Dalla Scozia Energia “Celtic-Rock”! Mànran – An Dà Là – The Two Days

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Mànran – An Dà Là – The Two Days – Mànran Records

*NDB Come ogni tanto capita, siamo un po’ in ritardo sull’uscita, visto che è uscito un annetto fa circa, ma perché non parlarne comunque, se merita?

I Mànran, per chi già non li conoscesse, sono un sestetto scozzese apparso nel panorama musicale nel 2013 con l’ottimo The Test (puntualmente recensito all’epoca dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2013/09/22/gaelic-folk-rock-manran-the-test-5704913/ ), ma per dovere di cronaca, come ricordato in quel post, avevano esordito con l’album omonimo The Mànran nel 2011, e dopo quattro anni di tour e concerti pressoché costanti, tornano con questo “burrascoso” nuovo lavoro An Dà Là – The Two Days (deriva da una espressione “gaelica” indicativa di grande cambiamento), e nel loro caso si riferisce ai vari cambiamenti nelle “line-ups” del gruppo, e musicalmente in una ancora maggiore potenza nelle tracce strumentali, e in una incredibile energia che fluisce nei brani folk-rock. Va detto comunque che la musica non è cambiata di un millimetro, con canzoni che si basano sempre sulle radici tradizionali celtiche e influenze logicamente contemporanee, e vede l’attuale line-up composta dai membri storici Ewen Henderson al violino, highland pipes e voce, Ryan Murphy a wooden flute e uilleann pipes, Ross Saunders al basso e voce, Gary Innes alla fisarmonica, con l’inserimento di Craig Irving alle chitarre e voce, e Mark Scobbie alla batteria e percussioni, con un risultato che porta un tonificante “sound” che invita alla danza e quindi a muovere il piedino.

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https://www.youtube.com/watch?v=2slfyIUZ65s

Il brano iniziale è lo strumentale Fiasco, e incarna perfettamente l’approccio della band alla musica tradizionale, con largo uso di violino, highland pipes, uilleann pipes e wooden flute, mentre la seguente Trod è una bel brano danzante cantato in “gaelico”, che precede un altro brano strumentale come la “tiratissima” Inspector, per poi omaggiare il cantautore folk canadese (ma nato in Scozia) David Francey, con la bella Pandora, cantata con trasporto dalla voce principale del gruppo Ewen Henderson dopo l’uscita dal gruppo del vecchio cantante Norrie Maclver. Altro giro e altro strumentale in una danza frenetica come Parallels, dove il violino e la fisarmonica dettano il ritmo, mentre Autobahn parte con una lunga introduzione musicale prima di terminare con una elegia cantata in gaelico, seguita da una sorta di traduzione letterale-musicale di Fios (composta dal bardo William Livingston), su un tessuto sonoro dal ritmo tambureggiante, a cui fa seguito ancora un classico energico rock gaelico come Alpha, dove la band ci trascina in un vertice di voci, pipes varie e fisarmonica. Con Alone arriva la prima ballata dell’album, una cover di Ben Harper (cercatela su Live From Mars), cantata al meglio da Craig Irving, come pure la title-track An Dà Là – The Two Days, un’intrigante e struggente brano cantato in versione bilingue da Ewen, prima della sarabanda finale con due infuocate e frenetiche “jigs” come Strong e Hour, dove la band si esprime a livelli altissimi di talento individuale, con una sezione ritmica granitica guidata dal bravo Mark Scobbie.

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https://www.youtube.com/watch?v=9eQZu5a9jBw

I Mànran attualmente volano alto, non solo nella natia Scozia, ma in concerti e festival vari dove sono invitati, in giro per il mondo, merito, come detto, degli arrangiamenti trasversali e dell’abilità strumentale dei musicisti del gruppo espressa in ogni brano, e che ha nel suo sviluppo una varietà di temi sonori in modo che la musica prodotta conservi la freschezza della primaria stesura originale. Anche se non forse raggiungeranno i livelli di gruppi storici come Tannahill Weavers, Runrig, Wolfstone, Capercaillie, o anche dei poco conosciuti, ma bravi Rock, Salt & Nails, per il sottoscritto i Mànran rimangono nell’attuale panorama musicale folk celtico, un solido gruppo di riferimento per le vecchie e nuove generazioni, il tutto certificato anche dal fatto che in patria sono veramente famosissimi.

Tino Montanari

Una Vera Delizia Per Le Orecchie! Tim Grimm & The Family Band – A Stranger In This Time

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Tim Grimm & The Family Band – A Stranger In This Time – Appaloosa/IRD CD

Questo disco è uno dei miei preferiti tra quelli usciti lo scorso anno, e ha mancato l’ingresso nella mia personale Top Ten per un soffio; se dovessi però rifare la classifica oggi, o tra un mese, non è escluso che ci possa anche entrare, non per una perdita di valore di altri album da me citati in precedenza, ma perché sto parlando di uno di quei lavori che crescono inesorabilmente ascolto dopo ascolto. Tim Grimm nasce come attore, ma da diversi anni si è dedicato alla sua più grande passione, la musica folk-roots, diventandone un apprezzato esponente pur rimanendo indipendente e ben lontano dalle classifiche di vendita, l’esatto opposto della sua carriera attoriale, durante la quale aveva partecipato a veri e propri blockbuster hollywoodiani come Sotto Il Segno Del Pericolo, Codice Mercury e Fuoco Assassino, recitando (in ruoli di contorno, va detto) a fianco di superstar come Harrison Ford, Bruce Willis, Robert De Niro e Kurt Russell. Dal punto di vista musicale Tim è in pista dalla fine degli anni novanta, ed al suo attivo ha una serie di validi lavori di pura musica roots, tra folk e country, rivelando un altro lato della sua personalità artistica, quello di singer-songwriter, decisamente più interessante di quello recitativo: tra i suoi lavori passati, citerei senz’altro il buon The Turning Point e l’ottimo Thank You Tom Paxton, personale tributo ad uno dei suoi eroi musicali.

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https://www.youtube.com/watch?v=FdBbtiRZop0

Ma A Stranger In This Time è senza dubbio il suo disco più bello fino ad oggi, un lavoro splendido, puro, con una serie di canzoni una più bella dell’altra eseguite con una finezza ed un feeling non comune; l’album è intitolato a Tim ed alla Family Band, così chiamata perché è formata dalla moglie Jan Lucas (voce e armonica) e dai figli Connor e Jackson Grimm (alle chitarre il primo ed a banjo e mandolino il secondo), con interventi “esterni” da parte di Hannah Linn alla batteria e del bravissimo Diederik Van Wassenaer al violino (musicista che ci aveva già colpito nel bellissimo The Pilot And The Flying Machine di Ben Bedford). A Stranger In This Time è dunque un album da gustare nota dopo nota, una brillante conferma per un artista forse di basso profilo ma di grandi capacità: il disco esce per l’etichetta italiana Appaloosa, e come d’abitudine negli album pubblicati dalla label brianzola, i testi sono riportati anche nella nostra lingua. L’iniziale These Rollin’ Hills è già splendida, una chitarra arpeggiata subito doppiata dal banjo, con la voce calda del nostro che intona un motivo puro e cristallino di chiaro stampo folk, un avvio decisamente intenso. Notevole anche Gonna Be Great, dal ritmo più accentuato, e sarà per la melodia squisitamente decadente e “scazzata”, sarà per il controcanto femminile o per la voce ancora più bassa di Tim, ma a me questo brano ricorda non poco Leonard Cohen, anche se per la verità il refrain centrale somiglia moltissimo a Things Have Changed di Bob Dylan: comunque deliziosa.

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https://www.youtube.com/watch?v=gpDc5Yc6xTc

Ottima anche So Strong, un western tune davvero intenso e con una melodia emozionante nobilitata da un languido violino ed un approccio da consumati pickers da parte dei membri della band; Thirteen Years è un talkin’ da perfetto storyteller, nel quale Grimm compensa la (voluta) assenza di un motivo vero e proprio con una interpretazione da brividi, quasi fosse un novello Ramblin’ Jack Elliott. Black Snake è più elettrica, bluesata ed annerita, mi ricorda immediatamente certe cose di Ray Wylie Hubbard, con quell’atmosfera limacciosa che ha dei punti di contatto anche con Tony Joe White; Finding Home è ancora pura, delicata ed interiore, impreziosita dalla seconda voce di Jan, mentre è bellissima anche Hard Road, uno squisito country-folk dal tempo vivace e ritornello vincente, ed uno splendido accompagnamento guidato da banjo ed armonica, una delle più belle del CD. The Hungry Grass è un altro delizioso bozzetto acustico, semplice ma intensissimo, Darlin’ Cory è l’unico brano tradizionale del disco, ed è eseguito in maniera rigorosa, una sorta di folk-bluegrass appalachiano vibrante ed evocativo. Chiudono il CD la cadenzata Over The Waves, altro pezzo originale ma dal sapore di una ballata d’altri tempi (ed un qualcosa di irlandese nella melodia) e la tenue Over The Hill And Dale, che addirittura mi rammenta il Cat Stevens più bucolico. Se lo scorso anno vi siete persi questo A Stranger In This Time (*NDB. Come se lo era perso il Blog!), siete ancora ampiamente in tempo ad accaparrarvelo: di sicuro non ve ne pentirete.

Marco Verdi

Country(Rock) Di Classe E Sostanza In Una Delle “Mecche” Del Genere. Shooter Jennings – Live At Billy Bob’s Texas

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Shooter Jennings-  Live At Billy Bob’s Texas – Smith Music Group CD O DVD

Waylon Albright Jennings detto “Shooter”, a voler essere sinceri fino in fondo, non è bravo come il babbo, l’unico vero e unico Waylon, e probabilmente neppure come la mamma Jessi Colter, ma i geni di famiglia non possono avere fallito completamente, come dimostrano parecchi dei suoi album precedenti. Però da alcuni anni sembra aver perso un po’ la bussola: prima la collaborazione quasi “metal” con Stephen King in Heirophant, poi l’incrocio francamente imbarazzante di country ed elettronica, Countach (for Giorgio) dedicato a Moroder, inframezzato dal discreto EP Don’t Wait Up (For George), di quello “giusto”, Jones, non facevano sperare per il meglio ed erano pallidi ricordi dell’ottimo uno-due del 2013 The Other Life e The Other Live http://discoclub.myblog.it/2013/03/15/finalmente-degno-di-tanto-padre-shooter-jennings/ . Ovviamente il nostro amico è libero di avere i propri gusti e se a Shooter piace indulgere anche nei suoi piaceri dedicati agli ascolti giovanili, noi siamo altrettanto liberi di non acquistarli, basta saperlo. Nel frattempo Jennings almeno dal vivo continua però a fare ottime cose, come dimostra questo concerto, di cui tra un attimo, e anche la sua presenza in vari Live, tributi e dischi di colleghi (per esempio è già annunciato che il nuovo disco di Brandi Carlile, By The Way I Forgive You https://www.youtube.com/watch?v=2adTSxUqnc4 , in uscita a febbraio 2018, sarà prodotto da lui e Dave Cobb, bella accoppiata https://www.youtube.com/watch?v=z865nKpgH0Q ).

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https://www.youtube.com/watch?v=CtOn5WdwNzk

Il Billy Bob’s Texas, come è noto, è uno dei più grandi locali honky-tonk d’America, anzi il più grande, situato a Forth Worth, ci hanno suonato un po’ tutti, anche artisti non country, ma principalmente si pratica quella branca della musica; Waylon Jennings per esempio ci suonava già negli anni ’70, prima della nascita del figlio, e, di solito, i vari CD e DVD dal vivo registrati laggiù sono sempre stati degli ottimi album. E pure questo non manca il bersaglio: oddio, la giacchetta in copertina con la scritta From Here To Eternity, da uno dei titoli più noti di Moroder, di cui poi nel concerto appaiono tre brani, potrebbe far pensare al peggio, ma in effetti il concerto è ottimo e abbondante. Il tutto è stato registrato a novembre del 2016, Shooter Jennings è accompagnato da una eccellente band dal sound “robusto” e variegato, con Ted Russell Kamp, anche cantautore in proprio, al basso, la brava Aubrey Richmond, dei Calico The Band, al violino e armonie vocali, John Schreffler Jr. alla chitarra, Erik Deustch dei Leftover Salmon al piano e organo, e Jamie Douglass alla batteria: Poi al resto ci pensa Shooter, voce rauca e potente, ma anche suadente all’occorrenza, pure lui a chitarre e piano: nell’iniziale Electric Rodeo il suono è subito poderoso e grintoso, un southern rock dove le chitarre e le tastiere conferiscono una patina molto classic rock anni ’70, con il violino a colorire il sound. Steady At The Wheel, dal primo album Put The O Back In Country, è una giusta  miscela tra l’outlaw country del babbo e un rock sudista molto alla Marshall Tucker o alla Charlie Daniels Band per l’uso del violino, le chitarre ruggiscono, la ritmica picchia, ma le armonie vocali della band sono ottime, senza soluzione di continuità si passa alla dura Don’t Feed The Animals che era su Hierophant, una canzone scritta con Dave Cobb, che dal vivo, per quanto tirata, ha comunque un suo perché

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https://www.youtube.com/watch?v=ASRz22QUwgI

The Real Me da Family Man è una bella ballata elettroacustica di puro honky tonk country di qualità, con il violino e il pianoforte a ricamare, e anche la bellissima e guizzante Outlaw You, da The Other Life, probabilmente dedicata al padre, ha i profumi e le sonorità della migliore outlaw country music con i “grandi” citati nel testo. Anche Wild And Lonesome è una deliziosa country ballad dallo stesso album, e pure la mossa Nashville From Afar, uscita solo come singolo, conferma che la classe c’è. Il trittico dedicato a Giorgio Moroder è meno “letale” che su Countach, l’elettronica viene bandita a favore di un rock cattivo ma ben suonato dall’ottima band, e quindi I’m Left, You’re Right, She’s Gone, Born To Die (notevole questo brano) e Love Kills, che molti ricordano nella versione di Freddie Mercury https://www.youtube.com/watch?v=BXz86_9wKYw , scorrono senza troppe concessioni alla disco-rock dance, a parte il terzo brano; ma è un attimo e poi si ritorna al country classico, con The Door, un vecchio pezzo di Billy Sherrill per George Jones, anche se in questa versione sembra un pezzo dei Curved Air. Living In A Minor Key, solo voce, chitarra acustica e violino è un gioiellino country-folk e anche il valzerone romantico di The Other Life conferma che la classe non manca, come ribadisce la cowboy song Manifesto NO.1, ancora con il violino della Richmond grande protagonista. Il concerto ormai è decollato: notevoli anche le versioni di All Of This Could Have Been Yours, The Gunslinger in splendido crescendo chitarristico, 4th Of July, non quella di Dave Alvin, ma altrettanto bella https://www.youtube.com/watch?v=NIHe7LNVtzY  e per concludere una bellissima Goodtime Charlie, un grande brano di Danny O’Keefe, legato anche alla figura di Waylon Jennings. Veramente un bel concerto.

Bruno Conti

Gli “Antenati” Dei Led Zeppelin. Yardbirds – Yardbirds ’68

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Qualche breve considerazione prima di entrare nel dettaglio di questo Yardbirds ’68. La prima è che siamo di fronte ad un fior di album e quindi lo consigliamo caldamente (mi è venuto il plurale maiestatis; come il Papa, oppure come i recensori delle pubblicazioni “serie”, che chissà perché si esprimono in quarta persona, o prima plurale se preferite, come se parlassero per tutta la rivista e non solo per sé stessi): ma, ci sono ovviamente dei ma, più di uno. Innanzi tutto il fatto che il CD, uscito per la http://www.jimmypage.com/, l’etichetta personale di Jimmy Page, è abbastanza difficile da reperire (a parte qualche distributore volonteroso), non sarebbe neppure costosissimo, ma le spese di spedizione influiscono parecchio sul prezzo di questo doppio CD. Di cui, scusate, ma devo dirlo, il primo dischetto dura poco più di 40 minuti, il secondo, quello con gli inediti, circa 28, quindi ci sarebbe stato tutto comodamente su un singolo. Certo, c’è anche un bel libretto nella confezione, e se la vostra disponibilità economica lo permette, ci sarebbe pure la confezione limitata con CD e vinili, autografata da Jim McCarty, Chris Dreja e Jimmy Page, i tre Yardbirds ancora viventi, a “sole” 400 sterline.

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https://www.youtube.com/watch?v=kNuQPTzuof4

Questo disco in effetti sarebbe il famoso (e famigerato) Live Yardbirds, registrato all’Anderson Theatre di New York il 30 marzo del 1968, in uno dei due concerti tenuti quel giorno nella venue del Lower East Side, durante l’ultimo tour americano della band inglese, poi completato a luglio. Come è noto, curiosamente, il chitarrista che più a lungo ha militato nel gruppo è proprio Page: Eric Clapton ha suonato dall’ottobre 1963 a fine marzo ’65, dopo la svolta “commerciale” non gradita di For Your Love, Jeff Beck è presente nel periodo più glorioso, sempre da marzo ’65, alla primavera estate del 1966, in tempo per partecipare al Festival di Sanremo di quell’anno, e con l’ingresso di Jimmy Page, alla colonna sonora di Blow-Up. Da lì in avanti il chitarrista sarà Page, la band registrerà Little Games, qualche singolo senza successo https://www.youtube.com/watch?v=PO9s__cmwfM , e, su insistenza della loro etichetta americana Epic, un disco dal vivo, come commiato dai fans. Disco dalla vita tribolatissima: pubblicato solo in vinile, con note d Lenny Kaye (e in Stereo 8, così ho letto), disco che io personalmente non ho mai visto, pur avendone avuta una versione in LP di quelli che un tempo si chiamavano “counterfeit”, non bootleg, proprio dischi contraffatti, che si distinguevano da quelli ufficiali perché avevano delle copertine identiche ma millimetricamente più piccole. Usanza che poi è rimasta anche per le edizioni in CD, con varie versioni sempre su etichette più o meno improbabili, ma tutte caratterizzate da una eccellente qualità sonora.

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https://www.youtube.com/watch?v=N9ULMxxlbdg

Che rimane anche per questa nuova versione rimasterizzata da Jimmy Page e che ripropone pari pari i dieci brani del concerto originale: ed è veramente un bel sentire, gli Yardbirds dal vivo erano sempre stati una fior di band, ma con l’avvento di Page avevano sviluppato uno show spettacolare (e i concerti duravano molto di più di quello riproposto in questo Yardbirds ’68, da cui comunque sono stati tolti gli applausi fasulli aggiunti all’epoca, e presi probabilmente dal pubblico di una corrida, per far sembrare che fossero presenti migliaia di persone, mentre in effetti il pubblico era molto più limitato). Jimmy aveva già iniziato ad usare l’archetto del violino e il pedale del wah-wah contemporaneamente per creare effetti sonori incredibili, ma il rock stava avanzando rispetto al pop e anche lo stesso Beck, per non dire di Hendrix e Clapton, stavano iniziano a sperimentare con feedback e pedali vari. L’apertura è affidata ad una ferocissima Train Kept A Rollin’, con l‘armonica e la voce di Keith Relf, il cantante originale del gruppo, che se non aveva la potenza di Plant, aveva comunque una voce più che rispettabile e una grinta notevole, da questo brano gli Aerosmith ci hanno costruito una carriera https://www.youtube.com/watch?v=0y078n95ApA . A seguire uno dei loro successi, la bellissima Mr., You’re A Better Man Than I, dove i florilegi della solista di Page, ispirati ma diversi da quelli di Jeff Beck, cominciano a farsi fenomenali, mentre la ritmica picchia duro e alcuni riff, effetti speciali e derive orientaleggianti dei futuri Led Zeppelin cominciano a notarsi; anche Heart Full Of Soul è un grande brano, versione breve ma compatta con il celebre riff sparato a tutta forza, seguita da Dazed And Confused che se non è ancora il tour de force degli Zeppelin, già mette in mostra tutto l’incredibile bagaglio tecnico di Page che lavora di archetto e pedali come un indemoniato, solo poco più di 6 minuti, ma è l’inizio di un’epoca, e anche gli Yardbirds come potenza non scherzavano https://www.youtube.com/watch?v=3ffBRhtWjEQ .

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https://www.youtube.com/watch?v=vbC2Z74q6E8

Il lato più blues/R&B è rappresentato dalle ottime My Baby (la faceva anche Janis Joplin) e Drinking Muddy Water dove si apprezza anche la forte presenza di Keith Relf, come pure di Page alla slide. In mezzo un altro brano con un riff spaziale, Over Under Sideways Down e poi un altro brano epocale come Shapes Of Things. Gran finale con lo strumentale dalle derive orientali e folk White Summer che entrerà nel futuro repertorio dei Led Zeppelin e che illustra il lavoro di ricercatore certosino di Page, per concludere con una versione incredibile di oltre dieci minuti di I’m A Man dove tutta la band e un Jimmy Page devastante, in particolare, sono veramente fulminanti nelle loro improvvisazioni. Basterebbe ed avanzerebbe, ma per la gioia dei fans e dei “completisti” il nostro amico ha aggiunto un secondo CD in studio (inciso ottimamente) con quelli che vengono definiti “sketches”, otto in tutto, veramente interessanti, ed inediti completamente: una incalzante e tirata Avron Knows,  la quasi strumentale Spanish Blood, manco a dirlo spagnoleggiante e con un intermezzo parlato che ricorda Atlantis di Donovan, (in cui suonavano Beck e John Paul Jones) con l’acustica in evidenza, Knowing That I’m Losing You, che diventerà la futura, splendida Tangerine, il classico pezzo alla Yardbirds Taking A Hold On Me, tra rock e blues, la versione di studio di Drinking Muddy Water, versione due, sempre gagliarda, come pure My Baby, altra cover doc; Avron’s Eyes che è un parente strumentale del primo pezzo del CD e una versione strumentale di Spanish Blood. Tutta roba buona che conferma il valore storico e musicale di questa “ristampa” eccellente, e se possibile, da non mancare.

Bruno Conti

Sempre Buona Musica Dai “Gangsters Di Chicago”. Great Crusades – Until The Night Turned To Day

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Great Crusades – Until The Night Turned To Day – Mud Records / Blue Rose

Chi mi segue su questo blog avrà ormai capito che ci sono dei gruppi e cantanti che nel corso degli anni mi sono entrati sotto pelle, li seguo fin dal loro esordio, e quindi attendo con partecipazione le loro eventuali nuove uscite per poterle recensire e farli eventualmente conoscere su queste pagine virtuali. E’ questo sicuramente il caso dei Great Crusades (una delle band più sottovalutate d’America), che a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro in studio Thieves Of Chicago (recensito sul Blog all’epoca), si fanno nuovamente vivi sul mercato con questo nuovo lavoro Until The Night Turned To Day (il nono della loro discografia  se non ho sbagliato i conti): una carriera  iniziata nel lontano ’98 con The First Drink Spilled Of The Evening, nuovo disco che chiude un cerchio, visto che tornano ad incidere con l’etichetta Mud Records, quella che aveva pubblicato il loro album di debutto. I “crociati” (stranamente ancora a piede libero), sono rappresentati come sempre dal leader Brian Krumm voce e chitarra, a cui rimangono fedeli Brian Leach (chitarra, tastiere e voce), Brian Hunt (basso e voce), e Christian Moder (batteria, tastiere e voce), con il non trascurabile apporto di Jake Brookman al violoncello, Brian Wilkie alla pedal-steel, e della gentile e brava Katie Todd come “vocalist” aggiunta, il tutto per registrare questo nuovo CD in soli due giorni negli ormai abituali JoyRide Studios di Chicago (il loro covo), in totale undici brani basati sulla propria tradizione musicale, che spazia tra americana, rock-blues, indie-rock, e un energico rock’n’roll.

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https://www.youtube.com/watch?v=n0F04S3RjC0

Un pianoforte “malandrino” introduce la splendida voce baritonale di Krumm (rauca e ricca di “pathos”), in un valzer intrigante come If You Could Only See Me Now, per poi cambiare subito registro con il “tex-mex” di It Only Took A Minute Not To Say Goodnight, il folk-rock di una solare Hey Hey (River Charles), per poi approdare a delle bellissime piste di pianoforte in una Gutter Punks in un duetto meraviglioso con Katie Todd. Si riparte e si alza il tiro con il rock senza tempo di una brillante Little Crown, e di una tambureggiante King Of The Altered States, per poi  rispolverare anche un po’ di vecchio caro “swing” nella tonica Prayer Furnace, virare al suono rilassante dell’acustica If I Changed My Mind, una tenebrosa ballata cantata al meglio dalla voce intensa del “capobanda”. Con la splendida Thanks For Asking si cambia ancora registro sonoro, passando pure per il blues ispirato da Muddy Waters con una torrenziale Last Dying Wish, e terminare infine con le suadenti note di Petrified, con la pedal-steel di Brian Wilkie in primo piano.

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https://www.youtube.com/watch?v=a0hkiQL60SE

I Great Crusades si conoscono tra loro fin dall’infanzia, e dopo vent’anni di carriera non importa quale stile di musica suonino i tre Brian e Christian, ma conta che siano una rock-band coi fiocchi, che porta in giro per il mondo il proprio talento e una loro particolare impronta musicale, dove la voce di Krumm è sicuramente la proverbiale ciliegina sulla torta. Per i pochi (o tanti, ma dubito) che già li conoscono un disco da ascoltare nelle ore piccole, per tutti gli altri il consiglio di dare una “chance” e magari un ascolto al loro vecchio catalogo, in quanto anche se le influenze musicali sono diverse e numerose, i Great Crusades sono in primis i Great Crusades.

Tino Montanari

Un Trittico Dal Canada 3, Il Migliore Dei Tre! Bruce Cockburn – Bone On Bone

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Bruce Cockburn – Bone On Bone – True North/Ird

Bruce Cockburn è stato (ed è tuttora) uno dei più grandi talenti espressi dalla scena musicale canadese. Negli anni ’70 la sua produzione rivaleggiava con quella dei grandi di quei tempi (assolutamente alla pari con gente come Tom Petty, Bob Seger, ma anche Van Morrison, Springsteen, Dylan, Joni Mitchell, la Band e pochi altri musicisti di quegli anni). Sull’altro lato dell’oceano anche Joan Armatrading, come Cockburn, non sbagliava un disco: gli album di quella decade, che uscivano con precisa cadenza annuale, spesso erano splendidi, penso a Sunwheel Dance, Night Vision, Joy Will Find A Way, In The Falling Dark, il doppio Live Circles In The Stream, ma un po’ tutti erano dischi superiori alla media della produzione di quasi tutti i suoi contemporanei e con una qualità costante. Forse proprio quello del 1979, Dancing In The Dragon’s Jaws, fu quello ad avere il maggiore successo negli Stati Uniti, arrivando fino al 45° posto delle classifiche americane e il LP conteneva una canzone Wondering Where The Lions Are, che arrivò a sfiorare perfino i Top 20 https://www.youtube.com/watch?v=L6Lpx6JIMmk . Da lì in avanti i dischi successivi, salvo rari casi (penso a Nothing But A Burning Light, Dart To The Heart, forse The Charity Of Night e qualche altro che ora non mi sovviene) non hanno più raggiunto quei picchi qualitativi, ma ci sono miriadi di cantautori pronti a firmare un patto con il diavolo per avere prodotto una serie di dischi comunque così consistenti. Dagli anni 2000 ha ulteriormente diradato le sue uscite discografiche, solo tre album più un Live, e e nell’ultima decade ci ha regalato un solo disco, Small Source Of Comfort. uscito nel 2011, un buon album che lo riavvicinava al sound e ai valori artistici espressi negli anni d’oro, e nel 2014 è uscito anche quello splendido Box da 8 CD più un DVD, Rumours Of Glory, che oltre ad essere una summa della sua produzione, conteneva anche molto materiale raro ed inedito http://discoclub.myblog.it/2014/09/20/altra-bella-notizia-forse-i-portafogli-bruce-cockburn-rumours-of-glory/ .

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https://www.youtube.com/watch?v=vmeZppIah8Y

Ma quando sembrava che Bruce Cockburn avesse quasi metaforicamente appeso la chitarra al chiodo, almeno per ciò che concerne il materiale nuovo, ecco che arriva questo Bone On Bone, un disco (dovrebbe essere il numero 30, antologie escluse) che rivaleggia con il meglio della sua produzione. Prodotto dal vecchio sodale Colin Linden, e registrato tra la California, Nashville e l’amato Canada, con l’aiuto di un eccellente gruppo di musicisti, dove spiccano il bassista John Dymond (che si alterna con l’ottimo contrabbasso di Roberto Occhipinti), il batterista Gary Craig, il nipote di Bruce, Aaron Cockburn alla fisarmonica; in più nella veste di ospiti Mary Gauthier (di cui a fine gennaio attendiamo il nuovo album Rifles And Rosary Beads), la brava cantante Ruby Amanfu, il cornettista e suonatore di flugelhorn Ron Miles, Brandon Robert Young, altro bravo cantautore e infine Julie Wolfe, alla produzione in 3 Al Purdys’ , una delle più belle canzoni, in un disco che è comunque ricco di brani di grandi valore. Il nostro amico anche se non è più un giovanissimo (quest’anno va per i 73 anni), non tradisce la attese. I testi sono sempre complessi e immersi nella realtà del mondo che ci circonda, la voce è più vissuta, ma non troppo dissimile dal suo timbro abituale, come certifica immediatamente l’iniziale States I’m In, tipico folk-rock energico ed incalzante nella sezione ritmica, con la chitarra acustica di Bruce subito in bella evidenza, mentre l’organo di John Whynot aggiunge spessore al sound e la voce della Amanfu sostiene a tratti quella di Cockburn, sembra quasi uno dei suoi classici degli anni ’70. Anche Stab At Matter (che “gioca” nel titolo sullo Stabat Mater latino per ideali religiosi e cristiani sempre presenti nei suoi testi) è un altro brano eccellente e grintoso, sempre elettroacustico https://www.youtube.com/watch?v=kLLE_1CjvKg , con qualche sapore blues, perfino cajun grazie alla fisarmonica del nipote e anche gospel per la presenza del San Francisco Lighthouse Chorus(il coro della parrocchia della città dove vive Cockburn) mentre il contrabbasso di Occhipinti e la slide di Linden si muovono sullo sfondo.

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https://www.youtube.com/watch?v=gjOZGihvAVk

Forty Years In The Wilderness è una delle splendide ballate folk-rock che da sempre costellano la carriera del canadese, ancora con l’ottima presenza dell’accordion del nipote John Aaron Cockburn e con la seconda voce della bravissima Mary Gauthier che la impreziosisce ulteriormente, insieme al coro gospel e con un suono d’assieme che ricorda a tratti anche il Jackson Browne più intimista. Non manca anche il blues, un elemento sempre presente nella discografia del nostro, per esempio nella vibrante Café Society, con un bel lavoro delle chitarre sia acustiche che elettriche, dell’armonica di Bruce e della cornetta di Miles che comincia a scaldare lo strumento. La citata 3 Al Purdys, ispirata dal lavoro di quello che viene considerato il massimo poeta canadese del 20° secolo, Al Purdy, è uno dei brani migliori del disco, e ruota attorno ad una sorta di talkin’ blues and jazz, tra poesia e recitar cantando, con la ricorrente cornetta di Ron Miles che si fa protagonista nel lirico finale, mentre le varie chitarre (e strumenti a corda vari, mandoguitar, charango e altro) suonati da Linden e Cockburn cesellano le loro partiDeliziosa anche Looking And Waiting, danzante ed intensa folk song acustica che però si avvale di ottimi interventi anche dell’elettrica, oltre che di un dulcimer, forse e di qualche strumento etnico. Per chi non lo sapesse Bruce Cockburn, oltre che cantautore di vaglia, è anche un eccellente chitarrista come dimostra nella title track strumentale Bone On Bone, dove il suo lavoro all’acustica è assolutamente splendido (e il sottoscritto, se consentite un ricordo personale, può testimoniarlo, visto che per motivi contingenti ero proprio sul palco a vedere il suo concerto al Palalido di Milano nel 1979 e ho visto la sua maestria da pochi centimetri di distanza).

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https://www.youtube.com/watch?v=FhBXirzp3Ic

La jazzata Mon Chemin, con charango e dulcimer in evidenza, si avvale ancora di Aaron alla fisarmonica, di Miles alla cornetta e dell’ottimo lavoro della sezione ritmica, altro brano tipicamente cockburniano (se si può dire), cantato in francese, come succedeva spesso nei primi anni e di tanto in tanto ancora oggi. Eccellente anche la lunga False River, altro pezzo dove si apprezza la fisarmonica, ma anche il contrabbasso di Occhipinti, la slide di Linden, l’acustica di Cockburn e tutta la band in generale, in un brano in lento ma inesorabile crescendo dove tutti i presenti sono al servizio della complessa melodia creata da Bruce per l’occasione, molto belle anche le armonie vocali corali. Jesus Train è l’altro brano decisamente bluesato di questo album, un country-folk-blues nuovamente molto composito e dalle atmosfere sospese ed intriganti, con la voce ancora in grado di reggere la parte senza problemi, ben supportata dal coro, mentre la chitarra cesella come sempre in piena libertà, sembra quasi di sentire i Pentangle. L’ultimo brano Twelwe Gates To The City è un traditional a cui Cockburn ha aggiunto delle parti non snaturando comunque l’aspetto gospel-blues del brano, dove si apprezza ancora il San Francisco Lighthouse Chorus e la “trombetta” di Ron Miles. Che dire ancora? Uno dei migliori dischi di questo 2017 appena concluso.

Bruno Conti

Un Trittico Dal Canada (In Tutti I Sensi) 2. Wailin’ Jennys – Fifteen

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Wailin’ Jennys – Fifteen – True North/Red House/Ird

Spesso non è facile trovare un buon incipit per aprire una recensione o un articolo, e altrettanto difficile a volte è inquadrare lo stile musicale in cui si muovono gli artisti, o le artiste, in questo caso, di cui si parla. Le Wailin’ Jennys non sono certo un nome di punta della discografia mondiale, ma tra gli appassionati giustamente godono di una buona reputazione, acquisita in quindici anni di carriera, da cui il nome dell’album Fifteen, attraverso cinque album, tra cui uno anche registrato dal vivo, e un paio di EP. Ovviamente parliamo di musica di nicchia, tra folk, country e bluegrass e per introdurre questo trio canadese a chi non le conosce, mi scapperebbe che potremmo dire che sono un riuscito mix tra le mai dimenticate sorelle McGarrigle, altri gruppi famigliari come le Roches e le inglesi Unthanks, un pizzico di Emmylou Harris e Dolly Parton, di cui interpretano un pezzo di ciascuna in questo album, e hanno affinità anche con un’altra band che fa delle armonie vocali il proprio vanto, come le Be Good Tanyas. Proprio le armonie vocali, da togliere il respiro per la bellezza e la profondità dell’incrociarsi delle tre voci, sono tra i punti di forza di questo Fifteen, per la prima volta nella loro carriera composto esclusivamente da cover e realizzato anche per esaudire le richieste dei loro fans che avevano chiesto spesso alle tre di cimentarsi in questa non facile arte dell’interpretazione.

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https://www.youtube.com/watch?v=ted12VQ9DRM

Ruth Moody, Nicky Mehta e Heather Masse, hanno attinto dal loro repertorio dal vivo, brani quindi che eseguono da tempo in concerto, aggiungendo alcune gemme pescate dai loro autori (e autrici) preferiti: così scorrono canzoni di Tom Petty, Paul Simon, Warren Zevon, Jane Siberry, le due citate poc’anzi e altri che vado ad illustrarvi tra un attimo. Il disco ha una strumentazione parca ma raffinata, con la Moody a banjo e chitarra, la Mehta sempre alla chitarra acustica, e Heather Masse, l’unica americana, dal Maine, impegnata “solo” come vocalist, il resto lo forniscono Richard Moody, fratello di Ruth, a viola, violino e mandolino, Adam Dobres, chitarre acustiche ed elettriche e mandolino, Adrian Dolan violino e infine Sam Howard al contrabbasso. Comunque ci sono anche un paio di brani completamente a cappella, una splendida Loves Me Like A Rock di Paul Simon, scelta dalla Moody e accompagnata solo da schiocchi di dita e battiti di piede, per ricreare uno spirito doo-wop molto aderente a quello dell’originale e altrettanto trascinante https://www.youtube.com/watch?v=ElWkcqF0VE8 , mentre Light Of A Clear Blue Morning, il brano di Dolly Parton sembra una cristallina gospel mountain song, con intrecci vocali celestiali mozzafiato https://www.youtube.com/watch?v=J-UK7iNJgNo . Ma tutto l’album ha una levità e una qualità veramente notevoli: dal tradizionale iniziale Old Churchyard, quasi “austero” nei suoi delicati interscambi e nelle armonizzazioni vocali splendide delle tre signore, passando per la cover magnifica di Wildlowers di Tom Petty, che in questa versione acustica ci fa ancor più rimpiangere la scomparsa del biondo cantautore della Florida, bastano un banjo, un mandolino e un violino, oltre a tre voci magnifiche per gustare la splendida melodia di questa canzone senza tempo.

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https://www.youtube.com/watch?v=XdgY-CQsbKU

C’è anche una bella versione di The Valley di Jane Siberry, una delle cantautrici canadesi più sottovalutate, cantata dal mezzosoprano vellutato di Nicky Mehta, forse la meno conosciuta delle tre, che rimanda immediatamente alle immense distese del Canada e nella parte dove vocalizzano sembra di ascoltare le Roches dei tempi d’oro che furono, ma anche Boulder To Birmingham, il brano di Emmylou Harris scelto da Ruth Moody, convoglia l’impatto malinconico ed emotivo di quella incantevole canzone. Notevole anche la cover di Not Alone, radiosa ballata scritta da Patty Griffin, altra primadonna del cantautorato americano, brano presente nel suo debutto del 1996 https://www.youtube.com/watch?v=cVVs4sOdOYQ  Living With Ghosts, e che qui scivola sul delicato e fine lavoro del violino mentre non possiamo dimenticare l’omaggio a Warren Zevon, presente con la struggente Keep Me In Your Heart, la supplica a non dimenticarci mai di lui, scritta poco prima della morte e la dolcezza di questa complessa versione preserva quel messaggio dolente, con le sue intricate armonie vocali che ancora una volta colpiscono con forza l’ascoltatore non distratto. A chiudere un brano scritto da Hank Williams Weary Blues From Waitin’ nuovamente cantata splendidamente  a cappella. Va bene, ho barato sono tre le canzoni senza accompagnamento strumentale, ma il disco rimane molto bello e godibile comunque.

Bruno Conti

Braveheart Billy Bragg Torna A Riscaldare I Nostri Cuori. Billy Bragg – Bridges Not Walls EP

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Billy Bragg – Bridges Not Walls EP – Cooking Vinyl

God save, non The Queen stavolta, ma tutti gli artisti e, in particolare i cantautori, che, come Billy Bragg,  hanno il dono di toccare i nostri cuori e risvegliare le nostre menti, spesso un po’ intorpidite, riguardo a ciò che di importante sta accadendo nel mondo. Si può più o meno essere d’accordo con le sue idee, ma certo non si può rimanere indifferenti ascoltando i testi delle sue canzoni. Da sempre schierato con la sinistra radicale inglese e convinto oppositore di ogni forma di razzismo, sessismo od omofobia, Billy ha portato avanti con coerenza, fin dai suoi esordi nei primi anni ottanta, la sua personale lotta contro le ingiustizie sociali. Trentacinque anni fa c’era la Thatcher con le sue odiose politiche economiche che opprimevano i lavoratori (ricordate la drammatica vicenda dei minatori inglesi?), oggi il becero neonazionalismo che ha portato alla Brexit, senza contare la sciagurata elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Ora come allora Billy Bragg non poteva evitare di prendere posizione e di mettere in musica le sue riflessioni. Dalla scorsa estate ha cominciato a mettere online nuovi singoli, che ha poi raccolto in un EP intitolato in modo assai significativo Bridges Not Walls.

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https://www.youtube.com/watch?v=pkNN81Ta2ik

Il primo dei sei brani contenuti in questa mini raccolta porta il nome di un dipinto di Goya che Billy ha potuto ammirare a Madrid nel museo del Prado. The Sleep Of Reason racconta degli effetti nefasti che possono determinarsi quando addormentiamo la nostra capacità di valutare gli eventi che succedono, vicini o lontani che siano. L’arrangiamento è ridotto al minimo: chitarra elettrica graffiante e una percussione martellante sullo sfondo, per dare ancora più risalto alle parole del testo. King Tide And The Sunny Day Flood è una intensa ballata acustica impreziosita dalla pedal steel suonata da C. J. Hillman che ci richiama ai rischi concreti che tante popolazioni stanno vivendo a causa dei cambiamenti climatici che buona parte del mondo industrializzato, con la complicità dei rispettivi governi, sta provocando https://www.youtube.com/watch?v=lWPZeQzN_Ws . La brava cantautrice americana Anais Mitchell è l’autrice della successiva Why We Built The Wall (tratta dall’ottimo Hadestown del 2010), che Bragg riprende nella classica modalità chitarra e voce, attualizzandone il significato contro chi, come Trump, pensa di risolvere i problemi dell’immigrazione erigendo muri https://www.youtube.com/watch?v=d0EOVt9WzJk . Una sconosciuta ragazza di nome Saffiyah Khan è l’ispiratrice della delicata Saffiyah Smiles. Fu immortalata da un fotografo nell’attimo in cui sorrideva sicura fronteggiando il volto minaccioso di un attivista del movimento neofascista English Defence League, durante una manifestazione dello scorso aprile a Birmingham. Bragg la prende come esempio della forza che scaturisce dalla solidarietà, opposta alla debolezza del bieco razzismo.

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https://www.youtube.com/watch?v=07X_yk1v8S4

Nelle note disponibili sul suo sito http://www.billybragg.co.uk/home.php Billy racconta che, durante un dibattito politico televisivo a cui era stato invitato, il conduttore chiese ad un ministro del governo Cameron se avrebbero aumentato i benefit a favore dei bambini in difficoltà economiche. La risposta del ministro fu: prima dobbiamo vedere come sarà l’andamento dei bond sul mercatoCapite allora da cosa scaturisce la bellissima Not Everything That Counts Can Be Counted,, polemica risposta a quei politici che subordinano le decisioni a favore della collettività, piegandosi alle imposizioni dei poteri forti dell’economia e della finanza. Da ultima, Full English Brexit chiude efficacemente il cerchio ideologico che ha originato questo EP. Le amare parole del suo testo, cantato con tono dolente dal suo autore con il solo accompagnamento del piano, ribadiscono lo smarrimento di fronte a questi tempi in cui la divisione, l’indifferenza o gli abusi sembrano prevalere. Billy Bragg richiama se stesso e i suoi colleghi alla responsabilità di saper proporre, attraverso la musica, messaggi che uniscano e che sappiano creare empatia tra la gente, al di là delle differenze di razze e culture. A parer mio, merita solo applausi.

Marco Frosi

Un Trittico Dal Canada 1. Downchild – Something I’ve Done

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*NDB Iniziamo casualmente questi primi giorni del 2018 con un terzetto di album di artisti canadesi che erano rimasti ancora da pubblicare tra quelli usciti nel 2017 (insieme a svariati altri che leggerete a breve), ma la fine dell’anno scorso e i primi giorni di quello iniziato, come al solito, non sono ricchi di uscite discografiche, per cui recuperiamo.

Downchild – Something I’ve Done – Linus/Ird

Che li vogliate chiamare semplicemente Downchild, come appare sulla copertina del CD, o Downchild Blues Band, come forse sono più noti, sempre di loro si tratta. Una delle più longeve e migliori band di blues e dintorni canadese, in pista dal lontano 1969, anche se il primo disco Bootleg in effetti risale al 1971 https://www.youtube.com/watch?v=EUkvTvUFtj4 : leggenda vuole che tra le tante fonti di ispirazione per i Blues Brothers ci siano pure loro, e probabilmente anche qualcosa di più della leggenda, visto che nel primo disco della band di Belushi ed Aykroyd Briefcase Full Of Blues c’erano ben tre brani che provenivano dal repertorio della Downchild (per comodità li chiameremo così), due originali e la loro versione di Flip, Flop And Fly. Non basta perché il gruppo all’origine prevedeva la presenza di due sassofonisti (ora un sax e una tromba), un armonicista, il leader della band Donnie “Mr. Downchild” Walsh, pure ottimo chitarrista; per molti anni il fratello di Donnie Rick (The Hock) Walsh è stato la voce solista, ma nella formazione sono transitati anche Kenny Neal, Gene Taylor (anche con Blasters, Fabulous Thunderbirds e James Harman) è stato a lungo il pianista, ora alle tastiere c’è Michael Fonfara, che forse qualcuno ricorda con Lou Reed nella seconda metà degli anni ’70, e prima ancora con i Rhinoceros; tra gli attuali membri del gruppo c’è l’ottimo cantante Chuck Jackson, ormai da inizio anni ’90, l’attuale sassofonista Pat Carey, che con il trombettista Peter Jeffrey forma la sezione fiati, e una sezione ritmica dove il bassista Gary Kendall è anche uno dei principali autori delle canzoni.

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https://www.youtube.com/watch?v=FQ0FUcFMMB8

Abbiamo saltato di palo in frasca nell’introdurre vecchi e nuovi membri del gruppo, ma è per segnalare una sorta di comunità di intenti che attraverso una ventina di album (questo dovrebbe essere il n°18, mi pare se non ricordo male, una ventina di anni fa di avere recensito sul Buscadero Lucky 13, che era appunto il tredicesimo). In Canada hanno vinto una infinità di Maple Blues Awards e se la battono tuttora con i Fathead come miglior band di blues dello stato http://discoclub.myblog.it/2014/09/14/cinque-simpatici-canadesi-abbronzato-viene-dalla-georgia-fathead-fatter-than-ever/ . Ovviamente Chuck Jackson, anche se così riporta erroneamente il sito AllMusic, non è il grande cantante soul, a meno che non lo abbiano smacchiato con la candeggina, visto che è un bianco, ma rimane un ottimo vocalist, come dimostra sin dall’iniziale propria composizione la briosa Albany, Albany, molto R&B e R&R, dove brillano la sezione fiati e anche il piano di Fonfara, poi protagonisti con la chitarra di Walsh, oltre all’armonica, altro strumento fondamentale nell’economia del sound del gruppo, del secondo brano Worried About The World, classico blues elettrico. Quindi il menu è vario e coinvolgente, da tipica blues revue (come i “Fratelli del Blues”). Michael Fonfara, che scrive il terzo brano Can’t Get Mad At You, oltre che brillante pianista, se la cava anche egregiamente al dobro, strumento che dà un suono inconsueto a questa canzone, per il resto punteggiata dalla slide di Walsh e dai fiati; Mississippi Woman, Mississauga Man, bel titolo, nuovamente firmata da Jackson, viaggia su un travolgente giro di armonica suonata dal cantante, divertente e dal ritmo ondeggiante come tutta la canzone.

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https://www.youtube.com/watch?v=ZJISRv3pkts

Take A Piece Of My Heart scritta dal bassista Kendall è una deliziosa ballata soul, costruita intorno alle tastiere di Fonfara che gli conferiscono un’aura deep south che si accentua con l’entrata dei fiati, mentre Jackson la canta come usava fare il compianto Joe Cocker, e un bel assolo di sax è la ciliegina sulla torta. Kendall firma anche la travolgente Mailbox Money, tra jump blues, boogie e R&R, che fa muovere il piedino anche ai più scontrosi, e poi l’assolo di “Mr. Downchild” è ottimo, mentre She Thinks I Do è una composizione del vecchio cantante della band, lo scomparso John Witmer, un altro delizioso brano dal piglio anni ’60, con Fonfara e Walsh ancora eccellenti a piano e chitarra. La title track Something I’ve Done, tra barrelhouse, honky-tonk e jump è un’altra travolgente cavalcata nel blues delle origini, quello ricco di R&B e Rock’n’Roll, con fiati, armonica e piano che tirano la volata all’ottimo vocalist Chuck Jackson, sembrano quasi i Blues Brothers, ops. E per non farsi mancare nulla pure il batterista del gruppo Mike Fitzpatrick firma una felpata Into The Fire, che mi sembra abbia qualche parentela con le ultime avventure di Mr.Van Morrison, magari a parte la voce (per quanto Jackson abbia una voce potente ed espressiva), ma l’organo di Fonfara e i fiati ci stanno tutti. A chiudere un disco che regala parecchie buone vibrazioni, lo strumentale conclusivo Evelyn, dove Donnie Walsh si può scatenare all’armonica, ben coadiuvato dalla propria band.

Bruno Conti

Una Splendida Notte Svedese Di Mezza Estate! Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Sweden 1988

bruce springsteen stockholm 1988

Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Stockholm, Sweden July 3 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

L’ultimo episodio degli archivi live di Bruce Springsteen (in realtà nel frattempo ne sono usciti altri due, dei quali mi occuperò in seguito) torna negli anni ottanta, ma non è inerente né ad uno dei mitici concerti europei del 1981 (che ancora mancano dalla serie) né al celebrato tour di Born In The U.S.A., bensì ad una serata della tournée del 1988 nel vecchio continente, in seguito alla pubblicazione dell’album Tunnel Of Love. La scelta è sorprendente per due motivi: primo perché c’è già tra le uscite passate un documento di questo tour (L.A. Forum, Aprile 1988) e poi perché questa serie di concerti è forse ad oggi la più criticata di tutte quelle che il Boss ha intrapreso con la E Street Band, in quanto lo vedevano meno esplosivo del solito, più trattenuto nelle performance, quasi come se le atmosfere intimiste di Tunnel Of Love avessero influenzato anche il suo modo di porsi dal vivo (e la serata di Los Angeles riflette in pieno questo stato delle cose, infatti è una delle meno imperdibili della serie). Nella parte europea del tour qualcosa però era cambiato, Bruce era più sciolto, le scalette più vicine ai gusti del pubblico, ed uno degli apici di quella serie di serate fu senz’altro quella del 3 Luglio a Stoccolma, di cui all’epoca fu mandato in onda per radio un estratto (anche in Italia, ed io ricordo nitidamente la sera in cui mi ero sintonizzato all’ascolto): questo triplo CD offre per la prima volta la serata intera, e devo dire che la performance è strepitosa, all’altezza di quelle leggendarie del nostro, quasi come se fosse stata registrata in un altro tour (allora possedevo un bootleg dello show di Torino, e l‘intensità della prestazione era più simile a quella di Los Angeles che a quella svedese https://www.youtube.com/watch?v=rvmZQB5tUoc ).

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https://www.youtube.com/watch?v=4aLRyzxETKc

Quasi tre ore e mezza di grande rock’n’roll, con il nostro che dà meno spazio al suo ultimo album dell’epoca ed offre una panoramica su tutta la sua carriera fino a quel momento (ignorando però i primi due album), aggiungendo diverse chicche. Il concerto in realtà parte maluccio, con i suoni sintetizzati della mediocre Tunnel Of Love (gratificata però da un ottimo assolo chitarristico), ma si risolleva subito con una energica cover di Boom Boom (John Lee Hooker), con il muro del suono fornito dalla sezione fiati presente on stage, e da una Adam Raised A Cain davvero potente. The River arriva forse troppo presto, anche se è sempre un immenso piacere ascoltarla, ed il brano che la segue, All That Heaven Will Allow, è uno dei migliori di quelli tratti da Tunnel Of Love. Dall’allora ultimo album vengono comunque prese meno canzoni del solito, oltre alle due già citate, soltanto altre tre: la gradevole Brilliant Disguise, la trascinante Spare Parts, unico “rocker” del disco, e soprattutto la magnifica Tougher Than The Rest, da sempre uno dei pezzi che preferisco del Boss. Born In The U.S.A. è ancora fresco di successo, e Bruce ne suona una buona parte, ben sette brani su dodici, tra cui una roboante Cover Me, una title track più coinvolgente che mai e la spesso sottovalutata, ma bellissima, Downbound Train. Altri highlights di una serata speciale sono l’inedita e splendida Roulette (altri brani presenti fra quelli all’epoca non pubblicati, ma più “normali”, sono Seeds, I’m A Coward e Light Of Day, che è sì potente ma non è una grande canzone), le sempre trascinanti Because The Night (con un grande Nils Lofgren) e Cadillac Ranch, due pezzi che vorrei sempre sentire in un concerto del nostro, ed una Born To Run insolitamente per sola voce, chitarra ed armonica.

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https://www.youtube.com/watch?v=XBjyssboSfU

Un capitolo a parte sono le cover: se War non mi ha mai entusiasmato né nella versione di Bruce né in quelle “originali” di Edwin Starr e dei Temptations, la dylaniana Chimes Of Freedom è una meraviglia, anche meglio dell’originale di Bob (all’epoca questa rilettura uscì su un EP dal vivo di quattro canzoni); c’è anche uno sguardo al passato, con un’energica Who Do You Love di Bo Diddley ed una toccante Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley. Finale pirotecnico ed entusiasmante a tutto rock’n’soul con Sweet Soul Music (Arthur Conley), Raise Your Hand (Eddie Floyd), Quarter To Three (Gary U.S. Bonds) e la solita esplosiva Twist And Shout, quattro brani sparati uno in fila all’altro senza pause, un concentrato irresistibile di feeling, energia e grande musica, che da solo vale il prezzo. Alla prossima, con la serata inaugurale del tour con la Seeger Sessions Band.

Marco Verdi