Due Slide Sono Sempre Meglio Di Una, Nuova Puntata. Delta Moon – Cabbagetown

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Delta Moon – Cabbagetown – Jumpin’ Jack Records

Qualcuno ha definito la loro musica “una voce, un groove e due chitarre slide”! E mi sembra fotografi alla perfezione il loro stile, ormai forgiato da una serie di nove album (alcuni anche usciti in Europa con titoli e copertine diverse, più un paio di Live antologici):    http://discoclub.myblog.it/2012/06/07/due-slide-son-meglio-di-una-delta-moon-black-cat-oil/  potremmo aggiungere che in qualche brano la voce non c’è e che siamo, naturalmente, dalle parti delle 12 battute del blues (elettrico). I due leader, chitarristi ed autori dei brani, sono sempre Tom Gray, a tratti impegnato anche all’elettrica in modalità normale, ma più spesso alla lap steel suonata con la barretta d’acciaio, nonché voce solista, mentre Mark Johnson è il “maestro” della bottleneck classica,  entrambi affiancati dal bassista haitiano Franher Joseph (un omone nero impassibile che è una via di mezzo tra il laconico Bill Wyman, come stile e Clarence Clemons fisicamente) e dal batterista Marlon Patton, che si occupa anche della parte tecnica in questo Cabbagetown, ma non sempre è in tour con loro.

Come al solito, in alcuni brani, la band utilizza anche delle voci femminili di supporto, Kyshonna Armstrong e Susannah Masarie, presenti proprio nei due brani che aprono il CD: Rock And Roll Girl, dove Johnson è impiegato alla slide, mentre Tom Gray è la voce solista, rauca e vissuta (vagamente tipo l’ultimo Stephen Stills o JJ Cale, per avere una idea) oltre che autore del brano, così come dei tre successivi, un brano dove la band, anche grazie alle due ragazze che ci danno dentro d’impegno, accentua, come da titolo, l’aspetto rock della loro musica, sempre con la guizzante slide che è l’elemento portante del sound. E pure la successiva The Day Before Tomorrow rimane su queste coordinate sonore, brani brevi e compatti, tutti tra i tre i quattro minuti, elementi roots comunque spesso presenti, anche chitarre acustiche a rendere più corposi gli arrangiamenti, ma è il lavoro della slide quello caratterizzante, pensate ad uno stile alla John Hiatt, con Landreth o Cooder alla chitarra , anche se la voce, come detto, purtroppo non è a quei livelli ovviamente, siamo più dalle parti oltre che del citato JJ Cale anche del primo Billy Gibbons. Il blues sale al proscenio per l’elettroacustica Just Lucky I Guess, un po’ di swamp, il contrabbasso a scandire il tempo con la batteria, e le due chitarre meno “elettriche del solito”. Ma è quando il gruppo lavora sulle twin guitars in modalità slide che il suono decolla, come nella mossa Coolest Fools, dove i ritmi ricordano quelli della Louisiana e la Masarie aggiunge la sua voce a quella di Gray.

Refugee, firmata dalla band al completo, gioca ancora su un groove ciondolante con elementi gospel, una vocalità corale e parlata, e Gray che si doppia anche al piano per l’occasione, mentre le due ragazze vivacizzano la parte cantata. Mad About You ha un ritmo più incalzante, un groove rotondo di basso, un piano elettrico aggiunto e le “solite” chitarre ad intrecciarsi in assoli sempre piacevoli. Il centerpiece del disco è una poderosa rilettura di Death Letter di Son House, l’unico brano che supera i sei minuti, con l’armonica di Jon Liebman aggiunta alle procedure, e le due chitarre veramente “minacciose”, come pure le voci, fino alla vorticosa improvvisazione degli strumenti solisti nella parte finale del brano, sempre con il groove al centro dell’arrangiamento. 21st Century Man è un altro potente blues elettrico, sembra quasi un brano di Robert Johnson in versione southern rock-blues (d’altronde vengono dai sobborghi di Atlanta, Georgia), un bel riff ricorrente di chitarra e il piano ancora una volta elemento aggiunto nell’arrangiamento guizzante. Tom Gray passa all’armonica e Joseph al contrabbasso per il country-blues strumentale di Cabbagetown Shuffle, con le slide questa volta in modalità acustica. Sing Together sempre firmata coralmente dalla band, è un altro esempio del loro Delta blues elettrico e ad alta densità, con le chitarre che si dispiegano nella consueta ed immancabile versione a tutto bottleneck.

Visti di recente, ad aprile, in concerto al Nidaba a  Milano, dal vivo sono veramente fantastici.

Bruno Conti

                

Una Piccola Grande Band Dalla Georgia Per Una Musica Sudista “Diversa”. The Whiskey Gentry – Dead Ringer

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The Whiskey Gentry – Dead Ringer – Pitch-A-Tent CD

Lo dico subito così mi tolgo il pensiero: questo disco è stata una folgorazione. Avevo già sentito nominare i Whiskey Gentry, ma non avevo mai approfondito più di tanto, e l’ascolto di Dead Ringer mi ha messo di fronte ad una band superlativa, una delle più talentuose tra quelle scoperte ultimamente. I WG sono un sestetto proveniente da Atlanta, Georgia, e hanno già tre album alle spalle (due in studio più un live), ma non fanno southern rock: il loro filone è quello dell’alternative country, anche se detto così potrebbe sembrare riduttivo, in quanto i ragazzi sanno suonare di tutto, dal country, al rock, al bluegrass al rock’n’roll, e con una forza incredibile. I leader sono Lauren Stanley Morrow, voce solista e chitarra, e Jason Morrow, chitarra solista, i quali nella vita sono anche marito e moglie: il resto del gruppo è formato da Sam Griffin (basso), Carlton Owens (batteria), Chesley Love (banjo e fisarmonica) e Rurik Nunan (violino), coadiuvati da due collaboratori che possiamo considerare quasi membri onorari, cioè Michael Smith al mandolino e Les Hall, che produce anche il disco, al piano, organo e chitarre. Dead Ringer arriva tre anni dopo il loro lavoro precedente, Holly Grove, ed è una vera bomba: dodici canzoni, dieci originali e due covers, suonate con una foga da garage band, ma con una pulizia sonora ed una tecnica da veterani.

La loro base di partenza è chiaramente il country, ma non disdegnano di arrotare le chitarre quando serve, e la sezione ritmica picchia spesso duro; tanta energia non è però fine a sé stessa, in quanto i sei hanno anche un’ottima capacità di scrittura ed un feeling enorme, un suono personale e, in definitiva, non assomigliano a nessuno pur ispirandosi ai classici del genere: se proprio dovessi fare un nome direi Old Crow Medicine Show, ma rischierei di portarvi fuori strada, in quanto la band di Secor e Fuqua ha sì lo stesso tipo di energia, ma un sound decisamente meno elettrico. Per avere un’idea basta sentire la canzone che apre l’album, la potente Following You, una vera e propria rock song anche se non mancano violino e banjo, ma le chitarre sono elettriche e la batteria pesta secco: semmai l’elemento gentile è fornito dalla voce di Lauren e dal refrain delizioso ed immediato. Splendida poi Rock & Roll Band, country-rock purissimo dal ritmo saltellante, quasi alla Johnny Cash, e voce perfettamente in parte, in una parola irresistibile (la strumentazione qui è perlopiù acustica, ma la forza e l’energia sono immutate); la limpida Looking For Trouble è una ballata tersa e diretta, ancora caratterizzata da un ottimo gusto melodico e dallo splendido finale chitarristico quasi psichedelico, che mostra l’alto livello di creatività dei nostri.

La mossa Dead Ringer è puro country, quasi alla maniera texana, godibile dalla prima all’ultima nota, Paris ha una chitarra nervosa che aggredisce da subito ed una ritmica velocissima, un bluegrass elettrico suonato con la grinta di una punk band, con una serie di assoli che lasciano a bocca aperta: i ragazzi uniscono forza, feeling, umorismo (parte della canzone è in un francese sgangherato) e tecnica sopraffina, e questo fa la differenza; la lenta e toccante Kern River, un brano non molto noto di Merle Haggard, è un’oasi gradita, mentre con Martha From Marfa riprende il godimento, uno squisito uptempo country-rock che coinvolge fin dai primi accordi, altro brano che ci ritroviamo senza accorgerci a suonare e risuonare. Che dire di Say It Anyway: inizia con un banjo strimpellato, ma subito dopo ti travolge con il suo ritmo sostenuto e le chitarre rockeggianti, lasciandoti col fiato corto, mentre Drinking Again è un honky-tonk elettrico, ma il ritmo non molla di un centimetro, e si candida come una delle più godibili ed immediate (mi fa quasi venire voglia di una birra, peccato che mentre la ascolto sono solo le dieci di mattina). Seven Year Ache, scritta da Rosanne Cash, è una scintillante ballata, ariosa, fluida ed accattivante; dopo tanta energia il CD si chiude con due pezzi lenti, l’intensa Is It Snowing Where You Are? e la spoglia If You Were An Astronaut, che vede in scena solo Lauren e la sua chitarra.   Non servono altre parole per commentare la musica dei Whiskey Gentry: mettete Dead Ringer nel lettore, e vi assicuro che farete fatica a toglierlo.

Marco Verdi

Il Nuovo Capitolo Del “Cantore” Della Solitudine. Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles

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Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles – Gypsy Eyes Music

Da quando è tornato sobrio, esclusivamente per merito di sua moglie Cindy, il buon Malcolm Holcolmbe sembra rinato a nuova vita musicale, incidendo periodicamente negli ultimi anni una serie di ottimi lavori come Down The River (12), Pitiful Blues (14), The RCA Sessions (15), e Another Black Hole (16), tutti recensiti da chi scrive, su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2016/03/09/leggenda-dellunderground-americana-malcolm-holcombe-another-black-hole/ . Di conseguenza, di questo signore e della sua vita avventurosa, i lettori di questo blog sanno già tutto, quindi tralascio di ripercorrere per l’ennesima volta le sue note biografiche e la sua carriera, che lo hanno portato ad incidere questo undicesimo album in studio. Una delle prime cose che si nota ascoltando Pretty Little Troubles, è il forte contrasto tra la musica e la voce di Malcolm, e questo lo si deve in gran parte al noto polistrumentista e produttore Darrell Scott (autore in passato di svariati ottimi lavori solisti), che ha radunato negli Outlaw Music Sanctuary Studios in quel di Crawford nel freddo Tennessee, una serie di eccellenti musicisti, tra i quali il fidato Jared Tyler al dobro, mandolino e voce, Verlon Thompson alle chitarre acustiche e slide, Marco Giovino alla batteria, Dennis Crouch al basso, Joey Miskulin alla fisarmonica, e il bravo Kenny Malone alle percussioni, senza dimenticare il contributo di stagionati turnisti di area come Jelly Roll Johnson, Mike McGoldrick, e Jonathan Yudkin,  tutti impegnati ad assecondare Holcombe e la sua chitarra, suonata come sempre con il suo personalissimo “fingerpicking”.

I “piccoli problemi” di Malcolm si aprono  sulla sorprendentemente “bluesy”  Crippled Point O’View, con un arrangiamento leggermente funky, a cui fanno seguito la commovente Yours No More (dedicata agli immigrati, il country-folk quasi da “campi di cotone” di una briosa Good Ole Days, la sofferta elegia di Outta Luck, con in sottofondo l’armonica di Jelly Roll Johnson. Troviamo anche l’atmosfera “zingaresca” della bellissima South Hampton Street, dove oltre alla voce di Holcombe svetta la fisarmonica di Miskulin, come pure nella seguente splendida ballata Rocky Ground, mentre la title track Pretty Little Troubles è di nuovoun moderno blues acustico, eseguito come lo avrebbe suonato il bravo Steve Seasick, per poi passare alla divertente Bury, England, dove il dobro di Jared Tyler gareggia in bravura con la chitarra di Malcolm. Il sound spoglio e acustico di Pretty Little Troubles si manifesta anche nella chitarra e voce di Damm Weeds, per poi ampliarsi con una strumentazione da brano  celtico come in The Eyes O’Josephine, una ballata romantica popolare senza tempo, e avviarsi alla fine dei “problemi” con una rustica e incalzante The Sky Stood Still, valorizzata alle corde dal bravo Jonathan Yudkin, e chiudere con gli accordi crepuscolari di una intima e scarna We Struggle.

Questo “signore” ormai lo ascolto da oltre vent’anni, e oggi come ieri Malcolm Holcombe mi pare un cantautore apparentemente di un’altra epoca, in quanto principalmente il nostro in fondo è un musicista di montagna, che scrive canzoni sempre intriganti (soprattutto quelle basate sulle proprie esperienze), con una voce che raschia in gola e raccoglie ogni suono, partendo dal primo Dylan, passando per Johnny Cash, e finendo con il Tom Waits più notturno. Amato da molti musicisti (in primis da Steve Earle e Lucinda Williams) e riconosciuto dalla critica internazionale, Holcombe si conferma un artista essenziale nel proporre il suo “talkin’ blues”, raccontando storie di provincia che lui vive sulla propria pelle (come in questo ultimo Pretty Little Troubles), cantate con voce calda e profonda, con risultati che lo innalzano ancora una volta alla pari dei grandi storytellers americani, e verso il “gotha”, se esiste, dei cantautori di culto!

Tino Montanari

Ancora Eccellente Blues “All’Italiana”! T-Roosters – Another Blues To Shout

T-Roosters Another Blues To Shout

T – Roosters  – Another Blues To Shout – Holdout’n Bad/Ird

Non sono passati neppure due anni dal precedente Dirty Again http://discoclub.myblog.it/2015/09/08/la-via-italiana-al-blues-2-t-roosters-dirty-again/  ed ecco pronto il nuovo album dei T-Roosters, Another Blues To Shout, sempre con la classica formazione a quartetto, anche se con un nuovo bassista, Lillo Rogati, che affianca il classico trio di Tiziano Tiz “Rooster” Galli, voce solista e chitarre, Marcus “Bold Sound” Tondo alla armoniche (o se preferite Mississippi Sax) e Giancarlo Cova alla batteria. Rispetto al precedente album sono spariti gli “esperimenti” con tromba, piano, organo e contrabbasso con l’archetto, a favore di un suono più classico e compatto, al solito tra boogie, shuffles, ballate lente e qualche leggero tocco soul, un menu immancabile nei praticanti delle 12 battute, e al solito, se devo esprimere un parere, ma scrivo per quello, e quindi lo dico di nuovo, il sound al sottoscritto ricorda, a tratti, quello dei Canned Heat dell’epoca d’oro, tra serrati boogie che risvegliano pure ricordi di Hound Dog Taylor o del Thorogood più sanguigno, oltre a groove che risalgono ai bluesmen neri più canonici e a qualche loro controparte più pallida nel colore della pelle, benché sempre legata alla grande tradizione del miglior blues elettrico.

Come di consueto i brani sono tutti originali, con Paolo Cagnoni che scrive i testi, amari e poco inclini all’ottimismo, e cura anche la co-produzione del CD con Galli. Tredici brani, in tre dei quali, quasi inevitabilmente, nel titolo ricorre la parola “Blues”, ma in tutti scorre e fluisce la passione per questa musica; che sia il boogie tra ZZ Top e Canned Heat dell’iniziale Lost And Gone, con un riff insistito della chitarra che lascia spazio all’armonica di Tondo, agile e vibrante, mentre Tiziano Galli si conferma cantante intenso ed in possesso di una bella voce, oltre che chitarrista eclettico, oppure l’intenso folk-blues della cupa Morning Rain Blues che scivola lungo le rive del Mississippi fino alle colline. I Wanna Achieve The Aim è un blues-rock lento e tirato dove Galli si sdoppia alle chitarre per un’altra potente razione di cadenzato electric blues, dove la solista è ben spalleggiata dall’armonica e la band mostra la sua passione per le 12 battute in modo chiaro. On This Life Train, tra pesci gatto e pescatori assonnati, ci porta ancora sui territori cari ai Canned Heat, con un bel groove rotondo del basso che ancora il suono e c’è anche il primo intervento della solista in modalità slide. E anche Naked Born Blues rimane in questo mood incalzante, con il ritmo che sale in un crescendo irresistibile grazie anche alle evoluzioni dell’armonica e ai tocchi felpati e minimali della chitarra che poi libera un breve solo nel finale del brano. Sugar Lines è più elettroacustica e raccolta, ma sempre incalzante, mentre la lunga Beale Street Bound, ci porta in una delle strade più famose di Memphis, per l’immancabile slow lancinante che non può mancare in qualsiasi disco blues che si rispetti, e armonica e chitarra si sfidano e si intrecciano come vuole il canovaccio del genere.

Livin’ On Titanic, buia e cupa, dipinge un mondo quasi senza speranza, che sta per affondare come il famoso transatlantico, il tutto a tempo di shuffle, con l’armonica di Tondo ancora in bella evidenza; e pure in Black Stars Blues non è che l’ottimismo prevalga, ma d’altronde il blues ha sempre raccontato storie dure e spesso con poche speranze, e il bottleneck iniziale minaccioso in questo brano è molto pertinente all’atmosfera scura e ombrosa del pezzo, con il titolo della canzone ripetuto coralmente e ossessivamente da tutta la band. Mentre l’atmosfera sonora poi si stempera nella ballata corale e quasi hendrixiana di Still Walkin’ Down South, con una slide insinuante che poi si impadronisce del brano nella seconda parte, al solito ben sostenuta dal soffio vigoroso dell’armonica. E poi arriva il wah-wah a manetta di una violenta e selvaggia Missing Bones, altro episodio doloroso e poco consolatorio di un disco che a livello testuale offre poche speranze all’ascoltatore, ma hey ragazzi, è il blues! Per fortuna che nel boogie scatenato di The Way I Want To Live Cagnoni ci ricorda che siamo tutti destinati a diventare vecchi, e su queste “note di speranza” Galli e Tondo inscenano un altro bel duetto armonica-chitarra. Finale romantico con una bella I’m Rolling Down Away, ballata malinconica, quasi con accenti soul, anche se il blues prevale nel mood della canzone, grazie all’immancabile duopolio dei due solisti che si dividono democraticamente gli spazi, come peraltro accade in tutto il disco. Non dominerà l’ottimismo ma la buona musica comunque non manca.

Bruno Conti  

Il Ritorno Di Uno Dei Gruppi Simbolo Del Pop Anni Sessanta! Procol Harum – Novum

procol harum novum

Procol Harum – Novum – Eagle Rock/Universal CD

Siccome una bella celebrazione per i cinquant’anni di attività non la si nega a nessuno, a maggior ragione è d’uopo quando si parla di uno dei gruppi britannici più popolari della seconda metà degli anni sessanta, i Procol Harum. A voler essere pignoli, la band guidata da Gary Brooker è stata veramente attiva soltanto per una decade, con occasionali reunion successive per dischi e tour (principalmente 1991 e 2003, anni nei quali hanno pubblicato rispettivamente i buoni The Prodigal Stranger e The Well’s On Fire), anche se, pur con i molteplici cambi di formazione, solo negli anni ottanta i nostri sono stati completamente assenti come gruppo. Da sempre depositari di un suono particolare, molto melodico e con influenze classicheggianti e caratterizzato dall’organo suonato da Matthew Fisher e dal pianoforte di Brooker (ma occasionalmente capaci di vere scorribande chitarristiche, soprattutto nel periodo in cui alla sei corde c’era l’eccellente Robin Trower), per molti ascoltatori occasionali ancora oggi i PH sono soltanto una one hit wonder, il cui successo è legato al loro debut single, la strepitosa A Whiter Shade Of Pale, uno di quei pezzi che tutti sulla terra hanno ascoltato almeno una volta (e molto popolare anche da noi grazie alla cover dei Dik Dik, Senza Luce). E’ vero che il brano è stato il loro unico numero uno, ma negli anni i nostri hanno prodotto altre canzoni degne di nota come Homburg, A Salty Dog, Conquistador, Shine On Brightly, tanto per citare le più conosciute. Il loro suono, come già detto, era molto influenzato dagli studi classici di Brooker, abbastanza evidenti nella stessa A Whiter Shade Of Pale (il cui riff di organo riprendeva l’aria sulla quarta corda di Bach), ma anche in Homburg, nella suite In Held ‘Twas In I e nella versione rock del Blue Danube di Strauss (o nell’album del 1995 The Long Goodbye, nel quale alcuni dei loro brani più noti venivano riarrangiati in versione orchestrale), ma gli elementi rock e progressive non mancavano, come testimoniano alcuni tour de force come ad esempio lo splendido strumentale Repent Walpurgis.

Il tutto completato dai testi poetici e sognanti del paroliere Keith Reid, vero e proprio membro aggiunto della band (un po’ quello che era Robert Hunter per Jerry Garcia). Novum è il nuovo lavoro dei PH, un disco nuovo di zecca, il primo di studio dopo 14 anni, e di cui si parlava già da qualche mese, la cui copertina si ricollega volutamente a quella del loro primo album del 1967, l’omonimo Procol Harum, nonostante l’unico vero membro originale sia proprio Gary Brooker (gli altri sono con lui solo dagli anni novanta, e cioè Geoff Whitehorn alle chitarre (bravissimo, prima negli If, poi a lungo con Roger Chapman), Matt Pegg al basso, Josh Phillips all’organo e Geoff Dunn alla batteria, quest’ultimo nella band dal 2006): il suono tra l’altro non ricalca pedissequamente quello per il quale i nostri sono diventati famosi, anche se siamo in presenza comunque di un pop-rock decisamente raffinato, ma le digressioni nel prog sono decisamente limitate, ed i nostri dimostrano di non volersi sedere sugli allori riciclandosi all’infinito, ma cercando di proporre qualcosa di più moderno, con canzoni comunque di ottimo livello ed un sound forte e cristallino garantito dalla produzione classica di Dennis Weinreich. Brooker è ancora in possesso di una gran voce, ed il disco, pur non essendo un capolavoro che passerà alla storia, è un riuscito omaggio fatto da Brooker alla band che lo ha reso famoso, fatto con gusto e classe, un ottimo antipasto al tour celebrativo che li vedrà in giro per l’Europa (Italia inclusa) da Maggio ad Ottobre. Prima di partire con la disamina degli undici brani di Novum, un’importante annotazione: questo è il primo disco della storia del gruppo a non avere i testi scritti da Reid, bensì da Pete Brown, noto per la sua collaborazione nei sixties con i Cream (in particolare con Jack Bruce), ed autore tra le altre delle liriche di I Feel Free, Sunshine Of Your Love e White Room.

I Told You si apre su dolci note di piano, ma poi entra la band in maniera potente ed il brano diventa una fulgida e ritmata ballata dal leggero sapore soul-rock (e Gary canta benissimo), un pezzo con pochi contatti col passato ma diretto ed ineccepibile; bella Last Chance Motel, una fluida rock ballad dalla melodia cristallina e dal suono pieno, con il piano di Brooker suonato “alla Roy Bittan” e la solita prova vocale notevole. Image Of The Beast è viceversa un classico rock-blues di scuola British, un genere poco esplorato in passato dai nostri, con però aperture melodiche non scontate, un accompagnamento grintoso ed ottimi interplay tra chitarra, piano ed organo (anche se in alcuni momenti sembra di sentire i Toto, però quelli meno sfacciatamente AOR), mentre Soldier, a parte l’arrangiamento moderno, è uno slow classico e dal motivo toccante, nobilitato dalla voce soulful di Gary, a differenza di Don’t Get Caught che è una pop song raffinata e suonata in maniera impeccabile, ma tutto sommato non indispensabile. Deliziosa invece Neighbour, vivace e saltellante brano di stampo folk-rock, dalla melodia coinvolgente e con tanto di organo farfisa come strumento solista, con l’aggiunta di un ritornello quasi da sea shanty marinaresco; Sunday Morning è il primo singolo del disco, uno struggente lento pianistico, forse il pezzo più classicamente Procol Harum della raccolta, con una melodia splendida pur nella sua semplicità, una batteria scandita in maniera marziale e con feeling e mestiere che vanno a braccetto: indubbiamente uno degli highlights del CD. Businessman è invece uno dei pezzi più rock, introdotto da un potente riff chitarristico, ritmo in crescendo e la solita ottima prestazione di Brooker, sia alla voce che al pianoforte, niente male neppure questa; anche Can’t Say That prosegue sul tema, essendo un boogie-rock-blues ancora con chitarra e piano sugli scudi, un tipo di musica che Brooker e soci dimostrano di avere perfettamente nelle loro corde (e la jam finale è da applausi). Il CD termina con The Only One e Somewhen (quest’ultima con Gary da solo, voce e piano, e pure uno dei rari pezzi in cui ha scritto anche il testo), altre due sontuose ballate pianistiche, un genere nel quale i nostri sono maestri.

Non so se Novum sarà il canto del cigno dei Procol Harum, ma se così fosse avremo avuto un congedo fatto con classe, buon gusto e rispetto per la loro storia.

Marco Verdi

Comunque Lo Si Giri Un Gran Bel Disco! Samantha Fish – Chills & Fever

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Samantha Fish – Chills And Fever – Ruf Records

All’incirca ogni paio di anni la giovane chitarrista e cantante di Kansas City si presenta con un nuovo album e ogni volta cerca di stupire il proprio pubblico con proposte sempre fresche, varie ed accattivanti. Dopo i primi due album prodotti da Mike Zito (ma c’era stato anche un disco dal vivo autoprodotto Live Bait, che l’aveva fatta conoscere ai tipi della Ruf), inframezzati da un paio di album della serie Girls With Guitars, nel 2015 Samantha Fish si era trasferita in quel di Memphis, Tennesse (ma non solo, anche Louisiana e Mississippi) per registrare sotto la produzione di Luther Dickinson l’eccellente Wild Heart, un disco che univa lo stile più rock ed immediato dei primi due dischi, con le radici roots e blues del nuovo album, dove accanto alle notevoli doti di chitarrista metteva in mostra anche un costante miglioramento dal lato vocale, con influssi soul nel suo cantato http://discoclub.myblog.it/2015/06/10/giovani-talenti-si-affermano-samantha-fish-wild-heart/ .

Passano altri due anni e per questo nuovo Chills And Fever la troviamo in quel di Detroit, Michigan, sede ai tempi della gloriosa Tamla Motown, ma anche di una florida scena rock, e poi, in tempi più recenti, di una nuova ondata di talenti in ambito garage-rock e neo-soul: con la produzione di Bobby Harlow, vecchio sodale di Jack White agli inizi della loro carriera a Detroit, nei Go,  impegnato anche con altre band del circuito alternativo locale, tra cui i Detroit Cobras, gruppo etichettato come “Garage Rock Revival, e che, anche se non pubblicano nuovi album da una decina di anni, sono tuttora in attività, come testimonia la loro presenza nel nuovo disco della Fish: ben quattro di loro, Joe Mazzola alla chitarra ritmica, Steve Nawara al basso, Kenny Tudrick alla batteria e Bob Mervak, al piano elettrico e organo, innervati da un paio di fiati ingaggiati in quel di New Orleans, Mark Levron alla tromba e Travis Blotsky al sax. Lei si è infilata in un corpetto sexy, un paio di pantaloni leopardati e armata della sua chitarra elettrica ci regala un ennesimo disco di valore, dove tutti gli elementi citati ci sono, ma il risultato è un album dove il suono si nutre di soul, R&R, qualche deriva garage e punk, ma solo nell’attitudine, visto che il CD ha un sound molto raffinato e ricco di elementi vintage, attraverso una nutrita serie di cover che pescano nel passato, con la voce della brava Samantha sempre più autorevole e ricca di mille nuances.

L’apertura è affidata ad una scintillante He Did It, un vecchio brano delle Ronettes che era anche nel repertorio dei Detroit Cobras, con i vorticosi interventi della chitarra, un ritmo incalzante, i fiati sincopati, la voce pimpante della Fish, veramente splendida, e un’aria di festa e good time music che mettono subito l’ascoltatore in una gioiosa condizione d’animo. La title track, anche se forse non provoca “brividi e febbre”, è una vera delizia nu-soul, più che alla versione di Tom Jones di inizio anni ’60,  si ispira allo stile sexy e felpato della Amy Winehouse del periodo in cui era accompagnata dai Daptones, con piano elettrico e fiati che affiancano la voce felina della brava Samantha, che inchioda anche un breve e misurato solo della sua solista in modalità wah-wah; e pure Hello Stranger, con un organo alla Timmy Thomas, ed uno splendido e raffinatissimo arrangiamento soul, rimanda all’originale di Barbara Lewis, un’altra musicista nativa di quell’area, con la voce della nostra amica sempre accattivante e un intervento della solista di gran classe. It’s Your Voodoo Working, è stata una hit minore per tale Charles Sheffield, cantante R&B misconosciuto della Louisiana, una ulteriore piccola perla di questo Chills And Fever, musica che fa muovere mani e piedi, senza dimenticare il lavoro sempre di fino della chitarra.

Hurt’s All Gone, scritta da Jerry Ragovoy, la faceva Irma Thomas, ed è uno splendido midtempo di stampo soul, con fiati e chitarra sempre incisivi, mentre ignoro di chi fosse You Can’t Go, ma è un altro vorticoso errebi dove tutto fila a meraviglia, soprattutto la chitarra di Samantha. Either Way I Lose era nel repertorio di Nina Simone, e questa versione cerca di mantenere, riuscendoci, lo stile raffinato della grande cantante nera, Never Gonna Cry è un’altra oscura rarità di tale Ronnie Dove (?!?), una malinconica love ballad di stampo sixties, che fa il paio con Little Baby, un brano che ha il ritmo e la stamina della famosa Shout degli Isley Brothers, incalzante e irresistibile, con il lavoro della solista sempre perfetto. Che altro aggiungere? Crow Jane è il vecchio pezzo di Skip James, con la Fish alla cigar box guitar, per l’unica concessione al blues puro, ma anche le restanti Nearer To You, You’ll Never Change, la lunga Somebody’s Always Trying, con un assolo di chitarra micidiale, e la cover del vecchio successo di Lulu I’ll Come Running Over, quasi alla Blues Brothers, sono altri ottimi esempi di soul e R&B suonati e cantati con piglio e convinzione, Non si sa se apprezzare di più il lavoro della voce, della chitarra o la produzione di Harlow. Comunque lo si giri un gran bel disco.

Bruno Conti

Nella Vecchia Fattoria…! Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

over the rhine live from the edge of the world

Over The Rhine – Live From The Edge Of The World – Great Speckled Bird – 2 CD Limited Edition

Fin dalla prima volta che li ho visti dal vivo, e precisamente a Chiari (BS), se non ricordo male nel lontano 2001, ho subito pensato che c’era più di una ragione che accomunava gli Over The Rhine ai Cowboy Junkies: ballate lente, malinconiche, costruite su un gioco di coppia complice e silenzioso che, oggi come ieri, sono unicamente nelle corde di due personaggi dalle chiarissime idee musicali, come la brava cantante Karin Bergquist e il bravissimo polistrumentista Linford Detweiler (coppia in arte come pure nella vita), con la differenza che il suono dei primi è fondato sulla voce di Karin e le tastiere di Linford, (più folk), mentre quello dei secondi gira attorno ai fratelli Timmins, la bella Margo e Michael, rispettivamente voce e chitarre (più blues). Gli Over The Rhine sono attivi dall’inizio del ’91, e fino ai giorni nostri hanno prodotto qualcosa come 22 album, di cui sei dal vivo e tre raccolte, tutti lavori che a livello artistico hanno tracciato una parabola in costante ascesa (con una menzione particolare per il doppio Ohio (03), fino ad arrivare ai più recenti The Long Surrender (11) e Meet Me At The Edge Of The World (13), recensiti puntualmente su queste pagine dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2013/08/29/a-prescindere-dal-genere-gran-disco-over-the-rhine-meet-me-a/ . Per festeggiare i venticinque anni del loro sodalizio, la bionda Karin e il marito Linford hanno radunato nella loro fattoria dell’Ohio un gruppo di musicisti, definiti The Band Of Sweethearts, composto da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, Jennifer Condos al basso, Eric Heywood alla chitarra elettrica e pedal steel e Bradley Meinerding alle chitarre elettriche e acustiche e mandolino, per registrare due esibizioni fatte nel corso di un week-end e tenute nel fienile di famiglia il 24 e 26 Maggio del 2015, dando così vita ad un concerto straordinario che tende vieppiù a caratterizzare le sonorità elettroacustiche della band e la voce della bionda Karin.

Idealmente diviso in due parti, il concerto parte con un set prevalentemente più “rootsy,” con brani tratti prevalentemente dall’ultimo album in studio Meet Me At The Edge Of The World, a partire dalla title track, una magnifica ballata country-folk d’atmosfera, seguita dall’ispirata melodia di Sacred Ground, con il mandolino di Bradley ad accompagnare la voce di Karin, il breve folk acido dello strumentale Cuyahoga, il ritmo sincopato di Gonna Let My Soul Catch My Body, rifatta in una bella versione unplugged, e una Suitcase (recuperata dal capolavoro Ohio), con un arrangiamento ridotto all’osso. Con la strepitosa ballata soul Called Home si alza decisamente il livello del concerto, seguita ancora dalla dolce I’d Want You, dove ritornano le atmosfere “agresti”, per poi andare a rivisitare brani datati e poco eseguiti in concerto, come la travolgente All I Need Is Everything (da Good Dog, Bad Dog), farci sempre commuovere con la melodia vincente di una ballata come Born (la potete trovare su Drunkard’s Prayer), introdotta dalle note del pianoforte di Linford, e cantata con la straordinaria voce di Karin, e rispolverare, sempre da un grande album come il citato Good Dog, Bad Dog, una delicata Poughkeepsie che viene eseguita come una sorta di “ninna nanna” country.

Dopo una breve pausa che viene usata, si presume, per gustare la produzione della fattoria (pane, salumi e uova con del buon vino e birra), si riparte con una deliziosa Making Pictures cantata a due voci da Karin e Linford, per poi rivoltare come un calzino Baby If This Is Nowhere, che viene rifatta in una versione country-blues, nonché riproporre uno dei brani più belli della coppia, I Want You To Be My Love (cercatela sempre su Drunkard’s Prayer), una ballata sorretta dalla scansione ritmica di una chitarra acustica, con la voce suadente della cantante ad intonare una melodia profonda ed emozionante, mentre la seguente Trouble (da The Trumpet Child) è una briosa divagazione in chiave jazz, e passare alle atmosfere sospese fra lounge e jazz della lunga e bellissima All My Favorite People (da The Long Surrender), dove si manifesta ancora una volta la bravura al piano di Detweiler. Nella parte finale del concerto vengono proposte un paio di “cover”, a cominciare dalla notissima It Makes No Difference (di Robbie Robertson della Band), riproposta in versione delicata e notturna, mentre la seguente  The Laught Of Recognition, viene ripescata dall’ottimo The Long Surrender, una meravigliosa ballata folk come The Laugh Of Recognition, con la pedal-steel di Eric Heywood in evidenza, prendere ancora dai solchi di Ohio una nuovamente notturna e “jazzata” Cruel And Pretty, con un piano che suona come ce si trovasse a New Orleans, omaggiare alla grandissima il Neil Young dei primi tempi con una grintosa Everybody Knows This Is Nowhere, e andare a chiudere il concerto, come era iniziato, con una versione solenne e struggente di una ballata stratosferica come Wait, (che era anche il brano di chiusura del citato Meet Me At The Edge Of The World), dove la voce della Bergquist raggiunge vette emotive di grande pathos.

Commozione e applausi nel fienile della fattoria Over The Rhine. Inutile dire che la carta vincente del gruppo è Karen Bergquist che possiede una voce tra le più duttili ed importanti del cantautorato americano (anche se pure Detweiler è un musicista di vaglia), e che riesce ad interpretare con grande classe liriche intense e musica profonda, entrambe costruite su temi melodici e drammatici, malinconici ed evocativi. Come in questo ultimo lavoro live, ma anche di fronte ad ogni disco degli Over The Rhine, viene da chiedersi perché questa band continua ad essere poco considerata e con CD tanto difficilmente reperibili ( in questo caso ancora più degli altri), un disco da non perdere assolutamente, sia per chi già li segue e li conosce, sia per chi non ha ancora avuto questa fortuna:  un approccio ed uno stile per chi ama la musica soffusa e intensa, quindi, come detto poc’anzi, per chi ama il suono onirico alla Cowboy Junkies, una musica per palati ed orecchie fini, ma anche per gli amanti delle atmosfere notturne dalle melodie intense, magari da gustare un po’ alla volta e con ascolti ripetuti, meglio se a notte fonda e in dolce compagnia. Un altro regalo dall’America e dalla fattoria targata  Over The Rhine dove la musica, anzi, per la precisione, la buona musica, è ancora un patrimonio culturale.

Tino Montanari

Da Clarksville, Maryland, Con Sax Al Seguito, Arriva Il “Blues Got Soul” Di Vanessa Collier! – Meeting My Shadow

vanessa collier meeting my shadow

Vanessa Collier  – Meeting My Shadow – Ruf Records

Ogni anno la Ruf organizza un tour collettivo di tre differenti artisti, presentati in una sorta di revue vecchio stile, e la manifestazione prende il nome di Blues Caravan.  L’edizione del 2016, di cui avete letto non da molto su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2017/03/05/ancora-una-volta-lunione-fa-la-forza-ina-forsman-tasha-taylor-layla-zoe-blues-caravan-2016-blue-sisters-in-concert/ , era denominata Blue Sisters e prevedeva la partecipazione di Ina Forsman, Tasha Taylor e Layla Zoe, quella del 2017, attualmente in corso, si chiama “Blues Got Soul”, e vede la presenza di Si Cranstoun, incensato sempre da chi scrive su queste pagine per il suo ultimo album solista http://discoclub.myblog.it/2017/01/08/dalle-strade-di-londra-al-grande-vintage-soul-e-rr-si-cranstoun-old-school/ , Big Daddy Wilson e Vanessa Collier. Degli altri due sappiamo, ma chi è costei? Nativa di Clarksville, Maryland, laureata al Berklee College Of Music di Boston, per quasi due anni in giro per il mondo nella band di Joe Louis Walker, la Collier è un personaggio “anomalo”: una cantante-sassofonista, impegnata anche a flauto e tastiere, sulla falsariga di Nancy Wright, ovviamente recensita dal sottoscritto http://discoclub.myblog.it/2016/12/16/sassfoniste-donne-brava-canta-anche-nel-disco-ci-valanga-ospiti-nancy-wright-playdate/ , ma, come alcuni grandi del passato, tipo King Curtis o Jr. Walker, era più una sassofonista che saltuariamente canta.

La nostra Vanessa invece, fin dal suo esordio Heart Soul And Saxophone del 2014, preferisce presentarsi come cantante, senza dimenticare la sua attitudine di strumentista, ci sono bluesmen e soulmen che si accompagnano con chitarra, più raramente basso, o armonica, lei preferisce gli strumenti a fiato. Questo secondo album, Meeting My Shadow, esce per l’etichetta tedesca Ruf, che ultimamente è quasi sempre sinonimo di qualità. Un buon album, dove la Collier è accompagnata da una band di qualità, TK Jackson, batteria, percussioni e organo, Daniel McKee, basso; Laura Chavez, chitarre, a lungo nella band della recentemente scomparsa Candye Kane e ora impegnata nella Blues Caravan 2017; Charles Hodges,  della Hi Rhythm Section, presente nell’ultimo disco di Robert Cray, a organo, Clavinet, piano, e Wurlitzer, un grandissimo tastierista; più alcuni altri musicisti ospiti tra cui spicca Josh Roberts alla chitarra slide, poco conosciuto, ma quasi ai livelli di un Sonny Landreth. Vanessa Collier è un possesso di una buona voce, squillante e ammiccante, siamo dalle parti di Toni Price, oppure di altre “Girls With Guitars”, per rimanere in ambito Ruf, oppure ancora Bonnie Raitt o Susan Tedeschi, pur se su un gradino più basso, ma la classe c’è. Infatti il repertorio, pur partendo dal blues, spazia nel rock, nel pop, nel soul, nel funky, come nell’iniziale Poisoned The Well, quando, su un groove minaccioso del clavinet di Hodges, la band costruisce una bella ambientazione sonora dove si apprezza anche il flauto della Collier e la chitarra funky della Chavez, oltre alla sua voce sinuosa.

Ma si gode di più quando è il soul, o meglio ancora il R&B, a prendere il sopravvento, come nella brillante Dig A Little Deeper, dove la sezione fiati spalleggia il sax della brava Vanessa, brillante anche nel reparto vocale, oppure nel blues rigoroso di una eccellente When It Don’t Come Easy, dove Roberts è impegnato alla Resonator guitar. Ma si assapora anche la brillante e ritmata Two Parts Sugar, One Part Lime, dove tutta la band viaggia, da Hodges, impegnato ad un piano quasi barrelhouse, alla stessa Collier che soffia con vigore nel suo sax; When Love Comes To Town è la prima cover, ed è proprio il famoso brano scritto dagli U2 con B.B. King, che diventa un blues “paludoso”, di nuovo con la brillante slide di Josh Roberts in grande evidenza, lei canta molto bene e rilascia anche un eccellente assolo di sax, uno dei tanti del disco https://www.youtube.com/watch?v=Tta-82p7Npo . Niente male pure You’re Gonna Make Me Cry, una intensa deep soul ballad, con chitarra in tremolo, tratta dal repertorio di O.V Wright, uno dei vecchi datori di lavoro di Charles Hodges, che lavora di fino con il suo organo (cosa avete capito?!) e anche la Chavez si distingue. E anche in Whiskey & Women l’accoppiata Collier/Chavez funziona alla perfezione in un gagliardo blues, per poi “divertirsi” nella deliziosa Meet Me Where I’m At, quasi New Orleans nelle sue piacevoli derive fiatistiche, con la tromba di Mark Franklin, l’altro membro fisso della band a duettare con Vanessa. Senza dimenticare Cry Out e Devil’s Outside che si avvalgono entrambe di  brillanti arrangiamenti di fiati, creati dalla stessa titolare dell’album, uno vivace e funky, l’altro quasi con un’aria gospel/soul, cantato con grande intensità. Come pure l’ultima cover del CD, la quasi travolgente Up Above My Head, I Hear Music In The Air, scritta da Sister Rosetta Thorpe, che sta in quel crocevia tra gospel, swing e blues, eseguita alla perfezione. Come direbbe Nero Wolfe: “Soddisfacente Vanessa”!

Bruno Conti

Uno Dei Tanti “Semi Sconosciuti” Della Musica Americana! Matt Pryor – Memento Mori

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Matt Pryor – Memento Mori – Equal Vison/RoryCD

Nonostante sia molto poco conosciuto, Matt Pryor ha già una bella carriera alle spalle, tanto da potersi considerare a tutti gli effetti un veterano, anche se ha sempre pubblicato dischi a livello indipendente. Originario di Lawrence, una cittadina del Kansas del nord, Matt è in giro dalla metà degli anni novanta insieme ai Get Up Kids, ma in tutti questi anni ha portato avanti una carriera parallela come leader dei New Amsterdams (un progetto maggiormente basato su sonorità acustiche), oltre a pubblicare diversi dischi come solista. Se vogliamo contare anche configurazioni estemporanee come The Terrible Twos, Lasorda e Reggie & The Full Effect, gli sforzi discografici di Pryor superano di slancio le venti unità, anche se non possiamo certo dire che questa sovraesposizione sia servita a renderlo famoso. Ma forse a lui non importa, credo che gli basti fare la musica che gli piace e con chi vuole lui, anche perché se gli fregasse qualcosa della notorietà avrebbe già dovuto constatare il suo fallimento e quindi appendere la chitarra al chiodo. Invece Matt non solo non demorde, ma ora pubblica un nuovo lavoro da solista, Memento Mori, una collezione di dieci canzoni, dieci acquarelli che non serviranno certo a renderlo popolare, anche perché stiamo parlando di un album di ballate, con una strumentazione ridotta all’osso, in cui il compito di accompagnare la chitarra e la voce del leader è tutta nelle mani di pochi musicisti (chiaramente sconosciuti), qualche backing vocalist femminile (tra le quali Lily Pryor, la figlia 14enne) e niente sezione ritmica.

Il CD è piuttosto corto, meno di mezz’ora, ma proprio per questo suona compatto e senza momenti di stanca, pur non essendo un capolavoro: Matt ha una discreta penna, si fa aiutare molto dal pianoforte, e ci consegna una serie di brani lenti, meditati e profondi, tra folk e musica da cantautore. D’altronde non poteva essere un disco rock, in quanto è stato ispirato da diversi fatti tragici, come le morti del patrigno, della nonna e di un amico d’infanzia, eventi che hanno portato Matt a scrivere materiale più intimista del solito. Apre la tenue Mary, una delicata folk song caratterizzata dalla voce gentile del nostro, la sua chitarra arpeggiata ed un uso molto intelligente del piano (peccato non sapere chi lo suona, ma potrebbe essere anche Matt stesso) https://www.youtube.com/watch?v=SWGOsFNO6D4 . A Small Explosion si mantiene su atmosfere notturne, quasi sospese, una steel sullo sfondo, la chitarra di Pryor che suona all’unisono col basso ed una melodia distesa che nel refrain lascia filtrare un po’ di luce; Sidney è leggera, eterea, quasi timida, mentre I Won’t Be Afraid, decisamente più pimpante, è un folk tune diretto e con un motivo molto piacevole.

Stay è ancora meditata, profonda, con i suoi rintocchi di piano nel buio ed una chitarra che si muove discreta, in Where Is Juan Carlos? fa capolino una chitarra elettrica, ma il brano non è per niente rock, anzi è una ballata piuttosto ipnotica e non di facile assimilazione; meglio When We Go Wrong, dove piano e chitarre forniscono un background forte e, per una volta, vigoroso, aiutati anche da un motivo lineare e riuscito. Bella anche Risk, in cui spunta un banjo a doppiare la chitarra, con la voce di Matt che si staglia grintosa, mentre Is This Home? è una ballad intensa e vibrante ancora impreziosita dal pianoforte, una delle migliori del lavoro; chiude l’album Virginia (il pezzo dedicato alla nonna), dal suono spoglio ma a cui non fa certo difetto il feeling. Non credo che Memento Mori cambierà le carte in tavola per quanto riguarda la carriera di Matt Pryor, ma da qui ad ignorarlo totalmente ce ne passa.

Marco Verdi

Cantautore, Produttore E Straordinario Pianista! Kenny White – Long List Of Priors

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Kenny White – Long List Of Priors – Continental Song City

Dopo il giusto spazio della scorsa settimana dato a David Olney, oggi ci riproviamo con un altro artista sconosciuto ai più (mi auguro come al solito di sbagliare, ma non penso), che risponde al nome di Kenny White. Nome assai noto nel “sottobosco” musicale newyorkese, White, cantautore ed eccellente pianista, produttore (nella sua scuderia sono passati Marc Cohn, Peter Wolf, Shawn Colvin, Cheryl Wheeler, Jonathan Edwards, e Judy Collins, per citarne solo alcuni tra i più noti),  una prima parte della vita spesa nel mondo della pubblicità (jingle man), torna a deliziare gli amanti della buona musica con questo sesto capitolo della sua carriera, Long List Of Priors, a distanza di sette anni dall’eccellente Comfort In The Static (10). E così il buon Kenny dopo aver viaggiato in lungo e in largo gli States, e aperto i concerti, oltre che dei suoi assistiti Shawn Colvin e Peter Wolf, anche di gruppi come i Cowboy Junkies e Rolling Stones, si guadagna in breve tempo una reputazione che lo porta ad esordire con Uninvited Guest (02), a cui fa seguire un EP Testing 1,2 (03), pescando il jolly con il successivo Symphony In Sixteen Bars (04), che finito nelle mani della brava Judy Collins (è stato un colpo di fulmine musicale), lo porta al contratto con la Wildflower l’etichetta americana fondata dalla “signora del folk”, seguito da un altro EP Never Like This (06), e dopo una pausa per le sue attività collaterali (dimenticavo, è anche saggista), torna in studio per incidere il citato Comfort In The Static,e gli amanti di cantautori come Chuck E.Weiss, Randy Newman e affini,  non dovrebbero lasciarselo scappare.

A dimostrazione che il nostro inizia a raccogliere quanto ha seminato, oltre alla sua eccellente band composta da Duke Levine alle chitarre, Marty Ballou al basso e Shawn Pelton alla batteria, porta per il nuovo album negli At Sear Sound Studios di New York City artisti e colleghi illustri quali David Crosby, Peter Wolf, il bravissimo polistrumentista Larry Campbell, senza dimenticare un superbo trio di voci femminili che rispondono al nome di Catherine Russell, Angela Reed e Amy Helm (cantante degli Ollabelle e figlia del mai dimenticato batterista della Band, Levon Helm). Come i precedenti dischi Long List Of Priors è composto interamente da brani originali, partendo subito alla grande con il brano iniziale A Road Less Traveled con David Crosby ai cori, su un tessuto musicale arricchito dal pianoforte di Kenny White e dal violino di Campbell, a cui fanno seguito la suggestiva Che Guevara dove spicca la chitarra di  Duke Levine https://www.youtube.com/watch?v=6eietccd58Y , per raggiungere una delle vette più alte del disco con Another Bell Unanswered (dove ritroviamo ai cori Crosby), una ballata pianistica quasi sussurrata da White, che se fosse stata scritta da altri (non facciamo nomi), sarebbe diventata un classico, mentre Cyberspace è un brano su un tema sociale, costruito su una musica gioiosa suonata al meglio.

Si continua con una ballata elegante come The Other Shore, su un arrangiamento quasi di musica da camera https://www.youtube.com/watch?v=yTXWg7iWaCs , per poi passare al brano più “rock” dell’album Glad-Handed, con la partecipazione speciale dell’amico Peter Wolf https://www.youtube.com/watch?v=XMtQVA6sBow , seguito da un brano solo pianoforte, tromba e cori come Lights Over Broadway, lievemente in chiave “jazz”, mentre la vibrante e profonda Charleston, racconta di un sanguinoso fatto di cronaca ed è cantata in duetto con la brava cantante soul Ada Dyer. Come sempre la parte migliore di Kenny si manifesta nelle ballate piano e voce, ad esempio The Moon Is Low (starei ore ad ascoltarlo), a cui fa seguire un’intrigante West L.A., un brano quasi teatrale (con un testo figlio del Tin Pan Alley sound) che inizia in modo scanzonato, poi nel finale irrompe una sezione fiati e l’arrangiamento si apre in perfetto stile New Orleans; e che dire della delicata Color Of The Sky, dove brilla il clarinetto di Dan Block? Una piccola meraviglia! Come pure 4000 Reasons To Run, una folk-ballad che ricorda per certi versi il primo Bob Dylan, mentre la chiusura di questo disco magnifico, con una sorta di romanza pianistica, è affidata a  The Olives And The Grapes (un omaggio alla Toscana che l’ha premiato con il Premio Ciampi), dove oltre al piano di White sono in evidenza una sezione d’archi, composta da violini, viola e cello.

Ognuna delle tredici canzoni di Long List Of Priors è un piccolo gioiello di raffinato artigianato musicale, con temi (amore, protesta, vita e morte), che White riporta in musica con una scrittura decisa, che si manifesta magistralmente sulla tastiera, con una tonalità vocale (che a tratti ricorda anche James Taylor, ma pure Cat Stevens) che lo rende credibile in ogni sua interpretazione, e con una bravura tale da far apparire semplice, quello che semplice non lo è affatto, confermandolo come uno dei rari autori che riescono in pochi minuti a condensare emozioni. Mentre il pubblico (purtroppo) tende ad essere attratto da parecchie false stelle del rock, un personaggio di talento come Kenny White, nonostante una carriera quarantennale, risulta ancora molto poco conosciuto dal pubblico, ma tutto questo non deve comunque far passare inosservato un lavoro come questo Long List Of Priors, anche se forse richiede più ascolti per essere apprezzato, è in ogni caso una raccolta basilare da aggiungere alla vostra discoteca, per scoprire un autore e pianista eccellente come Kenny White!

Tino Montanari