Appena In Tempo. Anche Glen Campbell Ci Ha Lasciato: Se “Lungo Addio” Doveva Essere… Questo E’ Stato Uno Dei Migliori. Glen Campbell – Adios

glen campbell adios

Come forse avrete letto l’8 agosto anche Glen Campbell se ne è andato, aveva 81 anni e dopo una lunga battaglia con l’Alzheimer durata ben sei anni è morto a Nashville l’altro ieri. Prima di lasciarci ha fatto comunque in tempo a regalarci un ultimo album Adios, del quale a seguire mi sembra doveroso riproporre come omaggio alla sua arte la recensione pubblicata circa un mese, recensione che conteneva anche una breve cronistoria della sua carriera musicale.

Glen Campbell – Adios – 2 CD Deluxe Universal Music Enterprises

Una premessa doverosa, se conoscete le circostanze che hanno dato vita a questo disco: l’album è veramente bello, forse addirittura il migliore, o tra i migliori in assoluto, della carriera di Glen Campbell. Si diceva delle circostanze: all’inizio del 2011 al musicista di Billstown, Arkansas, viene diagnosticata una forma già sviluppata di Alzheimer (che forse era in corso da prima), ma in effetti già l’anno precedente Campbell aveva registrato un disco Ghost On The Canvas, poi pubblicato nell’agosto del 2011, che doveva essere il suo album di addio; a seguito della pubblicazione Glen si imbarca anche nel suo “Tour d’addio”, nel corso del quale viene annunciata pubblicamente la malattia, anche per giustificare le sue perdite di memoria o eventuali discorsi sconnessi sul palco, che sono tra i sintomi dell’Alzheimer. Nel 2013 poi esce See You There, un ulteriore disco con tracce vocali registrate durante le stesse sessions del 2009-2010 a cui è stata aggiunta una nuova base strumentale. Tra l’altro entrambi gli album erano piuttosto piacevoli e ben suonati e cantati; la malattia ha poi proseguito il suo corso e attualmente Campbell è in una clinica in quelle che paiono le fasi finali del suo male, ma, come poi ha rivelato la moglie Kim, dopo il tour di commiato, il cantante era entrato in studio ancora, tra il novembre del 2012 e il gennaio del 2013, per registrare l’album di cui stiamo parlando, il suo vero commiato, questo Adios, per chi non conoscesse Campbell, allegato al CD “nuovo”, c’è anche una raccolta di successi, con 16 brani non in ordine cronologico, che tracciano la storia di uno dei grandi della musica americana.

Chiamiamolo un “crooner country”, ma è stato anche un formidabile chitarrista, uno dei membri della “Wrecking Crew”, Beach Boys onorario (ha sostituito spesso Brian Wilson nei tour e ha suonato su Pet Sounds), con una serie impressionante di dischi di studio registrati nella sua carriera, questo è il n° 64 (neanche Johnny Cash o Dylan credo sono stati così prolifici, nel 1968 il suo anno d’oro sono usciti ben cinque album): nella raccolta troviamo gli splendidi brani scritti da Jimmy Webb, tra cui By The Time I Get To Phoenix, Wichita Lineman, Galveston, ma anche il suo più grande successo, Gentle On My Mind, la canzone di John Hartford, in una versione scevra di archi, per un brano che era il diretto antenato di Everybody’s Talkin’ (in cui Campbell aveva suonato la chitarra), e ancora True Grit, il tema di “Il Grinta”, il film di John Wayne, una Southern Nights di Allen Toussaint, che sembra un pezzo della Nitty Gritty o di Loggins & Messina, e anche cover dei Foo Fighters o di Jackson Browne, incise negli ultimi album, il tutto cantato con una voce splendida ed espressiva, calda ed avvolgente, e se ogni tanto gli arrangiamenti di archi sono forse eccessivi, erano comunque un segno dei tempi, le canzoni rimangono bellissime.

Per questo capitolo finale Glen Campbell, aiutato dal suo produttore abituale, l’ottimo cantante e musicista Carl Jackson, ha voluto incidere alcune cover di celebri brani che non aveva mai affrontato nella sua carriera (non è del tutto vero, ma lo vediamo tra un attimo): sono con lui i tre figli, oltre ad un manipolo di ottimi musicisti, tra cui spiccano Aubrey Haynie al violino e mandolino, Mike Johnson alla steel guitar, Catherine Marx al piano, oltre allo stesso Jackson alla chitarra acustica (visto che Campbell non riusciva più a suonarla) ed alcuni ospiti di nome. Il disco ha un suono eccellente, raramente o mai sopra le righe, Glen per essere all’epoca un 76enne malato ha ancora una voce quasi uguale a quella degli anni d’oro e le canzoni sono molto belle: dall’iniziale Everybody’s Talkin’, il tema dell’Uomo Da Marciapiede, di Harry Nilsson (ma scritta da Fred Neil), qui in una versione leggermente accelerata, che non diminuisce il fascino del pezzo, con il banjo della figlia di Glen, Ashley Campbell, in bella evidenza a sottolineare la matura e vissuta voce del babbo, ancora in grado di arditi falsetti.

Il primo brano scelto di Jimmy Webb è la delicata Just Like Always, una romantica ballata con uso di pedal steel, seguita dal duetto con Willie Nelson (poteva mancare?) Funny How Time Slips Away, più di 150 anni in due, ma che classe, non so chi canta meglio; Arkansas Farmboy è un pezzo di Carl Jackson, una specie di biografia della gioventù di Glen, a tempo di valzerone country, con una strumentazione acustica parca, ma ricca di dettagli sonori. Am I All Alone di Roger Miller viene prima presentata in un breve frammento dell’originale e poi nella nuova versione con Vince Gill alle armonie vocali, bellissima pure questa; It Won’t Bring Her Back, il secondo brano di Webb, ancora con una magnifica weeping steel è un’altra country tune di grande fascino, degna dei grandi balladeer americani, avvolgente e ad alto tasso emotivo, sempre con splendide armonie vocali della famiglia Campbell, sembra quasi un pezzo degli Eagles. E pure la versione di Don’t Think Twice, It’s Allright di Dylan è da applausi, ispirata da quella country di Jerry Reed, con dell’ottimo picking dei musicisti; She Tinks I Still Care in effetti l’aveva già incisa in un album del 1972, ma è un classico della country music, con decine di riletture fatte da grandi nomi (da George Jones in giù), talmente bello che una nuova versione, tra l’altro di ottima fattura, ci sta proprio bene.

Anche Postcards From Paris, sempre di Jimmy Webb, era già apparsa su See You There, ma questa nuova versione di una grande canzone, con i figli che intonano “I Wish You Were Here”. manda un groppo giù per la gola, sembra quasi una canzone di James Taylor e pure di quelle belle. Jerry Reed appare anche come autore, di un brano che è stato uno dei grandi successi di Johnny Cash (soprattutto in Europa) A Thing Called Love, altro pezzo dal fascino inalterato nel tempo, ancora con Campbell in pieno controllo vocale ed emotivo. Se deve essere Addio, l’ultimo pezzo di Jimmy Webb scelto, è proprio la title track Adios, una ballata di una bellezza struggente, cantata con grande trasporto da Glen Campbell che pone l’ultimo sigillo alla sua carriera e ci saluta con malinconia ma anche un senso di profonda serenità. Forse solo Warren Zevon con The Wind e la canzone Keep Me In Your Heart in particolare, aveva saputo salutare i suoi fans, conscio della fine imminente, con un testamento sonoro di tale fattura ed intensità. La versione doppia del CD è quasi d’obbligo.

Bruno Conti

Pensavo (Al) Peggio… Anche Se. The Isley Brothers & Santana – Power Of Peace

isley brothers santana

The Isley Brothers & Santana – Power Of Peace – Sony/Bmg

Dopo l’uscita di Santana IV dello scorso anno (recensito sul Blog casualmente sempre di domenica http://discoclub.myblog.it/2016/04/10/supplemento-della-domenica-anticipazione-unoperazione-marketing-anche-finalmente-gran-bel-disco-santana-santana-iv/ ), e poi anche del successivo ottimo CD/DVD dal vivo, c’era curiosità per questa collaborazione tra Carlos Santana e gli Isley Brothers, una delle istituzioni della black music americana, prima R&B e soul, poi ancora ottimo funky, anche hendrixiano, nei primi anni ’70, ma sinceramente, per il mio gusto personale, non ricordo un disco veramente valido dei fratelli Isley da lunga pezza, anche se qui e là sprazzi della vecchia classe non sono mai mancati, sia nei dischi come gruppo che in quelli di Ronald ed Ernie Isley (ne ricordo solo uno per la verità). Comunque Ronald Isley era presente appunto, come cantante aggiunto, in due brani di Santana IV, e il suo tipico vocione ben si era amalgamato con il sound classico della Santana Band migliore della storia. Quindi forse, ma forse, i presupposti per questa sorta di supergruppo c’erano, anche se poi leggendo le anticipazioni si era visto che il gruppo utilizzato per questo album era la road band di Carlos Santana, con il solo bassista Benny Reitveld tra quelli utilizzati nel disco, e la moglie di Carlos Cindy Blackman, alla batteria, nonché “produttrice” dell’album insieme al marito. Gli altri musicisti non mi fanno impazzire, a partire dal tastierista Greg Phillinganes, nonostante il suo passato nella band di Stevie Wonder, e, sulla carta, anche l’idea di fare un disco di sole cover (ma non degli Isley Brothers o dei Santana, anche se forse poi le suoneranno nel tour di promozione dell’album), visto il “tragico” precedente del pessimo Guitar Heaven, non era il massimo.

E invece, pur non potendo parlare certo di capolavoro, anzi, questo Power Of Peace, è un disco piacevole, per quanto non memorabile, insomma si lascia ascoltare (a fatica), con una buona scelta dei brani da rivisitare, e un sound che solo a tratti raggiunge i limiti di guardia del cattivo gusto, ma lo fa: la partenza avviene con il classico groove santaneggiante dell’iniziale Are You Ready, un vecchio brano dei Chambers Brothers, una delle prime formazioni a fondere rock, psichedelia e musica nera, con ottimi risultati, tra fine anni ’60 e inizio anni ’70, le chitarre di Carlos e Ernie, in modalità wah-wah (di cui è sempre stato uno dei maestri, e discepolo hendrixiano di Jimi che aveva suonato a lungo ad inizio carriera con gli Isley) interagiscono con grinta, la voce di Ronald è ancora potente, e il lavoro di Karl Perazzo (l’altro musicista di vaglia presente) alle congas è pregevole. Partenza buona quindi, confermata dal classico rock’n’soul della vibrante Total Destruction Of Your Mind, un brano del misconosciuto Swamp Dogg, con le chitarre ancora assolutamente in piena libertà, soprattutto quella di Santana. E non male, anche se forse troppo carica di sonorità un filo turgide, la cover di Higher Ground di Stevie Wonder, diciamo che l’assolo di wah-wah di Ernie Isley non riesce forse a salvarla del tutto, ma la rappata di tale Andy Vargas non aiuta.

Una lunga rilettura di God Bless The Child di Billie Holiday è tra le sorprese del CD, parte come una ballata pianistica, poi entra la voce ancora intensa, per quanto segnata dal tempo, di Ronald, e il pezzo diventa una soul ballad alla Isley Brothers, con i due chitarristi impegnati in un fine lavoro di cesello, soprattutto il classico solo melodico di Carlos, suo marchio di fabbrica. L’unico brano originale dell’album, I Remember, firmata da Santana e da Cindy Blackman, che poi la canta, in una lotta di falsetti con Ronald, è un’altra onesta ballata, molto “nu soul”, ma non deleteria. Mentre Body Talk, un  vecchio pezzo di Eddie Kendricks dei Temptations, pur se ricorda il sound Motown, rimanda anche al brano omonimo degli Imagination, e francamente, come la precedente, se ne poteva fare anche a meno, si salva giusto l’assolo di Santana.Gypsy Woman di Curtis Mayfield è il veicolo ideale per il classico falsetto di Ron, e anche l’idea di dargli una atmosfera gitana, ispirata dal titolo, non è del tutto peregrina ,, quindi il brano risulta uno dei migliori dell’album, con le due chitarre sempre in brillante spolvero, mentre I Just Want To Make Love To You  di Willie Dixon l’ho riconosciuta giusto perché ho letto il titolo, per il resto tra un riff di Foxy Lady e rullate a tutto campo della batteria della Blackman sembra un pezzo, di quelli brutti, di Eric Gales, e in questo le chitarre wah-wah ovunque non aiutano (e qui i limiti del cattivo gusto si superano).

Love, Peace And Happiness, l’altro pezzo dei Chambers Brothers, pur con qualche eccesso, riporta i binari del sound su un rock’n’soul energicomeglio la melliflua cover del classico di Burt Bacharach What The World Needs Now Is Love, portata al successo da Dionne Warwick Jackie De Shannon, che qui riceve il trattamento Santana + Isley Brothers, con Ronald Isley che la canta veramente bene, e poi il pezzo è bello, comunque lo giri. E non dispiace neppure la rilettura molto fedele del classico di Marvin Gaye Mercy Mercy Me (The Ecology), soul anni anni ’70 di gran classe, come pure la jazzata Let The Rain Fall On Me, una ballata suadente del poco conosciuto Leon Thomas, dove si apprezza nuovamente il phrasing impeccabile di Ronald Isley, e un assolo di piano mirabile, presumo del bistrattato dal sottoscritto Phillinganes, e zero chitarre.. Let There Be Peace On Earth di Sy Miller Jill Jackson, francamente non me la ricordavo, e forse è meglio, un pezzo simil gospel-natalizio portato al successo da Vince Gill, cantato coralmente da Blackman e Isley, anche in questo caso, l’unica cosa che si salva è l’assolo di chitarra di Carlos. In definitiva il disco, pur non dando ragione in toto al titolo del Post, non è, diciamo, indispensabile, quindi, come direbbero a Roma, “Aridatece Santana IV”!

Bruno Conti

Il Disco Blues Dell’Anno? Forse No, Ma Soltanto Perché Non E’ (Solo) Blues! Taj Mahal & Keb’ Mo’ – TajMo

tajmo

Taj Mahal & Keb’ Mo’ – TajMo – Concord CD

Henry Saint Clair Fredericks, meglio conosciuto come Taj Mahal, è una vera e propria leggenda della musica americana. Considerato giustamente uno dei giganti del blues, Taj non è mai stato però solo un bluesman: certo, la musica del diavolo è sempre stata quella più presente nei suoi dischi, ma spesso e volentieri il musicista di Harlem si è fatto contaminare da folk, rock, soul, R&B, country, musica africana e, sue grandi passioni, le musiche caraibica e hawaiana. Nella sua carriera ha inciso, live compresi, più di trenta dischi, meno di quanto uno potrebbe pensare (preferendo quindi la qualità alla quantità), ma è stato coinvolto negli anni in una serie innumerevole di collaborazioni, le più note delle quali sono il famoso e variopinto Rock And Roll Circus dei Rolling Stones ed il supergruppo dei Rising Sons insieme a Ry Cooder, una band giovanile dalle enormi potenzialità che avrebbe meritato ben altra fortuna: discograficamente Mahal è fermo dal 2008, anno in cui diede alle stampe l’ottimo MaestroKeb’ Mo’, pseudonimo di Kevin Moore, è invece un personaggio di minor profilo, ma pur sempre di una certa importanza: attivo dagli anni ottanta, Moore è sempre stato un bluesman raffinato e con spesso un occhio rivolto alle vendite, con non infrequenti ammiccamenti al pop e diversi Grammy vinti, anche se ultimamente sembra aver preso stabilmente la strada del blues; Moore e Mahal non avevano mai collaborato, almeno fino ad oggi, dal momento che hanno deciso di unire le forze e pubblicare questo album di coppia, intitolato semplicemente TajMo.

Ed il disco è una vera sorpresa, non tanto per Mahal che sappiamo essere un fuoriclasse, quanto per Moore, il quale, forse stimolato dalla presenza del grande Taj, ha dato il meglio di sé, forse come raramente aveva fatto prima. Un album splendido, suonato e cantato alla grande dai due leader (davvero due generazioni a confronto) e con una lunga serie di ottimi sessionmen che rendono il suono del disco davvero ricco e pieno di sfumature e sfaccettature; come ho scritto nel titolo, il disco non è solo blues, almeno non nel senso canonico del termine: certo, il blues è quasi sempre presente, ma il più delle volte mescolato con il soul (i fiati sono molto presenti), il folk, la musica roots ed anche un paio di ballate, con un giusto bilanciamento di cover e brani originali, questi ultimi, sei su undici totali, tutti scritti da Moore, e due di essi insieme a Taj. Dulcis in fundo, abbiamo anche diversi ospiti di nome (e sostanza), come Bonnie Raitt, l’Aquila Joe Walsh, il songwriter canadese Colin Linden, la percussionista Sheila E. (sorella di Alejandro Escovedo), il grande batterista Chester Thompson, già con Frank Zappa Genesis e la cantante soul e jazz Lizz Wright. Quello che forse stupisce di più è però l’affiatamento tra i due leader, quasi come se TajMo non fosse il primo disco in coppia ma l’ultimo di una lunga serie, con il vecchio Taj (ma anche Kevin non è certo un ragazzino) che si presta volentieri a collaborare in brani non proprio tipici del suo stile.

Si parte benissimo con Don’t Leave Me Here, uno scintillante e potente rock-blues, con i fiati a colorare il suono e le due grandi voci che si alternano, con ottimi interplay tra la chitarra di Moore e l’armonica di Billy BranchShe Knows How To Rock Me è un vecchio brano di William Lee Perryman, alias Piano Red (ed inciso anche da Little Richard), che qui assume le tonalità di un country-blues rurale, con le due voci arrochite e le due chitarre acustiche (quella di Kevin è slide) a guidare le danze, mentre All Around The World è un ritmato soul-errebi di grande presa, vivace, colorato e coinvolgente, con grande uso del pianoforte ed un ottimo background da parte dei fiati e cori femminili, un pezzo più nelle corde di Moore che di Mahal, ma comunque davvero godibile. Om Sweet Om è una ballata decisamente raffinata, quasi vellutata, arrangiata con gusto e con la gran voce della Wright che si unisce a quelle del duo, un brano quasi easy listening ma di gran classe; Shake Me In Your Arms è un rock’n’soul scritto da Billy Nichols, mosso e grintoso, con fiati e chitarre (l’assolo è di Walsh) che si contendono la scena ed i due “giovanotti” che secondo me si divertono un mondo; That’s Who I Am è ottima, un vibrante blues-got-soul dalla melodia orecchiabile e train sonoro diretto (il genere in cui eccelle uno come Robert Cray), ancora con i fiati in gran spolvero ed i nostri che sembrano interagire da sempre.

Diving Duck Blues, di Sleepy John Estes, è l’unico blues “duro e puro” del CD, affrontato alla maniera di Mississippi John Hurt, due voci, due chitarre ed un’aria leggermente folkeggiante, ed il risultato finale è, manco a dirlo, superlativo; Squeeze Box, proprio il brano degli Who, di recente l’ho sentita anche rifatta da Bruce Robison ma, con tutto il rispetto per il countryman texano, qui siamo su un altro pianeta: gran ritmo, atmosfera vagamente caraibica, grande uso di fisarmonica (squeeze box, appunto) da parte di Phil Madeira, ed i due che divertono divertendosi: senza dubbio tra gli highlights del disco. Disco che si chiude con altri due brani scritti da Moore (il secondo con Mahal), la bella Ain’t Nobody Talkin’, altro travolgente errebi venato di rock, e la solare, colorata e godibilissima Soul, nella quale il vecchio Taj si trova nel suo ambiente musicale naturale, per finire con Waiting On The World To Change, una soul ballad di John Mayer, ancora in veste spoglia ma con un leggero accompagnamento ritmico, oltre alle armonie vocali della Raitt.

Un gran bell’album quindi, cosa prevedibile se si mettono insieme una leggenda ed un veterano: consigliato anche a chi non ha il blues come sue genere preferito.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Il Giusto Modo Di Celebrare Una Grande Cantautrice! Natalie Merchant – The Natalie Merchant Collection

natalie merchant the collection

Natalie Merchant – The Natalie Merchant Collection – Nonesuch/Warner 10CD Box Set

Non so in quanti, all’indomani dello scioglimento dei 10.000 Maniacs, gruppo pop-rock di culto degli anni ottanta separatosi dopo il live MTV Unplugged del 1993, avrebbero previsto una carriera luminosa alla cantante della band, Natalie Merchant: ebbene, quasi un quarto di secolo dopo bisogna riconoscere oggi che Natalie è tra le artiste più brave e complete nel panorama internazionale. Non ha inciso molto, solo sette album, ma sempre con una qualità media altissima, e con in mezzo due-tre dischi che non è fuori luogo definire capolavori: oggi la Nonesuch celebra la carriera solista della Merchant, con l’aiuto di Natalie stessa, con questo succulento boxettino di dieci CD intitolato The Natalie Merchant Collection, che comprende tutti e sette gli album della cantante di Jamestown (Leave Your Sleep era doppio) aggiungendo altri due dischetti esclusivi per il box, uno nuovo di zecca (Butterfly) ed un altro, intitolato Rarities 1998-2017, che è appunto una compilation di brani rari ed inediti (ma manca l’album live del 1999: perché?). Reputo quindi doveroso omaggiare questa bravissima musicista con una veloce panoramica dei dischetti contenuti nel cofanetto.

Tigerlily (1995): Natalie fa subito centro con un album che sarà anche il suo più venduto, grazie anche ai tre singoli, Wonder, Carnival e Jealousy, esempi di perfetto pop-rock di gran classe. Ma la Merchant ci regala altre perle, come l’opening track San Andreas Fault, la pianistica Beloved Wife, splendida e struggente, la raffinatissima River, la lunga I May Know The Word, più di otto intensissimi minuti e con una strepitosa coda chitarristica. Natalie mostra da subito un talento che verrà fuori prepotentemente nei dischi successivi.

Ophelia (1998): altro ottimo lavoro, che rappresenta una transizione tra il pop-rock adulto dell’esordio e la Merchant raffinata musicista dei dischi che seguiranno. Numerose le canzoni bellissime, partendo dalla straordinaria title track, un brano dal pathos incredibile, e continuando con la sontuosa ballad Life Is Sweet, la toccante My Skin, nella quale Natalie dà un saggio della sua notevole tecnica pianistica, la splendida King Of May (che classe) e la vibrante Thick As Thieves, con Daniel Lanois alla chitarra elettrica (ed è poco bella The Living?).

Motherland (2001): dopo due album quasi ottimi, Natalie sale ad un livello addirittura superiore: prodotto da T-Bone Burnett, Motherland è un disco più introspettivo nei testi ma musicalmente ricco e variegato. Si passa dalla suggestiva This House Is On Fire, intrigante commistione tra reggae e musica mediorientale, alla stupenda Motherland, una drammatica ballata con un’atmosfera quasi da chanteuse francese, ed una melodia da pelle d’oca d’ispirazione coheniana (una delle canzoni più belle di sempre della Merchant), passando per il folk-blues Saint Judas, con Mavis Staples alla seconda voce, la languida e suadente Put The Law On You, la raffinata rock ballad Build A Levee, e, giusto per non citarle tutte, la tersa e scintillante Not In This Life. Questo sarà per molto tempo l’ultimo disco di canzoni originali per Natalie, ma non per questo i prossimi saranno meno belli (anzi).

The House Carpenter’s Daughter (2003): un album meraviglioso, il più bello di Natalie se non ci fosse il successivo, una serie di interpretazioni strepitose di traditionals, canzoni popolari antiche e (poche) più recenti, con splendidi arrangiamenti in puro stile folk-rock (un paragone? I migliori Waterboys, solo un filo meno rock). Un capolavoro, con titoli celeberrimi che nelle mani della Merchant assumono nuova vita, come Which Side Are You On?, Bury Me Under The Weeping Willow (Carter Family, fantastica), House Carpenter, Down On Penny’s Farm, Poor Wayfaring Stranger, meno noti ma sempre splendidi come Soldier, Soldier ed Owensboro, o addirittura un classico dei Fairport Convention come Crazy Man Michael. E la voce di Natalie è sempre più bella, disco dopo disco.

Leave Your Sleep (2010): ben sette anni di attesa, ma ne valeva la pena: Leave Your Sleep è un doppio album, ben 26 canzoni, in cui Natalie alza ancora l’asticella e si conferma come una delle migliori artiste in circolazione. La Merchant prende una serie di poesie per bambini scritte da autori dell’800 e del 900, aggiunge le musiche scritte di suo pugno e mette a punto un’operazione culturale di altissimo livello e musicalmente sublime. Senza dubbio il suo disco più bello, ma anche uno dei più importanti in assoluto della decade, inutile nominare un brano piuttosto che un altro; dentro c’è di tutto: rock (poco), folk, musica irlandese, blues, old time music, dixieland, pop, country, reggae, e perfino kletzmer e musica da camera, il tutto condito da melodie imperdibili e da una classe inimitabile.http://discoclub.myblog.it/2010/04/14/l-ultima-grande-cantautrice-americana-natalie-merchant-leave/

Natalie Merchant (2014): primo disco di canzoni originali da Motherland ed altro grande album, anche se forse un gradino sotto gli ultimi due (che però sono dei capolavori): Ladybird, che apre il disco, è un’eccellente ballata pianistica dal motivo decisamente bello, ma ci sono anche l’intensa e roots-oriented Texas, la soulful (e splendida) Go Down Moses, in duetto con Corliss Stafford, l’emozionante, quasi da pelle d’oca, Seven Deadly Sins, la jazzata e sensuale Black Sheephttp://discoclub.myblog.it/2014/05/25/il-disco-della-domenica-del-mese-forse-dellanno-natalie-merchant/

Paradise Is There: The New Tigerlily Recordings (2015): Natalie celebra i vent’anni di Tigerlily, il suo disco più famoso, re-incidendolo da capo a piedi (ma cambiando l’ordine della tracklist) con lo stile odierno. Paradise Is There ricalca quindi la Natalie Merchant del 2015, meno pop-rock e più musicista a 360 gradi: le canzoni sono sempre belle (soprattutto, a mio parere, San Andreas Fault, Beloved Wife, River e I May Know The Word, che poi erano le mie preferite anche nel disco originale), ma i nuovi arrangiamenti e la maggiore esperienza di Natalie fanno la differenza.

Butterly (2017): un disco nuovo di zecca, nel quale Natalie re-interpreta sei canzoni del suo songbook e ne aggiunge quattro nuove, con l’ausilio di una band ridotta all’osso e con un quartetto d’archi in ogni pezzo. Un esperimento decisamente interessante e riuscito, che dona uno spessore diverso ai pezzi già noti (The Worst Thing e The Man In The Wilderness, con nuovi arrangiamenti tra Spagna e Messico, sono addirittura meglio degli originali) e fa brillare anche i brani nuovi: la cupa e drammatica Butterfly, dal pathos notevole, la jazzata She Devil, che rimanda a certe cose di Joni Mitchell, la dolcissima ninna nanna Baby Mine e la struggente Andalucia, davvero bella.

Rarities 1998-2017 (2017): formidabile compilation che ha, tra l’altro, solo due brani in comune con il secondo dischetto dell’antologia A Retrospective, uscita nel 2005 e con appunto il secondo CD dedicato alle rarità. Ben otto brani su quindici totali sono inediti, e due di essi sono rifacimenti di brani già noti, Saint Judas e Build A Levee, entrambi con Amy Helm ospite ed entrambi incisi quest’anno. Gli altri sei: il primo è una meravigliosa versione di The Village Green Preservation Society dei Kinks, una rilettura fluida, pianistica e coinvolgente, che da sola vale gran parte del prezzo richiesto; poi abbiamo lo slow raffinato Too Long At The Fair (scritto dal misconosciuto cantautore Joel Zoss), l’intensa e folkie Sonnet 73, adattamento musicale di un sonetto di Shakespeare, la deliziosa ninna nanna My Little Sweet Baby, un demo casalingo del traditional Sit Down, Sister ed il breve e bizzarro strumentale Portofino, che ha il profumo della musica folk nostrana. Tra i brani già editi meritano una citazione il brano dei Cowboy Junkies To Love Is To Bury, tratto da Trinity Revisited, un’intensissima Learning The Game di Buddy Holly, il testo di Woody Guthrie Birds & Ships, cantata con l’accompagnamento chitarristico di Billy Bragg (da Mermaid Avenue), la splendida The Lowlands Of Holland insieme ai Chieftains ed una rarissima versione voce e piano della divertente Political Science di Randy Newman, presa da una session pubblicata anni fa su ITunes, solo per download.

Il cofanetto costa tra i quarantacinque e i cinquanta euro: sta a voi decidere se farlo vostro, ma è certo che se di Natalie Merchant possedete solo qualche disco, la parola imperdibile è l’unica che mi viene in mente.

Marco Verdi

Scommetto Che Questi Due Non Ve Li Aspettavate! Radiohead – Ok Computer: Oknotok 1997-2017/Prince & The Revolution – Purple Rain Deluxe

Radiohead OKNOTOK (OK Computer 20th Anniversary Edition

Radiohead – Ok Computer: Oknotok 1997-2017 – XL Records 2CD – 3LP – Super Deluxe 2CD/3LP

Prince & The Revolution – Purple Rain Deluxe – NPG/Warner 2CD – 3CD/DVD

Dall’alto della sua magnanimità ogni tanto Bruno mi concede delle digressioni dal genere musicale, che è comunque assai eterogeneo, trattato abitualmente su questo blog, consentendomi di trattare di artisti che rientrano nella categoria “piaceri proibiti”, come ad esempio gruppi e solisti appartenenti al genere hard rock ed anche tutti i progetti che girano intorno a Jeff Lynne. I due dischi di cui vi parlo oggi però non fanno parte dei miei gusti personali (anzi, nel secondo caso ne sono abbastanza lontani), ma si tratta di ristampe importanti di due album che fanno parte di quella categoria di lavori che, aldilà delle preferenze, dovrebbero in teoria far parte di qualsiasi discografia completa (un po’ come Thriller di Michael Jackson, Nevermind dei Nirvana, la colonna sonora di Saturday Night Fever o Nevermind The Bollocks dei Sex Pistols, tutta roba che su queste pagine virtuali è abbastanza assente).

Ok Computer, terzo disco dei britannici Radiohead, è per la verità anche un gran bel disco, ed è considerato uno dei più importanti degli anni novanta, un album tipico dell’epoca (piuttosto buia dal punto di vista musicale), con testi ambiziosi ispirati dal tema dell’alienazione moderna e del rapporto controverso tra l’uomo e la tecnologia (quindi anche profetico se vogliamo): i lettori della rivista Q lo hanno addirittura messo al primo posto tra i migliori dischi di tutti i tempi, decisione sicuramente esagerata, ma comunque Ok Computer è un lavoro indubbiamente importante, che segnò anche in un certo senso la fine del cosiddetto brit pop ed il passaggio ad una musica più adulta e matura. L’album contiene idee a profusione, grazie soprattutto alla mente creativa del leader Thom Yorke, ed è prodotto splendidamente da Nigel Godrich (l’uomo dietro anche all’ultimo album di Roger Waters), un mirabile esempio di equilibrio tra rock e pop, con un uso minimo dell’elettronica. A distanza di vent’anni, i Radiohead ripubblicano il loro capolavoro in una versione doppia, sotto intitolata Oknotok, con nel primo CD l’album originale, rimasterizzato in maniera spettacolare, e nel secondo tutte le b-sides dell’epoca e tre inediti assoluti, con l’unica pecca della confezione spartana contraddistinta dalla totale assenza di note e persino di un booklet (esiste anche la solita confezione lussuosa, costosissima ed inutile). L’occasione è quindi perfetta per riscoprire, o scoprire per la prima volta, canzoni del calibro dell’ambiziosa Paranoid Android, dai cambi di ritmo e melodia decisamente creativi (quasi una mini-suite di sei minuti), l’eterea Subterrenean Homesick Alien, dai risvolti quasi psichedelici, le suggestive Exit Music (For A Film) e Let Down, esempi di pop-rock di alto livello, senza dimenticare la bellissima Karma Police, semplicemente una grande rock ballad, la malinconica ed intensa No Surprises, e la splendida Lucky, sontuosa pop song tra Beatles e Pink Floyd. I primi tre brani del secondo CD sono inediti assoluti: la bella ballata elettroacustica I Promise, la maestosa Man Of War, che secondo me avrebbe dovuto finire sul disco principale, e la più normale Lift; le otto b-sides sono brani sicuramente minori ma comunque di piacevole ascolto, con almeno una gran bella rock song nella potente e chitarristica Polyethylene.

prince purple rain

Per quanto riguarda Prince invece, nonostante questa nuova edizione deluxe del suo disco più famoso, Purple Rain (in triplo CD più DVD di un concerto del 1985, ma io mi sono limitato a prendere la versione doppia, senza la parte video ed il CD di b-sides e remix vari), non riesco a cambiare opinione, non è (e non sarà mai) il mio genere, e non ce la faccio neppure a vedere il genio nella musica dello scomparso musicista di Minneapolis. L’album, uscito nel 1984 e suonato insieme a The Revolution, il suo gruppo dell’epoca (nel quale militavano le future stelline Wendy & Lisa), è pieno di sonorità anni ottanta, big drum sound, sintetizzatori e ritmi danzerecci, molto lontani dai miei gusti, anche se ci sono un paio di brani che, al netto del suono synth-pop, non sono affatto male, cioè le gradevoli e cadenzate Take Me With U e When Doves Cry. Ma il disco (remixato da Prince stesso nel 2015, quindi sarebbe probabilmente uscito anche senza la prematura scomparsa dell’artista) deve gran parte della sua fama alla splendida title track, quella sì una grande canzone, forse una delle più belle degli anni ottanta, dal suono quasi normale e ottimo assolo di chitarra del Principe. Il secondo dischetto contiene undici brani inediti dell’epoca, che se per i fan dell’artista nato come Roger Nelson possono rappresentare il Santo Graal, al sottoscritto non riescono a far cambiare opinione. Favorevole però il prezzo, poco più di un singolo CD anche per la versione quadrupla, cosa che, considerando la bellezza del brano che dà il titolo all’album, potrebbe anche far vacillare qualcuno.

Marco Verdi

Mancava Solo Un “Pezzo” Per Fare I Fleetwood Mac Di Nuovo, E Si Sente! Lindsey Buckingham Christine McVie

buckingham mcvie

Lindsey Buckingham Christine McVie – Lindsey Buckingham Christine McVie –East West/Warner

All’inizio uno potrebbe pensare ad un errore, Buckingham/McVie, ma non era Buckingham/Nicks? Se aggiungiamo che la sezione ritmica è formata da Mick Fleetwood alla batteria e John McVie al basso, non facevano prima a chiamare anche Stevie Nicks e fare un nuovo album dei Fleetwood Mac? Ma sarebbe stato troppo semplice e si sa che i musicisti sono strani, quelli di questo gruppo in particolare, si sono presi e lasciati in mille combinazioni nel corso degli anni, ma una certa amicizia e complicità è sempre rimasta, non credo che nei loro occhi brilli solo il simbolo del dollaro. Oltre a tutto il disco è abbastanza “democratico”: cinque pezzi di Buckingham, due della McVie (da sempre la meno prolifica) e tre firmati insieme. Produce Lindsey Buckingham con Mark Needham e Mitchell Froom, che suona anche le tastiere nell’album, oltre alla stessa Christine McVie. Capolavoro pop-rock quindi? Forse no, semplicemente un solido e piacevole album che ripercorre il classico sound californiano della band originale: quando la McVie è ritornata all’ovile dei FM nell’aprile del 2014, lei e Buckingham erano subito tornati in studio per vedere se la chimica funzionava ancora, e si erano trovati talmente bene che avevano deciso di registrare un album a nome della band, visto che anche McVie e Fleetwood erano della partita, ma poi ci sono stati dei problemi (strano, non lo avrei mai detto!) con la Nicks e quindi è diventato un progetto della coppia Buckingham/McVie, un disco di duetti.

Ovviamente parte del materiale, sotto altre forme, essendo Buckingham quello che è, ovvero un certosino creatore di confezioni pop-rock, in parte si era già sentito: per esempio il brano di apertura Sleeping Around The Corner, era già stato pubblicato, come bonus track, nell’edizione digitale del disco solo di Lindsey Seeds We Sow, e sicuramente altri frammenti e idee sedimentavano nella “diabolica” e fervida mente di Buckingham. Quindi partiamo proprio da questa canzone, tipica del musicista californiano (l’unico “autoctono” del gruppo): classico giro di chitarra del nostro, coretto gioioso, su un groove ritmico al solito complesso ma che si memorizza con facilità, particolari suoni, anche elettronici, ma mai “sgarbati”, aggiunti all’insieme, la voce che ora sussurra, ora ammicca, mentre la McVie per il momento lavora più di conserva, business as usual per il nostro amico. Feel About You, scritta in coppia, ha piccoli tocchi di marimba che aggiungono un sapore caraibico, un insistito giro di basso di John McVie e la deliziosa voce della di lui ex moglie, Christine, che intona un’altra delle tipiche melodie di Buckingham, che gorgheggia pure sullo sfondo, sempre nell’ambito pop raffinato siamo; In My World combina il rock di Tusk, con una ritmica più incalzante di Fleetwood, nel classico tempo à la Fleetwood Mac, unito ad una di quelle solari e sognanti frasi melodiche che sono tipiche del DNA del buon Lindsey, le potrebbe scrivere anche dormendo, ma si apprezzano sempre, anche se sentite mille volte.

La successiva Red Sun, una di quelle firmate in coppia, presenta l’ideale alternativa alle delizie del passato quando a fianco di Buckingham c’era la voce di Stevie Nicks, ma il risultato è quello, forse il miglior pop californiano dopo quello dei Beach Boys, con armonie deliziose e un assolo di chitarra di grande finezza; Love Is Here To Stay con i classici arpeggi della chitarra acustica, la voce sussurrata e poi il classico leggero crescendo armonico del suo pop barocco è ancora puro Buckingham non adulterato, quello che di solito si trova nei suoi dischi solisti. Too Far Gone, di nuovo attribuita alla coppia, ha un ritmo funky-rock con un synth ricorrente, rullate aggressive e tribali della batteria di Fleetwood, ma non entusiasma più di tanto, sembra un pezzo minore degli Eurythmics, anche se l’assolo di chitarra è asprigno il giusto. Lay Down For Free potrebbe essere un outtake di Rumours, il classico pop-rock dei Fleetwood Mac, con le voci dei due sovrapposte e unite per una canzone che al solito piace, ma senza entusiasmare; potrebbe essere meglio Game Of Pretend, una delle tipiche ballate pianistiche della McVie, ma sembra un po’ irrisolta e poi si perde in un ritornello tutto caramelloso e zuccherino ripetuto, che potrebbe provocare il diabete all’ascoltatore. On With Show di nuovo scritta dal solo Buckingham è un altro piacevole brano pop-rock cantato in coppia, con la prevalenza della voce di Lindsey nell’insieme. Insomma, in definitiva un buon album, come conferma l’ultima traccia scritta in solitaria dalla McVie, una sinuosa e sognante Carnival Begin (il migliore dei suoi contributi), graziata da un stridente solo della solista di Buckingham nel finale, ma se mi passate un penoso gioco di parole con il cognome di Christine da nubile, siamo lontani dall’essere “perfect”! A parte nella foto di copertina, dove sembrano dire “passavamo di qui per caso”!

Bruno Conti

Ancora Un Concerto/Tributo Spettacolare. Mavis Staples – I’ll Take You There An All-Star Concert Celebration Live

mavis staples i'll take you there concert celebration

Mavis Staples – I’ll Take You There An All-Star Concert Celebration – 2 CD + DVD Blackbird Production/Caroline/Universal

L’arte del tributo è una branca della musica pop/rock che si è sviluppata soprattutto nell’ultimo trentennio: ad inizio anni ’80, forse fu Hal Willner, prima con Amarcord Nino Rota (nel 1981) e poi con quelli a Thelonius Monk e alla musica di Kurt Weill, in Lost In The Stars, uscito nel 1985, a sdoganare questo tipo di album multi artisti, dove venivano riprese canzoni celebri estratte dai repertori degli artisti più disparati, a loro volta eseguite, spesso, da musicisti che esulavano dal genere di chi veniva omaggiato. Nel corso degli anni poi si sono moltiplicate in modo esponenziale, raggiungendo numeri ragguardevoli, e per certi versi esagerati (ormai un tributo non si nega a nessuno): dividendosi anche in dischi registrati in studio ed eventi dal vivo speciali dedicati a questo o a quel artista. Però io ricordo già negli anni *70 dischi a tema, per esempio la colonna sonora di All This And World War II, un documentario del 1976, dove alle immagini della Seconda Guerra Mondiale, erano state aggiunte canzoni dei Beatles, incise appositamente per l’occasione (da Elton John Rod Stewart, Richard Cocciante (!), Leo Sayer, Tina Turner, Peter Gabriel, fino ai Bee Gees, che insieme a Peter Frampton saranno anche protagonisti nel 1978 del “tragico” Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band). Sul lato concerti/tributo forse il capostipite fu il Woody Guthrie Memorial Concert tenutosi alla Carnegie Hall il 20 gennaio del 1968, con Bob Dylan, membri della Band,  Pete Seeger, Judy Collins, Arlo Guthrie, Tom Paxton, Ramblin’ Jack Elliot, Odetta e Richie Havens, uscito  anni dopo prima in LP e poi in CD. E per certi versi anche il celeberrimo The Last Waltz potrebbe rientrare tra gli antenati. Poi c’è stata questa escalation, soprattutto dagli anni ’90, per i concerti dal vivo, con Joni Mitchell che è stata una delle prime ad apporre il suo sigillo di approvazione, previa la sua presenza alle serate: ovvero, vi do la mia benedizione, ma per scaramanzia alla mia celebrazione ci vengo anch’io!

 E in effetti, dopo questa lunga introduzione, veniamo al punto: proprio per avallare quanto detto un attimo fa, alla serata per festeggiare i suoi 75 anni è presente anche Mavis Staples, in alcune parti del concerto ripresa tra il pubblico, con bibita in bicchiere in mano (e magari cartone di popcorn) come se fosse una spettatrice compiaciuta, davanti alla televisione, di un bel concerto, dove qualcuno suona e canta la sua musica. Il concerto in tributo a Mavis si tiene nella sua città, Chicago, il 19 Novembre del 2014, qualche mese dopo il suo 75° compleanno, alla presenza di alcuni dei migliori artisti americani (e qualcuno nel frattempo ci ha anche lasciato) riuniti per renderle omaggio. Stranamente, a differenza di altri splendidi tributi dal vivo usciti lo scorso anno tra i tanti (penso a http://discoclub.myblog.it/2016/10/22/devo-averle-gia-sentite-qualche-parte-canzoni-dear-jerry-celebrating-the-music-of-jerry-garcia/ o http://discoclub.myblog.it/2016/08/26/altro-tributo-formidabile-the-musical-mojo-of-dr-john-celebrating-mac-and-his-music/ e ancora a quello http://discoclub.myblog.it/2016/10/21/grande-serata-chiudere-il-cerchio-nitty-gritty-dirt-band-friends-circlin-back/ , e prima ancora quello di Joan Baez) questa volta sono passati quasi tre anni tra la data originale dell’evento e la sua pubblicazione su CD e DVD. Tanto che nel frattempo la Staples ha fatto in tempo a pubblicare, nel 2016, un nuovo ottimo album http://discoclub.myblog.it/2016/02/24/le-ultime-voci-originali-della-soul-music-mavis-staples-livin-on-high-note/ 

Mavis_Staples2_75_1710x1640

Tornando al concerto la house band sotto la guida del solito Don Was era veramente formidabile, con il trio delle McCrary Sisters, guidate dalla fantastica Regina, la classica ciliegina sulla torta; ecco gli altri musicisti: George Marinelli, Rick Holmstrom (guitar); Jason Mingledorff (saxophone); Bobby Campo (trumpet); Mark Mullins (trombone); Matthew Rollings, Michael Bearden (keyboards); Sonny Emory, Stephen Hodges (drums); Tony Carpenter (congas, percussion), tutti riuniti come una sorta di confraternita di piccoli “apprendisti stregoni” impegnati a creare un suono fatto di mille particolari e tanta passione, colta negli sguardi di intesa e compiacimento dei vari musicisti e degli ospiti che salgono sul palco di volta in volta, per creare quella piccola magia che caratterizza queste serate speciali: Forse ideali da vivere partecipando all’evento, ma anche il prodotto discografico, soprattutto il DVD, dove oltre a sentire, si vede cosa succede, è un ottimo surrogato. Qualcuno, un po’ a sproposito, ha parlato di New Orleans sound, ma questa invece è la vera musica soul, mista al gospel, al R&B, naturalmente al blues, musica “nera” del profondo Sud, ma anche dal Mississippi, da Chicago, da Nashville e da Memphis, e con alcune contaminazioni con la migliore musica roots bianca, sia per la scelta delle canzoni che degli interpreti, e senza dimenticare che il messaggio sociale che veniva veicolato dalle canzoni degli Staple Singers era comunque temperato da una voglia di divertire, di fare spettacolo, che si coglie anche in questa serata celebrativa.

mavis staples aaron neville

Prima nel DVD sbirciamo i preparativi dall’Auditorium Theatre di Chicago, mentre scorrono i nomi del cast, in rigoroso ordine alfabetico (anche se per i misteri dell’informatica, sotto la P troviamo i Widespread, di nome e Panic, di cognome, presumo) poi la scaletta del concerto, almeno nella versione Deluxe, si apre con Joan Osborne alle prese con una intensa You Are Driving Me (To The Arms Of A Stranger), un gospel-soul fiatistico che era sull’omonimo album solista di debutto di Mavis Staples, targato 1969 e che uscì per la sussidiaria Volt della mitica Stax, e la cantante di One Of Us, dalla voce roce e vissuta, con una versione tra blues e soul se la cava alla grande. Rotto il ghiaccio arriva subito uno dei brani più divertenti, ritmati e coinvolgenti del concerto, con Keb’ Mo’ che guida le danze di una poderosa Heavy Makes You Happy, con la stessa Mavis in mezzo al pubblico che approva e si diverte, mentre il nostro Kevin intrattiene i presenti con la sua magnifica voce e alcuni deliziosi inserti di chitarra, mentre le McCrary Sisters continuano a scaldare le ugole (già in azione dal brano precedente), e si segnala l’ottimo batterista Sonny Emory, che era quello degli Earth, Wind And Fire della seconda parte di carriera. Ottimo anche Buddy Miller con il mosso country-gospel con “chitarrone” di Woke Up This Morning (With My Mind On Jesus), seguito da una eccellente Patty Griffin alle prese con Waiting For My Child To Come Home, uno scricciolo di donna ma in possesso di una splendida voce. impiegata con classe e feeling in questa ballata di grande spessore. Altra grande voce del country “bianco” è quella di Emmylou Harris, anche lei come la Griffin in modalità country got soul, ma anche gospel, in Far Celestial Shore, i capelli ormai più che “d’argento” sono bianchi ma la voce è sempre magnifica, Matt Rollings lavora di fino alle tastiere e Rick Holmstrom alla chitarra, mentre le McCrary “testimoniamo” sempre di gusto; Michael McDonald porta un poco del rock’n’soul dei Doobie Brothers in una “vivace” Freedom Highway, la voce un filo meno bassa e profonda e più di testa di un tempo, ma la grinta e la forza non mancano, il resto lo fanno la canzone e la band con una versione d’insieme di questo inno degli Staple Singers.

Tra un brano e l’altro ogni tanto appaiono nel video dei commenti dei vari partecipanti sull’importanza della musica di Mavis e della sua famiglia. A questo punto arriva uno dei primi highlight della serata, una versione splendida di People Get Ready, il brano originale degli Impressions di Curtis Mayfield, qui reso in una bellissima versione, a sorpresa, da parte di Glen Hansard, inizialmente cantato con voce piana e trattenuta dal cantante irlandese, poi incita Regina McCrary a cantare a voce spiegata in quella che era la parte di Mavis, lascia spazio a George Marinelli, il chitarrista della band di Bonnie Raitt, che rilascia un delizioso solo e poi canta la seconda parte con forza e impeto in un continuo e glorioso crescendo, ribadisco, splendida. Respect Yourself è stato forse il maggior successo degli Staple Singers, uno si aspetterebbe sfracelli da una versione cantata a due voci da Aaron Neville e dalla stessa Mavis, ma diciamo che siamo nella normalità, con lei che fa da spalla e si scatena solo nella seconda parte, buona, ma potevano fare di meglio. Ottimi invece i Widespread Panic, in una cover di un brano che appariva sull’album Father Father di “Pops Staples” e che la jam band aveva già inciso nel 1997, southern rock soul di grande spessore, con chitarre e voci che ruggiscono alla grande; non male anche Eric Church con una grintosa e bluesata Eyes On The Prize con ampio spazio per Holmstrom, come pure la bella Grace Potter, che dal vivo rende almeno il doppio rispetto ai suoi dischi, notevole la sua Grandma’s Hands, dall’atmosfera sospesa ed incisiva. Prima, bravo, ma nella norma, si era ascoltato, Ryan Bingham con If You’re Ready (Come Go With Me), mentre Taj Mahal è sempre una forza della natura nella poderosa cover di Wade In The Water, con il classico call and response insieme alla sorelle McCrary, ed è sempre un piacere vedere ancora una volta un ispirato Gregg Allman alle prese con una deliziosa Have A Little Faith,la voce ancora forte e decisa nel 2014 e Marinelli e Holmstrom che fanno la parte di Haynes e Trucks negli Allman Brothers.

Poi inizia la serie dei duetti e qui si gode: Turn Me Around vede a fianco di Mavis Staples, una Bonnie Raitt a tutta slide e ugola, mentre tra i background vocalists, ad avvicendare le sorelle McCrary, appaiono Donny Gerrard Kelly Hogan, e la band è quella abituale dei concerti della Staples, con Holmstrom che rimane alla chitarra, Jeff Turmes al basso, Stephen Hodges alla batteria, e comunque Bonnie e Mavis la cantano veramente alla grande; per non parlare di una corale Will The Circle Be Unbroken cantata a più voci, con Gregg Allman, Taj Mahal, Aaron Neville e Bonnie Raitt, che affiancano la Staples per una rilettura eccellente di questo super classico. Poi tocca ai “giovani”: Wim Butler Régine Chassagne degli Arcade Fire, per una sorprendente versione di Slippery People che ricorda moltissimo l’originale dei Talking Heads, con Mavis incredibilmente a proprio agio anche in questo brano dal sapore più “moderno”, ma a cantanti così puoi far cantare anche l’elenco telefonico e se la cavano comunque alla grande, non è questo il caso perché la versione ha un suo perché. Più intima e raccolta la versione della commovente You’re Not Alone, cantata con Jeff Tweedy dei Wilco, che l’ha scritta oltre ad averle prodotto l’album omonimo, e si porta il figlio alla batteria; mentre una sorta di inno alla gioia è la splendida I’ll Take You There, un’altra tappa di questo viaggio nel “viale dei ricordi”, un n°1 nelle classifiche USA, scritta da Al Bell, “l’inventore” della Stax, una perfetta celebrazione di gioia tra funky, soul e R&B, pubblicata nel 1972, e ancora piacevolissima ai giorni nostri, con Mavis Staples in gran forma che guida la band e il pubblico, con una grinta e una voce ancora spettacolari, mentre Holmstrom riproduce il solo che in teoria era di Pops Staples (ma in effetti nel disco lo suonò il compianto Eddie Hinton). Il gran finale è affidato a una delle più grandi canzoni di tutti i i tempi, The Weight della Band, splendida versione nuovamente corale, con Mavis che guida i suoi amici nei saliscendi sonori di questo brano, con Gregg Allman, Michael McDonald, Joan Osborne, Jeff Tweedy, Eric Church, Wim Butler, che si alternano a cantare i versi di questo capolavoro e tutto il cast che canta a squarciagola il coro, mentre la Staples nel finale, incoraggiata da tutti, fornisce un finale vocale travolgente. Nelle bonus del DVD una emozionante versione folk-gospel di A Hard Rain’s Gonna Fall cantata benissimo da Ryan Bingham, Grace Potter, Patty Griffin Emmylou Harris e un’altra meraviglia della soul music I Ain’t Rasin’ No Sand, cantata da par suo da Otis Clay, in una delle sue ultime apparizioni Live.

Direi che può bastare, splendido tutto, forse come dice qualcuno questi tributi lasciano il tempo che trovano, ma averne!

Bruno Conti

 

Se Non Avete Già I Due Dischi Originali, Una Ristampa Da Considerare. Alan Jackson – Precious Memories Collection

alan jackson precious memories

Alan Jackson – Precious Memories Collection – ACR/EMI Nashville 2CD

Alan Jackson è ormai una piccola leggenda nell’ambito della musica country: in attività da quasi un trentennio, ha venduto più di cinquanta milioni di dischi facendo del vero country e senza mai svendersi, cosa rarissima nel dorato mondo di Nashville. Certo, i suoi dischi hanno tutti i suoni calibrati al millimetro, con arrangiamenti piuttosto “rotondi”, perfetti per le radio di settore, ma, e qui sta la bravura del nostro (e del suo fedele produttore Keith Stegall), la sua è musica country vera, magari non originalissima ma suonata nel modo giusto, anzi spesso con un’anima rock che viene fuori, e con la ciliegina di una splendida voce che sembra migliorare con gli anni. Difficile che Alan sbagli un disco (a mio parere è successo solo con Like Red On A Rose, tra l’altro prodotto da Alison Krauss, nel quale il nostro tentava la carta del country sofisticato che però non era per nulla nelle sue corde), magari i suoi album sono tutti molto simili tra loro, ma si ascoltano con piacere dalla prima all’ultima canzone. Talvolta, poi, Jackson ha fatto anche dischi per il suo piacere personale (ed anche il nostro), e leggermente distanti dal suo abituale standard: così abbiamo avuto negli anni l’album di covers Under The Influence, l’ottimo disco acustico The Bluegrass Album più di recente (2013) e, rispettivamente nel 2006 ed ancora nel 2013, i due volumi di Precious Memories, nei quali Alan affrontava tutta una serie di brani tradizionali (e non solo) di chiara impronta religiosa, due lavori fatti con amore che hanno dimostrato la capacità del nostro a cambiare genere pur rimanendo sé stesso.

Oggi la EMI ristampa quei due album in un doppio CD intitolato Precious Memories Collection, una mossa strana visto che i due dischi sono ancora in catalogo e reperibilissimi, un’operazione che potete anche ignorare se avete già i due volumi divisi, ma che va assolutamente considerata se ve li eravate persi. Alan affronta una bella serie di classici con arrangiamenti spogli ma di grande impatto emotivo, la sua bella voce al centro di tutto e sonorità incentrate soprattutto sul pianoforte, e diversi interventi di chitarra acustica, oltre ad occasionali comparsate di autoharp, basso, organo e, trattandosi di musica di derivazione gospel, non mancano vari backing vocalists a dare più colore ai pezzi. Musica fatta, come dicevo prima, col cuore, che riesce ad emozionare nonostante i pochi strumenti (ed anche a coinvolgere nei brani più vivaci), quindi senza il bisogno di banjo, steel, violino e tutto il corredo che troviamo di solito nei dischi di Jackson. Si alternano dunque brani famosi e meno famosi, che rispondono ai titoli di In The Garden, Are You Washed In The Blood?, How Great Thou Art, I Want To Stroll Over Heaven With You, il superclassico Amazing Grace in una toccante versione pianistica, Precious Memories, When The Roll Is Called Up Yonder (splendida), He Lives, Love Lifted Me e molte altre che non sto a citare, dal momento che i due album sono di una compattezza e di una coerenza tale che sembrano incisi tutti in un’unica session.

Per attirare coloro che possiedono già i due CD originali, questa ristampa offre anche due bonus tracks sul secondo CD, due brani nuovi di zecca incisi appositamente per questo doppio dischetto e che si staccano un po’ dal mood originario in quanto vedono all’opera Jackson con band al completo al seguito, e quindi con l’utilizzo di basso, batteria, chitarre elettriche e tutto il resto: It’s All About Him è un’intensa ballata dal suono forte e pieno, tipica di Alan, impreziosita dalla presenza di trombe mariachi e cornamuse irlandesi, un pezzo dal pathos non indifferente, mentre That’s The Way, che viene presentata in copertina come il brano che Jackson ha cantato in chiesa alla moglie Denise durante il loro matrimonio (gli americani adorano queste cose), è una tenue e deliziosa slow song elettroacustica con un motivo che richiama vagamente Father And Son di Cat Stevens.   Se avete già i due Precious Memories originali forse non è il caso che li ricompriate solo per le due canzoni in più, ma sicuramente meritano che gli dedichiate un nuovo ascolto.

Marco Verdi

*NDB I due album complessivamente durano poco più di 72 minuti, anche con le due bonus ci stavano probabilmente in un CD unico. E in effetti in molti paesi costa come uno o poco più, quindi occhio alle fregature.

Erano Bei Tempi: Ricomprarlo Solo Per Il Disco Live? La Risposta E’ Sì! U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary

u2 joshua tree deluxe u2 joshua tree superdeluxeu2 joshua tree superdeluxe box

U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary – Island/Universal CD – 2LP – Deluxe 2CD – Super Deluxe 4CD – Super Deluxe 7LP

Devo confessare di non essere mai stato un grande fan degli U2: li ho infatti sempre trovati un tantino sopravvalutati e talvolta troppo politicizzati, ed inoltre non ho mai potuto soffrire molto gli atteggiamenti da Messia (e classico esempio di cuore a sinistra e portafoglio a destra) del loro cantante e leader Bono Vox (al secolo Paul Hewson), ed in certi momenti neppure il suo modo di cantare, troppo enfatico e declamatorio. E, fatto non del tutto trascurabile, a mio parere la band irlandese non fa un grande disco da circa un trentennio, cioè dal bellissimo (e parzialmente live) Rattle & Hum del 1988, anche se so che Achtung Baby è stato un enorme successo (ma a me non è mai piaciuto granché) e che sia All That You Can’t Leave Behind che No Line On The Horizon non erano male, ma di certo non indispensabili. C’è stata però una fase in cui i nostri erano una grande band, e ciò è coinciso con quello che è stato allo stesso tempo il loro album migliore ed il più venduto, cioè il magnifico The Joshua Tree del 1987, uno dei dischi più popolari degli anni ottanta (e non solo), che dopo i primi tre dischi “irlandesi” ed il già notevole The Unforgettable Fire ha proiettato il quartetto di Dublino nell’olimpo, consentendo loro di sfondare, e alla grande, anche in America.

The Joshua Tree è uno di quei rari casi in cui tutto funziona alla perfezione, dalla scrittura delle canzoni, alla performance della band (quando si contiene Bono è comunque un grande cantante, la sezione ritmica formata da Adam Clayton e Larry Mullen Jr. una delle più potenti in circolazione, ed il chitarrista The Edge ha uno stile tutto suo che unisce sia la fase ritmica che quella solista), alla produzione stellare ad opera del dream team formato da Daniel Lanois e Brian Eno (già “testati” su The Unforgettable Fire), con Steve Lillywhite, altro grande produttore e responsabile dei primi tre album del gruppo, qui “relegato” al mixer. The Joshua Tree è ancora oggi un disco potente, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi (con alternanza tra politico, sociale e personale), e con le prime tre canzoni, che sono anche le più celebri, che stenderebbero un branco di rinoceronti, cioè le epiche Where The Streets Have No Name e I Still Haven’t Found What I’m Looking For e la straordinaria With Or Without You, forse la più grande rock ballad dei nostri: ricordo benissimo che nell’estate di quell’anno era impossibile accendere la radio senza prima o poi imbattersi in una di queste tre canzoni. Ma il disco era anche altro, dalla dura ed ipnotica Bullet The Blue Sky, all’intima Running To Stand Still, pura e folkie, alla fluida In God’s Country, un altro folk elettrificato alla loro maniera, alla bella e cadenzata Trip Through Your Wires, che fa affiorare prepotentemente le loro radici irlandesi (quasi un pezzo alla Waterboys), alla potente Exit, superlativa rock song con un grande crescendo, fino alla drammatica ed emozionante Mothers Of The Disappeared, dedicata ai desaparecidos argentini, tema all’epoca di grande attualità insieme al regime di Pinochet in Cile e all’Apartheid in Sudafrica.

The Joshua Tree aveva già beneficiato nel 2007 di un’interessante edizione doppia per il ventennale, con il disco originale rimasterizzato sul primo CD e con un secondo dischetto pieno di b-sides, rarità ed outtakes, ma siccome le case discografiche non smettono mai di farci ricomprare sempre gli stessi dischi, ecco pronta una nuova versione per i trent’anni. Se avete già la precedente ristampa, questa volta il box Super Deluxe è una spesa inutile (oltre che esosa), in quanto nel quarto CD ripropone quasi pari pari il disco di rarità della versione di dieci anni fa (con un paio di trascurabili varianti), mentre il terzo contiene sei remix non esattamente irrinunciabili. Meglio quindi l’edizione doppia (che sono anche i primi due CD del box), con di nuovo il disco originale sul primo CD (con lo stesso remaster del 2007) e nel secondo uno splendido concerto inedito dei nostri al Madison Square Garden di New York durante il tour americano in promozione all’album. Un concerto bellissimo, potente, con i nostri in forma strepitosa e Bono che si dimostra un leader di grande carisma, suono spettacolare e pubblico americano letteralmente impazzito, cosa strana in quanto in USA solitamente sono meno calorosi che nel vecchio continente. Le canzoni di The Joshua Tree, spogliate del pur prezioso contributo di Eno e Lanois, suonano ancora più forti e dirette che in studio: qui ne vengono proposte ben otto su undici (anzi nove, in quanto I Still Haven’t Found What I’m Looking For è presente due volte, la seconda con il gruppo gospel New Voices Of Freedom, una versione sensazionale che però era già uscita su Rattle & Hum), tra cui una Where The Streets Have No Name ancora più coinvolgente, o una magistrale Bullet The Blue Sky, quasi hard rock, o ancora una incredibile Exit, che oscura quella in studio e che viene fusa con Gloria di Van Morrison. Ci sono naturalmente i classici della band, da October a Sunday Bloody Sunday a Pride (In The Name Of Love), oltre al trascinante rock’n’roll di I Will Follow, una acclamata MLK cantata da Bono a cappella,ed un finale con la poco nota ma decisamente energica 40.

Senza dubbio il miglior live di sempre degli U2, superiore forse anche al “leggendario” Under A Blood Red Sky, che vi ricompenserà ampiamente dal dover comprare per l’ennesima volta lo stesso disco. *(NDM: adesso spero l’anno prossimo in una ristampa con tutti i crismi di Rattle & Hum, un disco che all’epoca avevo amato anche di più di The Joshua Tree, anche per la presenza di Bob Dylan).

Marco Verdi

Due Bei Dischi…Peccato Che Uno Sia Un’Antologia E L’Altro Una (mezza) Fregatura! Grateful Dead – Long Strange Trip/The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert

gtaeful dead long strange trip

Grateful Dead – Long Strange Trip – Grateful Dead/Rhino 2CD – Amazon 3CD

The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert – Ramblin’ CD

Questo è un post particolare, nel senso che tratta di due uscite composte da materiale eccellente, ma nello stesso tempo ben lontane dall’essere considerate indispensabili, e nel secondo caso siamo quasi nel campo della truffa. Ma andiamo con ordine.

Ho ancora nelle orecchie il fantastico live Cornell 5/8/77 che è già di nuovo ora di parlare di Grateful Dead, ed il motivo è l’uscita del colossale film-documentario (quattro ore di durata) per la regia di Amir Bar-Lev intitolato Long Strange Trip, un’opera che ripercorre cinquant’anni di carriera del gruppo californiano e che non ho visto, ma sarà indubbiamente importante e ben fatta. Chiaramente è uscita anche la colonna sonora del film, in una versione doppia ed anche in un triplo CD esclusivo, quest’ultimo in vendita solo sul sito di Amazon (che è quello di cui mi accingo a parlare). Il problema, se di problema si può parlare, è che Long Strange Trip in parole povere è un’antologia, che va bene per i “completisti” ma rischia di scontentare la maggior parte degli acquirenti, in quanto si potevano benissimo riempire i tre dischetti solo di materiale inedito, tanto più che l’80% del contenuto è dal vivo. I brani in studio infatti sono soltanto 6 su 27, e, tranne che per Touch Of Grey che è tratta da In The Dark del 1987, provengono tutti da Workingman’s Dead ed American Beauty, ovvero i due studio album più famosi, e più belli, dei Dead. Il resto, come ho già detto è dal vivo, e la cosa comunque interessante è che i pezzi non sono presi soltanto dai live records usciti quando il gruppo era attivo (come Live/Dead, Europe ’72 e Reckoning, cioè i tre dischi interessati da questo triplo), ma provengono in maniera eterogenea anche da album d’archivio usciti dopo la morte di Jerry Garcia, includendo anche qualche rarità, come il Dick’s Picks Volume 31 (Eyes Of The World) o il mega-cofanetto di 73 CD  Europe ’72: The Complete Recordings (una Playing In The Band registrata a Brema), che non so quanti di voi possiedano.

Stranamente nessun pezzo è preso dall’altro superbox 30 Trips Around The Sun, mentre a mio parere è stato un errore grave mettere ben cinque brani dal concerto di Cornell, che è sì spettacolare ma anche appena uscito! Non sarebbero i Dead se non ci fosse anche qualche inedito, cosa che ha convinto anche il sottoscritto all’acquisto: sette in totale tra cui una stupenda Dark Star di 25 minuti incisa nel 1970 al Fillmore East, due ottime China Cat Sunflower e I Know You Rider registrate nel raro concerto del 1971 al Chateau d’Hérouville in Francia (unica data europea di quell’anno), ed uno scintillante medley del 1989 tra Dear Mr. Fantasy dei Traffic (con il tastierista Brent Mydland alla voce solista) e la parte finale del classico dei Beatles Hey Jude (mentre gli ultimi due inediti, una Stella Blue del 1981 ed una Days Between del 1994, non sono imperdibili). Potete farci un pensierino, dentro c’è comunque tantissima grande musica, a meno che i Grateful Dead non vi escano dalle orecchie (nel qual caso avreste la mia comprensione).

marshall tucker band hall of fame

Devo invece mettervi in guardia dall’ultima uscita targata Marshall Tucker Band, Hall Of Fame Concert, non perché sia un CD brutto o inciso male, anzi, il contenuto è grandissimo (si tratta della registrazione del concerto del 1995 che il gruppo tenne a Spartanburg, cioè a casa loro, per celebrare l’ingresso nella South Carolina Hall Of Fame, una serata spettacolare e con ospiti del calibro di Charlie Daniels, Butch Trucks e Jaimoe degli Allman, Hughie Thomasson degli Outlaws ed in procinto di entrare nei Lynyrd Skynyd, e Jimmy Hall dei Wet Willie), ma perché questo disco era già uscito con le stesse identiche canzoni nello stesso identico ordine e con il titolo di Live! From Spartanburg, South Carolina, e non vent’anni fa ma nel 2013: cosa ancor più grave, la casa discografica, la Ramblin’ Records, è la stessa per tutti e due i dischi, e questo comportamento è degno di una Cleopatra qualsiasi, non di una etichetta seria. E’ chiaro che se non avete il CD del 2013 potete (anzi, dovete) accaparrarvi questo Hall Of Fame Concert, in quanto la band orfana dei fratelli Caldwell, e guidata da Doug Gray e George McCorkle, è in forma smagliante, ed offre al pubblico strepitose versioni dei suoi classici, cominciando con la sempre stupenda Heard It In A Love Song e finendo con la classica jam con tutti gli ospiti sul palco di Can’t You See e con in mezzo imperdibili versioni di, tra le altre, Long Hard Ride (con Daniels scatenato al violino), Searchin’ For A Rainbow e Ramblin’, ma in caso contrario statene alla larga, a meno che non vogliate avere lo stesso disco con due copertine diverse.

Marco Verdi