Un “Finto” Giovane E I Suoi Maturi Amici Bluesmen. Big Jon Atkinson & Bob Corritore – House Party At Big Jon’s

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Big Jon Atkinson & Bob Corritore – House Party At Big Jon’s – Delta Groove/Ird      

Questo è un disco di cosiddetto “blues old school”, non per l’età del protagonista principale, Big Jon Atkinson (di recente sentito con Kim Wilson nel tributo a Big Walter http://discoclub.myblog.it/2016/06/07/il-piccolo-volta-tocca-al-grande-walter-various-artists-blues-for-big-walter/ ), che quando è stato registrato questo disco di anni ne aveva solo 26, ed ora ne ho 28, quanto per la modalità usata nella registrazione e per il tipo di suono che si è cercato di realizzare. L’album è stato concepito nello studio casalingo di Atkinson, il Big Tone in quel di San Diego, California, da qui il titolo House Party At Big Jon’s. Quindi pochi mezzi, apparecchiature vintage atte a ricreare il sound dei dischi di blues classico, volutamente scarno e con una tecnica sonora per certi versi primordiale. E’ anche un disco multi generazionale , perché l’età dei musicisti impiegati oscilla dai meno di 30 di Atkinson ai quasi 80 di Willie Buck, fino agli 87 di Tomcat Courtney, passando per i 60 del contitolare di questo album, Bob Corritore, che di solito ultimamente partecipava a molte produzioni all stars, ma questa volta si è calato a fondo nel mood voluto da Big Jon Atkinson, che per questa registrazione ha voluto ricreare il suono dei vecchi dischi di Chicago blues degli anni ’40 e ’50, un sound volutamente crudo e vintage, in un certo senso dando vita in musica alla sua passione per il restauro, il commercio e la vendita di vecchi strumenti e amplificatori, che è quello che Atkinson fa di mestiere per vivere.

Che poi questo giovanottone abbia anche una ottima tecnica alla chitarra e una voce gagliarda e vissuta sicuramente non guasta: in effetti il nostro canta 8 dei 16 brani presenti, un misto di materiale originale e vecchi brani blues, spesso oscuri, lasciandone sette ai vocalist ospiti, oltre ai citati Buck e Courtney, anche Dave Riley e Alabama Mike. Il suono forse è fin troppo filologico, a differenza delle abituali produzioni della Delta Groove, che di solito sono caratterizzate da un sound nitido e molto presente, ma per dare ancora maggiore autenticità a questo omaggio alle radici delle dodici battute in chiave elettrica si è preferito optare per questa scelta. Quindi solo voce, due chitarre, una solista ed una ritmica, armonica ed una sezione ritmica “analogica” con vari musicisti che si alternano a seconda dei brani, sia che siano originali di Atkinson o Corritore, sia in brani di Lightnin’ Slim, She’s My Crazy Little Baby, oppure ancora brani oscuri come At The Meeting di Charles Johnson, cantata da Dave RileyMojo Hand di Lightnin’ Hopkins, cantata da Alabama Mike, tutti suonano assolutamente autentici.

Tom(cat) Courtney porta al party (scusate il bisticcio) una Mojo In My Bread che non sarebbe stata fuori posto in qualche registrazione di Muddy Waters o John Lee Hooker degli anni ’40. Corritore, in tutti i brani fa con impegno il Big o Little Walter della situazione e in Mad About It, da lui firmata, dà una dimostrazione della sua eccellente tecnica allo strumento, poi ribadita nello strumentale latineggiante El Centro, anche se poi la parte vocale è di Atkinson, perché il lo strumentista di Chicago, ma trapiantato a Phoenix, non canta neanche se gli sparano. Empty Bedroom, un vecchio brano di Sonny Boy Williamson e I’m A King Bee, forse l’unico brano famoso di questa raccolta, cantata con impeto da Willie Buck, sono altri ottimi esempi della ricreazione di un vecchio sound che si riteneva perduto. Mentre Somebody Done Changed The Lock, cantata di nuovo da Alabama Mike, si arrampica anche sugli impervi sentieri del primo B.B. King, uno slow blues di quelli torridi dove Big Jon Atkinson si impegna con ottimi risultati pure alla slide. E anche i primi due o tre brani, quelli firmati da Atkinson o Corritore, tra cui la poderosa Goin’ Back To Tennessee sono altrettanto “vissuti”.  Insomma, senza citare tutti i brani, ce n’è per tutti i gusti, soprattutto per gli amanti del “vecchio” Blues, quello con la B maiuscola, magari fin troppo integralista nel suo dipanarsi, ma sicuramente questo House Party At Big Jon’s è un eccellente disco, vecchia scuola sì, ma non ancora defunta.

Bruno Conti

Blues Cantato In Spagnolo? Niente Male Comunque La Tipa! Evelyn Rubio Con La Orquesta De Blues De Calvin Owens – Hombres

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Evelyn Rubio Con La Orquesta De Blues De Calvin Owens – Hombres -EvelynRubio.Com

Ammetto che la cantante di blues che canta in spagnolo mi mancava (ma anche una controparte maschile se è per questo). Di solito le dodici battute non si adattano molto a lingue che non siano l’inglese, gli stessi Los Lobos, che brani in spagnolo ne hanno incisi non pochi, quando suonano il blues lo fanno con testi in lingua inglese. Ma lo spagnolo è una lingua che ha un bacino enorme presso le popolazioni latine, anche quelle che vivono negli Stati Uniti, e quindi il caso di cantanti di lingua madre spagnola che hanno avuto successo presso il popolo del rock è molto ampio, oltre ai citati Los Lobos, i Santana, ma anche cantanti come Carlos Vives, Susana Baca o Lila Downs vengono subito alla mente. Evelyn Rubio, come la Downs, è messicana, ma vive da parecchi anni a Houston, Texas, dove la cantante (e sassofonista) suonava e cantava con la Calvin Owens Orchestra (ma ora ha cambiato band), e aveva già registrato con loro un disco che si chiamava La Mujer Que Canta Blues nel 2007, quindi non è una novellina.

Il nuovo disco, registrato proprio a Houston, la vede di nuovo in azione con la Calvin Owens Orchstra, un combo in pista da molti anni, e che come molti nuclei storici mantiene il nome del fondatore anche se questi è scomparso da parecchi anni (pensate alla Duke Ellington Orchestra o a quella di Glenn Miller, entrambe ancora in azione, i cui titolari non ci sono più da decenni): però il fondatore ha lasciato un imprinting profondo sulla sua orchestra, non per nulla era stato per lunghi anni il band leader e trombettista del gruppo di B.B. King, e lo stile è proprio rimasto a grandi linee quello, un blues sincopato, ricco di fiati, molto vicino a quello che per anni ha caratterizzato il grande B.B. La Rubio, bisogna dirlo, ha una ottima voce https://www.youtube.com/watch?v=3e9PF3uvANE (come dimostra in questa cover di Great Gig In The Sky dei Pink Floyd) , e una volta passato lo sconcerto di sentire il blues cantato in spagnolo (ma se proprio non ce la fate, esiste una versione in lingua inglese del CD https://www.youtube.com/watch?v=G-iAfWIkw4I ), il disco si ascolta con grande piacere, e scorre pimpante, grazie al suo suono pieno e corposo, come evidenzia subito l’iniziale Hombres, dove si gusta anche il lavoro della solista di Mark May, uno dei vari chitarristi che si alternano nell’album e che si ispirano molto al suono del maestro Riley Blues Boy, ma pure organo e naturalmente, fiati, sono sempre presenti alla bisogna, con un assolo di tromba di Owens?! Non mi era chiaro come fosse possibile la presenza di Calvin Owens, come trombettista, arrangiatore e compositore delle musiche, essendo il nostro scomparso nel 2008, ma poi ho letto che questo album è stato completato nel 2014, aggiungendo nuove registrazioni a quelle già esistenti e il risultato ha avuto notevole successo sia di critica che di pubblico, entrando anche nelle classifiche di Latin Pop.

La Rubio che scrive i testi delle canzoni, è a suo agio anche nei classici lenti jazzati del disco, come la calda (o dovrei dire caliente?) Fue Asi dove rilascia un bel solo di sax alto, ma pure nella santaneggiante Tienes Que Seguir, dove la chitarra solista è di Kenny Cordray.  Comunque il suono è quasi sempre orientato verso quel blues fiatistico alla King, come nella vivace Si Me Quieres Para Ti, questa volta tocca alla pungente chitarra di Marty Townsend dividere gli spazi solisti con il sax della Rubio, Ogni tanto si scade nell’easy listening come nello strumentale leggerino Libre, che è più dalle parti di Kenny G o Grover Washington, ma poi ci si riabilita nello slow blues, di nuovo con Cordray, Te Voy Amar, anche se la lingua spagnola fa virare il brano verso un suono crossover meno valido per le mie orecchie, troppo sopra le righe, mentre Mi saxofon, come da titolo, è un funky blues latineggiante che si allontana dal suono di B.B e Nadie Come Tu è un brano da “crooner” (non saprei come chiamare la controparte femminile). Tu Decision, di nuovo con la tromba di Calvin Owens riesumata dall’aldilà, è più grintosa e a tratti R&B, mentre la fisarmonica, anzi l’acordion, di Jabo, presentato come il “Texas Prince Of Zydeco” (ma non lo avevo mai sentito nominare), è protagonista nella bilingue Con El Gringo, un chiaro esempio di fusione di  tex-mex di frontiera con blues. Tan Facil Es, posta in conclusione, e con l’aggiunta degli archi, è una di quelle ballate melodrammatiche che tanto piacevano a B.B. King e conclude su una nota positiva l’album.

Bruno Conti

Non Solo Non E’ Morto Da 35 Anni, Ma Oggi Ne Compie 75! Auguri A Bob Dylan!

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In un 2016 nefasto e con una media di ben più di un necrologio al mese, finalmente una celebrazione: Bob Dylan, ovvero il più grande di tutti (e non lo dico io perché sono un fan, chiedete in giro o fatevi un tour su internet), oggi compie 75 anni, dei quali circa 55 passati a deliziare il mondo con le sue canzoni immortali. E Bob pare che non abbia nessuna voglia di rallentare, in quanto ha appena pubblicato un nuovo disco, Fallen Angels (http://discoclub.myblog.it/2016/05/18/male-morto-35-anni-bob-dylan-fallen-angels/) e ha già pronta una tournée americana di concerti.

bob dylan summer tour 2016

Io vorrei celebrarlo con una serie non di interpretazioni sue, ma di cover di suoi pezzi da parte di  colleghi, seguendo un criterio assolutamente personale (e non in ordine di preferenza), quindi alternando versioni famose e altre meno, e non basandomi soltanto sulla popolarità della cover (quindi non aspettatevi Knockin’ On Heaven’s Door dei Guns’n’Roses). E perdonatemi se mi dimenticherò qualcosa, magari il Bruno mi aiuterà integrando l’elenco. (*NDB Una avvertenza, abbiate pazienza mentre il Post si carica sul Blog, ci sono veramente tante belle canzoni da ascoltare)

Partiamo, per evitare equivoci, con la più inarrivabile di tutte. (Jimi Hendrix – All Along The Watchtower)

Ma anche la versione del Bisonte non era di molto inferiore! (Neil Young – All Along The Watchtower, live al “Bobfest” del 1992) *NDB. Il video in rete non c’è, accontentatevi del trailer.

E sempre dal vivo, non poteva mancare il Boss (Bruce Springsteen – Chimes Of Freedom)

Uno che Bob lo conosce bene (Tom Petty – Tweeter and The Monkey Man)

Una delle cover storiche, ma anche una delle più belle (Byrds – Mr. Tambourine Man)

Pure questa è “abbastanza” famosa (Manfred Mann – The Mighty Quinn)

Ed il grande Van “The Man” dove lo mettiamo? (Them – It’s All Over Now, Baby Blue)

Ed ecco, proseguendo per stereotipi, la Sacerdotessa (Patti Smith – Changing Of The Guards)

Questa scommetto che non ve la ricordavate, ma a me è sempre piaciuta assai (Judy Collins – Like A Rolling Stone)

E come potevamo dimenticarci del King (che poi è anche la cover preferita da Bob stesso)? (Elvis Presley – Tomorrow Is A Long Time)

Ed ecco due che di cover di Bob ne hanno incisa qualcuna, prima le donne (Joan Baez – Farewell Angelina)

E dopo loro (The Band – I Shall Be Released)

Lui, quando non fa la Pietra Rotolante, è un dylaniano doc (Ron Wood – Seven Days)

Ovviamente non può mancare anche il suo “complessino” (Rolling Stones – Like A Rolling Stone)

Ed eccone una di recente pubblicazione (The Highwaymen – One Too Many Mornings)

Questa è splendida, e poi c’è anche Bob nerl pezzo (Eric Clapton – Sign Language)

Altra cover storica, in francese stavolta (Fairport Convention – Si Tu Dois Partir)

E una in italiano no? Chiedo scusa a De Gregori ma scelgo questa (Fabrizio De Andrè – Avventura a Durango)

E’ un po’ che non parliamo dei Grateful Dead, scherzo, eccoli qua (Grateful Dead – Visions Of Johanna)

Abbiamo messo uno Stone, ecco quindi un Beatle (George Harrison – If Not For You)

Questa secondo me non se la ricorda neanche Bruno (Chuck Prophet – Abandoned Love)

Una delle più commoventi (Warren Zevon – Knockin’ On Heaven’s Door)

E finiamo con un po’ di sano cowpunk (Jason & The Scorchers – Absolutely Sweet Marie)

E, come bis, niente è più appropriato di questa (Bob Dylan & Friends – My Back Pages live Bobfest 1992)

Buon Compleanno!

Marco Verdi

*NDB Se volete questo Post lo teniamo “aperto”, per cui chi legge se vuole aggiungere o consigliare qualcosa è bene accetto, comunque noi ci riserviamo eventuali altre aggiunte future, in una sorta di “Never Ending Post”! E già che ci sono qualche cover “oscura” ma splendida ve la segnalo anch’io. Ripeto quanto detto all’inizio, se il Post fatica a caricare abbiate pazienza e troverete tanta buona musica.

Per esempio questa versione fenomenale di Going Going Gone, cantata da Robin Holcomb e con un assolo di chitarra stratosferico di Bill Frisell, uno dei più belli che abbia mai sentito.

Una cover di una band che mi è sempre piaciuta moltissima. il gruppo di Jimmy Barnes, Cold Chisel, alle prese con Knockin’ On Heaven’s Door nel 1980

Da Supersession, Bloomfield, Kooper And Stills alle prese con It Takes A Lot Laugh, It Takes A Train To Cry

E dalla colonna sonora di I’m Not There Stephen Malkmus & The Million Dollar Bashers eseguono una splendida Ballad Of A Thin Man

Sempre dallo stesso film, Willie Nelson e i Calexico alle prese con Senor Tales Of Yankee Power

Bruno Conti

Non Più Solo Countryman, Ma Un Songwriter Completo! Hayes Carll – Lovers And Leavers

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Hayes Carll – Lovers And Leavers – Highway 87/Thirty Tigers CD

Con cinque dischi in quindici anni, non si può certo dire che Hayes Carll, singer-songwriter texano, sia uno che inflazioni il mercato discografico. Dopo i due album di esordio, nei quali aveva fatto già intravedere buone qualità (specie nel secondo, Little Rock), è con lo splendido Trouble In Mind del 2008 che il nostro si rivela come uno dei più dotati talenti in campo alternative country, con un disco di ottime canzoni in perfetto stile Americana, condite da testi contraddistinti da uno spiccato senso dell’ironia, un lavoro bissato tre anni dopo dall’altrettanto valido KMAG YOYO, altro CD molto country-oriented che non faceva che confermare quanto di buono Carll aveva mostrato in precedenza.

Ora, a ben cinque anni di distanza, Hayes torna tra noi con Lovers And Leavers, che segna un deciso cambiamento di registro: un lavoro molto meno country e più folk, nel quale il nostro predilige le ballate ed i pezzi più riflessivi, ma da un certo punto di vista migliora anche la qualità della sua proposta: Lovers And Leavers ci mostra infatti un autore definitivamente maturato, che ha una perfetta padronanza della materia e sa come fare un album intero di sole ballate senza annoiare neppure per un attimo. In più, Hayes ha scelto come produttore uno dei migliori sulla piazza, Joe Henry, che fa al solito un ottimo lavoro e si conferma perfetto per un certo tipo di sonorità, cucendo attorno alla voce del nostro pochi strumenti, centellinando gli interventi, e mettendo in risalto le melodie piene di fascino dei dieci brani presenti. Anche la band che accompagna Carll è frutto di una attenta selezione: oltre a Hayes stesso che suona la chitarra acustica, troviamo il fedelissimo (di Henry) Jay Bellerose alla batteria, che come di consueto fa un lavoro raffinatissimo e mai invasivo, l’ottimo Tyler Chester al piano ed organo, David Piltch al basso ed Eric Heywood alla steel; avrete notato l’assenza assoluta di chitarre elettriche, ma devo dire che durante l’ascolto del CD quasi non ci si fa caso.

Dulcis in fundo, Hayes ha scritto i pezzi di questo disco con alcuni personaggi a noi ben noti, dal famoso countryman Jim Lauderdale, ai meno conosciuti ma non meno validi Darrell Scott e Will Hoge, passando per Jack Ingram, l’ex signora Earle, Allison Moorer e, in Jealous Moon, addirittura J.D. Souther. Drive inizia soffusa, con un arpeggio chitarristico ed una leggera percussione, e la voce di Carll ad intonare una melodia molto folk, un brano puro con un bel crescendo emozionale. E la mano di Henry si sente già. Molto bella Sake Of The Song, un pezzo tra folk e blues dal motivo coinvolgente, ritmo cadenzato ed ottimi fills di piano, steel ed organo, mi ricorda curiosamente certe cose dei Kaleidoscope (un grandissimo gruppo oggi purtroppo totalmente dimenticato dove suonavano David Lindley Chris Darrow): grande canzone. Anche Good While It Lasted è dotata di un pathos notevole, pur avendo tre strumenti in croce intorno alla voce particolare del leader: è proprio da brani come questo che si comprende la crescita esponenziale del nostro come autore, e la scelta di Henry, un maestro della produzione “per sottrazione”, si rivela vincente.

You Leave Alone ha l’andatura di una country ballad, ma anche qualche vaga somiglianza con Deportee di Woody Guthrie: voce e poco altro, ma che feeling; My Friends ha un suono più pieno, con punti in comune con il country “cosmico” di Gram Parsons, il passo è sempre lento ma non ci si annoia per niente; The Love That We Need, scritta a sei mani con Ingram e la Moorer, è in effetti una delle migliori del CD, con la sua melodia splendida e grande uso del piano, una ballata sontuosa. La tenue e “sotto strumentata” Love Don’t Let Me Down precede The Magic Kid, altra folk song purissima e dal solito accompagnamento pulito e di gran classe. Il dischetto termina con Love Is So Easy, molto John Prine primo periodo (testo ironico compreso) e graditi riff di organo stile sixties, e con Jealous Moon, chiusura malinconica e poetica per un album davvero notevole.

Ottime canzoni, musicisti di valore e produzione perfetta: Hayes Carll ormai è uno dei “nostri”.

Marco Verdi

Per Il Momento Può Ricominciare Con Lennon E Harrison In Paradiso: E’ Morto George Martin!

george-martin_81_140634c 50th Annual Grammy Awards - Press Room

Il 2016 si dimostra sempre più nefasto: è di questa mattina la notizia della scomparsa a Londra di Sir George Martin (però alla bella età di 90 anni), musicista, compositore, arrangiatore e produttore britannico il cui nome sarà per sempre legato a doppio-triplo filo a quello dei Beatles. Di formazione classica, Martin iniziò negli anni cinquanta come produttore ed arrangiatore per la Parlophone, collaborando più che altro ai cosiddetti comedy albums e a romanzi di narrativa in versione audio con sottofondo musicale: la svolta della sua carriera avvenne nel 1962, quando fu incaricato di produrre Love Me Do, il primo singolo dei Fab Four e il suo autentico battesimo nel mondo del rock’n’roll (anche se in realtà la prima session da lui patrocinata partorì How Do You Do It?, che poi però venne scartata).

Inizialmente il rapporto tra Martin e gli “Scarafaggi” era quasi di diffidenza, talmente lontani erano i mondi da cui provenivano: aristocratico e snob il produttore, proletari e ribelli i quattro ragazzi (addirittura George Martin all’inizio aveva giudicato Ringo Starr musicalmente inadeguato, rimpiazzandolo con Andy White); con il passare degli anni il reciproco rispetto aumentò, fino a non poter fare a meno l’uno degli altri.

Martin ebbe il merito di incoraggiare sempre lo spirito di sperimentazione dei Beatles, senza porre limiti ed interagendo con loro in tutti i modi possibili; di solito non viene considerato un genio della produzione (a differenza per esempio del contemporaneo Phil Spector, che aveva comunque inventato un suono), ma il suo contributo all’opera dei quattro boys di Liverpool è senza dubbio stato determinante: fu lui infatti a convincerli a registrare Please Please Me in versione più veloce (inizialmente era uno slow alla Roy Orbison), ma potrei fare decine di esempi (le sperimentazioni di Tomorrow Never Comes, il nastro al contrario di Rain, la parte orchestrale di Strawberry Fields Forever, fino all’apoteosi dell’album Sgt. Pepper, nel quale il suo contributo può essere quasi equiparato a quello dei quattro ragazzi).

Dopo la separazione dei Beatles nel 1970 (e con la delusione di non essere stato coinvolto in Let It Be, a favore proprio di Spector), George si dedicò alla produzione di una miriade di altri artisti, tra cui gli America, Jeff Beck, Kenny Rogers, Cheap Trick, Celine Dion, Pete Townshend (la trasposizione teatrale di Tommy) ed Elton John (il singolo Candle In The Wind reinciso in memoria di Lady Diana), oltre a comporre colonne sonore e realizzare album di musica classica dedicata a versioni orchestrali dei Beatles e non.

L’unico Scarafaggio con il quale ha collaborato negli anni è stato Paul McCartney, producendogli singoli come Live And Let Die o interi album come Tug Of War o Pipes Of Peace (ristampati di recente nella collana di riedizioni deluxe di Macca).

Come anche in altri recenti necrologi a mia firma, vorrei ricordare Martin con un brano a mia scelta, ed opto per In My Life, il cui assolo di piano, suonato proprio da George, è uno dei miei preferiti di sempre (con il suo “effetto clavicembalo” ottenuto accelerando il nastro, con la performance eseguita a velocità normale).

RIP Sir George.

Marco Verdi

*NDB. Naturalmente molti degli “espertoni” che affollano Twitter lo hanno confuso con George R.R. Martin, lo scrittore americano, autore del ciclo delle Cronache Del Ghiaccio e Del Fuoco e della serie televisiva Games Of Thrones, ma sono gli inconvenienti dell’era tecnologica e digitale, se vuole gli è consentito toccarsi, dicono che porti bene. Spero nel frattempo che il mio omonimo calciatore goda a lungo di buona salute!

Ennesimo Bravo Armonicista E Cantante Blues. Rob Stone – Gotta Keep Rollin’

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Rob Stone – Gotta Keep Rollin’ – Vizztone 

La Vizztone è una etichetta di cui Bob Margolin fu uno dei co-fondatori ad inizio 2007 e nel corso degli anni si è costruita un roster di artisti che non gravitano solo nell’area del blues più canonico ma si allarga a comprendere anche artisti soul e R&B (a questo proposito se non lo avete già letto altrove mi dispiace segnalare la morte del grande cantante Otis Clay, avvenuta lo scorso’8 gennaio), spesso già in azione in ambito indipendente ma che con l’aiuto di questa etichetta, faticosamente cercano di raggiungere una maggiore diffusione a livello internazionale, Tra i tanti messi sotto contratto dalla Vizztone c’è anche Rob Stone, di cui questo Gotta Keep Rollin’ è in effetti già uscito a settembre 2014 (ma come dice il famoso detto “meglio tardi che mai”). Si tratta del quarto (o quinto CD) di Stone, ma i primi tre sono fuori produzione da tempo e il quarto, una antologia, viene venduto solo ai concerti dell’armonicista di Boston, che peraltro come molti degli adepti del Blues vive e opera in quel di Chicago da parecchio tempo https://www.youtube.com/watch?v=2eYHqkWKHDU .

Anche in questo album il nostro amico, che oltre a soffiare con vigore nel suo “attrezzo” è anche un buon vocalist, come evidenzia la copertina, si è circondato di un gruppo di musicisti tra i migliori nelle 12 battute classiche: Chris James, chitarrista in tutti i 12 brani del disco e co-produttore con Stone, John Primer, sempre alla chitarra, ospite in un paio di canzoni, il grande David Maxwell al piano in molte tracce e Henry Gray agli 88 tasti in Wired And Tired, più Eddie Shaw al sax in un paio di brani e la sezione ritmica fissa, composta da Patrick Rynn al basso e Willie Hayes alla batteria, oltre ad un manipolo di altri musicisti che si sono divisi tra gli studi di Chicago, Illinois e Tempe, Arizona, dove è stato registrato il disco. Non vi dirò, mentendo, che siamo di fronte ad un capolavoro, ma ad un onesto e solido disco di blues classico, destinato soprattutto agli appassionati del genere, ma anche se non siete degli stretti adepti troverete comunque motivi per un piacevole e corroborante ripasso degli stilemi classici del genere. Sei brani originali firmati dalla triade Stone/James/Rynn e sei cover di brani non celeberrimi: si spazia dal classico Chicago Blues dell’iniziale Wait Baby con il dualismo tra solista di James e l’armonica di Stone che canta con voce sicura sul drive ondeggiante della ritmica, Wonderful Time di Sonny Boy Williamson, oltre all’armonica indaffaratissima ci consente di gustare il piano swingante di David Maxwell.

Lucky 13 è uno shuffle come mille, sempre piacevole comunque, grazie alla chitarra di Primer; Anything Can happen è uno dei due brani che prevede la presenza del sax di Eddie Shaw e va di jump & boogie, come pure, lo dice il titolo, Move Baby Move, con She Belongs To Me che grazie alla sua batteria accarezzata con spazzole dell’ospite Frank Rossi ha un approccio più ricercato. Strollin’ With Sasquatch è l’unico strumentale dell’album, uno slow dove Rob Stone dà fiato con vigore alla sua armonica, con Wired And Tired che ha un bel feel alla Muddy Waters, anche grazie, di nuovo, al piano scandito di Henry Gray e Cold Winter Day, ancora con Primer alla solista, è una cover di un brano di Blind Willie McTell, un altro bel lento dove oltre alla chitarra si apprezzano il piano di Maxwell e l’immancabile armonica. It’s Easy To Know How è l’unica canzone dove si vira leggermente verso un ambientazione R&B, per poi tornare alla “retta via” con Blues Keep Rollin’ On e concludere in bellezza con la swingante Not No Mo’ che ci permette di gustare in azione di nuovo tutti i solisti del disco in un divertente finale.

Bruno Conti

Quanto A Talento Anche Qui Non Si Scherza, “L’Album Americano” Di Laura Marling – Short Movie

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Laura Marling – Short Movie – Ribbon Music/Caroline/VIrgin/Universal

Laura Marling ha compiuto 25 anni il 1° febbraio scorso, ma in cinque anni di carriera ha già pubblicato cinque album; il primo Alas, I Cannot Swim, uscito in concomitanza del suo 18esimo compleanno. Ed è uno dei rari casi, in presenza di musica di qualità, in cui il successo commerciale e quello di critica sono sempre andati a braccetto. Mi è capitato alcune volte di parlare dei dischi della Marling sul Blog e non ho potuto giustamente esimermi dal magnificarne la bellezza, e anche per questo Short Movie non posso che confermare: siamo di fronte ad un talento in continuo divenire ed il nuovo album è assolutamente da gustare senza remore di alcun tipo. Nel titolo del Post parlo di “album americano”,  solo in quanto lo stesso è stato concepito ed influenzato dalla permanenza di Laura sull’altro lato dell’oceano, California e New York, soprattutto la prima, i luoghi dove ha vissuto per un paio di anni, anche se nel frattempo, alla fine del 2014, è tornata a vivere a Londra. Proprio a Londra era stato comunque completato e registrato il disco, con l’aiuto dei produttori Dan Cox Matt Ingram, quest’ultimo anche batterista e percussionista all’interno dell’album; il vecchio amico Tom Hobden dei Noah And The Whale (dove Laura aveva militato tra il 2006 e il 2008, fino alla fine della sua relazione amorosa con Charlie Fink), al violino e archi, Nick Pini (che nella presentazione del CD avevo erroneamente chiamato Pinki) al basso e la collaboratrice storica Ruth De Turberville al cello, completano il cast dei musicisti utlizzati nel disco. La stessa Laura Marling si è occupata delle chitarre, acustiche ed elettriche.

E qui sta la sorpresa nel sound del nuovo disco: il babbo di Laura le ha regalato una Gibson ES 335, e come lei stessa ha detto in varie interviste questo fatto ha inlluenzato profondamente il sound delle canzoni, tanto che in fase di presentazione aveva parlato addirittura (spaventandomi non poco) di album “elettronico”, forse anche per l’uso dei Pro-tools, utilizzati dagli assistenti al mixaggio. Per fortuna gli ingredienti tecnici e strumentali, per quanto importanti, non hanno inficiato la qualità dei brani, come al solito molto elevata e anche se possiamo parlare di un suono più elettrico, a tratti, lo stile della Marling rimane quel folk classico con innesti rock e la vicinanza ai nomi classici del cantautorato, Joni Mitchell in primis, ma anche Suzanne Vega, e gli alfieri del nuovo folk-pop, oltre ai citati Noah And The Whale, Mumford and Sons, Johnny Flynn, spesso suoi compagni di avventura, senza dimenticare quelle influenze di Pentangle (quindi Renbourn e Jansch, ma anche Donovan e Incredible String Band) Fairport Convention, Sandy Denny, Linda Thompson, e dischi classici del rock britannico, come Led Zeppelin III o i Pink Floyd più bucolici. Ovviamente per molti di questi nomi si può che parlare di influenze indirette, magari la nostra amica manco li conosce o li frequenta, ma si “respirano” nel panorama inglese e nei suoi dischi, forse incosciamente https://www.youtube.com/watch?v=mUnZybH1nTE .

Questo “lavoro” sul timbro della voce conferisce a tratti un’aura sognante alle canzoni, come nell’iniziale Warrior, percorsa anche da effetti sonori e percussioni varie che arricchiscono il tessuto del brano, per il resto sorretto solo dall’arpeggio della chitarra acustica, ma l’eco, la voce che si avvicina e si allontana danno un tocco di magia che la rende più affascinante, inizio intrigante. In False Hope appare la prima chitarra elettrica, il suono si fa decisamente più rock, un riff “sporco” e ripetuto che prelude all’ingresso della batteria, ma sempre con effetti e tocchi geniali che rendono più incisivo il risultato sonico, che qualcuno ha paragonato alle cavalcate di PJ Harvey,  eroina del rock alternativo britannico, altri ci hanno visto echi di Patti Smith e dei Velvet Underground, comunque lo si veda brano eccellente, canzone ispirata dall’incontro ravvicinato con l’uragano Sandy a New York, e che nei primi reportage sul disco era stata presentata erroneamente come Small Poke (mi ero fidato anch’io di quanto letto, ciccando di brutto). I Feel Your Love, una canzone su un amore contrastato almeno a livello cerebrale, vive sugli spunti della chitarra acustica fluida e vivace della Marling, e si colloca musicalmente a metà strada tra la divina Joni e Suzanne Vega, con il lavoro del cello e degli archi che nebulizzano il suono. Walk Alone con la sua chitarra elettrica gentilmente pizzicata profuma di California e della gloria mai passata della West Coast più geniale, con Laura che cerca anche degli arditi falsetti che ricordano sempre quella signora di cui sopra, mentre il solito cello provvede a rendere più corposo il tutto. In Strange Laura Marling assume una tonalità vocale sardonica, maliziosa, quasi “perfida”, nel suo fustigare questo uomo sposato che ama la protagonista della canzone, ma diventa a sua volta il protagonista negativo del brano, che musicalmente, tra percussioni e chitarre acustiche, si situa in quella nicchia che sta tra i Led Zeppelin e i cantautori acustici dei primi anni ’70. Don’t Let It Bring You Down racconta della sua permanenza californiana a Sliver Lake, il primo luogo da poter chiamare casa, dopo sei anni vissuti girovagando, il pezzo sembra, anche vocalmente, una canzone dei primi Pretenders di Chrissie Hynde, se avessero voluto dedicarsi al folk-rock, e prende il meglio di entrambi i mondi, l’eleganza del folk e la briosità del pop.

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Easy contiene un verso tra i più visionari del disco “How did I get lost, looking for God on Santa Cruz? Where you go to lose your mind.  Well, I went too far this time” e musicalmente naviga ancora i mari della folk music più raffinata, con influenze quasi orientaleggianti nel cantato onirico e nel fingerpicking della chitarra. Gurdjieff Daughter’s cerca di raggiungere la “quarta via” proposta dal mistico e filosofo armeno, ma musicalmente sembra quasi un brano dei primi Dire Straits, un bellissimo pezzo elettrico cantato in piena souplesse dalla Marling, che si gode questo tuffo in una canzone costruita secondo la migliore tradizione della musica pop e rock, fin nel tintinnare delizioso delle chitarre elettriche. E anche Divine, che ha quasi gli stessi accordi del brano precedente, in versione acustica, con armonie vocali appena accennate e le solite sparse coloriture del gruppo di musicisti presente nel disco, si ascolta con grande piacere, mentre How Can I, è Joni Mitchell allo stato puro, tra Blue e Hejira, con le sue percussioni dal colpo secco, il borbottio del contrabbasso, le chitarre acustiche nervose e piccoli accenni di elettrica, forse il centrepiece dell’intero album, breve ma bellissima. Howl At The Moon è una sorta di blues elettrico, leggermente psichedelico, con la chitarra elettrica che disegna una traiettoria circolare quasi onirica e il cantato molto rarefatto, volutamente minimale, che moltiplica il fascino austero della canzone. Short Movie, la canzone che dà il titolo a questa raccolta, è uno dei brani più “strani” del disco, con degli archi dal suono leggermente dissonante, una sezione ritmica incalzante, inserti sonori che illustrano questo ipotetico “film breve” che raggiunge il suo climax nel crescendo finale https://www.youtube.com/watch?v=DdCdT_dcmUI . Si conclude con Worship Me, una ode quasi mistica a Dio, condotta nella prima parte solo da una chitarra elettrica, che poi viene avvolta dalle volute malinconiche della sezione archi, per questa mini sinfonia concertante, che illustra ancora una volta la costante crescita di questa magnifica cantautrice.

Esce domani.

Bruno Conti

Anche Lui No! Se Ne E’ Andato Lou Reed 1942-2013 R.I.P.

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Si sapeva che da un po’ di tempo non stava bene, Lou Reed aveva subito un trapianto di fegato a maggio, ma dato per morto varie volte era sempre “risorto” a nuova vita. A luglio, a Pavia, durante il concerto, il suo amico Garland Jeffreys aveva detto che tutto andava bene e si stava riprendendo ma, anche se le cause della morte non sono ancora state rese note, evidentemente non era così. La notizia si sta diffondendo come un fulmine sui vari siti e poi magari ci ritornerò con calma nei prossimi giorni con un omaggio più ponderato. Ma per il momento, sfruttando le possibilità della rete, questo è un viaggio a ritroso nella sua musica, partendo dall’ultima collaborazione con i Metallica.

Let The Music Speak!

 

 

Sono troppe quelle belle, le ultime due.

 

 

E per finire.

Forse non è il giorno migliore ma sicuramente in un mondo perfetto la notizia della morte di Lou Reed, sarebbe stata la notizia più importante del Telegiornale, ma non lo è e quindi, condoglianze a Laurie Anderson, la compagna degli ultimi anni e riposa comunque in pace vecchio Lulu!

Bruno Conti

Ironia Della Sorte! E’ Scomparso Anche Johnny Otis – The Godfather Of Rhythm & Blues

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Johnny Otis – 28-12-1921/17-01-2012

Batterista, Dj, Direttore d’orchestra, cantante, ma soprattutto scopritore di talenti e uno dei più grandi musicisti della storia del R&B che ha contribuito a lanciare, è morto 4 giorni fa a Los Angeles, California, dove era nato 90 anni fa (spero di vecchiaia). Non per nulla era noto come “Il Padrino del Rhythm And Blues”, da non confondere con il Godfather Of Soul, James Brown!

Ironia della sorte, perchè era stato proprio lui lo scopritore di Etta James, per la quale produsse Roll With Me, Henry conosciuta anche come The Wallflower,il suo primo successo a inizio anni ’50. Nella Johnny Otis Orchestra poi conosciuta come Johnny Otis Show hanno militato anche Little Esther(Phillips) e Big Jay McNeely. Il suo più grande successo fu Willie And The Hand Jive del 1958 poi ripresa anche da Eric Clapton in 461 Ocean Boulevard.

E’ stato anche il padre di Shuggie Otis, grande chitarrista e cantante e talento inespresso, nonchè degno figlio di tanto padre!

Ringrazio il lettore del Blog Stefano Palladini che lo ha segnalato nei Commenti. Qualcosa ogni tanto sfugge, non riesco a tenere tutto sotto controllo.

Bruno Conti

Etta James 25-01-1938/20-01-2012. Se Ne E’ Andata La Seconda Più Grande Cantante Della Musica Soul Di Tutti I Tempi!

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Ovviamente la numero 1 è “The Queen Of Soul” Aretha Franklin. Ma mentre Aretha da più di trent’anni non fa un disco degno della sua fama, Etta James, ancora due mesi fa ha pubblicato un disco bellissimo The Dreamer. Anche se era già minata dalla malattia, prima l’Alzheimer e poi una leucemia terminale, ha voluto lasciare un ultimo testamento sonoro a suggello di una carriera straordinaria iniziata negli anni ’50 come cantante dell’orchestra di Johnny Otis e le registrazioni con la Modern Records che sono state ristampate in CD a cura dell’inglese Ace Records in un doppio The Complete Modern and Kent Recordings nel 2005.

La stessa Ace su etichetta Kent, recentemente stava provvedendo a ristampare anche il suo catalogo completo pubblicato su Chess Records e la stessa Universal, la casa discografica attuale, ha pubblicato, come Hip-o-Select, quindi curatissimo, un meraviglioso cofanetto quadruplo Heart And Soul/A Retrospective che contiene tutto quello che dovreste avere di Etta James e anche di più.

Dopo una lunga pausa discografica, dal 1989 ha girato moltissime etichette pubblicando sempre degli album più che dignitosi spesso eccellenti per approdare alla Verve, etichetta storica, per l’ultimo saluto.

Non ha gradito molto il fatto che a cantare la sua At Last alla Casa Bianca per l’insediamento di Obama fosse stata chiamata Beyoncé (che già l’aveva interpretata nel film Cadillac Records sulla storia della Chess Records) e non gliela ha mandata a dire! Poi si è minimizzato dicendo che era dovuto alla demenza senile ma secondo me era sgorgato direttamente dal cuore (e al cuore e al talento non si comanda)!

Rimane una delle più grandi cantanti di tutti i tempi, in qualsiasi genere e nonostante una vita travagliata dove droghe e alcol hanno avuto una parte non secondaria il suo lascito sonoro è incredibile, perfino una rivista patinata come è diventata Rolling Stone ancora recentemente l’aveva inserita al 22° posto nei “100 Greatest Singers Of All Time”, in una classifica dove al primo e secondo posto c’erano i “suoi rivali” Aretha Franklin e Ray Charles. Alcune sue canzoni rimarranno indimenticabili e le potete ascoltare in questo Post perché qui si parla (e si ascolta musica)!

RIP Jamesetta Hawkins, Miss Peaches. Avrebbe compiuto 74 anni fra quattro giorni.

Bruno Conti