Cantautore, Produttore E Straordinario Pianista! Kenny White – Long List Of Priors

kenny white long list of priors

Kenny White – Long List Of Priors – Continental Song City

Dopo il giusto spazio della scorsa settimana dato a David Olney, oggi ci riproviamo con un altro artista sconosciuto ai più (mi auguro come al solito di sbagliare, ma non penso), che risponde al nome di Kenny White. Nome assai noto nel “sottobosco” musicale newyorkese, White, cantautore ed eccellente pianista, produttore (nella sua scuderia sono passati Marc Cohn, Peter Wolf, Shawn Colvin, Cheryl Wheeler, Jonathan Edwards, e Judy Collins, per citarne solo alcuni tra i più noti),  una prima parte della vita spesa nel mondo della pubblicità (jingle man), torna a deliziare gli amanti della buona musica con questo sesto capitolo della sua carriera, Long List Of Priors, a distanza di sette anni dall’eccellente Comfort In The Static (10). E così il buon Kenny dopo aver viaggiato in lungo e in largo gli States, e aperto i concerti, oltre che dei suoi assistiti Shawn Colvin e Peter Wolf, anche di gruppi come i Cowboy Junkies e Rolling Stones, si guadagna in breve tempo una reputazione che lo porta ad esordire con Uninvited Guest (02), a cui fa seguire un EP Testing 1,2 (03), pescando il jolly con il successivo Symphony In Sixteen Bars (04), che finito nelle mani della brava Judy Collins (è stato un colpo di fulmine musicale), lo porta al contratto con la Wildflower l’etichetta americana fondata dalla “signora del folk”, seguito da un altro EP Never Like This (06), e dopo una pausa per le sue attività collaterali (dimenticavo, è anche saggista), torna in studio per incidere il citato Comfort In The Static,e gli amanti di cantautori come Chuck E.Weiss, Randy Newman e affini,  non dovrebbero lasciarselo scappare.

A dimostrazione che il nostro inizia a raccogliere quanto ha seminato, oltre alla sua eccellente band composta da Duke Levine alle chitarre, Marty Ballou al basso e Shawn Pelton alla batteria, porta per il nuovo album negli At Sear Sound Studios di New York City artisti e colleghi illustri quali David Crosby, Peter Wolf, il bravissimo polistrumentista Larry Campbell, senza dimenticare un superbo trio di voci femminili che rispondono al nome di Catherine Russell, Angela Reed e Amy Helm (cantante degli Ollabelle e figlia del mai dimenticato batterista della Band, Levon Helm). Come i precedenti dischi Long List Of Priors è composto interamente da brani originali, partendo subito alla grande con il brano iniziale A Road Less Traveled con David Crosby ai cori, su un tessuto musicale arricchito dal pianoforte di Kenny White e dal violino di Campbell, a cui fanno seguito la suggestiva Che Guevara dove spicca la chitarra di  Duke Levine https://www.youtube.com/watch?v=6eietccd58Y , per raggiungere una delle vette più alte del disco con Another Bell Unanswered (dove ritroviamo ai cori Crosby), una ballata pianistica quasi sussurrata da White, che se fosse stata scritta da altri (non facciamo nomi), sarebbe diventata un classico, mentre Cyberspace è un brano su un tema sociale, costruito su una musica gioiosa suonata al meglio.

Si continua con una ballata elegante come The Other Shore, su un arrangiamento quasi di musica da camera https://www.youtube.com/watch?v=yTXWg7iWaCs , per poi passare al brano più “rock” dell’album Glad-Handed, con la partecipazione speciale dell’amico Peter Wolf https://www.youtube.com/watch?v=XMtQVA6sBow , seguito da un brano solo pianoforte, tromba e cori come Lights Over Broadway, lievemente in chiave “jazz”, mentre la vibrante e profonda Charleston, racconta di un sanguinoso fatto di cronaca ed è cantata in duetto con la brava cantante soul Ada Dyer. Come sempre la parte migliore di Kenny si manifesta nelle ballate piano e voce, ad esempio The Moon Is Low (starei ore ad ascoltarlo), a cui fa seguire un’intrigante West L.A., un brano quasi teatrale (con un testo figlio del Tin Pan Alley sound) che inizia in modo scanzonato, poi nel finale irrompe una sezione fiati e l’arrangiamento si apre in perfetto stile New Orleans; e che dire della delicata Color Of The Sky, dove brilla il clarinetto di Dan Block? Una piccola meraviglia! Come pure 4000 Reasons To Run, una folk-ballad che ricorda per certi versi il primo Bob Dylan, mentre la chiusura di questo disco magnifico, con una sorta di romanza pianistica, è affidata a  The Olives And The Grapes (un omaggio alla Toscana che l’ha premiato con il Premio Ciampi), dove oltre al piano di White sono in evidenza una sezione d’archi, composta da violini, viola e cello.

Ognuna delle tredici canzoni di Long List Of Priors è un piccolo gioiello di raffinato artigianato musicale, con temi (amore, protesta, vita e morte), che White riporta in musica con una scrittura decisa, che si manifesta magistralmente sulla tastiera, con una tonalità vocale (che a tratti ricorda anche James Taylor, ma pure Cat Stevens) che lo rende credibile in ogni sua interpretazione, e con una bravura tale da far apparire semplice, quello che semplice non lo è affatto, confermandolo come uno dei rari autori che riescono in pochi minuti a condensare emozioni. Mentre il pubblico (purtroppo) tende ad essere attratto da parecchie false stelle del rock, un personaggio di talento come Kenny White, nonostante una carriera quarantennale, risulta ancora molto poco conosciuto dal pubblico, ma tutto questo non deve comunque far passare inosservato un lavoro come questo Long List Of Priors, anche se forse richiede più ascolti per essere apprezzato, è in ogni caso una raccolta basilare da aggiungere alla vostra discoteca, per scoprire un autore e pianista eccellente come Kenny White!

Tino Montanari

Una Grande Serata Di Vero Country In Quel Di Austin! Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings

outlaw celebrating waylon jennings

Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings – Legacy/Sony CD/DVD

Splendido tributo alla musica di Waylon Jennings, uno dei più importanti musicisti country di tutti i tempi, vera leggenda in Texas, ed esponente di punta insieme a Willie Nelson del cosiddetto movimento “Outlaw Country”, che negli anni settanta si contrapponeva al country più commerciale che veniva prodotto a Nashville. Il concerto si è tenuto quasi due anni fa, il 6 Luglio del 2015, al Moody Theatre di Austin, ed è stata una grande serata, nella quale si sono dati appuntamento una lunga serie di amici e discepoli di Waylon (più i secondi dei primi, purtroppo molti sono da tempo in cielo a far compagnia a Jennings) per suonare alcuni tra i brani più noti del grande texano, la cui influenza si è fatta sentire di più dopo la scomparsa (avvenuta nel 2002 in seguito a complicazioni dovute ad una grave forma di diabete, ma conseguenza di una vita nella quale il nostro non si era fatto mancare niente) che nel periodo di attività, complice una discografia non sempre all’altezza, specie negli anni ottanta. Ora la Legacy pubblica finalmente il resoconto di quella serata, in versione CD con DVD allegato, in modo da far godere anche noi delle performances dedicate a Waylon, un concerto nel quale gli invitati hanno dato veramente il meglio di loro stessi, sia i fuoriclasse (e ce n’erano parecchi), sia quelli che a prima vista poco c’entravano con il barbuto countryman texano; in tutti i brani, poi, troviamo la solita house band da sogno che non manca mai in queste occasioni: Don Was al basso, produzione e direzione musicale (ed ultimamente il riccioluto Don non se ne perde uno di questi tributi), Buddy Miller e Patrick Buchanan alle chitarre, Matt Rollings alle tastiere, l’ottimo Robby Turner alla steel guitar, Mickey Raphael all’armonica (da sempre nella band di Willie Nelson), ben due batteristi (Raymond Weber e Richie Albright) e tre coristi.

Il DVD rispetto al CD contiene due brani in più (curiosamente entrambi con protagonista Sturgill Simpson, che quindi nella parte audio non compare – NDM: la presente recensione è fatta sul CD, sorry Sturgill…) più varie interviste agli ospiti che parlano chiaramente di Waylon; da segnalare purtroppo l’assenza di Billy Joe Shaver, che si può spiegare forse solo con il suo precario stato di salute, anche se è una mancanza che pesa non poco. La serata inizia alla grande con una delle performances migliori, grazie all’ottimo Chris Stapleton che propone una versione mossa e tonica, decisamente rock’n’roll, di Ain’t Living Long Like This, il brano di Rodney Crowell che Waylon fece suo nell’ormai lontano 1979, un avvio potente e trascinante, con ottimi interventi di piano e steel; il figlio di Waylon, Shooter Jennings, non si fa contaminare da sonorità strane come spesso fa ultimamente nei suoi dischi, anzi riesce anche a toccare le corde giuste con Whistlers And Jugglers, uno slow classico e con la giusta dose di pathos (splendido Rollings al piano, e strepitoso il finale chitarristico, molto southern), mentre la riunione di famiglia continua con la moglie di Waylon, e madre di Shooter, Jessi Colter, che emoziona con la sua Mona (se siete veneti non fraintendete quest’ultima frase per favore), solo voce e piano ma tanto feeling.

Sale sul palco la prima leggenda vivente della serata: Bobby Bare è un contemporaneo di Waylon, ed uno dei grandi del country, e la sua Only Daddy That’ll Walk The Line è piena di ritmo e grinta nonostante l’età avanzata del nostro; la voce limpida di Lee Ann Womack affronta molto bene la melodica Ride Me Down Easy (proprio di Shaver) e, in duetto con Buddy Miller, la cristallina Yours Love, ed anche il bravissimo Jamey Johnson strappa applausi a scena aperta con Freedom To Stay, country ballad classica cantata con il cuore in mano. La brava Kacey Musgraves sembra ferma agli anni sessanta, sia come stile che come look, e con The Wurlitzer Prize mantiene entrambi i piedi ben saldi in quel periodo, mentre Robert Earl Keen è uno dei migliori texani della generazione successiva a quella di Waylon, ma questa sera la sua rilettura di Are You Sure Hank Done It This Way ha qualcosa che non va, troppo elettrica e rock, quasi monolitica, molto meglio l’arrangiamento originale; Kris Kristofferson non ha certo bisogno di presentazioni, è uno dei grandissimi e non solo della musica country, uno che potrebbe cantare qualsiasi cosa: stasera sceglie I Do Believe, uno slow dall’accompagnamento leggero e con al centro la voce vissuta di Kris che, inutile dirlo, la fa diventare quasi una sua canzone. Strepitoso Ryan Bingham con Rainy Day Woman, in un arrangiamento grintoso e rock ma rispettoso della struttura country dell’originale, un brano che la voce ruvida di Ryan affronta senza problemi (e la steel di Turner è monumentale); sale sul palco Alison Krauss per due pezzi, la dolcissima Dreaming My Dreams With You (splendida la voce della bionda cantante e violinista) e, con Jamey Johnson, una mossa, ritmata e coinvolgente I Ain’t The One, dal deciso sapore sudista.

Toby Keith ed Eric Church non sono certo tra i miei countrymen preferiti, ma stasera non deludono, anzi convincono con due riletture serie e sentite di Honky Tonk Heroes e Lonesome, On’ry And Mean rispettivamente. E’ la volta del grande Willie Nelson, che sale sul palco e non scenderà più fino alla fine: Willie non è più quello di qualche anno fa, canta a fatica, in alcuni momenti sembra perfino a corto di fiato, ma ovviamente non poteva mancare, e comunque sopperisce con la sua presenza magnetica ed il suo immenso carisma (e poi chitarristicamente è ancora un portento); inizia da solo con la nota ‘Til I Gain Control Again, ancora di Crowell, e, in duetto rispettivamente con Keith e Stapleton, le mitiche Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys e My Heroes Have Always Been Cowboys, entrambe splendide, tra gli highlights dello show. Finale da urlo con la meravigliosa Highwayman, con Willie e Kris che fanno loro stessi, Shooter al posto del padre e Johnson in luogo di Johnny Cash, e poi tutti sul palco per la celebrazione finale con Luckenback, Texas, una delle canzoni-manifesto di Waylon. Un ottimo tributo: era ora che a tredici anni dalla sua scomparsa qualcuno si decidesse ad omaggiare Waylon Jennings in maniera adeguata.

Marco Verdi

Come Uragano Sembra Veramente “Piccolo”! Little Hurricane – Same Sun Same Moon

little hurricane same sun same moon

Little Hurricane – Same Sun Same Moon – Mascot/Provogue           

Di formazioni in duo, solo chitarra e batteria, soprattutto negli ultimi anni, ne sono apparse parecchie: anche con batterista donna, il nome White Stripes dice qualcosa? E in ambito tutto maschile, pure i Black Keys. Nella cartella stampa non vengono citati come riferimenti questi due gruppi, solo esperienze mistiche tra i nativi americani sulle montagne nei pressi di San Diego, California, dove vive e opera la coppia, e ascoltando il disco qualche dubbio viene. Tornando al misticismo, tra l’altro il chitarrista e cantante, tale Anthony “Tone” Catalano ha rischiato di lasciarci la pelle in una di queste “chiamate” spirituali: è sparito ed ha camminato tra le montagne per un giorno ed una notte, ed è stato ritrovato in ipotermia, e ricoverato per insufficienza renale, appunto congelamento, e danni ai piedi che non gli hanno permesso di camminare per un mese. Però la socia e compagna di avventure Celeste “C.C.” Spina, ha detto che l’album è venuto molto bene, sarà. Dai nomi (anzi cognomi) dubito ascendenze italiche, non si sfugge, ma d’ora in poi li chiameremo Tone e C.C. per comodità. Questo Same Sun Same Moon è già il terzo album della loro discografia (quarto se contiamo una raccolta di cover), il primo ad uscire per la nuova etichetta Mascot/Provogue, e dopo essersi sposati nel 2016.

Dicono di essere entrambi fan, tra gli altri, di Van Morrison e Counting Crows, ma lui in precedenza aveva lavorato con Gwen Stefani, fatto l’ingegnere del suono e lavorato in gruppi jazz. Presentati come una band blues, rock e lo-fi, dal loro CV fatto di brani usati in serie televisive, spot pubblicitari e film proprio non di prima categoria, mi pare che, ascoltando il disco, che è uscito il 14 aprile, il genere si potrebbe definire piuttosto come un generico indie o alternative, non malvagio ma nemmeno così innovativo e “mistico” come viene presentato. Insomma il blues lo amano e lo ascoltano, ma lo praticano per vie molto trasversali: prendiamo la title track che apre l’album, sembra uno dei brani tipici di Jack White quando lavora con le sue band alternative, Dead Weather e Raconteurs, comunque una voce piacevole, un arrangiamento basico ma raffinato, basso e batteria molto presenti, la chitarra elementare ma efficace sia in fase ritmica che solista, insomma non ti cambiano la vita, almeno la mia. Bad Business, usata in un gioco della PlayStation MLB The Show 16,  sembra quasi ricordare il primo Sting dei Police in “leggero acido”, la voce è simile e anche i ritmi “angolari” ricordano le cose più strane del trio inglese. OTL, con le sue tastiere e ritmi elettronici aggiunti, le voci pure filtrate, alternate e anche sovrapposte dei coniugi è ancora più “moderna”, ma non mi entusiasma, con la voce di “Tone” che assume tonalità, scusate il bisticcio, tipo l’ultimo Bono degli U2, quelli più pasticciati e meticciati.

Come conferma pure la successiva Isn’t It Great dove si affacciano di nuovo ritmi reggae-rock, quindi fino adesso di Van Morrison, Counting Crows e blues ne ho sentito poco. Tra riverberi vari, ritmi scanditi e melodie radiofoniche si prosegue con Take It Slow, dove Tone e C.C. duettano di nuovo, mentre Lake Tahoe Eyes ha qualche spunto di blues desertico, un’atmosfera sospesa, una chitarra insinuante, ma poi il brano rimane irrisolto e anche un filo narcotico. March Of The Living è un breve e gagliardo brano strumentale dal ritmo più mosso del solito e potrebbe ricordare sia i White Stripes che i Black Keys citati all’inizio, ma l’idea non viene sviluppata e il brano finisce subito. Mt. Senorita sempre con i soliti ritmi scanditi ed ipnotici, questa volta più lenti, sembra appunto musica per illustrare immagini o situazioni e forse in quel ambito potrebbe funzionare, il lavoro della chitarra è interessante, mentre la voce è un filo monocorde https://www.youtube.com/watch?v=AA333KY-GDo . For Life, sempre con la timbrica tra Bono e Sting, è una sorta di ballata futuribile, con una bella melodia, e in effetti potrebbe richiamare vagamente qualcosa dei Counting Crows https://www.youtube.com/watch?v=wFDuhoiPnww  e anche You Remind Me rimane in questo ambito pop raffinato e “reggato”, con una tromba sullo sfondo a cercare di dare profondità al sound. Anche la chitarra acustica della successiva Slingshot tenta altre sonorità, ma non mi sembra memorabile. Mentre l’acquarello acustico della conclusiva Moon’s Gone Gold nella sua semplicità è uno dei brani più riusciti di questo album e potrebbe essere uno sviluppo interessante per il futuro https://www.youtube.com/watch?v=NmrbJ5NuqkE . Per il resto, con Shakespeare direi: “Molto rumore per nulla!”

Bruno Conti

Un’Altra Bella Coppia, Musicale. John Ginty Feat. Aster Pheonyx – Rockers

john ginty feat. aster pheonyx

John Ginty Feat. Aster Pheonyx – RockersAmerican Showplace Music                

Forse il nome John Ginty non dirà molto ai più, ma il nostro amico non è un novellino: in pista da più di 20 anni Ginty, che suona organo, piano e altre tastiere, appariva già negli anni ’90 in tutti i dischi di Neal Casal (e anche in quelli degli anni 2000), come pure in Strangers Almanac dei Whiskeytown, con i Blind Boys Of Alabama, nella prime versioni della Family Band di Robert Randolph, ha suonato anche in Shaman di Carlos Santana, nel primissimo disco di Dana Fuchs Lonely For A Lifetime, con Kathleen Edwards: io personalmente lo ricordo come produttore e musicista insieme a Todd Wolfe e con le Court Yard Hounds, con Albert Castiglia, e moltissimi altri, insomma un bel CV. Ha registrato anche alcuni album a nome suo, tra cui un buon doppio dal vivo Fireside Live, e recentemente ha deciso di unire le forze con Aster Pheonyx, che al di là di nome e cognome bizzarri (credo una storpiatura di un personaggio dei Manga giapponesi), ha già un album al suo attivo, pubblicato nel 2011. Il risultato, come si può forse intuire, per certi versi, ricorda quello dell’accoppiata Bonamassa/Beth Hart, con un tastierista al posto di un chitarrista (ma pure le 6 corde nel disco si apprezzano), la citata Dana Fuchs, e anche, andando indietro nel passato, Brian Auger & Julie Driscoll, visto che l’organo è spesso lo strumento solista. Ad esempio nei due strumentali posti in apertura e chiusura di questo Rocker: The Shark, su un groove funky e corposo creato da Justine Gardner al basso e Maurice “mOe” Watson alla batteria, l’organo Hammond B3 di Ginty sembra quello di Auger ai tempi degli Oblivion Express https://www.youtube.com/watch?v=j_wbibie_wk , mentre nella conclusiva Rockers pare addirittura di ascoltare le evoluzioni prog-rock di Keith Emerson negli E L & P.

Il resto dei brani dell’album portano la firma unita di Ginty E Pheonyx e svoltano decisamente verso un rock-blues energico, ma di qualità, grazie alla bella voce di Aster, che a tratti rivaleggia con i nomi citati in precedenza, ma nella raffinata Mountains Have My Name pare emulare Susan Tedeschi, in un gospel-rock di grande intensità, grazie anche al tocco di classe di piano e organo, suonati magistralmente dal bravo Ginty. Altrove il rock è decisamente più energico, come nella vorticosa Lucky 13, ancora con le svisate dell’organo ben controbilanciate comunque dalle chitarre tirate di Mike Buckman e Jimmy Bennett, e pur sempre con elementi soul ben presenti. Entrambi nativi del New Jersey, Ginty ha scoperto Aster mentre cantava in un bar di Asbury Park (!?!), e i due hanno creato una bella alchimia, come confermano i brani dell’album: dalla gagliarda Believe In Smoke, molto vicina al sound della Fuchs, a Target On The Ground, con un bel dualismo piano elettrico/urgano e un’aria soul che ricorda addirittura lo stile raffinato di Janiva Magness, e pure Captain Hook mixa lo stile della Tedeschi con quello di Beth Hart (con cui condivide anche una passione per i tauaggi), con ottimi risultati. Mr. Blues tiene fede al suo nome https://www.youtube.com/watch?v=7gxeipAjq8Y , su un vorticoso giro creato dall’organo, si inseriscono chitarre dal suono rock e grintoso, e la voce sempre soulful della Pheonyx che mantiene il suo aplomb, mentre Ginty sfoggia un prodigioso solo di organo degno dei grandi dello strumento.

Dopo uno strano intermezzo con un DJ di una radio locale, l’album ci presenta uno dei brani più “morbidi”, una bella ballata pianistica come Priscilla, dove si apprezza ancora la calda vocalità di Aster, di nuovo molto vicina a Susan Tedeschi (e per affinità vocale anche a Bonnie Raitt) https://www.youtube.com/watch?v=cMySu3zgs3c , con Ginty che si cimenta anche alla Melodica. Electric si regge parimenti sulla forte attitudine vocale della ragazza, forgiata da anni di musica on the road e non da qualche improbabile talent show, con John che al solito fa i numeri all’organo, ben spalleggiato in questo caso da un bel lavoro della chitarra in modalità slide. Manca solo Maybe If You Catch Me, dove si vira quasi verso uno stile decisamente jazzy, da torch singer, per confermare la validità e la varietà di questo album, dove una bella voce convive con un pugno di ottimi musicisti che ne evidenziano la qualità con classe e mestiere. Se mi sono spiegato bene ed avete afferrato il genere, e lo amate, non lasciatevi sfuggire questo Rockers, potrebbe rivelarsi una bella sorpresa.

Bruno Conti

Un Altro Dei Tanti “Piccoli Segreti” Del Cantautorato Americano. David Olney – Don’t Try To Fight It

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David Olney – Don’t Try To Fight It – Red Parlor Records

Con sorpresa mi sono accorto che di questo signore, David Olney, oltre quarant’anni di carriera, ventisette album registrati (compreso questo ultimo lavoro) di cui sei dal vivo, dalla nascita di questo “blog” non abbiamo mai recensito un disco, e quindi è giunto il momento di colmare questa grave dimenticanza. Il giovane Olney (nativo di Providence nel Rhode Island), si fa notare a soli 19 anni come leader di un gruppo che gravitava nell’area di Nashville, gli X-Rays, e nonostante un look “da ribelle” e una voce e una grinta alla Bob Seger (che spopolava in quei tempi), il buon David non riuscì ad imporsi sulla scena discografica, costringendolo quindi ad intraprendere una carriera da solista (con alle spalle, come detto, numerosi dischi, incisi con regolarità fin dagli anni settanta), con alcuni pregevoli lavori d’impronta acustica come Eye Of The Storm (78) e Deeper Well (88), passando anche attraverso il rock-boogie vicino a New Orleans nei solchi di Top To Bottom (91), prodotto da Fred James (Freddie And The Screamers), e edito dalla meritoria etichetta lombarda Appaloosa Records. Con l’ottimo Live In Holland (94) arriva il primo disco dal vivo, a cui seguiranno negli anni lavori importanti come Real Lies (97), Trough A Glass Darkly (99), The Well (03), Migration (05), senza dimenticare l’intrigante boxset di 3 EP che comprende Film Noir, The Stone e Robbery & Murder (12), fino ad arrivare ai più recenti lavori in studio Predicting The Past (con un bonus cd retrospettivo sulla sua carriera (13), e When The Deal Goes Down (14).

Per questo Don’t Try To Fight It David Olney (chitarra acustica e armonica), affida la produzione al polistrumentista Brock Zeman (pedal-steel e chitarre acustiche), per una strumentazione per lo più acustica, dove si possono ascoltare echi di valzer, il folk e il blues, che vengono suonati da fior di musicisti locali tra i quali Blair Hogan al basso, chitarre e mandolino, Tyler Kealey alla fisarmonica e pianoforte, Dylan Roberts alla batteria e percussioni, Steve Dawson al dobro, Michael Ball al violino, Wayne Mills al sassofono e alle armonie vocali la brava Kelly Prescott, per una decina di brani composti come sempre da Onley con John Hadley, di cui anche due scritti a quattro mani con due cantautori di cui ho perso da tempo le tracce, Kieran Kane e Kevin Welch. Il disco si apre alla grandissima con l’ottima If They Ever Let Me Out, un bellissimo rock-boogie dai sapori sudisti, impreziosito dalla voce di Kelly Prescott, a cui fanno seguito le atmosfere messicane, con fisarmonica d’ordinanza, di una serenata come Innocent Heart, il blues spettrale e spiazzante di Don’t Try To Fight It (dove si sente lo zampino di Kieran Kane), cantato con voce sgraziata à la Tom Waits da David, per poi passare ad una bellissima ballata elettroacustica come Ferris Wheel. con un arrangiamento “irlandese”composto da violino, dobro, fisarmonica e pedal steel. Si prosegue ancora con un blues inciso come “Dio comanda”, Crack In The Wall, voce in evidenza e chitarra elettrica trascinante, mentre la seguente Situation è una divertente country song; viene rispolverato pure il rock-blues d’annata, con una trascinante Sweet Sugaree, dove si evidenzia la bravura di Wayne Mills al sax, per poi tornare alle dolci atmosfere di Evermore, caratterizzate da un inconsueto binomio tra fisarmonica e cello. Ci si avvia alla fine con il country “bucolico” di una Yesterday’s News, e il blues lievemente sgangherato di Big Top Tornado (che vede come coautore Kevin Welch), eseguito in stile quasi alla John Trudell e affini.

Questo più che arzillo quasi settantenne, deve essere stato scaraventato a sua insaputa nella piscina di Cocoon,  ha avuto nel corso degli anni il riconoscimento di colleghi del calibro di Steve Earle, Emmylou Harris, Johnny Cash, Linda Ronstadt, e anche il meno noto Del McCoury, che hanno inciso e cantato alcune delle sue canzoni, facendolo diventare un artista di “culto”, uno che ha sempre inciso per il piacere di fare musica, senza mai cercare il successo o la visibilità commerciale. Come accennato nel titolo del Post, David Olney rimane un altro dei “grandi dimenticati” della canzone d’autore americana, uno “storyteller” (o cantastorie se preferite) straordinario, un grande visionario dalla voce calda e dal gusto melodico, un “camaleonte” capace di mantenere  negli anni un livello qualitativo elevato nelle sue canzoni che, sono sicuro, molti altri cantautori sopravvalutati (che ci sono purtroppo in giro), farebbero carte false per avere nel proprio repertorio. Questo “artigiano” della canzone d’autore Americana, sebbene nella sua carriera abbia raccolto meno di quello che ha seminato, con questo nuovo Don’t Try To Fight It ha dipinto forse un suo piccolo capolavoro, un disco che merita assolutamente di essere ascoltato, sicuramente un lavoro che tocca svariati generi, ma sappiamo che la buona musica, oltre a non avere età ne tantomeno stagioni non è di solito legata a stili specifici , il che certifica senza alcuna ombra di dubbio che David Olney (uno  che non ha mai fatto un disco brutto), è uno dei tanti tesori nascosti del panorama musicale, e quindi, come diceva il famoso maestro Manzi, non è mai troppo tardi per scoprirlo.

Tino Montanari

Un Disco Più Da “Cantautore Classico”, Ma Sempre Grande Musica! Rodney Crowell – Close Ties

rodney crowell close ties

Rodney Crowell – Close Ties – New West CD

Rodney Crowell è giustamente uno dei più apprezzati songwriters americani, fin dagli esordi nella seconda metà degli anni settanta con i suoi primi tre dischi, album di ottimo Texas country nei quali trovavano spazio le due canzoni per le quali è più conosciuto, Ain’t Living Long Like This (anche il titolo del suo debutto del 1977) e ‘Til I Gain Control Again, ma anche altri brani resi popolari da altri, come An American Dream (Nitty Gritty Dirt Band), Shame On The Moon (Bob Seger) e Stars On The Water (Jimmy Buffett). Crowell è uno di quegli artisti che difficilmente sbaglia un disco, in quanto anche negli anni ottanta, decade di maggior popolarità per lui soprattutto con l’album Diamonds & Dirt, non ha mai perso di vista la qualità; dopo che gli anni novanta lo hanno visto piuttosto nelle retrovie, con il nuovo millennio Rodney ha ricominciato a fare musica con regolarità ed ottimi risultati, grazie a dischi come The Houston Kid, Fate’s Right Hand e The Outsider. L’ultimo suo lavoro da solista (in mezzo ci sono infatti i due bellissimi album con Emmylou Harris, della cui band il nostro è stato in passato chitarrista) è Tarpaper Sky (2014), a mio parere il suo album migliore tra quelli pubblicati negli ultimi quindici anni, un disco ispiratissimo e con alcune tra le sue canzoni migliori come le splendide The Long Journey Home ed il toccante omaggio a John Denver Oh What A Beautiful World; a tre anni di distanza Rodney ci consegna un CD nuovo di zecca, Close Ties, un lavoro molto diverso dal suo predecessore.

Se infatti Tarpaper Sky era contraddistinto da sonorità decisamente countryeggianti e da brani diretti ed orecchiabili, Close Ties è una collezione di canzoni dall’approccio molto più intimo, pacato, chiaramente cantautorale, con una strumentazione in gran parte acustica e la sezione ritmica neppure presente in tutti i dieci brani. L’influenza principale del disco è sicuramente Guy Clark, sia per il tipo di sonorità sia per il fatto che la sua figura è protagonista anche a livello di testi in due dei brani chiave del disco, non nel senso che ne è co-autore ma proprio perché viene nominato: Guy in passato è stato fondamentale per l’inizio della carriera di Crowell, lo ha aiutato a muovere i primi passi (insieme all’amico Townes Van Zandt), e questo Rodney non lo ha certamente dimenticato: Close Ties si può quindi considerare come un sincero omaggio a Clark (ed anche a sua moglie, come vedremo) ad un anno circa dalla sua scomparsa. Tra i pochi sessionmen presenti, vorrei citare almeno Steuart Smith, Tommy Emmanuel, Audley Freed e Richard Bennett, quattro ottimi chitarristi che hanno contribuito in maniera fondamentale alla riuscita del disco (e ci sono anche due duetti vocali che vedremo tra breve). Apre l’album l’autobiografica East Houston Blues, un country-blues acustico dal sapore rurale, caratterizzato da un ottimo intreccio chitarristico tra Rodney ed Emmanuel ed una leggerissima percussione; anche Reckless ha un arrangiamento stripped-down, ma il suono è ricco, con ben tre chitarristi ed un organo a pompa, ed un motivo di ispirazione western piuttosto cupo, ma dal grande pathos, mentre Life Without Susanna, dedicato proprio alla moglie di Clark, ha un ritmo più sostenuto ed un suono corposo, merito anche di un pianoforte e della sezione ritmica: gran bella canzone, comunque.

Niente affatto male neppure It Ain’t Over Yet, una country song discorsiva nel tipico stile del nostro, impreziosita degli interventi vocali di John Paul White e dall’ex moglie di Rodney Rosanne Cash, con una strumentazione parca ma decisamente fluida; I Don’t Care Anymore prosegue con il mood intimista, altra ballata dal passo cantautorale  con un leggero feeling blues ed un crescendo progressivo di sicuro impatto, mentre I’m Tied To Ya è un duetto con Sheryl Crow, un altro slow dal passo malinconico e con i soliti ottimi passaggi strumentali (tra cui uno dei rari assoli elettrici del disco): la bella voce di Sheryl, dal canto suo, aggiunge profondità al pezzo. La pianistica Forgive Me Annabelle è splendida, con una melodia toccante e profonda, cantata con grande sentimento da Crowell, probabilmente il miglior brano del CD, una vera zampata d’autore; ottima anche Forty Miles From Nowhere, limpida e solare e contraddistinta dalla solita classe (e superbo l’accompagnamento di piano e chitarra), mentre Storm Warning è il pezzo più rock del disco, e dimostra che Rodney non ha affatto perso la grinta, ma l’ha solo momentaneamente messa da parte in favore dei sentimenti. Il CD si chiude con Nashville 1972, dal bel testo che rievoca gli inizi del nostro (e nel quale cita Willie Nelson, Townes Van Zandt, Steve Earle, Richard Dobson, Bob McDill e Tom T. Hall, oltre ancora Guy Clark), un’altra bellissima canzone costruita intorno a due chitarre ed un organo, che sarebbe piaciuta molto proprio a Clark: degno finale dell’ennesimo bel disco da parte di Rodney Crowell.

Marco Verdi

Meglio Tardi Che Mai, Quando Meritano! Dori Freeman – Dori Freeman

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Dori Freeman – Dori Freeman – Free Dirt Records

Ecco un altro nome da appuntarsi per chi ama le voci femminili di qualità. Dori Freeman ha esordito con questo CD omonimo ormai all’incirca un anno fa, nel marzo del 2016, ma, come diceva Catalano, meglio parlarne tardi che non parlarne del tutto. Per cui colmiamo questa lacuna spendendo alcune parole di elogio per inquadrare il lavoro di questa cantautrice, che viene dalle colline della Virginia, dove è nata circa 25 anni, e dove attualmente risiede, in quel di Galax. Proviene da una famiglia di musicisti, sia il babbo che il nonno suonavano a livello professionale nell’ambito della grande tradizione della musica degli Appalachi: quindi country e folk music nel DNA di questa cantante, che però nel suo debutto (anche se esisterebbe un autoprodotto Porchlight del 2011, dove partecipava anche il babbo Scott), oltre a mostrare le influenze appena citate inserisce anche diversi elementi di “Americana”, grazie all’intervento come produttore di Teddy Thompson (il figlio di Richard, ma che ve lo dico a fare) e di una pattuglia di ottimi musicisti, guidati da Jon Graboff, alle chitarre e pedal steel, che conosciamo per le sue collaborazioni con Laura Cantrell, Shooter Jennings, Neal Casal, Norah Jones e una miriade di altri, il tastierista Erik Deutsch, anche lui con Jennings, Carrie Rodriguez, Erin McKeown; Alex Heargreaves, già al violino con Sarah Jarosz, è presente in un paio di brani, mentre Jeff Hill, basso e Rob Walbourne, batteria, entrambi del giro della Thompson Family, completano la formazione.

La Freeman tra le sue influenze cita anche Rufus Wainwright , oltre a Doc Watson, Iris Dement, Louvin Brothers, Linda Ronstadt: insomma dai nomi sciorinati finora si intuisce che la musica che andiamo ad ascoltare in questo CD, finanziato con l’ormai immancabile crowdfunding della Kickstarter Campaign, potrebbe riservarci delle piacevoli sorprese. Se vi piacciono Emmylou Harris (di cui riprende qualche anche inflessione vocale), Nanci Griffith, e alcuni dei nomi che ricorrono poco sopra, potreste fare un pensierino su questo disco, magari non vi cambierà la vita, ma la renderà sicuramente più piacevole. Le canzoni gravitano intorno a relazioni amorose, la fine delle stesse, il desiderio di essere indipendenti, ma anche di incontrare anime gemelle, insomma i soliti elementi che animano la buona musica tradizionale, country o folk che sia. All’inizio più folk, come nella delicata elegia di You Say, solo la voce pura e deliziosa di Dori, un basso e una chitarra acustica, molto Griffith o Emmylou nei loro momenti più intimi, e anche nella successiva Where I Stand, dove intreccia delle splendide armonie vocali con il suo produttore Teddy Thompson, in un altro cristallino brano di impianto acustico. Ma anche quando il suono si fa più corposo e entrano gli altri strumenti, per esempio nel country old fashioned e “valzerato” della incantevole Go On Lovin’, dove pedal steel, violino e piano rievocano atmosfere di una purezza senza tempo, mentre lei canta con grande trasporto.

Oppure nella corposa Tell Me, dove il suono si fa più elettrico, ma quasi con riserbo e precauzione, senza esagerare, sempre con garbo e delicatezza, in equilibrio tra antico e moderno. E ancora nella mossa Fine, Fine, Fine, che grazie alle incisive armonie di Thompson, rievoca le collaborazioni di Carlene Carter (la “figlioccia” di Johnny Cash fra pochi giorni di nuovo in pista come partner di John Mellencamp), in terra d’Albione con l’ex marito Nick Lowe e Dave Edmunds, ricordato nello splendido break chitarristico di Jon Graboff. Molto bella anche l’elettroacustica e avvolgente Any Wonder, provvista di una squisita melodia, tra Norah Jones e Natalie Merchant, e qualche tocco delle grandi cantanti pop degli anni ’60. In Ain’t Nobody si tenta anche la strada impervia ed impegnativa del canto a cappella, risolta con ingegno grazie all’accompagnamento provvisto solo dallo schioccare delle dita che rievoca lo spirito di un brano come Sixteen Tons; ancora struggente country music di stampo sixties nella adorabile Lullaby, che ricorda la Norah Jones dei Little Willies, con la twangy guitar di Graboff e il piano di Deutsch in bella evidenza. A Song For Paul, nuovamente in coppia con Teddy Thompson, rivela quell’amore per le canzoni strappalacrime dei Louvin Brothers, mentre la conclusiva Still A Child è di nuovo un tuffo nella migliore country music, con fiddle, piano e pedal steel a carezzare la garbata e classica voce della Freeman che ci riporta alla purezza della tradizione, tramandata alle nuove generazioni.

Una volta si usava il carciofo contro il logorio della vita moderna, ma volendo si può usare anche la (buona) musica.

Bruno Conti

Come Diceva Il Titolo Del Suo Ultimo Cofanetto, Se Ne E’ Andato Anche “L’Uomo Che Cambiò La Chitarra Per Sempre”! Il 15 Aprile E’ Morto Allan Holdsworth, Aveva 70 Anni.

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Sabato 15 Aprile a Vista, California, dove viveva dagli anni ’80, è scomparso Allan Holdsworth, uno dei più grandi chitarristi elettrici della storia, aveva 70 anni, essendo nato a Bradford In Inghilterra, il 6 Agosto del 1946: la causa della morte non è stata rivelata. Molto amato dai suoi colleghi era considerato il “chitarrista dei chitarristi”, in possesso di una tecnica mostruosa e sempre pervaso dalla voglia di sperimentare nuovi attrezzi e tecnologie: tra i primi ad usare il Synthaxe, una chitarra sintetizzatore dalle sonorità strabilianti, Holdsworth era considerato un musicista jazz-rock, se volete jazz fusion, ma aveva iniziato la sua carriera prima negli ‘igginbottoms’s Wrench, poi con i Sunship, avendo il primo segnale di fama con i Nucleus, e sfiorando la notorietà con i Tempest, una band rock progressiva fondata con Jon Hiseman Mark Clarke dei Colosseum: gruppo in cui per un brevissimo periodo suonò insieme a Ollie Halsall, altro luminare della chitarra, nei Patto. 

Allan Holdsworth poi ha suonato nei Soft Machine, nel New Tony Wiiliams Lifetime, dove forse ha rilasciato le sue prove migliori in Believe Million Dollar Legs. E ancora nei Pierre Moerlen’s Gong, con Jean-Luc Ponty, negli U.K., con Bill Bruford Jack Bruce, registrando anche dodici album solisti nella sua carriera. E anche se non lo ha riconosciuto, per beghe legali (in pratica non furono pagati), il suo primo album Velvet Darkness, insieme al secondo i.o.u. e al terzo Metal Fatigue, vengono considerati i suoi dischi migliori, oltre ad Atavachron, il primo dove iniziò a sperimentare il synthaxe. Allan Holdsworth oltre che essere un virtuoso della chitarra suonava anche il violino.

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Aveva suonato dal vivo, ancora ai primi di aprile, come testimonia la foto sopra, per promuovere l’uscita recente del box da 12 CD The Man Who Changed Guitar Forever (dove era escluso Velvet Dakness), edito dalla Manifesto Records e che riproponeva l’intera sua produzione solista, nuovamente rimasterizzata e con alcune tracce extra. Questo è il contenuto completo del box:

[CD1]
1. The Things You See
2. Where Is One
3. Checking Out
4. Letters of Marque
5. Out from Under
6. Temporary Fault
7. Shallow Sea
8. White Line

[CD2]
1. Three Sheets to the Wind
2. Road Games
3. Water on the Brain-Pt II
4. Tokyo Dream
5. Was There?
6. Material Real

[CD3]
1. Metal Fatigue
2. Home
3. Devil Take the Hindmost
4. Panic Station
5. The Un-Merry Go Round (In Loving Memory of My Father)
6. In the Mystery

[CD4]
1. Non-Brewed Condiment
2. Funnels
3. The Dominant Plague
4. Atavachron
5. Looking Glass
6. Mr. Berwell
7. All Our Yesterdays

[CD5]
1. Sand
2. Distance Vs. Desire
3. Pud Wud
4. Clown
5. The 4.15 Bradford Executive
6. Mac Man

[CD6]
1. City Nights
2. Secrets
3. 54 Duncan Terrace (Dedicated to Pat Smythe)
4. Joshua
5. Spokes
6. Maid Marion
7. Peril Premonition
8. Endomorph (Dedicated to My Parents)

[CD7]
1. 5 to 10
2. Sphere of Innocence
3. Wardenclyffe Tower
4. Dodgy Boat
5. Zarabeth
6. Against the Clock
7. Questions
8. Oneiric Moor
9. Tokyo Dream
10. The Un-Merry Go Round (Part 4)
11. The Un-Merry Go Round (Part 5)

[CD8]
1. Prelude
2. Ruhkukah
3. Low Levels, High Stakes
4. Hard Hat Area
5. Tullio
6. House of Mirrors
7. Postlude

[CD9]
1. Countdown
2. Nuages
3. How Deep Is the Ocean
4. Isotope
5. None Too Soon (Part 1)/Interlude/None Too Soon (Part II)
6. Norwegian Wood
7. Very Early
8. San Marcos
9. Inner Urge

[CD10]
1. Son Onofre
2. 274
3. The Sixteen Men of Tain
4. Above and Below
5. The Drums Were Yellow
6. Texas
7. Downside Up
8. Eidolon
9. Above and Below (Reprise)
10. Material Unreal

[CD11]
1. The Duplicate Man (Intro)
2. The Duplicate Man
3. Eeny Meeny
4. Please Hold On
5. Snow Moon
6. Curves
7. So Long
8. Bo Peep
9. Don’t You Know

[CD12]
1. Zone I
2. Proto-Cosmos
3. White Line
4. Atavachron
5. Zone II
6. Pud Wud
7. House of Mirrors
8. Non-Brewed Condiment
9. Zone III
10. Funnels

In questo sito http://www.truthinshredding.com/2017/04/allan-holdsworth-dead-at-70-one-worlds.html sono raccolti i commossi omaggi di molti dei grandi colleghi chitarristi e musicisti in genere, che hanno incrociato la sua strada o ne sono stati influenzati nel corso degli anni. Che possa riposare in pace anche lui!

Bruno Conti

Nuovamente “Blues Delle Colline”: Questa Volta Acustico! Reed Turchi – Tallahatchie

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Reed Turchi – Tallahatchie – Appaloosa/Ird

Prosegue la saga di Reed Turchi, dopo gli album in studio e dal vivo con la sua band Turchi, il disco in duo Scrapyard (con Adriano Viterbini) e il disco solista elettrico, l’ottimo Speaking Tongues http://discoclub.myblog.it/2016/04/04/dal-boogie-blues-del-mississippi-agli-ardent-studios-memphis-reed-turchi-speaking-shadows/ , il musicista americano approda all’album acustico di blues, quindi un ritorno alle origini, al motivo per cui ha iniziato a fare musica, un disco di hill country blues, nudo e puro, solo voce, chitarra (spesso in modalità slide) e un repertorio pescato nella tradizione di alcuni grandi bluesmen classici. Per certi versi spinto a fare questo anche dalla dissoluzione della band che lo aveva accompagnato nell’ultimo tour e disco, i Caterwauls, e dalla morte della nonna, da sempre grande estimatrice della sua musica. Il CD prende il nome da quella zona dello stato del Mississippi dove si trovano le colline e scorre il fiume Tallahatchie, un luogo dove è nata la musica di R.L. Burnside, Otha Turner, Fred McDowell, ma anche la cittadina sul ponte della quale si svolgeva la storia immortalata nella famosa Ode To Billie Joe di Bobbie Gentry. La prima impressione all’ascolto ( e anche la seconda e la terza) è quella di sentire un disco di Robert Johnson, registrato in qualche stanza d’albergo negli anni ’30 dello scorso secolo, senza il fruscio delle registrazioni originali, ma con la presenza negli undici brani (quasi tutte cover rivisitate) dello stesso spirito minimale che pervadeva quella musica, crudo ed intenso. Pochi fronzoli e molta sostanza, un disco che non emoziona con la potenza di suono (che peraltro non eccitava il sottoscritto, chiamatemi un fan della seconda ora o di “riporto”) degli album elettrici, dalle sonorità volutamente distorte e cattive dei Turchi, ma con il fingerpicking o il lavoro al bottleeck di Reed Turchi qui impegnato a “minimalizzare” il suo blues.

Il disco è stato registrato a Murfreesboro nel Tennessee e contiene, come detto sopra, una serie di cover di celebri brani blues, anche se nel libretto interno sono attribuite a Reed Turchi. La traccia di apertura Let It Roll, è un pezzo, credo, di Reed, un brano che ruota attorno ad un semplice giro di chitarra, anche in modalità slide naturalmente, la voce sofferente e trattenuta,  quasi narcotica, pescata dalle radici del blues più “antico”, un leggero battito di piede a segnare il tempo e poco altro, musica che richiede attenzione e che potrebbe risultare ostica all’ascoltatore occasionale. Poor Black Mattie ha un drive più incalzante, un ritmo ondeggiante che ci riporta allo stile del suo inventore, quel Robert Lee Burnside che giustamente i musicisti di quella zona (dai North Mississippi AllStars allo stesso Reed), considerano uno dei loro maestri, uno stile ipnotico e ripetitivo, quasi ossessivo, che poco concede alla melodia; anche la successiva Like A Bird Without A Feather (che giustamente nel titolo, come usa nel blues, perde il Just iniziale dell’originale) è un altro brano di Burnside, contenuto nella colonna sonora di  Black Snake Moan, il film con Samuel L. Jackson,  e sempre per la proprietà transitiva ed incerta delle canzoni pescate dal repertorio del blues del Delta risultava essere scritta dall’attore, un secondo pezzo senza uso della slide, con poco cantato e il lavoro sottile ma efficace dell’acustica di Turchi. Per completare il primo trittico delle hill country songs di Burnside arriva anche Long Haired Doney, quasi atonale nel cantato del biondo (rosso?) Reed, che aggiunge qualche tratto percussivo all’intreccio ossessivo e ripetuto del riff della chitarra acustica, sempre per la teoria del less is more.

Una slide che parte subito per la tangente annuncia l’arrivo di Write A Few Lines, un brano dal repertorio di Mississippi Fred McDowell, una canzone dove sembra quasi di ascoltare i Led Zeppelin acustici del terzo album, per l’atmosfera sonora che rimanda ai Page/Plant più “rigorosi”, e anche loro spesso diventavano “autori” di brani altrui, la versione bianca di una musica che nasce dai neri, ma può essere suonata benissimo anche da dei signori più pallidi, come la storia ha ampiamente dimostrato. Ne sanno qualcosa quegli Stones che hanno fatto del pezzo successivo uno dei loro cavalli di battaglia, stiamo parlando di You Got To Move, altro capolavoro di McDowell, una delle canzoni che rappresenta la vera essenza di questa musica, e che Turchi nella sua versione rende ancor più spoglia dell’originale. Jumper On The Line, di nuovo di Burnside,  un ritmo più movimentato (si fa per dire), ritorna a quel hill country blues basilare e quasi sussurrato in modo religioso dal musicista di Asheville, mi sembra di sentire, con le dovute proporzioni, anche echi del lavoro fatto da John Hammond nei suoi dischi acustici, caratterizzati da un fervore quasi filologico. Ulteriori composizione di R.L. Burnside, l’ipnotica Skinny Woman , che reitera questo approccio rigoroso e minimale, quasi spoglio, della rilettura del lavoro del bluesman nero, un ascoltatore, col tempo trasformatosi in performer e pure John Henry, un brano tradizionale di dubbia attribuzione, una canzone contro la guerra che molti associano al repertorio di Lead Belly, mantiene questo approccio, di nuovo con un riff ipnotico e circolare, suonato alla slide, che poi si stempera nella conclusiva Mississippi Bollweevil, un brano degli “amici” North Mississippi Allstars, che pur spogliato dalla foga della versione elettrica, mantiene il suo approccio grintoso, grazie ancora all’uso del bottleneck insinuante di Turchi. Un disco sicuramente non “facile”, per quanto di ottima qualità e fattura.

Bruno Conti

Torna Il “Cantautore Operaio” Dalla Voce Baritonale! Sean Rowe – New Lore

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Sean Rowe – New Lore – Three Rivers Records /Anti – Self

Il nome di Sean Rowe, per una cerchia ristretta di conoscitori (e i lettori di questo blog sono compresi) è sicuramente sinonimo di garanzia, e questo suo quarto lavoro, dopo ill disco Magic (in tutti i sensi) del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/01/21/con-un-leggero-anticipo-o-in-clamoroso-ritardo-comunque-un-g/ , il successivo bellissimo The Salesman & The Shark (12), passando per le atmosfere soul e blues del penultimo Madman (14) http://discoclub.myblog.it/2014/09/26/il-difficile-terzo-album-barbuto-indie-rocker-gran-talento-sean-rowe-madman/ , conferma il barbuto Sean un cantautore atipico nel nuovo panorama musicale americano. Come al solito (e sempre più frequentemente accade), anche questo New Lore vede la luce attraverso la raccolta fondi “Kickstarter”, e il fatto che il disco, sotto la valida produzione di Matt Ross-Spang (vincitore di un “Grammy” con Jason Isbell) sia stato registrato nei mitici e leggendari Sun Studios di Memphis, mi fa pensare che la sottoscrizione sia andata benissimo.

Con le pareti piene di ricordi di Elvis Presley, Johnny Cash, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis, e di tanti altri che volutamente evito di citare, Sean Rowe, voce, armonica e fisarmonica, si avvale come al solito di validi musicisti tra cui Ken Coomer alla batteria e percussioni, Richard Ford alla pedal steel, David Cousar alle chitarre elettriche, Dave Smith al basso, Rick Steff alle tastiere e piano, senza dimenticare la forte presenza di una sezione d’archi composta dal cello di Elen Wroten, dal violino di Gaylon Patterson e dalla viola di Neal Shaffer, il tutto “ingentilito” ai cori dalle voci di Reba Russell, e della bravissima Susan Marshall (mitica cantante dei Mother Station).

La voce è quella solita, pastosa e baritonale, e l’iniziale Gas Station Rose e la sua perfetta fusione tra chitarra acustica e pianoforte è una buona partenza, cui fanno seguito i cori e il violino di una intrigante The Salmon, una ballata pianistica come Promise Of You (dai cori leggermente gospel), e il doloroso lamento di I’ll Follow Your Trail, sugli scarni arpeggi di una chitarra acustica. Il flusso di emozioni che si respira nelle canzoni di Rowe, si manifesta nel songwriting di una ispirata The Wine,  per poi passare al soul-blues con coretti di Newton’s Cradle  (uno dei brani meno riusciti del disco), mentre le cose vanno decisamente meglio con una ballata alla Van Morrison (anche nel lungo titolo) come I Can’t  Make A Living From Holding You, e con i toni sofferti e romantici di un’altra “kilometrica” It’s Not Hard To Say Goodbye Sometimes. La parte finale è affidata al blues scarno e polveroso di You Keep Coming Alive, e all’armonica che accompagna le note acustiche di una dolente The Very First Snow, degna conclusione di un lavoro che racconta storie di solitudine e speranza.

Questo barbuto e corpulento signore probabilmente non sarebbe fuori luogo ad un raduno della mitica  Harley-Davidson, è un comunque un cantautore, a parere di  chi scrive, che sembra condensare tutti i grandi nomi della tradizione  dei “songwriters” classici americani, merito certamente della sua voce assolutamente unica (tra le la più calde dell’attuale cantautorato americano), ma anche del suo tocco chitarristico esclusivamente in stile “picking”, con una scrittura mai banale che dispensa canzoni dolci e disperate, che narrano di storie vere e di passioni, cantate tra bottiglie di Jack Daniel’s ormai vuote. In conclusione, se il valore di un artista viene giudicato esclusivamente sulla base del successo commerciale ottenuto, il buon Sean avrebbe dovuto cambiare mestiere da tempo, ma chi crede nella musica che proviene dal cuore e dal profondo dell’anima, in questo ultimo New Lore (anche se non raggiunge i livelli dei primi due dischi), e in Sean Rowe, può trovare un’artista genuino e coerente, che potrà riservare piacevoli sorprese anche in futuro.

NDT: Leggo in questi giorni recensioni abbastanza contrastanti su questo disco, ma per chi ancora non lo conosce, rimane assolutamente da scoprire, magari partendo dai citati primi album.!

Tino Montanari