Una Vera Delizia Per Le Orecchie! Tim Grimm & The Family Band – A Stranger In This Time

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Tim Grimm & The Family Band – A Stranger In This Time – Appaloosa/IRD CD

Questo disco è uno dei miei preferiti tra quelli usciti lo scorso anno, e ha mancato l’ingresso nella mia personale Top Ten per un soffio; se dovessi però rifare la classifica oggi, o tra un mese, non è escluso che ci possa anche entrare, non per una perdita di valore di altri album da me citati in precedenza, ma perché sto parlando di uno di quei lavori che crescono inesorabilmente ascolto dopo ascolto. Tim Grimm nasce come attore, ma da diversi anni si è dedicato alla sua più grande passione, la musica folk-roots, diventandone un apprezzato esponente pur rimanendo indipendente e ben lontano dalle classifiche di vendita, l’esatto opposto della sua carriera attoriale, durante la quale aveva partecipato a veri e propri blockbuster hollywoodiani come Sotto Il Segno Del Pericolo, Codice Mercury e Fuoco Assassino, recitando (in ruoli di contorno, va detto) a fianco di superstar come Harrison Ford, Bruce Willis, Robert De Niro e Kurt Russell. Dal punto di vista musicale Tim è in pista dalla fine degli anni novanta, ed al suo attivo ha una serie di validi lavori di pura musica roots, tra folk e country, rivelando un altro lato della sua personalità artistica, quello di singer-songwriter, decisamente più interessante di quello recitativo: tra i suoi lavori passati, citerei senz’altro il buon The Turning Point e l’ottimo Thank You Tom Paxton, personale tributo ad uno dei suoi eroi musicali.

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https://www.youtube.com/watch?v=FdBbtiRZop0

Ma A Stranger In This Time è senza dubbio il suo disco più bello fino ad oggi, un lavoro splendido, puro, con una serie di canzoni una più bella dell’altra eseguite con una finezza ed un feeling non comune; l’album è intitolato a Tim ed alla Family Band, così chiamata perché è formata dalla moglie Jan Lucas (voce e armonica) e dai figli Connor e Jackson Grimm (alle chitarre il primo ed a banjo e mandolino il secondo), con interventi “esterni” da parte di Hannah Linn alla batteria e del bravissimo Diederik Van Wassenaer al violino (musicista che ci aveva già colpito nel bellissimo The Pilot And The Flying Machine di Ben Bedford). A Stranger In This Time è dunque un album da gustare nota dopo nota, una brillante conferma per un artista forse di basso profilo ma di grandi capacità: il disco esce per l’etichetta italiana Appaloosa, e come d’abitudine negli album pubblicati dalla label brianzola, i testi sono riportati anche nella nostra lingua. L’iniziale These Rollin’ Hills è già splendida, una chitarra arpeggiata subito doppiata dal banjo, con la voce calda del nostro che intona un motivo puro e cristallino di chiaro stampo folk, un avvio decisamente intenso. Notevole anche Gonna Be Great, dal ritmo più accentuato, e sarà per la melodia squisitamente decadente e “scazzata”, sarà per il controcanto femminile o per la voce ancora più bassa di Tim, ma a me questo brano ricorda non poco Leonard Cohen, anche se per la verità il refrain centrale somiglia moltissimo a Things Have Changed di Bob Dylan: comunque deliziosa.

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https://www.youtube.com/watch?v=gpDc5Yc6xTc

Ottima anche So Strong, un western tune davvero intenso e con una melodia emozionante nobilitata da un languido violino ed un approccio da consumati pickers da parte dei membri della band; Thirteen Years è un talkin’ da perfetto storyteller, nel quale Grimm compensa la (voluta) assenza di un motivo vero e proprio con una interpretazione da brividi, quasi fosse un novello Ramblin’ Jack Elliott. Black Snake è più elettrica, bluesata ed annerita, mi ricorda immediatamente certe cose di Ray Wylie Hubbard, con quell’atmosfera limacciosa che ha dei punti di contatto anche con Tony Joe White; Finding Home è ancora pura, delicata ed interiore, impreziosita dalla seconda voce di Jan, mentre è bellissima anche Hard Road, uno squisito country-folk dal tempo vivace e ritornello vincente, ed uno splendido accompagnamento guidato da banjo ed armonica, una delle più belle del CD. The Hungry Grass è un altro delizioso bozzetto acustico, semplice ma intensissimo, Darlin’ Cory è l’unico brano tradizionale del disco, ed è eseguito in maniera rigorosa, una sorta di folk-bluegrass appalachiano vibrante ed evocativo. Chiudono il CD la cadenzata Over The Waves, altro pezzo originale ma dal sapore di una ballata d’altri tempi (ed un qualcosa di irlandese nella melodia) e la tenue Over The Hill And Dale, che addirittura mi rammenta il Cat Stevens più bucolico. Se lo scorso anno vi siete persi questo A Stranger In This Time (*NDB. Come se lo era perso il Blog!), siete ancora ampiamente in tempo ad accaparrarvelo: di sicuro non ve ne pentirete.

Marco Verdi

Sempre Buona Musica Dai “Gangsters Di Chicago”. Great Crusades – Until The Night Turned To Day

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Great Crusades – Until The Night Turned To Day – Mud Records / Blue Rose

Chi mi segue su questo blog avrà ormai capito che ci sono dei gruppi e cantanti che nel corso degli anni mi sono entrati sotto pelle, li seguo fin dal loro esordio, e quindi attendo con partecipazione le loro eventuali nuove uscite per poterle recensire e farli eventualmente conoscere su queste pagine virtuali. E’ questo sicuramente il caso dei Great Crusades (una delle band più sottovalutate d’America), che a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro in studio Thieves Of Chicago (recensito sul Blog all’epoca), si fanno nuovamente vivi sul mercato con questo nuovo lavoro Until The Night Turned To Day (il nono della loro discografia  se non ho sbagliato i conti): una carriera  iniziata nel lontano ’98 con The First Drink Spilled Of The Evening, nuovo disco che chiude un cerchio, visto che tornano ad incidere con l’etichetta Mud Records, quella che aveva pubblicato il loro album di debutto. I “crociati” (stranamente ancora a piede libero), sono rappresentati come sempre dal leader Brian Krumm voce e chitarra, a cui rimangono fedeli Brian Leach (chitarra, tastiere e voce), Brian Hunt (basso e voce), e Christian Moder (batteria, tastiere e voce), con il non trascurabile apporto di Jake Brookman al violoncello, Brian Wilkie alla pedal-steel, e della gentile e brava Katie Todd come “vocalist” aggiunta, il tutto per registrare questo nuovo CD in soli due giorni negli ormai abituali JoyRide Studios di Chicago (il loro covo), in totale undici brani basati sulla propria tradizione musicale, che spazia tra americana, rock-blues, indie-rock, e un energico rock’n’roll.

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https://www.youtube.com/watch?v=n0F04S3RjC0

Un pianoforte “malandrino” introduce la splendida voce baritonale di Krumm (rauca e ricca di “pathos”), in un valzer intrigante come If You Could Only See Me Now, per poi cambiare subito registro con il “tex-mex” di It Only Took A Minute Not To Say Goodnight, il folk-rock di una solare Hey Hey (River Charles), per poi approdare a delle bellissime piste di pianoforte in una Gutter Punks in un duetto meraviglioso con Katie Todd. Si riparte e si alza il tiro con il rock senza tempo di una brillante Little Crown, e di una tambureggiante King Of The Altered States, per poi  rispolverare anche un po’ di vecchio caro “swing” nella tonica Prayer Furnace, virare al suono rilassante dell’acustica If I Changed My Mind, una tenebrosa ballata cantata al meglio dalla voce intensa del “capobanda”. Con la splendida Thanks For Asking si cambia ancora registro sonoro, passando pure per il blues ispirato da Muddy Waters con una torrenziale Last Dying Wish, e terminare infine con le suadenti note di Petrified, con la pedal-steel di Brian Wilkie in primo piano.

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https://www.youtube.com/watch?v=a0hkiQL60SE

I Great Crusades si conoscono tra loro fin dall’infanzia, e dopo vent’anni di carriera non importa quale stile di musica suonino i tre Brian e Christian, ma conta che siano una rock-band coi fiocchi, che porta in giro per il mondo il proprio talento e una loro particolare impronta musicale, dove la voce di Krumm è sicuramente la proverbiale ciliegina sulla torta. Per i pochi (o tanti, ma dubito) che già li conoscono un disco da ascoltare nelle ore piccole, per tutti gli altri il consiglio di dare una “chance” e magari un ascolto al loro vecchio catalogo, in quanto anche se le influenze musicali sono diverse e numerose, i Great Crusades sono in primis i Great Crusades.

Tino Montanari

Braveheart Billy Bragg Torna A Riscaldare I Nostri Cuori. Billy Bragg – Bridges Not Walls EP

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Billy Bragg – Bridges Not Walls EP – Cooking Vinyl

God save, non The Queen stavolta, ma tutti gli artisti e, in particolare i cantautori, che, come Billy Bragg,  hanno il dono di toccare i nostri cuori e risvegliare le nostre menti, spesso un po’ intorpidite, riguardo a ciò che di importante sta accadendo nel mondo. Si può più o meno essere d’accordo con le sue idee, ma certo non si può rimanere indifferenti ascoltando i testi delle sue canzoni. Da sempre schierato con la sinistra radicale inglese e convinto oppositore di ogni forma di razzismo, sessismo od omofobia, Billy ha portato avanti con coerenza, fin dai suoi esordi nei primi anni ottanta, la sua personale lotta contro le ingiustizie sociali. Trentacinque anni fa c’era la Thatcher con le sue odiose politiche economiche che opprimevano i lavoratori (ricordate la drammatica vicenda dei minatori inglesi?), oggi il becero neonazionalismo che ha portato alla Brexit, senza contare la sciagurata elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Ora come allora Billy Bragg non poteva evitare di prendere posizione e di mettere in musica le sue riflessioni. Dalla scorsa estate ha cominciato a mettere online nuovi singoli, che ha poi raccolto in un EP intitolato in modo assai significativo Bridges Not Walls.

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https://www.youtube.com/watch?v=pkNN81Ta2ik

Il primo dei sei brani contenuti in questa mini raccolta porta il nome di un dipinto di Goya che Billy ha potuto ammirare a Madrid nel museo del Prado. The Sleep Of Reason racconta degli effetti nefasti che possono determinarsi quando addormentiamo la nostra capacità di valutare gli eventi che succedono, vicini o lontani che siano. L’arrangiamento è ridotto al minimo: chitarra elettrica graffiante e una percussione martellante sullo sfondo, per dare ancora più risalto alle parole del testo. King Tide And The Sunny Day Flood è una intensa ballata acustica impreziosita dalla pedal steel suonata da C. J. Hillman che ci richiama ai rischi concreti che tante popolazioni stanno vivendo a causa dei cambiamenti climatici che buona parte del mondo industrializzato, con la complicità dei rispettivi governi, sta provocando https://www.youtube.com/watch?v=lWPZeQzN_Ws . La brava cantautrice americana Anais Mitchell è l’autrice della successiva Why We Built The Wall (tratta dall’ottimo Hadestown del 2010), che Bragg riprende nella classica modalità chitarra e voce, attualizzandone il significato contro chi, come Trump, pensa di risolvere i problemi dell’immigrazione erigendo muri https://www.youtube.com/watch?v=d0EOVt9WzJk . Una sconosciuta ragazza di nome Saffiyah Khan è l’ispiratrice della delicata Saffiyah Smiles. Fu immortalata da un fotografo nell’attimo in cui sorrideva sicura fronteggiando il volto minaccioso di un attivista del movimento neofascista English Defence League, durante una manifestazione dello scorso aprile a Birmingham. Bragg la prende come esempio della forza che scaturisce dalla solidarietà, opposta alla debolezza del bieco razzismo.

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https://www.youtube.com/watch?v=07X_yk1v8S4

Nelle note disponibili sul suo sito http://www.billybragg.co.uk/home.php Billy racconta che, durante un dibattito politico televisivo a cui era stato invitato, il conduttore chiese ad un ministro del governo Cameron se avrebbero aumentato i benefit a favore dei bambini in difficoltà economiche. La risposta del ministro fu: prima dobbiamo vedere come sarà l’andamento dei bond sul mercatoCapite allora da cosa scaturisce la bellissima Not Everything That Counts Can Be Counted,, polemica risposta a quei politici che subordinano le decisioni a favore della collettività, piegandosi alle imposizioni dei poteri forti dell’economia e della finanza. Da ultima, Full English Brexit chiude efficacemente il cerchio ideologico che ha originato questo EP. Le amare parole del suo testo, cantato con tono dolente dal suo autore con il solo accompagnamento del piano, ribadiscono lo smarrimento di fronte a questi tempi in cui la divisione, l’indifferenza o gli abusi sembrano prevalere. Billy Bragg richiama se stesso e i suoi colleghi alla responsabilità di saper proporre, attraverso la musica, messaggi che uniscano e che sappiano creare empatia tra la gente, al di là delle differenze di razze e culture. A parer mio, merita solo applausi.

Marco Frosi

Un Addio All’Ennesima Potenza! Black Sabbath – The End

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Black Sabbath – The End – Eagle Rock/Universal 2CD – DVD – BluRay – DVD/CD – BluRay/CD – 3LP – Deluxe 3CD/DVD/BluRay

*NDB Visto che è l’ultimo dell’anno mi sembrava giusto pubblicare per l’occasione un Post su un album che si chiama The End. Buon Anno e ci rivediamo comunque domani.

Il “lungo addio” dei Black Sabbath, storica formazione hard rock britannica (componenti di una ideale triade che comprendeva anche Led Zeppelin e Deep Purple), è iniziato nel 2013 con il loro ottimo album di studio 13, e pare essersi esaurito il 4 Febbraio di quest’anno, allorquando i nostri hanno suonato quello che dovrebbe essere il loro ultimo show a Birmingham, loro città d’origine. Questa volta il congedo sembrerebbe essere definitivo, un po’ per la carta d’identità dei vari membri, un po’ per i problemi di salute di Tony Iommi, affetto da un melanoma che fortunatamente pare sotto controllo (e problemi di salute hanno impedito anche al loro batterista originale, Bill Ward, di partecipare alla reunion, anche se sotto sotto si vocifera di questioni legate ai soldi), ed anche perché il frontman Ozzy Osbourne ha fatto sapere che vuole tornare ad occuparsi della sua carriera da solista (ma Iommi ha già insinuato che potrebbero anche suonare uno show per il loro cinquantenario, che sarà l’anno prossimo, o il 2020 se cominciano a contare dalla data del loro primo album). The End è il resoconto completo della serata conclusiva del tour, un documento che esce in una marea di configurazioni diverse (vi dico subito che l’unica con dentro tutto sia in versione audio che video è il deluxe box, con circa 50 euro ve la cavate), e vede i nostri in forma smagliante, aiutati anche da una qualità di registrazione perfetta: un live che è decisamente migliore di quello uscito a fine 2013, Live…Gathering In Their Masses, in quanto offre una panoramica più ampia del repertorio del gruppo e vede comunque all’opera una band più rodata. I

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n The End i classici della band ci sono praticamente tutti, anche se in questa configurazione vengono da sempre presi in considerazione solo i primi dieci anni (e per la serata finale io un piccolo omaggio almeno al periodo con Ronnie James Dio lo avrei previsto, ma si sa che tra Ozzy ed il piccolo cantante americano non è mai corso buon sangue): i tre, aiutati dal tastierista Adam Wakeman (figlio di Rick, storico membro degli Yes) e dal poderoso batterista Tommy Clufetos, sono in serata di grazia, e suonano in maniera potente e fluida nello stesso tempo, con Iommi che si conferma ancora una volta una formidabile macchina da riff (e pure gli assoli sono da paura), Geezer Butler un bassista tonante ma dal fraseggio mai scontato e banale, quasi come se il suo fosse un altro strumento solista, mentre Ozzy è Ozzy, non cambia: non è mai stato un grande cantante, fa e dice le stesse cose da quasi cinquant’anni, ma ha un carisma indiscutibile e poi è comunque un simpaticone che copre eventuali magagne con la sua esuberanza (e comunque in questa serata è in palla anche lui). Rock duro potentissimo quindi, una colata di lava lunga due CD, ma con la creatività tipica delle band che hanno inventato questo tipo di suono: diciamo che, come già detto per il mancato omaggio a Dio, essendo la serata finale un’ospitata in un paio di pezzi per Ward ci poteva anche stare.

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https://www.youtube.com/watch?v=zY5nYmTUfnQ

Dopo il prevedibile inizio di Black Sabbath, in assoluto la canzone più inquietante del gruppo (ma con una parte finale in cui Tony fa i numeri), abbiamo la roboante Fairies Wear Boots, tutta giocata sulla chitarra di Iommi e sulla batteria granitica di Clufetos, e lo strepitoso medley Under The Sun/Everyday Comes And Goes, con Tony letteralmente scatenato. Durante il concerto vengono presi in esame brani da tutti di dischi con Ozzy alla voce, tranne Never Say Die! e, stranamente, 13: non dà tregua neppure la meno nota After Forever, con Osbourne che come d’abitudine canta seguendo il riff, oppure la potentissima Into The Void, dall’intro strumentale lunghissimo, mentre Snowblind (la neve di cui si parla non è esattamente quella che cade dal cielo) vede uno dei migliori assoli di Iommi. Il primo CD termina con il superclassico War Pigs, un pugno nello stomaco ma non privo di feeling, con la cupa ma fluida Behind The Wall Of Sleep e con un assolo di basso di Butler che sfocia in N.I.B., da sempre una delle mie preferite, granitica ma con un riff tra i più godibili del gruppo (e caspita se suonano) https://www.youtube.com/watch?v=Zxjz6VhUOr8 . Nel secondo dischetto troviamo altre sette brani che danno il colpo di grazia finale all’ascoltatore, con una menzione speciale per un fantastico  medley che comprende la classica Sabbath Bloody Sabbath e le rare Supernaut e Megalomania, l’applauditissima Iron Man https://www.youtube.com/watch?v=7-thChxjcVw , uno dei brani in cui l’arte “riffatoria” di Iommi tocca le vette più alte, ed il gran finale con una incredibile Dirty Women, dove Tony sembra avere dieci mani, la poderosa Children Of The Grave e l’immancabile chiusura con la travolgente Paranoid.

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https://www.youtube.com/watch?v=pTHeY0-P4MY

Qualche giorno dopo questo show, i nostri si sono riuniti agli Angelic Studios di Brackley (una cittadina non lontana da Oxford) per una session in cui hanno inciso in presa diretta altri cinque pezzi del loro repertorio passato, per quella che dovrebbe in teoria essere la loro ultima testimonianza in studio. The Angelic Sessions è il titolo del terzo CD del box (ma è anche la parte audio nel CD incluso nell’edizione DVD – o BluRay – mentre quella con solo 2CD è l’unica a parte il box che contiene il concerto in versione audio, ma omette le Angelic Sessions…se siete confusi non siete i soli) e presenta nell’ordine The Wizard, che sarà anche per l’uso dell’armonica ma ha perfino elementi blues (ok, hard blues), la cadenzata Wicked World che vede chitarra e basso suonati all’unisono, Sweet Leaf che è un filo ripetitiva (ma Iommi comunque non perde un colpo), e si chiude con la solida Tomorrow’s Dream e con Changes, una delle rare ballate dei nostri. La storia del rock è piena zeppa di finti addii, ma questa volta l’epopea dei Black Sabbath sembra davvero arrivata al capolinea, e se sarà così con The End i nostri si saranno congedati, come dicono gli inglesi, “on a high note”.

Marco Verdi

Una Splendida Notte Svedese Di Mezza Estate! Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Sweden 1988

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Stockholm, Sweden July 3 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

L’ultimo episodio degli archivi live di Bruce Springsteen (in realtà nel frattempo ne sono usciti altri due, dei quali mi occuperò in seguito) torna negli anni ottanta, ma non è inerente né ad uno dei mitici concerti europei del 1981 (che ancora mancano dalla serie) né al celebrato tour di Born In The U.S.A., bensì ad una serata della tournée del 1988 nel vecchio continente, in seguito alla pubblicazione dell’album Tunnel Of Love. La scelta è sorprendente per due motivi: primo perché c’è già tra le uscite passate un documento di questo tour (L.A. Forum, Aprile 1988) e poi perché questa serie di concerti è forse ad oggi la più criticata di tutte quelle che il Boss ha intrapreso con la E Street Band, in quanto lo vedevano meno esplosivo del solito, più trattenuto nelle performance, quasi come se le atmosfere intimiste di Tunnel Of Love avessero influenzato anche il suo modo di porsi dal vivo (e la serata di Los Angeles riflette in pieno questo stato delle cose, infatti è una delle meno imperdibili della serie). Nella parte europea del tour qualcosa però era cambiato, Bruce era più sciolto, le scalette più vicine ai gusti del pubblico, ed uno degli apici di quella serie di serate fu senz’altro quella del 3 Luglio a Stoccolma, di cui all’epoca fu mandato in onda per radio un estratto (anche in Italia, ed io ricordo nitidamente la sera in cui mi ero sintonizzato all’ascolto): questo triplo CD offre per la prima volta la serata intera, e devo dire che la performance è strepitosa, all’altezza di quelle leggendarie del nostro, quasi come se fosse stata registrata in un altro tour (allora possedevo un bootleg dello show di Torino, e l‘intensità della prestazione era più simile a quella di Los Angeles che a quella svedese https://www.youtube.com/watch?v=rvmZQB5tUoc ).

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https://www.youtube.com/watch?v=4aLRyzxETKc

Quasi tre ore e mezza di grande rock’n’roll, con il nostro che dà meno spazio al suo ultimo album dell’epoca ed offre una panoramica su tutta la sua carriera fino a quel momento (ignorando però i primi due album), aggiungendo diverse chicche. Il concerto in realtà parte maluccio, con i suoni sintetizzati della mediocre Tunnel Of Love (gratificata però da un ottimo assolo chitarristico), ma si risolleva subito con una energica cover di Boom Boom (John Lee Hooker), con il muro del suono fornito dalla sezione fiati presente on stage, e da una Adam Raised A Cain davvero potente. The River arriva forse troppo presto, anche se è sempre un immenso piacere ascoltarla, ed il brano che la segue, All That Heaven Will Allow, è uno dei migliori di quelli tratti da Tunnel Of Love. Dall’allora ultimo album vengono comunque prese meno canzoni del solito, oltre alle due già citate, soltanto altre tre: la gradevole Brilliant Disguise, la trascinante Spare Parts, unico “rocker” del disco, e soprattutto la magnifica Tougher Than The Rest, da sempre uno dei pezzi che preferisco del Boss. Born In The U.S.A. è ancora fresco di successo, e Bruce ne suona una buona parte, ben sette brani su dodici, tra cui una roboante Cover Me, una title track più coinvolgente che mai e la spesso sottovalutata, ma bellissima, Downbound Train. Altri highlights di una serata speciale sono l’inedita e splendida Roulette (altri brani presenti fra quelli all’epoca non pubblicati, ma più “normali”, sono Seeds, I’m A Coward e Light Of Day, che è sì potente ma non è una grande canzone), le sempre trascinanti Because The Night (con un grande Nils Lofgren) e Cadillac Ranch, due pezzi che vorrei sempre sentire in un concerto del nostro, ed una Born To Run insolitamente per sola voce, chitarra ed armonica.

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https://www.youtube.com/watch?v=XBjyssboSfU

Un capitolo a parte sono le cover: se War non mi ha mai entusiasmato né nella versione di Bruce né in quelle “originali” di Edwin Starr e dei Temptations, la dylaniana Chimes Of Freedom è una meraviglia, anche meglio dell’originale di Bob (all’epoca questa rilettura uscì su un EP dal vivo di quattro canzoni); c’è anche uno sguardo al passato, con un’energica Who Do You Love di Bo Diddley ed una toccante Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley. Finale pirotecnico ed entusiasmante a tutto rock’n’soul con Sweet Soul Music (Arthur Conley), Raise Your Hand (Eddie Floyd), Quarter To Three (Gary U.S. Bonds) e la solita esplosiva Twist And Shout, quattro brani sparati uno in fila all’altro senza pause, un concentrato irresistibile di feeling, energia e grande musica, che da solo vale il prezzo. Alla prossima, con la serata inaugurale del tour con la Seeger Sessions Band.

Marco Verdi

Prima Di Vulcani, Squali E Margaritas…C’Era Solo Jimmy! Jimmy Buffett – Buried Treasure Vol. 1

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Jimmy Buffett – Buried Treasure Vol. 1 – Mailboat CD – Deluxe CD/DVD

Nonostante la copertina e la veste grafica potrebbero farlo pensare, questo Buried Tresure Vol. 1 non è un bootleg, ma una collezione di tesori letteralmente spuntati dal nulla risalenti agli esordi di Jimmy Buffett, dagli anni settanta di uno dei cantautori più popolari negli USA. E’ successo che, quando qualche anno fa il famoso produttore di Nashville Buzz Cason (che tra l’altro è quello che ha fatto firmare a Buffett il primo contratto discografico) ha venduto il suo studio di registrazione alla nota country singer Martina McBride, è spuntato uno scatolone con dentro ben 125 registrazioni inedite di Jimmy, risalenti al biennio 1969-1970, ed effettuate a Mobile in Alabama ed a Nashville, una mole impressionante di materiale che è stato giudicato meritevole di pubblicazione, al fine di documentare la parte iniziale della carriera del songwriter americano. E Buffett è stato dunque coinvolto in prima persona, nella scrematura dei pezzi, nella produzione ed anche per il fatto di aver prestato la sua voce narrante (odierna) per brevi ed interessanti aneddoti raccontati tra una e l’altra delle undici canzoni finite su questo primo volume, che prende per ora in esame esclusivamente le sessions di Mobile, prodotte da Travis Turk (responsabile anche dei primi due album pubblicati da Buffett) e Milton Brown.

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https://www.youtube.com/watch?v=vzKqXK8Wseg

Ed il disco è sorprendentemente godibilissimo, e dico sorprendentemente in quanto i due lavori di esordio di Jimmy, Down To Earth e High Cumberland Jubilee, erano abbastanza lontani dal livello che il nostro terrà per il resto della carriera. Qui invece viene prepotentemente fuori il Buffett songwriter, con canzoni nella maggior parte dei casi mai più riprese in seguito (tranne che in tre casi), ma che io avrei visto bene su qualsiasi album del nostro: le performances sono quasi tutte acustiche, solo Jimmy voce e chitarra, mentre in due pezzi c’è una scarna backing band, capeggiata dal chitarrista Rick Hirsch, in seguito con i Wet Willie, lo stesso Turk alla batteria e Bob Cook al basso. Le parti narrate non sono per nulla pesanti, tranne forse l’introduzione nella quale Jimmy si dilunga un po’, e servono benissimo a presentare le canzoni che, ripeto, sono una sorpresa: mi ero avvicinato a questo disco quasi per puro completismo, ma devo dire che l’ascolto mi ha convinto pienamente. Per esempio già nell’avvio di Don’t Bring Me Candy (che in veste diversa sarà anche il suo primo singolo), una folk song con la chitarra suonata con grande forza e la voce già formata, e con una bella melodia che contiene i germogli del Buffett futuro. Jimmy dice (ed è vero) che in questo brano si sente fortissima l’influenza di Gordon Lightfoot, del quale viene subito proposta la nota The Circle Is Small, un pezzo tipico dello stile del cantautore canadese, una fluida ballata di grande spessore melodico, rifatta molto bene dal nostro. C’è anche un’altra cover, nientemeno che il superclassico dei The Mamas And The Papas California Dreamin’, cantata dal vivo alle sette del mattino in un bar durante un breakfast concert (!), una versione coinvolgente anche se acustica e con il pubblico che aiuta Jimmy con il famoso botta e risposta voce-coro.

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https://www.youtube.com/watch?v=ycKakWhiG5Q

I Can’t Be Your Hero Today, la seconda della canzoni riprese in seguito, è pura e cristallina, così come Rickety Lane, altro delizioso slow con la chitarra arpeggiata delicatamente ed un motivo gentile; The Wino Has Something To Say è tenue, toccante, con una melodia matura ed il profumo dei brani del folk revival anni sessanta, The Gypsy è vigorosa e solida (ma il nastro si interrompe bruscamente) ed anche Hopelessly Gone è decisamente vibrante e priva delle incertezze tipiche di un esordiente. I due brani con la band sono una splendida versione alternata di Abandoned On Tuesday (secondo rarissimo singolo di Jimmy), una country song semplice ma melodicamente perfetta, con il nostro che aveva già molto dello stile che conosciamo (ricorda un po’ il John Denver meno commerciale), mentre Simple Pleasures ha un mood quasi tra calypso e bossa nova, con l’influenza di Fred Neil (come confermato da Jimmy nell’introduzione), e Hirsh che ricama di fino sullo sfondo. Chiusura con la scherzosa Close The World At Five, che rivela già una delle tematiche preferite da Buffett, cioè il dolce far niente, argomento ripreso negli anni duemila con il singolo numero uno inciso insieme ad Alan Jackson It’s Five O’Clock Somewhere. Esiste anche una versione deluxe di questo primo volume, con un libro aggiuntivo ed un documentario di 20 minuti in DVD: a me basta la variante “povera”, in quanto c’è dentro comunque diversa ottima musica, ancora più gradita perché inattesa.

Marco Verdi

Un Gruppo Minore, Ma Valido, Del Panorama Sudista Del Tempo Che Fu. The Winters Brothers Band – The Winters Brothers Band

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*NDB In questi giorni festivi, oltre ai Post abituali sulle ultime novità e alle liste mancanti dei migliori dischi del 2017, ne approfittiamo per recuperare anche qualche recensione che per svariati motivi non era ancora stata utilizzata: ieri era toccato al disco di Juanita Stein, oggi alla ristampa dei Winter Brothers, la parola a Marco.

The Winters Brothers Band – The Winters Brothers Band – Wounded Bird/Warner CD

E’ noto che il periodo d’oro del southern rock siano stati gli anni settanta, decade nella quale non solo si sono create delle vere e proprie leggende (principalmente tre: The Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd e la Marshall Tucker Band, ci sarebbe anche la Charlie Daniels Band ma io l’ho sempre visto come un gruppo a cavallo fra rock e country), ma nella quale hanno anche assaporato una buona popolarità gruppi che col tempo hanno perso appeal verso il pubblico, come gli Amazing Rhythm Aces, gli Outlaws, la Atlanta Rhythm Section, i Wet Willie ed i primi Molly Hatchet prima di virare verso un più remunerativo hard rock. Infine ci sono state anche tante band che non hanno raggiunto una grande fama neppure all’epoca, pur non demeritando affatto, e tra di esse di sicuro troviamo la Winters Brothers Band, quintetto proveniente da Nolensville, Tennessee, che nel suo primo periodo di attività, la seconda metà degli anni settanta, pubblicò appena due album, per poi farne uscire un terzo nel 1985 ed altri due, con una formazione prevedibilmente molto diversa, nel nuovo millennio (e la loro attività concertistica prosegue tutt’ora). Oggi la Wounded Bird, un’etichetta specializzata in ristampe di dischi poco noti e distribuita dalla Warner, ripubblica l’esordio del gruppo, l’omonimo The Winters Brothers Band del 1976, senza peraltro aggiungere alcunché come bonus.

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https://www.youtube.com/watch?v=Lmuro9vpQc8

La band, guidata dai fratelli Donnie e Dennis Winters, entrambi cantanti e chitarristi (e completata da Gene Watson, basso, Kent Harris, batteria ed il bravissimo David “Spig” Davis al pianoforte) ebbe probabilmente la sfortuna di esordire quando il rock sudista cominciava già a mostrare la corda, al punto che il loro secondo lavoro, Coast 2 Coast, uscì nel 1978 in piena era punk e venne semplicemente ignorato. C’è da dire che la WBB era anche un combo forse di livello inferiore rispetto ai maestri del genere, ma è giusto riconoscere che in questo esordio i cinque fecero del loro meglio, consegnando al mondo dieci canzoni di piacevolissimo rock chitarristico, con un buon gusto per la melodia ed armonie vocali degnissime, ed anche dal punto di vista compositivo The Winters Brothers Band risulta un album ben fatto, al quale questa ristampa opportunamente rimasterizzata non può che far bene, anche se forse si poteva creare un doppio CD a prezzo speciale con entrambi i dischi del primo periodo (e di sicuro allungare il primo con qualche inedito dal vivo). I WBB hanno un suono molto fluido, con le twin guitars dei due fratelli sempre protagoniste dei brani, ed il pianoforte di Davis subito pronto a raggiungerle, un sound che chiaramente dava il suo meglio dal vivo dove i pezzi potevano essere dilatati a piacere (ed i nostri erano spesso tra i partecipanti delle prime Volunteer Jams create da Daniels https://www.youtube.com/watch?v=r3bUsvoAu90 ).

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https://www.youtube.com/watch?v=DI0Ng_NxmsU

L’inizio è ottimo, con la scorrevole e tersa I Can’t Help It, una rock ballad chitarristica dalla melodia limpida e ritornello corale, vicina alle cose più immediate della MTB dell’altra coppia di fratelli, Toy e Tommy Caldwell. Shotgun Rider, uno dei loro brani più popolari, continua sulla stessa falsariga, southern sì, ma piacevole ed orecchiabile, qui con un maggior coinvolgimento del piano. Sung Her Love Songs è più meditata, inizia quasi come un pezzo di Crosby, Stills & Nash, poi il refrain si distende e prelude ad un bel assolo di piano, con un leggero sapore jazzato che pervade la canzone, che confluisce senza soluzione di continuità in Devil After My Soul, più potente, con la chitarra che si staglia liquida sopra una sezione ritmica tonica, fino ad un cambio di tempo che la trasforma in una jam nella quale anche il pianoforte non si tira indietro. Anche Misty Mountain Morning fa parte delle canzoni più conosciute della WBB, possiede il solito motivo orecchiabile ed ospita Charile Daniels al violino, mentre Old Stories aumenta il ritmo, ma la miscela voce-chitarre-piano resta invariata. Decisamente trascinante Smokey Mountain Log Cabin Blues, un boogie dal ritmo acceso, con la chitarra slide ed il solito pianoforte notevole (che per l’occasione è suonato da Taz Digregorio, tastierista della band di Daniels), ed anche Sweet Dream Lady è tra le migliori, con i ragazzi che suonano davvero che è un piacere. Il disco termina con la solare Dream Ride, di nuovo apprezzabile nel combinare immediatezza e tecnica, e con Laredo, che è invece una honky-tonk song pura e semplice, ancora con il fiddle del barbuto Charlie in evidenza.

Forse la Winters Brothers Band (anzi, sicuramente) non era all’altezza degli altri gruppi storici del suono del Sud, ma continuare a far finta che non siano mai esistiti sarebbe un errore, oltre che un peccato.

Marco Verdi

Che Natale (O Santo Stefano) Sarebbe Senza Un Bel Box Dei Dead? Grateful Dead – RFK Stadium 1989

grateful dead rfk front

Grateful Dead – RFK Stadium 1989 – dead.net Store – Rhino/Warner 6CD Box Set

Ormai ci ho fatto il callo: con puntuale cadenza semestrale, solitamente in primavera ed autunno, esce un nuovo cofanetto dei Grateful Dead, e qualche volta anche qualcosa di più in altri periodi dell’anno, ma diciamo che almeno due uscite ogni 365 giorni sono garantite. Lo scorso Maggio avevo celebrato lo splendido Cornell 5/8/1977, estratto del super box Get Shown The Light, ed ora mi trovo a parlarvi di un’altra eccellente uscita riguardante il gruppo di San Francisco: RFK Stadium 1989  è un boxettino di sei CD che contiene due concerti completi tenutisi nella location e nell’anno del titolo (a Washington DC), rispettivamente il 12 e 13 Luglio, un cofanetto in tiratura limitata di 15.000 copie ed in vendita solo sul sito della band (quindi per una volta non esiste la consueta versione ridotta disponibile su larga scala, anche se mentre scrivo queste righe i box disponibili sono ancora più di 4.000). Gli anni che vanno dal 1987 al 1990 sono tra i migliori in assoluto per quanto riguarda l’attività live dei Dead, che avevano ritrovato sia uno stato di forma smagliante (a differenza del periodo a metà della decade, anche a causa dei problemi di salute di Jerry Garcia, problemi che si ripresenteranno nei novanta portandolo alla morte prematura nel 1995) sia il successo commerciale con l’ottimo album In The Dark del 1987, unico della loro storia ad entrare nella Top Ten. In quegli anni, un po’ come Elvis che negli anni settanta aveva raggiunto la piena maturità vocale, i Dead erano in grado di suonare qualsiasi cosa, ed erano famosi per proporre scalette completamente diverse da una serata all’altra quando si esibivano nella stessa location per più di una volta.

grateful dead rfk box

Questo è esattamente quello che accade in questi due concerti registrati nella capitale nell’estate del 1989, con i nostri in grande spolvero e che suonarono due setlists differenti al 100%: Garcia era sempre di più un chitarrista formidabile, le sue prestazioni erano uno spettacolo nello spettacolo, ma anche i suoi compagni non perdevano un colpo, dalla chitarra ritmica di Bob Weir al basso di Phil Lesh alla doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann, fino alle tastiere di Brent Mydland (che qui è alle sue ultime esibizioni, in quanto morirà l’anno dopo per overdose, sostituito da Vince Welnick e, provvisoriamente, da Bruce Hornsby, che è già presente in questo box come ospite speciale in due canzoni a sera). Un box decisamente godibile quindi, un lungo viaggio nel songbook dello storico gruppo, inciso tra l’altro molto bene, con gli unici due difetti dell’uso saltuario del sintetizzatore da parte di Mydland e delle voci non sempre intonate, specie nelle armonie dove spesso ognuno va per conto suo (ma è risaputo che questo è sempre stato il tallone d’Achille dei Dead). Per chi scrive la scaletta migliore è quella della prima serata, in quanto sono presenti quattro tra i miei brani preferiti della band: la bellissima Touch Of Grey, che apre il concerto (e con Garcia che rilascia subito un assolo dei suoi), le splendide Mississippi Half-Step Uptown Toodeloo, con Mydland ottimo al piano, ed una Sugaree con Horsby alla fisarmonica, oltre al finale con la struggente Black Muddy River. Ma ovviamente ci sono anche altri highlights, come una lunga ed intensa Ship Of Fools, la sempre vibrante Eyes Of The World (perfetta per le jam liquide del gruppo), ed una cristallina cover del classico dei Traffic Dear Mr. Fantasy, con Jerry incontenibile.

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https://www.youtube.com/watch?v=eEG2PnRl9zI

La cover dylaniana Just Like Tom Thumb’s Blues viene affidata a Lesh, che per una volta non fa danni dal punto di vista vocale (ed il pezzo ne esce molto bene), mentre i contributi migliori di Weir alla serata sono una fluida Cassidy (grande ancora Garcia), il sempre coinvolgente rock’n’roll di Chuck Berry Promised Land ed una guizzante e solare Man Smart, Woman Smarter (un classico calyspo inciso tra gli altri da Harry Belafonte ed i Carpenters), in duetto vocale con Mydland. Il secondo show, accanto a canzoni discrete ma “normali” come Let It Grow, Looks Like Rain, I Will Take You Home (anteprima dall’album Built To Last, che uscirà qualche mese dopo) e Throwing Stones, offre comunque diverse performances solide, come l’apertura Hell In A Bucket, che forse non sarà una grande canzone ma garantisce un avvio potente (e Jerry è formidabile). Poi i nostri piazzano un uno-due notevole con la classica Cold Rain And Snow ed una sopraffina rilettura di Little Red Rooster (Willie Dixon): il blues non era tra le specialità dei Dead, ma qui suonano eccome, specie un Garcia insolitamente alla slide. Altri momenti di impatto sono la cadenzata Tennessee Jed, un’altra tra le migliori del binomio Garcia-Hunter, la splendida e raramente eseguita To Lay Me Down e la suite Terrapin Station, in quella serata ridotta a “soli” 13 minuti ma sempre molto bella. C’è spazio anche per un po’ di psichedelia con The Other One, ed il finale è a tutto rock’n’roll con una scintillante Good Lovin’ dei Rascals e la trascinante U.S. Blues. Un (altro) ottimo cofanetto per i Grateful Dead: varrebbe la pena di fare uno sforzo per accaparrarselo.

Marco Verdi

Una Festa Natalizia “On Stage” Di Gran Classe – Chris Isaak – Christmas Live At Soundstage

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Chris Isaak – Christmas Live At Soundstage – BMG CD/DVD

Quest’anno il mio disco di Natale è questo live di Chris Isaak, registrato per la nota trasmissione Soundstage: un lavoro pienamente meritevole anche se devo dire che il panorama discografico mondiale non ha offerto molte valide alternative in questo 2017 (mentre lo scorso anno era stato più generoso, con almeno tre ottime uscite: Jimmy Buffett, Neil Diamond e Loretta Lynn). Tra l’altro questo concerto non è neppure nuovo, in quanto era stato registrato nel 2004 per promuovere l’album natalizio del rocker californiano (Christmas, appunto) ed era pure già uscito all’epoca in versione video, anche se ormai da tempo fuori catalogo: ora la BMG lo ripropone con una veste rinnovata, aggiungendo il supporto audio a quello video, aumentando così la platea di potenziali acquirenti.

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https://www.youtube.com/watch?v=NtPBfiTZNGE

Ed il concerto è godibilissimo: Christmas (l’album di studio) mescolava abilmente classici stagionali e nuove composizioni di Chris, e questa riproposizione on stage è l’ideale prolungamento di quel disco, che viene ripreso quasi totalmente (manca solo Auld Lang Syne, che è più un canto da Capodanno) ed aggiunge due canzoni in più, Santa Bring My Baby Back e I’ll Be Home For Christmas, che però erano presenti come bonus tracks nell’edizione australiana dell’album originale. Il tipico stile vintage di Isaak, tra Elvis Presley e Roy Orbison, melodico ma anche rock’n’roll quando serve, si adatta alla perfezione alle atmosfere natalizie, e ciò emerge ancora di più ascoltando questo bellissimo concerto con il nostro in forma smagliante ed aiutato da una band solida (Kenny Dale Johnson, Rowland Salley, Hershel Yatovitz, Scott Plunkett e Rafael Padilla), più alcuni ospiti speciali che vedremo. Che la serata sia di quelle giuste si capisce subito dall’iniziale Blue Christmas, dal delizioso sapore sixties e con uno stile leggermente country, subito seguita dal classico hawaiano Mele Kalikimaka, gioiosa e solare come è giusto che sia. Chris ha classe, voce e presenza fisica, sia che faccia il romanticone (Washington Square, la famosa Pretty Paper di Willie Nelson, cantata splendidamente, l’ottima Brightest Star, la migliore tra le quattro scritte da Isaak), sia che faccia uscire la sua anima rock’n’roll (la cadenzata e divertente Hey Santa!, con tanto di fiati mariachi, l’irresistibile gospel-rock Last Month Of The Year), sia infine che lasci spazio al country (l’honky-tonk scintillante di Christmas On TV).

Chris Isaak Christmas with Stevie Nicks f

https://www.youtube.com/watch?v=vJPWBFkI7g4

Non sarebbe poi Natale se non ci fossero dei duetti: il primo ospite è l’amico Michael Bublé, che allora non era ancora diventato il pupazzo che è adesso, e fa benissimo la sua parte sia nella raffinatissima The Christmas Song che nella swingata Let It Snow (anche se Sinatra è di un’altra categoria); poi abbiamo il pianista e vocalist Brian McKnight, con il quale Chris rilascia una squisita e jazzata Have Yourself A Merry Little Christmas di gran classe, ed infine Stevie Nicks che presta la sua ugola ad una festosa Santa Claus Is Coming To Town. Finale con la languida I’ll Be Home For Christmas e poi tutti quanto sul palco per una travolgente e scatenata Rudolph The Red-Nosed Reindeer. Tra romanticismo, tradizione ed un pizzico di rock’n’roll, un disco perfetto per la notte di Natale.

Marco Verdi

Uno Sguardo Alle “Pietre” In Versione Vintage. The Rolling Stones – On Air

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The Rolling Stones – On Air – ABKCO/Polydor CD – 2CD

In questi ultimi due anni i fans dei Rolling Stones avranno avuto di che godere, tra live contemporanei (Havana Moon), d’archivio (Ladies And Gentlemen finalmente in CD, Sticky Fingers Live e l’imperdibile cofanetto Totally Stripped) e l’album blues di un anno fa Blue And Lonesome. Ora la ABKCO, che ha in mano il catalogo anni sessanta delle Pietre, pubblica questo interessantissimo doppio CD On Air (c’è anche la solita versione singola “vorrei ma non posso”), che contiene il meglio delle sessions alla BBC del leggendario gruppo agli inizi della sua carriera, uscita preceduta da un bellissimo e costoso libro dallo stesso titolo che narra la storia del rapporto della band con la mitica emittente britannica, iniziato malissimo (gli Stones alla prima audizione erano stati scartati senza troppi complimenti), ma che poi si è protratta dal 1963 al 1969.

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On Air (titolo e copertina da bootleg, e la prima volta che l’ho visto nella lista delle uscite l’ho scambiato per tale) prende però in considerazione solo gli anni dal 1963 al 1965, lasciando forse la porta aperta ad un secondo volume, e documentando le apparizioni del gruppo allora formato da Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones, Bill Wyman e Charlie Watts (con l’occasionale partecipazione del “sesto Stone”, il pianista Ian Stewart) nelle più popolari trasmissioni radio-televisive dell’epoca, alcune con il pubblico presente ed altre registrate in studio: programmi famosissimi come Top Gear e Saturday Club ed altri meno noti come Yeah Yeah, Blues In Rhythm e The Joe Loss Pop Show. Ed il doppio CD è, come dicevo, decisamente interessante, in quanto ci mostra la più grande rock’n’roll band di sempre agli inizi, quando stava conoscendo il successo e suonava con la bava alla bocca, omaggiando via via tutte le sue influenze musicali. I brani originali presenti infatti sono solo una manciata, qui ci sono più che altro covers, che ci danno uno spaccato delle radici del gruppo, in quanto sono presenti tutti i generi che sono andati a formare il loro stile, dal rock’n’roll al blues all’errebi, il tutto suonato con un’energia formidabile, a cantato in maniera magistrale da un Jagger che già sapeva il fatto suo.

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https://www.youtube.com/watch?v=LCUxr-nyx5Q

Il doppio parte con la guizzante Come On (che è stato il loro primo singolo), e poi percorre per 32 canzoni tutto il meglio dei primissimi anni, con anche sette brani che i nostri non hanno mai pubblicato su nessun album. C’è ovviamente molto rock’n’roll, con tantissimo Chuch Berry (uno degli eroi principali di Richards), ben sei pezzi del leggendario rocker, compresa la già citata Come On, tra cui una Roll Over Beethoven al fulmicotone, mai sentita prima fatta da loro (le altre sono Around And Around, Memphis Tennessee, Carol e Beautiful Delilah). Senza dimenticare una travolgente versione dello standard Route 66, lo scintillante boogie di Don Raye Down The Road Apiece, pieno di shuflle, ed una irresistibile ancorché breve Oh Baby (We Got A Good Thing Goin’) di Barbara Lynn Ozen. C’è anche tanto soul ed errebi, come la nota It’s All Over Now di Bobby Womack (incisa abbastanza maluccio), una pimpante Everybody Needs Somebody To Love ben prima che i Blues Brothers ci costruissero intorno la carriera, la splendida Cry To Me (Solomon Burke), con Mick che si destreggia alla grande con l’ugola, o ancora la superba You Better Move On di Arthur Alexander ed una deliziosa If You Need Me di Wilson Pickett.

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https://www.youtube.com/watch?v=NqxC7pDrklI

Naturalmente non può mancare il blues, con ben tre brani di Bo Diddley: una sfrontata Cops And Robbers, con Jones ottimo all’armonica, il classico Mona e l’inedita (per gli Stones, anche se la pubblicheranno nel live del 1977 Love You Live) Crackin’ Up. Poi abbiamo l’altrettanto inedita Fannie Mae (di Buster Brown), giusto a metà tra blues e rock’n’roll, una bellissima Confessin’ The Blues (incisa anch’essa da Chuck Berry, ma non scritta da lui), con grande prestazione chitarristica, e gli immancabili Muddy Waters e Willie Dixon, rispettivamente con I Can’t Be Satisfied (gran lavoro di slide) e I Just Want To Make Love To You. C’è anche un accenno al country con il classico di Hank Snow I’m Movin’ On, suonato però con una foga rocknrollisitca che non fa prigionieri, ed il tributo ai “rivali” John Lennon e Paul McCartney con la loro I Wanna Be Your Man.

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https://www.youtube.com/watch?v=LWj6EXeoMoM

Pochi i brani originali, appena cinque: una (I Can’t Get No Satisfaction) decisamente grezza ed essenziale, il sempre splendido blues The Spider And The Fly, già allora sensuale ed intrigante, la bella The Last Time, uno dei loro brani migliori del primo periodo, e le meno note Little By Little e lo strumentale 2120 South Michigan Avenue. Un doppio CD imperdibile quindi? Se dobbiamo guardare al valore storico ed all’intensità delle performances assolutamente sì, ma fatemi spendere due parole per la qualità di registrazione, dato che è stata strombazzata ai quattro venti (quindi agli ottanta, battuta desolante lo so…) la rivoluzionaria tecnica denominata De-Mix (che consiste nel separare tutte le fonti audio originali e remixarle ex novo dando più potenza e compattezza al suono), gridando l’ormai abusata frase “I Rolling Stones come non gli avete mai sentiti!”. Ebbene, io tutto questo risultato rivoluzionario non lo sento, in quanto la qualità del suono è sì buona, ma né più né meno in linea con gli standard odierni delle ristampe vintage (le BBC Sessions dei Beatles, per dirne una, mi sembravano incise meglio), ma la cosa ancora più grave, se vogliamo usare questo termine, è che molte registrazioni (specie nel secondo CD) sono quasi amatoriali, non superiori ai vari bootleg già presenti sul mercato, e quindi abbassano non di poco il voto finale, soprattutto ripeto dopo tutto il bailamme pubblicitario sulla qualità sonora.

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On Air è quindi un doppio album di grande valore artistico, ma siccome i dischi sono fatti soprattutto per essere ascoltati mi sento di consigliarlo solo ai fans (che comunque sono tanti) ed ai completisti.

Marco Verdi