Il Loro Canto Del Cigno? Se Sarà Così, Un Addio Con Stile! Deep Purple – Infinite

deep purple infinite box deep purple infinite

Deep Purple – Infinite – earMUSIC/Edel CD – CD/DVD – 2LP/DVD – Box Set CD/DVD/2LP

Nel 2013 i Deep Purple, leggendaria band hard rock Britannica, diedero alle stampe l’ottimo Now What?! dopo un silenzio discografico di ben otto anni http://discoclub.myblog.it/2013/05/16/finalmente-un-disco-come-si-deve-deep-purple-now-what/ , un album che per molti (incluso il sottoscritto) era il migliore dall’addio definitivo di Ritchie Blackmore avvenuto nel 1993 (sostituito da Steve Morse, ex Dixie Dregs e terzo americano della storia del gruppo dopo Tommy Bolin e Joe Lynn Turner), anche se Purpendicular del 1996 e soprattutto Abandon del 1998 hanno molti estimatori tra i fans della nota band: di sicuro Now What?! era il migliore da quando Don Airey aveva preso il posto di Jon Lord alle tastiere, lasciando il drummer Ian Paice come unico membro presente in tutte le configurazioni del gruppo (anche se il cantante Ian Gillan ed il bassista Roger Glover sono ormai considerati alla sua stessa stregua, ben pochi si ricordano oggi di Rod Evans e Nick Simper). Now What?! era un solido disco di hard rock classico nel più puro “Purple style”, merito anche della scelta vincente di affidarsi ad un produttore esperto come Bob Ezrin, uno che è famoso per non soffrire di alcuna soggezione rispetto a chi ha di fronte, e che se una canzone fa schifo te lo dice in faccia anche se ti chiami Lou Reed, Roger Waters, Gene Simmons, Paul Stanley, Alice Cooper o Peter Gabriel (per citare gente prodotta da lui in passato, non esattamente personaggi dal carattere accomodante, forse con la sola eccezione di Cooper).

Quel disco deve aver fatto tornare ai nostri l’ispirazione, se è vero che dopo “soli” quattro anni ci riprovano con Infinite, che da alcune voci messe in giro (forse ad arte) potrebbe essere il loro ultimo lavoro, indiscrezione confermata dal nome scelto per il tour che partirà a Maggio, The Long Goodbye, che però potrebbe anche essere ironico dato che la storia del rock è piena di finti addii alle scene. A parte queste considerazioni, Infinite conferma l’ottimo stato di forma del quintetto, un album anche superiore al precedente, con una bella serie di canzoni nello stile che ha reso famosi i Purple, i quali però sono stati attenti a non limitarsi a riciclare il loro suono, ma sono riusciti a tenere alto il vessillo della creatività ed a rimanere attuali pur nella loro classicità, grazie anche alla decisione di proseguire la collaborazione con Ezrin anche per questo disco. Paice e Glover si confermano una delle sezioni ritmiche più devastanti della storia, Morse è un chitarrista coi controfiocchi e dal suono pulito e lirico, Airey un tastierista della Madonna, forse l’unico in quell’ambiente in grado di sostituire a dovere Lord, mentre Gillan con l’età è (giocoforza) diventato praticamente un altro cantante rispetto al passato, molto meno screamer ma con un timbro dalle tonalità più basse e calde. Un bel disco di hard rock classico quindi questo Infinite (che esce nelle solite molte versioni più o meno deluxe, con anche un DVD che racconta il making of del disco, ma senza canzoni aggiunte), niente di nuovo sotto il sole ma quello che c’è è fatto benissimo, anche perché non credo che qualcuno si aspettasse novità rivoluzionarie nel 2017 da parte di un gruppo in giro bene o male da cinquant’anni.

L’album inizia con la già nota (è in giro da qualche mese ormai) Time For Bedlam, introdotta da un’inquietante voce robotica, un uptempo potente e dal ritmo pressante, con la timbrica inconfondibile di Gillan ed una parte strumentale fluida (belle le parti di chitarra, ma sarà una costante), che mescola classico e moderno: un buon inizio, anche se mi aspetto di meglio. Ed il meglio arriva già con Hip Boots, altra granitica rock song contraddistinta dal tipico Purple sound, ottimi interplay tra chitarra ed organo, Glover e Paice che pestano di brutto e Gillan che sopperisce con il mestiere all’impossibilità di raggiungere ancora le note più alte; molto bella All I Got Is You, che ha un inizio epico ed emozionante dominato dall’organo di Airey, che accompagna alla grande la costante crescita ritmica del brano, poi entra Ian che intona una melodia molto discorsiva, e non manca neppure la solita parte strumentale scintillante, ma anche creativa: hard rock sì, ma di gran classe. One Night In Vegas è un rock-blues roccioso, con i nostri che marciano spediti come treni, Airey e Morse in gran forma, per uno dei brani più diretti del CD, mentre Get Me Outta Here non abbassa la guardia e ripropone i Deep Purple più classici, dove solo apparentemente ognuno va per conto suo, ma poi ci si accorge che fa tutto parte di uno schema preciso (e Paice qui è incontenibile).

The Surprising è forse il capolavoro del disco, una straordinaria ballata ricca di pathos con Gillan che canta magnificamente, uno dei pezzo migliori dei nostri da trent’anni a questa parte: l’accelerazione strumentale dopo due minuti e mezzo poi è da applausi, con Morse che non fa rimpiangere Blackmore, e non manca un languido assolo pianistico che è la ciliegina sulla torta. Ottima anche Johnny’s Band, mossa, diretta e chitarristica, forse il pezzo più immediato ed orecchiabile, altra conferma del notevole stato di forma dei cinque; la roboante On Top Of The World è rock duro in giacca e cravatta, classe pura, mentre la maestosa Birds Of Prey mostra ancora elementi blues ed una grinta per nulla scalfita dall’età, anche se la parte recitata alla fine del brano poteva anche non esserci. Gran finale con una splendida cover di Roadhouse Blues dei Doors (è raro che i nostri inseriscano brani di altri nei loro dischi, anche se il loro primo successo è stata proprio una cover, Hush), rilettura potente e tonica di un classico senza tempo, con i nostri che riescono nel non facile compito di personalizzare un brano che conoscono anche le pietre (ed Airey è strepitoso al pianoforte). Grandissima versione, degna conclusione di un disco di vero rock anni settanta, suonato come solo i Deep Purple sanno fare.

Marco Verdi

La Versione Deluxe Di Un Album Leggendario…Ma Si Poteva Fare Meglio! The Doors – The Doors

doors the doors frontdoors the doors

The Doors – The Doors – Elektra/Rhino 3CD/LP Box Set

Strano destino quello dei Doors, storico gruppo californiano molto famoso anche dalle nostre parti: popolarissimi sia nel loro periodo di attività sia dopo (ed ancora oggi), principalmente grazie, oltre ad una manciata di canzoni entrate a far parte dei classici, all’immagine da “bello e maledetto” tramandata ai posteri del loro leader Jim Morrison (cosa ingigantita dalla sua prematura scomparsa avvenuta nel 1971 all’età di 27 anni), oggi sono molto poco citati come influenza dalle band contemporanee, a differenza, per citare un gruppo che operava nello stesso periodo, dei Velvet Underground, che in attività vendette pochissimo ma in seguito ha raggiunto una statura tale al punto da far affermare a Brian Eno che “pochi comprarono i loro dischi quando vennero pubblicati, ma tutti coloro che lo fecero poi formarono una band”. Questo penso sia dovuto al fatto che il sound dei Doors oggi possa risultare un po’ datato (ma a mio parere meno di quello dei Jefferson Airplane, altra grande band di quell’epoca oggi spesso dimenticata), anche se le orecchie più attente hanno sempre riconosciuto l’importanza del quartetto di Venice Beach ed anche il loro sound innovativo, che obiettivamente in quegli anni non li faceva assomigliare a nessun altro. Gran parte del merito va (andava) sicuramente a Ray Manzarek, vero leader musicale del gruppo, che con il suo organo Vox Continental (che dal vivo veniva accoppiato ad un Rhodes Piano Bass sopperendo così all’assenza di un bassista) ha da sempre caratterizzato il sound del gruppo, fungendo sia da strumento solista che ritmico: questo non vuol però dire che sia Robby Krieger, gran chitarrista dal tocco raffinato ed influenzato dal jazz e dalla musica indiana, sia John Densmore, ottimo batterista anch’egli di formazione jazz (e classica), fossero inferiori, e pure Morrison non era solo “un figo” come diremmo oggi, ma aveva una presenza magnetica sul palco, una voce notevole e soprattutto un cultura smisurata, che ritrovavamo nei testi delle canzoni (scritti per la maggior parte da lui), talvolta un vero e proprio campionario di riferimenti letterari, sotto l’influenza (oltre che delle droghe di cui era un vorace consumatore) di poeti, scrittori e filosofi del calibro di William Blake, Arthur Rimbaud, Jack Kerouac e Friedrich Nietzsche, solo per citarne alcuni.

I Doors furono scoperti del presidente della Elektra, Jac Holzman, che li vide esibirsi nei club di Los Angeles, principalmente il London Fog ed il Whiskey-A-Go-Go, e li segnalò al produttore Paul A. Rothchild (figura di vitale importanza per il gruppo insieme al tecnico del suono Bruce Botnick), il quale li portò in sala di incisione e, dopo soli sei giorni, ne uscì con l’album di debutto omonimo dei nostri, un disco che ancora oggi è considerato una pietra miliare del rock dell’epoca (e non solo), ed uno di quelli da possedere assolutamente in una collezione che si rispetti. Gran parte del merito va sicuramente a tre fra i brani più celebri della band, a cominciare dall’aggressiva e potente Break On Through (To The Other Side), posta in apertura, per continuare con la straordinaria Light My Fire, vera e propria signature song del gruppo (e non importa che sia uno di quei pezzi che si conoscono a memoria, ancora oggi le parti di organo e chitarra sono tra le più belle mai incise in assoluto), ed infine con la lunga ed ipnotica The End, delirio letterario di quasi dodici minuti ispirato a Morrison dalla lettura dell’Edipo Re di Sofocle, un brano che ha avuto un utilizzo geniale dodici anni dopo da parte di Francis Ford Coppola per due scene chiave del capolavoro Apocalypse Now. Ma non è che il resto del disco fosse di basso livello, dalla sinuosa Soul Kitchen, all’emozionante The Crystal Ship, nella quale Manzarek si sposta al pianoforte rilasciando un assolo strepitoso (e Morrison si conferma un vocalist dalla straordinaria duttilità), a Twentieth Century Fox, un riempitivo di gran lusso. Completavano il disco la diretta ed orecchiabile I Looked At You (con il basso suonato da Larry Knetchel), l’ipnotica End Of The Night, la bella Take It As It Comes, dal ritmo sostenuto e motivo diretto (peccato duri poco) e due covers, e se la quasi cabarettistica Alabama Song (traduzione inglese di un brano di Bertold Brecht e Kurt Weill) è un esperimento bizzarro, la versione personalizzata del classico blues Back Door Man (scritta da Willie Dixon e resa nota da Howlin’ Wolf) è tra le cose migliori dell’album.

Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di The Doors, e la Rhino ne ha approfittato per pubblicare una versione deluxe in triplo CD (con accluso anche il vinile) di questo disco storico, ma qualcosa non torna. Ok per la decisione di inserire nel primo dischetto un nuovo mix in stereo con le canzoni proposte alla velocità originale in cui furono suonate (pare infatti che il disco uscito all’epoca fosse leggermente rallentato, e questa versione è presente sia nel secondo CD, mixata in mono, sia nell’LP, anche se bisogna stare con le orecchie davvero dritte per accorgersi delle differenze), ma non capisco la scelta di non accludere nessuna bonus track, visto che ciò era stato fatto in edizioni precedenti a questa (ci sono due canzoni non entrate a far parte del disco originale, Moonlight Drive e Indian Summer, e pare che esistano anche versioni alternate molto interessanti di altre canzoni dell’album, tra cui The End). E veniamo al terzo CD, ed anche qui continuano le decisioni incomprensibili: infatti troviamo otto canzoni tratte da un concerto al Matrix di San Francisco (le prime sette di The Doors nello stesso ordine più The End), peccato che questo concerto fosse già stato pubblicato nel 2008 in doppio CD, e quindi in versione completa (prendendo in esame due diverse serate); va bene che qui sono stati usati per la prima volta i nastri originali di Peter Abrams (proprietario del Matrix), ma non è che la qualità di incisione sia migliorata poi di molto, diciamo che siamo sui livelli di un buon bootleg. Morrison fornisce un’interpretazione selvaggia (e qua e là un po’ sopra le righe) di tutti gli otto pezzi, e gli altri tre dimostrano di essere una notevole live band, ma il concerto rimane nettamente incompleto (il doppio del 2008 contava ben sedici brani in più). Quindi questo cofanetto è da considerarsi indispensabile per un neofita (o per chi come me non possiede il Live At Matrix originale, ed avendo già altri album dal vivo della band mi bastano anche otto canzoni), ma non offre nulla di succulento ai fans del gruppo.

Speriamo che nella (probabile) deluxe edition di Strange Days (il secondo album dei Doors, uscito anch’esso nel 1967) ci si impegni un po’ di più per includere qualche extra interessante.

Marco Verdi

Sono Tornati Ai Livelli Di Un Tempo! Mavericks – Brand New Day

mavericks brand new day

Mavericks – Brand New Day – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

I Mavericks si possono tranquillamente definire un gruppo dalle due carriere. Da sempre guidati dal carismatico Raul Malo, grande cantante di origine cubana, hanno conosciuto il loro momento di maggior splendore negli anni novanta, decade nella quale, con cinque album nei quali palesavano una crescita progressiva, erano giustamente considerati una delle band migliori in America, grazie ad un cocktail unico di rock, pop, country, tex-mex e musica latina, unito ad una grande facilità di scrivere brani immediati e ad un gran senso del ritmo. Dischi come Music For All Occasions e Trampoline erano quanto di meglio si poteva ascoltare in quel momento in tema di musica crossover. Poi il gruppo è entrato in modalità stand-by, Malo ha pubblicato nel 2001 un ottimo album da solista (Today) e, all’indomani di quello che è certamente il loro disco più stanco ed involuto (The Mavericks, 2003) i nostri hanno ufficializzato una separazione che era già nell’aria da tempo. Dopo una serie di lavori del solo Malo di qualità altalenante, e nei quali tentava di intraprendere diverse strade non sempre con lo stesso successo (anche quella del crooner nel poco riuscito Afterhours), i nostri hanno saggiamente deciso di riunirsi all’inizio della decade attuale, ricominciando da zero: In Time, 2013, e Mono, 2015, erano due buoni lavori in cui Malo e soci riprendevano in mano il vecchio suono, ma sembravano due lavori professionalmente validi ai quali però mancava la scintilla dei bei tempi.

Ora però i ragazzi hanno dato alle stampe Brand New Day, un disco potente, ispirato, convincente, in una parola splendido, che ci fa ritrovare all’improvviso i Mavericks degli anni novanta: l’album è infatti una miscela di stili che vanno dal country al pop anni sessanta, al sound Messicano fino ai ritmi cubani, dieci brani scintillanti e con un suono davvero spettacolare (merito della produzione, nelle mani dello stesso Malo e di Niko Bolas, il produttore preferito da Neil Young, ma che ha anche collaborato con Warren Zevon e Melissa Etheridge). Oltre a Malo, fanno parte della band il chitarrista Eddie Perez, il batterista Paul Deakin ed il tastierista Jerry Dale McFadden (il loro bassista storico Robert Reynolds è stato allontanato per problemi legati alla droga), mentre nel disco ci sono anche diversi collaboratori, tra cui meritano una segnalazione Ed Friedland, che di fatto ha preso il posto di Reynolds al basso pur non entrando a far parte del gruppo, lo straordinario fisarmonicista Michael Guerra, il cui strumento dona un sapore messicano a quasi tutti i pezzi, ed i cori delle famose McCrary Sisters. Ma al centro di tutto ci sono Malo, la sua grande voce, i suoi compagni di viaggio e la loro voglia di tornare ad essere quelli di un tempo: Brand New Day è dunque un grande disco, la cui unica cosa davvero brutta è forse la copertina. Si inizia subito a godere con Rolling Along, un brano mosso che profuma di Messico, con al centro la fisa e le trombe mariachi e la grande voce di Malo che si staglia potente, una melodia sixties ed un banjo a dare un sapore country: gran ritmo e suono splendido (una costante di tutto il disco).

La title track è caratterizzata da un possente wall of sound di spectoriana memoria ed il solito feeling anni sessanta (altro filo conduttore di quasi tutte le canzoni), un pezzo maestoso e davvero magnifico; la vivace Easy As It Seems mescola alla grande rock, ritmi cubani ed atmosfere retro, ricordando non poco i Los Lobos di Kiko (quindi i migliori), altro pezzo irresistibile, mentre I Think Of You, dominata come al solito dalla vocalità potente di Raul, è un raffinato pezzo dal mood leggermente jazzato e con la solita melodia romanticona, suonato in punta di dita ma con la solita grande classe. Goodnight Waltz è una ninna nanna tra Messico e jazz, con la fisa da una parte ed il sax dall’altra che si contendono la scena, e Malo che intona un motivo da ballo della mattonella, Damned (If You Do) è il brano più rock finora, anche se i contatti col Messico non mancano, il solito cocktail irresistibile e pieno di ritmo e forza in cui i nostri sono maestri, I Will Be Yours è uno scintillante slow alla Roy Orbison (e pure con la voce ci siamo), con in più il solito Mexican touch garantito dalla splendida fisa di Guerra, per un altro risultato da applausi. La spedita Ride With Me è uno stimolante mix tra rock’n’roll e big band music, con un tocco di blues, I Wish You Well ci riporta dalle parti di Orbison, un lento delizioso con la consueta gran voce di Malo a nobilitare il tutto, mentre For The Ages, che chiude il CD, è una roboante country song dal solito suono ricco e potente, un gustoso rimando al suono degli esordi, quando i nostri erano considerati principalmente una country band.

Non solo Brand New Day è il miglior disco dei Mavericks dalla loro reunion (e si mette sullo stesso piano dei loro lavori più riusciti), ma è anche uno dei più belli di questi primi quattro mesi del 2017: da non perdere.

Marco Verdi

Bob “Sinatra” Si E’ Fatto In Tre! Bob Dylan – Triplicate

bob dylan - triplicate

Bob Dylan – Triplicate – Columbia/Sony 3CD – 3LP

Nel corso della sua lunga carriera Bob Dylan ha sempre fatto quello che ha voluto e quando ha voluto: a volte ciò è coinciso con i gusti del pubblico e le tendenze del momento (il folk revival dei primi anni sessanta, la svolta elettrica del 1965 – Newport a parte – ed anche l’approccio country di fine decade, in un periodo nel quale tutti andavano a Nashville ad incidere), altre volte molto meno (i dischi “religiosi” del triennio 1979-81, la crisi della metà degli anni ottanta, quando Bob sembrava scegliere le canzoni da mettere sui suoi dischi tirando i dadi). Due anni fa, allorquando Dylan ha pubblicato Shadows In The Night, collezione di standard della musica americana che avevano il comune denominatore di aver fatto parte del repertorio di Frank Sinatra, tutti hanno promosso l’operazione anche con toni abbastanza entusiastici, ma già quando lo scorso anno Bob ha bissato l’operazione con Fallen Angels più di uno ha cominciato a storcere il naso, anche per il fatto che era venuto a mancare l’effetto sorpresa rispetto al primo volume. Vi lascio immaginare la reazione della critica internazionale (ed immagino anche della Columbia) alla notizia che Bob avrebbe pubblicato un altro CD di evergreen non singolo, non doppio ma addirittura triplo, dal titolo non molto fantasioso di Triplicate: infatti le reazioni sono state, per usare un eufemismo, piuttosto contrastanti, tra chi ha applaudito all’operazione definendo questo nuovo lavoro il migliore tra i tre (cosa vera, come vedremo) e chi l’ha bocciata più che altro per il timore che Dylan avesse prosciugato la vena creativa smettendo di fatto di scrivere canzoni proprie, altri ancora criticando il fatto che il nostro stia ormai facendo dischi solo per il suo piacere personale.

Tra l’altro un triplo album non è uno scherzo, a memoria non ricordo molti tripli in passato che non fossero antologie o dischi dal vivo (All Things Must Pass di George Harrison, che in realtà era un doppio con un terzo disco di jam sessions, e Sandinista! dei Clash sono, credo, i casi più celebri), ed è per questo che, a parere di molti, Triplicate sarà l’episodio conclusivo della serie: in realtà, data la durata complessiva che supera di poco l’ora e mezza, il CD poteva anche essere doppio, ma Dylan ha voluto dividerlo in tre e dare ad ognuno dei dischetti un sottotitolo, a seconda dei temi trattati dalle canzoni (‘Til The Sun Goes Down, Devil Dolls e Comin’ Home Late). E che Triplicate sia da considerare il più importante album della trilogia lo confermano anche l’elegante confezione in digipak ed il fatto che sia l’unico volume ad avere nel booklet interno un saggio descrittivo (ad opera del noto scrittore Tom Piazza); musicalmente l’album prosegue nel mood dei due precedenti, cioè con le interpretazioni molto laidback da parte del nostro, ma la produzione è migliore (ad opera di Dylan stesso, sotto il consueto pseudonimo di Jack Frost) ed in molti momenti l’accompagnamento della band è decisamente più presente, grazie anche al fatto che, a parte i soliti noti (Tony Garnier al basso, Charlie Sexton alla chitarra, Donnie Herron alla steel guitar e George Receli alla batteria), troviamo alla seconda chitarra un vero e proprio fuoriclasse come Dean Parks, uno che nel corso degli anni ha suonato praticamente con tutti, ed in molti brani vi è anche la presenza di un’ottima sezione fiati e corni guidata da James Harper.

Anche il repertorio non è così legato a Sinatra come nei due episodi precedenti: nonostante ben 29 pezzi sui 30 totali siano stati interpretati anche da Old Blue Eyes, molte di queste canzoni sono infatti maggiormente note nella versione di altri, tra cui Nat “King” Cole, Ella Fitzgerald, Judy Garland, Glenn Miller, Bing Crosby, Sarah Vaughan e Billie Holiday. Infine Bob, che canta con ottimo rigore melodico a differenza di quanto faccia solitamente dal vivo con le sue canzoni, in questo album omaggia anche brani molto più celebri di quelli presenti sui primi due volumi, veri e propri classici del calibro di Stardust, Sentimental Journey, Stormy Weather, Once Upon A Time, As Time Goes By ed altri. E Triplicate contiene diversi highlights, a partire da I Guess I’ll Have To Change My Plan, deliziosa, dal tempo jazzato, con i fiati che commentano con classe sullo sfondo e la band dal suono più presente del solito (rock sarebbe una parola grossa), o la raffinatissima Once Upon A Time, dove Bob canta benissimo, oppure la poco nota (ma bella) It Gets Lonely Early, non facile da cantare (ma il nostro se la cava egregiamente), o ancora la godibile e mossa Trade Winds, in cui la classe si tocca con mano. Splendida poi Braggin’ (unico brano mai affrontato da Sinatra, era un successo della Harry James Orchestra), dal suono ricco, ritmo sostenuto e con Dylan che dà il meglio di sé; ottima pure Imagination, nella quale la band ha più spazio del consueto, ed anche il superclassico Stardust è rifatto in maniera seria e rigorosa, anche se, per rimanere in tema di artisti contemporanei, preferisco la versione di Willie Nelson.

Alcune interpretazioni sono più di routine, come This Nearly Was Mine, ottima dal punto di vista vocale ma con la band quasi inesistente, l’umoristica There’s A Flaw In My Flue, che Bob rifà in maniera fin troppo seriosa, How Deep Is The Ocean?, con un arrangiamento eccessivamente cupo, od anche Sentimental Journey, che avrei preferito con un po’ più di brio. Poi ci sono pezzi, pochi per fortuna, che a mio parere non sono molto nelle corde di Dylan, come Stormy Weather, My One And Only Love, P.S. I Love You (che non è quella dei Beatles), o anche la pimpante Day In, Day Out, splendida dal punto di vista strumentale ma palesemente fuori dal range vocale di Bob. Una menzione a parte la merita The Best Is Yet To Come, un brano di grande importanza per Sinatra in quanto è l’ultima canzone cantata dal vivo dal grande crooner (nel 1995), nonché l’iscrizione sulla sua pietra tombale: Dylan questo lo sa, e quindi fornisce una delle interpretazioni più convincenti del triplo, “dylaneggiando” tra l’altro più del solito, ed aiutato alla grande dalla band e dai fiati. In conclusione, forse Triplicate va preso a piccole dosi, forse non è un album adatto a tutti, e forse ha perfino ragione chi vorrebbe che Dylan tornasse finalmente a fare Dylan, ma insomma avercene di dischi come questo.

Marco Verdi

Il Disco “Conclusivo” Del Gruppo Pop Californiano Per Antonomasia! Fleetwood Mac – Tango In The Night

fleetwood mac tango in the nightfleetwood mac tango in the night super deluxe

Fleetwood Mac – Tango In The Night – Warner CD – Deluxe 2CD – Super Deluxe 3CD/DVD/LP

Il titolo del post è in realtà provocatorio, in quanto non stiamo parlando dell’ultimo disco in assoluto dei Fleetwood Mac, ma dell’episodio conclusivo della formazione più celebrata e per certi versi migliore del gruppo (anche se ci sarebbe il primo periodo “inglese” con Peter Green, ma era in partica un’altra band), cioè quella formata dai britannici Mick Fleetwood, John McVie e Christine Perfect McVie e dagli americani Lindsay Buckingham e Stevie Nicks (dal loro reunion album Say You Will del 2003 mancava infatti la McVie). A meno di un anno di distanza dalla riedizione di Mirage http://discoclub.myblog.it/2016/10/04/piacevole-riscoperta-fleetwood-mac-mirage/ , la Warner pubblica in versione cofanetto (ma anche in doppio e singolo CD) quello che è stato il loro album più di successo dopo l’irraggiungibile Rumours, cioè Tango In The Night del 1987, anche se manca sempre, ed è incomprensibile, l’omonimo Fleetwood Mac del 1975. Tango In The Night è sempre stato un album molto discusso: da un lato molto amato dai fans e di grande successo (quindici milioni di copie vendute nel mondo), dall’altro è sempre stato, forse anche giustamente, criticato per il suo suono eccessivamente radiofonico e per il massiccio utilizzo di sintetizzatori che gli conferirono un suono decisamente anni ottanta. La cosa era stata però studiata a tavolino, in quanto il precedente Mirage era stato un parziale insuccesso, e le carriere soliste di Buckingham e Nicks non erano esattamente al top (Stevie era in forte ribasso dopo lo splendido esordio di Bella Donna http://discoclub.myblog.it/2016/12/08/ritorna-degli-album-classici-anni-80-versione-deluxe-stevie-nicks-bella-donna/ , mentre Lindsay non era mai decollato, ed i suoi Law And Order e Go Insane avevano venduto pochissimo).

Non c’era nemmeno nell’aria una particolare voglia dei Mac di fare un nuovo disco, ma un po’ per il bisogno di rilanciarsi un po’ per le pressioni della casa discografica, i cinque misero da parte i rispettivi problemi e si ritrovarono per cercare di tirare fuori qualcosa, pare utilizzando in gran parte canzoni che Lindsay aveva scritto pensando al suo prossimo solo album. L’atmosfera era però piuttosto tesa, e non aiutò il fatto che molte parti del disco vennero incise a casa di Buckingham (che produsse il lavoro insieme a Richard Dashut), con la sua fidanzata dell’epoca che girava per le stanze e la Nicks che si rifiutava di incidere le sue parti nella camera da letto dei due, comprensibilmente imbarazzata dal fatto che nel letto con Lindsay una volta ci stava lei. Il contributo di Stevie fu quindi molto limitato (solo due settimane complessive), ma nonostante tutto i cinque riuscirono a dare alle stampe un lavoro abbastanza unitario e che deliziò la Warner per la sua eccezionale commercialità, anche se scontentò un po’ i vecchi fans (ma ne fece acquisire di nuovi). Risentito oggi il disco non è neanche male: certo il suono in certi momenti suona un po’ datato, altre volte i synth esagerano, e ci sono almeno un paio di riempitivi, ma non mancano i momenti interessanti ed anche due-tre zampate di gran classe, pur non essendo certo in presenza del loro album migliore (ma la nuova rimasterizzazione ha fatto miracoli, ed il suono, già quasi perfetto allora, ha oggi una pulizia incredibile).

Il disco (che ha sempre avuto una copertina davvero magnifica) è caratterizzato da quattro singoli di grande successo, a partire da Big Love, incalzante rock song di Buckingham (nella quale in verità Lindsay si auto-ricicla un pochino), passando per due pezzi della McVie (Everywhere e Little Lies), che si dimostra l’anima pop più leggera del gruppo, due brani orecchiabili ma di limitato spessore ed eccessivamente commerciali, per finire con il migliore tra di essi, cioè Seven Wonders della Nicks, uno dei suoi brani migliori del periodo, una ballata pop-rock cantata con la solita voce carismatica e dal ritornello di grande immediatezza, alla quale mi sento di perdonare i sintetizzatori. Per il resto, Buckingham si carica come al solito sulle spalle gran parte del lavoro, a partire da Caroline, un pop-rock caratterizzato da ritmiche quasi tribali ed un arrangiamento perfetto, decisamente piacevole, per seguire con l’affascinante title track, canzone tipica del nostro (sullo stile di classici come I’m So Afraid), con soluzioni melodiche dirette ma non banali, raffinate parti di chitarra, refrain potente e grande assolo finale, probabilmente il pezzo migliore del disco; il contributo di Lindsay si completa con la solare e danzereccia Family Man, quinto singolo estratto, e la mossa You And I, Part II, forse più adatta ad un cocktail party che ad un album rock. Anche Christine è molto attiva: oltre ai due singoli citati poc’anzi abbiamo la tenue e piacevole Mystified, che a parte l’arrangiamento troppo “rotondo” è una bella canzone, e la roccata ed elettrica (e per lei atipica) Isn’t It Midnight, buona anche se forse la più “ottantiana” in assoluto nei suoni.

La Nicks come già detto è ai minimi storici, ma quel poco che presenta è valido: oltre a Seven Wonders troviamo la fluida e pimpante Welcome To The Room…Sara e la toccante ballata When I See You Again, cantata come al solito benissimo dalla bionda rockeuse. Interessante come al solito il secondo CD, che offre b-sides, versioni alternate e qualche inedito: i quattro lati B sono l’orecchiabile Down Endless Street, vivace pop song di Lindsay che poteva anche aspirare a finire sull’album (anche se soffre degli stessi difetti sonori), lo strumentale Book Of Miracles, il classico riempitivo, la bizzarra ma non disprezzabile Ricky, quasi un divertissement, e la prima parte di You And I, qui per la prima volta unita alla seconda. Le alternate takes sono cinque, tra cui una Seven Wonders già bella e meno strumentata di quella pubblicata, e Tango In The Night che sembra quasi un’altra canzone ma mantiene intatto il suo fascino (e l’assolo formidabile non manca neanche qua); quattro sono gli inediti, e mentre Special Kind Of Love e Where We Belong sono canzoni di poco conto, Juliet è un rock’n’roll improvvisato con Stevie alla voce che avrebbe meritato di più  https://www.youtube.com/watch?v=2HWJwWJ7UDA (ed infatti finirà sul disco solista della Nicks del 1989, The Other Side Of The Mirror, probabilmente il suo migliore dopo Bella Donna), e la discreta Ooh My Love, cantata ancora da Stevie. Il terzo CD, che contiene una marea di remix di brani dell’album, ve lo risparmio, mentre il DVD si limita ai cinque videoclip dei singoli ed alla versione audio 24/96 del disco. Non c’è nulla dal successivo tour in quanto subito dopo l’uscita dell’album Lindsay lascia il gruppo, e viene sostituito da ben due chitarristi, Rick Vito e Billy Burnette, due onesti mestieranti che non valgono un’unghia di Buckingham (ed infatti l’unico album di questa lineup, Behind The Mask del 1990, non lascerà traccia): motivo in più per riscoprire Tango In The Night che, pur con tutti i suoi difetti, testimonia la fine di un’epoca irripetibile da parte di uno dei gruppi più amati di sempre.

Marco Verdi

Recensione Pasquale! Paul McCartney – Flowers In The Dirt Super Deluxe. Parte 2: Il Cofanetto.

paul mccartney flowers in the dirt super deluxepaul mccartney flowers in the dirt 2 cd

Paul McCartney – Flowers In The Dirt – Capitol/Universal 3 CD + DVD – 2 CD – 2 LP

Alla fine degli anni ottanta Paul McCartney stava cercando un rilancio di vendite e popolarità dopo un periodo complicato dal punto di vista artistico (problema comune in quel periodo per molti musicisti della golden age): l’inizio della decade non era stato neanche male, con due album di buon successo, Tug Of War e Pipes Of Peace, ed il primo dei due tra i migliori mai pubblicati dall’ex Beatle; nel 1984 ci fu però il fallimentare progetto Give My Regards To Broad Street, disco e film, che se da un lato sul supporto audio, pur proponendo poche novità (ma rileggendo alcune pagine del songbook dei Beatles), riuscì a portare a casa il risultato, dal punto di vista del lungometraggio fu un flop totale. Ed anche il successivo album Press To Play (1986) fu un insuccesso, un lavoro poco ispirato, involuto, con canzoni non “alla McCartney” e dal suono troppo anni ottanta (forse il più grande passo falso della carriera di Macca). Una parziale risalita si ebbe un anno dopo con la doppia antologia All The Best, trainata dall’ottimo singolo Once Upon A Long Ago, ma il nostro già in quel periodo stava pensando a come rilanciare la carriera, e la soluzione più giusta gli sembrò quella di cercare nuovamente un partner per la scrittura delle canzoni come ai tempi dei Fab Four: il prescelto fu Elvis Costello, con il quale già dal 1987 Paul iniziò a scrivere ed incidere a livello di demo una lunga serie di brani che avrebbero dovuto costituire l’ossatura del nuovo album (un primo assaggio della collaborazione, Back On My Feet, era andata sul lato B di Once Upon A Long Ago).

La storia andrà poi diversamente, in quanto Paul in seguito avrà dei dubbi se quella della partnership con Costello fosse la strada giusta (nonostante i media stessero pompando la cosa aldilà della sua reale importanza, arrivando persino a definire Elvis il “nuovo Lennon”) e si metterà a scrivere altri brani per conto suo: Flowers In The Dirt (che uscirà nel Giugno del 1989), pur rivelandosi uno dei migliori album di McCartney, diventa dunque un ibrido, con soltanto quattro pezzi nati dalla collaborazione con l’occhialuto songwriter londinese (altri usciranno sul successivo album di Paul, Off The Ground, e sui due dischi del periodo di Costello, Spike e Mighty Like A Rose, mentre molti resteranno inediti). Anche la scelta di rivolgersi a ben sette produttori diversi (Trevor Horn, Chris Hughes, Mitchell Froom, Neil Dorfsman, David Foster, Steve Lipson e Ross Cullum, oltre a Paul stesso e Costello nei quattro pezzi scritti insieme) solitamente è sintomo di grande confusione, ma c’è da dire che se il nostro è riuscito a confezionare un lavoro con un suono unitario e compatto,  è merito anche del fatto che in tutti i pezzi vi è la medesima house band, che accompagnerà il nostro anche nel trionfale tour che seguirà (Hamish Stuart e Robbie McIntosh alle chitarre, Chris Whitten alla batteria, Paul Wickens alle tastiere, oltre alla solita presenza più che altro simbolica della moglie Linda) ed alcuni preziosi interventi di ospiti del calibro di David Gilmour, Nicky Hopkins e Dave Mattacks.

La prima parte del disco è quasi perfetta, a partire dall’apertura di My Brave Face, delizioso ed orecchiabile pop-rock dal ritornello coinvolgente, che è anche il primo singolo e la migliore delle quattro canzoni con Costello (e la sua mano si sente, specie nel bridge); con Elvis, Paul scrive anche la ballad You Want Her Too, unico duetto tra i due, un brano intenso e con un bel botta e risposta tra la voce melodica di Macca e quella ruvida di Mr. McManus, mentre anche due brani considerati minori come la funkeggiante Rough Ride e la jazzata e raffinatissima Distractions fanno la loro bella figura. Ma le due canzoni migliori del disco sono certamente la bellissima We Got Married, un gran bel pezzo che parte come un folk-rock ed assume tonalità quasi prog (all’acqua di rose, stiamo sempre parlando di McCartney), con due splendidi assoli floydiani di Gilmour  , e la cristallina Put It There, eccellente ballata acustica che, grazie anche all’arrangiamento ad opera di George Martin, rimanda direttamente al suono del White Album. La seconda parte (il vecchio lato B) parte benissimo con la roccata Figure Of Eight e la squisita pop song This One (altro singolo di successo), ma cala un po’ alla distanza: le altre due canzoni scritte con Costello, Don’t Be Careless Love e That Day Is Done, sono due ballate abbastanza normali per Paul, ed il pur gradevole reggae ecologista-pacifista How Many People, dedicato al sindacalista brasiliano Chico Mendes, ha un testo da terza elementare. Pollice verso invece per i due brani finali, la pesantissima Motor Of Love, lunga e noiosa ballata in più gravata da un arrangiamento gonfio, e la danzereccia Ou Est le Soleil, una mezza porcheria elettronica senza senso.

Oggi gli archivi di Paul si occupano proprio di questo disco, e l’edizione Super Deluxe è come al solito splendida dal punto di vista visivo, con ben quattro libri inclusi, pieni di testi, note, foto e curiosità varie, un DVD con i videoclip dei singoli estratti dall’album, un documentario inedito ed un altro, Put It There, uscito all’epoca e tre CD (dei quali il primo è il disco originale rimasterizzato) decisamente interessanti, anche se pure questa volta non sono mancate le polemiche. Intanto è strano che, dato che all’epoca Paul aveva deciso di fare una parziale retromarcia per quanto riguardava i pezzi con Costello, tutti e due i bonus CD sono incentrati sui demo incisi con lui, che se da un lato offrono una visione diversa (ed alcuni brani totalmente inediti), dall’altro mancano di documentare le versioni alternative dei pezzi scritti dal solo Paul (e lo spazio ci sarebbe stato, dato che i due dischetti durano mezz’oretta l’uno). La tracklist tra l’altro, nove brani a disco, è la stessa (e nello stesso ordine), con i soli Paul ed Elvis alle prese con i demo del 1987 sul secondo CD (dove si accompagnano con chitarre acustiche e pianoforte) e le versioni iniziali full band del 1988 sul terzo (ma sempre con Elvis in session), con anche diversi pezzi che poi non avrebbero trovato spazio sull’album. Se The Lovers That Never Were in versione duo ha chiaramente bisogno di essere rifinita (ed infatti sul dischetto “elettrico” risulta molto meglio), Tommy’s Coming Home è bellissima così com’è, due voci, due chitarre e melodia fresca e beatlesiana; Twenty Fine Fingers è un gradevole rockabilly alla Buddy Holly (irresistibile la versione full band) che poteva stare tranquillamente sul disco originale, mentre la deliziosa So Like Candy è davvero figlia dei Fab Four (ma la mano di Costello è evidente, tanto che la inciderà da solo e la metterà su Mighty Like A Rose).

I due CD proseguono con le quattro canzoni poi finite sull’album (e My Brave Face si conferma la migliore del lotto) e si concludono con la frenetica Playboy To A Man, meglio nella versione elettrica. La cosa che però ha mandato più in bestia i fans è la decisione, pare di Paul stesso, di includere altri brani, tra cui tre demo aggiuntivi e tutti i lati B dei singoli dell’epoca, soltanto come download digitale, scelta assurda considerando il fatto che lo spazio sui bonus CD non mancava e, soprattutto, che è senza senso spendere una cifra vicina ai 150 Euro per poi doversi anche scaricare dei pezzi. In ogni caso, anche il contenuto della parte download è interessante, con alcune B-sides accattivanti come la già citata Back On My Feet, l’incalzante e vigorosa Flying To My Home (che avrebbe dovuto assolutamente finire sul disco) e la vibrante ballata pianistica Loveliest Thing. Vi risparmio i vari remix della già brutta Ou Est Le Soleil, ed anche il raro singolo per i DJ Party Party, ma vorrei citare i tre pezzi finali, tratti da una cassetta demo ancora di McCartney e Costello, con le discrete I Don’t Want To Confess e Mistress And Maid e la splendida Shallow Grave, un vero peccato che sia rimasta nei cassetti. (*NDB Che uscirà il 21 aprile per il Record Store Day, proprio in formato musicassetta)!  A monte di tutti i possibili difetti (e quello del “download only content” è a mio parere imperdonabile), una delle migliori ristampe della serie, che avrà il merito di fare felici non solo i fans di Macca ma anche quelli di Elvis Costello.

Marco Verdi

Un Grande Artista E Un Grande Concerto! George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast Dortmund 1980

george thorogood live at rockpalast

George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast – Dortmund 1980 – MIG Made In Germany 2CD+DVD

George Thorogood ha pubblicato il suo ultimo album di studio, l’ottimo 2120 South Michigan Avenue, nel 2011, ma in questo ultimo lustro le pubblicazioni discografiche a suo nome non sono comunque mancate: nel 2013 è uscito, in vari formati, uno scintillante Live At Montreux, http://discoclub.myblog.it/2013/12/13/forse-il-miglior-album-dal-vivo-sempre-george-thorogood-live-at-montreux/ (forse, perché non era ancora uscito questo) mentre nel 2015 è uscita una splendida edizione, riveduta e corretta, del suo primo album, ribattezzato per l’occasione George Thorogood And The Delaware Destroyers. Ora, per completare questa operazione di rivisitazione degli archivi, la tedesca Made In Germany pubblica un concerto del 1980 tratto dalla quasi inesauribile serie del Rockpalast: per l’occasione siamo a Dortmund, quindi in “trasferta” rispetto alla più famosa location della Grugahalle di Essen, ma comunque anch’essa teatro di memorabili serate dal vivo, preservate per i posteri dalla emittente radiotelevisiva WDR. Per la precisione è il 26 novembre del 1980, il nostro amico aveva appena pubblicato quello che sarebbe stato il suo terzo e ultimo album per la Rounder, More George Thorogood And The Destroyers, il primo con l’ingresso in pianta stabile nella formazione del gruppo del sassofonista Hank “Hurricane” Carter, che affianca la rocciosa sezione ritmica di Jeff Simon alla batteria e Billy Blough  al basso, tutt’oggi, inossidabili allo scorrere del tempo, a fianco di George Thorogood, che giungeva in Europa preceduto dalla sua fama di “The Satan Of Slide”, pronto ad infiammare le platee del Vecchio Continente.

La prima cosa che colpisce l’occhio è la scelta del repertorio: su 15 brani (sia nella versione DVD, immagini un po’ buie, ma efficaci, come nel doppio CD), uno solo porta la firma di Thorogood, il resto è una scorribanda nelle pieghe del miglior blues e R&R d’annata, suonata a velocità supersonica, ma quando e dove serve, capace anche di momenti di finezza e abbandono (non molti, ma ci sono)! Chuck Berry, John Lee Hooker e Elmore James sono i più “saccheggiati”, ma tutto il Gotha della grande musica viene omaggiato: e non è che George volesse fare il modesto, perché fino a quel momento solo un brano aveva scritto, Kids From Philly, che è il secondo ad apparire nel concerto, oltre a tutto firmato con lo pseudonimo Jorge Thoroscum. Anzi, per la verità, a volere essere onesti fino in fondo, aveva firmato anche la strepitosa Delaware Slide, che purtroppo non viene eseguita nella serata. Lo show si apre con una devastante House Of  Blue Lights, quasi cinque minuti di pura goduria sonora, la quintessenza del blues e del R&R, un pezzo suonato da tanti grandi, ma la versione di Thorogood rimane una delle migliori in assoluto, con sax e chitarra che si inseguono in modo inesorabile. Ancora ritmi veloci per la citata Kids From Philly, un piacevole strumentale a tutto sax e pure per la successiva I’m Wanted (All Over The World), un pezzo di Willie Dixon, di nuovo a tempo di R&R, dove Thorogood comincia a scaldare l’attrezzo, prima di invitare le ragazze a salire sul palco per danzare nella successiva canzone, ma ne arrivano poche, almeno all’inizio, come si vede nel video, comunque il buon George non si offende e attacca una frenetica Cocaine Blues.

Secondo momento topico del concerto la “solita” versione micidiale del medley House Rent Blues/One Scotch, One Bourbon, One Beer, John Lee Hooker d’annata, ma anche Thorogood all’ennesima potenza, che inizia ad innestare il bootleneck, poi è subito di nuovo tempo di R&R con il Chuck Berry di It Wasn’t Me, sparato a tutta velocità, seguito dalla prima incursione nel songbook di Elmore James con il festival slide di una fantastica Madison Blues, fine del primo CD. Si riattacca dove ci si era interrotti, uno dei rari slow blues, ma ancora di James, Goodbye Baby (Can’t Say Goodbye), splendida, che precede una micidiale New Hawaiian Boogie, uno strumentale che conferma la sua fama di “Satan Of Slide”, e per concludere la tetralogia dedicata a Elmore James una eccellente Can’t Stop Lovin’. Quindi tocca ad un classico del Rock (and roll) e di Thorogood, l’inconfondibile drive della travolgente Who Do You Love di Ellas McDaniel, per tutti Bo Diddley, seguita ancora dall’omaggio ad un altro Maestro, Muddy Waters, ripreso con la “poco nota” Bottom Of The Sea. Un altro super classico di George Thorogood è la sua versione di Night Time, presa oltre la velocità della luce, con la chitarra e il sax entrambi in overdrive, e pure il finale a tutto Chuck Berry, e quindi R&R, non scherza, prima No Particular Place To Go, una specie di anticipazione della futura Bad To The Bone, e poi si accelera ulteriormente fino al “delirio” di Reelin’ And Rockin’. I live di George Thorogood non mancano certo, ma datecene ancora finché sono così belli, e questo è uno dei migliori in assoluto!

Bruno Conti

Una Superstar Di Nashville Che Fa Anche Buona Musica! Brad Paisley – Life Amplified World Tour: Live From WVU

brad paisley life amplified world tour

Brad Paisley – Life Amplified World Tour: Live From WVU – City Drive CD/DVD

Brad Paisley è la classica eccezione che conferma la regola, essendo la prova vivente che a Nashville ogni tanto si può vendere tantissimo facendo del vero country e non del pessimo pop: oltre a lui mi vengono in mente solo Alan Jackson e, qualche volta, Kenny Chesney, anche se Paisley può vantare vendite maggiori, avendo avuto i suoi ultimi otto album (su dieci totali, escludendo quindi quello natalizio) tutti al numero uno della classifica country. Brad è bravo, non annacqua le sue sonorità, ha il senso del ritmo ed una decisa propensione ai suoni elettrici anche perché, e qui è veramente una mosca bianca, è anche un eccellente chitarrista. Per farsi un’idea del profilo che ha raggiunto, basti pensare che nel suo nuovissimo album Love And War (in uscita quando leggerete questa recensione) è previsto un duetto con Mick Jagger ed un brano scritto a quattro mani con John Fogerty, due personaggi non esattamente usi a collaborazioni esterne (e di solito l’ex Creedence i brani che scrive li mette solo sui suoi dischi *NDB Però anche due brani con Timbaland!!!). Life Amplified World Tour: Live From WVU è il primo album dal vivo del nostro, a parte lo “strano” Hits Alive, registrato lo scorso anno a Morgantown, presso la famosa West Virginia University (giocando quindi in casa, essendo Brad nativo proprio della Virginia dell’Ovest), e non fa che confermare la sua bravura come frontman, in più con un pubblico che conosce a memoria il suo repertorio.

In realtà il progetto è principalmente un DVD, comprendente venti canzoni (il concerto completo), mentre la recensione che leggete si basa sul CD accluso che ne contiene solo dodici (manca tutta la parte centrale ed il brano conclusivo, Alcohol), anche se il tutto è più che sufficiente per farsi un’idea. Country-rock tosto e chitarristico, musica elettrica anche nei pezzi più lenti, unita a melodie di immediata fruibilità (e qualche volta un po’  ruffiane, ma lo perdoniamo), il tutto con una backing band, The Drama Kings, ampiamente rodata, tra i cui membri spiccano lo steel guitarist Randle Currie, il violinista Justin Williamson e la potente sezione ritmica formata da Kenny Lewis al basso e Ben Sesar alla batteria. Dopo un’introduzione un tantino esagerata e magniloquente a base di Also Sprach Zarathustra (la utilizzava anche Elvis, ma era, appunto, Elvis) il concerto parte in quarta con la trascinante Crushin’ It, un rockin’ country chitarristico e grintoso, ma dotato di un bel refrain, il modo migliore per dare il via alla serata. American Saturday Night è anche meglio, un rock’n’roll dal tocco country, ideale per essere suonato dal vivo, il tipico brano che fa saltare tutti (e poi il pubblico pende dalle sue labbra), mentre Perfect Storm è una slow ballad che calma un po’ gli animi, anche se la strumentazione si mantiene elettrica e di impianto rock.

Country Nation è ancora forte e vigorosa, si sente che Paisley non è un pupazzo ma un musicista vero, e lo dimostra anche con la seguente Old Alabama, altra canzone potente e dai toni quasi southern, appena stemperati dall’uso del violino; Then, per contro, è un lento di grande intensità, con un motivo toccante e che il pubblico dimostra di conoscere a menadito, mentre con Beat This Summer, un vero e proprio singalong country-rock, la temperatura inizia a risalire. Lo scintillante honky-tonk elettrico I’m Gonna Miss Her, puro country, e la roboante River Bank precedono l’unica cover del CD (ma nel DVD c’è anche una versione del classico di Merle Haggard Mama Tried), ovvero Take Me Home, Country Roads, la signature song per antonomasia di John Denver ed inno non ufficiale della West Virginia, proposta in una breve ma sentita rilettura acustica, durante la quale anche l’audience in sala fa la sua parte. Il finale, con Brad che ha il pubblico ormai ai suoi piedi, vede la coinvolgente Southern Comfort Zone, dal ritmo acceso ed ottima performance da parte del leader, e la possente Mud On The Tires, altro rockin’ country con le chitarre in primissimo piano e ritornello diretto ed immediato.

Se la media dei countrymen americani fosse al livello di Brad Paisley, non esisterebbe un “problema” Nashville.

Marco Verdi

L’Ultima Volta Dell’Indimenticabile “Big Man”! Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09

bruce springsteen buffalo 2009

Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09 – Bruce Springsteen/Nugs.net 3CD/Download

Nel 2016 la pubblicazione di storici concerti d’archivio da parte di Bruce Springsteen (di cui avevo fatto un riassunto in questo blog http://discoclub.myblog.it/2016/02/14/supplemento-della-domenica-bruce-springsteen-sempre-comunque-grandissimo-performer-il-punto-sugli-archivi-live-del-boss/ ) ha subito un rallentamento, principalmente per lasciare spazio agli instant live tratti dagli 89 shows del River Tour: solo il doppio The Christic Shows, da due esibizioni acustiche del 1990 http://discoclub.myblog.it/2016/07/03/il-supplemento-della-domenica-dello-springsteen-dagli-archivi-live-del-boss-ottimo-anche-senza-la-band-bruce-springsteen-the-christic-shows-1990/ , e, sotto Natale, questo triplo tratto da un concerto svoltosi a fine 2009 a Buffalo, nello stato di New York, per la serata conclusiva della tournée a supporto dell’altalenante album Working On A Dream, forse il meno riuscito della carriera del Boss dopo il raffazzonato High Hopes (la recensione del live arriva solo adesso in quanto ho atteso più di due mesi che mi arrivasse il CD). Il perché di questa scelta apparentemente strana, visto che questo tour, pur presentando un Bruce in grande forma (avevo assistito alla serata di Torino, una delle migliori da me mai viste per quanto riguarda il Boss) non è certo passato alla storia come tra i suoi più leggendari, è presto detta: il concerto di Buffalo è anche l’ultimo con il grande Clarence “Big Man” Clemons in formazione, dato che il sassofonista di colore morirà per malattia nel Giugno del 2011. Chiaramente all’epoca nel concerto ancora non si sapeva che la E Street Band, già orfana di Danny Federici, avrebbe avuto un altro lutto, e proprio nell’elemento più amato dal pubblico (a parte Bruce naturalmente), vecchio amico e compagno di scorribande del Boss, un vero gigante buono che è anche sempre stato una parte fondamentale nel suono degli E Streeters, pur non essendo certo considerato tra i fenomeni mondiali del suo strumento.

In questo concerto quindi si respira la solita aria di festa, ed il triplo CD si ascolta che è un piacere: l’apertura è potente con Wrecking Ball, all’epoca ancora inedita su disco, poi si entra subito in clima “arena rock” con The Ties That Bind e Hungry Heart, ed un dovuto omaggio a Working On A Dream con l’obamiana title track, una canzone assolutamente normale che infatti sparirà dalle scalette dei successivi tour. Ed ecco la parte più ghiotta della serata: sappiamo che ormai da anni il Boss ha preso l’abitudine di omaggiare ogni tanto i suoi album più popolari del passato suonandoli da cima a fondo (Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, Born In The U.S.A., The River lo scorso anno), ma questa sera decide di fare una cosa mai vista, cioè riproporre in versione aggiornata il disco da cui è nato tutto, ovvero il suo esordio del 1973, Greetings From Asbury Park, NJ, un album all’epoca passato quasi inosservato ma ampiamente rivalutato negli anni (e Bruce stasera lo dedica al suo scopritore, il leggendario produttore John Hammond). Si parte quindi con la solare Blinded By The Light, piena di suoni e ritmo, per finire con la fluida It’s Hard To Be A Saint In The City (che chiude anche il primo CD): in mezzo, la sempre bellissima Growin’ Up, la drammatica Lost In The Flood, interpretata con la solita incredibile intensità, le travolgenti Does This Bus Stop At 82nd Street? e Spirit In The Night, la poco conosciuta The Angel: davvero una gradita sorpresa.

Il secondo CD presenta alcuni classici (The Promised Land, Born To Run, The Rising, Tenth Avenue Freeze-Out), ma anche diverse chicche, a partire, visto che siamo a fine Novembre ed è l’ultimo concerto del tour, da un uno-due formato dalle festose Merry Christmas Baby e Santa Claus Is Coming To Town; poi abbiamo la rara Restless Nights (era sul cofanetto Tracks), dedicata a Little Steven dato che è anche il suo compleanno, ed un trittico molto interessante di cover formato dal mitico strumentale di Booker T & The MG’s Green Onions, da una Boom Boom molto più rock’n’roll e meno blues di quella di John Lee Hooker, e da Hang Up My Rock And Roll Shoes di Chuck Willis, arrivata sul palco come richiesta e con conseguente siparietto di Bruce che se la prende con l’autore del cartello per non aver incluso anche il testo, dato che dichiara di non ricordarlo (ma poi la canterà in maniera impeccabile). Il terzo ed ultimo dischetto è incentrato sui bis, tra i quali troviamo una Thunder Road full band, la sempre irresistibile American Land e le ormai classiche Dancing In The Dark e Rosalita. Come conclusione abbiamo una torrenziale ed incandescente Higher And Higher, noto brano di Jackie Wilson (e con Willie Nile ospite ai cori) ed un finale a tutto rock’n’roll con la famosa Rockin’ All Over The World di John Fogerty. Gran concerto, inciso anche splendidamente, il modo migliore per omaggiare il grande Clarence Clemons.

Marco Verdi

Tempo Di Antologie: Ottime, Anche Se Con Poche Sorprese! Nitty Gritty Dirt Band – Fishin’ In The Dark/Old Crow Medicine Show – Best Of/Harry Belafonte – When Colors Come Together

nitty gritty fishin' in the dark

Nitty Gritty Dirt Band – Fishin’ In The Dark: The Best Of The NGDB – Rhino CD

Old Crow Medicine Show – Best Of Old CrowMedicine Show – Nettwerk CD

Harry Belafonte – When Colors Come Together: The Legacy Of Harry Belafonte – Legacy/Sony CD

Solitamente il momento migliore per immettere sul mercato discografico un greatest hits è quello natalizio, ma talvolta le etichette scelgono altri periodi, forse proprio per non venire risucchiate nel vortice delle pubblicazioni stagionali: oggi vi parlo di tre antologie uscite da poco, diverse tra loro (ma tra le prime due c’è più di un’affinità), con il comune denominatore della buona musica.

Non credo che chi legge questo blog non conosca la Nitty Gritty Dirt Band, storico gruppo country-rock californiano in giro da ben cinquant’anni (è uscito solo pochi mesi il bellissimo Circlin’ Back, album live commemorativo di cui ho parlato proprio su queste pagine virtuali), una band che ha sempre coniugato ottima musica e vendite cospicue, e pubblicando un capolavoro assoluto nel 1971 con il triplo Will The Circle Be Unbroken, un magnifico album di country e bluegrass con diversi padri del genere come ospiti ed un’operazione anche culturale di altissimo livello. Questa nuova antologia intitolata Fishin’ In The Dark ha però qualche problema: da un lato, con le sue 21 canzoni su un singolo CD offre una panoramica abbastanza esauriente della carriera del gruppo guidato da Jeff Hanna (pur con qualche mancanza, mi viene in mente per esempio House At Pooh Corner), ed è indispensabile per chi non li conosce e volesse avere un’infarinatura, dall’altro potrebbe però ricadere addirittura nella categoria “fregature” di cui ci occupiamo ultimamente, in quanto il disco altro non è che la fusione di due vecchie e famose antologie del gruppo, Twenty Years Of Dirt e More Great Dirt, prese pari pari ed unite con estrema nonchalance.

Un’operazione in sé discutibile (ed è strano perché la Rhino di solito si comporta in modo serio), che ha anche il difetto di fermare la carriera del gruppo al 1988 e di ignorarne il seguito, oltre a non comprendere alcunché dai tre volumi di Will The Circle Be Unbroken (ma per quelli forse ci vorrebbe un’antologia a parte). Dal punto di vista musicale comunque niente da dire, anche se vengono ignorati album fondamentali del gruppo come All The Good Times e Stars & Stripes Forever, e dagli anni settanta vengono presi solo tre pezzi: la splendida Mr. Bojangles, grande classico di Jerry Jeff Walker ed anche la loro incisione più nota, la lunga Ripplin’ Waters, da sempre al centro delle loro esibizioni live, e la solare e caraibica An American Dream. Il resto è tutto anni ottanta, con sonorità più radiofoniche ma sempre piacevoli e coinvolgenti, con sonorità molto californiane e talvolta vicine al sound degli Eagles (Make A Little Magic, I’ve Been’ Lookin’), o pezzi come Cadillac Ranch (proprio quella del Boss, in una scintillante versione country-rock), Workin’ Man, Baby’s Got A Hold On Me, le deliziose Partners, Brothers And Friends e Face On The Cutting Room Floor, le splendide Fishin’ In The Dark e Long Hard Road. Consigliato solo a chi non ha niente del gruppo, o a chi vuole un bel dischetto di country-rock da tenere in macchina.

old crow medicine show best of

Gli Old Crow Medicine Show sono il miglior gruppo del recente revival old-time country & bluegrass (o come lo vogliate chiamare), meglio di pochissimo a mio parere rispetto agli Avett Brothers (che sono più rock), e più nettamente dei comunque bravi Trampled By Turtles (mentre i Mumford & Sons, un tempo fantastici, credo che li stiamo perdendo…): anzi, per il sottoscritto gli OCMS sono addirittura la migliore band in assoluto tra quelle venute fuori nel nuovo millennio, un quintetto che rielabora la tradizione con grande grinta, inventiva, creatività e tecnica, alternando sapientemente brani originali a cover, e suggellando il tutto con un feeling mostruoso che viene fuori soprattutto nelle esibizioni dal vivo. Questo Best Of potrebbe però risultare un po’ prematuro, anche perché, essendo pubblicato dalla loro vecchia etichetta (la Nettwerk), prende in esame solo i primi tre CD (ed un EP), ignorando gli ultimi due lavori, gli splendidi Carry Me Back e Remedy.

Ma, a monte di tutto, è comunque un grande piacere riascoltare canzoni come la strepitosa Wagon Wheel (un testo inedito di Bob Dylan musicato da Keith Secor), un capolavoro, una delle più belle canzoni degli ultimi quindici anni; ma gli OCMS sono anche altro, come lo scintillante folk Down Home Girl, il trascinante country’n’roll Alabama High-Test, il limpido bluegrass Big Time In The Jungle, la deliziosa Take ‘Em Away, la coinvolgente Fall On My Knees, suonata a velocità forsennata, o la stupenda I Hear Them All. Ci sono anche due inediti molto belli: Black-Haired Québécoise, cantata parzialmente in francese, uno squisito brano di stampo zydeco (anche se manca la fisarmonica) e dal ritornello vincente, e Heart Up In The Sky, un folk-grass cristallino e suonato alla grande. Fra meno di due mesi gli OCMS daranno alle stampe 50 Years Of Blonde On Blonde, fedele cronaca di un concerto dello scorso anno in cui hanno riproposto nota per nota (ovviamente alla loro maniera) il classico album di Dylan: un lavoro attesissimo e che figurerà certamente tra i dischi dell’anno.

harry belafonte when colors come together

Oggi di lui si parla molto poco, ma Harry Belafonte è stato uno dei più grandi cantanti americani di sempre; è ancora vivo e vegeto (ha da poco compiuto 90 anni), ma ho parlato di lui al passato in quanto è discograficamente fermo al 1988 per quanto riguarda i dischi in studio, mentre il suo ultimo lavoro in assoluto è l’ottimo An Evening With Harry Belafonte And Friends del 1997. Originario di Harlem ma di origini giamaicane da parte di madre e martinicane di padre, è noto per aver portato il calypso, musica tipica delle isole caraibiche, nelle case di milioni di americani, con una serie di canzoni indimenticabili, piene di suoni e colori, ma anche arrangiate in maniera sopraffina ed eseguite con la sua grande voce (una di quelle voci che sarebbero in grado di cantare qualsiasi cosa), diventando uno degli artisti più influenti del suo tempo: uno come Jimmy Buffett secondo me gli deve la vita, ma anche autori più distanti dal suo genere lo hanno sempre tenuto in grande considerazione (non ultimo Bob Dylan, che ebbe la prima esperienza discografica professionale proprio su una canzone di Harry, suonando l’armonica su Midnight Special nel 1962, qualche mese prima di incidere il suo album di debutto).

Ma Harry è stato anche un apprezzato attore ed un paladino dei diritti civili, una figura decisamente carismatica che oggi viene omaggiata proprio per i suoi novanta anni con questa bellissima antologia intitolata When Colors Come Together, 19 canzoni rimasterizzate in maniera spettacolare (alcune non sembrano affatto vecchie di 60 anni) che offrono una panoramica completa ai molti che oggi non hanno mai sentito parlare di lui. La migliore antologia di Harry sul mercato è certamente il Greatest Hits triplo uscito nel 2000, ma questa viene sicuramente subito dopo; c’è anche una incisione nuova, alla quale però Belafonte non ha partecipato: si tratta della title track, che in realtà è una versione di Island In The Sun affidata ad un coro di bambini, una cosa di cui avrei sinceramente fatto a meno. Ma il resto, che prende in esame materiale di tre decadi (’50, ’60 e ’70) è splendido, a partire dalla celeberrima Banana Boat Song (Day-O), una canzone che conoscono tutti, anche chi non ha mai comprato neppure un disco in vita sua, ci sono anche Matilda e Jamaica Farewell, due pezzi famosissimi. Poi ci sono imperdibili versioni di noti traditionals (All My Trials, On Top Of Old Smokey), o di standard contemporanei (Abraham, Martin And John), o ancora classici folk come Those Three Are On My Mind di Pete Seeger e Pastures Of Plenty di Woody Guthrie. Grande musica, un coinvolgente caleidoscopio di suoni e colori (Jump In The Line e la versione originale di Island In The Sun sono una goduria), alternate a ballate da pelle d’oca come Scarlet Ribbons o la natalizia Mary’s Boy Child.

Un grandissimo, che è giunto il momento di riscoprire.

Marco Verdi