Erano Bei Tempi: Ricomprarlo Solo Per Il Disco Live? La Risposta E’ Sì! U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary

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U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary – Island/Universal CD – 2LP – Deluxe 2CD – Super Deluxe 4CD – Super Deluxe 7LP

Devo confessare di non essere mai stato un grande fan degli U2: li ho infatti sempre trovati un tantino sopravvalutati e talvolta troppo politicizzati, ed inoltre non ho mai potuto soffrire molto gli atteggiamenti da Messia (e classico esempio di cuore a sinistra e portafoglio a destra) del loro cantante e leader Bono Vox (al secolo Paul Hewson), ed in certi momenti neppure il suo modo di cantare, troppo enfatico e declamatorio. E, fatto non del tutto trascurabile, a mio parere la band irlandese non fa un grande disco da circa un trentennio, cioè dal bellissimo (e parzialmente live) Rattle & Hum del 1988, anche se so che Achtung Baby è stato un enorme successo (ma a me non è mai piaciuto granché) e che sia All That You Can’t Leave Behind che No Line On The Horizon non erano male, ma di certo non indispensabili. C’è stata però una fase in cui i nostri erano una grande band, e ciò è coinciso con quello che è stato allo stesso tempo il loro album migliore ed il più venduto, cioè il magnifico The Joshua Tree del 1987, uno dei dischi più popolari degli anni ottanta (e non solo), che dopo i primi tre dischi “irlandesi” ed il già notevole The Unforgettable Fire ha proiettato il quartetto di Dublino nell’olimpo, consentendo loro di sfondare, e alla grande, anche in America.

The Joshua Tree è uno di quei rari casi in cui tutto funziona alla perfezione, dalla scrittura delle canzoni, alla performance della band (quando si contiene Bono è comunque un grande cantante, la sezione ritmica formata da Adam Clayton e Larry Mullen Jr. una delle più potenti in circolazione, ed il chitarrista The Edge ha uno stile tutto suo che unisce sia la fase ritmica che quella solista), alla produzione stellare ad opera del dream team formato da Daniel Lanois e Brian Eno (già “testati” su The Unforgettable Fire), con Steve Lillywhite, altro grande produttore e responsabile dei primi tre album del gruppo, qui “relegato” al mixer. The Joshua Tree è ancora oggi un disco potente, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi (con alternanza tra politico, sociale e personale), e con le prime tre canzoni, che sono anche le più celebri, che stenderebbero un branco di rinoceronti, cioè le epiche Where The Streets Have No Name e I Still Haven’t Found What I’m Looking For e la straordinaria With Or Without You, forse la più grande rock ballad dei nostri: ricordo benissimo che nell’estate di quell’anno era impossibile accendere la radio senza prima o poi imbattersi in una di queste tre canzoni. Ma il disco era anche altro, dalla dura ed ipnotica Bullet The Blue Sky, all’intima Running To Stand Still, pura e folkie, alla fluida In God’s Country, un altro folk elettrificato alla loro maniera, alla bella e cadenzata Trip Through Your Wires, che fa affiorare prepotentemente le loro radici irlandesi (quasi un pezzo alla Waterboys), alla potente Exit, superlativa rock song con un grande crescendo, fino alla drammatica ed emozionante Mothers Of The Disappeared, dedicata ai desaparecidos argentini, tema all’epoca di grande attualità insieme al regime di Pinochet in Cile e all’Apartheid in Sudafrica.

The Joshua Tree aveva già beneficiato nel 2007 di un’interessante edizione doppia per il ventennale, con il disco originale rimasterizzato sul primo CD e con un secondo dischetto pieno di b-sides, rarità ed outtakes, ma siccome le case discografiche non smettono mai di farci ricomprare sempre gli stessi dischi, ecco pronta una nuova versione per i trent’anni. Se avete già la precedente ristampa, questa volta il box Super Deluxe è una spesa inutile (oltre che esosa), in quanto nel quarto CD ripropone quasi pari pari il disco di rarità della versione di dieci anni fa (con un paio di trascurabili varianti), mentre il terzo contiene sei remix non esattamente irrinunciabili. Meglio quindi l’edizione doppia (che sono anche i primi due CD del box), con di nuovo il disco originale sul primo CD (con lo stesso remaster del 2007) e nel secondo uno splendido concerto inedito dei nostri al Madison Square Garden di New York durante il tour americano in promozione all’album. Un concerto bellissimo, potente, con i nostri in forma strepitosa e Bono che si dimostra un leader di grande carisma, suono spettacolare e pubblico americano letteralmente impazzito, cosa strana in quanto in USA solitamente sono meno calorosi che nel vecchio continente. Le canzoni di The Joshua Tree, spogliate del pur prezioso contributo di Eno e Lanois, suonano ancora più forti e dirette che in studio: qui ne vengono proposte ben otto su undici (anzi nove, in quanto I Still Haven’t Found What I’m Looking For è presente due volte, la seconda con il gruppo gospel New Voices Of Freedom, una versione sensazionale che però era già uscita su Rattle & Hum), tra cui una Where The Streets Have No Name ancora più coinvolgente, o una magistrale Bullet The Blue Sky, quasi hard rock, o ancora una incredibile Exit, che oscura quella in studio e che viene fusa con Gloria di Van Morrison. Ci sono naturalmente i classici della band, da October a Sunday Bloody Sunday a Pride (In The Name Of Love), oltre al trascinante rock’n’roll di I Will Follow, una acclamata MLK cantata da Bono a cappella,ed un finale con la poco nota ma decisamente energica 40.

Senza dubbio il miglior live di sempre degli U2, superiore forse anche al “leggendario” Under A Blood Red Sky, che vi ricompenserà ampiamente dal dover comprare per l’ennesima volta lo stesso disco. *(NDM: adesso spero l’anno prossimo in una ristampa con tutti i crismi di Rattle & Hum, un disco che all’epoca avevo amato anche di più di The Joshua Tree, anche per la presenza di Bob Dylan).

Marco Verdi

Due Bei Dischi…Peccato Che Uno Sia Un’Antologia E L’Altro Una (mezza) Fregatura! Grateful Dead – Long Strange Trip/The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert

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Grateful Dead – Long Strange Trip – Grateful Dead/Rhino 2CD – Amazon 3CD

The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert – Ramblin’ CD

Questo è un post particolare, nel senso che tratta di due uscite composte da materiale eccellente, ma nello stesso tempo ben lontane dall’essere considerate indispensabili, e nel secondo caso siamo quasi nel campo della truffa. Ma andiamo con ordine.

Ho ancora nelle orecchie il fantastico live Cornell 5/8/77 che è già di nuovo ora di parlare di Grateful Dead, ed il motivo è l’uscita del colossale film-documentario (quattro ore di durata) per la regia di Amir Bar-Lev intitolato Long Strange Trip, un’opera che ripercorre cinquant’anni di carriera del gruppo californiano e che non ho visto, ma sarà indubbiamente importante e ben fatta. Chiaramente è uscita anche la colonna sonora del film, in una versione doppia ed anche in un triplo CD esclusivo, quest’ultimo in vendita solo sul sito di Amazon (che è quello di cui mi accingo a parlare). Il problema, se di problema si può parlare, è che Long Strange Trip in parole povere è un’antologia, che va bene per i “completisti” ma rischia di scontentare la maggior parte degli acquirenti, in quanto si potevano benissimo riempire i tre dischetti solo di materiale inedito, tanto più che l’80% del contenuto è dal vivo. I brani in studio infatti sono soltanto 6 su 27, e, tranne che per Touch Of Grey che è tratta da In The Dark del 1987, provengono tutti da Workingman’s Dead ed American Beauty, ovvero i due studio album più famosi, e più belli, dei Dead. Il resto, come ho già detto è dal vivo, e la cosa comunque interessante è che i pezzi non sono presi soltanto dai live records usciti quando il gruppo era attivo (come Live/Dead, Europe ’72 e Reckoning, cioè i tre dischi interessati da questo triplo), ma provengono in maniera eterogenea anche da album d’archivio usciti dopo la morte di Jerry Garcia, includendo anche qualche rarità, come il Dick’s Picks Volume 31 (Eyes Of The World) o il mega-cofanetto di 73 CD  Europe ’72: The Complete Recordings (una Playing In The Band registrata a Brema), che non so quanti di voi possiedano.

Stranamente nessun pezzo è preso dall’altro superbox 30 Trips Around The Sun, mentre a mio parere è stato un errore grave mettere ben cinque brani dal concerto di Cornell, che è sì spettacolare ma anche appena uscito! Non sarebbero i Dead se non ci fosse anche qualche inedito, cosa che ha convinto anche il sottoscritto all’acquisto: sette in totale tra cui una stupenda Dark Star di 25 minuti incisa nel 1970 al Fillmore East, due ottime China Cat Sunflower e I Know You Rider registrate nel raro concerto del 1971 al Chateau d’Hérouville in Francia (unica data europea di quell’anno), ed uno scintillante medley del 1989 tra Dear Mr. Fantasy dei Traffic (con il tastierista Brent Mydland alla voce solista) e la parte finale del classico dei Beatles Hey Jude (mentre gli ultimi due inediti, una Stella Blue del 1981 ed una Days Between del 1994, non sono imperdibili). Potete farci un pensierino, dentro c’è comunque tantissima grande musica, a meno che i Grateful Dead non vi escano dalle orecchie (nel qual caso avreste la mia comprensione).

marshall tucker band hall of fame

Devo invece mettervi in guardia dall’ultima uscita targata Marshall Tucker Band, Hall Of Fame Concert, non perché sia un CD brutto o inciso male, anzi, il contenuto è grandissimo (si tratta della registrazione del concerto del 1995 che il gruppo tenne a Spartanburg, cioè a casa loro, per celebrare l’ingresso nella South Carolina Hall Of Fame, una serata spettacolare e con ospiti del calibro di Charlie Daniels, Butch Trucks e Jaimoe degli Allman, Hughie Thomasson degli Outlaws ed in procinto di entrare nei Lynyrd Skynyd, e Jimmy Hall dei Wet Willie), ma perché questo disco era già uscito con le stesse identiche canzoni nello stesso identico ordine e con il titolo di Live! From Spartanburg, South Carolina, e non vent’anni fa ma nel 2013: cosa ancor più grave, la casa discografica, la Ramblin’ Records, è la stessa per tutti e due i dischi, e questo comportamento è degno di una Cleopatra qualsiasi, non di una etichetta seria. E’ chiaro che se non avete il CD del 2013 potete (anzi, dovete) accaparrarvi questo Hall Of Fame Concert, in quanto la band orfana dei fratelli Caldwell, e guidata da Doug Gray e George McCorkle, è in forma smagliante, ed offre al pubblico strepitose versioni dei suoi classici, cominciando con la sempre stupenda Heard It In A Love Song e finendo con la classica jam con tutti gli ospiti sul palco di Can’t You See e con in mezzo imperdibili versioni di, tra le altre, Long Hard Ride (con Daniels scatenato al violino), Searchin’ For A Rainbow e Ramblin’, ma in caso contrario statene alla larga, a meno che non vogliate avere lo stesso disco con due copertine diverse.

Marco Verdi

Un Addio Come E’ Giusto Che Fosse, A Tutto Rock And Roll! Chuck Berry – Chuck

chuck berry chuck

Chuck Berry – Chuck – Dualtone/Decca CD

Oggi non sono qui per dirvi, ammesso che ce ne sia il bisogno, chi era Chuck Berry (per questo vi rimando al mio “necrologio”, postato tre mesi fa alla notizia della sua scomparsa alla bella età di 90 anni http://discoclub.myblog.it/2017/03/19/la-morte-questa-volta-purtroppo-fa-90-se-ne-e-andato-anche-chuck-berry-la-vera-leggenda-del-rock-and-roll/ ): ribadisco solo che siamo di fronte ad un personaggio che, se solo fosse nato con la pelle bianca, e magari fosse stato un po’ meno ribelle e più “paraculo”, oggi sarebbe considerato il re del rock’n’roll al pari e forse più di Elvis Presley. In realtà in questo post si parlerà solo di musica, e per l’esattezza dell’ultimo (in tutti i sensi, forse) album del grande rocker di St. Louis, un disco che era pronto dallo scorso Settembre e che ora è diventato postumo, un lavoro di grande importanza anche perché è il primo in studio da Rock It! del 1979. Ma Chuck non è il disco di una vecchia gloria che rinverdisce qualche suo evergreen magari duettando con ospiti che c’entrano come cavoli a merenda (qualcuno ha detto Tony Bennett?), ma, pur con qualche comprensibile momento di media caratura, un riuscito disco di puro e semplice rock’n’roll vecchio stile, il tutto scritto, suonato e cantato esattamente come negli anni cinquanta. Qualche ospite, come vedremo, c’è, ma intanto sono musicisti veri e non superstars, e poi sono funzionali al progetto: l’album, che comprende dieci canzoni nuove di zecca (di tempo per scriverle ne ha avuto), è prodotto dallo stesso Berry, e vede in session una band ridotta ma compatta composta da Jimmy Marsala al basso, Keith Robinson alla batteria e Robert Lohr al piano, ma è anche un affare di famiglia, in quanto ci sono due dei cinque figli di Chuck, Charles Berry Jr. ed Ingrid Berry (rispettivamente alla chitarra ed armonica) ed il nipote Charles Berry III, sempre alla chitarra; dulcis in fundo, tre apprezzabili interventi delle “nuove leve” Tom Morello, Nathaniel Rateliff e Gary Clark Jr.

E poi naturalmente c’è lui, Chuck, in forma smagliante se teniamo conto che stiamo parlando di un novantenne, con una voce ancora giovanile e l’energia di un ragazzino: il disco forse non è un capolavoro, in quanto presenta più di un riempitivo (e forse avrebbe avuto bisogno di un vero produttore), ma sinceramente, considerando la statura dal personaggio, dovremmo solo essergli grati per averci concesso un’ultima testimonianza prima di lasciarci per sempre. Inizio a tutta birra con Wonderful Woman, cinque minuti di scintillante rockin’ boogie, con un chitarrone ritmico alla Duane Eddy e ficcanti riff da parte di Chuck, che rilascia anche alcuni brevi ma efficaci assoli (e me lo immagino impegnato nel suo celebre duckwalk), ai quali risponde da par suo Gary Clark Jr. Big Boys è invece il pezzo che vede Morello alla solista e Rateliff alle armonie vocali, ma la canzone inizia con il tipico attacco dei rock’n’roll del nostro (per intenderci alla Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen, ecc. ecc.), e pure il resto si conferma irresistibile come ai vecchi tempi (e Morello non eccede come spesso gli capita): non è autoriciclaggio, e anche se fosse stiamo comunque parlando di colui che questo genere lo ha inventato; Berry amava molto anche il blues, e ne dà un esempio con You Go To My Head, dal tempo strascicato e mood quasi lascivo, che ci fa capire l’enorme influenza che ha avuto sui Rolling Stones. 3/4 Time (Enchiladas) è ripresa dal vivo, ed è un valzerone un po’ sghembo in cui il nostro dà l’impressione di improvvisare il testo, poco più di un gustoso divertissement.

Darlin’ è invece un lento molto anni cinquanta, leggermente country e con un gran lavoro di piano (e le backing vocals dei New Respects, un quartetto di colore per tre quarti al femminile proveniente da Nashville), mentre Lady B. Goode è uno dei pezzi centrali dell’album, il seguito della celeberrima Johnny B. Goode (ce n’era già stato un altro, Bye Bye Johnny), virato però al femminile, ed anche musicalmente siamo da quelle parti, grandissimo rock’n’roll. La pianistica She Still Loves You, dal ritmo vagamente jazz, è un brano un po’ interlocutorio, direi nella media (anche se piano e chitarra lavorano di fino), Jamaica Moon è solare e quasi caraibica come da titolo, ma pure questa non è indimenticabile; Dutchman è un rock blues in cui Chuck non canta ma parla, comunque abbastanza piacevole, mentre Eyes Of Man chiude il CD con un altro blues elettrico di buona fattura.

Forse Chuck non verrà ricordato nei tempi dei tempi come uno dei capolavori di Chuck Berry, ma è un disco più che onesto e con tre-quattro zampate da vecchio marpione, un modo decisamente dignitoso di congedarsi da questa valle di lacrime.

Marco Verdi

Grandi Ospiti A Parte, Un Dischetto Niente Male. Brad Paisley – Love And War

brad paisley love and war

Brad Paisley – Love And War – Arista/Sony CD

Disco nuovo di zecca, a pochi mesi dal buon live Life Amplified World Tour http://discoclub.myblog.it/2017/03/31/una-superstar-di-nashville-che-fa-anche-buona-musica-brad-paisley-life-amplified-world-tour-live-from-wvu/ , per Brad Paisley, uno dei musicisti country più popolari in assoluto oggi in America, dal momento che i suoi ultimi nove album (compreso questo di cui mi accingo a parlare) sono andati al numero uno di Billboard, non esattamente una performance da poco. Ma, a differenza di molti cantanti pop commerciali di stanza a Nashville che con il country non c’entrano nulla, Paisley è uno che ha sempre cercato di unire le vendite alla qualità, proponendo una musica di buon livello, suonata e cantata con grinta e con le chitarre sempre in primo piano (Brad è anche un eccellente chitarrista, altra caratteristica che lo mette su un livello superiore rispetto a molti colleghi): forse non ha mai fatto il grande disco, ma lavori come American Saturday Night, This Is Country Music e Moonshine In The Trunk sono ben fatti e le sbavature sono al minimo sindacale. Love And War vede il nostro alzare ulteriormente il tiro, con un album ancora più rock dei precedenti (la produzione è sempre del fido Luke Wooten), una serie di canzoni di ottima fattura e, cosa che da sola vale gran parte del prezzo richiesto, la presenza come ospiti di due mostri sacri del calibro di Mick Jagger e John Fogerty. Un colpo da maestro da parte di Brad, dal momento che sia il cantante degli Stones sia l’ex leader dei Creedence non sono due personaggi che si muovono facilmente per comparire sui dischi di altra gente: non solo Paisley li ha convinti, ma i due brani che li vedono protagonisti hanno il loro nome anche tra gli autori, cosa ancora più rara (sia Mick che John di solito le canzoni le scrivono per loro stessi, e basta).

Drive Of Shame, il pezzo con Jagger, è una grande rock’n’roll song, trascinante, ritmata, chitarristica e decisamente stonesiana (ricorda un po’, occhio che la sparo grossa, Tumbling Dice) e chiaramente, non me ne voglia Brad, quando entra l’ugola di Mick la temperatura sale, eccome. Stesso discorso per il pezzo con Fogerty (che aveva già duettato con Paisley su Hot Rod Heart, nel suo album di duetti Wrote A Song For Everyone), che è poi la title track, un pezzo che parte lento, ma il ritmo cresce subito e quando arriva John con la sua voce graffiante siamo già lì con i piedi che si muovono (e poi i duetti di chitarra sono notevoli): non al livello del brano con Jagger, e neppure delle cose migliori di Fogerty, ma è comunque un bel sentire. Sarebbe però ingiusto ridurre Love And War a queste due canzoni, in quanto c’è molto altro di valido, partendo dall’opening track Heaven South, una classica country song con tutti i suoni al posto giusto, ritmo pulsante, un bel refrain ed un coro perfetto per il singalong, o la roccata Last Time For Everything, potente e fluida, dal suono corposo e con il nostro che mostra la sua notevole abilità chitarristica. One Beer Can (azzeccato gioco di parole tra “una lattina di birra” e “una birra può”) è un vivace country’n’roll al quale di fa fatica a resistere, Go To Bed Early una ballad dal suono pieno e senza cedimenti zuccherosi (anzi, le chitarre sono sempre in prima fila), Contact High è un vibrante pezzo intriso di southern soul, un genere che certi pupazzi da classifica non sanno neanche dove stia di casa, mentre selfie#theinternetisforever, nonostante il titolo idiota, è un saltellante country-rock di presa immediata.

Non proprio tutto va per il verso giusto, c’è un brano, Solar Power Girl, che non sarebbe neanche male ma è rovinato dall’ingombrante presenza del rapper-DJ Timbaland (ma che ci sta a fare?), il quale è segnalato anche nel travolgente bluegrass elettrico Grey Goose Chase ma per fortuna non fa danni. Gold All Over The Ground è introdotta nientemeno che dalla voce di Johnny Cash (ripresa da uno dei suoi innumerevoli concerti), e la cosa non è casuale in quanto il testo è proprio una poesia scritta dall’Uomo in Nero e messa in musica da Brad, mentre Dying To See Her, una toccante ballata pianistica di ottimo impatto, vede il nostro affiancato da Bill Anderson, leggendario cantante country in giro dagli anni sessanta ed oggi quasi dimenticato (compirà 80 anni a Novembre). In definitiva Love And War è un bel dischetto di moderno country elettrico, che meriterebbe l’acquisto solo per le presenze di Jagger e Fogerty, ma che non delude neppure nei momenti in cui Brad Paisley si affida soltanto a sé stesso.

Marco Verdi

Un Disco Quasi Perfetto Per Un Artista Geniale. Dan Auerbach – Waiting On A Song

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Dan Auerbach – Waiting On A Song – Easy Eye Sound/Warner CD

Secondo album da solista, a ben otto anni di distanza dal precedente Keep It Hid, per Dan Auerbach, musicista di Akron, Ohio, noto per essere la metà “creativa” dei Black Keys. Auerbach è un tipo vulcanico, uno che non ama stare fermo: alla corposa discografia del duo formato da lui insieme a Patrick Carney dobbiamo infatti aggiungere i progetti collaterali dei Blakroc e, più recentemente, degli Arcs; non solo, ma Dan, un po’ come Joe Henry, ha da diversi anni affiancato alla carriera di musicista quella di produttore, e con nomi presenti nel suo personale carnet non proprio di poco conto, quali Dr. John, Pretenders, Grace Potter & The Nocturnals, Valerie June, Ray LaMontagne, Nikki Lane e Cage The Elephant. Se contiamo che negli ultimi anni ha anche girato il mondo sia con i Black Keys che con gli Arcs, stupisce che abbia trovato il tempo di mettere a punto un nuovo disco solista. Non solo ce l’ha fatta, ma Waiting On A Song è un lavoro splendido, un disco quasi perfetto, forse la cosa migliore mai fatta dal nostro: Dan aveva in testa un progetto ambizioso, cioè quello di collaborare con alcune delle migliori penne di Nashville (città nella quale risiede da qualche anno ed in cui ha aperto uno studio di registrazione ed una etichetta personale, la Easy Eye Sound) ed incidere un disco collaborando con musicisti da sogno.

Ed Auerbach ha preso le cose estremamente sul serio, scrivendo circa duecento canzoni, una cifra enorme dalla quale sarà stata durissimo “estrarre” i dieci pezzi pubblicati sul nuovo disco: in ben sette canzoni Dan ha addirittura incrociato la sua penna con quella del grande John Prine (anche se poi ne ha scelta una sola), uno che non è che sia solito scrivere per conto terzi, in altre con Pat McLaughlin, da anni collaboratore fisso proprio di Prine. Poi ha chiamato David Ferguson, cioè l’ingegnere del suono dei dischi incisi da Johnny Cash con Rick Rubin, per far sì che venisse riunita una superband; detto fatto: in Waiting On A Song troviamo i nomi di gente che a Nashville è un piccolo mito, come il chitarrista Russ Pahl, il dobroista Jerry Douglas, il bassista Dave Roe e soprattutto il pianista Bobby Wood ed il drummer Gene Chrisman, due musicisti entrambi sull’ottantina che erano di casa sui dischi di George Jones e Tammy Wynette. Se aggiungiamo due ospiti come il leggendario Duane Eddy in diversi brani e Mark Knopfler nel singolo trainante, possiamo affermare che Dan è senz’altro in ottima compagnia. Ma da soli tutti questi nomi non basterebbero se non ci fossero anche le canzoni, ed in questo album ce ne sono di stupende: la collaborazione con Prine e compagnia bella deve aver fatto bene a Dan, in quanto nei 32 minuti del disco non c’è un solo momento che non sia meno che ottimo, oltretutto con un suono davvero spettacolare: troviamo infatti in Waiting On A Song tutto il microcosmo di Auerbach, tra pop d’autore, country, soul, rock’n’roll, ballate anni sessanta e perfino funky, una miscela abbastanza diversa da quella del pur riuscito Keep It Hid (che manteneva più di un contatto con il suono dei Keys).

Un album bellissimo, che coniuga grandi canzoni, creatività a mille, un sound straordinario e melodie fruibili, un disco che una volta ascoltato nella sua interezza viene voglia di rimettere subito dall’inizio. E proprio l’inizio, la title track (che è anche il pezzo scritto con Prine) è una delle cose migliori, una pop song anni sessanta davvero splendida, un brano cristallino e scintillante, uno dei più belli, evocativi ed orecchiabili da me ascoltati ultimamente, con la ciliegina della chitarra twang di Eddy ed un feeling “spectoriano” che pervade la canzone. Malibu Man è uno squisito soul d’altri tempi, ritmato, potente e raffinato al tempo stesso, con sonorità degne del disco di due anni fa di Anderson East, mentre Livin’ In Sin è un irresistibile rockabilly alla Buddy Holly (con il vecchio Duane nel suo ambiente naturale), che dimostra la versatilità del nostro, che grazie all’ottimo stato di forma riesce a dare il meglio in ogni versione di sé stesso. Shine On Me è già un tormentone radiofonico, un pop’n’roll immediato e decisamente gradevole, con Knopfler che accompagna da par suo, un pezzo che nelle mani di Jeff Lynne sarebbe diventato una autenticoa “Wilbury tune”: il classico singolo perfetto. La maestosa King Of A One Horse Town è un pop alla Paul McCartney anni settanta, con tanto di orchestrazione e bellissimo ritornello, altro pezzo di gran classe e dalla scrittura sopraffina, Never In My Wildest Dreams è un saltellante brano delicatamente country, godibile dal primo all’ultimo accordo, anch’esso con un marcato feeling seventies, e nella stessa decade (in questo CD più in là col tempo non si va) restiamo anche per la tonica Cherrybomb, un gustoso errebi-funky degno della colonna sonora di Shaft, con un intervento di Eddy che non suona affatto fuori contesto. Stand By My Girl è ancora un rock’n’soul di ottimo livello, solito suono grandioso ed un leggero feeling alla George Harrison, ed in territori soul rimaniamo anche con la dirompente Undertow, orchestrata e di grande impatto, intrisa fino al midollo di  Philly Sound, mentre la chiusura del CD è affidata a Show Me, un vintage popo puro e diretto.

Un disco sorprendente, non perché considerassi Dan Auerbach poco capace, ma sinceramente non lo pensavo a questi livelli di eccellenza: fin da ora, almeno per me, tra i dischi dell’anno.

Marco Verdi

E’ Questo Il Roger Waters Che Veramente Vogliamo? Si Direbbe Di Sì! Roger Waters – Is This The Life We Really Want?

roger waters is this life we really want

Roger Waters – Is This The Life We Really Want? – Columbia/Sony

*NDB Questa è la recensione dell’album che potete leggere anche sul numero di Giugno del Buscadero, dove tra l’altro, per un refuso, è apparsa pure priva della mia firma: visto che però era stata fatta, come è riportato all’interno della stessa, solo dopo un unico veloce ascolto blindato, circa due mesi prima dell’uscita, pensavo di aggiungere ulteriori considerazioni sul disco, ma, ripensandoci e rileggendolo, quello riportato qui sotto mi pare congruo e quindi rimango fedele alla mia prima stesura, solo con qualche piccolo aggiustamento, buona lettura.

25 anni dall’ultimo album di studio non sono proprio bruscolini. Praticamente è lo stesso lasso di tempo di tutta la sua precedente carriera discografica, iniziata con i Pink Floyd nel lontano 1967. E’ vero che in tutti questi anni, dall’uscita di Amused To Death, Roger Waters non è rimasto esattamente con le mani in mano: però, se devo essere sincero, l’opera lirica in francese Ça Ira non era proprio il massimo della vita, e comunque in quel caso era solo l’autore delle musiche. Per il resto sono usciti un Live nel 2000, In The Flesh, relativo al tour dell’epoca, e un Roger Waters: The Wall nel 2015, sempre dal vivo, in vari formati, e basato sul lungo tour tenuto dal 2010 al 2013. In mezzo c’era stata l’antologia Flickering Flame (con degli “inediti”) nel 2002, la reunion ottima  e una tantum con gli altri Floyd per il Live Aid, le partecipazioni al Coachella Festival e al Live Earth nel 2008 e prima il Dark Side Of the Moon Live Tour. A memoria, e alla rinfusa, ricordo anche una nuova versione di We Shall Overcome di Pete Seeger, un’altra rimpatriata con Gilmour e Mason nel 2011 all’O2 Arena, il Concert for Sandy Relief del 2012, la partecipazione al Tributo per Levon Helm, con i My Morning Jacket, replicata al Newport Folk Festival nel 2015, e con quella al Desert Trip (una costola del Coachella) dove lo scorso ottobre ha sbeffeggiato l’amato Trump, non ancora eletto, sulle note di Pigs, e con tanto di maiale volante. E penso possa bastare. Era solo per rimarcare che non è mai stato fermo in questi anni.

Quindi quando, all’inizio di aprile, mi è stato detto se volevo partecipare ad uno di quegli ascolti “blindati”, dove devi firmare con il sangue il tuo impegno a non divulgare nulla di quanto ascoltato (scherzo, ma non troppo), mi sono detto, perché no? E’ ovvio che un solo ascolto, per quanto con una qualità sonora eccellente, in uno studio di registrazione, con la presenza del manager che ti incombe alle spalle, non è l’ideale per “capire” un album, ma la prima impressione è stata molto buona. E lo dice uno che non ama molto il Roger Waters della carriera solista (ebbene sì lo ammetto, ero andato con una predisposizione d’animo abbastanza negativa, benché, spero, professionale), ma sono stato smentito, perché poi l’album mi è sembrato decisamente buono. Non sarà forse un capolavoro assoluto, ma mi sembra un disco organico, prodotto in modo ottimale da Nigel Godrich (quello dei Radiohead) che ha svolto un eccellente lavoro di tessitura del suono, già nella fase di pre-impostazione del disco, dove l’incazzoso Roger (è il suo carattere) ha dovuto questa volta delegare l’intera produzione nelle mani del produttore inglese, e anche le scelte di Joey Waronker alla batteria, e soprattutto Jonathan Wilson, alle chitarre e tastiere (una sorta di spirito affine ai Pink Floyd), sono parse azzeccate, già sulla carta, prima ancora di ascoltare il disco.

Per il sound e l’assieme del disco si era parlato pure di affinità con Animals e The Wall, ma a parere del sottoscritto (e credo non solo mio) mi sembra che si ritorni addirittura verso un approccio alla Dark Side Of The Moon o Wish You Were Here, con alcune citazioni di vecchi titoli di brani all’interno dei testi delle nuove canzoni, e pure nella costruzione della sequenza sonora ci sono analogie: l’apertura per esempio di When We Were Young, che è un classico collage alla Dark Side, con effetti sonori, passi, rumori, voci campionate, penso anche di The Donald, sveglie che ticchettano, ricorda qualcosa? Ma avendole scritte lui queste partiture, ovviamente può autocitarsi. Poi l’album scorre con belle sonorità: molte tastiere, ma usate in modo proficuo e non eccessivamente “moderno” o elettronico (alla Pink Floyd quindi), oltre a Wilson, alle tastiere Roger Manning dei Jellyfish e Lee Pardini dei Dawes (quindi quella California che oltre al West Coast sound ha sempre guardato con amore ai Pink Floyd), nonché Gus Seyffert, bassista, chitarrista, tastierista aggiunto e anche lui produttore (gli Spain di recente, ma come musicista appare in moltissimi dischi), e infine le due Lucius, Jessica Wolfe e Holly Laessig, alle armonie vocali, già con lui a Newport e al Desert Trip, e che fanno di nuovo, quando impiegate, un effetto molto Dark Side Of The Moon. Una canzone come Déjà Vu, che all’inizio doveva chiamarsi If I Had Been God (per fortuna Waters Dio non lo è davvero, sarebbe molto vendicativo, ma comunque nel testo del brano è rimasto) avrebbe fatto un figurone anche su Wish You Were, una ballata che parte con una chitarra acustica e poi si sviluppa in modo avvolgente e classico, con un bel crescendo e gli strumenti che entrano mano a mano, piano, tastiere, gli archi, la batteria, con Waters che canta veramente bene: al di là del testo “importante” il brano è veramente bello, anche gli inserti (sound collages) di Godrich sono molto pertinenti, come pure il corredo vocale delle Lucius è affascinante.

Come dissi a Mark Fenwick, il manager di Waters presente all’anteprima, se la domanda fosse stata “Is This The Roger Waters We Really Want?”, la risposta sarebbe stata era un bel sì! Rispetto agli altri dischi solisti (non Radio Kaos, che secondo me era veramente “bruttarello”, pure la copertina, e nel nuovo disco la copertina mi pare l’unica cosa non memorabile) di Waters, dove uno dei fattori principali erano gli assoli di chitarra di Eric Clapton in Pros & Cons e di Jeff Beck, in Amused To Death, Jonathan Wilson, che è comunque un eccellente chitarrista, viene utilizzato in un modo più fine, sottile, da tessitore, meno in primo piano, e anche se gli assoli, quando ci sono, sono pochi e brevi, comunque la presenza delle chitarre è sempre fondamentale nel sound; come ad esempio nel singolo Smell The Roses, un classico midtempo sincopato con un bel groove di basso, la voce parzialmente filtrata, l’intermezzo “rumoristico” quasi immancabile che lega il passato al presente e infine un breve solo sognante di Wilson,  in modalità slide, molto pinkfloydiano. Altrove ci sono anche brani più complessi e decisamente rock, come la title track, ma pure canzoni d’amore intime come The Most Beautiful Girl o la pianistica Wait For Her, ispirata dalle lezioni del Kama Sutra, con il suo seguito ideale, l’intensa Part Of Me Died  Ovviamente non mancano un paio di citazioni per Trump, dirette, quando viene definito un nincompoop (che sarebbe uno sciocco o uno stupido, dottamente dal latino “non compos mentis”), nella title track o altrove indirettamente, credo, quando viene detto che siamo guidati da leader “senza un fottuto cervello”, in Picture That!

Non si può forse sempre condividere tutto quello che pensa o scrive Waters (e lui non è comunque simpaticissimo, per usare un eufemismo), ma la  sua visione di un mondo futuro (e presente) fatto solo di ossa spezzate, Broken Bones, e poco altro, o dove i rifugiati non sono molto amati, The Last Refugee, sono inquietanti e si possono condividere sicuramente. Non essendo questo comunque un lungo trattato, ma una recensione fatta di impressioni immediate, soprattutto a livello musicale, il disco, lo ripeto, mi sembra che scorra liscio e composito nel suo divenire, con una unitarietà di fondo fornita dalla produzione di Godrich, e nei suoi circa 55 minuti si ascolta più che volentieri, soprattutto a volumi sostenuti, magari in uno studio di registrazione, ma va bene anche a casa vostra! Un bel disco insomma, che sarà seguito dall’Us And Them tour che parte a fine maggio negli Stati Uniti e arriverà l’anno prossimo in Europa e in Italia probabilmente ad Aprile del 2018.

Bruno Conti

*NDB Se il counter del Blog non ha dato i numeri, questo è il Post n° 3000!

It Was (Really) Fifty Years Ago Today, Ovvero, Erano Giusto 50 Anni Fa, Oggi! The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

 

beatles sgt, pepper

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band – Parlophone/EMI CD – Deluxe 2CD – 2 LP – Super Deluxe 4CD/DVD/BluRay

I Beatles, forse il gruppo più popolare di tutti i tempi, sono sempre stati decisamente avari nell’aprire i loro archivi dopo la separazione avvenuta nel 1970: a parte il Live At The Hollywood Bowl uscito negli anni settanta e ristampato lo scorso anno, e soprattutto i tre volumi dell’Anthology pubblicati a metà anni novanta, ai fans è sempre stata offerta la solita, peraltro ottima, sbobba, comprese le tanto strombazzate ristampe rimasterizzate del 2009 di tutta la discografia degli Scarafaggi, che non aggiungevano neppure trenta secondi di musica inedita. Quest’anno la svolta: per il cinquantenario dell’album più famoso dei Fab Four (uscito proprio il primo Giugno del 1967, cinquant’anni precisi precisi, ma il disco è nei negozi dal 26 maggio), cioè il leggendario Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (per molti è anche il loro migliore, io preferisco il White Album ma comunque sempre di dischi da cinque stelle stiamo parlando), i superstiti Paul McCartney e Ringo Starr, insieme agli eredi degli scomparsi John Lennon e George Harrison, hanno acconsentito ad aprire il magico scrigno delle sessions di quell’album epocale, affidandone la cura a Giles Martin, figlio di George, il celebre produttore dei quattro ragazzi di Liverpool: il risultato è la solita pletora di edizioni diverse, a partire da quella singola e fondamentalmente inutile se lo possedete già (anche se le tracce sono state remixate, ma non rimasterizzate, per quello andava già benissimo il lavoro fatto nel 2009), una doppia interessante con un secondo CD di versioni alternate, e soprattutto un imperdibile cofanetto con quattro CD, un DVD, un Blu*Ray (con lo stesso contenuto del DVD) ed uno splendido libro.

Data l’importanza sia musicale che culturale del disco, questo sarà il primo post “condiviso” della storia del blog: io introdurrò brevemente il disco originale e la sua storia, mentre Bruno vi parlerà nel dettaglio del contenuto del cofanetto quadruplo. L’idea dell’album del 1967 venne a McCartney (che peraltro vuole la leggenda fosse già “morto” il 9 novembre del 1966, sostituito da Billy Shears!!), che voleva una sorta di concept basato sui ricordi adolescenziali di Liverpool dei quattro, ma ben presto il soggetto si tramutò in quello di una serie di canzoni suonate da una band fittizia dell’epoca vittoriana, appunto la Band Dei Cuori Solitari Del Sergente Pepper, legate solo apparentemente da un filo conduttore: il disco è considerato l’apice creativo dei Fab Four, in quanto contiene una serie di gioiellini pop che rasentano la perfezione, con un accenno appena sfiorato di psichedelia (ma proprio all’acqua di rose), e con la figura di George Martin sempre più fondamentale nell’economia del gruppo, da grande arrangiatore quale era, ma anche abile “traduttore” in pratica delle folli idee dei quattro, una caratteristica che era già risaltata l’anno prima nell’altrettanto geniale (e splendido) Revolver. Il disco fu anche il primo dei Beatles senza un singolo portante: nelle stesse sessions, quasi su imposizione della casa discografica, furono incise anche diverse takes sia di Strawberry Field Forever (forse il miglior brano di Lennon all’interno del gruppo) che di Penny Lane, sessions incluse tra l’altro nel cofanetto: i quattro giudicarono però i due brani un po’ fuori contesto rispetto al resto dell’album e quindi li pubblicarono a parte, con il risultato di avere forse il miglior singolo della loro carriera.

Tutto in Sgt. Pepper è perfetto, dall’iconica ed imitatissima copertina ad opera di Peter Blake (e nella quale verranno trovati oscuri messaggi riguardanti la citata e presunta morte di Paul), alle variopinte giacche utilizzate dai Fab Four, ma soprattutto le tredici tracce del disco, capolavori assoluti di pop e con i tipici nonsense lirici dei quattro. Tutto è imperdibile, dall’introduzione finto-live della title track, poi ripresa nel finale, all’irresistibile singalong affidato a Ringo With A Little Help From My Friends, alla psichedelia leggera di Lucy In The Sky With Diamonds, ai bozzetti molto British e tipicamente McCartney di Fixing A Hole, Getting Better, She’s Leaving Home e Lovely Rita (ai quali partecipa anche Lennon con la bucolica e festosa Godd Morning, Good Morning), mentre ho sempre considerato lo spazio affidato a Harrison, Within You Without You, influenzata pesantemente dalla musica indiana ed a mio parere un po’ soporifera e fuori contesto, come il punto debole del disco. I brani che non ho ancora citato sono quelli che da sempre preferisco (ma non è che gli altri non mi piacciono, diciamo che questi sono da dieci e lode), cioè la squisita When I’m Sixty-Four, dal delizioso sapore vaudeville, la divertente ma geniale Being For The Benefit Of Mr. Kite!, ispirata a Lennon da un vero numero da circo di più di un secolo prima, e soprattutto la monumentale A Day In The Life, una eccezionale sinfonia pop di cinque minuti, risultato della fusione di due diverse canzoni di John e Paul, con un grande contributo di Martin ed un finale orchestrale in crescendo che ancora oggi fa venire i brividi. Dopo Sgt. Pepper i Beatles faranno altri grandi dischi (basti pensare all’Album Bianco e ad Abbey Road), ma qualcosa nel rapporto fra i quattro comincerà ad incrinarsi, complice anche la morte improvvisa del loro manager Brian Epstein che li priverà di una guida fino a quel momento indispensabile: ma questa è un’altra storia.

Ed ora, come già detto, la parola passa a Bruno.

Marco Verdi

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Il 1° Giugno del 1967 era un giovedì, come pure quest’anno, ed Inghilterra usciva Sgt. Pepper’s  nei negozi. Due o tre giorni dopo, un ragazzino che ancora oggi vedo tutte le mattine davanti allo specchio (celebrato già all’epoca, a futura memoria, nel titolo di una canzone, When I’m Sixty Four, contenuta nell’album), la domenica mattina (poiché gli altri giorni si andava a scuola si ascoltava nei giorni festivi) si sintonizza su Radio Uno della RAI, credo allora ci fosse solo quella, dove viene tramesso in anteprima, tutto completo, il suddetto Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ebbene sì, in una trasmissione condotta, mi pare da Adriano Mazzoletti, ma erano altri tempi, in cui le radio trasmettevano gli album interi: poi lunedì mi recai, perché ovviamente ero io, in un negozio per acquistarlo, mentre il mondo dei Beatles, che già frequentavo (ma anche quello degli Stones, di Dylan, di Hendrix e di  mille altri, ero un ascoltatore precoce), si allargò a dismisura per assumere contorni quasi “epocali”. Cinquanta anni dopo, anzi qualche giorno meno, visto che la nuova edizione è uscita il 26 maggio, finalmente un album del gruppo riceve il trattamento Deluxe, che ora andiamo ad esaminare nel dettaglio.

Intanto la confezione del box sestuplo è molto bella; formato tunnel (in termine tecnico discografico), vuol dire che si sfila la copertina del cofanetto, all’interno troviamo quello che a prima vista appare il vecchio LP, ma in effetti è il contenitore che riporta, allocati in apposite tasche, i quattro CD, il DVD e il Blu-ray. Poi il manifesto del disco, quello del Pablo Fanque’s Circus Royal con l’ultima serata dedicata a Mr. Kite, il cartoncino ritagliabile del Sergente Pepper e un bel librettone ricco anche di immagini rare ed inedite. Il tutto esce su etichetta Apple/Universal ma i dischi (rimixati non rimasterizzati) riportano rigorosamente l’etichetta Parlophone/EMI e nella confezione sul retro del “disco” sono riportati, come in origine, i testi (che ai tempi, nel nostro stentato inglese, ci permisero di sapere che i turnstiles, erano i “tornichetti” della metropolitana e che l’handkerchief era il “fazzoletto”). Detto che il disco, descritto sopra, ha un suono splendido: il dancing bass di Paul, la batteria di Ringo, le chitarre di George, John (e Paul), la produzione magnifica di George Martin e tutto il resto, oltre alle voci, sembrano balzare fuori dagli speakers, veniamo ai contenuti extra. Prima i due CD delle “Sgt. Pepper, Session”.

Disc 2

Strawberry Fields Forever – Take 1

Strawberry Fields Forever – Take 4

Strawberry Fields Forever – Take 7

Strawberry Fields Forever – Take 26

Strawberry Fields Forever – Stereo/Giles Martin Mix

When I’m Sixty-Four

Penny Lane – Take 6

Penny Lane – Vocal Overdubs and Speech

Penny Lane – Stereo / Giles Martin Mix 2017

A Day In The Life – Take 1

A Day In The Life – Take 2

A Day In The Life – Orchestra Overdub

A Day In The Life – Hummed Last Chord

A Day In The Life – The Last Chord

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Take 1

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Take 9

Good Morning Good Morning – Take 1

Good Morning Good Morning – Take 8

Si parte con ben quattro diverse takes di Strawberry Fields Forever che tracciano la storia di una delle canzoni più belle di sempre dei Beatles, e che inserita nell’album (con Penny Lane) lo avrebbe reso ancora più epocale di quanto è stato nella storia della musica moderna. La prima take arriva alla fine di novembre 1966 (pochi giorni dopo la morte di Paul, scusate se insisto), solo i quattro Beatles, basso, batteria, la voce solista di John e la sua chitarra ritmica, la chitarra slide di George e quelle armonie celestiali. La Take 4 introduce il sound del mellotron, la voce filtrata e sognante di Lennon, il grande lavoro di Ringo alla batteria e di Paul al basso, mentre la take 7 si avvicina molto a quella che sarà la versione pubblicata della canzone, con la take 26 che invece ci regala una versione completamente diversa, nettamente più veloce, con una intro assai diversa, la batteria impazzita e gli effetti sonori che si impadroniscono del tessuto sonoro della seconda parte del brano, tra fiati, chitarre e tastiere “trattate”. Tutta roba già sentita sugli innumerevoli bootlegs dedicati negli anni ai Beatles, ma mai così bene. Infine per concludere la sequenza il nuovo mix stereo di Giles Martin del 2015, una vera meraviglia sonora della prima psichedelia. A seguire la Take 2 di When I’m Sixty Four (il pezzo dedicato al sottoscritto), abbastanza diversa dall’originale, senza fiati e con un basso super funky di Paul, e con il piano che è l’altro protagonista principale del pezzo, mentre non ci sono ancora i coretti degli altri Beatles.

Poi tocca a Penny Lane, take 6 strumentale, affascinante, dove mi sembra di cogliere brillanti accenni musicali che poi verranno sviluppati in Magical Mystery Tour e più in là ancora nel tempo in Abbey Road, e che danno un’idea di come dovesse essere in quella fucina di idee che erano gli studi di Abbey Road ai tempi dei Beatles. Più per “anally retentive”, come dicono gli inglesi, la parte dedicata solo a sovraincisioni vocali e discorsi in studio, ma poi la versione Stereo Mix del 2017 è veramente superba. A questo punto parte la sequenza dedicata alla più bella canzone mai scritta dai Beatles, A Day In The Life, uno dei loro splendidi esempi di una canzone formata da più canzoni, uno strato dopo l’altro, con Lennon e McCartney che si completano a vicenda (al sottoscritto un altro brano che piace da impazzire, costruito con questo approccio, è Happinees Is A Warm Gun). Si capisce subito che il brano è un capolavoro sin dalla take 1, solo la voce con eco di John, il piano e una chitarra acustica, ma c’è già lo spazio per inserire la parte scritta da Paul, e pure la take 2 è splendida, acustica ed intima, ma con le stimmate del brano complesso che diverrà, per esempio la melodia complessa e ritmica del piano, il suono delle sveglie che i loro vicino di studio a Abbey Road sublimeranno qualche anno dopo in Dark Side Of The Moon. Gli overdub dell’orchestra, l’accordo finale vocale canticchiato, che sentito da solo sembra un mantra tibetano, e i presenti che si divertono a chiamare takes a capocchia e anche l’ultimo accordo provato svariate volte al piano, fanno parte del fascino di questo ”dietro le quinte”. La prima versione strumentale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band la canzone, sembra quasi un pezzo a tutto riff dei Kinks, perché i gruppi dell’epoca ascoltavano quello che facevano i loro colleghi, mentre la take 9, cantata, è un gran bel pezzo rock, e si capisce perché Jimi Hendrix, quando la sentì, come tutti gli altri, al 1° giugno, decise di rifarla dal vivo, a modo suo, cioè splendido, solo tre giorni dopo al Saville Theatre, di fronte a degli sbalorditi George Harrison e Paul McCartney. Beatles rockers anche nelle due takes presenti di Good Morning Good Morning, la prima solo un frammento per inquadrare il groove della batteria, la seconda “cruda”, senza tutti gli effetti sonori e gli assolo che saranno aggiunti alla versione definitiva.

Disc 3:

Fixing A Hole – Take 1

Fixing A Hole – Speech And Take 3

Being For The Benefit Of Mr. Kite!

Being For The Benefit Of Mr. Kite! – Take 7

Lovely Rita – Speech and Take 9

Lucy In The Sky With Diamonds – Take 1 And Speech

Lucy In The Sky With Diamonds – Speech

Getting Better – Take 1

Getting Better – Take 12

Within You Without You – Take 1

Within You Without You – George Coaching The Musicians

She’s Leaving Home – Take 1

She’s Leaving Home – Take 6

With A Little Help From My Friends – Take 1

Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band (Reprise) Speech and Take 8

Il disco tre, solo nel cofanetto, contiene altre versioni alternative e prove di studio. Si parte con la Take 1 di Fixing A Hole, che, a differenza del resto dell’album, fu registrata ai Regent Sound Studios di Londra il 9 Febbraio del 1967, perché in quella occasione gli studi di Abbey Road non erano disponibili: un pezzo di Paul McCartney, con la voce double-tracked, e la presenza di George Martin al clavicembalo, il classico walking bass di Paul, mentre in questa versione mancano i coretti degli altri Beatles, assenti anche nella Take 3, preceduta da un breve dialogo, come manca anche il tagliente solo di chitarra di Harrison, presente nella versione pubblicata. Martin passa a harmonium, glockenspiel e organo per Being For The Benefit Of Mr.Kite, il brano circense a tempo di valzer scritto da John Lennon, anche in questo caso, nella Take 1, mancano tutti gli elementi aggiuntivi, i florilegi di armoniche a bocca e la chitarra backwards di George, di nuovo assenti anche nella versione n.7. Diciamo che fino ad ora il disco 3 è quello meno interessante come materiale contenuto. Più compiuta, forse perché è già la take 9, la versione di Lovely Rita, con le chitarre acustiche e il piano in evidenza, ma non il basso di Paul, anche qui mancano tutti gli elementi “decorativi” tipici, fondamentali nelle canzoni dei quattro di Liverpool. Lucy In The Sky With Diamonds, ispirata da un disegno di Julian, il figlio di John, nella take 1, non è ancora quel piccolo gioiellino della psichedelia che sarebbe diventata, ma gli elementi sognanti e i cambi di tempo sono già presenti, mentre la Take 5, con tanto di falsa partenza e John sull’orlo di una crisi di ridarella, come spesso succedeva ai tempi felici, poi nella versione definitiva diventerà uno dei migliori contributi di John Lennon all’album.

Getting Better, fin dal titolo, è uno dei classici pezzi ottimistici di McCartney, che suona il piano elettrico, e si esibisce in uno dei suoi classici esempi di fusione tra rock e errebì “bianco”, la prima take è strumentale, mentre la numero 12 è molto simile all’originale, sempre strumentale, ma con il tampura, l’altro strumento suonato da Harrison in evidenza, e la sezione ritmica di Paul e Ringo molto indaffarata. A proposito di strumenti indiani, l’unico contributo di George Harrison all’album è Within You Without You, posta nel long playing originale all’inizio della seconda facciata, per non spezzare la soluzione quasi da concept album del resto del disco. Anche in questo caso troviamo la Take 1 solo strumentale, con George al sitar, accompagnato da musicisti indiani non accreditati, mentre a seguire troviamo Harrison che insegna ai musicisti stessi le loro parti su una traccia vocale; diciamo non indispensabile, per essere magnanini, o una mezza palla, per essere onesti. Anche She’s Leaving Home appare in due diverse versioni strumentali, ed è un peccato, perché la parte cantata con la storia di Melanie Coe, era uno degli highlight dell’album, comunque la melodia è deliziosa, Sheila Bromberg all’arpa, è la prima donna a venire impiegata in un brano dei Beatles, e l’arrangiamento degli archi è raffinatissimo. With A Liitle Help From My Friends è il contributo di Ringo Starr al LP, ma anche in questo caso non si nota, perché si tratta dell’ennesima versione strumentale, e comunque la canzone diventerà uno degli inni della musica rock nella versione fantastica che ne farà Joe Cocker l’anno successivo, tutta un’altra canzone. Il CD finisce con la take 8 di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club (Reprise), la ripresa in chiave più rock del brano di apertura con McCartney alla chitarra solista.

Il disco 4 del cofanetto contiene l’album completo in versione Mono, come dovrebbe essere ascoltato secondo i puristi (ma io lo preferisco in stereo) e come bonus alcuni differenti mono mix di Strawberry Fields Forever, Penny Lane, A Day In The Life, il primo mixaggio mono, inedito, come pure quello di Lucy In The Sky With Diamonds e She’s Leaving Home, mentre in coda di tutto troviamo la versione mono pubblicata su un Promo americano di Penny Lane. Tutte leggermente differenti dagli originali. Come ricorda il titolo del Post, in questi giorni è uscito, prima al cinema, e poi in doppio DVD, un documentario di Alan G. Parker, intitolato It Was Fifty Years Ago Today, che traccia in modo approfondito, e anche interessante, la storia dell’album, ma, perché c’è un ma, e pure grosso, non c’è neppure un secondo di musica dei Beatles nel film (e neppure nella quattro ore e mezza di extra nella versione DVD, che peraltro comprende interviste con Lennon, materiale dagli archivi di Ringo e altre chicche assortite), a causa del veto della casa discografica che non ha concesso i diritti per la musica. A questo punto viene molto utile il DVD ( e il Blu-Ray, ma perché ormai vanno sempre in coppia in queste versioni Super Deluxe, visto che il materiale è lo stesso?): si tratta di un documentario realizzato nel 1992 per la Apple, The Making Of Sgt. Pepper, circa 50 minuti molto interessanti con interviste a George Martin che è “l’host” del film, ma anche con Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr e materiale d’archivio di John Lennon. Più i video promozionali, girati nel 1967, di A Day In The Life, Strawberry Fields Forever e Penny Lane, e, dedicate agli audiofili, versioni Hi-Res 5.1 Remix e Hi-Res Stereo Remix dell’album. Ci sarà pure un motivo se Sgt. Pepper è ancora al n.°1 nella lista dei 500 album più grandi della storia della rivista Rolling Stone, e Pet Sounds dei Beach Boys, il disco che lo ha “ispirato”, è al n° 2. Ok, se prendete la lista del NME del 2013, è al n° 87 (?!?), ma quella è una lista per “super giovani”, dove vince The Queen Is The Dead degli Smiths, al 4° ci sono gli Strokes, ma per favore, e nella classifica altre “schiccherie” orride ed incomprensibili, della serie lasciateci perdere siamo inglesi! Comunque visto che anche i Beatles sono inglesi, se non al primo posto, nei primi dieci dischi di sempre questo album ci sta di sicuro. Sono sicuro che Bob Dylan, in alto a destra, e Sonny Liston, in basso a sinistra, ma anche tutti gli altri sulla copertina, avrebbero approvato. Forse Revolver, Rubber Soul, il White Album Abbey Road, scegliete il vostro preferito, sono superiori come album, ma Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band ha segnato un’era e questo cofanetto ne è il degno testimone!

Bruno Conti

Per Una Volta Il Boss E’ Lui! Little Steven – Soulfire

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire – Universal CD

Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista. A dire il vero non è mai stato attivissimo, se si escludono gli anni ottanta (anche perché, all’indomani dell’uscita di Born In The U.S.A., lasciò Bruce e la band), che erano partiti benissimo con l’ottimo Men Without Women ma poi c’era stato un costante peggioramento con l’incerto Voice Of America ed i pessimi Freedom-No Compromise (nel quale era presente il suo più grande successo, Bitter Fruit, esatto, Prendilo Tu Questo Frutto Amaro non è di Venditti!) e Revolution, due album privi di canzoni valide ed in più con un terribile suono elettro-pop anni ottanta.

Oggi, approfittando di una lunga pausa, sia di Springsteen sia dei suoi doveri di attore, Steven pubblica finalmente il seguito di Born Again Savage, cioè Soulfire, che si ricollega però direttamente al suono di Men Without Women, cioè quel misto di rock’n’roll ed errebi che è la musica con il quale è cresciuto, e che veniva suonata nei primi, bellissimi dischi anni settanta di Southside Johnny & The Asbury Jukes, lavori che erano infatti prodotti da Steven, e che per i quali aveva scritto una grande quantità di canzoni. Per Soulfire Van Zandt riforma anche i mitici Disciples Of Soul, anche se con membri totalmente nuovi rispetto agli anni ottanta (Marc Ribler alle chitarre, Rich Mercurio alla batteria, Jack Daley al basso ed Andy Burton alle tastiere), ma con la stessa attitudine rock’n’soul calda e “grassa”, e si circonda di una enorme quantità di fiati (e qui qualche nome già presente nel 1982 c’è, per esempio, il sax baritono e tenore di Eddie Manion e Stan Harrison) e cori, tra i quali i Persuasions, leggendario gruppo vocale di Brooklyn. Nelle dodici canzoni di Soulfire quindi, oltre a tornare alle origini di un suono che ha formato le carriere sia di Southside Johnny che in misura minore di Springsteen stesso (ed entrambi stranamente mancano nel disco), Steven fa praticamente un omaggio a sé stesso, cantando per la prima volta brani che negli anni ha scritto e prodotto per altri artisti, oltre ad inserire qualche pezzo nuovo ed un paio di cover di canzoni tra le sue preferite. Un ritorno in grande stile quindi, con il nostro in grado ancora di graffiare, trascinare ed in certi momenti perfino entusiasmare, circondandosi di un suono caldissimo, vibrante, dal gran ritmo e con il fine principale di divertire e divertirsi, un suono nel quale la voce ancora grintosa di Steven e la sua abilità chitarristica si inseriscono alla perfezione, il tutto grazie anche alla sua ormai risaputa esperienza come produttore (qui coadiuvato da Geoff Sanoff).

Soulfire è quindi un gran disco di rock’n’roll meets soul, come oggi purtroppo nessuno fa più, superiore anche alle ultime prove di Southside Johnny (anche se Soultime! del 2015 era ottimo) e direi meglio anche della media degli ultimi dischi in studio del Boss, Wrecking Ball escluso. La title track dà il via al CD con il ritmo subito alto, chitarra ficcante, un insinuante organo ed un’esplosione di suoni e colori, un rock-soul gustoso e con Steve che mostra di avere ancora una gran voce ed una grinta immutata, e con le chitarre che vogliono dire la loro: negli anni settanta un pezzo così sarebbe stato un sicuro hit. I’m Coming Back è già una splendida canzone (era su Better Days, l’ultimo grande disco di Southside Johnny, targato 1991), con un scintillante suono à la E Street Band ed un ritornello killer, ed il binomio chitarre-fiati a creare un background unico; Blues Is My Business, un brano del 2003 di Etta James, è un saltellante pezzo tra blues e soul, con il nostro che arrota mica male, il solito trattamento deluxe a base di fiati e cori femminili ed un assolo di organo davvero “caliente”. I Saw The Light non è il classico di Hank Williams, bensì una canzone nuova, un irresistibile e ballabile (in senso buono) brano ancora tra errebi e rock’n’roll, una miscela vincente che pezzo dopo pezzo coinvolge sempre di più; Some Things Just Don’t Change (dall’album del 1977 ancora di Southside Johnny This Time It’s For Real) vede i fiati più protagonisti che mai, per un lento pieno d’anima, un blue-eyed soul sanguigno e vibrante, suonato alla grande e con la sezione ritmica inappuntabile, mentre Love On The Wrong Side Of Town, ancora originariamente sull’album del 1977 di John Lyon ed i suoi Jukes, e scritta da Steve insieme a Bruce Springsteen, ha una melodia che risente (e ci mancherebbe) della mano del Boss, ed un arrangiamento potente e “spectoriano”, ma per nulla ridondante.

The City Weeps Tonight (con i Persuasions ai cori) è un lento da ballo della mattonella che fa scaturire l’anima da straccione romantico del pirata Steve, un pezzo tra doo-wop e Roy Orbison, delizioso; Down And Out In New York City (cover di un pezzo del 1972 di James Brown) ha un suono che più anni settanta non si può, un errebi-funky con tanto di archi pre-disco, un pezzo di pura blaxploitation, ancora con sonorità caldissime, quasi bollenti (ed i fiati si superano), mentre Standing In The Line Of Fire (che dava il titolo ad un album del 1984 di Gary U.S. Bonds) sembra presa pari pari da un western con colonna sonora di Ennio Morricone, con la sua chitarra twang, le campane e l’assolo di tromba, uno dei pezzi migliori e più coinvolgenti del disco. La fluida e diretta Saint Valentine’s Day, scritta dal nostro nel 2009 per le Cocktail Slippers, una rock band al femminile di Oslo, è un’altra notevole rock song in odore di Springsteen, tra le più orecchiabili, e precede l’imperdibile I Don’t Want To Go Home, il pezzo più noto contenuto in Soulfire (era la title track del mitico esordio datato 1976 di Southside Johnny, ed anche il primo brano mai scritto da Steve), una canzone che non ha bisogno di presentazioni, splendida era quarant’anni fa e splendida rimane oggi; il CD si chiude con Ride The Night Away (incisa da Jimmy Barnes nel 1985 ed ancora da Southside nel 1991), altro ottimo rock-soul dal tempo spedito e melodia vincente, ennesimo tourbillon di suoni che non può che creare dispiacere per la fine del disco.

Un grande ritorno da parte di Little Steven, ed un disco che secondo me ci ritroveremo “tra i piedi” nelle classifiche di fine anno: speriamo che il prossimo esca un po’ più ravvicinato, anche per ragioni di età del nostro (e degli ascoltatori).

Marco Verdi

Cover Stories, La Recensione: Ovvero Rivisitando “The Story” Di Brandi Carlile Per Una Giusta Causa. Anche Cantato Da Altri Sempre Un Ottimo Disco!

cover stories brandi carlie

Various Artists – Cover Stories – Sony Legacy

Ne abbiamo già parlato un paio di volte; prima in occasione della presentazione e poi all’uscita del 5 maggio, ma visto che si tratta di una operazione a sfondo benefico http://discoclub.myblog.it/2017/05/05/esce-il-5-maggio-ma-visto-che-il-fine-e-nobile-cover-stories-ovvero-rivisitando-the-story-di-brandi-carlile-per-una-giusta-causa/  torniamoci per un’ultima volta. Al link leggete tutta la storia, questa volta parliamo solo dei contenuti, ossia delle singole canzoni, di quello che giustamente viene ancora oggi considerato il migliore album di Brandi Carlile, cantautrice di cui spesso e volentieri avete letto su questo Blog http://discoclub.myblog.it/2015/03/18/folk-rock-il-nuovo-millennio-delle-migliori-brandi-carlile-the-firewatchers-daughter/ :

1. Late Morning Lullaby – Shovels & Rope

Il duo americano agli inizi mi piaceva molto, poi mi pare che si siano persi per strada, con una svolta commerciale verso il “modernismo” a tutti i costi, che mi sembra li accomuni a gente come Mumford And Sons, Arcade Fire, Low Anthem, Needtobreathe (con cui hanno collaborato, nel pessimo Hard Love) e vari altri. Per l’occasione i due fanno le cose per benino, forse ispirati da questa dolce ninna nanna che apriva anche l’album originale, con l’intreccio delizioso delle due voci, Michael Trent e Cary Ann Hearst  una chitarra acustica e poco più, bella partenza.

2. The Story – Dolly Parton

La title track dell’album è anche una delle più belle canzoni del disco, Dolly Parton, una delle “eroine” musicali della Carlile, rimane molto fedele allo spirito del brano, un folk-rock accorato, cantato con grande pathos e passione.

3. Turpentine – Kris Kristofferson

Splendida anche la rivisitazione del grande Kris, la voce è sempre più “vissuta” e scarna, ma la classe non manca, e pure questa, un’altra delle canzoni migliori di The Story, rifulge di nuova gloria in una versione splendida, caratterizzata da una pedal steel avvolgente, dalla chitarra di Chris Stapleton e dalle armonie vocali della figlia di Kristofferson, Kelly.

4. My Song – Old Crow Medicine Show

Per gli Old Crow Medicine Show mi pare che valga la regola aurea dei tempi di “E Intanto Dustin Hoffman Non Sbaglia Un Film”, loro non sbagliano non dico un album ma neppure una canzone: My Song diventa una splendida bluegrass song dei Monti Appalachi, con armonie vocali impeccabili, picking di chitarre, banjo e mandolino e svolazzi di violino, bellissima. Tra l’altro, se cercate in rete, visto che sono stati in tour assieme, si scambiano di continuo versioni dei loro brani.

5. Wasted – Jim James

Ultimamente il leader dei My Morning Jacket, da solo o con il suo gruppo, non sempre centra l’obiettivo, e anche questa versione psichedelica alla Tomorrow Never Knows di Wasted, non mi pare il massimo.

6. Have You Ever – The Avett Brothers

Questa canzone era già bella di suo, ma la versione dei fratelli Avett, rallentata rispetto all’originale, intima e delicata, quasi alla Simon & Garfunkel, è un altro dei pezzi migliori contenuti in questo tributo. Dando il via ad un trittico di cover nella parte centrale dell’album che sfiora la perfezione.

7. Josephine – Anderson East

Per esempio, nel caso di Anderson East, che sia una delle più belle voci in circolazione delle ultime generazioni non lo scopriamo certo oggi: la sua sua voce rauca e vissuta, a dispetto dei suoi 29 anni ancora da compiere (ma Otis Redding ne aveva 26, quando morì nel 1967), è perfetta per questa versione gospel-soul di Josephine, arricchita anche dalle armonie vocali della fidanzata Miranda Lambert.

8. Losing Heart – The Secret Sisters

A proposito di armonie vocali, due che non scherzano nel campo sono le Secret Sisters, di cui ai primi di giugno, il 9 per la precisione, è in uscita il terzo album You Don’t Own Me Anymore, prodotto, toh che caso, da Brandi Carlile. Se ne parla molto bene, recensione già prenotata da Marco, quando verrà pubblicato. Per il momento gustiamoci questa Losing Heart, pure questa rallentata rispetto all’originale, ma sempre una piccola perla, con la stessa Brandi al banjo e Tim Hanseroth al piano e mellotron, una ballata molto anni ’70, affascinante.

9. Cannonball – Indigo Girls

Le Indigo Girls erano presenti anche nell’album originale, quindi sembrava quasi doverosa la loro presenza per un altro dei pezzi “forti” del CD, con il classico sound del duo americano, a cui molto si è ispirata la Carlile ad inizio di carriera, anche se l’uso dei fiati e del violino è inconsueto, quasi pop barocco, comunque interessante, e gli intrecci vocali sono sempre magnifici.

10. Until I Die – TORRES

Torres condivide con Brandi le passioni per Kate Bush, Johnny Cash e Kurt Cobain, una sorta di spirito affine sul lato alternative-indie, e questa versione lo-fi sembra ispirata proprio dalla cantante inglese, e poi la voce è decisamente bella.

11. Downpour – Margo Price

Questa era una delle canzoni che più mi piacevano dell’album originale, e la versione dell’emergente Margo Price, cantata con voce dolce e vulnerabile, quasi “infantile”, ben si accoppia con il sound alternative-country della Carlile, con intrecci di chitarre  e pedal steel che disegnano la deliziosa melodia della canzone.

12. Shadow On The Wall – Ruby Amanfu

Ecco uno dei due brani che erano già stati pubblicati in precedenza e non incisi appositamente per questo progetto. Ruby Amanfu è una cantante nata in Ghana, ma che vive ed opera musicalmente negli Stati Uniti, tra Nashville e Los Angeles. In possesso di una voce potente ed espressiva è in circolazione già dal 1998, ma Standing Still, il disco del 2015, è stato il primo con una produzione “importante”, e una delle cose migliori dell’album era proprio la sua versione della canzone di Brandi.

13. Again Today – Pearl Jam

Non potevano mancare naturalmente i suoi amici Pearl Jam (Mike McCready è apparso nei suoi dischi e Eddie Vedder è sempre disponibile per degli eventi di carattere benefico come questo): la versione di Again Today, che in origine era una malinconica ballata, per l’occasione diventa una potente canzone rock nello stile tipico della band di Seattle (quindi anche quasi concittadini) con la stessa Brandi Carlile alle armonie vocali per uno dei brani più importanti della raccolta

.14. Hiding My Heart – Adele

Questo pezzo era la “traccia nascosta” nella versione originale di The Story e poi era presente come bonus track nella versione limitata dell’album 21 di Adele, il disco che ha venduto svariati “fantastilioni” di copie in giro per il mondo.

Quindi, ribadisco, non solo un album per una giusta causa, ma anche, a parte un paio di eccezioni, un gran bel disco!

Bruno Conti

La Notte In Cui Il Boss Sfidò La Sua Band! Bruce Springsteen & The E Street Band – Scottrade Center, St. Louis 8/23/08

springstreen scottrade center 2008

Bruce Springsteen & The E Street Band – Scottrade Center, St. Louis 8/23/08 – live.brucespringsteen.net/Nugs.net 3CD – Download

Nuovo episodio della benemerita serie di concerti live d’archivio di Bruce Springsteen, a cinque mesi circa dal precedente volume che prendeva in esame la serata di Buffalo nel 2009, l’ultima con in formazione Clarence Clemons prima della sua prematura scomparsa http://discoclub.myblog.it/2017/03/13/lultima-volta-dellindimenticabile-big-man-bruce-springsteen-the-e-street-band-hsbc-arena-buffalo-ny-112209/ : se qualcuno (me compreso, confesso) si aspettava un deciso salto indietro nel tempo, magari con la pubblicazione di un live di inizio carriera, verrà spiazzato dal fatto che questo nuovo triplo CD (o download) prenda in esame un concerto di appena un anno prima di quello di Buffalo, per l’esattezza lo show che il Boss e la sua E Street Band tennero a St. Louis, Missouri, nell’Agosto del 2008, una data del tour seguito alla pubblicazione dell’album Magic. Questo Scottrade Center, St. Louis 8/23/08 non è quindi il reportage di una serata leggendaria come poteva essere quella all’Agora Ballroom del 1978 (peraltro già documentata in questa serie), ma è comunque un concerto al quale i fans del nostro sono molto legati, in quanto vede Bruce sfidare letteralmente la sua band (ad un certo punto lo annuncia proprio), decidendo di suonare canzoni che non venivano proposte da una vita, ed attingendo ai soliti cartelli esposti dal pubblico (le famose richieste) in maniera più copiosa del solito, e sempre scegliendo brani rari. Inutile dire che la band vince la sfida alla grande, dimostrando che potrebbe affrontare un concerto intero di sole richieste strane (cosa che non mi dispiacerebbe vedere un giorno) e suonarle con la stessa disinvoltura con la quale propone i successi del Boss.

Il suono del triplo CD è come sempre professionale, Bruce ed il gruppo sono in grandissima forma (ma succede mai il contrario?) e quindi il concerto è la solita goduria dalla prima all’ultima canzone, anche se non siamo in presenza di una serata forse al livello di quelle storiche. Che lo spettacolo sarà di quelli particolari lo si capisce già dall’inizio: dopo un’introduzione a base di musica da carillon, i nostri si lanciano in una scintillante versione del classico delle Crystals Then He Kissed Me (con il titolo cambiato per l’occasione in Then She Kissed Me, dato che a cantare è un uomo), che Bruce e soci non suonavano addirittura dal 1975, un brano proposto in maniera perfetta e con tanto di arrangiamento “spectoriano”. Dopo un trittico a tutto rock’n’roll formato da Radio Nowhere, Out In The Street ed Adam Raised A Cain ed una sempre coinvolgente Spirit In The Night iniziano i brani a richiesta, con due rarità come la cristallina Rendezvous, la mitica For You, in una bellissima versione full band, una inattesa e travolgente Mountain Of Love (un successo di Harold Dorman ma più nota nella rilettura di Johnny Rivers), anch’essa assente dalle scalette del Boss dal 1975, e la sempre splendida Backstreets, che nonostante sia tratta dal leggendario Born To Run non viene eseguita spessissimo. Chiaramente grande spazio viene dato ai brani tratti da Magic: oltre alla già citata Radio Nowhere, abbiamo Gypsy Biker, che non è una grande canzone, la gradevole Livin’ In The Future, la solare e poppettara Girls In Their Summer Clothes (meglio dal vivo che in studio), e i due pezzi migliori dall’album del 2008, cioè Last To Die e Long Walk Home, due grandi pezzi di puro E Street sound.

Altri highlights sono la sempre eccellente Because The Night, con il solito monumentale assolo di Nils Lofgren, una notevole Cover Me, molto più rock di quella “perfettina” apparsa in origine su Born In The U.S.A., una chilometrica Mary’s Place ed una sempre straordinaria Drive All Night, all’epoca quasi impossibile da ascoltare in un concerto del Boss (ed infatti è un’altra richiesta). I bis sono come d’abitudine uno spettacolo nello spettacolo: oltre a brani che non possono mancare (Badlands, Born To Run, Dancing In The Dark), troviamo una splendida Jungleland, lirica, profonda e potente, il sempre irresistibile Detroit Medley, la saltellante Irish rock song American Land, una fantastica Thunder Road elettrica ed un gran finale a tutto rock’n’roll con una roboante Little Queenie (Chuck Berry, anche questa una rarità assoluta) e la solita, formidabile Twist And Shout, anche se in quella sera è molto più corta delle altre volte.

Altro live imperdibile quindi, anche se con Bruce Springsteen qualsiasi concerto si prenda in esame si casca sempre benissimo.

Marco Verdi