il dischetto nel lettore vi sembra di ascoltare una jam session tra i Mumford and Sons e i primi Decemberists o gli Avett Brothers più tradizionali, diciamo che, in linea di massima, non vi state sbagliando. La prima impressione è quella di una band folk vecchio stile, pur essendo in metà di mille, ok facciamo sette, come da foto, gatto escluso: due famiglie, gli Hardesty, Ben, il leader, voce solista, chitarra e batteria (tipo Marcus Mumford) ed autore dei brani, la sorella Hannah, alle percussioni, orchestra bells, diavolerie varie e armonie vocali e il babbo Dan, banjo, chitarra, mandolino e armonie vocali. Un'altra coppia di fratelli, amici di famiglia, Andrew & Jay Benfante, anche loro percussioni varie (ma ascoltando il disco non si direbbe che ci sia quest profusione di elementi ritimici) e il vecchio pump organ, aggiungete il cello di Amos Housworth e il violino di Teresa Totheroh, che sono altri elementi portanti del sound della band e voilà, il gioco è fatto.

Perché quel titolo, che poteva anche essere "sempre lo stesso"? Presto detto, oltre al genere che li accomuna ad altre formazioni, magari non un movimento, ma quasi, anche la storia del disco è curiosa. Il gruppo nasce nel 2010 e nel 2011 pubblicano, a livello indipendente, il primo album, Quill. Però allora si chiamavano ancora Bison, nome poi cambiato perché c'era un'altra band in circolazione con lo stesso nome, potrebbero essere i Bison B.C.? Boh. Ma il fatto peculiare è che ben sei brani di quell'album sono confluiti, pari pari, senza remix o nuove versioni e diversi arrangiamenti, in questa versione diciamo da major di Inheritance. Altri 4 erano già apparsi nell'EP dallo stesso titolo pubblicato lo scorso anno. Quindi alla fine, l'unico brano nuovo, per chi già li conosceva, è la title-track dell'album, che purtroppo è uno strumentale di  solo1 minuto e 1 secondo. Ma per chi non lo conosce è tutta un'altra storia.

Diciamo subito che, a fronte di una serie quasi unanime di critiche e recensioni positive, i Bison si sono trovati già fronteggiare un piccolo plotone dei "nemici" dei Mumford and Sons e soci, nato da qualche tempo, che trova questa musica monotona e ripetiva e pure noiosa, peraltro opinione rispetabilissima, se non fosse per partito preso, ma siccome non voglio creare una polemica inutile, passiamo a parlare dell'album: dopo la breve introduzione di Inheritance, parte Quill, mandolino, banjo e grancassa a manetta, cello e violino sottotraccia, alcuni strani strumenti dalle sonorità arcaiche, ma che si rifanno a vibrafono e antichi organetti, ricordano a chi scrive anche quelle atmosfere da fiera paesana che si potevano ascoltare (con diverse sonorità ma stesso spirito) in Being For The Benefit of Mr.Kite su Sgt. Pepper. Poi parte la loro "grande hit", quella Switzerland che renderà felici i nostri vicini di casa della confederazione elvetica, atmosfere accelerate, percussioni in evidenza, ma anche, almeno nella parte iniziale, una voce stentorea, da fratelli americani dei Mumford, armonie vocali meno intricate ma sempre coinvolgenti, un ritornello che ti entra in testa, intervallato a segmenti più complessi, vagamente bucolici, con folk e arie classicheggianti che vanno a braccetto, violino e cello che cesellano, la voce di Ben Hardesty potrebbe avere qualche similitudine con quella di un Robin Williamson dell'Incredible String Band dei giorni nostri. Dark Am I sembra avvicinarsi agli Avett Brothers più roots, spruzzate di archi sul mandolino che conduce le danze, musica che sale e scende e il cantato. che pare sincero e non costruito, dei due fratelli Hardesty, con un continuo vorticare ciclico della musica che coinvolge e attrae l'ascoltatore.

River Rhine è più intima e meno enfatica, ma gli interventi corali quasi gospel delle voci arricchiscono un impianto costruito solo sull'acustica e sulle percussioni, con brevi interventi del pump organ, mentre Tired Hands con la sua apertura tracciata da violino e violoncello e poi il resto del gruppo che segue ha nuovamente quell'aura dei Beatles classicheggianti, quando seguivano l'impulso del Paul McCartney melodico ma colto, vista però dall'altra sponda dell'Atlantico, tra Copland e la mountain music. Molto bella anche Take All The Time sempre in bilico tra classico e folk, con la voce di  Ben Hardesty, sostenuta dal babbo, che si avventura in qualche ardito falsetto mentre cello e violino al solito cesellano le note. Interessante anche il quasi minuetto di Watches and Chains, sempre danzato su queste atmosfere sospese e raramente troppo cariche, improvvisamente squarciato da accelerazioni strumentali e poi quieto di nuovo. Musica che in teoria non parrebbe destinata al successo ma che sulla scia di formazioni come i Mumford and Sons, gli Avett Brothers, gli Hem, i Decemberists, gli Old Crow Medicine Show, i Fleet Foxes, i Monsters and Men e molti altri, sotto forme musicali diversificate e con diverse gradazioni di "elettricità" rock, sta lentamente conquistando un pubblico fedele (?) in giro per il mondo. 

Forse non sono così sensazionali come vengono dipinti, ma sicuramente Inheritance ha un suo fascino e una sua peculiarità, per cui segnatevi questo nome, Last Bison, e se vi capita cercate di ascoltarlo, forse non vi salverà la vita ma sicuramente vi garantirà 45 minuti di buona musica, e non è poco.

Bruno Conti

 

02/04/2013

Novità Di Aprile Parte Ib. Leisure Society, Rilo Kiley, Crystal Bowersox, Webb Sisters, Milk Carton Kids, Evie Sands

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Ecco gli altri titoli "interessanti" in uscita il 2 aprile: le date sono quelle "ufficiali", poi non sempre vengono rispettate, alcune volte escono prima, altre dopo, usatele a livello indicativo, visto che si tratta di materiale che esce in giro per il mondo. Anche le date dei Post non sono assolute, alcune volte li preparo prima e poi li pubblico anche in base alle "creazioni" dei collaboratori (oggi è già andato in rete Stephen Stills). In ogni caso partiamo con il primo terzetto.

Leisure Society sono una interessante band britannica, già nominata all'Ivor Novello, un premio della critica inglese, questo Alone Aboard The Ark è il loro terzo album, esce per la Full Time Hobby, è stato registrato negli studi Konk di proprietà di Ray Davies dei Kinks, e qualche similitudine con la band inglese nel loro periodo pop più raffinato c'è, insieme a un certo baroque sound, al sound del giro Mumford And Sons (a cui sono stati accostati anche perché hanno fatto un tour delle cattedrali con Laura Marling). Si citano pure Belle And Sebastian e Decemberists (tutta musica buona quindi) e nel 2009 erano stati cooptati dalla rivista Mojo per una delle loro compilations esclusive, registrando Something dei Beatles. Fiati e una elettronica umana convivono con il loro pop tipicamente british ed elementi più acustici, mi sembrano interessanti e bravi, date un piccolo ascolto.

I Rilo Kiley a livello discografico non danno segni di vita dal 2007, e anche la loro frontwoman Jenny Lewis non pubblica nulla dal 2010, anno di Jenny & Johnny, salvo una breve apparizione quest'anno nel disco dei surf punk-rocker Wavves dove canta i coretti nella title-track di Afraid Of Heights. Quindi immaginate la mia sorpresa quando ho visto annunciato un nuovo disco del gruppo, Rkives, per una piccola etichetta di proprietà del bassista, la Little Record Company. Vi confesso che non avevo afferrato subito il titolo del CD, Ar-chives, quindi "Archivi", si tratta di una compilation di materiale raro ed inedito, meglio di niente, comunque:

01 Let Me Back In *
02 It'll Get You There *
03 Runnin' Around *
04 All the Drugs *
05 Bury, Bury, Bury Another *
06 Well, You Left *
07 Draggin' Around
08 I Remember You
09 Dejalo (Zondo remix ft. Too $hort)
10 A Town Called Luckey
11 Emotional
12 American Wife
13 Patiently
14 Rest of My Life (demo) *
15 About the Moon
16 The Frug

* previously unreleased

A proposito di gentili donzelle, Crystal Bowersox nel 2010 si è piazzata al secondo posto nel talent show American idol, e in questo blog non sarebbe una nota di merito. La Jive del gruppo Sony/BMG/Rca lo stesso anno ha pubblicato il suo debutto Farmer's Daughter, che pur non avendo un sound memorabile lasciava intravedere delle possibilità soprattutto in una interessante cover di For What's Is Worth dei Buffalo Springfield di Stephen Stills. E tutto poteva finire lì. Invece sul finire del 2012, dopo essere stata mollata dalla Sony (quindi tutto come al solito), è stata messa sotto contratto dalla Shanachie che l'ha affidata al produttore Steve Berlin (proprio quello dei Los Lobos, non un omonimo) e il nuovo disco, che contiene anche un duetto con Jakob Dylan, Stitches, si chiama All That For This ed è uscito la scorsa settimana negli Stati Uniti. E non è per niente male, c'è anche Joel Guzman alla fisarmonica, lei ha una bella voce, senza usare eufemismi, non per fulla è stata scelta per rappresentare Patsy Cline in una prossima commedia musicale a Broadway. Una piacevole sorpresa degna di essere investigata, nel secondo video guardate bene nella descrizione.

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Altre voci femminili ed una interessante uscita di un nuovo gruppo.

Le Webb Sisters, Webb & Hattie, sono le due fedeli coriste (con Sharon Robinson), che da cinque anni a questa parte accompagnano Mastro Leonardo in giro per il mondo. Dal 2006 a oggi hanno anche trovato il tempo per pubblicare due album a nome loro (oltre ad uno pubblicato nel lontano 2000 in quel di Nashville) oltre ad alcuni EP, l'ultimo dei quali, esce proprio in questi giorni. Si intitola When Will You Come Home, su etichetta Proper Records, e contiene ben due diverse versioni di Show Me The Place (una con orchestra) di Mister Leonard Cohen, tratte da Old Ideas e che dal vivo è uno dei momenti in cui il grande canadese lascia loro "ampio" spazio.

Il dischetto è molto piacevole, costa molto poco e contiene anche una bella cover di Always On My Mind reso celebre prima da Elvis Presley e poi da Willie Nelson (e anche dai Pet Shop Boys). Ci sono anche due brani nuovi che non erano sul disco del 2011 Savages: Missing Person e la profetica It May Be Spring But I Still Need A Coat.

Any Way That You Want Me di Evie Sands non è proprio nuovo, la Rev-ola lo aveva già pubblicato in CD nel 2005 (ma ora è di nuovo disponibile) e il disco all'origine uscì nel lontano 1969. Questa signora è quella che ha registrato le prime versioni di Take Me For A Little While, I Can't Let Go, Angel Of The Morning, Any Way That You Want, gli originali sono tutti suoi, anche se poi sono diventate famose nelle versioni di Dusty Springfield, Hollies, Troggs, Juice Newton e tanti altri. Se vi piacciono appunto la Springfield o la prima Laura Nyro, ma anche Linda Ronstadt o Karen Carpenter che hanno inciso i suoi brani qui c'è trippa per gatti. Nel disco in questione ci sono Any Way... e Take me for a little while, oltre a belle versioni di Carolina On My Mind di James Taylor, anni prima che diventasse un successo, Maybe Tomorrow, Until It's Time For You To Go di Buffy Sainte-Marie e tanti brani firmati da Chip Taylor (di cui, in un certo senso, è stata la musa) e Al Gorgoni che erano anche i produttori del tutto. E nel disco suona anche gente come Eddie Hinton e Paul Griffin, il pianista dei primi dischi di Dionne Warwick (ma ha suonato anche con Dylan). Se amate il genere cantanti e autrici (scrive anche lei qualche brano) sconosciute, ma brave, potreste avere una bella sorpresa.

A proposito di anni a cavallo tra i '60 e i '70 i Milk Carton Kids sono stati presentati come i figli illegittimi di Simon & Garfunkel e degli Everly Brothers. E un grosso fondo di verità c'è, non si può negare, si sente, ma in The Ash And Clay, che esce in questi giorni per la Epitaph/Anti,  c'è anche altro. Duo folk, quindi i nomi son quelli, non ci sarebbe nulla di male, fossero così bravi. Altri hanno scomodato, per il tipo di suono, anche Gillian Welch e David Rawlings, senza dimenticare un signore semisconosciuto ma bravissimo come Joe Purdy, con cui hanno condiviso il palco e del quale sono stati la backing band nel tour dove presentavano l'album precedente, Prologue del 2011. Hanno suonato dal vivo anche con Old Crow Medicine Show e Lumineers, insomma il filone si è capito, quel new folk con mille sfaccettature, ma una per loro con una patina tipicamente acustica. Uno dei loro fans è Joe Henry che ha scritto le note del libretto. Per gradire un paio di brani.

Di altri dischi, appena trovo il tempo, vorrei occuparmi nello specifico, ad esempio, Poco, Hiss Golden Messenger, Last Bison, JJ Grey & Mofro. Dico i nomi, così mi prendo l'impegno. E Marco Verdi si occuperà dell'ultimo dei nuovi Dylan, Thom Chacon, mentre a Tino Montanari tocca il nuovo Elliott Murphy. Ebbene sì, sono uno schiavista!

Alla prossima.

Bruno Conti

01/04/2013

Novità Di Aprile Parte I. Tribute To John Denver, Flaming Lips, Suzanne Vega, Quicksilver, Besnard Lakes, Charles Bradley, Harper Simon, Black Angels, Mad Season

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Nuovo mese, nuove uscite, riprendiamo con la rubrica sulle pubblicazioni discografiche della settimana, in questo caso quelle relative al 2 aprile. I titoli che non trovate in questo Post, o li avete già letti o state per leggerli, il resto lo trovate domani.

The Music Is You sottotitolo A Tribute To John Denver, annunciato da parecchi mesi, esce domani per la ATO negli States e per la Sony/Bmg in Europa, e si tratta di un doveroso omaggio per un cantautore, spesso massacrato dalla critica, e che invece, almeno nella prima parte della sua carriera, è stato tra i più validi ed eclettici, con una musica, di volta in volta, tra country, folk e da cantautore puro. Non per nulla i nomi che si sono riuniti per celebrare questo omaggio ad un musicista molto amato dai colleghi, a oltre quindici anni dalla scomparsa, sono, per certi versi, e per chi conosce le sue canzoni solo superficialmente, sorprendenti:

1. My Morning Jacket – Leaving on a Jet Plane
2. Dave Matthews – Take Me to Tomorrow
3. Kathleen Edwards – All of My Memories
4. J. Mascis & Sharon Van Etten – Prisoners
5. Train – Sunshine on My Shoulders
6. Old Crow Medicine Show – Back Home Again
7. Lucinda Williams – This Old Guitar
8. Amos Lee – Some Days Are Diamonds
9. Allen Stone – Rocky Mountain High
10. Brett Dennen and Milow – Annie’s Song
11. Evan Dando – Looking for Space
12. Emmylou Harris & Brandi Carlile – Take Me Home, Country Roads
13. Blind Pilot – The Eagle and the Hawk
14. Mary Chapin Carpenter – I Guess He’d Rather Be in Colorado
15. Josh Ritter and Barnstar! – Darcy Farrow
16. Edward Sharpe and the Magnetic Zeros – Wooden Indian

Se non ho fatto male i conti, questo The Terror dovrebbe essere il 13° album di studio dei Flaming Lips, a pochi mesi di distanza dalla rivisitazione di In The Court Of Crimson King che aveva fatto seguito a quella di Dark Side Of The Moon. La band di Wayne Coyne pubblica il nuovo album il 16 aprile negli Stati Uniti per la Warner mentre in Europa esce domani, in versione doppia, per la Bella Union. Il secondo CD è formato 3 pollici (sapete, quelli piccolini che richiedono un adattatore) e contiene altri 2 brani Sun Blows Up Today e una cover di All You Need Is Love con alcuni componenti di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, con i quali avevano gi collaborato in passato. Ammetto che ultimamente non li seguo più molto.

Dopo i 4 volumi della serie Close-Up dove rivisitava il suo vecchio songbook in nuove versioni e qualche canzone aggiunta per l'occasione, ora per Suzanne Vega è la volta di un CD dal vivo Solitude Standing Live At The Barbican pubblicato nell'immediatezza dell'evento come Instant Live su doppio album dalla Concert Live e che ora viene distribuito di nuovo, almeno per il mercato inglese (lo so che il video è un "nanetto" come direbbe Frassica, ma quello c'era)!

 

Un paio di ristampe effettive e una che è una "ristampa" di un genere.

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Di album di materiale inedito dei Quicksilver Messenger Service, dal vivo e in studio, in questi ultimi anni, ne sono usciti veramente tanti, tra i migliori quelli pubblicati dalla Purple Pyramid Records, una sottoetichetta della Cleopatra Records americana, ovvero Anthology Box 1966-1970 3 CD+DVD e Happy Trails Live At Fillmore 1969. Questo doppio CD Live At The Fillmore June 7, 1968 è della stessa famiglia, registrato un anno prima di quello citato poc'anzi vede in azione sempre la formazione classica del gruppo: John Cipollina e Gary Duncan alle chitarre e voce, David Freiberg basso e voce, Greg Elmore, batteria La qualità del suono, da quello che ho potuto sentire è più che buona, qualche pignolo ha sottolineato che nel mixare l'album, la chitarra di Duncan (che ha fatto il lavoro ma non credo ci sia del dolo) ogni tanto copre quella di Cipollina, a me non pare, comunque non si nota molto. In ogno caso la qualità della musica compensa abbondantemente, una delle serate di grazia della formazione che non sempre era impeccabile, ancorchè spesso fantastica, dal vivo.

I Mad Season nel corso della loro vita musicale hanno pubblicato un solo album, questo Above uscito in origine nel 1995. Ora, a 18 anni dalla data originale, subisce il trattamento Deluxe e, per una volta, la Sony Music ha fatto un ottimo lavoro. Della formazione originale ormai sono rimasti in vita solo Mike McCready e il batterista Barrett Martin, il bassista John Baker Saunders è morto nel 1999 e l'ex cantante degli Alice In Chains Layne Staley se ne è andato 3 anni dopo, nel 2002. Ma il disco è uno di quelli che ha retto meglio il passare del tempo e la fine del cosiddetto movimento grunge. Un disco di rock, solido e violento, ma con influenze anche jazz e blues portate da Saunders, che tra i tanti aveva suonato anche nell'ottima Lamont Cranston Band, e con alcuni contributi da parte di Mark Lanegan, allora cantante degli Screaming Trees.

Nella nuova versione, oltre all'album originale rimasterizzato troviamo nientepopodimeno che:

CD1:
1. Wake Up
2. X-Ray Mind
3. River Of Deceit
4. I'm Above
5. Artificial Red
6. Lifeless Dead
7. I Don't Know Anything
8. Long Gone Day
9. November Hotel
10. All Alone
11. Interlude
12. Locomotive [feat. Mark Lanegan]
13. Black Book Of Fear [feat. Mark Lanegan]
14. Slip Away [feat. Mark Lanegan]
15. I Don't Wanna Be A Soldier [remix]

CD2:
1. Wake Up [live]
2. Lifeless Dead [live]
3. Artificial Red [live]
4. River Of Deceit [live]
5. I Don't Wanna Be A Soldier [live]
6. Long Gone Day [live]
7. I'm Above [live]
8. I Don't Know Anything [live]
9. X-Ray Mind [live]
10. All Alone [live]
11. November Hotel [live]

DVD:

  • Full video set of the Live at The Moore performance from Seattle, WA performance, April 29, 1995. Remixed and remastered for 5.1 sound, and newly edited by director Duncan Sharp.
  • Plus, more bonus footage, including a full concert of the band's performance from New Years Eve 1995 at RKCNDY in Seattle, and both performances from the Seattle-based Self-Pollution Radio specials, one newly edited

I Black Angels (da non confondere con degli omonimi metallari, che non hanno il The, ma siamo al limite delle sottigliezze) vengono presentati come una rock band neo-psichedelica da Austin, Texas e prendono il loro nome da una canzone dei Velvet Underground, ecco perché poco sopra li ho presentati come "una ristampa" di un genere e le collaborazioni con Roky Erickson sono sintomatiche. Indigo Meadow è il loro quarto album, oltre a tre EP, il secondo per la riattivata eichetta Blue Horizon Ventures, che però è solo una lontana parente dell'originale fondata da Mike Vernon in Inghilterra negli anni '60.  Phosphene Dream del 2010 mi era parso un buon disco, di Indigo Meadow ho letto recensioni nuovamente abbastanza positive, ma da quello che ho sentito mi sembra leggermente inferiore, anche se ascolterò meglio perché ho sentito veramente poco e velocemente. Se è ancora attivo il link qui potete ascoltare qualcosa (tutto il disco) http://pitchfork.com/advance/55-indigo-meadow/

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 Non so cosa unisca questi tre album, penso nulla se non che escono tutti e tre il 2 aprile, per cui...

I Besnard Lakes sono canadesi e vengono da Montreal, Quebec e sono accostati al filone indie, shoegaze, post-rock, ma a me sembra solo del sano buon vecchio rock, incidono per l'etichetta Jagjaguwar che di solito è sinonimo di buona musica (Black Mountain, Okkervil River, Sharon Van Etten) e Until In Excess, Imperceptible UFO è il 4° album della loro discografia (se i negozi di dischi fossero ancora il primo posto dove si compra musica, entrando sarebbe stato d'uopo esordire con un bel "mi dà l'ultimo dei Besnard Lakes!" per evitare scioglilingua). "Strani" ma interessanti.

Charles Bradley ha esordito nel 2011, a 63 anni, con l'album No Time For Dreaming uscito per la meritoria etichetta Dap-Tone (quella di Sharon Jones), o meglio per la divisione Durham Records. Ora, il figlio illegittimo nato dall'unione tra James Brown e Otis Redding (non si può? Scusate!), con qualche gene di Wilson Pickett e Marvin Gaye caduto casualmente nella provetta, pubblica il suo secondo album, Victim Of Love, che ribadisce e rilancia il suo amore per funky, soul ed errebì classici. Se volete qui trovate la recensione del precedente disco charles+bradley, il nuovo è altrettanto buono.

Harper Simon è il "figlio vero" di Paul Simon, ma questo Division Street non conferma, a parere di chi scrive, quanto di buono aveva palesato il disco omonimo di esordio del 2010. Tanti ospiti: Pete Thomas degli Attractions alla batteria, il bassista degli Stokes, Nate Walcott dei Bright Eyes, Mikael Jorgensen dei Wilco alle tastiere (che però mi sembra porti il lato meno buono musicale del gruppo di Chicago), con la produzione di Tom Rothrock che ha lavorato con Elliott Smith e Beck, oltre che al debutto di James Blunt recordman di vendite inel Regno Unito (quasi 2 milioni e mezzo di copie). Insomma, tante tastiere, synth soprattutto e chitarre elettriche rispetto al suono più "intimo" del precedente, anche se certo rock di qualità non mancava neppure lì. Ci sono anche Jon Brion, Inara George, Eleni Mandell, Benmont Tench, ma quel suono troppo "moderno", al solito primo ascolto, potrei correggermi, nun me piace troppo. Etichetta PIAS, Play It Again Sam, nel video almeno si vedono ottimi dischi...

Poi arriva il seguito.

Bruno Conti