Una Garanzia Nell’Ambito Blues E Dintorni. John Primer & Bob Corritore – Ain’t Nothing You Can Do

John primer & bob corritore ain't nothing you can do

John Primer & Bob Corritore  – Ain’t Nothing You Can Do – Delta Groove Music/Ird

Il marchio dell’etichetta Delta Groove ormai è una garanzia nell’ambito blues e zone limitrofe, e questo nuovo album dell’accoppiata John Primer & Bob Corritore (come un altro titolo di cui avete letto a parte http://discoclub.myblog.it/2017/06/09/sempre-piu-un-mostro-della-chitarra-monster-mike-welch-and-mike-ledbetter-right-place-right-time/ ) ne è la riprova. Si tratta del secondo disco che i due registrano insieme, il primo, ottimo, Knockin’ Around These Blues, era uscito nel 2013, e se amate il classico Chicago Blues, elettrico e vibrante, ve lo consiglio vivamente. Ma pure questo nuovo Ain’t Nothing You Can Do si mantiene su livelli elevati. John Primer, nel frattempo, è stato alla guida di quel progetto collettivo Muddy Waters At 100, che celebrava il centenario della nascita di una delle pietre miliari del Blues. Musicista e uomo con il quale Primer aveva condiviso i palchi negli ultimi tre anni di carriera, da fine 1979 al 1983, apparendo anche nel Live At Checkerboard Lounge, la famosa serata con gli Stones, registrata nel locale di Chicago nel 1981, e uscita postuma nel 2012 in DVD, e in questi giorni pubblicata anche in CD. Poi Primer ha suonato per 14 anni con Magic Slim & The Teardrops, prima di avviare la sua carriera solista nel 1995 con The Real Deal.

E in effetti Alfonso “John” Primer è uno degli ultimi “veri affari” del blues di Chicago, pur essendo nato, come molti altri, nei pressi della zona del Delta, in quel di Camden, Mississippi, quindi nella patria delle 12 battute. Il nostro amico è uno degli ultimi “originali” della scena nata intorno a quei locali di Maxwell Street, Theresa’s, Checkerboard e Rosa’s Lounges, sviluppando uno stile che oggi è quanto di più vicino a come suonerebbe e canterebbe Muddy Waters (se non avesse 100 anni ovviamente, o forse sì): una voce ancora forte e decisa, ricca di grinta, uno stile chitarristico di buona fattura alla solista tradizionale e di grande spessore alla slide, e la capacità di circondarsi di buoni musicisti nei propri dischi. Anche Bob Corritore all’armonica, per quanto ultimamente una sorta di “prezzemolino” nei dischi di genere, non si può negare sia uno dei migliori che il mercato offra. Ma nel disco troviamo anche Henry Gray, al piano in tre brani, Barrelhouse Chuck, anche lui al piano, nei restanti pezzi, scomparso lo scorso dicembre e ricordato nelle note dell’album, Big John Atkinson e Chris James, alle chitarre, a rinforzare il sound del disco, che se non sfocia mai nel rock, ha comunque la forza ed elettricità tipiche del miglior blues urbano, insomma forse le chitarre non ruggiscono mai alla Buddy Guy, o come i tre King, ma sono comunque ben presenti nell’economia del suono, e anche la sezione ritmica con Troy Sandow e Patrick Rynn che si alternano al basso e Brian Fahey alla batteria, ha comunque la brillante “presenza” delle incisioni targate Delta Groove.

La prima e l’ultima canzone portano la firma di Alfonso Primer, ma non differiscono comunque nelle intenzioni da tutti gli altri classici presenti nell’album: il primo pezzo Poor Man Blues, è quasi più Muddy Waters dell’originale, sia per il groove dello shuffle come per la voce e l’uso di chitarre ed armonica, assomiglia in modo impressionante al Maestro, ed Elevate Me Mama un pezzo di Sonny Boy Williamson, ma anche questo nel repertorio di Waters, gode inoltre di uno splendido lavoro di Corritore e di Barrelhouse Chuck al piano, oltre che di John Primer che primeggia alla slide. Hold Me In Your Arms è un brano di Snooky Pryor, ma l’atmosfera è sempre quella del Chicago Blues, sia pure con una decisa vena R&R in questo pezzo, più mosso di quanto lo precede nel CD e con Henry Gray che può scatenare il suo piano in un brillante solo; ma si torna subito al repertorio di Muddy con un super slow di grande intensità come Big Leg Woman dove Primer brilla di nuovo a voce e bottleneck guitar, con gli altri solisti comunque in bella evidenza.

Gambling Blues è l’omaggio ad un altro dei vecchi datori di lavoro di Primer, ossia Magic Slim, un altro classico shuffle eseguito in grande scioltezza; poi è la volta di Bob Corritore, alle prese con un suo brano strumentale Harmonica Boogaloo, dove si apprezza la grande tecnica del musicista di Chicago (ma anche il resto della band non scherza), comunque in evidenza in tutto il disco. Ain’t Nothing You Can Do non è il famoso brano di Bobby “Blue” Bland ma un pezzo omonimo di Albert King, un lungo “lentone” dove i veri bluesmen soffrono e il nostro John non si esime, ben spalleggiato da Gray; anche la successiva For The Love Of A Woman era di King, uno dei suoi classici funky blues del periodo Stax, prodotto all’epoca da Don Nix che è anche l’autore del brano. Mancava un bel pezzo di Howlin’ Wolf ed allora ecco arrivare a tutta slide una poderosa May I Have A Talk With You che mostra anche l’influenza di Elmore James, mentre a chiudere il cerchio l’altro brano firmato da Primer, When I Leave Home, un altro intenso slow che avrebbe fatto un figurone sui vecchi album Chess di Muddy Waters, come peraltro tutto il contenuto di questo eccellente album.

Bruno Conti

Erano Bei Tempi: Ricomprarlo Solo Per Il Disco Live? La Risposta E’ Sì! U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary

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U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary – Island/Universal CD – 2LP – Deluxe 2CD – Super Deluxe 4CD – Super Deluxe 7LP

Devo confessare di non essere mai stato un grande fan degli U2: li ho infatti sempre trovati un tantino sopravvalutati e talvolta troppo politicizzati, ed inoltre non ho mai potuto soffrire molto gli atteggiamenti da Messia (e classico esempio di cuore a sinistra e portafoglio a destra) del loro cantante e leader Bono Vox (al secolo Paul Hewson), ed in certi momenti neppure il suo modo di cantare, troppo enfatico e declamatorio. E, fatto non del tutto trascurabile, a mio parere la band irlandese non fa un grande disco da circa un trentennio, cioè dal bellissimo (e parzialmente live) Rattle & Hum del 1988, anche se so che Achtung Baby è stato un enorme successo (ma a me non è mai piaciuto granché) e che sia All That You Can’t Leave Behind che No Line On The Horizon non erano male, ma di certo non indispensabili. C’è stata però una fase in cui i nostri erano una grande band, e ciò è coinciso con quello che è stato allo stesso tempo il loro album migliore ed il più venduto, cioè il magnifico The Joshua Tree del 1987, uno dei dischi più popolari degli anni ottanta (e non solo), che dopo i primi tre dischi “irlandesi” ed il già notevole The Unforgettable Fire ha proiettato il quartetto di Dublino nell’olimpo, consentendo loro di sfondare, e alla grande, anche in America.

The Joshua Tree è uno di quei rari casi in cui tutto funziona alla perfezione, dalla scrittura delle canzoni, alla performance della band (quando si contiene Bono è comunque un grande cantante, la sezione ritmica formata da Adam Clayton e Larry Mullen Jr. una delle più potenti in circolazione, ed il chitarrista The Edge ha uno stile tutto suo che unisce sia la fase ritmica che quella solista), alla produzione stellare ad opera del dream team formato da Daniel Lanois e Brian Eno (già “testati” su The Unforgettable Fire), con Steve Lillywhite, altro grande produttore e responsabile dei primi tre album del gruppo, qui “relegato” al mixer. The Joshua Tree è ancora oggi un disco potente, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi (con alternanza tra politico, sociale e personale), e con le prime tre canzoni, che sono anche le più celebri, che stenderebbero un branco di rinoceronti, cioè le epiche Where The Streets Have No Name e I Still Haven’t Found What I’m Looking For e la straordinaria With Or Without You, forse la più grande rock ballad dei nostri: ricordo benissimo che nell’estate di quell’anno era impossibile accendere la radio senza prima o poi imbattersi in una di queste tre canzoni. Ma il disco era anche altro, dalla dura ed ipnotica Bullet The Blue Sky, all’intima Running To Stand Still, pura e folkie, alla fluida In God’s Country, un altro folk elettrificato alla loro maniera, alla bella e cadenzata Trip Through Your Wires, che fa affiorare prepotentemente le loro radici irlandesi (quasi un pezzo alla Waterboys), alla potente Exit, superlativa rock song con un grande crescendo, fino alla drammatica ed emozionante Mothers Of The Disappeared, dedicata ai desaparecidos argentini, tema all’epoca di grande attualità insieme al regime di Pinochet in Cile e all’Apartheid in Sudafrica.

The Joshua Tree aveva già beneficiato nel 2007 di un’interessante edizione doppia per il ventennale, con il disco originale rimasterizzato sul primo CD e con un secondo dischetto pieno di b-sides, rarità ed outtakes, ma siccome le case discografiche non smettono mai di farci ricomprare sempre gli stessi dischi, ecco pronta una nuova versione per i trent’anni. Se avete già la precedente ristampa, questa volta il box Super Deluxe è una spesa inutile (oltre che esosa), in quanto nel quarto CD ripropone quasi pari pari il disco di rarità della versione di dieci anni fa (con un paio di trascurabili varianti), mentre il terzo contiene sei remix non esattamente irrinunciabili. Meglio quindi l’edizione doppia (che sono anche i primi due CD del box), con di nuovo il disco originale sul primo CD (con lo stesso remaster del 2007) e nel secondo uno splendido concerto inedito dei nostri al Madison Square Garden di New York durante il tour americano in promozione all’album. Un concerto bellissimo, potente, con i nostri in forma strepitosa e Bono che si dimostra un leader di grande carisma, suono spettacolare e pubblico americano letteralmente impazzito, cosa strana in quanto in USA solitamente sono meno calorosi che nel vecchio continente. Le canzoni di The Joshua Tree, spogliate del pur prezioso contributo di Eno e Lanois, suonano ancora più forti e dirette che in studio: qui ne vengono proposte ben otto su undici (anzi nove, in quanto I Still Haven’t Found What I’m Looking For è presente due volte, la seconda con il gruppo gospel New Voices Of Freedom, una versione sensazionale che però era già uscita su Rattle & Hum), tra cui una Where The Streets Have No Name ancora più coinvolgente, o una magistrale Bullet The Blue Sky, quasi hard rock, o ancora una incredibile Exit, che oscura quella in studio e che viene fusa con Gloria di Van Morrison. Ci sono naturalmente i classici della band, da October a Sunday Bloody Sunday a Pride (In The Name Of Love), oltre al trascinante rock’n’roll di I Will Follow, una acclamata MLK cantata da Bono a cappella,ed un finale con la poco nota ma decisamente energica 40.

Senza dubbio il miglior live di sempre degli U2, superiore forse anche al “leggendario” Under A Blood Red Sky, che vi ricompenserà ampiamente dal dover comprare per l’ennesima volta lo stesso disco. *(NDM: adesso spero l’anno prossimo in una ristampa con tutti i crismi di Rattle & Hum, un disco che all’epoca avevo amato anche di più di The Joshua Tree, anche per la presenza di Bob Dylan).

Marco Verdi

Un Altro “Piacevole” Salasso Estivo. Il 28 Luglio Esce Il Cofanetto Dei Fairport Convention – Come All Ye: The First Ten Years

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Fairport Convention – Come All Ye: The First Ten Years – Box 7 CD Universal – 28-07-2017

Un’altra uscita interessante per allietare questa calda estate è sicuramente questo box antologico celebrativo, che festeggia sia i 50 anni dei Fairport Convention, che i loro primi dieci anni di carriera, con un cofanetto di 7 CD, 121 tracce di cui 55 inedite.

Ecco la lista completa dei brani:

DISC ONE
1 Time Will Show The Wiser ( 3:05 ) from Fairport Convention
2 Decameron ( 3:42 ) from Fairport Convention
3 Jack O’ Diamonds ( 3:30 ) from Fairport Convention
4 One Sure Thing ( 2:53 ) from Fairport Convention
5 I Don’t Know Where I Stand ( 3:38 ) from John Peel’s Top Gear programme 2/6/1968
6 You Never Wanted Me ( 3:15 ) from John Peel’s Top Gear programme 2/6/1968
7 Fotheringay ( 3:04 ) from What We Did On Our Holidays
8 I’ll Keep It With Mine ( 5:53 ) from What We Did On Our Holidays
9 Mr Lacey ( Sandy on Vocals ) ( 2:55 ) from the Sandy Denny box set
10 Eastern Rain ( Sandy on Vocals ) ( 3:48 ) – Previously Unreleased
11 Nottamun Town – A Capella version ( 1:48 ) – Previously Unreleased
12 Meet On The Ledge ( 2:50 ) from What We Did On Our Holidays
13 Throwaway Street Puzzle ( 3:27 ) – B Side on What We Did On Our Holidays remastered
14 Reno Nevada ( 2:23 ) from the David Symonds radio show 6/1/1969
15 Suzanne ( 5:25 ) from John Peel’s Top Gear programme 1/9/1968
16 A Sailors Wife ( without Swarb ) ( 11:23 ) from the Sandy Denny box set
17 Genesis Hall ( 3:35 ) from Unhalfbricking
18 Autopsy – Alt Take ( 4:33 ) – Previously Unreleased
19 Who Knows Where The Time Goes ? – Alt Take ( 5:19 ) – Previously Unreleased

DISC TWO

1 Dear Landlord ( 4:08 ) from Unhalfbricking
2 Si Tu Doir Partir ( 2:25 ) from John Peel’s Top Gear programme 6/4/1969
3 Percy’s Song ( 5:28 ) from John Peel’s Top Gear programme 1/9/1968
4 Ballad of Easy Rider ( 4:54 ) – Guitar Vocal
5 The Deserter – Rehearsal version ( 4:40 ) – Previously Unreleased
6 Come All Ye – Alt Take ( 5:27 ) from the Sandy Denny box set
7 Reynardine ( 4:31 ) from Liege and Lief
8 Matty Groves – Alt Take ( 7:43 ) from the Sandy Denny box set
9 Farewell Farewell ( 2:38 ) from Liege and Lief
10 Quiet Joys Of Brotherhood – Take 1 edit ( 6:42 ) from Liege and Lief Deluxe Edition
11 Tam Lin ( 7:46 ) from John Peel’s Top Gear programme 27/9/1969
12 Sir Patrick Spens ( 3:44 ) from John Peel’s Top Gear programme 27/9/1969
13 The Lark In The Morning medley ( 4:12 ) from John Peel’s Top Gear 27/9/1969
14 Bonny Bunch Of Roses ( 10:48 ) – Full House Out-Take

DISC THREE
1 Walk Awhile ( 3:51 ) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
2 Dirty Linen ( 3:55) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
3 Sloth ( 12:17 ) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
4 Journeyman’s Grace ( 4:47 ) – Live on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
5 Sir B.McKenzie ( 4:29) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
6 Flatback Caper – Live 1970 ( 5:57 ) – Previously Unreleased
7 Doctor of Physick – Live 1970 ( 3:52 ) – Previously Unreleased
8 Poor Will and The Jolly Hangman (5:34 ) from Guitar, Vocal
9 Bonnie Black Hare – Alt Take ( 3:04 ) – Previously Unreleased
10 Lord Marlborough ( 3:24 ) from Angel Delight
11 Banks of the Sweet Primroses ( 4:11 ) from Angel Delight
12 Breakfast In Mayfair ( 3:07 ) from Babbacombe Lee
13 Little Did I Think ( 1:52 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
14 John Lee ( 1:48 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
15 Cell Song ( 4:27 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
16 Time Is Near ( 2:49 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
17 Dream Song ( 4:14 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
18 Farewell To A Poor Man’s Son ( 5:16 ) from The Man They Could Not Hang

DISC FOUR

1 Sweet Little Rock ‘n’ Roller – Live at the LA Troubadour ( 3:55 ) from Guitar Vocal
2 That’ll Be The Day ( 2:02 ) from The Bunch
3 Think It Over – Sandy Denny rehearsal version ( 2:31 ) – Previously Unreleased
4 Maverick Child ( 4:03 ) Previously Unreleased
5 Sad Song aka As Long As It Is Mine ( 5:06 ) Previously Unreleased
6 Matthew, Mark, Luke and John ( 3:05 ) Previously Unreleased
7 Rattle Trap ( 2:05 ) Previously Unreleased
8 Sheep In The Meadow ( 4:10 ) Previously Unreleased
9 Rosie ( 3:34 ) Previously Unreleased
10 Country Judy Jane ( 2:36 ) Previously Unreleased
11 Me With You ( 3:23 ) Previously Unreleased
12 My Girl ( 4:05 ) Previously Unreleased
13 To Althea from Prison ( 2:25 ) Previously Unreleased
14 Knights Of The Road ( 3:52 ) from Rosie
15 The Plainsman ( 3:19 ) from Rosie
16 Matthew, Mark, Luke and John from the Old Grey Whistle Test ( 3:44 ) Previously Unreleased
17 Brilliancy medley from the Old Grey Whistle Test ( 3:55 ) Previously Unreleased
18 Polly On The Shore ( 4:53 ) from Nine
19 Fiddlestix (The Devil In The Kitchen) without orchestra ( 2:49 ) Previously Unreleased
20 Possibly Parsons Green ( 3:41 ) – OZ 7” single mix Previously Unreleased
21 Bring Em Down ( 5:55 ) from Nine

DISC FIVE
1 Sloth – Live in Sydney ( 11:31 ) from Live Convention
2 John The Gun ( 5:05 ) – John Peel session 6/8/1974
3 Down In The Flood ( 3:27 ) – John Peel session 6/8/1974
4 Rising For The Moon ( 4:18 ) – John Peel session 6/8/1974
5 After Halloween ( 2:54 ) Byfield Demo – Alt Take Previously Unreleased
6 Restless ( 3:59 ) from Rising For The Moon
7 White Dress ( 3:24 ) Live on LWT (on Rising for the Moon deluxe edition)
8 Stranger To Himself ( 2:52 ) from Rising For The Moon
9 Dawn – Alt version ( 4:09 ) from the Sandy Denny box set
10 One More Chance – Alt Take ( 7:52 ) Previously Unreleased
11 All Along The Watchtower – Live in Oslo in 1975 ( 4:22 )
12 When First Into This Country ( 2:28 ) from Gottle O’ Geer
13 Sandy’s Song aka Take Away The Load ( 3:34 ) from Gottle O’Geer
14 Royal Seleccion No 13 ( 4:24 ) from A World of Music: Anne Lorne Gillies 26/11/1976 Previously Unreleased
15 Adieu Adieu ( 2:35 ) from A World of Music: Anne Lorne Gillies 26/11/1976 Previously Unreleased
16 Reynard The Fox ( 2:59 ) from Tipplers Tales
17 Poor Ditching Boy ( 3:46 ) from In Concert – STV 1976 Previously Unreleased
18 Flowers Of The Forest ( 3:50 ) from In Concert – STV 1976 Previously Unreleased  

DISC SIX – Live at Fairfield Hall 16/12/1973
1 Polly On The Shore ( 5:12 ) Previously Unreleased
2 Furs and Feathers ( 5:11 ) Previously Unreleased
3 Tokyo ( 3:09 ) Previously Unreleased
4 Cell Song ( 5:05 ) Previously Unreleased
5 The Claw ( 3:01 ) Previously Unreleased
6 Far From Me ( Old Broken Bottle ) ( 3:47 ) Previously Unreleased
7 Brilliancy medley / Cherokee Shuffle ( 4:14 ) Previously Unreleased
8 Days of 49 ( 6:20 ) Previously Unreleased
9 Fiddlestix (The Devil In The Kitchen) ( 3:07 ) Previously Unreleased
10 Dirty Linen ( 4:33 ) Previously Unreleased
11 Matthew, Mark, Luke and John ( 6:34 ) Previously Unreleased
12 Possibly Parsons Green ( 3:39 ) Previously Unreleased
13 Sir B. McKenzie ( 6:21 ) Previously Unreleased
14 Down In The Flood – Full version ( 3:45 ) Previously Unreleased
15 Something You’ve Got- Full version ( 3:00 ) Previously Unreleased

DISC SEVEN – Live at the LA Troubadour 1/2/1974

1 Down In The Flood ( 3:13 )
2 The Ballad Of Ned Kelly ( 3:59 )
3 Solo ( 5:34 )
4 It’ll Take A Long Time ( 5:35 )
5 She Moves Through The Fair ( 4:15 )
6 The Hens March Through The Midden and The Four Posted  Bed ( 3:17 )
7 The Hexamshire Lass ( 2:44 )
8 Knockin’ On Heaven’s Door ( 4:33 )
9 Six Days On The Road ( 3:44 )
10 Like An Old Fashioned Waltz ( 4:20 )
11 John The Gun ( 5:10 )
12 Down Where The Drunkards Roll – Alt Take ( 4:30 ) Previously Unreleased
13 Crazy Lady Blues ( 4:02 )
14 Who Knows Where The Time Goes ( 6:54 )
15 Matty Groves ( 7:05 )
16 That’ll Be The Day ( 3:23 )

Il prezzo, molto indicativo, dovrebbe essere tra i 60 e i 65 euro, quindi in fondo onesto.

Bruno Conti

Ma Sarà Vero, O Ci Ripensa? Neil Young – Hitchhiker In Uscita Il 14 Luglio.

neil young hitchhiker

La data di uscita sembra confermata sui siti americani (almeno per la versione in vinile già prenotabile, etichetta Reprise/Warner, il CD non ancora), ovvero il 14 luglio, la stessa data della presa della Bastiglia, ma essendo Neil Young appunto Neil Young, non sarebbe la prima volta che il nostro amico ci ripensa o rimanda. Comunque non è un disco nuovo, o meglio è inedito in questo formato: si tratta di un album acustico, registrato nel 1976, agli Indigo Ranch Studios a Malibu, California, come dice lo stesso Neil:

“I spent the night there with David and recorded nine solo acoustic songs, completing a tape I called Hitchhiker.

It was a complete piece, although I was pretty stony on it, and you can hear it in my performances. Dean Stockwell, my friend and a great actor who I later worked on Human Highway as a co-director, was with us that night, sitting in the room with me as I laid down all the songs in a row, pausing only for weed, beer, or coke. Briggs was in the control room, mixing live on his favorite console.”

Questi sono i brani:

1. Pocahontas
2. Powderfinger
3. Captain Kennedy
4. Hawaii
5. Give Me Strength
6. Ride My Llama
7. Hitchhiker
8. Campaigner
9. Human Highway
10. The Old Country Waltz

Dovrebbero essere le sessions completamente acustiche, registrate dopo On The Beach, per l’album Homegrown, con due canzoni completamente inedite, una delle due è questa sotto.

Sarà vero? Nei prossimi giorni si dovrebbe sapere, forse.

Bruno Conti

Non Mancano I Dischi Dal Vivo Né Degli Uni Né Dell’Altro, Ma Questi Due Sono Bellissimi. The Who – Live At The Isle Of Wight 2004 Festival/Paul Simon – The Concert In Hyde Park

who live at the isle of wight 2004

The Who – Live At The Isle Of Wight 2004 Festival – Eagle Rock DVD – BluRay – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Paul Simon – The Concert In Hyde Park – Legacy/Sony 2CD – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Oggi ci occupiamo di due pubblicazioni dal vivo che hanno in comune il fatto di essere entrambe molto belle, nonché di essere state entrambe registrate qualche anno fa: gli artisti in questione non sono certo privi nelle loro discografie di testimonianze live, sia in audio che in video, ma nonostante ciò sarebbe un peccato ignorare queste due uscite.     Gli Who, una delle più longeve band britanniche, hanno nella fattispecie pubblicato negli anni più album dal vivo che in studio, ma questa performance registrata nel 2004 durante il mitico Isle Of Wight Festival (che aveva riaperto i battenti due anni prima) è da considerarsi tra le più importanti, non fosse altro per il fatto che vedeva i nostri tornare sul luogo del delitto a 34 anni dalla leggendaria serata del 1970 (anch’essa disponibile ufficialmente dal 1996). Il gruppo era alla prima tournée britannica dopo la morte dello storico bassista John Entwistle, e quindi i nostri erano già ridotti a duo, naturalmente composto dal leader e chitarrista Pete Townshend e dalla potente ugola di Roger Daltrey, mentre il resto della band vedeva Pino Palladino al basso, Simon Townshend (fratello minore di Pete) alla chitarra ritmica, Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) alla batteria e John Bundrick alle tastiere, formazione in sella ancora oggi, Bundrick escluso. Live At The Isle Of Wight 2004 Festival proposto, come è consuetudine per la Eagle Rock in tutte le combinazioni audio/video possibili, vede dunque gli Who, in forma smagliante, deliziare il numeroso pubblico con un’esibizione potente, roccata e chitarristica come nel loro DNA: sia Daltrey che Townshend sono in grande spolvero, e la band suona con la forza di un macigno, il che non significa mancanza di tecnica; e poi ci sono le canzoni, veri e propri inni entrati a far parte della storia del rock, una scaletta forse con poche sorprese (e poco differente da altri dischi dal vivo del gruppo) ma con talmente tanti capolavori che è sempre un piacere riascoltarli.

Il suono non è forse spettacolare come nel recente Live In Hyde Park, ma è comunque ottimo, e la serata parte subito alla grande con un trittico a tutto rock’n’roll formato da I Can’t Explain, Substitute ed Anyway, Anyhow, Anywhere, e quasi subito dopo una, come al solito, epica Behind Blue Eyes (in mezzo, Who Are You, che non mi è mai piaciuta molto ma è l’unica, mentre purtroppo dalla scaletta manca The Kids Are Alright, una delle mie preferite); l’inarrivabile Baba O’Riley, per chi scrive la più grande canzone rock di sempre dopo Stairway To Heaven, è stranamente al settimo posto nella setlist invece che nei bis, mentre c’è anche qualche chicca come The Punk And The Godfather (da Quadrophenia), Drowned e Naked Eye con solo le chitarre acustiche dei due leader (e nella prima Pete alla voce solista) e due canzoni all’epoca nuove di zecca, uscite come bonus tracks dell’antologia Then And Now: la magnifica Real Good Looking Boy, puro Who sound al suo meglio, e la potente ma meno incisiva Old Red Wine. Altri highlights sono la strepitosa You Better You Bet, i superclassici My Generation (più corta del solito) e Won’t Get Fooled Again ed un finale a tutto Tommy con Pinball Wizard, Amazing Journey, Spark, See Me Feel Me e Listening To You, con Magic Bus come bis conclusivo.

paul simon concert in hyde park

Paul Simon è noto per essere uno dei massimi songwriters di tutti i tempi, ma non certo per il fatto di essere un animale da palcoscenico: di carattere freddo, spesso scostante al limite dello snobismo, non sempre sul palco il newyorkese è garanzia di qualità (io l’ho visto tre volte, sempre a Milano, e se in due occasioni mi aveva entusiasmato ed emozionato, la terza ero rimasto decisamente deluso), ma quando sente aria di grande evento (leggi concerto con folla oceanica, riprese video e futura pubblicazione ufficiale) offre sempre delle performance strepitose. È questo il caso di The Concert In Hyde Park, registrato nel noto polmone verde di Londra nel corso dell’Hard Rock Calling del 2012, una serata magica sotto molti aspetti, un po’ per la suggestiva cornice di pubblico, un po’ per l’ottima forma del leader, ma soprattutto perché nella seconda parte del concerto Simon si è presentato con la band di Graceland al completo, per la prima volta dal tour del 1987, e ha riproposto, anche se con le canzoni in ordine sparso, quasi tutto il famoso album di 26 anni prima (saltando solo, non so bene perché, All Around The World Or The Myth Of Fingerprints). Anche qui, come nel caso degli Who, le canzoni sono una più bella dell’altra, e se aggiungiamo un Simon in serata di grazia il concerto fa presto a diventare imperdibile: Paul ha sempre avuto il pregio di circondarsi di musicisti formidabili, e questa sera non fa certo eccezione, sia per quanto riguarda la sua abituale band che quella “africana”, entrambe guidate dall’eccellente chitarrista Vincent Nguini, e con ospiti come il noto cantautore reggae Jimmy Cliff, il grandissimo gruppo vocale Ladysmith Black Mambazo guidato dal loro leader Joseph Shabalala ed il famoso trombettista sudafricano Hugh Masekela.

La prima parte del concerto è più classica, ma sempre musicalmente ricca e piena di spunti ritmici e melodici mai banali, con classici come la vivace Kodachrome, che apre la serata, il gustoso gospel di Gone At Last, la lenta Dazzling Blue (unica concessione all’allora nuovo So Beautiful Or So What), la sempre intensa e raffinata Hearts And Bones (in medley con Mystery Train di Junior Parker e con lo strumentale Wheels di Chet Atkins), le irresistibili That Was Your Mother, un travolgente cajun ed antipasto di Graceland, e Me And Julio Down By The Schoolyard, per chiudere con la fluida Slip Slidin’ Away, puro Simon classico, e la ritmatissima e coinvolgente The Obvious Child. In questa prima metà c’è anche il mini set di Jimmy Cliff, con le famosissime The Harder They Come e Many Rivers To Cross solo nella parte video (che non ho ancora visto), oltre alla meno nota Vietnam e la solare (e splendida) Mother And Child Reunion in duetto con Simon. La seconda parte, come ho già detto, è incentrata su Graceland, ed è un immenso piacere ascoltare in una veste sonora così scintillante classici come le strepitose Homeless (tutta a cappella) e Diamonds On The Soles Of Her Shoes, la fluida title track, il capolavoro The Boy In The Bubble, le meno note Crazy Love, Vol. II, Gumboots e Under African Skies, e le travolgenti I Know What I Know e, soprattutto, You Can Call Me Al, vera esplosione di ritmo e suoni. Nei bis, finalmente, anche un po’ di spazio per il repertorio targato Simon & Garfunkel, con una sempre emozionante The Sound Of Silence acustica ed una stupenda The Boxer full band con l’intervento al dobro di Jerry Douglas. Richiamato a gran voce sul palco, Simon si congeda con la vivace Late In The Evening e la classica e raffinata Still Crazy After All These Years. Due live albums da non perdere quindi, specie il secondo.

Marco Verdi

Due Bei Dischi…Peccato Che Uno Sia Un’Antologia E L’Altro Una (mezza) Fregatura! Grateful Dead – Long Strange Trip/The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert

gtaeful dead long strange trip

Grateful Dead – Long Strange Trip – Grateful Dead/Rhino 2CD – Amazon 3CD

The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert – Ramblin’ CD

Questo è un post particolare, nel senso che tratta di due uscite composte da materiale eccellente, ma nello stesso tempo ben lontane dall’essere considerate indispensabili, e nel secondo caso siamo quasi nel campo della truffa. Ma andiamo con ordine.

Ho ancora nelle orecchie il fantastico live Cornell 5/8/77 che è già di nuovo ora di parlare di Grateful Dead, ed il motivo è l’uscita del colossale film-documentario (quattro ore di durata) per la regia di Amir Bar-Lev intitolato Long Strange Trip, un’opera che ripercorre cinquant’anni di carriera del gruppo californiano e che non ho visto, ma sarà indubbiamente importante e ben fatta. Chiaramente è uscita anche la colonna sonora del film, in una versione doppia ed anche in un triplo CD esclusivo, quest’ultimo in vendita solo sul sito di Amazon (che è quello di cui mi accingo a parlare). Il problema, se di problema si può parlare, è che Long Strange Trip in parole povere è un’antologia, che va bene per i “completisti” ma rischia di scontentare la maggior parte degli acquirenti, in quanto si potevano benissimo riempire i tre dischetti solo di materiale inedito, tanto più che l’80% del contenuto è dal vivo. I brani in studio infatti sono soltanto 6 su 27, e, tranne che per Touch Of Grey che è tratta da In The Dark del 1987, provengono tutti da Workingman’s Dead ed American Beauty, ovvero i due studio album più famosi, e più belli, dei Dead. Il resto, come ho già detto è dal vivo, e la cosa comunque interessante è che i pezzi non sono presi soltanto dai live records usciti quando il gruppo era attivo (come Live/Dead, Europe ’72 e Reckoning, cioè i tre dischi interessati da questo triplo), ma provengono in maniera eterogenea anche da album d’archivio usciti dopo la morte di Jerry Garcia, includendo anche qualche rarità, come il Dick’s Picks Volume 31 (Eyes Of The World) o il mega-cofanetto di 73 CD  Europe ’72: The Complete Recordings (una Playing In The Band registrata a Brema), che non so quanti di voi possiedano.

Stranamente nessun pezzo è preso dall’altro superbox 30 Trips Around The Sun, mentre a mio parere è stato un errore grave mettere ben cinque brani dal concerto di Cornell, che è sì spettacolare ma anche appena uscito! Non sarebbero i Dead se non ci fosse anche qualche inedito, cosa che ha convinto anche il sottoscritto all’acquisto: sette in totale tra cui una stupenda Dark Star di 25 minuti incisa nel 1970 al Fillmore East, due ottime China Cat Sunflower e I Know You Rider registrate nel raro concerto del 1971 al Chateau d’Hérouville in Francia (unica data europea di quell’anno), ed uno scintillante medley del 1989 tra Dear Mr. Fantasy dei Traffic (con il tastierista Brent Mydland alla voce solista) e la parte finale del classico dei Beatles Hey Jude (mentre gli ultimi due inediti, una Stella Blue del 1981 ed una Days Between del 1994, non sono imperdibili). Potete farci un pensierino, dentro c’è comunque tantissima grande musica, a meno che i Grateful Dead non vi escano dalle orecchie (nel qual caso avreste la mia comprensione).

marshall tucker band hall of fame

Devo invece mettervi in guardia dall’ultima uscita targata Marshall Tucker Band, Hall Of Fame Concert, non perché sia un CD brutto o inciso male, anzi, il contenuto è grandissimo (si tratta della registrazione del concerto del 1995 che il gruppo tenne a Spartanburg, cioè a casa loro, per celebrare l’ingresso nella South Carolina Hall Of Fame, una serata spettacolare e con ospiti del calibro di Charlie Daniels, Butch Trucks e Jaimoe degli Allman, Hughie Thomasson degli Outlaws ed in procinto di entrare nei Lynyrd Skynyd, e Jimmy Hall dei Wet Willie), ma perché questo disco era già uscito con le stesse identiche canzoni nello stesso identico ordine e con il titolo di Live! From Spartanburg, South Carolina, e non vent’anni fa ma nel 2013: cosa ancor più grave, la casa discografica, la Ramblin’ Records, è la stessa per tutti e due i dischi, e questo comportamento è degno di una Cleopatra qualsiasi, non di una etichetta seria. E’ chiaro che se non avete il CD del 2013 potete (anzi, dovete) accaparrarvi questo Hall Of Fame Concert, in quanto la band orfana dei fratelli Caldwell, e guidata da Doug Gray e George McCorkle, è in forma smagliante, ed offre al pubblico strepitose versioni dei suoi classici, cominciando con la sempre stupenda Heard It In A Love Song e finendo con la classica jam con tutti gli ospiti sul palco di Can’t You See e con in mezzo imperdibili versioni di, tra le altre, Long Hard Ride (con Daniels scatenato al violino), Searchin’ For A Rainbow e Ramblin’, ma in caso contrario statene alla larga, a meno che non vogliate avere lo stesso disco con due copertine diverse.

Marco Verdi

Un Addio Come E’ Giusto Che Fosse, A Tutto Rock And Roll! Chuck Berry – Chuck

chuck berry chuck

Chuck Berry – Chuck – Dualtone/Decca CD

Oggi non sono qui per dirvi, ammesso che ce ne sia il bisogno, chi era Chuck Berry (per questo vi rimando al mio “necrologio”, postato tre mesi fa alla notizia della sua scomparsa alla bella età di 90 anni http://discoclub.myblog.it/2017/03/19/la-morte-questa-volta-purtroppo-fa-90-se-ne-e-andato-anche-chuck-berry-la-vera-leggenda-del-rock-and-roll/ ): ribadisco solo che siamo di fronte ad un personaggio che, se solo fosse nato con la pelle bianca, e magari fosse stato un po’ meno ribelle e più “paraculo”, oggi sarebbe considerato il re del rock’n’roll al pari e forse più di Elvis Presley. In realtà in questo post si parlerà solo di musica, e per l’esattezza dell’ultimo (in tutti i sensi, forse) album del grande rocker di St. Louis, un disco che era pronto dallo scorso Settembre e che ora è diventato postumo, un lavoro di grande importanza anche perché è il primo in studio da Rock It! del 1979. Ma Chuck non è il disco di una vecchia gloria che rinverdisce qualche suo evergreen magari duettando con ospiti che c’entrano come cavoli a merenda (qualcuno ha detto Tony Bennett?), ma, pur con qualche comprensibile momento di media caratura, un riuscito disco di puro e semplice rock’n’roll vecchio stile, il tutto scritto, suonato e cantato esattamente come negli anni cinquanta. Qualche ospite, come vedremo, c’è, ma intanto sono musicisti veri e non superstars, e poi sono funzionali al progetto: l’album, che comprende dieci canzoni nuove di zecca (di tempo per scriverle ne ha avuto), è prodotto dallo stesso Berry, e vede in session una band ridotta ma compatta composta da Jimmy Marsala al basso, Keith Robinson alla batteria e Robert Lohr al piano, ma è anche un affare di famiglia, in quanto ci sono due dei cinque figli di Chuck, Charles Berry Jr. ed Ingrid Berry (rispettivamente alla chitarra ed armonica) ed il nipote Charles Berry III, sempre alla chitarra; dulcis in fundo, tre apprezzabili interventi delle “nuove leve” Tom Morello, Nathaniel Rateliff e Gary Clark Jr.

E poi naturalmente c’è lui, Chuck, in forma smagliante se teniamo conto che stiamo parlando di un novantenne, con una voce ancora giovanile e l’energia di un ragazzino: il disco forse non è un capolavoro, in quanto presenta più di un riempitivo (e forse avrebbe avuto bisogno di un vero produttore), ma sinceramente, considerando la statura dal personaggio, dovremmo solo essergli grati per averci concesso un’ultima testimonianza prima di lasciarci per sempre. Inizio a tutta birra con Wonderful Woman, cinque minuti di scintillante rockin’ boogie, con un chitarrone ritmico alla Duane Eddy e ficcanti riff da parte di Chuck, che rilascia anche alcuni brevi ma efficaci assoli (e me lo immagino impegnato nel suo celebre duckwalk), ai quali risponde da par suo Gary Clark Jr. Big Boys è invece il pezzo che vede Morello alla solista e Rateliff alle armonie vocali, ma la canzone inizia con il tipico attacco dei rock’n’roll del nostro (per intenderci alla Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen, ecc. ecc.), e pure il resto si conferma irresistibile come ai vecchi tempi (e Morello non eccede come spesso gli capita): non è autoriciclaggio, e anche se fosse stiamo comunque parlando di colui che questo genere lo ha inventato; Berry amava molto anche il blues, e ne dà un esempio con You Go To My Head, dal tempo strascicato e mood quasi lascivo, che ci fa capire l’enorme influenza che ha avuto sui Rolling Stones. 3/4 Time (Enchiladas) è ripresa dal vivo, ed è un valzerone un po’ sghembo in cui il nostro dà l’impressione di improvvisare il testo, poco più di un gustoso divertissement.

Darlin’ è invece un lento molto anni cinquanta, leggermente country e con un gran lavoro di piano (e le backing vocals dei New Respects, un quartetto di colore per tre quarti al femminile proveniente da Nashville), mentre Lady B. Goode è uno dei pezzi centrali dell’album, il seguito della celeberrima Johnny B. Goode (ce n’era già stato un altro, Bye Bye Johnny), virato però al femminile, ed anche musicalmente siamo da quelle parti, grandissimo rock’n’roll. La pianistica She Still Loves You, dal ritmo vagamente jazz, è un brano un po’ interlocutorio, direi nella media (anche se piano e chitarra lavorano di fino), Jamaica Moon è solare e quasi caraibica come da titolo, ma pure questa non è indimenticabile; Dutchman è un rock blues in cui Chuck non canta ma parla, comunque abbastanza piacevole, mentre Eyes Of Man chiude il CD con un altro blues elettrico di buona fattura.

Forse Chuck non verrà ricordato nei tempi dei tempi come uno dei capolavori di Chuck Berry, ma è un disco più che onesto e con tre-quattro zampate da vecchio marpione, un modo decisamente dignitoso di congedarsi da questa valle di lacrime.

Marco Verdi

Electric Blues Di Classe: Con Un Piccolo Aiuto Dai Loro Amici. Kilborn Alley Blues Band Presents The Tolono Tapes

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Kilborn Alley Blues Band Presents The Tolono Tapes – Run It Back Records            

Secondo logica se il precedente album di questa band si chiamava Four, il nuovo Tolono Tapes dovrebbe essere il quinto album di studio del gruppo di Champaign, Illinois. E invece esiste un primo album, inciso nel 2003 a livello indipendente (o meglio ancora più indipendente dei successivi) che scombina la carte. Quello che è certo è che la Kilborn Alley Blues Band è sulle scene dal 2000, quindi 17 anni di onorata carriera, nell’ambito soprattutto del Chicago Blues elettrico (visto anche lo stato da cui provengono e la dichiarata presenza delle 12 battute nel loro moniker): al momento un quartetto, ma a lungo hanno avuto anche un armonicista in formazione, nel loro stile confluiscono comunque pure elementi soul, funky e R&B naturalmente, per quanto nel nuovo disco, grazie alla presenza di numerosi ospiti che si sono alternati in tre serie di sessions, tra il febbraio 2015 e il settembre 2016, all’Earth Analog Sudio, appunto di Tolono, nei pressi di Champaign, per l’occasione facendo pendere la bilancia del sound decisamente ancor più verso il blues.

Andrew Duncanson, in qualità di voce solista e chitarrista, è il leader della band, ma i brani vengono firmati collettivamente da tutto il gruppo, Josh Rasner-Stimmel alla seconda chitarra, Chris Breen al basso e Aaron “atrain” Wilson, batteria; il loro vecchio armonicista Joe Asselin è presente in qualità di “ospite” in un brano. Come si diceva i brani se li firmano in proprio, o al limite in collaborazione con i molti ospiti presenti in queste sessions registrate in presa diretta, e che vediamo ora brano per brano. I nomi sono tutti piuttosto conosciuti (e ricorrenti) in ambito blues: in effetti anche in altri dischi del genere in oggetto, recensiti di recente dal sottoscritto, appaiono di frequente. A partire da Monster Mike Welch, seconda chitarra aggiunta nella potente Fire With Fire che apre l’album, e si avvale anche del piano di Antony Geraci, Duncanson, che ha pure una bella voce, in questo pezzo, un solido shuffle, canta soltanto, mentre nella successiva Going Hard si produce anche ottimamente alla chitarra, per un intenso slow blues, dove si apprezza l’armonica Ronnie Shellist e Andrew si conferma cantante di vaglia. Molto buona anche Misti, firmata collettivamente con Gerry Hundt  e con l’artista Delmark Corey Dennison, rispettivamente alla chitarra e seconda voce solista, per un brano che vira verso dell’errebì di eccellente fattura;: Jackie Scott, che firma Been Trying To Figure Out, è una di quelle grandi e “sconosciute” voci femminili che costellano la musica nera, tra blues e soul e fa veramente un gran lavoro in questo pezzo, notevole anche l’interplay tra le due chitarre.

Di nuovo Ronnie Shellist all’armonica, per il classico blues di una poderosa Terre Haute, mentre in Christmas In County tornano Welch e Geraci, per un altro super slow di quelli torridi, con Duncanson che canta sempre alla grande e Welch strepitoso alla solista. Vi pareva che in un disco di Chicago Blues (ma non solo) non fosse prevista anche la presenza di Bob Corritore all’armonica e Henry Gray al piano? Certo che no, e infatti ci sono entrambi in un vorticoso shuffle intitolato Home To My Baby; in Town Saint ritorna Shellist all’armonica per un delizioso funky-soul-blues di pregevole fattura, sempre ben cantato da Duncanson che, insieme a Stimmel, titilla dolcemente anche le chitarre. Avendo a disposizione un grande come Henry Gray perché non fargli cantare almeno un brano? Missione compiuta in Cold Chills, firmata dallo stesso, e che prevede di nuovo la presenza di Corritore all’armonica, la voce è vissuta, ma sempre vibrante in questo lento d’atmosfera. Per Easy To Love  torna di nuovo la bravissima Jackie Scott, nell’unico brano che prevede la presenza del loro vecchio armonicista Assselin, un blues pimpante che conferma il valore della Kilborn Alley Blues Band. E splendida anche Sure is Hot, una magnifica soul ballad, dove appare anche tale Cerbo, che nonostante la sua “rappata”, non riesce a rovinare questo brano cantato con grande intensità da Duncanson. Per concludere in bellezza una “strana” Night Creeper, un funky blues che prevede del talking da parte dei protagonisti e rievoca certe cose di Rufus Thomas del periodo Stax. Direi complessivamente un ottimo disco, tra i migliori in ambito electric blues di questo 2017.

Bruno Conti

Grandi Ospiti A Parte, Un Dischetto Niente Male. Brad Paisley – Love And War

brad paisley love and war

Brad Paisley – Love And War – Arista/Sony CD

Disco nuovo di zecca, a pochi mesi dal buon live Life Amplified World Tour http://discoclub.myblog.it/2017/03/31/una-superstar-di-nashville-che-fa-anche-buona-musica-brad-paisley-life-amplified-world-tour-live-from-wvu/ , per Brad Paisley, uno dei musicisti country più popolari in assoluto oggi in America, dal momento che i suoi ultimi nove album (compreso questo di cui mi accingo a parlare) sono andati al numero uno di Billboard, non esattamente una performance da poco. Ma, a differenza di molti cantanti pop commerciali di stanza a Nashville che con il country non c’entrano nulla, Paisley è uno che ha sempre cercato di unire le vendite alla qualità, proponendo una musica di buon livello, suonata e cantata con grinta e con le chitarre sempre in primo piano (Brad è anche un eccellente chitarrista, altra caratteristica che lo mette su un livello superiore rispetto a molti colleghi): forse non ha mai fatto il grande disco, ma lavori come American Saturday Night, This Is Country Music e Moonshine In The Trunk sono ben fatti e le sbavature sono al minimo sindacale. Love And War vede il nostro alzare ulteriormente il tiro, con un album ancora più rock dei precedenti (la produzione è sempre del fido Luke Wooten), una serie di canzoni di ottima fattura e, cosa che da sola vale gran parte del prezzo richiesto, la presenza come ospiti di due mostri sacri del calibro di Mick Jagger e John Fogerty. Un colpo da maestro da parte di Brad, dal momento che sia il cantante degli Stones sia l’ex leader dei Creedence non sono due personaggi che si muovono facilmente per comparire sui dischi di altra gente: non solo Paisley li ha convinti, ma i due brani che li vedono protagonisti hanno il loro nome anche tra gli autori, cosa ancora più rara (sia Mick che John di solito le canzoni le scrivono per loro stessi, e basta).

Drive Of Shame, il pezzo con Jagger, è una grande rock’n’roll song, trascinante, ritmata, chitarristica e decisamente stonesiana (ricorda un po’, occhio che la sparo grossa, Tumbling Dice) e chiaramente, non me ne voglia Brad, quando entra l’ugola di Mick la temperatura sale, eccome. Stesso discorso per il pezzo con Fogerty (che aveva già duettato con Paisley su Hot Rod Heart, nel suo album di duetti Wrote A Song For Everyone), che è poi la title track, un pezzo che parte lento, ma il ritmo cresce subito e quando arriva John con la sua voce graffiante siamo già lì con i piedi che si muovono (e poi i duetti di chitarra sono notevoli): non al livello del brano con Jagger, e neppure delle cose migliori di Fogerty, ma è comunque un bel sentire. Sarebbe però ingiusto ridurre Love And War a queste due canzoni, in quanto c’è molto altro di valido, partendo dall’opening track Heaven South, una classica country song con tutti i suoni al posto giusto, ritmo pulsante, un bel refrain ed un coro perfetto per il singalong, o la roccata Last Time For Everything, potente e fluida, dal suono corposo e con il nostro che mostra la sua notevole abilità chitarristica. One Beer Can (azzeccato gioco di parole tra “una lattina di birra” e “una birra può”) è un vivace country’n’roll al quale di fa fatica a resistere, Go To Bed Early una ballad dal suono pieno e senza cedimenti zuccherosi (anzi, le chitarre sono sempre in prima fila), Contact High è un vibrante pezzo intriso di southern soul, un genere che certi pupazzi da classifica non sanno neanche dove stia di casa, mentre selfie#theinternetisforever, nonostante il titolo idiota, è un saltellante country-rock di presa immediata.

Non proprio tutto va per il verso giusto, c’è un brano, Solar Power Girl, che non sarebbe neanche male ma è rovinato dall’ingombrante presenza del rapper-DJ Timbaland (ma che ci sta a fare?), il quale è segnalato anche nel travolgente bluegrass elettrico Grey Goose Chase ma per fortuna non fa danni. Gold All Over The Ground è introdotta nientemeno che dalla voce di Johnny Cash (ripresa da uno dei suoi innumerevoli concerti), e la cosa non è casuale in quanto il testo è proprio una poesia scritta dall’Uomo in Nero e messa in musica da Brad, mentre Dying To See Her, una toccante ballata pianistica di ottimo impatto, vede il nostro affiancato da Bill Anderson, leggendario cantante country in giro dagli anni sessanta ed oggi quasi dimenticato (compirà 80 anni a Novembre). In definitiva Love And War è un bel dischetto di moderno country elettrico, che meriterebbe l’acquisto solo per le presenze di Jagger e Fogerty, ma che non delude neppure nei momenti in cui Brad Paisley si affida soltanto a sé stesso.

Marco Verdi

Formato Piccolo, Ma Voce Sempre Grande. Janiva Magness – Blue Again

janiva magness blue again

Janiva Magness – Blue Again – Blue Elan Records

Mini album, “mini” recensione, ma non mini nella qualità dei contenuti, questo nuovo disco della sempre più brava Janiva Magness, una delle migliori voci in ambito soul e blues in circolazione al momento. Il precedente disco Love Wins Again, era stato pubblicato all’incirca un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ , ma per l’occasione la cantante di Detroit ha interrotto la cadenza biennale con cui stavano uscendo i suoi dischi nell’ultima decade e oltre: d’altronde se con un mini album ha dimezzato il tempo che di solito passava tra un’uscita e l’altra; non la possiamo certo definire prolifica, per quello dobbiamo guardare a un Bonamassa (sta arrivando il nuovo disco), oppure gruppi od artisti che da quando sono morti pubblicano più album di quando erano in vita, penso ai Grateful Dead o Frank Zappa, comunque nel passato era normale che i dischi uscissero con maggiore frequenza, senza pregiudicare la qualità dei contenuti.

E mi sembra che anche in questo caso la Magness centri il colpo: prodotta al solito dal bravo Dave Darling, che per l’occasione non suona nel CD, dove troviamo invece Zach Zunis e Garrett Deloian alle chitarre, Gary “Scruff” Davenport al basso, Matt Tecu alla batteria e l’ottimo Arlan Schierbaum, ex tastierista proprio della band di Bonamassa., con il solo batterista “nuovo” rispetto al precedente disco. Si diceva di un mini album: sei brani in tutto, tutte cover questa volta, per festeggiare 20 anni di carriera, visto che il primo disco, inciso con Jeff Turmes, It Takes One To Know One, usciva nel 1997, quando Janiva aveva già 40 anni (quindi stavolta in teoria non vi ho detto l’età, però i conti si fanno presto), ma era già una “signora” cantante, e con il tempo è solo migliorata, come dimostra la recente nomination ai Grammy e i sette Blues Music Awards vinti. E come si evince subito anche dalla potente I Can Tell, che pure essendo scritta da tale Samuel Smith, gira intorno a un riff alla Bo Diddley, che infatti era stato il primo ad inciderla, tra R&R e Blues, con una grinta vocale inconsueta nelle sue canzoni, più rauca e “cattiva” del solito, aiutata dall’eccellente lavoro di David “Kid” Ramos, ospite alla chitarra solista.

I Love You More Than You’ll Ever Know, la più bella canzone del disco, è quella splendida ballata blues’n’soul che appariva nel primo album dei Blood, Sweat & Tears, scritta da “Al Cooper” (, ma per favore,come hanno fatto a ciccare il nome dell’autore nelle note del dischetto?), e che ricordiamo in grandi versioni di Donny Hathaway e in quella più recente di Beth Hart con Joe Bonamassa, splendida, e la nostra Janiva rivaleggia proprio con Beth Hart, grazie ad una interpretazione calda e intensa come poche. Altro ospite presente nel CD è Sugaray Rayford che duetta con la Magness in una magnifica rilettura di If I Can’t Have You di Etta James, con i due cantanti che si stimolano a vicenda nel call and response tipico della grande soul music, raffinato e delicato anche il lavoro dei due chitarristi e di Schierbaum al piano; chitarristi che tirano di brutto anche nel rock-blues sanguigno ed inatteso della poco nota Tired Of Walking, dove Janiva canta come se fosse posseduta dal Dio del rock. Piu raffinata e bluesy Buck, un brano inciso ai tempi da Nina Simone, qui impreziosito da un intervento dell’armonica di TJ Norton, con la Magness che gigioneggia in grande souplesse. Chiusura dedicata ancora al blues con una cover di Pack It Up, un pezzo del repertorio di Freddie King, dove i due chitarristi si dividono tra una elettrica lancinante ed un’acustica di supporto, mentre Schierbaum è impegnato al piano elettrico e le nostra amica canta ancora in modo ricco di pathos. Come si suole dire, breve ma intenso.

Bruno Conti