Così Brave Ce Ne Sono Poche In Giro! Shannon McNally – Black Irish

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Shannon McNally  – Black Irish – Compass Records

Francamente non si capisce (o almeno chi scrive non lo capisce) perché Shannon McNally non sia una delle stelle più brillanti del circuito roots/Americana, quello stile dove confluiscono blues, rock, country, folk, swamp (soprattutto nei dischi della McNally che ha vissuto anche a New Orleans, e il cui ultimo album, prodotto da Dr. John, Small Town Talk, era un tributo alle canzoni di Bobby Charles http://discoclub.myblog.it/2013/04/20/un-tributo-di-gran-classe-shannon-mcnally-small-town-talk/ ).. Insomma catalogate sotto “buona musica” e non vi sbagliate. La nostra amica è del 1973, quindi non più giovanissima, diciamo nel pieno della maturità, anagrafica, compositiva, vocale, con otto album, compreso questo Black Irish, nel suo carnet. Non ha una discografia immane la brava Shannon, però pubblica dischi con costanza e regolarità, una media all’incirca di un album ogni due anni, dall’esordio con l’ottimo Jukebox Sparrows, uscito per la Capitol nel 2002,  dove suonava gente come Greg Leisz, Rami Jaffee, Matt Rollings, Jim Keltner, Bill Payne e via discorrendo, disco che la aveva inserita nel filone di gente come Shelby Lynne, Sheryl Crow, Lucinda Williams, Patty Griffin, e anche qualche tocco classico alla Bonnie Raitt. Poi negli anni a seguire ha alternato dischi propri ad altri di cover (Run For Cover e quello citato prima), alcuni molto belli, come Geronimo, Coldwater, l’ultima produzione di Jim Dickinson prima di lasciarci http://discoclub.myblog.it/2010/02/21/shannon-mcnally-coldwater/ , e anche Western Ballad, scritto e prodotto insieme a Mark Bingham.

Ma tutti album comunque decisamente sopra la media, compreso il tributo a Bobby Charles, dopo il quale si è presa una lunga pausa, per mille problemi, un divorzio, la malattia terminale della madre che poi è morta nel 2015, il fatto di dovere crescere una figlia, che comunque non hanno diminuito la sua passione per la musica: anzi, trovato un nuovo contratto con la Compass, Shannon McNally pubblica un album che è forse il suo migliore in assoluto.. Alla produzione c’è Rodney Crowell, uno abituato a lavorare con le voci femminili: dalla ex moglie Rosanne Cash a Emmylou Harris, per citarne due “minori”! Crowell si è portato due ottimi chitarristi come Audley Freed e Colin Linden, e in ordine sparso una sfilza di vocalist, presenti anche come autrici, da Beth Nielsen Chapman, Elizabeth Cook, Emmylou Harris, oltre a Cody Dickinson, Jim Hoke, Byron House, Michael Rhodes, ed altri musicisti pescati nel bacino della Nashville “buona”. Shannon questa volta scrive poco, ma la scelta dei brani è eccellente e l’esecuzione veramente brillante, vogliamo chiamarle, cover, versioni, riletture, o come dicono quelli che parlano bene “parafrasi”, il risultato è sempre notevole: dall’ottima apertura con la bluesy dal tiro rock, You Made Me Feel For You, scritta da Crowell, e dove si apprezza subito la voce leggermente roca e potente della McNally, vissuta e minacciosa, passando per la poca nota ma splendida I Ain’t Gonna Stand For It di Stevie Wonder (era su Hotter Than July), che diventa un country got soul eccitante, con strali di pedal steel e coriste in calore (penso Wendy Moten e Tanya Hancheroff); e ancora una splendida Banshee Moan, scritta con Crowell, una ballata con tocchi celtici, dove Shannon canta con un pathos disarmante, convogliando nella sua voce tutte le grandi cantanti citate fino ad ora.

Molto bella anche I Went To The Well, scritta con Cary Hudson dei Blue Mountain, dove sembra che ad accompagnarla ci siano Booker T & The Mg’s, per un brano gospel-soul di gran classe, sempre cantato con assoluta nonchalance; Roll Away The Stone, scritta con Garry Burnside della famosa famiglia, sembra Gimme Shelter degli Stones in trasferta sulle rive del Mississippi, con Jim Hoke impegnato in un assolo di sax che avrebbe incontrato l’approvazione di Bobby Keys. Altro grande brano, in origine e pure in questa versione, una Black Haired Boy scritta da Guy e Susanna Clark, cantata con tenerezza ed amore, con le armonie vocali splendide, affidate a Emmylou Harris ed Elizabeth Cook, che ti fanno rizzare i peli sulla nuca. Low Rider è un brano oscuro ma di grande valore di JJ Cale, blues-swamp-rock come non se ne fa più, cantato con voce calda e sensuale; Isn’t That Love è un pezzo nuovo, scritto da Crowell e Beth Nielsen Chapman, anche alla seconda voce,  una ballata country-soul dal refrain irresistibile, dove si apprezza vieppiù la voce magnifica della McNally. The Stuff You Gotta Watch è un pezzo di Muddy Waters, trasformato in un R&R/Doo-wop blues dal ritmo galoppante, assolo di armonica di Hoke incluso; Prayer In Open D di Emmylou Harris era su Cowgirl’s Prayer, un country-folk intimo cantato (quasi) meglio di Emmylou, comunque è una bella lotta. E la cover di It Makes No Difference della Band è pure meglio, forse il brano migliore del disco, cantata e suonata da Dio (quel giorno aveva tempo), quindi perfetta. E per chiudere in gloria una versione di Let’s Go Home di Pops Staples, uno dei brani più belli degli Staples Singers, country-soul di nuovo “divino”, anche visto l’argomento. Io ho scritto quello che pensavo, ora tocca a voi. Per me, fino ad ora, in ambito femminile, uno dischi migliori del 2017.

Bruno Conti

Irish Rebels” In Los Angeles, E Anche A Milano. Flogging Molly – Life Is Good

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Flogging Molly – Life Is Good – Vanguard Records/Universal

Ho sempre pensato che lo “sdentato” Shane MacGowan, nel corso della sua lunga carriera abbia disseminato figli e figliastri artistici in ogni dove, e se il suo gruppo, i Pogues, ha rappresentato la punta di diamante del movimento musicale denominato “gaelic-punk”, alle loro spalle c’è sempre stato un fiorire incessante di musicisti che hanno cercato di personalizzarne l’influenza sulle loro idee artistiche e musicali, e di questa categoria fanno certamente parte i Flogging Molly (californiani di Santa Monica), che nell’arco temporale dell’ultimo ventennio hanno sempre saputo produrre una musica di ottimo livello, specialmente proprio dopo il definitivo scioglimento dei Pogues. Il gruppo prende il nome da uno storico Pub irlandese di Los Angeles, il Molly Malone’s, e oggi come ieri la band vede nel ruolo di leader Dave King chitarra e voce, con al suo fianco Bridget Regan violino, tin whistle, e voce, Dennis Casey alle chitarre e voce, Bob Schmidt al mandolino, banjo, bouzouki e voce, Matt Hensley alla fisarmonica, piano e voce, Nathen Maxwell al basso, e .in sostituzione dello storico componente George Schwindt, Mike Alonso alla batteria e percussioni. Alive Behind The Green Door fu il live d’esordio dei Flogging Molly pubblicato nel ’97, a cui fecero seguito il primo lavoro in studio, l’eccellente Swagger (00), il godibile Drunken Lullabies (02), l’arioso Within A Mile Of Home (04) che vedeva la partecipazione di Lucinda Williams in una grande ballata come Factory Girls, la prima raccolta Whiskey On A Sunday (06), con ben dieci canzoni inedite,  l’energico Float (08), uno dei migliori della band, il bellissimo elettrico e baldanzoso Live At Greek Theatre (10) 2 CD + DVD, e lo splendido impegnato e “sociale” Speed Of Darkness (11, prima di tornare dopo una breve pausa con questo inaspettato Life Is Good, prodotto da Joe Chiccarelli (U2, Beck), registrato negli studi dublinesi di Grouse Lodge nel tranquillo County Westmeath.

Per chi non li conosce, il loro “sound” è un “celtic-punk”, con forti sapori Irish che sembrano usciti dai più famosi Pub di Dublino, con le chitarre elettriche che si alternano agli strumenti acustici, il tutto accompagnato da ritmi incalzanti, intervallati da ballate colme di nostalgia e malinconia, e Life Is Good si apre con due brani al fulmicotone come There’s Nothing Left Pt.1e The Hand Of John L. Sullivan, densi di ritmo e rudezze punk, mentre Welcome To Adamstown incorpora una intrigante sezione di ottoni in tutto lo sviluppo del brano, prima di “scimmiottare” i grandi Waterboys (sono attesi a Settembre con il nuovo album), con la trascinante Reptiles (We Woke Up). La “vita buona” dei Flogging Molly si inerpica sui ritmi indiavolati di una The Days We’ve Yet To Meet, dove è proprio impossibile non muovere il piedino, seguita dalla title track Life Is Good in chiave folk-rock, con un bel lavoro al violino di Bridget Regan, cantata dal leader Dave King con l’anima di Mike Scott nel cuore, mentre la seguente The Last Serenade (Sailors And Fishermen) è una classica “love song” romantica e leggera, dal ritmo lento e con una melodia accattivante, per poi alzare ancora il ritmo con il “punk-rock” della grintosa e politica The Guns Of Jericho, perfetta da ballare sui tavoli del famoso Temple Bar. Crushed (Hostile Nations) inizia lentamente con le “pipes”, per poi trasformarsi subito in pura energia, con chitarre elettriche e sezione ritmica assordante (per il brano più in stile Clash e “politicizzato” dell’album), seguita da una Hope che procede con le cadenze di una marcia, mentre The Bride Wore Black già al primo ascolto è degna dei migliori Pogues, e per chi scrive mostra le grandi qualità dei Mollys, quando non si lasciano trascinare dalle correnti impetuose della musica punk, affidando la conclusione agli intrecci irish del folk stradaiolo di Until We Meet Again, dove si sviluppano dei bei giri di fisarmonica e violino.

Un po’ romantici e un po’ randagi passionali, con Life Is Good i Flogging Molly ci regalano un disco molto godibile, con una sequenza di brani che colpiscono nel segno e invogliano all’ascolto, non ci sono atmosfere morbide e sognanti ma una grande energia che coinvolge e affascina chi li ascolta. Sicuramente non hanno inventato loro il “celtic-punk”, ma altrettanto sicuramente si può affermare che i Flogging Molly (per la loro carriera), siano diventati in qualche modo gli alfieri più credibili e di maggior successo di questo movimento, che oggi come ieri spazia fra tradizione e modernità. E come ricorda il titolo del Post, domani 11 luglio volendo potrete verificare di persona visto che saranno in concerto al Carroponte di Sesto San Giovanni, in accoppiata con i Dropkick Murphys.

NDT: Tra i tanti “figli e figliastri” di Shane MacGowan, consiglio umilmente di dare un ascolto anche ad un gruppo colpevolmente sottovaluto come i bostoniani Josh Lederman Y Los Diablos, autori nei primi anni 2000 di una manciata di album di assoluto livello. Cercate, gente, cercate!

Tino Montanari

Supplemento Della Domenica Di Disco Club: Fabrizio Poggi – Quattro Chiacchiere, Ma Anche Di Più, Con Il Blues(man)!

Fabrizio Poggi foto di Riccardo Piccirillo 1

Foto di Riccardo Piccirillo

Credo che tutti quelli che leggono questo Blog sappiano chi sia Fabrizio Poggi, cantante, armonicista, soprattutto, ma non solo, un bluesman completo: Fabrizio è anche un divulgatore che ha scritto diversi libri sull’armonica, sul blues e sulla musica folk, è in attività da molti anni, ha inciso venti album (anzi ventuno), sotto varie “ragioni sociali” e ha suonato in Italia con Eugenio Finardi, Enrico Ruggeri, Gang, Luigi Grechi De Gregori, Danilo Sacco (Nomadi), Francesco Baccini e tanti altri. Ha anche svolto una fitta attività negli Stati Uniti, dove ha inciso parecchi dischi incrociando la sua strada con gente come i Blind Boys of Alabama, Charlie Musselwhite, Little Feat, Ronnie Earl, Kim Wilson, Marcia Ball, John Hammond, Sonny Landreth, Garth Hudson  della Band, Ruthie Foster, Guy Davis, Eric Bibb, Otis Taylor, Mike Zito, Bob Margolin, Flaco Jiménez, David Bromberg, Zachary Richard, Jerry Jeff Walker, Bob Brozman, e potremmo proseguire ad libitum, molti usciti a nome Chicken Mambo. All’inizio dell’anno, in seguito alla pubblicazione dell’ultimo disco Fabrizio Poggi And The Amazing Texas Blues Voices, si è recato di nuovo negli States dove ha suonato sulla nave della Legendary Blues Cruise, in coppia con Guy Davis, e a fianco di grandi artisti come Ruthie Foster, Taj Mahal, Lee Oskar, tra i tantissimi in azione durante la crociera. E poi, sempre con Davis, alla Carnegie Hall, per una serata speciale dedicata a Lead Belly. Il suo disco del 2016 http://discoclub.myblog.it/2016/08/31/piccolo-aiuto-dai-amici-gran-bel-disco-fabrizio-poggi-and-the-amazing-texas-blues-voices/ ha vinto il premio come miglior album internazionale negli ultimi JIMI Award (gli Oscar della prestigiosa rivista Blues411) e in passato è stato insignito del Premio Oscar Hohner Harmonicas e candidato ai Blues Music Awards (gli Oscar del Blues). Insomma non il primo che passa per strada, probabilmente il più conosciuto bluesman italiano negli Stati Uniti.

Per una volta vorrei partire addirittura da prima di quello che tu stesso hai definito il tuo “ammalarsi di blues”, sindrome che tu dici ti ha colpito da oltre 40 anni , in pratica quando eri un ragazzino, ma, andando ancora più indietro, proprio ai primordi della tua carriera di ascoltatore, ci sarà stata anche dell’altra musica che sentivi quando eri giovane? Cosa girava per casa, c’erano altri appassionati di musica in famiglia, o sei una sorta di “autodidatta”?

Vengo da una famiglia operaia povera e numerosa di una piccola e grigia città di provincia come ce ne sono tante nel mondo e la musica non era certo tra le cose prioritarie in casa mia. Non sono mai girati dischi e la musica che sentivo era quella leggera degli anni Sessanta che trasmettevano alla radio. Io non me ne ricordo ma mia madre dice che ho sempre comunque mostrato interesse per la musica tanto che seguivo la hit parade di Luttazzi battendo sulle pentole della cucina. Ho cominciato ad ascoltare la musica americana e i nostri cantautori attraverso i miei compagni delle medie “benestanti” che potevano permettersi di comprare dischi e bontà loro mi facevano le mitiche cassette. Non ho mai preso lezioni di nulla e sono completamente autodidatta tanto che c’ho messo anni ad avere informazioni su come suonare l’armonica. Ai miei tempi non c’era nulla e i pochi che avevano qualche informazione se la tenevano ben stretta, tanto che per tantissimi anni ho pensato che qui in Italia non vendessero le stesse armoniche che vendevano negli States e con cui sicuramente sarebbe stato più facile suonare il blues. A quattordici anni cominciai a lavorare in fabbrica, un amico mi prestò il primo disco dei Santana e così decisi di suonare le percussioni. Andai a Milano e mi comprai un paio di congas e altre piccole percussioni per poi accorgermi che nelle cantine dove si suonava, la musica che andava per la maggiore era l’hard rock e che quindi di me non sapevano che farsene. Vendetti tutto e a militare imparai a suonare la chitarra. All’epoca mi piacevano soprattutto i cantautori italiani e quelli americani. Guccini, De Gregori, Dylan, Neil Young e tutti gli altri. O almeno quelli che si riuscivano a trovare. Poi scoprii la chitarra jazz e Wes Montgomery e studiavo per conto mio la notte per suonare come lui. Un incidente in fabbrica mi lesionò la mano destra e dovetti abbandonare la chitarra. Fu un momento di grande tristezza e un’armonica che avevo in un cassetto mi aiutò molto in quel periodo. Avevo vent’otto anni e lì scoprii quasi senza rendermene conto che l’armonica e il blues erano la lingua più naturale per esprimere ciò che non riuscivo a dire con le parole.

Fabrizio Poggi foto di Mario Rota 1

Foto di Mario Rota

In altre interviste hai detto che è stata l’armonica a sceglierti, più che viceversa, e che uno degli elementi scatenanti è stata la visione del film “Last Waltz” e in particolare l’apparizione di Muddy Waters e il suono dell’armonica di Paul Butterfield, confermi, o c’erano stati altri prodromi, indizi premonitori, che quella sarebbe stata la tua strada maestra e la mouth harp il tuo strumento?

Forse un segno premonitore c’era stato e lo racconto in una mia vecchia canzone che si chiama Just a cowboy che credo si trovi facilmente in rete. Avevo su per giù dieci anni, quando mio padre mi regalò una bellissima pistola da cowboy. Era stupenda, aveva il manico di madreperla e costava un sacco di soldi. Come ho già scritto la mia famiglia non nuotava certo nell’oro, ma io avevo insistito così tanto che mio padre, tra mille sacrifici, me la comprò. Nel pomeriggio dello stesso giorno andai fuori a giocare, ed incontrai un ragazzino zingaro, che  seduto su una panchina suonava una vecchia armonica arrugginita. Mi innamorai subito di quel magico suono e gli chiesi se volesse scambiarla con la mia pistola nuova di zecca. Naturalmente lui disse subito di sì. Mio padre si arrabbiò molto, ma forse lì cominciò a succedere qualcosa dentro di me. Un mio amico texano a cui avevo raccontato questa storia un giorno mi disse: ”Forse sei solo un cowboy nato nel posto sbagliato, il tuo cavallo è un sogno, la tua pistola una canzone. A volte capita.” E da lì nacque quella canzone.

Parlando di armonica ho visto che citi tra i tuoi preferiti alcuni nomi direi immancabili, come i due Sonny Boy Williamson, James Cotton, Paul Butterfield e Charlie Musselwhite, ma non per esempio Little Walter e Big Walter Horton, che molti considerano i più importanti, a favore di nomi “oscuri” come Jazz Gillum e Noah Lewis (che però gli appassionati dei Grateful Dead conoscono perché è quello che ha scritto “New, New Minglewood Blues” e “Viola Lee Blues”. So che ce ne sono decine di altri bravissimi, ma si tratta di una scelta precisa o solo una mera dimenticanza?

Nessuna delle due, quello è solo un elenco assolutamente parziale di armonicisti che mi hanno particolarmente influenzato. Forse perché la maggior parte di loro suonava l’armonica acustica che prediligo. Ho ascoltato tantissimo Little e Big Walter e tutti quelli che sono venuti prima e dopo di loro. Tutti gli armonicisti sono importanti quando ci si avvicina all’armonica e tutti danno il loro contributo. Credo di aver espresso piuttosto compiutamente il mio rapporto con i grandi dell’armonica blues nel mio libro “Il soffio dell’anima” che ho scritto proprio per colmare un vuoto immenso che c’era e c’è intorno all’armonica nel nostro paese. E’ piuttosto curioso e interessante notare che appunto Lewis e Gillum che sono stati dei capiscuola, tanto che Little e Big Walter hanno dichiarato più volte di essere stati influenzati da loro, oggi siano pressoché dimenticati. E’ un peccato e anche un po’ ingiusto perché hanno avuto un ruolo importantissimo per lo strumento. Consiglio a chi mastica un po’ di inglese di leggere la bellissima biografia di Little Walter uscita qualche anno fa per scoprire cose assolutamente inaspettate.

Tornando a Noah Lewis, una curiosità: questo signore era famoso anche perché era in grado di suonare due armoniche contemporaneamente, una con la bocca e una con il naso, ci hai mai provato, magari con gravi risultati per la tua salute?

C’erano tanti armonicisti che all’epoca dei “medicine show” suonavano l’armonica usando naso e bocca contemporaneamente. Secondo la leggenda, lo facevano anche i due Sonny Boy, Walter Horton, Peg Leg Sam e tantissimi altri. Io non c’ho mai provato ma non mi stupirei se ancora oggi ci fosse qualcuno anche nel nostro paese che lo fa. Erano “trucchi del mestiere” come quelli dei chitarristi che suonavano la chitarra dietro la schiena o facendo la spaccata e che servivano ad attrarre anche coloro che non erano interessati alla musica.

Fabrizio Poggi foto di John Bull 1

Foto di John Bull

Un altro armonicista importante, che ho astutamente saltato, è Sonny Terry: insieme al suo socio Brownie McGhee, è stato uno degli esponenti più importanti del blues acustico, vogliamo chiamarlo folk blues? I due hanno suonato insieme per quasi quarant’anni, fino al 1980, e nella mia qualità di “diversamente giovane” li ho visti proprio quell’anno, all’Anteo di Milano, in un concerto diciamo non memorabile in quanto i due non si parlavano praticamente più. Quindi tu, e la tua consorte Angelina, avete deciso di realizzare, in loro onore e insieme a Guy Davis, quello che è il tuo ultimo disco ( e di cui leggete a parte http://discoclub.myblog.it/2017/06/08/se-amate-il-blues-quasi-una-coppia-di-fatto-guy-davis-fabrizio-poggi-sonny-brownies-last-train/ ), intitolato  “SONNY & BROWNIE’S LAST TRAIN”. Come è nata l’idea?

Vidi anch’io Sonny e Brownie durante quel tour (credo che fosse l’aprile del 1980) in un piccolo cinema perso tra la nebbia delle risaie della Lomellina. Per me fu una grande esperienza. All’epoca non suonavo ancora l’armonica blues. Avrei voluto avvicinarli solamente per stringere loro la mano e ringraziarli per ciò che avevano dato alla musica, ma ero troppo giovane e timido per farlo. E poi all’epoca  conoscevo l’inglese a malapena. Il destino che, come non mi stancherò mai di dire, mi ha riservato una carriera al di sopra di ogni più rosea aspettativa, ha voluto che incontrassi in Guy Davis la persona giusta per “ringraziare” ora e finalmente dopo quasi quarant’anni Sonny & Brownie per ciò che hanno fatto per il blues e la musica in generale in un momento in cui il blues acustico è stato un po’ messo da parte. La mia compagna Angelina che è sempre stata parte fondamentale di tutti i miei percorsi aveva notato che quando ero on the road con Guy parlavamo spesso di questi due giganti del passato e di quanto sia io che Guy fossimo stati profondamente influenzati da loro. Angelina ci ha detto che era nostro “dovere” fare un disco per ricordarli e così abbiamo fatto. L’anno scorso ci siamo chiusi due giorni in uno studio a Milano e suonando dal vivo ma soprattutto improvvisando sul momento canzoni che non avevamo mai suonato è venuto fuori questo album in cui spero che lo spirito di Sonny e Brownie venga fuori con la debita riconoscenza che tutto il mondo del blues deve loro. Guy dice che è una “lettera d’amore” e io sono d’accordo con lui. Come canta nella prima canzone del disco e che dà il titolo all’album “Goodbye Sonny, Goodbye Brownie see you on the other side”.

Mi ricollego a quanto appena detto, citando il titolo di una canzone scritta da Muddy Waters, proprio con Brownie McGhee, “The Blues Had A Baby And They Named It Rock and Roll”, per ricordare che comunque i tuoi concerti dal vivo (di cui leggete un esempio sotto, a fine intervista), con i Chicken Mambo, hanno una forte componente “elettrica”, la band tira di brutto, versioni lunghissime dei pezzi, grande interazione con il pubblico e quindi anche il lato R&R della tua personalità musicale viene a galla, è vero?

Il blues è davvero la madre, la radice di tutto ciò che è venuto dopo. E’ quello che canto nel “nuovo” testo che ho scritto per “the blues is alright”. Il rock è nel mio DNA ed è la musica che ha fatto da colonna sonora alla mia adolescenza in cui amavo perdermi nei lunghi assoli di Duane Allman e Mike Bloomfield ed è un altro aspetto della mia personalità. Ho sempre ascoltato tutta la musica senza confini di genere. Parlando con molti dei miei eroi giovanili che ora sono diventati miei eroi ho scoperto che anche loro facevano la stessa cosa anche se poi magari si sono dedicati a un genere particolare. Anche i grandi bluesmen itineranti del passato non hanno mai suonato solamente blues ma tutto ciò che gli permetteva di far dimenticare alle persone almeno per un po’ il male di vivere. L’interazione con il pubblico è un importante aspetto del blues che ho imparato proprio in Mississippi, là dove il blues è nato. Lì davvero come dico spesso palco e platea non esistono. C’è una connessione quasi magica tra chi suona e chi ascolta. E quindi spesso si battono le mani e si canta tutti insieme. E’ un rito liberatorio, quasi salvifico. D’altronde blues e spiritual sono facce della stessa medaglia e davvero il blues è peccato e redenzione.

Ancora un paio di domande, la prima sul tuo passato anche in un ambito più folk, con i Turututela: è possibile che avrà ancora futuri sviluppi questa altra passione?

Molti considerano il blues la sola musica autoctona americana. Il loro folk più autentico, ed è probabilmente vero. Quindi diciamo che in realtà non ho mai smesso in di suonare musica folk. Per ora sono sceso dal treno della musica popolare, ma l’esperienza è stata davvero eccitante seppur dolorosa considerando lo scarso interesse che c’è intorno al genere e non è detto che un giorno, magari in un’altra vita, possa tornare a bordo.

E infine l’ultima, immancabile, sui classici cinque dischi da portare sull’isola deserta?

Domanda difficilissima anche perché cambio continuamente e domani l’elenco potrebbe essere completamente diverso. Ecco quello di oggi:

Muddy Waters (qualcuno dei suoi primi dischi)

Rolling Stones Exile on Main St.

The Band The Last Waltz

Bob Dylan The Freewheelin’

Sonny Boy Williamson II (le incisioni della Chess)

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Il Concerto, Spazio Teatro 89 – Milano – Sabato 18 Febbraio 2017

Dal vivo Fabrizio Poggi e i suoi compagni Chicken Mambo sono una vera macchina da blues, ma hanno anche tante connotazioni rock e un irrefrenabile spinta verso l’improvvisazione, tenete conto che nel corso della serata, durata circa due ore, hanno eseguito “solo” nove brani, quindi la lunghezza di ogni pezzo viene dilatata dalla capacità dei vari solisti di lanciare i loro strumenti in continui assoli e rilanci, ma anche dal dialogo tra Fabrizio e il pubblico, con incitamenti a tenere il tempo, battere le mani, cantare, insomma interagire con i musicisti sul palco, nella migliore tradizione delle 12 battute, ma anche un tiro e una potenza tipiche delle band rock (blues), questa sera ingigantita dalla presenza a sorpresa di Claudio Bazzari, alla seconda chitarra solista, a fianco del “titolare” Danny De Stefani, i due ingaggiano alcuni duetti poderosi che mi hanno ricordato quasi la verve degli Allman Brothers dei tempi d’oro (ho esagerato? Non credo!), ben sostenuti dall’organo di Claudio Noseda e dalla sezione ritmica di Tino Cappelletti, che pompa imperturbabile sul suo basso e Gino Carravieri, preciso e grintoso alla batteria, in più Fabrizio estrae dalla sua immancabile valigetta una serie quasi inesauribile di armoniche, aneddoti e storie di blues, a partire da una ritmata e scandita  Hole in Your Soul, che contiene nel testo uno dei motti di Poggi, ovvero “Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”, trovata sul muro di un negozietto nel Mississippi, nel corso dei suoi viaggi americani. Checkin’ Up On My Baby scritta da Sonny Boy Williamson II, nel suo incedere ricorda molto Mastro Muddy e si avvale di un ottimo solo di De Stefani, che già nel precedente brano aveva scaldato l’attrezzo, in alternanza con l’organo di Noseda.

Entrambi protagonisti nuovamente in una pimpante rivisitazione di You Gotta Move (era su Mercy), al crocicchio tra Rev. Gary Davis, Fred McDowell e gli Stones, ovvero il blues e il rock più genuino. Poi sale sul palco anche Bazzari per una lunghissima Midnight Train, preceduta dagli sbuffi di armonica che ricreano lo stantuffo del treno, e con l’ottimo Claudio, armato di una Stratocaster, che ci regala un solo di tecnica e gusto squisito, in un continuo crescendo della sua solista. Bazzari rimane sul palco anche per la successiva I’m On The Road Again, che appare in diversi album di Fabrizio Poggi, e illustra il suo amore pure per la canzone Americana, rivista in questa occasione in una chiave più grintosa e tirata, che è il mood della serata, ma anche in generale dei concerti del nostro, che continua ad incitare il pubblico e i suoi musicisti a dare il meglio. Nobody’s Fault But Mine è l’unico brano tratto dal suo più recente album Amazing Texas Blues Voices, e il buon Fabrizio cerca di non far rimpiangere Carolyn Wonderland che la cantava sul CD. Nel corso della serata Poggi scende anche tra il pubblico del Teatro per un lungo e coinvolgente assolo di armonica non amplificata, per poi omaggiare la sua compagna di viaggio (in tutti i sensi) con una dolce e sentita ballata come Song For Angelina, deliziosa nella sua melodia. Torna Bazzari per il gran finale, prima con una chilometrica, vorticosa e scandita The Blues Is Alright, dove Claudio e Danny De Stefani si “affrontano” a colpi di chitarra, con Noseda che strapazza la sua tastiera da tutte le posizioni, mentre Fabrizio dirige le operazioni, presenta la band ripetutamente, sempre soffiando con forza nella sua armonica, prima di lasciare il palcoscenico alla band, per un finale strumentale di rara potenza, con assoli dei vari protagonisti, anche la sezione ritmica Le luci sembrano accendersi, ma, c’è ancora tempo per una fantastica Bye Bye Bird, ancora di Sonny Boy II, il testo è minimo, ma la musica è nuovamente vorticosa, con armonica, chitarre, organo a scatenarsi in continui soli e la ritmica, con Cappelletti (autore anche di simpatici siparietti con Fabrizio nel corso della serata) e Carravieri a legare il tutto, con classe e grande abilità. Insomma un grande showman, una band coesa e di rara efficacia, che non ha nulla d invidiare alle migliori formazioni americane, per una serata di blues che sarebbe stato un peccato non vedere. Se capitano dalle vostre parti non mancate, lo spettacolo è assicurato, e anche la musica.

Bruno Conti    

P.S Mi scuso per il ritardo con cui è stata postata, in effetti l’intervista avrebbe dovuto essere pubblicata qualche tempo fa, ma poi per vari motivi ci sono stati dei ritardi, quindi eccola alla fine, e comunque se volete altre informazioni, sulla discografia, anche sulle date dei concerti e in generale sull’attività di Fabrizio Poggi, potete andare qui http://www.chickenmambo.com/ nel suo bellissimo sito.

Giovane, Ma Tosto Pure Questo. Tom Killner – Live

tom killner live

Tom Killner – Live – Cleopatra Records

Ultimamente i migliori nuovi chitarristi blues (e rock) vengono prodotti dalla scena musicale americana, anche per le dimensioni del bacino da cui pescare, ma ogni tanto pure dall’Inghilterra arriva qualche nome degno di nota: penso a Aynsley Lister, Oli Brown, Laurence Jones, tra le donne a Joanne Shaw Taylor, e tra quelli più affermati a Matt Schofield o Danny Bryant, tanto per ricordarne alcuni. Forse proprio a quest’ultimo si può avvicinare il giovane Tom Killner: ventuno anni, già con un album di studio pubblicato nel 2015, Killner è uno di quelli dal sound “tosto” e tirato, di scuola rock-blues, un repertorio che pesca nei classici (ma nel disco di studio c’erano anche sue composizioni), e infatti questo disco dal vivo, registrato alla Old School House di Barnsley, è composto solo di cover. Quando ho letto il nome dell’etichetta (la mitica Cleopatra!) ho temuto il peggio, ma questa volta devo dire tutto bene. Killner si presenta sul palco con il suo gruppo, un quintetto che prevede un secondo chitarrista e un tastierista: il suono è in effetti, almeno nei primi brani, piuttosto tirato anziché no. Si capisce che il giovane ha messo a frutto gli ascolti della collezione di dischi del babbo, dai Cream a Hendrix, ma anche i vecchi Fleetwood Mac e il southern rock, e per il modo di cantare e suonare, ruvido e grintoso, anche uno come Rory Gallagher (un po’ più “cicciotto”) viene citato dallo stile esuberante di Tom.

Questo almeno è il punto di partenza, ma poi gli ascolti e le influenze si sono ampliate per confluire in questo disco dal vivo: prendiamo la traccia di apertura, Like It This Way, un brano dei primi Fleetwood Mac, firmato da Danny Kirwan, e mai inciso dal gruppo di Peter Green, solo eseguito in concerto e poi uscito in un disco postumo, l’approccio di Killner e soci è quello ruspante e ispido che ci si potrebbe aspettare. Ritmica dura e cattiva, doppia chitarra solista (come i vecchi Fleetwood), voce sopra le righe, ma corposa per un 21enne, e via pedalare, l’organo lavora sullo sfondo e Killner comincia ad esplorare la sua solista con voluttà ; King Bee più che a Muddy Waters (debitamente citato) rimanda proprio al giovane Rory Gallagher, chitarra arrotata, un pianino saltellante e tanta grinta, manco fossero i giovani Taste. Ain’t No Rest For The Wicked non è qualche oscura perla del British Blues, ma un brano dei Cage The Elephant (già presente nel disco di studio), a dimostrazione che il buon Tom ascolta anche materiale contemporaneo, una bella hard ballad con umori southern di buona fattura, mentre Have You Ever Loved A Woman è il suo omaggio al grande blues, un lento legato quasi inestricabilmente a Eric Clapton, ma di cui Killner ci regala una versione calda e raffinata, con uno splendido lavoro in crescendo della sua chitarra che inanella assolo dopo assolo, ben coadiuvato dal secondo chitarrista Jack Allen e dal tastierista Wesley Brook.

Higher Ground di Stevie Wonder non è una scelta che ti aspetteresti, ma l’approccio funky ed hendrixiano, è brillante e riuscito. L’altro brano estratto dal disco di studio è una ripresa di Cocaine Blues, lenta ed atmosferica con un pregevole uso su toni e volumi. Poi tocca ad una esuberante ma rispettosa Crosstown Traffic di Mister Jimi Hendrix, suonata veramente bene. Segue un inatteso doppio omaggio al sound sudista e agli Allman Brothers, prima con una lirica ed intensa Soulshine di Warren Haynes, poi con una veemente e “riffata” Whipping Post, dove si apprezza l’ottimo lavoro di tutta la band, e anche se Killner non può competere con la voce di Gregg Allman, la parte strumentale è eccellente, come pure nella successiva The Weight, con il classico della Band ripreso con rispetto e il giusto approccio per questo capolavoro. Ancora Hendrix con una vorticosa e fumante Foxy Lady, che conferma le buone impressioni sollevate da questo giovane Tom Killner. La stoffa c’’è, come conferma anche la conclusione con una robusta versione di With A Little Help From My Friends di Joe Cocker (di cui sto guardando proprio in questi giorni il documentario relativo alla sua vita Mad With Soul, del quale a tempo debito vi riferirò sul sito) che se non raggiunge le vette di quella che fanno dal vivo i SIMO, ci si avvicina di parecchio. 70 minuti complessivi di rock e blues da gustare tutto d’un fiato, questa volta la Cleopatra non ha “ciccato”!

Bruno Conti

Un Poeta Dalle Melodie Intense, Prosegue Il Suo Cammino. Sam Baker – Land Of Doubt

sam baker land of doubt

Sam Baker – Land Of Doubt – Blue Limestone Records

Ci eravamo già occupati di Sam Baker alcuni anni fa in occasione dell’uscita di Say Grace (13) http://discoclub.myblog.it/2013/10/31/poesia-e-musica-per-un-grande-artista-minore-sam-baker-say-g/ , tralasciando i precedenti lavori Mercy (04), Pretty World (07), e Cotton (09), semplicemente perché ai tempi questo Blog non era ancora attivo, ma prontamente cerchiamo di rimediare parlando di questo suo nuovo quinto album in studio Land Of Doubt. Come al solito il buon Sam si avvale di un gruppo di eccellenti musicisti, guidati dal produttore Neilson Hubbard componente degli Orphan Brigade (già visto anche dalle parti di Matthew Ryan e della brava Garrison Starr *NDB E’ appena uscito un suo nuovo EP il 16 giugno, What If There Is No Destination, al solito di non facile reperibilità), l’eccellente chitarrista Will Kimbrough (Steve Earle, Todd Snider, Rodney Crowell, Mark Knopfler, tra i più noti dei suoi “clienti”), il trombettista Don Mitchell , e una intrigante sezione d’archi composta da David Henry e Eamon McLoughlin, per una decina di brani di pura poesia, intercalati da brevi ma intensi interludi musicali.

A Sam Baker bastano pochi tocchi di chitarra, come nell’iniziale Summer Wind, per cogliere subito il senso e la nostalgia di una musica malinconica, mentre nella seguente Same Kind Of Blue, si sente lo zampino di Hubbard, con un arrangiamento che richiama per certi versi il bellissimo Soundtrack To A Ghost Story degli Orphan Brigade, con la tromba di Don Mitchell in evidenza, per poi passare alle note pianistiche e romantiche di una intima Margaret, declamare con il cuore e la chitarra in mano una struggente Love Is Patient, che nello splendido finale si apre ad archi e violini, e alla nuda bellezza di una meravigliosa “elegia” che si riscontra nelle scarne note di Leave.

Dopo tante melodie intense si prosegue con la meravigliosa e coinvolgente The Feast Of Saint Valentine, dove in un crescendo di archi e violini, Sam Baker si ricorda di essere un cantautore “texano” (alla Townes Van Zandt), il che poi ci porta nelle braccia di un brano scritto a quattro mani con la grande Mary Gauthier Moses In The Reeds, dal bel ritmo cadenzato e intrigante; non manca il racconto del lamento di una “partenza”, nelle belle parole di Say The Right Words, impreziosita da una tromba jazz anni ’50, il sottile lavoro di una chitarra acustica che segue un bellissimo “riff” di pianoforte, nella tenue dolcezza di Peace Out, e giungere al termine della narrazione, con i suoni ruvidi e spettrali, ma efficaci, della conclusiva title track Land Of Doubt, con un finale memorabile che vede ancora coinvolta la tromba eccellente di Don Mitchell.

Con il suo stile particolare, una sorta di “cantar parlando” e le sue canzoni affascinanti e letterarie, Sam Baker non è un tipo molto conosciuto dai più, ed è un vero peccato in quanto nelle sue composizioni non ci sono una sillaba o una parola sprecata, un vero “storyteller” nato che, come già detto precedentemente, narra di storie e racconti personali con emozioni che sanno unire gioia e malinconia, passione e dolore, del resto non c’è bisogno di molto altro: un poeta, una chitarra e poco altro, un pugno di canzoni, che nelle mani e nel cuore di Sam Baker (come solo i grandi sanno fare), diventano memorabili. Nel mezzo di tanti dischi “insignificanti” che continuano ad uscire, Land Of Doubt  è un fiore che dopo ripetuti ascolti sicuramente rimarrà nel tempo, e perciò merita di essere cercato e colto, l’unico problema purtroppo,e sarebbe strano il contrario, è sapere come reperirlo, ma se fate un giro in rete, a fatica qualcosa si trova. Ne vale la pena, credetemi!

Tino Montanari

Uno Splendido Omaggio Al Country Texano Anni Settanta. Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw

steve earle so you wanna be an outlaw

Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw – Warner CD – Deluxe CD/DVD

Dopo il piacevole ma piuttosto disimpegnato disco di duetti con Shawn Colvin di un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/06/21/buon-debutto-nuovo-duo-shawn-colvin-steve-earle-colvin-earle/ , torna Steve Earle con uno degli album più belli della sua ormai più che trentennale carriera. So You Wannabe An Outlaw è un CD di brani originali che, come lascia intuire il titolo, è anche un sentito tributo ad una certa musica country texana dei seventies, meglio conosciuta come Outlaw Music, che aveva i suoi massimi esponenti in Willie Nelson, Waylon Jennings e Billy Joe Shaver, un country robusto ed elettrico e non allineato con i precisi dettami commerciali di Nashville. Ma questo album è anche un omaggio di Steve alla sua gioventù, ed ai suoi primi passi come songwriter, quando venne preso dal grande Guy Clark sotto la sua ala protettiva (e Guy viene ricordato in una delle canzoni più intense del disco). Dal punto di vista sonoro So You Wanna Be An Outlaw è il lavoro più country di Earle da moltissimi anni a questa parte, se escludiamo il disco The Mountain inciso con la Del McCoury Band (che però era molto più legato ai suoni folk appalachiani), ed è forse il primo album a ricollegarsi direttamente ai due suoi fulminanti dischi d’esordio, Guitar Town ed Exit 0. Il suono è robusto, con Waylon come influenza principale, la produzione è dell’ormai inseparabile Richard Bennett, e la band che lo accompagna, oltre a qualche ospite che vedremo, sono i fedeli Dukes, che nella formazione attuale comprendono Chris Masterson alla chitarra solista, Eleanor Whitmore al violino e mandolino, Kelley Looney al basso, Brad Pemberton alla batteria, Ricky Ray Jackson alla steel e Chris Clark alle tastiere e fisarmonica.

E le canzoni di Steve sono, ripeto, tra le migliori che il nostro ha messo su CD da molti anni a questa parte, cosa ancora più significativa dal momento che il musicista texano d’adozione fa parte di quella ristretta schiera di artisti che non ha mai sbagliato un disco. L’album inizia benissimo con la title track, robusta country song che fa molto Waylon & Willie, in cui Earle fa la parte di Jennings e Willie Nelson fa…sé stesso, accompagnati dai Dukes in maniera energica con grande uso di steel e violino, ma anche di chitarre elettriche. Molto bella anche Lookin’ For A Woman, tempo cadenzato, melodia fluida e solare, voce del nostro leggermente arrochita e solito gran gioco di chitarre https://www.youtube.com/watch?v=eaj4iv58s0E ; The Firebreak Line è un delizioso rockabilly elettrico, gran ritmo e Steve pimpante come non lo sentivo da anni, mentre News From Colorado è una delicata ballata di stampo acustico (scritta assieme all’ex moglie Allison Moorer), dominata dalla voce imperfetta ma vissuta del leader. La tonica If Mama Coulda Seen Me ha poco di country, in quanto è un rock’n’roll tra il Texas e gli Stones, anche se il motivo sembra davvero uscire dalla penna di Waylon, Fixin’ To Die non è il classico di Bukka White ma un brano originale dallo stesso titolo, ed anche qui la base è blues, ma ad alta gradazione rock, di sicuro il pezzo meno in linea con le atmosfere del disco, mentre This Is How It Ends è un duetto con Miranda Lambert (che è anche co-autrice del brano), una squisita country ballad dal ritmo spedito e melodia cristallina, tra le più belle del CD.

The Girl On The Mountain, ancora lenta ed intensa, e con violino e steel più languidi che mai, precede due scintillanti honky-tonk, You Broke My Heart (con Cody Braun dei Reckless Kelly al violino) e la più elettrica Walkin’ In L.A., nella quale partecipa il leggendario countryman texano Johnny Bush con il suo vocione, due pezzi decisamente riusciti e godibili, che verrebbero approvati anche da uno come Dwight Yoakam. Il country elettrico di Sunset Highway, il più vicino come suono ai primi due album di Steve, ed il toccante e sentito omaggio a Guy Clark di Goodbye Michelangelo, chiudono positivamente il CD “normale”: sì, perché esiste anche una versione deluxe che, oltre ad un DVD aggiunto (con dentro il making of, il videoclip della title track ed un commento canzone per canzone da parte di Steve), presenta quattro brani in più, quattro cover scelte appunto nel repertorio dei tre più famosi Outlaws citati prima, ovvero Waylon, Willie e Shaver. Di quest’ultimo Steve propone Ain’t No God In Mexico, mentre di Nelson vengono scelte le poco note Sister’s Coming Home e Down At The Corner Beer Joint (unite in medley), e l’altrettanto oscura Local Memory, mentre di Waylon abbiamo la famosa Are You Sure Hank Done It This Way, rifatta alla grande da Steve, con spirito da vero rocker. L’ho già detto ma è doveroso ripeterlo: So You Wannabe An Outlaw è un grande disco, uno dei migliori di sempre di Steve Earle.

Marco Verdi

Sembra Sbucato Dal Passato, Ma Che Bravo! Brad Stivers – Took You Long Enough

brad stivers took you long enough

Brad Stivers – Took You Long Enough – VizzTone Label               

Brad Stivers, anche dall’abbigliamento con cui si presenta sulla copertina di questo Took You Long Enough, sembra provenire da un’era che è quella del R&R anni ’50/primi ‘60, con retrogusti soul e R&B, e parecchio blues, insomma quella che ai giorni nostri chiamiamo roots music. Il giovane Brad (intorno ai 25 anni, quindi quasi un bambino per il Blues) viene dall’area di Austin, Texas, ma prima ha girato tutti gli Stati Uniti: dalla California al Colorado, passando per lo stato di Washington, e anche una capatina in quel di Memphis, Tennessee. E’ stato finalista all’International Blues Challenge del 2014 ed ora, armato della sua fida Telecaster, esordisce su etichetta VizzTone, la piccola ma agguerrita label di Chicago, completando quindi il giro in musica degli States (e per festeggiare l’evento si è appena fatto anche un cospicuo tour in Spagna, e prima era passato anche da Italia e Svizzera): tra i nomi di pregio utilizzati nell’album vi segnalo l’ottimo Bukka Allen all’organo Hammond B3, la pianista e cantante Emily Gimble e il vecchio lead vocalist degli Storyville Malford Milligan (qualcuno li ricorda?).

10 brani che fin dall’iniziale 2.000 Miles ci rimandano al sound dei primi Blasters, quelli che fondevano rock e blues con una grinta notevole, Brad unisce nella sua figura, la voce potente ed espressiva di Phil e lo stile esuberante da guitar slinger di Dave Alvin, inchiodando subito un assolo da vero virtuoso. Ma pure la successiva You’re Just About To Lose Your Clown, con la presenza del sax ficcante di Mark Wilson e un ritmo errebì ondeggiante e variegato che rende omaggio al maestro Ray Charles, con i tocchi dell’organo di Allen ad insaporire ulteriormente il menu, segnalano l’arrivo di un nuovo talento sulla scena, quando poi inizia a titillare la sua solista si capisce che siamo capitati a bordo per un bel viaggio; a tutto boogie per una poderosa Put It Down, quando il ritmo si fa frenetico, la sezione ritmica pompa di brutto e il “ragazzo” ci dà dentor con la sua chitarra alla grande, le mani volano veramente sul manico della sua solista. E non manca un funky blues turgido come l’ottima title track Took You Long Enough, dove oltre al guitar slinger si gustano anche le nuances della sua bella voce; e in Here We Go Again non manca neppure una languida e deliziosa country ballad, cantata in coppia con Emily Gimble, che accarezza con calore anche i tasti del suo pianoforte.

Per poi scatenarsi nuovamente, questa volta con la presenza di Malford Milligan, in una poderosa, e lunga (oltre i 6 minuti) Nickel And A Nail, un blues con decisi connotati soul & R&B, dove si apprezza la voce di Milligan, grande cantante che mi ero perso per strada, ma che in questa cover di un vecchio brano di O.W. Wright mette in luce tutto il suo talento, mentre Bukka Allen e Stivers curano con gran gusto la parte strumentale, per un brano veramente fantastico. One Night Of Sin è una cover strumentale curatissima del brano di Fats Domino dove Brad gioca con i toni e i volumi della sua Fender https://www.youtube.com/watch?v=APdKG4GIWHI , per poi scatenarsi nuovamente in un poderoso shuflle come la sanguigna Can’t Wait che si avvicina al blues più canonico Chicago style degli artisti VizzTone e poi anche nel gagliardo slow blues della intensa Save Me, di nuovo con la chitarra (e anche la voce) in grande spolvero. E per non farci mancare nulla nello strumentale finale, un’altra cover assai azzeccata, rende omaggio anche allo stile chitarristico di Jimmy Nolen, il vecchio chitarrista di James Brown, in una Cold Sweat tutta “chicken-pickin” e linee soliste fluide e di grande tecnica. Un nome da appuntarsi con cura, veramente bravo questo Brad Stivers https://www.youtube.com/watch?v=sboDCzc_WRU !

Bruno Conti

In Viaggio Attraverso Le Note Ammalianti Della Band Di Josh Haden. Spain – Live At The Lovesong

spain live ath the lovesong

Spain – Live At The Lovesong – Glitterhouse Records LP – CD – Download

Josh Haden, leader indiscusso degli Spain,  altri clienti abituali su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2016/07/02/nel-nome-del-padre-spain-carolina/ , è un uomo di altri tempi: dopo la morte del padre, il mitico Charlie Haden, contrabbassista jazz di fama mondiale, avvenuta nel 2014, ha portato la sua band a suonare periodicamente (ogni martedì,) sul palco del Love Song Bar di Los Angeles, in serate aperte a continue ospitate (Bill Frisell, Matt DeMerritt, Joe Baiza, Bobb Bruno, Ryan Qualls, Craig Haynes e la sorella Pedra Haden), instaurando quindi un rapporto con il pubblico intimo e coinvolgente. Fortunatamente la benemerita Glitterhouse, dopo aver ascoltato alcuni nastri di questi eventi, si è convinta a farne un disco live, e nelle varie serate a salire sul palco la “line-up” degli Spain era composta da Josh voce e basso, Kenny Lyon alla chitarra, Shon Sullivan alle tastiere, Danny Frankel alla batteria, Joe Wong alle percussioni, riproponendo in versioni alternative e dilatate alcuni brani del proprio repertorio, pescando principalmente dal magnifico esordio The Blue Moods Of Spain, il tutto con la produzione musicale di Nate Pottker.

Come i titoli suggeriscono e chi conosce gli Spain ne troverà conferma, si tratta di musica d’atmosfera, come propone subito l’iniziale e poco convenzionale Tangerine, che  vede come ospite il sassofonista di Macy Gray Matt DeMerritt, a dare un impronta jazz all’arrangiamento del brano, seguito dalla bellissima, ma poco nota, Every Time I Try, cantata da Ryan Qualls che viene ripescata dalla colonna sonora di The End Of Violence, un film del lontano ’97 diretto da Wim Wenders, per poi saccheggiare dal citato The Blue Moods Of Spain una versione “psichedelica” di World Of Blue, dove spicca anche il chitarrista jazz Bobb Bruno, la tenue e come sempre bellissima Untitled N° 1, con il batterista jazz Craig Haynes e la tromba del bravo Mike Bolger, e una stratosferica versione di Ray Of Light dove troviamo sul anche palco la chitarra di Bill Frisell, il basso di Zander Schloss (Circle Jerks, Red Hot Chili Peppers) e il violino della sorella Petra Haden, salutata con giubilo dai clienti (e non poteva essere altrimenti), con tanto di slide e melodica aggiunte alle operazioni, per quindici minuti di musica di altissimo livello.

La parte finale dà spazio alle canzoni più recenti, una From The Dust recuperata da Sargent Place, rivoltata come un  calzino e che vede come ospite la chitarra rock-jazz di Joe Baixa, e con il “southern-rock soft” di Lorelei, tratta dal recente Carolina, per concludere con la classica e meravigliosa Spiritual, un lungo blues con ampio spazio alla voce di Petra e al coro dei Mystery Gospel Choir. Meritati applausi e sipario. Quindi dopo una carriera che ha superato ampiamente le due decadi, certificata dagli otto album precedenti, in bilico fra gli umori contaminati del folk-blues, Americana, e leggere sfumature jazz, occorre anche dire che in questo “live” brani vecchi e nuovi contribuiscono a formare una scaletta ben bilanciata, che non fa che confermare ancora una volta che gli Spain di Josh Haden sono una delle formazioni più interessanti e ingiustamente sottovalutate del sottobosco indipendente americano!

NDT: Se non fosse stato che Los Angeles non è proprio dietro l’angolo, un salto era da fare, ma se per caso dovessero ripetere l’esperienza (durata da maggio 2016 a marzo 2017) e avete un martedì sera libero, fateci un pensierino e andate a bervi una buona birra, in caso contrario “accontentatevi” di questo disco, inizialmente disponibile solo in doppio vinile e per il download, ma a breve previsto anche in una versione a tiratura molto limitata, solo per il mercato americano, in CD.

Tino Montanari

Altri Due Live “Vintage” Di Altissimo Livello. Rolling Stones – Ladies And Gentlemen/David Bowie – Cracked Actor

rolling stones ladies & gentlemen

The Rolling Stones – Ladies And Gentlemen – Eagle Records/Universal CD

David Bowie – Cracked Actor – Parlophone/Warner 2CD

Oggi mi occupo di due album dal vivo di grande importanza, entrambi già usciti in altra forma, ma mai fino ad oggi su supporto audio digitale. Ladies And Gentlemen, che raccoglie il meglio di quattro concerti texani dei Rolling Stones nel 1972, era già stato messo sul mercato sette anni fa sotto forma di DVD, ed oggi entra a far parte di tre ristampe su CD audio singolo di altrettanti live già commercializzati su video, anche se è l’unico dei tre ad essere pubblicato in CD per la prima volta: gli altri due infatti, cioè l’ottimo Some Girls Live In Texas 1978 ed il formidabile Checherboard Lounge 1981 (con Muddy Waters), avevano già beneficiato di una edizione deluxe con il dischetto audio aggiunto. E se non possedete il DVD di Ladies And Gentlemen (ma anche se l’avete), questo CD è assolutamente imperdibile, in quanto testimonia un momento in cui le Pietre Rotolanti erano davvero in stato di grazia, anzi forse nel loro momento top di sempre (il tour è quello di Exile On Main Street), reduci da una serie di album tutti da cinque stelle e con la loro lineup migliore, cioè con Mick Taylor, sicuramente il  più grande chitarrista che abbiano mai avuto.

Ed il concerto è un highlight assoluto, credo di poterlo mettere tranquillamente tra i primi cinque live pubblicati dal gruppo (archivi e video compresi), quindici brani suonati come se non ci fosse domani, da parte di un quintetto che all’epoca era di certo la migliore rock’n’roll band al mondo, con Mick Jagger letteralmente scatenato, un Keith Richards che sciorina riff assassini a profusione, la sezione ritmica di Bill Wyman e Charlie Watts che non perde un colpo, e Taylor che fa cose assolutamente non umane: il tutto con l’aiuto dei fiati di Bobby Keys e Jim Price e soprattutto con le magiche dita di Nicky Hopkins, il più grande pianista rock di tutti i tempi. Rock’n’roll subito a mille con un uno-due da knock-out (Brown Sugar e Bitch), una Gimme Shelter sulfurea e minacciosa come non mai (nella quale Taylor comincia ad arrotare da par suo) e la splendida Dead Flowers, una delle più belle country songs di sempre (non solo degli Stones). Dopo il solito festoso intermezzo con Keith voce solista (Happy), troviamo una Tumbling Dice da favola, una Love In Vain (Robert Johnson) tra il romantico e l’appiccicoso, la strepitosa Sweet Virginia ed una You Can’t Always Get What You Want tra le più belle ed emozionanti mai sentite. La ultime sei sono rock’n’roll al fulmicotone di una bellezza quasi illegale, da parte di una band all’epoca unta dal Signore (o dal diavolo): una tostissima All Down The Line, Midnight Rambler, perfetto showcase per la straordinaria abilità di Taylor, una scatenata Bye Bye Johnny (Chuck Berry) ed un finale che lascia senza fiato con di seguito Rip This Joint, Jumpin’ Jack Flash e Street Fighting Man. In una parola: imperdibile.

david bowie cracked actor

David Bowie forse non ha mai avuto la capacità di coinvolgere degli Stones, ma è sempre stato un performer coi fiocchi, e nel 1974 sapeva dire la sua alla grande: Cracked Actor è un doppio CD (era uscito su doppio vinile per il recente Record Store Day) che documenta un concerto totalmente inedito del Settembre di quell’anno, registrato durante il tour di Diamond Dogs, già comunque documentato all’epoca con l’ottimo David Live, anche se questo, se non superiore, gli sta almeno alla pari. Pur avendo una tracklist molto simile al doppio dell’epoca, c’è qualche differenza nel suono, in quanto David Live era stato registrato nella prima parte del tour americano del cantante inglese, mentre Cracked Actor documenta una delle prime serate della seconda tranche: nel mezzo il nostro aveva registrato le canzoni che l’anno successivo sarebbero andate  a formare Young Americans, ed i brani in questa serata californiana risentono molto del suono soul e rhythm’n’blues di quelle sessions. Anche la band è parzialmente cambiata e, a fianco dei confermati Earl Slick (chitarra), Mike Garson (piano, formidabile) e David Sanborn (sax), troviamo l’altro gran chitarrista Carlos Alomar, una sezione ritmica totalmente nuova (Doug Rauch al basso e Greg Enrico alla batteria) e, tra i ben sette backing vocalists, il futuro solista di successo Luther Vandross.

Nella scaletta mancano diversi classici dell’epoca del futuro Duca Bianco, come Ziggy Stardust, Starman e Life On Mars, ma il concerto è talmente compatto e la performance del nostro talmente buona che non c’è comunque modo di dispiacersene. Inizio potente con la funkeggiante 1984, dall’ottimo ritornello, e con la roccata Rebel Rebel, uno dei suoi pezzi più trascinanti dal vivo. La serata è un valido showcase dell’abilità di Bowie come performer, con una sfilata di classici come Changes, trasformata quasi in un jazz afterhours, Suffragette City, una All The Young Dudes quasi cabarettistica, una Space Oddity più bella che mai, ed il finale tutto glamour ed energia di The Jean Genie, Rock’n’Roll Suicide e John, I’m Only Dancing (quest’ultima non l’ho mai amata molto). In mezzo, diverse gemme meno note del repertorio del nostro, come l’intensa Moonage Daydream, con un grande assolo chitarristico, la robusta title track, una vibrante cover del classico errebi di Eddie Floyd Knock On Wood, o la toccante e soulful It’s Gonna Be Me, nella quale David si conferma un cantante con le contropalle.

Gli anni settanta sono stati certamente il punto più alto per quanto riguarda la musica rock dal vivo, e queste due pubblicazioni ne sono una notevole testimonianza a conferma.

Marco Verdi

35 Album E Non Sentirli: Un Inossidabile Storyteller Cittadino Del Mondo. Elliott Murphy – Prodigal Son

elliott murphy prodigal son

*NDB. Giusto ieri si parlava sul Blog di Willie Nile, uno dei grandi outsiders della musica americana. Forse ancor più di lui in questa categoria rientra Elliott Murphy, uno dei primi “nuovi Dylan” e poi comunque con una carriera di grande spessore. Oggi ce ne parla Tino Montanari, in occasione dell’uscita del nuovo album, al solito buona lettura.

Elliott Murphy – Prodigal Son – Route 61 Music/Murphyland

Ritorna con il trentacinquesimo disco (in oltre 40 anni di carriera), un “cliente” abituale di questo blog. Stiamo parlando di Elliott Murphy cittadino americano di New York, trasferitosi da parecchio, fin dall’inizio anni ’90 nella romantica Parigi, e anche figlio adottivo italiano per un periodo trascorso a Roma suonando da “busker: questo è il secondo album edito, dopo il “remake” di Aquashow Deconstructed (15) http://discoclub.myblog.it/2015/05/15/rilettura-pagine-preziose-elliott-murphy-aquashow-deconstructed/ , dalla benemerita etichetta italiana Route 61 Music di Ermanno Labianca. Questo nuovo lavoro, Prodigal Son, come al solito è stato registrato negli studi Question De Son a Parigi, con la band e i “compagni di merende” che lo accompagnano da anni: The Normandy All Stars, composti dal compianto Laurent Pardo al basso (scomparso poco dopo la registrazione del disco), Alan Fatras alla batteria, e naturalmente l’amico di vecchia data Olivier Durand alle chitarre, con l’apporto di superbi musicisti, tra i quali Leo Cotton alle tastiere, la bella e brava Melissa Cox al violino, e il figlio Gaspard validissimo polistrumentista (per chi scrive è stato quasi determinante, insieme a Durand, nell’ultima parte di carriera del padre), che ha anche prodotto, arrangiato e mixato il disco.

Si parte con il primo singolo Chelsea Boots (uscito in edizione limitata vinile 7” per il Record Story Day), e sembra che il tempo non sia passato dagli anni d’oro del suo esordio, con armonica e chitarre in primo piano, mentre la successiva Alone In My Chair è accelerata e movimentata, e fa battere il piedino, per poi approdare alla prima ballata Hey Little Sister, con il violino della Cox in sottofondo che accompagna la voce calda e profonda di Elliott. Si prosegue con l’intima e pianistica Let Me In, impreziosita da un intrigante coretto “soul”, seguita ancora dalla title track Prodigal Son (sicuramente il brano più creativo e interessante), con un ritmo incalzante (in cui Cotton si esprime al meglio), abbellito da voci “chiassose” in chiave gospel, e poi ci si commuove con la struggente bellezza di una romantica Karen Where Are You Going, dove è certificata la bravura del figlio Gaspard alla chitarra (perfetta da cantare in un Bistrot della vecchia Parigi). La parte finale ci regala un brano come Wit’s End, con un sontuoso finale in crescendo “soul”, dove non poteva mancare di nuovo il magico violino di Melissa Cox, per poi passare alla ritmata melodia di You’ll Come Back To Me, che fa da ponte al brano conclusivo Absalom, Davy & Jachie O, credo, anzi sono certo,  il più lungo firmato da Murphy durante la sua carriera, quasi dodici epici minuti per una sorta di cavalcata musicale letteraria che ripercorre la storia di uno dei figli di Re David, e la proietta verso orizzonti nuovi e poco conosciuti, per certi versi fino a poco tempo fa impensabili.

Quella di Elliott Murphy è certamente una carriera piena di soddisfazioni, almeno a livello critico e di seguito da parte di un fedelissimo zoccolo duro di fan immarcescibili,  merito di un songbook che negli anni ci ha regalato grandi album e grandi canzoni, e anche in questa occasione non si smentisce, pubblicando questo Prodigal Son (come detto il suo trentacinquesimo album), che conferma anche la sua regolarità nelle uscite e pure il rispetto di illustri colleghi (Bruce Springsteen e Billy Joel fra i tanti), per un musicista vero cittadino del mondo.

Tino Montanari