18/06/2013
I Cantastorie Dell'Alternative Country - Handsome Family - Wilderness
Handsome Family – Wilderness – Carrot Top Records 2013
I coniugi Brett e Rennie Sparks, in arte Handsome Family, sono uno strambo duo di Chicago, che rappresenta, senza dubbio, il lato più oscuro dell’alternative-country, e sono stati per anni la band preferita di Jeff Tweedy dei Wilco. Nei primi anni ’90 l’avventura comincia con l’album di esordio The Handsome Family (1995), in una formazione a quattro elementi con Darrel Sparks alle chitarre e Mike Werner alla batteria, ma già dal secondo disco Milk & Scissors (1996), i coniugi Sparks si fanno accompagnare solo dal polistrumentista e amico Dave Trumfio. Con lo splendido Through The Trees (1998) avviene un ulteriore cambiamento, Brett scrive le musiche e Rennie compone i testi (deliranti), mentre Dave si occupa solamente della produzione, lasciando alle spalle il suono punk, rivisitando con In The Air (2000) la musica tradizionale con il country e il folk gotico, sulle ali della voce profonda e potente di Brett. Con il trasferimento della propria residenza ad Albuquerque (New Mexico) il sodalizio negli anni sforna lavori nei quali il salotto di casa diventa il loro studio di registrazione, a partire da Twilight (2001), Singing Bones (2003) Last Day Of Wonder (2006), Honey Moon (2009), tralasciando i dischi dal vivo e le varie raccolte, Scattered (2010) la più interessante (con rarità e inediti), avendo sempre come tema racconti “noir”, da cui trapelano morte, mistero e omicidi (allegria! direbbe il compianto Mike Bongiorno).
Questo Wilderness è una sorta di concept album dedicato alla natura, con ogni brano che prende il titolo dal nome di un animale (mosche, rane, anguille, piovre, civette, lucertole, gabbiani, ragni etc.) con l’apporto sporadico di Jason Toth alle percussioni, David Gutierrez alla pedal steel, Stephen Dorocke al violino e Ted Jurney al basso, e lo zampino (tanto per cambiare) di Jeff Tweedy, per dodici “fiabe” sonore scese dai monti Appalachi.
Il viaggio (malinconico) inizia con il country di Flies, le ballate declinanti della successive Frogs e Eels, mentre Octopus ha un incedere ritmico, cantata con tono baritonale da Brett. Caterpillars e Owls sono brani che rientrano perfettamente nel filone dell’alternative country e sono seguiti da una epica Glow Worm, una ballata che scalda il cuore. La narrazione musicale continua con i toni ammalianti di Lizard, il sussurrato tex-mex di Woodpecker (con il mandolino di David Gutierrez in evidenza), mentre la successiva Gulls è quanto di più tradizionale possa uscire dalla penna dei coniugi Sparks. Il viaggio termina con il country-valzer cadenzato di Spider e la melodia pacata di Wildebeest, una poetica ballata di ampio respiro, lenta e solenne, con la voce di Brett in evidenza e Rennie al controcanto.
Wilderness è un prodotto che affascinerà sicuramente i fans di questo singolare gruppo (un sodalizio artistico e coniugale che dura da anni), aggiungendo un nuovo splendido capitolo alla loro raccolta di novelle notturne, prima di farvi addormentare nelle braccia di Morfeo.
NDT: Vorrei precisare ai “neofiti” di questa coppia che gli Handsome Family, nelle loro canzoni, non vogliono incutere timore, ma coccolarvi come in queste “fiabe sonore”, per poi magari soffocarvi, dolcemente, nel sonno.
Tino Montanari
13:54 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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17/06/2013
IL Ritorno Della Appaloosa, Tra Ballads e "Blues And Moonbeams On The Menu" Con Luciano Federighi!
Luciano Federighi – Blues And Moonbeams On The Menu – Appaloosa/IRD
Più o meno un anno fa se ne andava Franco Ratti, ma quasi per un destino ineluttabile la sua creatura preferita, la Appaloosa Records, rinasce attraverso il lavoro di suo cugino, Simone Veronelli, che co-produce e distribuisce questo nuovo album. Quindi l’etichetta del “cavallo selvaggio” riprende il suo ultratrentennale percorso con un disco, questo Blues And Moonbeans On The Menu, che è opera di un artista inequivocabilmente italiano, e il cognome lo tradisce, ma gli intenti e la musica, come la voce, sono da bluesman, anzi da jazzista, anzi tutti i due.
Se vi venisse proposto un blind test (come ho fatto con alcuni amici), sarebbe difficile non scambiare la voce di Luciano Federighi per quella di un qualche cantante americano di musica nera, un veterano di lungo corso, quale in effetti è, un “italiano per caso”, come mi piace chiamare questi musicisti appassionati dei suoni che vengono dall’altra parte dell’oceano. E in effetti, nelle sue molteplici attività di scrittore, giornalista (soprattutto con Musica Jazz, ma mi pare abbia anche scritto per il Buscadero), curatore di programmi radiofonici, collaboratore di vari Festival, tra cui il mitico Sweet Soul Music e tante altre attività, Federighi, nativo di Pisa ma viareggino a tutti gli effetti, con una laurea in letteratura angloamericana, ha anche insegnato alla università di Davis in California e ha girato in lungo e in largo gli Stati Uniti per inseguire la sua passione per il blues, il soul e il jazz e già dagli anni ’70 (perché come si intuisce dalle foto, non è un giovane di belle speranze) si esibiva, come tastierista/sassofonista ma anche cantante, con le prime formazioni blues italiane.
Il jazz ha sempre avuto una lunga tradizione sui nostri lidi, fin dai tempi del fascismo, come potrebbe ricordarvi in qualche suo dotto saggio il “collega” appassionato, ma qui lo valutiamo (si fa per dire) come cantante e anche in questa professione la militanza è lunga, con molti dischi all’attivo, soprattutto in ambito jazzistico. Questo nuovo lavoro viene presentato come un album di blues ma in effetti lo si potrebbe definire un disco di “Ballads and Blues”, come indica la prima parte del titolo, che è in comune con un famoso album di Bill Evans, ma il repertorio che si ispira al lavoro di gente come Percy Mayfield, a cui è dedicato il primo brano A Talk With The Blues, di Nat King Cole, ma anche del grande Otis Redding, che è un pallino di Luciano e di molti altri grandi cantanti e musicisti di musica nera (ho dimenticato Charles Brown?).
I brani se li scrive lui, con poche eccezioni, se li canta, con una profonda e calda voce baritonale, li suona con un trio chitarra, Tiziano Montaresi, basso, Mirco Capecchi e piano, Andrea Garibaldi. Si fa aiutare da qualche ospite, come la brava cantante Michela Lombardi, dalla voce pimpante e birichina, in un paio di medley, Summer Medley e Moon Medley (con citazione di Blue Moon nel finale), che se non insidiano quelli di Ella & Louis, sono nondimeno molto piacevoli e godibili. In alcuni brani appare l’armonica di Lou Faithlines (dovrebbe essere Henry Schiowitz sotto mentite spoglie) e, spesso, ancora Davide Dal Pozzolo che si divide tra sax alto, tenore e soprano e clarinetto e alto clarinetto, con ottimi risultati.
Risultati che sfociano in quelli dei “classici” che spesso vengono citati, con rispetto e amore, dai musicisti che suonano nel disco: raffinati e complessi come nell’iniziale e già citata A Talk With Blues, sbarazzini come nei due medleys (con la s, plurale, come direbbe Arbore) o I’ve Seen Old Granny Walkin’ Down The Road, malinconici come nelle ballads, Is That All is Left Of A Kiss, Chelsea On A Winter Night, It’s All So Good, but This Is Better, ironici e divertiti come in The Story Of A Writer Who Never Wrote A Single Line, addirittura notturni come da titolo, in Beyond The Night e I Walk The Night, scritti in compagnia del chitarrista Montaresi, con l’argomento della notte che ricorre spesso nei brani contenuti in questo CD fin dal titolo, con i suoi “raggi di luna” che si accoppiano con il Blues. Non so se è un offesa (ma non credo) o un complimento: non sembrano nemmeno italiani, tanto sono bravi. Lo so, ci sono tantissimi musicisti italiani bravi in giro, basta saperlo. Ora potete aggiungerne un altro, caldamente consigliato, per ampliare gli orizzonti.
Bruno Conti
09:31 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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16/06/2013
Tra Bluesmen Ci Si Intende! Walter Trout & His Band - Luther's Blues A Tribute To Luther Allison
Walter Trout And His Band – Luther’s Blues – Mascot/Provogue
Il “Walterone” da Ocean City, New Jersey, ma residente in California da illo tempore (da non confondere con quello della Littizzetto e dal nostro Walter “ma anche ” e mi chiedo se più di un californiano perplesso si starà chiedendo di cosa cacchio sto parlando), quel Walter Trout colpisce ancora.
Il nuovo album si chiama Luther’s Blues e come il titolo lascia intendere si tratta di un omaggio a Luther Allison, uno degli ultimi grandi chitarristi prodotti dal blues elettrico della seconda e terza generazione, forse appena sotto i tre King, Buddy Guy e anche Otis Rush, ma con Jimmy Dawkins, Albert Collins, Magic Sam (forse nella prima fascia) e pochi altri di cui al momento non mi sovvengo, tra coloro che più hanno segnato l’ascesa della chitarra solista nel blues classico. Allison è stato uno dei chitarristi più “taglienti” e vigorosi della scena di Chicago, ma deve la sua fama soprattutto alle lunghe tournée europee e ai suoi concerti che rivaleggiavano con quelli di Springsteen per durata, spesso tra le tre e le quattro ore, vere e proprie maratone in cui regalava al pubblico un torrente di Blues come pochi altri performers hanno saputo fare. Ma Luther era anche un notevole autore di brani, spesso in coppia con il suo organista James Solberg e questo CD riprende alcuni dei migliori brani del suo repertorio nella rilettura di Walter Trout. Altro musicista, e chitarrista soprattutto, che ha fatto della potenza e della energia, unite ad una tecnica invidiabile, una delle armi più “letali” dell’attuale scena blues. Il sottoscritto si è occupato parecchie volte del nostro amico un-grande-chitarrista-in-tutti-i-sensi-walter-trout-commo..., che peraltro non delude mai, i suoi lavori sono una delle poche certezze per gli appassionati del rock-blues più ruspante e genuino, il capolavoro forse non è nelle sue corde ma i suoi dischi sono sempre solidi e ricchi di soddisfazione per chi ama il genere.
Anche questo Luther’s Blues non tradisce la fama dell’ex Bluesbreakers e Canned Heat (sicuramente non le migliori versioni di entrambe le band) e attraverso undici cover e un brano scritto appositamente da Trout per l’occasione è un genuino omaggio all’arte di un personaggio che forse, al di fuori dei canali specializzati, non ha goduto della fama e dell’apprezzamento che avrebbe meritato. E così scorrono brani come I’m Back, tirata allo spasimo, slow blues di grandissima intensità come la potente Cherry Red Wine, carrettate di note come la poderosa Move From The Hood, di nuovo lenti torrenziali come la lirica Bad Love. E ancora tirate versioni della hendrixiana, almeno nella versione di Trout, Big City, con l’organo di Sammy Avila in bella evidenza (ma in tutto l’organo le tastiere svolgono un ottimo lavoro di supporto).
Non mancano le atmosfere funky e cadenzate dell’ottima Chicago ma è nei brani lenti che il disco regala i momenti migliori, come nella malinconica Just As I Am, con Trout che si conferma ancora una volta anche buon vocalist. Forse lo spirito di Luther Allison rivive di più in brani come Low Down And Dirty dove il figlio Bernard regala al genitore una bella performance alla seconda voce e alla slide per un duetto che rinverdisce i tempi d’oro del babbo. Il sottoscritto comunque predilige quei lentoni blues in punta di chitarra dove la tecnica di Walter Trout ha modo di esplicarsi al meglio, come nella bellissima Pain In The Streets, ma anche in quelli più torrenziali come la rocciosa All The King’s Horses. Notevoli anche la lunga Freedom che ha delle derive quasi psichedeliche e il manifesto di una carriera, l’unico brano firmato dallo stesso Trout, When Luther Played The Blues, in sette minuti la storia di una vita per la musica, un ulteriore grande slow blues. Semplice e diretto, un bel disco, tra i migliori nel suo genere.
Bruno Conti
17:18 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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15/06/2013
Girovagando Per Il Sud Degli States. Mike Zito - Gone To Texas
Mike Zito & The Wheel – Gone To Texas – Ruf Records
Forse non entrerà nelle liste assolute dei top di fine anno ma questo nuovo album di Mike Zito è assolutamente tra i migliori nel suo genere. Già ma che genere è? Intanto, come diranno altri, perché lo dice lui stesso nelle note di copertina, è un disco autobiografico. Canzoni che raccontano come il Texas, in un certo senso, gli ha salvato la vita. Ha trovato la compagna della sua vita, ma anche la salvezza dalla dipendenza da droghe che aveva caratterizzato una lunga fase della sua esistenza. Prendere un Greyhound e andare da St. Louis, la sua città, al Texas, per un americano non è una cosa difficile, ma Zito racconta nelle sue canzoni questa storia come una sorta di redenzione.
Naturalmente nel suo percorso musicale ci sono anche altri quattro album (tra cui un live), usciti dal 2008 ad oggi, tutti validi, oltre alla carriera parallela con i Royal Southern Brotherhood, di cui è uno dei soci fondatori (con Cyril Neville e Devon Allman, insieme ai quali firma un brano a testa per questo Gone To Texas), quindi il southern rock è sicuramente uno dei generi presenti in questo album, per rispondere alla domanda precedente.
Non manca una forte dose di blues (e la Ruf Records è una etichetta che “capisce” il genere a fondo). Il disco è registrato ai Dockside Studios di Maurice, in Louisiana, e quindi il gumbo sonoro della Crescent City è un altro degli elementi del sound, come evidenzia in modo stupendo la slide di Sonny Landreth, presente in una canzone come Rainbow Bridge, che potremmo definire “swamp Blues”, ma ricorda moltissimo anche le pagine migliori del songbook dei Little Feat o di John Hiatt, con la voce di Susan Cowsill (una dei componenti dei Wheel) a dare ulteriore spessore al suono del gruppo, con una presenza alla Bonnie Raitt o alla Susan Tedeschi, per citare un'altra band con cui hanno affinità elettive.
Gruppo che ha una sezione ritmica solidissima e piena di fantasia, nelle persone di Rob Lee alla batteria e Scot Sutherland al basso, a cui aggiungiamo un Jimmy Carpenter che si disimpegna a sax e percussioni e aumenta la quota soulful della formazione. Quindi ricapitolando abbiamo un suono “sudista”, nell’accezione più ampia del termine, dove confluiscono rock, soul, blues, R&B, tante chitarre (e Mike Zito è un signor chitarrista), belle voci, lo stesso Mike, Susan Cowsill, Carpenter, anche Delbert McClinton, che appare a duettare con il leader in una sontuosa The Road Never Ends. Ma tutto il disco è ricco di belle canzoni, a partire dalla emozionante title-track, Gone To Texas, che ricorda quelle ballate southern mid-tempo che ai tempi facevano Allman Brothers o Marshall Tucker, percorsa dalle chitarre di Zito, dal sax di Carpenter e guidata dalla voce di Mike, che è anche un signor cantante, devo rivalutare il suo ruolo nei Brotherhood.
I Never Knew A Hurricane è un’altra ballata deep soul (scritta con Cyril Neville) con l’organo di Lewis Stephens che è un ulteriore elemento portante nel sound del gruppo e mette in evidenza il duettare tra Zito e la Cowsill, oltre al sax di Carpenter che si integra perfettamente al suono d’insieme. Suono che ricorda molto anche la qualità di Hiatt e McClinton oltre ai sudisti e agli altri citati. Ma il sound si può incattivire di brutto, come in Don’t Think Cause You’re Pretty, dove il nostro amico, voce distorta e slide tagliente dimostra (o conferma) di essere anche un bluesman a tutto tondo. E lo ribadisce nell’acustica Death Row, un folk blues dalla grande atmosfera, solo voce, National steel con bottleneck, un tamburello e tanto feeling. In questa alternanza di stili c’è spazio anche per il funky sanguigno di una carnale Don’t Break A Leg, con accenti di James Brown e Sly Stone o per la ballata pianistica Take It Easy, firmata da Delbert McClinton e interpretata alla grande da Mike, un blue eyed soul con il bollino di qualità. La già citata The Road Never Ends, attribuita a Devon Allman e Mike Zito, vede la partecipazione di McClinton, anche all’armonica ed è un bluesone con slide a a cavallo tra Allmans e un Bob Seger d’annata.
Subtraction Blues il genere lo dichiara fin dal titolo, ma è di nuovo quello meticciato dei Little Feat o dei musicisti di New Orleans, con chitarra, piano e sax a dividersi i compiti con ottimi risultati. Per Hell On Me Zito estrae dal cilindro anche un vigoroso wah-wah che si fa largo tra sax, organo e lo voci di Mike e Susan, per dimostrare, se ce n’era bisogno, che questo signore è anche un solista coi fiocchi. Voices In Dallas è uno dei brani che raccontano la sua odissea passata con le droghe, sempre con ritmi bluesati e ancora con un’ottima slide e organo in bella evidenza, oltre al sax baritono di Carpenter. Sempre slide anche per la trascinante Wings Of Freedom altro brano rock che mi ha ricordato nuovamente il miglior Bob Seger e conclusione acustica con la cover acustica del blues di William Johnson Let Your Light Shine On Me. Un disco di sostanza, caldamente consigliato a chi ama la buona musica!
Bruno Conti
11:18 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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14/06/2013
Una Tom Waits Al Femminile? Dayna Kurtz - Secret Canon Vol.2
Dayna Kurtz – Secret Canon Vol. 2 – Kismet Records 2013
Domandona per i molti lettori (spero) di questo blog: Chi conosce Dayna Kurtz? La signora proviene dal New Jersey, ha una lunga carriera alle spalle (è in pista dai primi anni duemila) e da quel periodo bazzica locali e sale, e porta in giro negli States (e in altri Paesi, tra cui l’Italia) le sue canzoni. Il sottoscritto ha avuto il piacere di conoscerla e sentirla in un concerto tenuto nel “mitico” locale Spazio Musica in quel di Pavia (2008), dove ha dimostrato una grinta notevole ed una grande voglia di comunicare le proprie sensazioni. L’esordio, per la sua Kismet Records, avviene con Postcards From Downtown (2002), a cui fanno seguito un bellissimo DVD Live in Concert From Amsterdam(2003), Beautiful Yesterday (2004) Another Black Feather (2006) e più recentemente il notevole American Standard (2009) e il primo volume di Secret Canon dello scorso anno (per completare la discografia devo menzionare un CD preso al concerto Otherwise Luscious Life – Dayna Kurtz Live di difficilissima reperibilità).
Questo secondo capitolo di Secret Canon, prosegue il discorso del primo, pescando una serie di oscure “cover” di brani jazz e blues scelti tra gli anni ’40 e ’60 (oltre a canzoni scritte dalla "rossa" Dayna), avvalendosi di compagni di viaggio di indubbio talento, partendo dal co-produttore Randy Crafton, il contrabbassista David Richards, Peter Vitalone e Jon Cowherd al piano, Jon Gros all’organo e la sezione fiati composta da Jason Mingledorff al sax, Craig Klein al trombone, Barney Floyd e John Bailey alle trombe, che sono indubbiamente il valore aggiunto del lavoro.
Immaginate di essere seduti al famoso Rick’s Bar di Casablanca (in dolce compagnia) e spente le luci , partono le note di I Look Good In Bad (scritta dalla stessa Kurtz, ma potrebbe essere anche benissimo un brano cantato da Bessie Smith), cui fa seguito una So Glad del cantante pianista di New Orleans Edwin Bocage (1930-2009) dallo swing inarrivabile, mentre la bellissima ed emotiva ballata Reconsider Me (me la ricordo in una versione di Johnny Adams) è cantata con il profondo dell’anima da Dayna. Il tempo di sorseggiare un buon bourbon e si riparte con le note di One More Kiss, pescata dal repertorio di Johnny “Guitar” Watson, la raffinata Same Time, Same Place della coppia Isaac Hayes e David Porter con in sottofondo la tromba vellutata di Barney Floyd, mentre la seguente If You Won’t Dance With Me è un altro splendido brano originale della stessa Kurtz.
Il piano di Jon Cowherd introduce le effusioni vocali di All I Ask Is Your Love (brano apparso nella splendida colonna sonora di Una canzone per Bobby Long, eseguita da Helen Humes), si prosegue con il gospel-blues di Go Ahead On, e con una sofisticata e jazzata I’ve Had My Moments, che era nel repertorio del grande Frank Sinatra. Il colpo di grazia arriva con la conclusiva I’ll Be A Liar (la perla del disco) di Bert (Russell) Berns (1929-1967), un pioniere del rock e soul degli anni sessanta (morto d’infarto a soli 38 anni, autore di brani come Here Comes The Night, Piece Of My Heart e Twist and Shout), con piano e tromba ad accompagnare una performance vocale da brivido di Dayna.
Il genere di Dayna Kurtz, è forse troppo complesso per i nostri giorni, (artista errabonda che ha passato anni in giro per i palchi e le bettole di mezza America ), e per incidere i dischi che sognava, ha dovuto crearsi un etichetta propria, la Kismet Records, e forse per questo, ancora adesso non è molto conosciuta, ma se i risultati sono questi… Secret Canon Vol. 1 e 2 sono due lavori notturni che fanno bene all’anima, imprescindibili per gli amanti del genere, che fanno della Kurtz una tra le più brave e intriganti voci femminili degli ultimi anni, abilitata a cantare nei più famosi Rick’s Bar del mondo!
Tino Montanari
12:32 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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13/06/2013
A New York Succede Anche Questo! Live From The Lowdown Hudson Blues Festival 2011
Live From The Lowdon Hudson Blues Festival 2011 – Sojourn Records
Quest'anno a luglio, la terza edizione, se siete a New York in quel periodo non mancate!
Non entrerà forse nella storia dei Festival più importanti, da Woodstock passando per Newport e Montreux, ma il Lowdown Hudson Blues Festival, di cui questa registrazione testimonia la prima edizione, tenuta nel cuore di New York City al World Financial Center Plaza tra il 28 e il 30 luglio del 2011, mi sembra abbia dei punti in comune soprattutto con un’altra delle istituzioni della musica americana, il New Orleans Jazz And Heritage Festival che si tiene tutti gli anni in quel di New Orleans. Almeno a giudicare dagli artisti impiegati e dalla musica che ruota intorno a questa manifestazione, che nel nome riporta il Blues come principale attività ma poi, all’atto pratico, si sviluppa in varie direzioni.
La Steve Bernstein’s Millennial Territory Orchestra è una band guidata da un trombettista (spesso utilizzato nei progetti di Hal Willner, ma era anche nei Midnight Ramblers di Levon Helm e nel tributo a Leonard Cohen, per segnalarne la ecletticità) che si muove tra jazz, funky e soul-blues ma che per l’occasione, ospitando nei suoi ranghi il pianista Henry Butler, nativo appunto di New Orleans, accentua il suo stile di rivisitazione creativa della musica anni ’20 e ’30, arricchendola con lo stile fluente del grande pianista cieco della Crescent City, Buddy Bolden’s Blues è un esempio glorioso di questo blues che viene dalla Lousiana, così come la lunga Viper’s Drag, che si ascolta più avanti nel concerto e che ha una introduzione più funky-jazz, quasi avanguardistica alla Art Ensemble, prima di sciogliersi in un lungo assolo di Butler, ben coadiuvato peraltro dalla sezione fiati dell’orchestra, che la riporta verso lidi tra blues e ragtime, molto piacevoli. L’altra formazione che presenta due brani in questo CD è quella di James Blood Ulmer con i Memphis Blood Blues che ospitano anche Vernon Reid dei Living Colour, altri artisti neri sempre in bilico tra jazz, blues e rock. Per l’occasione eseguono I Want To Be Loved un funky-blues sanguigno che appare in Memphis Blood, con il wah-wah minaccioso di Reid che viene oscurato dal violino dell’ottimo Charles Burnham e dal piano di Rick Steff, anche perché le chitarre, in fase di mixaggio risultano molto sullo sfondo.
Pure I Live The Life I Love, che viene dallo stesso album, come la precedente è stata scritta da Willie Dixon ed è un omaggio ai grandi del Blues, nella persona del più importante autore di casa Chess, e conferma Ulmer come uno degli ultimi “innovatori”, almeno a livello di suoni, del blues moderno, strano ma affascinante, sempre con il violino che si fa largo, tra organo e chitarre varie con uno stile urticante. The Beauties vengono definiti una band alternative country e non so cosa c’entrano con il resto, ma ragazzi è un Festival, forse perché il brano si chiama Fashion Blues? Comunque non sono male, il brano sembra una via di mezzo tra Lou Reed, i Talking Heads e i primi Modern Lovers, ma ti acchiappa. Amy Lavere viene da Memphis, Tennessee (ma è nativa di Shreveport, Lousiana), suona il contrabbasso, canta (tre dischi solisti all’attivo) e si esibisce anche nel quintetto bluegrass The Wandering (con Luther Dickinson e Valerie June) e in duo con Shannon McNally, Washing machine ha un testo surreale ma musicalmente è molto complessa e accattivante. Il blues più classico trionfa nella versione di I Wish You Would eseguita dal Danny Kalb Quartet, guidato da un musicista che era presente sulla scena folk-blues di NY già dagli inizi degli anni ’60 e poi è stato uno dei chitarristi della formazione originale dei Blues Project, nonostante i 70 anni passati ancora una voce e una grinta invidiabili, electric blues di gran classe.
Non conoscevo e non avevo mai sentito nominare i Citigrass, ma dicono che si tratta del migliore gruppo bluegrass di New York e a giudicare da questa Ain’t Gonna Change penso che mi farò un ripasso, ottime armonie vocali, non si finisce mai di imparare. Anche Ryan Shaw mi era sconosciuto ma fa dell’ottimo soul gospellato (come le truppe cammellate), bella voce e In Between è una delizia per gli amanti della musica nera. Mike Farris lo conosciamo bene, e da quando ha abbandonato gli Screaming Cheetah Wheelies si è trasformato in un perfetto cantante gospel e la versione di Oh Mary Don’t You Weep con la Roseland Rhythm Revue è da applausi a scena aperta, così come la fusione tra blues, jazz, klezmer, calypso e ritmi neri degli Hazmat Modine, in una formidabile I’ve Been Lonely For So Long, è memorabile, come un Taj Mahal (presente al concerto ma non nel CD) giovane, se Wade Schuman, che suona anche l’armonica alla grande, non fosse un bianco di Ann Arbor, Michigan.
Un disco eclettico ma assai interessante, degno di un Festival Blues (?!?) tenuto a New York City.
Bruno Conti
11:06 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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12/06/2013
Il Figlio Illegittimo Di Waylon? Sturgill Simpson - High Top Mountain
Sturgill Simpson - High Top Mountain - Thirthy Tigers CD
Non credo di esagerare se dico che questo è uno dei migliori debutti in ambito country degli ultimi anni. Sturgill Simpson, nativo del Kentucky ma trapiantato a Nashville, è un esordiente assoluto, ma, all’ascolto di questo High Top Mountain (dalla copertina atipica, sembra più un disco pop alla Sufjan Stevens), devo dire che sembra un veterano alle prese con il disco della maturità. Simpson è certamente un seguace del country classico, per l’esattezza quello di fine anni sessanta e primi anni settenta, ma qui, più che dalle parti di Gram Parsons (influenza che comunque non manca) siamo in piena zona outlaw/honky tonk. Sicuramente Sturgill (bel nome, a proposito) è cresciuto a pane e Waylon Jennings, tanto in alcuni momenti il suo stile si avvicina a quello dello scomparso fuorilegge (per non parlare della voce), ma anche Willie Nelson e Merle Haggard sono influenze ben presenti.
Ma il nostro riesce comunque a non essere derivativo (beh, in un paio di momenti forse un po’ sì…) e, grazie ad un feeling in dosi massicce, ad una capacità di songwriting non comune (dieci brani su dodici sono suoi) ed all’aiuto di una super band (tra i musicisti troviamo il mitico Hargus “Pig” Robbins al piano, Bobby Emmett all’organo e Robby Turner incontenibile alla steel guitar) porta a termine un debut album veramente coi fiocchi.
Il tono del disco lo dà la canzone d’apertura, dal sintetico titolo di Life Ain’t Fair And The World Is Mean: un puro outlaw country figlio di Waylon (ma del Waylon più ispirato), ritmo alto, gran voce e begli interventi di steel. Un inizio col botto. Railroad Of Sin non abbassa la guardia, anzi: ritmo forsennato, è una via di mezzo tra uno swing ed un bluegrass elettrico, con gli strumenti suonati a velocità supersonica. Water In A Well ha i connotati di una classica country ballad, con Sturgill che canta bene e si circonda di pochi strumenti, arrangiando il brano con gusto e semplicità. Sitting Here Without You è ancora outlaw music, sembra una outtake di Waylon dei primi anni settanta (l’arrangiamento della voce è sintomatico): country che più classico non si può, ed un vero piacere per le orecchie. The Storm è una ballata saltellante, eseguita con grinta ed una bella produzione (Dave Cobb, sulla scia di un maestro come Chips Moman), mentre You Can Have The Crown è un irresistibile country’n’roll, uno dei più trascinanti da me ascoltati negli ultimi tempi.
Molto bella anche la tersa e limpida Time After All (qui siamo dalle parti di Haggard); la lenta ed epica Hero sembra di nuovo provenire da un disco di quarant’anni fa, mentre la cadenzata Some Days fa un po’ troppo il verso a Waylon: comunque godibile. Old King Coal è una perfetta cowboy ballad, Poor Rambler (di Ralph Stanley) riporta in alto il tasso ritmico del disco, mentre l’intensa I’d Have To Be Crazy (scritta da Steven Fromholz) chiude il disco in maniera crepuscolare. Senza dubbio il miglior disco di outlaw country di quest’anno, insieme all’ultimo di Shooter Jennings.
Marco Verdi
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11/06/2013
Anson Funderburgh, Finis Tasby, Zac Harmon & Co., Ovvero La Ruff Kut Blues Band - That's Where The Blues Begins
Ruff Kutt Blues Band – That’s When The Blues Begins – Vizztone Label
Rispetto al precedente Mill Block Blues (uscito nel 2011 e già esaurito nel formato CD, come passa il tempo) di cui vi aveva già riferito chi scrive sara-mica-blues-ruff-kutt-blues-band-mill-block-blues.html, in questo nuovo album l’organico della Ruff Kutt Blues Band si è fatto più stabile, almeno a livello vocale, infatti a fronte dei sei diversi cantanti utilizzati in quel disco, per questo That’s When The Blues Begins, titolo programmatico di ciò che ci aspetta, i vocalists si sono ridotti a due, il grande Finis Tasby, che canta in sei dei brani presenti, e Zac Harmon, anche alla seconda chitarra, che canta nei restanti otto. Rimangono invariati alcuni altri componenti chiave della band, il bassista James Goode, che scrive praticamente la totalità delle canzoni, il tastierista Gentleman John Street che cura anche gli arrangiamenti, il batterista Wess Starr e il sassofonista Ron Jones che si occupa dei fiati.
Ma soprattutto Anson Funderburgh che è il fulcro del progetto nonché il produttore: il chitarrista texano allieta i cuori degli ascoltatori con una serie di assolo sempre vari e ficcanti come è sua consuetudine. Lo stile è un classico Blues elettrico (ma non solo) che mescola lo stile texano e quello di Chicago, ma con ampie concessioni al soul e anche al gospel, di tanto in tanto. Il sound mescola sonorità bianche e nere, ampiamente giustificato in questo dalla presenza di musicisti di entrambe le estrazioni ed il risultato è più che soddisfacente, sia nel profondo blues elettrico di Deep Elam Blues che ricorda il Bloomfield scintillante dei primi anni, con una chitarra che galleggia sul cantato ancora poderoso di Finis Tasby, che invecchiando non perde una briciola della sua classe vocale, con fiati e organo che aggiungono la giusta coloritura ai particolari del brano.
Stesso discorso per la sincopata Blues In My Blood che, per rimanere in questo parallelo con la musica di Bloomfield, può ricordare il sound degli Electric Flag, dove anche il soul e un pizzico di rock avevano un loro perché e i coretti gospel sono pertinenti al suono d’insieme, con la chitarra mai troppo sopra le righe ma sempre presente. Quando si accentua il contributo dei fiati e delle tastiere, piano e organo, come nella ottima Don’t It Make You Cry e i cori si fanno più pressanti, il deep soul e il gospel si fanno strada e anche il sax di Ron Jones ha il giusto spazio. Così pure nell’ottima Oh Woman, questo incrocio tra il Chicago blues, più il soul solito e il ciondolante stile texano, funziona alla perfezione, sotto la guida della voce pimpante di Tasby, ancora capace di acrobazie vocali di tutto rispetto. In Down So Low le 6 corde riprendono lo spazio che loro compete e anche se Zac Harmon non è un cantante della classe di Finis Tasby, compensa con il suo contributo alla chitarra, senza spostare troppo l’asse del disco, che gioca sempre molto sulla presenza del sax e delle tastiere. Certo che la voce del texano, naturalizzato californiano, Tasby ha quel quid in più, come conferma la vivace Bare Foot Blues, con Funderburgh che scalda l’attrezzo da par suo. Siamo proprio in un ambito blues, il rock è lontano anni luce dal suono di questo CD, forse non memorabile ma assolutamente solido.
Zac Harmon è in ogni caso un cantante più che adeguato, non vorrei avervi dato una impressione negativa, come dimostra nei brani da qui alla fine del CD, a partire da Blues Ain’t A Color e a seguire in tutte le altre canzoni, con testi che magnificano la storia del blues e dei suoi partecipanti, a partire dalla title-track, una ballatona di quelle intrise di profondo Sud, tra soul e gospel nuovamente, con le chitarre di Funderburgh e occasionalmente Harmon pronte a scalfire il tessuto del brano. That Woman Gives Me Fever ha una verve e una carica invidiabile mentre I’m Over You Woman è nuovamente blues classico come la successiva Going To Bluesville e Touched By Her Game risale addirittura allo stile dei gruppi doo-wop anni ’50, senza quei ricami vocali ma con una spensieratezza deliziosa. Per Let’s Dance torna Finis Tasby e anche se il brano non entrerà nella storia del blues, lascia la sua impronta, prima di lasciare lo spazio di nuovo a Harmon, che è anche il co-autore di una canzone, che in quattro minuti e poco più vuole raccontare le gesta di quelli che hanno fatto la storia del genere, When A Bluesman Goes To Heaven, con un tempo che potrebbe ricordare il suono alla Blues Brothers delle cavalcate più divertenti del duo e con le chitarre di Funderburgh e Harmon che si scambiano fendenti dai canali dello stereo, e chiude in bellezza un disco molto piacevole e forse nulla più, ma è sufficiente.
Bruno Conti
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10/06/2013
Questi Vanno Tenuti D'Occhio: Warren Hood Band!
The Warren Hood Band -The Warren Hood Band - Red Parlor CD
Ecco un gruppo veramente bravo.
In realtà un trio, la Warren Hood Band proviene da Austin, Texas, ed è formata appunto da Warren Hood (violino, chitarra, mandolino e voce solista), Willie Pipkin (chitarra solista) ed Emily Gimble (piano ed organo, veramente brava, e d’altronde è la nipote del leggendario Johnny Gimble, violinista dei Texas Playboys di Bob Wills).
Anche Warren è nella musica da parecchi anni: suona il violino da quando ne ha nove, e, prima di formare un suo gruppo, ha collaborato con fior di artisti, come Emmylou Harris, Lyle Lovett, Little Feat, Elvis Costello e Gillian Welch, pure lui figlio d’arte, il babbo era Champ Hood, collaboratore a lungo di Lyle Lovett (anche nella Large Band) e Toni Price, nonché nella Uncle Walt's Band con Walter Haytt, tra i tanti, scomparso prematuramente nel 2001.
Esperienze importanti, direi decisive per maturare un background musicale di tutto rispetto, che viene rivelato in questo album di debutto, intitolato semplicemente The Warren Hood Band, che vede, tra i vari musicisti di supporto, il grande Lloyd Maines, e per produrre il quale si è scomodato addirittura Charlie Sexton, uno che negli ultimi anni ha spesso suonato la lead guitar on the road per Bob Dylan (nuovamente dal 2009, in sostituzione di Danny Freeman) oltre che essere un bravissimo musicista di suo.
Non male per un disco di debutto.
E Warren (già con i Waybacks) che scrive nove delle undici canzoni dell’album, dimostra di avere non poco talento: possiamo dire di trovarci di fronte ad un texano atipico, in quanto non fa semplicemente del country-rock diretto ed elettrico come molti suoi colleghi, ma fonde nel suono elementi sudisti, country, folk, pop, soul, cantautorali e bluegrass, riuscendo a non risultare caotico, ma bensì fornendoci una manciata di brani davvero intriganti. I suoi compagni, Pipkin e la Gimble, sono molto bravi ad accompagnarlo (soprattutto lei), e quindi il disco che ne risulta non può che essere uno dei debutti più positivi degli ultimi tempi.
Apre Alright, che è anche il primo singolo e forse la più texana del lotto, un rock’n’roll frizzante, tra roots e country ma con un tocco di pop, ed una bella slide ad occuparsi delle parti soliste.
You’ve Got It Easy continua con il mix tra rock e pop, strumenti al posto giusto, melodia solare ed una bella personalità (ottimo anche il lavoro di Sexton alla consolle, ma questo non lo scopriamo oggi). Pear Blossom Highway, con la Gimble voce solista (il primo di tre brani con lei come lead vocalist), è una ballata d’altri tempi, sfiorata dal country e nobilitata da ottimi assoli di violino (Hood) e steel (Maines); la mossa Where Have You Gone ha un gradevole sapore white soul, come se fosse stata scritta da Dan Penn.
La corale The More I See You è puro country, semplice e vivace, con violino e piano protagonisti ed una melodia decisamente buona; Songbird è praticamente un brano folk, sempre sostenuto da un motivo di prim’ordine, mentre Take Me By The Hand è più rarefatta e forse meno immediata, ma musicalmente molto interessante, sembra quasi che nell’arrangiamento ci abbia messo le mani Van Morrison. Motor City Man, sostenuta dal piano, ha per contro un motivo molto diretto, Last One To Know è quasi una bluegrass tune, suonata in maniera volutamente sghemba.
L’album si chiude con la lenta e soulful This River, quasi una ballata alla Delaney & Bonnie, e con What Everybody Wants, saltellante e gioiosa, sempre con la Gimble sugli scudi.
Warren Hood ed i suoi compagni possiedono un sicuro talento: speriamo non lo disperdano strada facendo.
Bel disco.
Marco Verdi
13:55 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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09/06/2013
Una Grande Serata Tra Folk e Rock (Ma Non Solo) Con I Lowlands A Pavia!
Lowlands – Piazza Della Vittoria – Pavia - 08/06/2013
Nello splendido scenario di Piazza Vittoria in quel di Pavia (con sullo sfondo il magnifico palazzo del Broletto), i Lowlands di Ed Abbiati hanno concluso la prima parte della loro campagna europea che li ha visti suonare da Dublino a Londra, passando per Roma e Firenze, con l’ultima recentissima tappa di Stoccolma, in un concerto che arriva a dieci anni esatti dal rientro in Italia di Ed, non occasionalmente nel giorno del suo compleanno e, particolare importante, anche di sua moglie. L’attuale line-up della band oltre ad Ed Abbiati chitarra e voce, è composta dallo storico chitarrista Roberto Diana, Francesco Bonfiglio alle tastiere e fisarmonica, Enrico Fossati al basso e Mattia Martini alla batteria.
La parte iniziale del concerto vede Ed e il suo gruppo eseguire brani tratti dal loro ultimo lavoro Beyond, a partire dal rock urbano di Lovers and Thieves, Walking Down The Street, Waltz in Time, Ashes e Hail Hail e poi una versione sempre accattivante di Gypsy Child. Si riparte da una struggente Fragile Man (scritta da Ed per un suo amico recentemente scomparso), proseguendo con un set che ripropone brani pescati dall’album d’esordio The Last Call, dove spicca per bellezza la tenue That’s Me On The Page, mentre In The End fa muovere il piedino e invita a ballare, non mancano Gotta Be (brano firmato con l’amico Tim Rogers) sana e robusta baraonda rock, per poi passare alla dolce ninna nanna Lullaby (dedicata alle figlie). La parte finale del concerto, vede salire sul palco gli amici Alex Cambise al mandolino e Jimmy Ragazzon (leader dei Mandolin’ Brothers) per una torrida versione di Everybody Knows This Is Nowhere di Neil Young, un brano dei primi anni ’60 di Bruce Channel in cui appariva Delbert McClinton che si narra abbia dato ai tempi alcune lezioni di armonica a John Lennon, Hey Baby, per fare ballare il pubblico presente, e una Left Of The Dial dei Replacements cantata con la rabbia degna di un Paul Westerberg. Chiudono un concerto splendido Keep On Flowing con piano e fisarmonica nel più classico blue collar rock e una acustica e dolcissima Homeward Bound.
Mentre la gente a fine concerto sfollava contenta e soddisfatta della serata musicale, pensavo che noi pavesi dovremo essere grati a gruppi come i Lowlands, i Mandolin’ Brothers e artisti minori locali, ma altrettanto bravi (come per esempio Sergio “Tamboo” Tamburelli) che portano in giro per l’Italia e in Europa, una musica fatta di sudore, cuore e di grande qualità.
Tino Montanari
19:10 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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