Eccolo Qua, Puntuale Come Sempre, Per Fortuna Ogni Nove Anni Ritorna! Randy Newman – Dark Matter

randy newman dark matter

Randy Newman – Dark Matter – Nonesuch/Warner

Undici album di studio, compreso il nuovo, in circa cinquanta anni di carriera discografica, visto che il primo album omonimo risale al 1968 (ma già nel 1962 pubblicava un primo singolo), forse non sembrano molti: ma in mezzo ci sono stati anche due album dal vivo, i tre volumi della serie Songbook dove ha rivisitato parte del suo repertorio con nuove versioni incise per solo voce e piano, 3 antologie, un musical, Faust e una miriade di colonne sonore di film, si parla di almeno 24 film o serie televisive che hanno goduto delle delizie della penna di Randy Newman, perché di lui stiamo parlando, componente di una delle dinastie musicali più importanti proprio nell’ambito delle colonne sonore, con tre zii e quattro cugini impiegati a pieno regime dall’industria cinematografica per creare gli scores di una una infinita serie di film delle più disparate tipologie. Non a caso lo zio Alfred Newman ha vinto nove Oscar, l’altro zio Lionel un Oscar, e il terzo zio è stato “solo” nominato una volta, mentre tra i cugini solo nominations, con Randy che però due Oscar li ha vinti, per le canzoni di Monsters & Co Toy Story 3. Come ricordo nel titolo, casualmente, o forse no, gli ultimi tre album di Randy Newman sono stati tutti divisi da un arco temporale di nove anni: Bad Love uscito nel 1999, Harps And Angels uscito nel 2008, e ora questo Dark Matter nel 2017. Ancora una volta a produrre il disco ci sono Mitchell Froom e il veterano Lenny Waronker (ex presidente della Warner Bros Records e della Dreamworks), nonché, per l’occasione, anche l’ingegnere del suono David Boucher, mentre nel disco, come sempre, suona una pattuglia di eccellenti musicisti: oltre a Newman al piano e Mitchell Froom alle tastiere, Blake Mills alla chitarra, David Piltch al basso e Matt Chamberlain alla batteria, ma anche molti musicisti impiegati per le parti orchestrali e fiatistiche, e pure vocali, eleganti e complesse come di consueto: Ne consegue quindi un disco che è l’ennesimo gioiellino, raffinato e variegato, come d’uso nella discografia dell’occhialuto musicista di Los Angeles, uno dei più geniali, ironici, a volte sardonici, intelligenti e per certi versi, imprevedibili, artefici della musica popolare americana.

Nonostante questo curriculum strepitoso Randy Newman rimane fondamentalmente un artista di culto: solo Little Criminals, il suo disco del 1977 (e forse anche il migliore in assoluto, certo il più popolare, quello con Short People https://www.youtube.com/watch?v=8bfyS-S-IJs), è entrato nei Top 10 delle classifiche americane arrivando fino al nono posto, anche se la colonna sonora di Cars, che illustra il suo lato più ludico e divertente (insieme a molte altre realizzate per la Walt Disney/Pixar), è giunta nel 2006 fino al 6° posto delle charts. Ma questo ci interessa relativamente, quello che importa è che i suoi dischi siano belli e, salvo rare eccezioni, lo sono sempre stati e questo Dark Matter non fa eccezione. Il nostro amico plasma la “materia oscura” per renderla ancora una volta una opera di superbo artigianato, come vogliamo definirlo, pop cameristico, ricco di melodie, ma anche di sorprese, cinico ma con punte di sentimentalismo non bieco, piccoli racconti surreali (e manca quello sul “coso” di Trump, che si doveva chiamare What A Dick e così forse non sapremo mai se ce l’ha più grande di Putin, che invece nell’album la sua canzone ce l’ha, come pure i fratelli Kennedy e Sonny Boy Williamson); insomma, per fortuna, il “solito” Randy Newman. Si parte con The Great Debate, una sorta di mini-suite di oltre otto minuti, dai continui cambi di tempo e di atmosfera, con fiati in stile New Orelans, elementi blues, momenti sospesi tra “buie” esplosioni di archi quasi classicheggianti, improvvise scariche di neo-dixieland, gospel, intermezzi per voce e piano in cui dialoga con sé stesso sui grandi sistemi della religione, dei cambi climatici, dell’astrofisica, della politica, della scienza in generale, poi improvvise ripartenze gospel-soul degne del miglior Allen Toussaint o Dr. John, ma anche di Mister Newman, con i suoi musicisti sempre senza limiti di sorta nella loro calibrata e “scientifica” inventiva sonora.

Brothers è un dialogo immaginario tra i fratelli John e Robert Kennedy che parlano dell’invasione della Baia dei Porci, con il primo che poi confessa di un suo particolare amore per la musica di Celia Cruz (?!?), con la musica che si dipana su temi quasi da musical, tra archi e fiati sontuosi, mentre la voce partecipe e quasi affettuosa di Randy ci narra di queste vicende di Jack e Bobby, inventate ma assai verosimili, con un finale a tempo di rumba o salsa dedicato alla Cruz, che parte quando viene nominata, il tutto di una raffinatezza quasi impossibile da qualcuno che non sia Newman. E siamo solo al secondo brano. Poi tocca a Putin, una satira-canzone pare ispirata da una “rara” foto del leader russo a torso nudo, che rimugina sul suo potere e quello della sua nazione, mentre la canzone miscela temi popolari simil-russi al pop raffinato tipico di Newman, passando di nuovo per il musical, questa volta in puro stile Broadway, mentre Randy declama e le voci femminili, le Putin Girls (ricorda qualcosa?), gli rispondono in un classico call and response giocato sul “Putin if you put it Will you put it next to me?”. Questo dovrebbe essere il singolo dell’album ed in effetti è uno dei brani più “spensierati”. Lost Without You è una delle due canzoni che trattano il tema della famiglia, una ballata malinconica e crepuscolare, con solo la voce e il piano di Newman sottolineati da una sezione di archi.

Sonny Boy è la storia di Sonny Boy Williamson, il grande bluesman nero, anzi dei due “grandi bluesmen” neri, perché quando Rice Miller viaggia verso il Nord scopre che ne esiste già uno: ma mentre il primo, che è la voce narrante, viene ucciso in una rapina nel 1948, il secondo trova fama e fortuna arrivando fino in Inghilterra dove viene omaggiato da band come gli Yardbirds e gli Animals che incidono con lui, ma nella canzone di Newman, tra marcetta e blues canonico fiatistico, quello che va in Paradiso, pare il primo bluesman ad entrarvi, è il primo dei due, perché leggenda vuole che le sue ultime parole furono “Lord have mercy e il Signore ricordò. It’s A Jungle Out There è uno dei brani più vivaci e tipici del canone sonoro più disimpegnato del cantautore californiano, piacevole ma forse non memorabile, anche se il piano comunque viaggia alla grande; She Chose Me è un’altra ballata orchestrale in cui come è noto il nostro eccelle, per una volta niente cinismo, ma solo una romantica melodia ,sempre ricca di raffinata melancolia e dedicata alla “most beautiful girl that I’ve ever seen”. Anche On The Beach ha quell’aria retrò ed old fashioned, un po’ jazz e un po’ café-chantant, con cui Newman di solito riveste le sue vignette, questa volta la storia di un vecchio “surfer” ormai fuori di testa che non si è mai mosso dalla sua spiaggia e ricorda ancora i Beatles e un passato nebuloso, forse perduto, ma mai dimenticato del tutto. Chiude l’album l’ultima delle ballate romantiche e tangenti, surreali persino, almeno nel testo, Wandering Boy, un’altra delle composizioni senza tempo, solo per voce e pianoforte, che sono da sempre la cifra stilistica del grande cantautore di LA, che ancora una volta a 73 anni conferma di non avere perso il suo speciale “magic touch”. Prossimo appuntamento nel 2026!

Bruno Conti

La “Fratellanza” Colpisce Ancora! Chris Robinson Brotherhood – Barefoot In The Head

chris robinson brotherhood barefoot in the head

Chris Robinson Brotherhood – Barefoot In The Head – Silver Arrow Records CD

Uno dei dischi migliori usciti di recente è sicuramente quello dei Magpie Salute http://discoclub.myblog.it/2017/06/06/quasi-black-crowes-the-magpie-salute-the-magpie-salute/ , l’esordio della nuova band di Rich Robinson, il fratello minore di Chris, chitarrista storico dei Black Crowes, uno dei gruppi che dagli anni ’90 ha raccolto con più vigore il testimone del rock “classico”, quello che passando per il sound “britannico” di Stones, Faces, Humble Pie, ma anche il sound sudista della loro nativa Georgia, le influenze della musica soul e R&B nera, si è poi arricchito con lo stile jam dei Grateful Dead, il country-rock “cosmico”, la musica della West Coast.e l’Americana Sound della Band e dei Little Feat, tanto per citare alcune delle influenze dei fratelli Robinson: ma ce ne sono mille altre, messe in evidenza sia nei dischi e nei concerti dei Crowes, quanto nelle band che sono venute dopo, non ultimi, come si diceva poc’anzi, i Magpie Salute. Come è noto i due fratelli hanno sempre avuto un rapporto che definire conflittuale vuol dire minimizzare le cose, pur senza arrivare ai limiti “fisici” dei fratelli Gallagher, si sono lasciati e ripresi più volte, l’ultima volta sembrerebbe in modo definitivo nel 2013, anche se già dall’anno precedente sia Rich Robinson che Chris Robinson con i suoi Brotherhood, avevano iniziato una carriera parallela, come vogliamo definirla, solista.

Visto che una reunion sembra improbabile, ma visti i precedenti mai dire mai, concentriamoci sui dischi del post Black Crowes: detto che, a mio parere, l’album dei Magpie Salute pare superiore a tutto ciò che è uscito finora dall’ingegno dei due fratelli, anche questo Barefoot In The Head è un disco eccellente, forse il migliore della band sino a questo momento, probabilmente insieme al primo Big Moon Ritual, che però era decisamente più orientato verso uno stile jam ed improvvisativo, comunque sempre presente nelle esibizioni live, come confermato dal recentissimo terzo capitolo della serie Betty’s Blends, uscito solo a maggio. Come è noto nei Brotherhood, oltre a Chris, suona anche Adam MacDougall dei vecchi Crowes, mentre il resto della band originale è confluito con Rich nei Magpie Salute; però nella formazione milita un altro eccellente musicista nella persona di Neal Casal, uno dei chitarristi (e cantautori, quando ha voglia e tempo, tra un impegno e l’altro) più validi della scena roots-rock americana. Non è il caso dei CRB, dove Chris Robinson è l’autore di tutti i brani, anche in questo Barefoot In The Mind (sarebbe “scalzo nella mente”, forse a voler indicare  una maggiore libertà nei temi musicali del nuovo album): il sound si è fatto decisamente più “californiano”, anche rilassato e con elementi country per certi versi, ma non mancano episodi dove il rock più grintoso è comunque protagonista.

Prendiamo, per esempio, l’iniziale Behold The Seer (che come tutte le canzoni del CD veleggia tra i quattro e i cinque minuti) che frulla un vivace groove funky-rock della sezione ritmica e del clavinet di MacDougall, con le chitarre choppate di Casal e Robinson, in un brano che richiama dei Little Feat più solari e rilassati, e dove la voce rauca di Chris si accoppia a coretti deliziosi, mentre anche una inconsueta armonica si divide gli spazi solisti con la chitarra di Neal in un clima corale gioioso. She Shares My Blanket è più languida e “campagnola”, molto westcoastiana, tra florilegi pianistici, di banjo e le chitarre quasi accarezzate, in un mood che non sarebbe dispiaciuto ai cultori del country-rock più classico ma anche ai CSNY o ai Grateful Dead più pastorali, comunque la si giri veramente bella e cantata in modo perfetto da un Robinson veramente ispirato che rimanda anche al Rod Stewart dei primi dischi solisti. Hark, The Herald Hermit Speaks (la fantasia per i titoli, di brani e album, non gli fa mai difetto), con un organetto molto sixties che doppia il piano, una chitarra lap steel che da languida man mano si fa più incalzante, come il resto del brano, dai tratti sonori più vibranti, soprattutto nella grintosa parte centrale e finale dove la chitarra si prende i suoi spazi.

Blonde Light Of Morning sta in quel territorio che si trova tra Laurel Canyon e il Canada intimista del migliior Neil Young, una andatura pigra e ciondolante, armonie avvolgenti che evocano i Beatles o i migliori CSNY già citati, e un inserto tagliente in modalità slide della chitarra di Casal. Lo dico o non lo dico? Lo dico: l’incipit di chitarre acustiche di Dog Eat Sun mi ha ricordato moltissimo quelli dei primi dischi degli America, che non erano per nulla disprezzabili, anzi, quel country easy listening deluxe e di gran classe che aveva attirato anche l’attenzione di George Martin, uno che di voci se ne intendeva; poi il brano si evolve in modo più complesso e quasi psych, ma mantenendo elementi acustici nel suo dipanarsi, con l’intervento di un vecchio synth analogico nel finale. Un piano blues barrelhouse ci introduce a una Gold Star Woman che mantiene questo spirito da 12 battute quasi classiche, ma è tra le canzoni meno riuscite e coinvolgenti del disco, a parte l’intermezzo strumentale quasi psichedelico nella parte centrale e finale che vira su lidi alla Grateful Dead e dal vivo potrebbe fare faville.

A proposito di GD, High Is Not The Top, ricorda quelli più acustici e country di American Beauty Workingman’s Dead, ma anche Dillards, Nitty Gritty e il lato più tradizionalista del country-rock, con l’armonica di Chris che svolge il ruolo che era del violino in quei dischi, e alla fine in fondo si respira l’aria californiana di Marin Country, dove è stato registrato questo Barefoot In the Head, mentre If You Had A Heart To Break potrebbe ricordare sia i Black Crowes più pastorali dell’ultimo periodo, ma anche (ogni tanto l’intercalare Veltroniano si insinua) il classico sound rootsy-Americana à la Band, della bellissima If You Had A Heart To Break, con i suoi quasi 6 minuti il brano più lungo del CD, ma neppure un secondo è sprecato, chitarre acustiche ed elettriche come piovesse, tastiere ovunque e Chris che la canta con una souplesse invidiabile, senza dimenticare le classiche variazioni di tempo, che ora rallenta ed ora accelera come nei migliori pezzi del songbook di Robinson. Glow si apre acustica sul suono del sarod dell’ospite Alam Khan, che sembra quasi un dobro e poi si apre lentamente in calde volute tra psych e folk o tra oriente ed occidente, serena e quasi austera nella sua inconsueta dolcezza, un altro degli episodi migliori del CD che si chiude con Good To Know uno dei pezzi più freakattoni e jam dell’album, lisergica e sognante, come le tastiere di MacDougall, qui protagoniste e le chitarre di Casal, per rinverdire ancora una volta i suoni  della vecchia California, spesso rievocati in questo album dei CRB.

Bruno Conti

40 Anni Fa Se Ne Andava Elvis Presley, The King Of Rock’n’Roll!

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Il 16 agosto del 1977 se ne andava Elvis Aaron Presley: la storia sicuramente la conoscete, ma comunque prima succedeva questo…

 

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Elvis 1956, ancora The Pelvis, all’Ed Sullivan Show.

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Il “Ritorno” del ’68.

 

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Alle Hawaii nel 1973.

elvis 1977

“Fat” Elvis 1977, anche alla fine la classe non mancava.

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Elvis Presley 2017, “l’ultimo” disco: qui iniziò tutto.

Il più visto e forse il miglior Elvis.

That’s all(right), per il resto chiedere a Vince Breadcrump.

Bruno Conti

Uscite “Ferragostane”: Fairport Convention, Tubes, David Rawlings, Interpol, Steve Howe, Paul Kelly, Steven Wilson, Neil Young, Jerry Douglas

tubes the a&m album fairport convention the cropredy box

Un breve giro sulle più interessanti uscite discografiche del periodo ferragostano (sempre scelte in base ai gusti del Blog). si tratta di titoli pubblicati l’11 agosto o previsti per il 18 agosto. Come vedete ci sono molti titoli anche abbastanza “importanti”, considerando che sia negli Stati Uniti che in Inghilterra agosto è un mese piuttosto ricco di nuove pubblicazioni e ristampe. Del disco delle sorelle Shelby Lynne Allison Moorer avete già letto nei giorni scorsi, come pure delle ristampe di Pete Townshend, altre recensioni sono previste nei prossimi giorni, per cui vediamo in breve (si fa per dire) il resto in questo resoconto.

La Universal ha pubblicato lo scorso venerdì quel bel cofanetto da 5 CD che vedete sopra e che raccoglie gli album dei Tubes usciti per la A&M negli anni ’70: il box, a prezzo speciale; esce per la Caroline e riporta quelli che vengono considerati i dischi migliori della band americana, fino a Remote Control del 1979, il disco prodotto da Todd Rundgren. Il gruppo di Fee Waybill aveva già all’epoca uno spettacolo dal vivo “esagerato”, come testimoniato dall’eccellente What Do You Want From Live, e come può confermare il sottoscritto che li ha visti al Palazzetto Dello Sport di Cucciago nel 1981, con continui cambi di abito del cantante, un gruppo di cantanti/ballerine scatenate, strumenti montati su piattaforme mobili che si muovevano di continuo sul palco, compresa la batteria, e una pattuglia di eccellenti musicisti, dove spiccavano appunto il batterista Prairie Prince, il tastierista Vince Welnick (poi anche nei Grateful Dead) e il chitarrista Bill Spooner, oltre al bravissimo cantante e leader carismatico Fee Waybill. Il primo album della band californiana, quello omonimo del 1975, prodotto da Al Kooper, e contenente Mondo Bondage, What Do You Want From Life White Punks On Dope, è probabilmente il migliore, ma anche il succitato Live e Young And Rich propongono questa miscela di rock classico, anche hard a tratti, punk ante litteram, comunque molto raffinato, svolazzi glam rock e testi satirici ed esagerati, il tutto suonato con grande perizia, una sorta di Roxy Music all’americana misti ad elementi bowiani e anche dello Zappa più commerciale. L’ultimo filmato è del 1983 ma è per avere una idea dello spettacolo pantagruelico che erano in grado di montare, altro che Lady Gaga.

Ecco la tracklist completa del box, con gli album remastered e arricchiti con qualche bonus:

 [CD1: The Tubes]
1. Up From The Deep
2. Haloes
3. Space Baby
4. Malaguena Salerosa
5. Mondo Bondage
6. What Do You Want From Life
7. Boy Crazy
8. White Punks On Dope

[CD2: Young And Rich]
1. Tubes World Tour
2. Brighter Day
3. Pimp
4. Stand Up And Shout
5. Don’t Touch Me There
6. Slipped My Disco
7. Proud To Be An American
8. Poland Whole / Madam I’m Adam
9. Young And Rich
Bonus Track:
10. Love Will Keep Us Together

[CD3: Now]
1. Smoke (La Vie En Fumer)
2. Hit Parade
3. Strung Out On Strings
4. Golden Boy
5. My Head Is My House Unless It Rains
6. God-Bird-Change
7. I’m Just A Mess
8. Cathy’s Clone
9. This Town
10. Pound Of Flesh
11. You’re No Fun

[CD4: What Do You Want From Live]
1. Overture
2. Got Yourself A Deal
3. Show Me A Reason
4. What Do You Want From Life
5. God-Bird-Change
6. Special Ballet
7. Don’t Touch Me There
8. Mondo Bondage
9. Smoke (La Vie En Fumer)
10. Crime Medley
11. I Was A Punk Before You Were A Punk
12. I Saw Her Standing There
13. Drum Solo
14. Boy Crazy
15. You’re No Fun
16. Stand Up And Shout
17. White Punks On Dope

[CD5: Remote Control]
1. Turn Me On
2. TV Is King
3. Prime Time
4. I Want It All Now
5. No Way Out
6. Getoverture
7. No Mercy
8. Only The Strong Survive
9. Be Mine Tonight
10. Love’s A Mystery (I Don’t Understand)
11. Telecide
Bonus Tracks:
12. Drivin’ All Night
13. White Punks On Dope Parts A & B

 

Quest’anno per festeggiare i 50 anni della loro carriera è uscito un bellissimo cofanetto da 7 CD sui loro primi anni http://discoclub.myblog.it/2017/08/06/supplemento-della-domenica-ma-quanto-sono-grandi-i-loro-archivi-fairport-convention-come-all-ye-the-first-ten-years/ , qualche mese prima era uscito anche un disco dal vivo, sempre per ricordare l’evento, e ora la Talking Elephant ripubblica il cofanetto dei concerti tenuti nel 1997 per i 30 anni di attività dei Fairport Convention: The Cropredy Box è un cofanetto di 3 CD che raccoglie il meglio dei concerti di quell’anno, quando si esibirono sul palco praticamente tutti i componenti passati della band ancora in vita, con l’eccezione di Iain Matthews, e con qualche ospite a sorpresa.

Al solito ecco la lista completa dei contenuti del cofanetto.

Tracklist
[CD1]
1. Intro (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
2. Wings (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
3. Jack O’ Diamonds (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
4. Time Will Show The Wiser (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
5. Mr. Lacy (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
6. Suzanne (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
7. Genesis Hall (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
8. Million Dollar Bash (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
9. Come All Ye (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
10. Reynardine (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
11. Matty Groves (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)

[CD2]
1. Danny Boy (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
2. Intro (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
3. Walk Awhile (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
4. Now Be Thankful (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
5. Poor Will And The Jolly Hangman (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
6. Angel Delight (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
7. Rain (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
8. Cut Across Shorty (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
9. Sloth (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
10. Rosie (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
11. Solo (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)

[CD3]
1. John Barleycorn (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
2. Wat Tyler (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
3. Red And Gold (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
4. Jewel In The Crown (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
5. Woodworm Swing (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
6. John Gaudie (Medley): John Gaudie / Jack Broke Da Prison Door / Donald Blue / The Bonny Isle O’ Whalsay / John Gaudie [Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97]
7. Fiddlestix (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
8. Dirty Linen (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
9. Si Tu Dois Partir (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
10. Meet On The Ledge (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
11. Seventeen Come Sunday (Bonus Studio Track)
12. April Fool (Bonus Studio Track)

Va bene ho barato, l’ultimo video è del 1998.

david rawlings poor david's almanack

Sempre l’11 Agosto è uscito anche il nuovo disco di David Rawlings Poor David’s Almanack, l’etichetta è la Acony, la stessa che pubblica anche abitualmente i dischi di Gillian Welch, che appare ovviamente anche in questo disco, come co-autrice in cinque brani, impegnata alle armonie vocali e che ha curato la parte grafica dell’album. Visto che poi nei prossimi giorni ho intenzione di recensirlo, avendolo già sentito bene, mi limito a dire che è molto bello e che tra i molti musicisti che appaiono nel CD ci sono Brittany Haas al violino, Ketch Secor Willie Watson degli Old Crow Medicine Show, Taylor Griffin Goldsmith dei Dawes, Paul Kowert dei Punch Brothers. Produce lo stesso Rawlings con l’aiuto dell’ingegnere del suono Ken Scott (proprio quello dei dischi storici di David Bowie, Elton John, Supertramp, Lou Reed e tantissimi altri), e infatti il disco ha un suono caldo ed avvolgente.

Il resto lo leggerete nella recensione, queste sono le canzoni incluse.

1. Midnight Train
2. Money Is The Meat In The Coconut
3. Cumberland Gap
4. Airplane
5. Lindsey Button
6. Come On Over My House
7. Guitar Man
8. Yup
9. Good God A Woman
10. Put Em Up Solid

interpol our love to admire 10th anniversary edition

Sempre in ambito ristampe è stata pubblicata anche, per il 10° Anniversario dall’uscita dell’album originale, questa edizione doppia Deluxe di Our Love To Admire, il terzo album degli Interpol, la band indie-alternative rock di New York guidata da Paul Banks. Per l’occasione al disco originale è stato aggiunto un DVD Live At The Astoria, registrato sempre nel 2007 nel locale londinese (e che in parte era già presente nella Tour edition uscita all’epoca in alcuni paesi), e un libretto di 20 pagine.

[CD: Our Love To Admire]
1. Pioneer To The Falls
2. No I In Threesome
3. The Scale
4. The Heinrich Maneuver
5. Mammoth
6. Pace Is The Trick
7. All Fired Up
8. Rest My Chemistry
9. Who Do You Think
10. Wrecking Ball
11. The Lighthouse

[DVD: Live At The Astoria]
1. Pioneer To The Falls *
2. Narc
3. Mammoth
4. Rest My Chemistry *
5. Obstacle 1 *
6. Public Pervert *
7. Hands Away *
8. The Heinrich Maneuver
9. Evil
10. Not Even Jail *
11. NYC *
12. Stella Was A Diver And She Was Always Down *

* Previously Unreleased

steve how anthology 2

Nel 2015, sempre per la Rhino, era uscita una Anthology dedicata ai lavori solisti di Steve Howe: questa volta il volume due si occupa di brani tratti dai suoi lavori con gruppi vari (principalmente Yes Asia, ma anche le band psych-rock con cui ha suonato ad inizio carriera), oltre alle collaborazioni con altri artisti. Il CD è triplo e presenta naturalmente anche alcuni inediti e rarità.

CD1]
1. Maybellene – The Syndicats
2. On The Horizon – The Syndicats
3. Finger Poppin’ – The In Crowd
4. Blow Up – The In Crowd
5. You’re On Your Own – The In Crowd
6. My White Bicycle – Tomorrow
7. Claramount Lake (1999 Remastered Version) – Tomorrow
8. Revolution – Tomorrow
9. Why – Tomorrow
10. The Spanish Song – Canto
11. Beyond Winter – Bodast
12. Nothing To Cry For – Bodast
13. Roundabout – Yes
14. Montreux’s Theme – Yes
15. Tempus Fugit – Yes
16. Heat Of The Moment – Asia
17. One Step Closer – Asia
18. Lyin’ To Yourself – Asia
19. Masquerade – Asia
20. When The Heart Rules The Mind – GTR
21. Toe The Line – GTR

[CD2]
1. Brother Of Mine (Rock Edit) – Anderson, Bruford, Wakeman, Howe
2. Dangerous (Look In The Light Of What You’re Searching For) [Backing Track] – Yes
3. Without Hope You Cannot Start The Day (Backing Track) – Yes
4. Bring Me To The Power – Yes
5. From The Balcony – Yes
6. Nine Voices (Longwalker) – Yes
7. We Agree – Yes
8. Kenny’s Sound – Steve Howe Trio
9. Sweet Thunder – Steve Howe Trio
10. Wish I’d Known All Along – Asia
11. Over And Over – Asia
12. Through My Veins – Asia
13. Light The Way – Asia
14. Hour Of Need – Yes
15. Reno (Silver And Gold) – Asia
16. Believe Again – Yes

[CD3]
1. Traveller – Billy Currie
2. Time And A Word – Fish
3. Sweet Eternity – Paul Sutin & Steve Howe
4. Voyager – Paul Sutin & Steve Howe
5. Lily’s In The Field – Steve Howe & Annie Haslam
6. Turn Of The Century – Steve Howe & Annie Haslam
7. The Forgotten King (with Steve Howe) – Oliver Wakeman
8. Most Of A Man – Dean Dyson & Steve Howe
9. Cross That Bridge – Keith West & Steve Howe
10. Heaven – Keith West & Steve Howe
11. Strange Girl – Keith West & Steve Howe
12. Luxury Of Love – Keith West & Steve Howe
13. Curved Ball – Keith West & Steve Howe
14. Running In The Human Race – Max Bacon & Steve Howe
15. Hot Touch – Steve Howe & Max Bacon
16. Runway – Max Bacon & Steve Howe
17. Forever – Max Bacon & Steve Howe
18. Tell The Story – Max Bacon & Steve Howe
19. Slim Pickings – Ray Fenwick & Steve Howe

paul kelly life is fine

Sempre venerdì 11 agosto è uscito il nuovo album del cantautore australiano Paul Kelly, spesso presente sul Blog con i suoi dischi http://discoclub.myblog.it/2016/10/23/intrigante-ed-inconsueta-antologia-canzoni-funerale-paul-kelly-charlie-owen-deaths-dateless-night/. Anche questa volta l’etichetta europea è la Cooking Vinyl, e Life Is Fine, il 23° album di studio di Kelly, ad un veloce ascolto mi sembra uno dei suoi migliori in assoluto, un ritorno alle sonorità rock classiche che vede anche la presenza delle sorelle Linda & Vike Bull, spesso compagne di avventure di Paul negli anni passati.

steven wilson to the bone

Passiamo alle uscite del 18 agosto. Nuovo album anche per Steven Wilson, il quinto da solista per il leader dei Porcupine Tree. To The Bone viene pubblicato per la prima volta dalla Caroline Records del gruppo Universal, dopo una lunga serie di dischi pubblicati dalla Kscope. Secondo le parole di Wilson stesso si tratta di un omaggio al pop raffinato della sua giovinezza, quello di Kate Bush, Peter Gabriel, Talk Talk Tears Fears. Ma, aggiungo io, anche degli Xtc di Andy Partridge, che appare come co-autore in due brani: Nowhere Now e nella title-track. In To The Bone, la canzone, appare come ospite all’armonica anche Mark Feltham dei Nine Below Zero, mentre in Song Of I come vocalist aggiunta troviamo la cantante svizzera Sophie Hunger.

Lista completa dei brani.

1. To The Bone
2. Nowhere Now
3. Pariah (feat. Ninet Tayeb)
4. The Same Asylum As Before
5. Refuge
6. Permanating
7. Blank Tapes (feat. Ninet Tayeb)
8. People Who Eat Darkness
9. Song Of I (feat. Sophie Hunger)
10. Detonation
11. Song Of Unborn

Per gli amanti audiofili dell’opera di Wilson uscirà anche una versione in Blu-ray audio, e una in doppio LP, ma a 45 giri per una maggiore resa sonora e per i fans più scatenati e ricchi anche una versione speciale in cofanetto: con libro di 120 pagine, il CD, un secondo dischetto con demo e brani non usati nell’album, un DVD e un Blu-ray con le versioni ad alta definizione sonora e un 7 pollici con una canzone extra strumentale. Peraltro già esaurita in prenotazione: in fondo costava “solo” 65 dollari.

neil young original release series 5-8 neil young original release series 8.5-12

Più volte annunciati, più volte rinviati, alla fine sono stati addirittura anticipati rispetto alla ultima data prevista (l’8 settembre, che sarà destinata al “nuovo” album di Neil Young Hirchhiker), e quindi escono al 18 agosto il volume due e tre delle Original Release Series. Etichetta Reprise/Rhino, contengono le nuove versioni rimasterizzate dai nastri analogici ai Bernie Grundman Mastering Studios degli album classici del canadese.

Il volume II, Discs 5-8, in quattro CD, contiene On The Beach, Times Fades Away, Tonight’s The Night, e Zuma.

Il volume III, Discs 8.5-12 in cinque CD, contiene Long May You Run (The Stills-Young Band – 1976), American Stars ‘N Bars (1977), Comes A Time (1978), Rust Never Sleeps (1979), and Live Rust (1979). Se vi chiedete il perché del mezzo, il disco ovviamente è completo, ma visto che Long May You Run è attribuito anche a Stills non vale come uno.

jerry douglas band what if

Ultima segnalazione delle uscite del 18 agosto (ce ne sarebbero altre, ma limitiamoci a queste) il nuovo CD della Jerry Douglas Band What If. Esce per la Rounder e ci presenta una serie di brani principalmente strumentali (tra cui una versione spettacolare di Hey Joe) del grande virtuoso di lap steel, dobro e resonator guitar tra bluegrass, country, blues, swing, rock e anche influenze jazz.

1. Cavebop
2. Unfolding
3. 2:19
4. What If
5. Hey Joe
6. Battle Stick
7. Go Ahead And Leave
8. Butcher Boy
9. Freemantle
10. The Last Wild Moor
11. Hot Country 84.5

Per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Il Primo Disco Dal Vivo Di Steve Winwood? Ebbene Sì, Esce Il 1° Settembre. Steve Winwood – Greatest Hits Live

winwood greatest hits

Steve Winwood – Greatest Hits Live – 2 CD/4 LP Wincraft – 01-09-2017

Lo ribadisco, per quanto possa sembrare incredibile, questo è il primo disco dal vivo ufficiale di Steve Winwood, per essere onesti come solista: perché ovviamente, nel corso degli anni, sono usciti album Live praticamente di quasi tutte le formazioni in cui ha militato, Spencer Davis Group escluso. Sono state pubblicate registrazioni dei Blind Faith (per quanto solo in DVD), Traffic, Airforce (il supergruppo con Ginger Baker), dei Go di Stomu Yamash’ta, il Live At Madison Square Garden con Eric Clapton, ma mai a nome proprio. E quindi il buon Steve per colmare la lacuna ha deciso di pubblicare un bel doppio dal vivo con la propria etichetta personale, la Wincraft.

Le canzoni sono estratte dagli archivi personali dello stesso Winwood e registrate nel corso delle ultime tournée, anche se al momento non è dato sapere dove e quando: quindi non un unico concerto, ma una serie di brani scelti da Steve dal suo immenso songbook, e che toccano tutte le fasi della sua carriera, iniziata ben 54 anni fa nel 1963, quando il ragazzo prodigio Stevie Winwood esordiva a 15 anni nello Spencer Davis Group. Ecco la lista completa dei brani.

[CD1]
1. I’m A Man
2. Them Changes
3. Fly
4. Can’t Find My Way Home
5. Had To Cry Today
6. Low Spark of High Heeled Boys
7. Empty Pages
8. Back In The High Life Again
9. Higher Love
10. Dear Mr Fantasy
11. Gimme Some Lovin’

[CD2]
1. Rainmaker
2. Pearly Queen
3. Glad
4. Why Can’t We Live Together
5. 40,000 Headmen
6. Walking In The Wind
7. Medicated Goo
8. John Barleycorn
9. While You See A Chance
10. Arc Of A Diver
11. Freedom Overspill
12. Roll With It

Come vedete tra i brani eseguiti c’è anche Them Changes il brano di Buddy Miles che veniva suonato dalla Band Of Gypsys di Jimi Hendrix, oltre ai classici dei Blind Faith, Spencer Davis Group, Traffic e quelli tratti dei suoi dischi solisti.

Bruno Conti

Anche Se Thorogood Ed Acustico Sarebbero Due Termini Antitetici, Comunque Un Buon Disco. George Thorogood – Party Of One

george thorogood party of one

George Thorogood – Party Of One – Rounder/Universal

Quando, alcuni mesi fa, hanno cominciato a circolare le voci che parlavano di un disco acustico di George Thorogood, devo ammettere di essere rimasto perplesso: come ricordo nel titolo del Post, “acustico” e Thorogood sono due termini che per definizione fanno a botte. Se uno pensa al musicista del Delaware i termini che vengono in mente sono boogie, R&R, la potenza sonora della sua band, i Destroyers, e quindi “elettricità”, ma naturalmente il minimo comune denominatore è il Blues, con la B maiuscola. Perciò forse anche Party Of One comincia ad assumere un senso: certo nella musica del nostro, oltre ai classici dei grandi delle 12 battute, nel corso degli anni e nei suoi dischi e concerti, c’è sempre stato posto per brani scritti anche da musicisti che non frequentano quei lidi, da Hank Williams Chuck Berry, Carl Perkins, gli Isley Brothers, ovviamente Bob Dylan, ma anche Zappa, John Hiatt, Merle Haggard, e moltissimi altri, visto che il buon George non è mai stato un autore prolifico. Anche del repertorio di Johnny Cash Thorogood era uso eseguire Cocaine Blues dal vivo, ma non ricordo cover di brani dei Rolling Stones suonate dal vivo o in studio dal chitarrista, anche se non escludo che ce ne siano state.

Partiamo proprio dalla cover di No Expectations inserita in questo disco: la canzone è già bella di suo, quindi si parte subito bene, ma la versione di George è comunque bellissima, mantiene lo spirito pastorale ed intimo di questa splendida ballata, suonata su una acustica in modalità slide, forse anche un dobro, Thorogood la canta con dolcezza e grande intensità, mostrando una finezza di tocco che non sempre si accosta al suo stile, il suono è intimo e raccolto, con Jim Gaines, di cui non sempre amo le produzioni, che ottiene un suono limpido e cristallino, per me il pezzo migliore dell’album. Mentre di Johnny Cash viene ripresa Bad News, una delle canzoni non tra le più note del “Man In Black”, di cui George adotta in pieno lo stile vocale, tra country e rock, tipico di Cash, con un arrangiamento incalzante ma non travolgente, chitarra acustica e dobro in evidenza, un pezzo più mosso, ma sempre suonato e cantato con gran classe. Questi sono i due brani al centro di questo Party Of One, ma l’album si apre con una I’m A Steady Rollin’ Man di Robert Johnson, che se non ha la potenza di fuoco tipica dei dischi con i Detroyers mantiene il tipico train sonoro di George, quell’incalzare inesorabile del ritmo, con la chitarra elettrica con bottleneck e la voce, temprata dallo scorrere del tempo, ma ancora gagliarda, che “spingono” la canzone, anche se l’ingresso della sezione ritmica che ti travolge un po’ mi manca.

Quando imbraccia l’acustica, in questo alternarsi di stili che caratterizza l’album, per interpretare Soft Spot, un pezzo del texano Gary Nicholson, l’atmosfera si fa rurale, tra country e folk, quasi da cantautore, per poi tornare al blues tirato di Tallahassee Woman, un brano di John Hammond Jr., che rende omaggio allo stile rigoroso del grande bluesman bianco, manca la sezione ritmica ma non la grinta, e il bottleneck viaggia che è un piacere. Wang Dang Doodle è uno dei super classici di Willie Dixon, pensi subito a Howlin’ Wolf Koko Taylor, ma pure questa versione acustica, con Thorogood impegnato anche all’armonica, ha un suo perché, come pure la cover di Boogie Chillen, un brano che Thorogood ha suonato mille volte, in omaggio ad uno dei suoi maestri, quel John Lee Hooker di cui George è una sorta di discepolo, il tempo boogie è intricato anche nella versione acustica, che mostra ancora una volta l’estrema perizia del nostro pure in versione unplugged, per quanto, mi ripeto, Thorogood elettrico è una vera forza della natura, mentre in questa veste è “solo” un bravo musicista. Detto dei due brani nella parte centrale del CD, il disco prosegue con un inconsueto omaggio al primo Bob Dylan, quello di Freewheelin’, e lo fa con un brano non conosciutissimo, Down The Highway che però ben si sposa con lo stile travolgente del musicista di Wilmington, in definitiva un pezzo blues, che se mi passate il termine, viene “thorogoodato”!

Non poteva mancare un brano di un altro dei “Santi Protettori” di George, Elmore James, di cui viene coverizzata a tutta slide e grinta, la poderosa Got To Move, seguita dalla ancor più nota The Sky Is Crying, uno dei veri classici del blues, un pezzo che hanno suonato tutti, da Clapton a Stevie Ray Vaughan, Albert King, per non dire dello stesso George che l’aveva già incisa sia su Move It On Over che nel Live Thorogood, con il “collo di bottiglia” che fa piangere il cielo e il blues. In mezzo troviamo anche un brano di uno dei maestri del folk-blues, quel Brownie McGhee, di cui viene reinterpretata con gusto e classe una brillante Born With The Blues. Per il gran finale si torna a John Lee Hooker, di cui prima viene ripresa una non notissima, ma assai gradita, The Hookers (If You Miss ‘Im… Got ‘Im”), con il solito boogie di Hook, sospeso e sempre sul punto di esplodere, come pure nel grande cavallo di battaglia di entrambi, una One Bourbon, One Scotch, One Beer, questa volta in versione acustica ( e con tanto di citazione di Stevie Ray Vaughan aggiunta nel testo). In mezzo ai due brani una bella versione di Pictures From Life’s Other Side, una canzone country di Hank Williams che nella versione di George diventa quasi un brano alla Johnny Cash, con acustica e dobro che si intrecciano con brio e garbata finezza. In coda al CD, come bonus, un altro pezzo di Robert Johnson, Dynaflow Blues, ancora le classiche 12 battute che sono l’anima della musica di Thorogood.

Buon disco, come si evince dalla recensione, e ci mancherebbe, ma a parere di chi scrive e per parafrasare una famosa pubblicità, tra liscio e F….lle, lo preferisco comunque “gasato”, in tutti i sensi.

Bruno Conti

Un Ottimo “Esordio” Per Due Promettenti Ragazze! Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet

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Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet – Silver Cross/Thirty Tigers CD – 18-08-2017

Non tutti sanno che Shelby Lynne ed Allison Moorer, oltre ad essere due belle ragazze (anzi donne, dato che vanno entrambe per la cinquantina) e due brave cantautrici, sono anche sorelle: infatti il nome completo della Lynne è Shelby Lynn Moorer http://discoclub.myblog.it/2010/05/19/un-disco-di-gran-classe-shelby-lynne-tears-lies-and-alibis/ . A parte queste considerazioni di parentela, le due musiciste hanno sempre condotto due carriere parallele, con alterne soddisfazioni e senza mai neppure rischiare di diventare delle superstars al livello, per esempio, di una Trisha Yearwood o di una Reba McEntire: troppa qualità nella loro musica, e troppo poche concessioni al pop che a Nashville spacciano per country, anche se la Lynne qualcosa negli anni, ad inizio carriera, ha concesso (ed infatti ha venduto più della sorella, che ha sempre mantenuto la barra dritta, proponendo un country di stampo cantautorale di ottimo livello http://discoclub.myblog.it/2015/04/02/pene-damor-perduto-ritorno-alle-origini-del-suono-allison-moorer-down-to-believing/ ). Un disco insieme però non lo avevano mai fatto, almeno fino ad ora: Not Dark Yet è infatti il primo album di duetti delle due sorelle, che hanno deciso per questo loro “esordio” di riporre le rispettive penne (tranne in un caso) e di omaggiare una serie di autori da loro amati, scegliendo nove brani molto eterogenei, canzoni di provenienza non solo country, ma anche rock, folk e addirittura grunge (e privilegiando titoli tutt’altro che scontati), arrangiando il tutto in maniera raffinata e con sonorità pacate, gentili e meditate, a volte quasi notturne, con le due voci al centro di tutto ed un accompagnamento sempre di pochi strumenti.

E per quanto riguarda la scelta dei musicisti sono state fatte le cose in grande: la produzione è infatti nelle mani del bravo Teddy Thompson (figlio di Richard e Linda), che ha riunito una superband formata da Doug Pettibone e Val McCallum alle chitarre (entrambi a lungo con Lucinda Williams), Don Heffington e Michael Jerome alla batteria, Taras Prodaniuk al basso e soprattutto il formidabile Benmont Tench (degli Heartbreakers di Tom Petty, ma che ve lo dico a fare?) protagonista in quasi tutti i brani con il suo splendido pianoforte, essenziale per il suono di questo disco, a volte quasi al livello delle voci delle due leader. Il resto lo fanno le canzoni e la bravura di Shelby ed Allison nell’interpretarle, a partire dall’iniziale My List, un brano della rock band di Las Vegas The Killers: non conosco l’originale, ma qui siamo di fronte ad una intensa ballata, intima e toccante, con le due voci che si alternano fino all’ingresso della band, momento in cui il suono si fa pieno e con il predominio di piano, chitarre ed organo, davvero una bellissima canzone. Every Time You Leave è un brano dei Louvin Brothers, affrontato in modo classico, voci all’unisono ed arrangiamento di puro ed incontaminato stampo country, sullo stile del trio formato da Emmylou Harris, Dolly Parton e Linda Ronstadt, ancora con uno splendido pianoforte; Not Dark Yet è una delle più grandi canzoni degli ultimi vent’anni di Bob Dylan, ed è materia dunque pericolosa: le due ragazze scelgono intelligentemente di non variare più di tanto l’arrangiamento, lasciando il mood malinconico dell’originale ma rendendo l’atmosfera meno cupa ed accelerando leggermente il ritmo.

E poi una grande canzone, se sei bravo, resta sempre una grande canzone. I’m Looking For Blue Eyes è un’altra intensa slow ballad scritta da Jessi Colter, ancora con piano, chitarra e le due voci in gran spolvero; splendida Lungs, di Townes Van Zandt, una western tune perfetta per le due sorelle, con lo spirito del grande texano presente in ogni nota, un uso geniale del piano e l’atmosfera tesa e drammatica tipica del suo autore, mentre The Color Of A Cloudy Day è il brano più recente della raccolta, essendo del duo marito e moglie Jason Isbell/Amanda Shires, ed è l’ennesima bellissima canzone del CD, anzi direi una delle più belle, con una melodia di cristallina purezza: complimenti per la scelta. Silver Wings di Merle Haggard è forse la più nota tra le cover presenti, e le Moorer Sisters la trattano coi guanti di velluto, mantenendo arrangiamento e melodia originali ma aggiungendo il loro tocco femminile, mentre Into My Arms è una sontuosa ballata di Nick Cave (apriva il bellissimo The Boatman’s Call), riproposta con grande classe e finezza, e con una dose di dolcezza e sensualità che obiettivamente al songwriter australiano mancano. Il CD, che è quindi tra le cose migliori delle due protagoniste, si chiude con una sorprendente Lithium dei Nirvana, che è il brano più elettrico della raccolta anche se siamo distanti anni luce dal suono di Cobain e soci (ed è comunque la scelta che mi convince meno), e con Is ItToo Much, unico brano nuovo scritto dalle due, un pezzo notturno e suggestivo il cui suono a base di chitarra sullo sfondo e pianoforte cupo fa venire in mente le atmosfere di Daniel Lanois: un finale che, oltre a confermare la bontà del disco, dimostra che se volessero le due sorelle potrebbero bissare con un intero album di brani autografi dello stesso livello.

Esce il 18 Agosto.

Marco Verdi

Ci Mancava Solo Questo! Uno Dei Più Brutti Film Musicali Di Tutti I Tempi. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band Con I Bee Gees E Peter Frampton

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Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – DVD o Blu-ray – Shout! Factory – 26-09-2017

Non c’è proprio fine al peggio! Ristampano pure questo film musicale con Peter Frampton nella parte di Billy Shears e i Bee Gees in quella degli Hendersons: giuro. parola di Giovane Marmotta. Ed è pure peggio di quello che sembra sulla carta: già la colonna sonora in doppio LP e poi CD, non è mai stata il massimo della vita, con le sue “spettacolari e sbalorditive” reinterpretazioni di classici dei Beatles (o così recita il promo della presentazione), ma anche i livelli recitativi del film sfiorano il ridicolo e quindi giustamente colonna sonora e film nel 1978 furono un flop clamoroso, anche se sia Frampton che i Bee Gees erano al massimo della loro popolarità. Una specie di Magical Mystery Tour ma venti volte peggio!

Il film non credo di essere mai riuscito a vederlo per intero (e non credo lo farò neppure ora) ma pure la colonna sonora, nonostante le canzoni splendide, è il festival della pacchianeria. E nel cast musicale c’erano pure Earth, Wind & Fire, Aerosmith, Billy Preston, Alice Cooper, Sandy Farina, George Burns, Steve Martin e molti altri. Forse gli unici che si salvavano erano gli Earth, Wind & Fire con Got To Get Into My Life e una versione decente di Come Together degli Aerosmith, e forse anche Get Back di Billy Preston e nel cast Paul Nicholas, uno dei principali interpreti di musical inglesi. Sul resto stendiamo un velo pietoso (anche se confesso che qualche armonizzazione vocale dei Bee Gees non è così orribile, per esempio in Nowhere Man A Day In The Life, ma sono canzoni talmente belle e io sono di parte): comunque se volete farvi del male uscirà il 26 settembre per la Shout! Factory in DVD e Blu-ray. Provate per credere, qui sopra potete ascoltare più o meno tutte le canzoni.

Non so se è prevista anche una uscita europea.

Bruno Conti

Prima Che Sia Troppo Tardi! Un Bel Cofanetto A Settembre Per Dr. John – The Atco Albums Collection

dr. john atco alnum collection

Dr. John – The Atco Albums Collection – 7 CD Atco/Rhino – 15-09-2017

Giusto ieri mentre preparavo il Post per questo Box di Dr. John, girando per la rete per vedere se fosse morto qualche altro artista importante, ho letto della dipartita di Glenn Campbell, di cui leggete in un altro Post a parte, e come conseguenza mi è venuto in mente di intitolare questo articolo “Prima che sia troppo tardi”, che tra l’altro sarebbe sempre una rubrica che mi ronza per la testa da un po’ di tempo, e in cui si vorrebbe parlare di artisti di “culto”, gente che ha fatto la storia del rock (e dei generi collegati), ma che spesso viene ricordata solo al momento della morte. Mi rendo conto che ha connotati “iettatori” per cui mi trattengo sempre, ma di tanto in tanto almeno una segnalazione per le uscite interessanti è d’uopo.

drò john original album series

Come nel caso di questo nuovo cofanetto dedicato a Mac Rebennack, alias Dr. John, uno dei musicisti più importanti della scena musicale della Louisiana, mai troppo lodato per la sua musica, il vero New Orleans Funk: anche se lo scorso anno è uscito un bellissimo tributo a lui dedicato http://discoclub.myblog.it/2016/08/26/altro-tributo-formidabile-the-musical-mojo-of-dr-john-celebrating-mac-and-his-music/, e, volendo, la sua discografia era comunque ben rappresentata anche dal cofanetto effigiato qui sopra, Dr. John Original Album Series , che in 5 CD a prezzo speciale raccoglieva alcuni degli album incisi da Rebennack negli anni ’70: non tutti, appunto solo 5 dei 7 incisi per la Atco tra il 1968 e il 1974. Ora questo nuova remastered edizione, sempre a prezzo speciale, corregge la piccola pecca e in unico box raccoglie tutta la sua produzione per l’etichetta del gruppo Warner, almeno quelli del primo periodo classico.

Ecco la tracklist completa, brano per brano:

[CD1: Gris-Gris]
1. Gris-Gris Gumbo Ya Ya
2. Danse Kalinda Ba Doom
3. Mama Roux
4. Danse Fambeaux
5. Croker Courtbullion
6. Jump Sturdy
7. I Walk On Guilded Splinters

[CD2: Babylon]
1. Babylon
2. Glowin’
3. Black Widow Spider
4. Barefoot Lady (Single)
5. Twilight Zone
6. The Patriotic Flag-Waver
7. The Lonesome Guitar Stangler

[CD3: Remedies]
1. Loop Garoo
2. What Comes Around Goes Around
3. Wash, Mama, Wash
4. Chippy, Chippy
5. Mardi Gras Day
6. Angola Anthem

[CD4: The Sun, Moon & Herbs]
1. Black John The Conqueror
2. Where Ya At Mule
3. Craney Crow
4. Familiar Reality – Opening
5. Pots on Fiyo (File Gumbo)/Who I Got To Fall On (If The Pot Get Heavy)
6. Zu Zu Manou
7. Familiar Reality – Reprise

[CD5: Dr. John’s Gumbo]
1. Iko Iko
2. Blow Wind Blow
3. Big Chief
4. Somebody Changed The Lock
5. Mess Around
6. Let The Good Times Roll
7. Junko Partner
8. Stack-A-Lee
9. Tipitina
10. Those Lonely Lonely Nights
11. Huey “Piano” Smith Medley
12. Little Liza Jane

[CD6: In The Right Place]
1. Right Place Wrong Time
2. Same Old Same Old
3. Just The Same
4. Qualified
5. Traveling Mood
6. Peace Brother Peace
7. Life
8. Such A Night
9. Shoo Fly Marches On
10. I Been Hoodood
11. Cold Cold Cold (Single)

[CD7: Desitively Bonnaroo]
1. Quitters Never Win
2. Stealin’
3. What Comes Around (Goes Around)
4. Me Minus You Equals Loneliness
5. Mos’ Scocious
6. (Everybody Wanna Get Rich) Rite Away
7. Let’s Make A Better World
8. R U 4 Real
9. Sing Along Song
10. Can’t Get Enuff
11. Go Tell The People
12. Desitively Bonnaroo

Augurando lunga vita a Dr. John che, nonostante le condizioni di salute diciamo non splendide, quest’anno è stato uno dei protagonisti del tour che ha girato gli States per festeggiare i 40 anni di Last Waltz, direi che questo box, previsto per il 15 settembre, è l’ideale per colmare eventuali lacune nelle vostre discoteche alla lettera D. Senza dimenticare che in quegli album, oltre alla crema dei musicisti della Crescent Music, si trovano come ospiti, sparsi nei vari dischi, musicisti come Eric Clapton, Graham Bond, Mick Jagger, Bobby Keys, Jim Price, gli altri Derek And The Dominos, Meters, Allen Toussaint e così via. Prima che sia troppo tardi!

Bruno Conti

Appena In Tempo. Anche Glen Campbell Ci Ha Lasciato: Se “Lungo Addio” Doveva Essere… Questo E’ Stato Uno Dei Migliori. Glen Campbell – Adios

glen campbell adios

Come forse avrete letto l’8 agosto anche Glen Campbell se ne è andato, aveva 81 anni e dopo una lunga battaglia con l’Alzheimer durata ben sei anni è morto a Nashville l’altro ieri. Prima di lasciarci ha fatto comunque in tempo a regalarci un ultimo album Adios, del quale a seguire mi sembra doveroso riproporre come omaggio alla sua arte la recensione pubblicata circa un mese, recensione che conteneva anche una breve cronistoria della sua carriera musicale.

Glen Campbell – Adios – 2 CD Deluxe Universal Music Enterprises

Una premessa doverosa, se conoscete le circostanze che hanno dato vita a questo disco: l’album è veramente bello, forse addirittura il migliore, o tra i migliori in assoluto, della carriera di Glen Campbell. Si diceva delle circostanze: all’inizio del 2011 al musicista di Billstown, Arkansas, viene diagnosticata una forma già sviluppata di Alzheimer (che forse era in corso da prima), ma in effetti già l’anno precedente Campbell aveva registrato un disco Ghost On The Canvas, poi pubblicato nell’agosto del 2011, che doveva essere il suo album di addio; a seguito della pubblicazione Glen si imbarca anche nel suo “Tour d’addio”, nel corso del quale viene annunciata pubblicamente la malattia, anche per giustificare le sue perdite di memoria o eventuali discorsi sconnessi sul palco, che sono tra i sintomi dell’Alzheimer. Nel 2013 poi esce See You There, un ulteriore disco con tracce vocali registrate durante le stesse sessions del 2009-2010 a cui è stata aggiunta una nuova base strumentale. Tra l’altro entrambi gli album erano piuttosto piacevoli e ben suonati e cantati; la malattia ha poi proseguito il suo corso e attualmente Campbell è in una clinica in quelle che paiono le fasi finali del suo male, ma, come poi ha rivelato la moglie Kim, dopo il tour di commiato, il cantante era entrato in studio ancora, tra il novembre del 2012 e il gennaio del 2013, per registrare l’album di cui stiamo parlando, il suo vero commiato, questo Adios, per chi non conoscesse Campbell, allegato al CD “nuovo”, c’è anche una raccolta di successi, con 16 brani non in ordine cronologico, che tracciano la storia di uno dei grandi della musica americana.

Chiamiamolo un “crooner country”, ma è stato anche un formidabile chitarrista, uno dei membri della “Wrecking Crew”, Beach Boys onorario (ha sostituito spesso Brian Wilson nei tour e ha suonato su Pet Sounds), con una serie impressionante di dischi di studio registrati nella sua carriera, questo è il n° 64 (neanche Johnny Cash o Dylan credo sono stati così prolifici, nel 1968 il suo anno d’oro sono usciti ben cinque album): nella raccolta troviamo gli splendidi brani scritti da Jimmy Webb, tra cui By The Time I Get To Phoenix, Wichita Lineman, Galveston, ma anche il suo più grande successo, Gentle On My Mind, la canzone di John Hartford, in una versione scevra di archi, per un brano che era il diretto antenato di Everybody’s Talkin’ (in cui Campbell aveva suonato la chitarra), e ancora True Grit, il tema di “Il Grinta”, il film di John Wayne, una Southern Nights di Allen Toussaint, che sembra un pezzo della Nitty Gritty o di Loggins & Messina, e anche cover dei Foo Fighters o di Jackson Browne, incise negli ultimi album, il tutto cantato con una voce splendida ed espressiva, calda ed avvolgente, e se ogni tanto gli arrangiamenti di archi sono forse eccessivi, erano comunque un segno dei tempi, le canzoni rimangono bellissime.

Per questo capitolo finale Glen Campbell, aiutato dal suo produttore abituale, l’ottimo cantante e musicista Carl Jackson, ha voluto incidere alcune cover di celebri brani che non aveva mai affrontato nella sua carriera (non è del tutto vero, ma lo vediamo tra un attimo): sono con lui i tre figli, oltre ad un manipolo di ottimi musicisti, tra cui spiccano Aubrey Haynie al violino e mandolino, Mike Johnson alla steel guitar, Catherine Marx al piano, oltre allo stesso Jackson alla chitarra acustica (visto che Campbell non riusciva più a suonarla) ed alcuni ospiti di nome. Il disco ha un suono eccellente, raramente o mai sopra le righe, Glen per essere all’epoca un 76enne malato ha ancora una voce quasi uguale a quella degli anni d’oro e le canzoni sono molto belle: dall’iniziale Everybody’s Talkin’, il tema dell’Uomo Da Marciapiede, di Harry Nilsson (ma scritta da Fred Neil), qui in una versione leggermente accelerata, che non diminuisce il fascino del pezzo, con il banjo della figlia di Glen, Ashley Campbell, in bella evidenza a sottolineare la matura e vissuta voce del babbo, ancora in grado di arditi falsetti.

Il primo brano scelto di Jimmy Webb è la delicata Just Like Always, una romantica ballata con uso di pedal steel, seguita dal duetto con Willie Nelson (poteva mancare?) Funny How Time Slips Away, più di 150 anni in due, ma che classe, non so chi canta meglio; Arkansas Farmboy è un pezzo di Carl Jackson, una specie di biografia della gioventù di Glen, a tempo di valzerone country, con una strumentazione acustica parca, ma ricca di dettagli sonori. Am I All Alone di Roger Miller viene prima presentata in un breve frammento dell’originale e poi nella nuova versione con Vince Gill alle armonie vocali, bellissima pure questa; It Won’t Bring Her Back, il secondo brano di Webb, ancora con una magnifica weeping steel è un’altra country tune di grande fascino, degna dei grandi balladeer americani, avvolgente e ad alto tasso emotivo, sempre con splendide armonie vocali della famiglia Campbell, sembra quasi un pezzo degli Eagles. E pure la versione di Don’t Think Twice, It’s Allright di Dylan è da applausi, ispirata da quella country di Jerry Reed, con dell’ottimo picking dei musicisti; She Tinks I Still Care in effetti l’aveva già incisa in un album del 1972, ma è un classico della country music, con decine di riletture fatte da grandi nomi (da George Jones in giù), talmente bello che una nuova versione, tra l’altro di ottima fattura, ci sta proprio bene.

Anche Postcards From Paris, sempre di Jimmy Webb, era già apparsa su See You There, ma questa nuova versione di una grande canzone, con i figli che intonano “I Wish You Were Here”. manda un groppo giù per la gola, sembra quasi una canzone di James Taylor e pure di quelle belle. Jerry Reed appare anche come autore, di un brano che è stato uno dei grandi successi di Johnny Cash (soprattutto in Europa) A Thing Called Love, altro pezzo dal fascino inalterato nel tempo, ancora con Campbell in pieno controllo vocale ed emotivo. Se deve essere Addio, l’ultimo pezzo di Jimmy Webb scelto, è proprio la title track Adios, una ballata di una bellezza struggente, cantata con grande trasporto da Glen Campbell che pone l’ultimo sigillo alla sua carriera e ci saluta con malinconia ma anche un senso di profonda serenità. Forse solo Warren Zevon con The Wind e la canzone Keep Me In Your Heart in particolare, aveva saputo salutare i suoi fans, conscio della fine imminente, con un testamento sonoro di tale fattura ed intensità. La versione doppia del CD è quasi d’obbligo.

Bruno Conti