Anteprima Nuovo Album: Grande Rock Made In Italy? Si Può Fare! Cheap Wine – Dreams

cheap wine dreams

Cheap Wine – Dreams – Cheap Wine CD

Quest’anno i Cheap Wine, rock band italianissima originaria di Pesaro, festeggiano i vent’anni dal loro esordio discografico (il mini album Pictures), vent’anni di musica orgogliosamente indipendente e priva di compromessi. Personalmente non ho iniziato a seguirli da subito, avevo ascoltato un paio dei loro primi album e mi erano piaciuti, ma ritengo che la svolta artistica della loro carriera sia avvenuta prima con Freak Show (2007), ma più ancora con il bellissimo Spirits (2009), un lavoro maturo, profondo, decisamente “americano” e di un livello professionale davvero alto. Il live doppio dell’anno seguente, Stay Alive!, mi aveva poi letteralmente steso, un disco di una potenza e di un’intensità quasi impossibili da trovare in una band italica: mi aveva colpito a tal punto che lo avevo inserito tra i dieci dischi più belli di quell’anno, ed io non sono uno che guarda tanto all’interno dei propri confini quando si tratta di fare delle liste. Nel 2012 un altro disco bellissimo, Based On Lies, un album dai testi pessimistici e cupi, che narrava di una società allo sbando nella quale nessuno diceva la verità, una situazione ancor di più aggravata dalla crisi economica. Testi amari, ma grande musica, con alcune delle canzoni più belle del gruppo (Waiting On The Door, Give Me Tom Waits, la title track e la magnifica The Vampire), che rivelavano le nobili influenze della band guidata dai fratelli Marco e Michele Diamantini, da Bruce Springsteen a Neil Young, passando per Tom Petty ed anche gruppi “minori” (il virgolettato è ironico) come Dream Synidicate e Green On Red (ed il loro nome deriva proprio da un brano del primo disco della band di Dan Stuart, Gravity Talks…e meno male che non hanno scelto di chiamarsi Narcolepsy, che è il titolo della canzone che veniva dopo). Due anni dopo ecco Beggar Town, un disco ancora più cupo del suo predecessore, stavolta anche nelle musiche, con tracce anche di Leonard Cohen e Lou Reed, un vero e proprio seguito di Based On Lies, con i protagonisti delle canzoni che dovevano far fronte ai disastri causati dai problemi emersi sul primo disco, e trovare la forza di risollevarsi http://discoclub.myblog.it/2014/10/06/il-grande-rock-abita-anche-italia-molto-tempo-cheap-wine-beggar-town-album-concerto/ . Dopo un altro eccellente live, Mary And The Fairy (2015), i Cheap Wine hanno ora completato la trilogia con Dreams, un album di dieci canzoni selezionate accuratamente su una quantità decisamente superiore, e pubblicato tramite un crowdfunding iniziato i primi mesi di quest’anno (ne parlo in anteprima in quanto ho partecipato alla sottoscrizione e ne ho ricevuta una copia, il disco sarà in commercio in questi giorni, ufficialmente esce il prossimo 3 ottobre 2017 con distribuzione Ird).

cheapwine2017web

Dreams è un lavoro più ottimistico dal punto di vista dei testi, e descrive il bisogno di amore e di sogni che hanno le persone per affrontare i problemi, e per sogni si intendono quelli che si fanno per il futuro ma anche quelli notturni, magari strani e particolari ma che possono anche lasciare sensazioni bellissime. Per quanto riguarda le musiche invece Dreams è a mio parere superiore a Beggar Town, e si mette sullo stesso piano di Based On Lies, diventando uno dei più belli del gruppo pesarese, almeno a mio giudizio: Marco Diamantini è un cantante dalla voce calda e con sfumature che gli permettono di passare con disinvoltura da un genere all’altro, il fratello Michele un chitarrista formidabile, potente e vigoroso ma quando serve anche raffinato, tecnica e feeling allo stato puro, Alessio Raffaelli un tastierista ormai indispensabile al suono della band, e la sezione ritmica formata da Andrea Giaro (basso) ed Alan Giannini (batteria, un macigno, il Kenny Aronoff, o Max Weinberg, italiano) è tra le migliori al momento nella nostra penisola. Il CD, in digipak e con i testi scritti sia in inglese che in italiano, inizia con la tonante Full Of Glow, una rock’n’roll song chitarristica dal ritmo trascinante e basso e batteria che picchiano come fabbri, come se Steve Wynn fosse per un giorno il cantante dei Rolling Stones. Una parola per la pulizia e la qualità del suono, davvero spettacolare. Naked ha un intro di chitarra younghiano, ma subito entra un organo insinuante ed il brano si sviluppa sinuoso e diretto nello stesso tempo, con Michele che inizia ad arrotare alla grande, peccato soltanto che l’assolo sia sfumato nel finale. La cadenzata The Wise Man’s Finger, con un ottimo lavoro di piano elettrico, è suadente e con un mood notturno, una melodia fluida che Marco porge nel modo migliore, con una punta di “viziosità” che non guasta, mentre Pieces Of Disquiet è scura, cupa e drammatica, cantata con un tono di voce basso e ricco di fascino, ed uno uso intrigante del piano, un pezzo che rimanda quasi alle cose migliori di Nick Cave: il brano ha uno sviluppo ricco di pathos e dimostra che i ragazzi sono ormai una realtà di livello internazionale, grande canzone.

Bellissima anche Bad Crumbs And Pats On The Back, una rock song dura e diretta come un pugno, con la chitarra che fende l’aria da par suo, ed il motivo è decisamente immediato; Cradling My Mind è una ballata sempre elettrica ma con un mood più rilassato, e Marco dimostra di avere una buona duttilità vocale: una boccata d’aria fresca prima di tornare in ambito rock’n’roll con l’irresistibile For The Brave, gran ritmo, chitarre a palla ed organo dal suono vintage, impossibile tenere fermo il piede (dal vivo farà certamente faville). I Wish I Were The Rainbow è splendida, una rock ballad dal suono classico, un organo caldo ed una melodia distesa e fluida, per uno dei testi più ottimisti del disco, una sorta di ringraziamento verso una persona cara per l’aiuto che fornisce nell’affrontare le difficoltà quotidiane. Il CD, 44 minuti spesi benissimo, termina con la dolce Reflection, un raro episodio acustico con tanto di violoncello e tastiere anni sessanta, quasi pop ma di gran classe, e con la title track, un pezzo che nel testo riassume tutto il senso del disco (citando anche il titolo del primo album della trilogia, Based On Lies), mentre musicalmente è un altro slow intenso ed emozionante, con Marco che lo interpreta in maniera decisamente toccante, un misto di cantato e talkin’, quasi alla Roger Waters, ed un crescendo strumentale notevole, un finale perfetto per un altro splendido lavoro.

Ho pochi dubbi: in questo momento i Cheap Wine sono la migliore rock band italiana. E se dovessero passare dalle vostre parti, non fateveli sfuggire. (*NDB. Saranno a Milano allo Spazio Teatro 89 sabato 14 ottobre, proprio a presentare il nuovo album).

Marco Verdi

Dal Nostro Inviato A Lucca: Ho Visto Il Futuro Del Rock’n’Roll (Ma Pure Il Passato), Ed Il Loro Nome E’ Rolling Stones!

rolling stones lucca

Il titolo del post, semi-citazione della famosa frase che il critico Jon Landau scrisse negli anni settanta “scoprendo” Bruce Springsteen, è volutamente ironico e provocatorio, in quanto i quattro membri dei Rolling Stones hanno ormai la bellezza di 293 anni in quattro, ma continuano imperterriti a suonare con la foga e la grinta di un gruppo di sbarbatelli. Il concerto di Lucca che si è tenuto sabato scorso 23 Settembre, unica data italiana del loro No Filter Tour, ed evento che celebra i vent’anni del Summer Festival che si tiene nel capoluogo toscano, è stata una vera e propria celebrazione, con circa 60.000 persone provenienti da tutto il modo che hanno letteralmente invaso il relativamente piccolo centro storico della bellissima città (appena 8.800 abitanti dentro le mura): c’era in effetti più di un timore che le cose andassero storte, ma devo dire, anche con un po’ di sorpresa, che tutto si è svolto in maniera perfettamente ordinata, con addirittura la sensazione che non ci fosse tutta quella gente (anche perché la maggior parte ha occupato il gigantesco prato adiacente le mura, ex campo sportivo Balilla, fin dalle ore 13), con però diversi disagi (anche per il sottoscritto) al momento dell’uscita, dato che i trasporti previsti, pochi peraltro, non prevedevano i paesini limitrofi, ed i pochi taxi lucchesi erano introvabili (pensate che io, che avevo l’albergo a non più di tre chilometri dalla città, ho dovuto prendere un treno per Pisa e successivamente tornare indietro in taxi).

Ma concentriamoci sul concerto: per me era la quarta volta che vedevo gli Stones, l’ultima era stata nel 2015 al Circo Massimo di Roma, e devo ammettere che qualche sbavatura me la sarei aspettata, essendo comunque pronto a perdonarla, dato l’età avanzata dei quattro inglesi. Ebbene, se possibile in questo tour i nostri sono ancora più concentrati sulla musica, in quanto hanno ridotto al minimo gli effetti scenici (anche se il palco continua ad essere enorme) e si sono concentrati ancora di più sulla musica, suonando in maniera diretta e senza troppi fronzoli, quasi come se fossero in un piccolo e fumoso locale di Londra e non di fronte ad una folla oceanica (ed il nome del tour, No Filter, è emblematico). Mick Jagger è ancora una forza della natura, avrà fatto più di dieci chilometri su è giù per il palco, e ha ancora un fisico che anche un ex atleta alla sua età si sogna, oltre ad essere il solito intrattenitore nato, e con una voce integra dalla prima all’ultima canzone. I due chitarristi sono anche loro in grande forma, anche se forse quella sera Ronnie Wood secondo me ha dato dei punti a Keith Richards, che comunque si è tenuto a galla egregiamente grazie anche al mestiere ed al carisma. Charlie Watts è ancora un perfetto metronomo, ed il membro dopo Keith al quale il pubblico riserva l’applauso più grande, mentre la backing band è una macchina da guerra, con una menzione speciale per i “soliti” Chuck Leavell al piano e Darryl Jones al basso. Due ore di concerto, quasi tutti i successi (ci vorrebbero quattro ore per suonarli tutti) ed un paio di chicche niente male: prima del concerto avevo dei dubbi che Sympathy For The Devil potesse funzionare come brano d’apertura, ma il gioco di percussioni, l’atmosfera calda ed il fatto che i quattro sbucano ad uno ad uno creano un insieme di sicuro effetto, ed il suono si rivela da subito perfetto, forte e ben bilanciato.

Dopo due classici suonati bene, ma forse con il pilota automatico (It’s Only Rock’n’Roll e Tumbling Dice), ecco il primo angolo blues, con le ficcanti ed essenziali Just Your Fool e Ride’Em On Down, entrambe tratte dal recente Blue And Lonesome e con Jagger grande protagonista, oltre che alla voce, all’armonica. Il concerto a questo punto decolla, è l’ora della richiesta dei fans, che come ogni sera sono chiamati a votare online scegliendo un brano tra quattro proposti dalla band: stasera vince la gioiosa Let’s Spend The Night Together, un classico assoluto che manda il pubblico in visibilio, anche se nel sottoscritto c’è una punta di amarezza in quanto tra le quattro candidate c’era Dead Flowers, che è il brano delle Pietre che preferisco in assoluto. Ed ecco il momento delle lacrime, nel vero senso del termine: infatti i nostri improvvisano un intermezzo acustico e Mick inizia ad intonare la splendida As Tears Go By, ma con il testo in italiano così come l’avevano incisa nei sixties per il nostro mercato, cambiando il titolo in Con Le Mie Lacrime; momento di grande commozione generale, un regalo esclusivo per i fans della nostra penisola, anche se Jagger, non abituato a cantarla così, prende un paio di stecche niente male (ma saranno le uniche). E’ poi la volta di un trittico da brividi, formato dalla meravigliosa You Can’t Always Get What You Want, con Mick all’acustica e Ronnie che rilascia un assolo magistrale, la travolgente Paint It Black, tra le più belle di sempre dei nostri, e dalla trascinante ed “americana” Honky Tonk Women.

A questo punto Mick presenta la band e lascia il palco a Keith, che non sarà mai un grande cantante ma in quanto a feeling ha pochi eguali: la coinvolgente Happy e la sinuosa Slipping Away sono rifatte in maniera asciutta e senza sbavature. Torna Mick e si riprende il palco prima con la danzereccia Miss You, con un assolo di basso da parte di Jones, e soprattutto con la sempre superlativa Midnight Rambler, il punto più alto del concerto come ogni volta, con Jagger che fa i numeri e Wood che gli va dietro con un paio di assoli incredibili, quasi dieci minuti ad altissimo tasso elettrico, con i nostri che dimostrano di essere molto poco umani. Ed ecco la raffica finale di classici, sparati in faccia al pubblico uno di fila all’altro: Street Fighting Man, una Start Me Up semplicemente perfetta, ed un uno-due da k.o. con Brown Sugar e Satisfaction, durante le quali sembra per un momento di essere tornati al Marquee Club nel 1971. Dopo una breve pausa, ecco i due bis, con la sempre grandissima e luciferina Gimme Shelter ed una Jumpin’ Jack Flash che non riesco a sentire in quanto anticipo l’uscita per evitare la folla. So benissimo che ormai ogni occasione di vedere dal vivo i Rolling Stones potrebbe essere l’ultima (e sarebbe da non perdere nonostante i prezzi dei biglietti non proprio popolari), ma se questo No Filter sarà il loro tour conclusivo, i “ragazzi” si saranno congedati ad un livello altissimo. Anche se mi aspetto comunque di vederceli ancora “tra i piedi” per diversi anni.

Marco Verdi

P.S: due parole anche per il breve set del gruppo spalla, una band inglese denominata The Struts, un quartetto che ha un solo album all’attivo ed un altro in preparazione: i ragazzi sono bravi, e ci hanno regalato mezz’ora di sano e piacevole rock anni settanta, con influenze sia hard che glam, qualcosa di Stones ma anche di Queen. Anzi, il cantante Luke Spiller, decisamente spigliato e con una gran voce, ricorda in maniera impressionante il giovane Freddie Mercury (se non ci credete, cercate il video del brano di Mike Oldfield Saliling, del quale Luke era voce solista https://www.youtube.com/watch?v=YgpS6dQVHbg ). Un gruppo da tenere d’occhio.

Un Vero Cantastorie Della Musica “Americana”. Tom Russell – Folk Hotel

tom russell folk hotel

Tom Russell – Folk Hotel – Frontera Records/Proper Deluxe Edition

Tom Russell, nella sua lunga carriera, ha sfornato diversi “concept album” di sicuro interesse, uno dedicato alle “western songs” Indians Cowboys Horses Dogs (04), e soprattutto la bellissima, e in parte innovativa, “trilogia” iniziata con The Man From God Knows Where (una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell (99), proseguita con Hotwalker (un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America (05), e conclusa (per ora) con l’affascinante The Rose Of Roscrae (una saga popolare che parte dall’Irlanda e raggiunge il Canada (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ . Alcuni puntualmente recensiti su queste pagine: fino ora ad arrivare a questo nuovo lavoro Folk Hotel, un intrigante album, ricco di argomenti su personaggi e storie della provincia americana, raccontate al Chelsea Hotel di New York (raffigurato sulla cover del disco, dipinta dallo stesso Russell), tanto caro al grandissimo Leonard Cohen (di cui sentiamo la mancanza), e ad altri artisti di quel periodo. Folk Hotel come consuetudine è stato registrato ad Austin in Texas presso lo studio Congress House, e il buon Tom (che suona anche parte degli strumenti), è aiutato dalla presenza di illustri musicisti della scena “roots” americana, come il mitico e amico fisarmonicista Joel Guzman (Joe Ely e Los Lobos fra i tanti suoi “clienti”), Mark Hallman alle percussioni e bouzouki, Redd Volkaert alle chitarre, Augie Meyers al pianoforte e voce, Hansruedi Jordi alla tromba, e come graditi ospiti i nostri Max De Bernardi e Veronica Sbergia rispettivamente alla chitarra e washboard e armonie vocali, nonché con Joe Ely e la brava Eliza Gilkyson a duettare con lui, il tutto prodotto dallo stesso Russell con Mark Hallman.

La canzone d’apertura Up In The Old Hotel (si riferisce al famoso libro di Joseph Mitchell) è una dolce ballata con l’intro della tromba di Jordi e dove si sente subito l’impronta di Guzman, per poi passare subito alle atmosfere “messicane” di una spumeggiante Leaving El Paso, cantata in duetto con Eliza Gilkyson,  a seguire le trame acustiche di una accorata e soave I’ll Never Leave These Old Horses (dedicata al leggendario Ian Tyson), e poi ancora un duetto con la Gilkyson nell’elegia musicale The Sparrow Of Swansea (scritta con Katy Moffatt e dedicata al poeta inglese Dylan Thomas), con una bella melodia che ricorda vagamente Streets Of London di Ralph McTell.  Le narrazioni “antiche” di Tom continuano con l’intro recitativo di All On A Belfast Morning (da una poesia del poeta di Belfast James Cousins), a cui fanno seguito il moderno bluegrass” di una “agreste” Rise Again, Handsome Johnny, dove fa una bella figura il duo italiano Max De Bernardi e Veronica Sbergia. Ci inchiniamo davanti alla bellezza di Harlan Clancy, dettata dalle note del pianoforte di Augie Meyers e dell’armonica di Tom, mentre The Last Time I Saw Hank è la classica ballata texana, che tanti presunti nuovi “fenomeni” probabilmente non saranno mai in grado di scrivere. Con The Light Beyond The Coyote Fence e The Dram House Down In Gutter Lane, Russell propone la parte più acustica del lavoro (brani perfetti da suonare sotto le stelle del Texas), a cui fa seguito il secondo recitativo di un’altra poesia totale come The Day They Dredged The Liftey / The Banks Of Montauk / The Road To Santa Fe-O, per poi volare col cuore in Danimarca per una struggente e triste The Rooftops Of Copenhagen (dedicata al navigatore danese Ove Joensen).

L’edizione deluxe è ampliata da una riscrittura di Just Like Tom Thumb’s Blues (del premio Nobel Bob Dylan  *NDB Nella stessa pagina del Blog oggi trovate anche l’anticipazione del nuovo cofanetto di Bob, il vol. 13 delle Bootleg Series Trouble No More, un fil rouge perfetto), che Tom canta in duetto con Joe Ely, accompagnati  entrambi dalla magica fisarmonica di Guzman, e dal blues acustico di Scars On His Ankles, un commovente incontro immaginario tra lo scrittore Grover Lewis e il grande cantante e chitarrista blues Lightnin’ Hopkins, due canzoni piuttosto lunghe, una di sei e una di nove minuti, quindi non dei riempitivi, anzi. Come nei dischi citati inizialmente, questo ultimo Folk Hotel come sempre è un gesto di grande affetto verso storie e personaggi che Tom Russell (romanziere, criminologo, oltre che artista e cantautore) ha certamente amato, dando vita a questa bella raccolta di canzoni, che ci confermano un cantautore ancora in piena forma (e anche prolifico visto il recente omaggio con Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia http://discoclub.myblog.it/2017/05/29/un-sentito-omaggio-da-parte-di-un-grande-musicista-ad-un-grande-duo-tom-russell-play-one-more-the-songs-of-ian-sylvia/ ), ed in grado di emozionare con ballate dirette che hanno la forza e la capacità di raccontare la sua America, ma soprattutto di scavare nella nostalgia della gente.

Tino Montanari

“Gallina Vecchia” Fa Sempre Un Buon Brodo. Paul Brady – Unfinished Business

paul brady unfinished business

Paul Brady – Unfinished Business – Proper Records

A distanza di circa sette anni dall’acclamato Hooba Dooba (10), e a due dallo splendido concerto di materiale d’archivio dal vivo The Vicar St.Sessions Vol. 1 (15), recensito puntualmente su questo blog http://discoclub.myblog.it/2015/07/12/irlandesi-che-serate-amici-vecchi-nuovi-paul-brady-the-vicar-st-sessions-vol-1-with-mark-knopfler-van-morrison-sinead-oconnor-bonnie-raitt-mary-black-eccetera/ , torna il songwriter nord-irlandese Paul Brady che prima nei Johnstons e poi nei Planxty (in sostituzione di Christy Moore, ma senza incider nulla) si è poi costruito nel corso dei cinque decenni successivi una buona carriera da solista iniziata dal folk, e poi in seguito sfociata nella svolta rock, a partire dal “seminale” e bellissimo Hard Station (81). Per questo Unfinished Business (quindicesimo album da solista) registrato nello Studio di Brady a Dublino, Paul ha suonato lui stesso la maggior parte degli strumenti, sfornando nove brani nuovi di cui cinque scritti con l’amica cantautrice Sharon Vaughn (ha lavorato con Willie Nelson, Waylon Jennings, Dolly Parton, Kenny Rogers, e altri), tre con il poeta Paul Muldoon (premio Pulitzer per la poesia), e uno con Ralph Murphy (produttore tra gli altri degli April Wine e altri artisti canadesi), più due canzoni di stampo tradizionale, Lord Thomas And Fair Ellender di Mike Seeger, e The Cocks Are Crowing del bardo Eddie Butcher, con buona parte dei brani accompagnati ai cori dalla brava Vaughn.

Unfinished Business si apre con la title track, un brano che inizia con un pianoforte tintinnante, dal ritmo lento e raffinato, accompagnato da una sorta di quartetto soft-jazz, a cui fa seguito il suono più moderno di una gioiosa I Love You But You Love Him, mentre gli echi del miglior Van Morrison si appalesano nella meravigliosa Something To Change, con abbondanza di fiati e coretti “soul”, e una “moderna diversità” si percepisce in Say You Don’t Mean, con un testo molto critico di Muldoon. Con la splendida Oceans Of Time si ritorna alle sue classiche ballate d’amore (con un ritornello “assassino” cantato in duetto con Sharon), e che si adatta perfettamente alla voce di Paul, per poi cambiare ritmo sulle note rarefatte di una chitarra jazz con Harvest Time, ritornare per una volta alle sonorità degli esordi folk dei primi anni con il tradizionale The Cocks Are Crowing ,un brano che Paul canta da decenni dal vivo, e sorprendere l’ascoltatore con una divertente e leggermente “dylaniana” I Like How You Think. Ci si avvia alla parte finale con la melodia popolare di Maybe Tomorrow, dove flauto, fisarmonica e mandolino dettano il ritmo ed echi nostalgici dell’Irlanda, mentre ammalia una dolce ballata di paese come Once In A Lifetime (scritta con Ralph Murphy), e per chiudere ecco “la perfezione” del tradizionale Lord Thomas And Fair Ellender, tutto basato su una chitarra melodica e l’armonica, con in sottofondo le note di un mandolino (come fossero suonate in un qualsiasi Pub irlandese).

Questo signore ha festeggiato il 70° compleanno all’inizio di quest’anno, e la sua carriera è stata costellata da collaborazioni con artisti del calibro di Tina Turner, Bonnie Raitt, David Crosby, per citarne alcuni su tutti, ricevendo l’apprezzamento anche di un certo Bob Dylan per il suo “songwriting” raffinato, che lo conferma come uno degli artisti più popolari della musica irlandese, un cantautore di razza, un vocalist ancora brillante, con una storia alle spalle, e che con questo Unfinished Business dimostra ancora una volta di avere classe, fantasia e di essere in grado di fare ancora eccellente musica, caratteristiche che gli hanno fatto guadagnare nel tempo schiere di ammiratori in tutto il mondo. A parere di chi scrive, i dischi di Paul Brady sono stati sempre come dei grandi viaggi, da scoprire ed esplorare, ma una volta scoperti potrebbe esserci là fuori un intero mondo di potenziali viaggiatori pronti ad ascoltare questo brillante musicista irlandese.

Tino Montanari

Vibrante Rock’n’Roll Dalla Louisiana. Rod Melancon – Southern Gothic

rod melancon southern gotic

Rod Melancon – Southern Gothic – Blue Elan CD

Rod Melancon non è un esordiente, anche se il suo primo disco, Parish Lines (2014) è passato abbastanza inosservato: originario della Louisiana del Sud, Rod non fa però musica influenzata dalla sua terra, a parte i testi che invece raccontano storie di personaggi locali, tra il reale e l’inventato, e mettendoci dentro anche qualche mistero che fa tanto bayou. Il suono però non è swamp, né cajun, e neppure ha punti di contatto con quel meraviglioso calderone musicale che è New Orleans: Rod infatti predilige un approccio rock’n’roll classico, sul genere di gruppi cardine del suono Americana come i Drive By Truckers, un sound chitarristico e diretto, che contiene anche elementi country e perfino alcuni accenni psichedelici. Southern Gothic contiene dieci canzoni di vero rock americano, suonato con piglio deciso e con le chitarre sempre protagoniste, con la produzione lucida di Brian Whelan (che è anche musicista per conto suo), e vede tra i vari sessionmen diversi artisti appartenenti al panorama country, ma il country più robusto e meno nashvilliano, tra i quali spiccano il bassista Ted Russell Kamp (Shooter Jennings), il batterista Mitch Marine (da tempo con Dwight Yoakam) e lo steel guitarist Marty Rifkin, membro dei Dead Peasants di Chris Shiflett. L’inizio del disco è però spiazzante:

With The Devil è un brano lento e cadenzato, che potrebbe essere un blues paludoso se non fosse per l’accompagnamento che mischia rock e psichedelia, antico e moderno, con un risultato interessante anche se non eclatante (c’è comunque un bell’assolo chitarristico), e poi il synth se lo potevano anche risparmiare. Perry ha un ritmo incalzante, con il basso molto pronunciato, ed è una rock song classica, fluida e scorrevole, cantata da Rod con voce roca e con ottimi spunti di chitarra; Lights Of Carencro è cupa, roccata, dura, con la voce che parla e pure filtrata, non un grande brano, si fa quasi fatica ad ascoltarlo fino in fondo, mentre Dwayne And Me è diametralmente opposta, trattandosi di una struggente ballata tra folk e country, con una melodia decisamente bella e suonata in maniera classica. Promises ha un attacco degno dei Rolling Stones, ed è infatti una buona rock song, vibrante e diretta, una delle più convincenti del CD, ed anche Redhead non abbassa il ritmo né l’attitudine rocknrollistica, siamo quasi dalle parti del Texas: questo è il Melancon che preferisco, diretto e concreto.

Bella anche Praying For Light (il disco sta crescendo canzone dopo canzone), una ballata elettrica dal suono ruspante e con un motivo fruibile, mentre la vivace Mary Lou ha un attacco che ricorda molto la dylaniana I Want You, ed anche come suono siamo lì, un delizioso brano di sapore sixties, leggermente country, insomma una bella sorpresa. Ottima anche Different Man, una sontuosa rock ballad, arrochita ed elettrica, con un feeling alla Neil Young neanche troppo nascosto; l’album si chiude con Outskirts Of You, puro country, uno slow languido con tanto di steel, che conferma la capacità del nostro di variare lo stile pur restando fedele al suo suono. Mi sento quindi di promuovere Rod Melancon, questo Southern Gothic ha un paio di brani sottotono, ma il resto è più che buono, ed in certi momenti addirittura ottimo.

Marco Verdi

Addio Al Gigante Gentile: Ci Ha Lasciato (Anche) Don Williams.

don williams

Breve ma doveroso omaggio alla figura di Don Williams, musicista di origine texana in attività per quasi sei decadi, prima con i Pozo-Seco Singers negli anni sessanta e poi da solista dal 1970, scomparso pochi giorni fa (l’8 Settembre) per complicazioni legate ad un enfisema polmonare, all’età di 78 anni. Williams, quasi sconosciuto dalle nostre parti (ma il sito Rockol, bisogna riconoscerlo, è stato tra i pochissimi a ricordarlo) era considerato il “Gentle Giant” della musica country, un soprannome derivato dal contrasto tra la sua figura fisicamente imponente ed i suoi modi garbati. E’ forse anche in conseguenza di essi che Don non è mai diventato una star, ma ha sempre preferito fare la sua musica nelle retrovie, contando su uno zoccolo duro di pubblico e sulla stima di una lunga serie di colleghi: era anche un songwriter atipico, nel senso che non è che scrivesse poi tantissimo (in questo si può paragonare a Glen Campbell, altro grande scomparso di recente, che era più che altro un interprete), affidandosi spesso ad autori di Nashville e non (Bob McDill era uno dei suoi preferiti) e con alcuni dei suoi brani più famosi che hanno avuto più successo nella versione di altri, nella migliore tradizione dei veri outsiders.

E’ il caso di Amanda, molto popolare nella rilettura di Waylon Jennings, o di Tulsa Time, scritta da Danny Flowers ma nota ai più nella travolgente versione di Eric Clapton. Ma Williams, che negli anni non ha mai cambiato stile, un country leggero e raffinato, proposto con classe e sobrietà, ha avuto diversi successi in classifica (anche una quindicina di numeri uno, non pochi per uno considerato di secondo piano), titoli come I Recall A Gypsy Woman, You’re My Best Friend, Till The Rivers All Run Dry, It Must Be Love, Love Is On A Roll, I Believe In You, solo per citarne alcuni.

Don è stato attivo fino ai giorni nostri: i lavori più recenti associati a lui sono stati trattati entrambi dal sottoscritto in questo blog, e cioè il buon live Don Williams In Ireland dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/06/18/bella-opportunita-chi-lo-conoscesse-don-williams-ireland-the-gentle-giant-concert/ , e soprattutto l’ottimo tributo Gentle Giants: The Songs Of Don Williams, dove artisti più o meno famosi rendevano omaggio all’arte del nostro con estremo buon gusto http://discoclub.myblog.it/2017/06/02/tanto-per-gradire-un-altro-bel-tributo-anche-da-parte-dei-nomi-meno-sicuri-gentle-giants-the-songs-of-don-williams/ . Don Williams se ne è andato così come aveva attraversato tutti i suoi decenni di carriera, cioè in punta di piedi: vorrei ricordarlo con un bel duetto con Emmylou Harris nella intensa If I Needed You, un classico di Townes Van Zandt.

Marco Verdi

Una Geniale E Moderna Opera Folk ! Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers

micah p. hinson the holy strangers

Micah P. Hinson – Present The Holy Strangers – Full Time Hobby CD

Prendere o lasciare, secondo molti Micah P. Hinson o lo si ama oppure lo si detesta, se volete il mio parere non dovete fare altro che andare a rileggere su questo blog la recensione di Micah P.Hinson And The Nothing, il precedente album di studio http://discoclub.myblog.it/2014/03/18/sfigato-professione-micah-p-hinson-micah-p-hinson-and-the-nothing/ . Con questo nuovo lavoro, The Holy Strangers, il “genietto”, texano di Abilene (ma nato a Memphis), racconta le traversie di una famiglia in tempo di guerra, partendo fin dalla nascita per poi sviluppare la “saga” tra amori, matrimoni, tradimenti, che si finalizzano in omicidio e suicidio, un progetto ambizioso che ha richiesto ben due anni di produzione, con la particolarità di avvalersi di una originale strumentazione e registrazione “vintage”, che ha partorito 14 brani (inclusi 5 brani strumentali, che uniscono come un fil rouge tutta la storia), con le consuete ballate scarne e come sempre fondamentalmente acustiche (e chi lo segue le conosce benissimo), con l’apporto dell’ennesima nuova “backing band” composta da Andrea Ruggerio e Ambra Chiara Michelangeli a violino e viola, Jaime Romain al cello, Nicholas Phelps alla lap-steel, John Plumlee alle percussioni elettroniche, i fratelli Pablo e Manuel Moreno Sanchez al cello e violino, quasi tutti impiegati solo in un brano o due, a parte il pianista e tastierista Kormac  e le ragazze agli archi o due, nonché con una partecipazione familiare che vede la moglie Ashley e il figlio Wiley ai cori (per la verità il figlio al “pianto”), un insieme che dà all’album uno sviluppo musicale classico e decadente. Tutti gli altri strumenti e le “manipolazioni sonore” sono dello stesso Hinson.

L’intrigante “romanzo americano” di Micah P.Hinson si apre con il lento e dolente strumentale The Temptation, subito seguito dalle bellissime note “dark” di The Great Void, per poi rispolverare con Lover’s Lane lo spirito del grande Johnny Cash, intervallato da un altro strumentale The Years Tire On, che si distingue per un crescendo orchestrale ripetuto. La narrazione riparte con una ninna nanna lenta e dolente come Oh Spaceman (appunta dedicata al figlio, che però non pare apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=5z2f78fmMQY), il breve ma intenso orchestrale The Holy Strangers (con i meravigliosi violini delle musiciste italiane Ruggerio e Michelangeli), il lungo parlato recitativo di Micah Book One, una suggestiva parabola “biblica” che ripercorre in toto l’infanzia di Hinson, seguita dal maestoso incedere di archi e violini di The War. Con la spettrale e triste The Darling, si torna ai valzer crepuscolari dei primi lavori di Micah, ci adagiamo sulle note dei violini di The Awakening, per poi commuoverci con le poetiche parole di una meravigliosa The Last Song, un brano che non stonerebbe nel repertorio di Nick Cave. La parte finale della narrazione prosegue con un ulteriore strumentale The Memorial Day Massacre (il punto musicale forse più interessante del disco), mentre si racconta della “morte” nell’arioso folk-country di The Lady From Abilene, e dell “suicidio” nella  dolente cantilena texana di una Come By Here a dir poco commovente.

Senza ombra di dubbio questo “concept-album” The Holy Strangers è il disco più ambizioso della carriera dell’ex “sfigato” Micah P.Hinson, un grande romanzo americano che, se ipoteticamente si togliesse la musica, potrebbe forse essere stato scritto, usando una iperbole, da grandi scrittori quali sono stati William Faulkner e John Steinbeck. Per chi scrive, fin dal lontano esordio Micah P.Hinson è parso un talento di assoluta purezza, in quanto sa scrivere canzoni con un senso perfetto della melodia, ed è dotato di una voce perfettamente riconoscibile (quasi da “crooner” anni cinquanta), e, ritornando all’affermazione iniziale, chi lo ama sa già cosa aspettarsi (e di conseguenza apprezzerà anche questo nuovo lavoro), agli altri porgo l’umile consiglio di approfondire gli album precedenti senza alcun pregiudizio.   

Tino Montanari

Ancora Un Disco Di Qualità Per Questo Texano Mancato. Jon Wolfe – Any Night In Texas

jon wolfe any night in texas

Jon Wolfe – Any Night In Texas – Fool Hearted CD

Jon Wolfe, countryman originario di Tulsa, Oklahoma (ma texano d’adozione) si è rivelato al mondo con il suo secondo album, l’ottimo It All Happened In A Honky Tonk, uscito una prima volta nel 2010 e ristampato in versione deluxe dalla Warner ben tre anni dopo. Wolfe non è molto prolifico, in quanto da allora ha pubblicato solo altri due lavori, Natural Man nel 2015 ed ora questo nuovissimo Any Night In Texas, ma è uno che non fa dischi tanto per farli, né incide prodotti commerciali tipicamente made in Nashville solo per vendere, insomma ci tiene alla qualità. La sua musica è un country robusto ed elettrico, dal ritmo spesso alto e con canzoni di buon livello: Jon è dotato anche di un’ottima voce, ed il suo stile è maturato disco dopo disco, al punto che si può dire che Any Night In Texas è il suo miglior lavoro dopo l’album del 2010. Un disco di puro country texano, roccato e ritmato a puntino, e con il giusto equilibrio tra arte e commercio: quattordici canzoni suonate come si deve e prodotte con mano sicura da Jon stesso con Lex Lipsitz, e con diverse collaborazioni illustri nella stesura dei brani, con nomi come Ashley Monroe, Jon Pardi, Radney Foster, Brandi Clark, Rhett Akins e l’ex leader degli Hootie & The Blowfish, Darius Rucker, da tempo reinventatosi cantante country.

Girl Like You è un brano elettrico e potente dal motivo decisamente orecchiabile, che fonde mirabilmente atmosfere radio friendly ed un’attitudine da vero country rocker, cosa che si ripete, se possibile accentuata, nella seguente Time On My Hands, molto diretta e con le chitarre in evidenza. La title track mette in primo piano la bella voce del nostro e la sua propensione al ritmo, per una fluida country ballad che si lascia apprezzare in toto; Boots On A Dance Floor, nonostante il titolo, è uno slow, anche se le chitarre lavorano di fino sullo sfondo e non ci sono cedimenti di sorta, mentre Baby This And Baby That torna a parlare la lingua del country rock: forse qualche brano è prevedibile, ma il suono è quello giusto, non ci sono aiuti da parte di synth, programming, pro-tools e diavolerie varie e la qualità complessiva ne guadagna. A Country Boy’s Life Well Lived è un irresistibile country’n’roll del tipo che si balla nei bar texani, ritmo e divertimento assicurati, Drink For Two è un vibrante duetto con la graziosa Sunny Sweeney, un pezzo che cresce man mano che lo si ascolta, Airport Kiss è forse un tantino ripetitiva, ma sempre piacevole e ben fatta, mentre Hang Your Hat On That è un lento dal refrain intenso e con un ottimo assolo chitarristico. La ultime cinque canzoni confermano quanto di buono si è sentito nelle prime nove, con una menzione particolare per la roccata Whenever I’m With You, la mossa That’s What A Song Will Do, contraddistinta da un bel riff, e la tersa We’re On To Somethin’.

Al quarto disco Jon Wolfe non è ancora stato risucchiato dal pericoloso calderone di Nashville (anche se è proprio là che va ad incidere i suoi lavori), e ad occhio e croce credo che riuscirà a mantenere la barra dritta anche in futuro.

Marco Verdi

Un Altro “Nuovo” Cantautore Di Buon Livello. Aaron Burdett – Refuge

aaron burdett refuge

Aaron Burdett – Refuge – Organic/Crossroads CD

Quando ho visto la copertina di Refuge, nuovo album del songwriter Aaron Burdett, ho pensato si trattasse di un disco country. Niente di più sbagliato: Burdett è in realtà un cantautore classico, sul genere di gente come James Taylor (nativo come lui del North Carolina) o Jackson Browne, ma che alla fine non assomiglia molto né all’uno né all’altro. Burdett usa anche il country, ma non è un countryman, in quanto un certo suono è al massimo funzionale in alcuni brani; Aaron predilige scrivere canzoni classiche, che esegue accompagnandosi sia con la chitarra acustica che con quella elettrica (è anche un bravo chitarrista), usando talvolta una piccola band, ma spesso presentandosi in totale solitudine. E si sa che, se sei da solo in scena, o hai feeling, bravura e capacità interpretativa o non vai da nessuna parte. Burdett è tutt’altro che un esordiente, in quanto è attivo dal 2005, e Refuge è già il suo settimo album: non conosco i lavori precedenti, ma dopo aver ascoltato quest’ultimo posso senz’altro pensare che possa essere il disco della maturità, sperando  che possa portargli un minimo di notorietà, almeno a livello di culto (anche se non ci credo molto).

La produzione, asciutta e lineare, è nelle mani di Tim Surrett, ed in studio con Aaron ci sono pochi ma validi sessionmen, tanto utili quanto sconosciuti, tra i quali spiccano lo steel guitarist Jackson Dulaney, il violinista David Johnson e la sezione ritmica formata da Jeff Hinkle (basso) e James Kylen (batteria). Ma al centro di tutto c’è Burdett con le sue canzoni, dieci esempi di puro cantautorato americano, come l’iniziale Pennies On The Tracks, una ballata (il genere da lui prediletto) molto ben strutturata e con una melodia fluida, con solo una chitarra, un violino e la voce gentile del nostro, una bella canzone che colpisce per la sua semplicità. E Refuge è tutto così, con brani più o meno mossi che rivelano la capacità da parte di Burdett di emozionare anche con una strumentazione parca. It’s A Living è più elettrica, ha il passo di una vera country song d’altri tempi, con una steel evocativa, ed il brano stesso è scorrevole e con un bel refrain diretto; Looking For Light è tenue e delicata, solo voce e due chitarre, anche se non serve altro per costruire una canzone degna di nota (in questo suo essere semplice ma incisivo Aaron mi ricorda un po’ Garnet Rogers, grande cantautore canadese, dalla fama inversamente proporzionale alla bravura).

Last Refuge è ancora un lento, ma la chitarra è elettrica (anche se oltre ad Aaron non c’è nessuno), e la canzone sta in piedi ugualmente, grazie anche all’ottima prova vocale, Rock And Roll nonostante il titolo si mantiene sullo stesso stile, un pezzo acustico di stampo folk, anche se dopo un minuto entra la band e si sente anche una slide, mentre Another Nail In The Coffin è una piacevolissima rock ballad, tersa e scorrevole, suonata e cantata benissimo e con uno dei motivi centrali migliori del CD. A Couple Broken Windows, ancora acustica, è semplice ed intensa al tempo stesso, Poor Man è una splendida ballata dal suono classico, molto anni settanta, con quell’impasto di organo e chitarre ed un leggero sapore southern: forse la migliore del lotto; l’album si chiude con la brillante Thieves And Charlatans, con un bel violino a guidare lo sviluppo del brano, e con Wolves At The Door, ennesimo slow fluido e “soulful”. Un gran bel dischetto, che dimostra ancora una volta quanto il sottobosco musicale americano sia pieno di talenti che fanno una fatica immensa ad emergere.

Marco Verdi

Musica Indie Di Classe Per Orecchie “Mature”. The National – Sleep Well Beast

national sleep well beast

National – Sleep Well Beast – 4 AD CD

Finalmente è giunta l’occasione di parlarvi per la prima volta sul Blog dei National (un gruppo di Cincinnati, Ohio, ma da tempo di stanza a Brooklyn), con la particolarità, in parte come i Radiohead, di formare  un quintetto a conduzione familiare, composto da fratelli e amici di scuola, come i gemelli chitarristi e tastieristi Aaron e Bryce Dessner, la sezione ritmica dei fratelli Scott e Bryan Devendorf al basso e batteria, a cui si aggiunge il cantante e compositore Matt Berninger, dotato di una voce baritonale e indiscusso leader del gruppo, senza dimenticare una figura chiave come il bravissimo musicista girovago e violinista australiano Padma Newsome, determinante nelle prime intuizioni armoniche del gruppo, nonché autore spesso degli arrangiamenti di archi e tastiere.

I National una volta approdati a New York, pubblicarono il primo album, l’omonimo The National  pochi giorni dopo la tragedia dell’11 Settembre 2001, un lavoro forse un po’ acerbo ma già ricco di idee musicali prettamente acustiche, mentre con il seguente Sad Songs For Dirty Lovers (03) il suono si fece più vicino a sonorità “alt-country” che richiamano alla mente i mai dimenticati Wilco e Uncle Tupelo, con perle come Cardinal Song e Thirsty, e dopo un EP meraviglioso come Cherry Tree (04), una breve raccolta di brani rimasti fuori dall’album precedente, arriva il fortunato Alligator (05), una serie di ballate per cuori infranti, situata tra i migliori Tindersticks e i Morphine. Con il bellissimo Boxer (07) i National  arrivano (per ora) al loro punto più alto, e concludono un ideale “trilogia” iniziata con Sad Songs… tra sfumature folk, atmosfere notturne e arrangiamenti orchestrali curati come detto da Padma Newsome, che vedono come ospite al pianoforte Sufjan Stevens (raggiungendo ai la vendita di 170mila copie negli Stati Uniti), a cui faranno seguire un altro EP The Virginia (08), una raccolta di brani inediti e cover registrati dal vivo, il crepuscolare High Violet (10),  una “colonna sonora” di 45 minuti con almeno due canzoni strepitose come England e Vanderlyle Crybaby Geeks, e per finire l’ultimo lavoro in studio Trouble Will Find Me (13), forse, a parere di chi scrive, il meno convincente, ma che nei brani finali Pink Rabbits e Hard To Find, certifica ancora una volta la genialità e la bravura dei National. Ora, dopo la lunga pausa, in cui hanno curato lo splendido tributo ai Grateful intitolato Day Of The Dead, tornano con nuovo album.

Questo nuovo lavoro Sleep Well Beast, prodotto dai fratelli Dessner e da Berninger, è stato registrato negli studi (di proprietà dello stesso Aaron) Long Pond a New York, per una dozzina di brani che parlano di separazione e desiderio, anche firmati dal barbuto “frontman” Matt Berninger  con la moglie Carin Besser, e si avvale in alcuni brani di ospiti di rilievo come Bon Iver e Marc Ribot. Il disco si apre con la “matrimoniale” Nobody Else Will Be There, una ballata notturna marchio di fabbrica del gruppo, a cui fanno seguito il flusso chitarristico iniziato dei fratelli Dessner in una tambureggiante “post punk-song” come Day I Die, dall’intrigante elettronica di una “berlinese” Walk It Back, e dal riff “assassino” di The System Only Dreams In Total Darkness con grande lavoro delle chitarre. Con l’intro iniziale di pianoforte di Born To Beg , si evidenzia ancora una volta la bravura di “crooner” di Berninger, per poi passare al rock duro e tirato di una “psichedelica” Turtleneck, alla melodia palpitante di Empire Line, e alla sperimentazione di una elettronica I’ll Still Destroy You, comunque splendida. La parte finale inizia con la raffinata e dolce Guilty Party, per poi farci commuovere come sempre con la pianistica Carin At The Liquor Store (dove Matt dà sfoggio della sua bravura), tornare ai tempi “confidenziali” con il delicato valzer di Dark Side Of The Gym (dal titolo stranissimo), e chiudere con la “title track” Sleep Well Beast, dal suono scarno e dark, canzone guida di quello che potrebbe essere il “sound” del prossimo album dei National, una formazione ambiziosa e in perenne movimento nel ricercare strade nuove.

Per chi scrive, i National di Matt Berninger sono una delle band “indie-rock” più atipiche e nello stesso tempo più significative del panorama musicale americano, e queste dodici canzoni di Sleep Well Beast sono da gustare in perfetta solitudine come un brandy d’annata, e non possono lasciare indifferente qualsiasi ascoltatore dotato di buon orecchio, e magari non di primo pelo.

Esce domani 8 settembre.  

Tino Montanari