Altri Due Live “Vintage” Di Altissimo Livello. Rolling Stones – Ladies And Gentlemen/David Bowie – Cracked Actor

rolling stones ladies & gentlemen

The Rolling Stones – Ladies And Gentlemen – Eagle Records/Universal CD

David Bowie – Cracked Actor – Parlophone/Warner 2CD

Oggi mi occupo di due album dal vivo di grande importanza, entrambi già usciti in altra forma, ma mai fino ad oggi su supporto audio digitale. Ladies And Gentlemen, che raccoglie il meglio di quattro concerti texani dei Rolling Stones nel 1972, era già stato messo sul mercato sette anni fa sotto forma di DVD, ed oggi entra a far parte di tre ristampe su CD audio singolo di altrettanti live già commercializzati su video, anche se è l’unico dei tre ad essere pubblicato in CD per la prima volta: gli altri due infatti, cioè l’ottimo Some Girls Live In Texas 1978 ed il formidabile Checherboard Lounge 1981 (con Muddy Waters), avevano già beneficiato di una edizione deluxe con il dischetto audio aggiunto. E se non possedete il DVD di Ladies And Gentlemen (ma anche se l’avete), questo CD è assolutamente imperdibile, in quanto testimonia un momento in cui le Pietre Rotolanti erano davvero in stato di grazia, anzi forse nel loro momento top di sempre (il tour è quello di Exile On Main Street), reduci da una serie di album tutti da cinque stelle e con la loro lineup migliore, cioè con Mick Taylor, sicuramente il  più grande chitarrista che abbiano mai avuto.

Ed il concerto è un highlight assoluto, credo di poterlo mettere tranquillamente tra i primi cinque live pubblicati dal gruppo (archivi e video compresi), quindici brani suonati come se non ci fosse domani, da parte di un quintetto che all’epoca era di certo la migliore rock’n’roll band al mondo, con Mick Jagger letteralmente scatenato, un Keith Richards che sciorina riff assassini a profusione, la sezione ritmica di Bill Wyman e Charlie Watts che non perde un colpo, e Taylor che fa cose assolutamente non umane: il tutto con l’aiuto dei fiati di Bobby Keys e Jim Price e soprattutto con le magiche dita di Nicky Hopkins, il più grande pianista rock di tutti i tempi. Rock’n’roll subito a mille con un uno-due da knock-out (Brown Sugar e Bitch), una Gimme Shelter sulfurea e minacciosa come non mai (nella quale Taylor comincia ad arrotare da par suo) e la splendida Dead Flowers, una delle più belle country songs di sempre (non solo degli Stones). Dopo il solito festoso intermezzo con Keith voce solista (Happy), troviamo una Tumbling Dice da favola, una Love In Vain (Robert Johnson) tra il romantico e l’appiccicoso, la strepitosa Sweet Virginia ed una You Can’t Always Get What You Want tra le più belle ed emozionanti mai sentite. La ultime sei sono rock’n’roll al fulmicotone di una bellezza quasi illegale, da parte di una band all’epoca unta dal Signore (o dal diavolo): una tostissima All Down The Line, Midnight Rambler, perfetto showcase per la straordinaria abilità di Taylor, una scatenata Bye Bye Johnny (Chuck Berry) ed un finale che lascia senza fiato con di seguito Rip This Joint, Jumpin’ Jack Flash e Street Fighting Man. In una parola: imperdibile.

david bowie cracked actor

David Bowie forse non ha mai avuto la capacità di coinvolgere degli Stones, ma è sempre stato un performer coi fiocchi, e nel 1974 sapeva dire la sua alla grande: Cracked Actor è un doppio CD (era uscito su doppio vinile per il recente Record Store Day) che documenta un concerto totalmente inedito del Settembre di quell’anno, registrato durante il tour di Diamond Dogs, già comunque documentato all’epoca con l’ottimo David Live, anche se questo, se non superiore, gli sta almeno alla pari. Pur avendo una tracklist molto simile al doppio dell’epoca, c’è qualche differenza nel suono, in quanto David Live era stato registrato nella prima parte del tour americano del cantante inglese, mentre Cracked Actor documenta una delle prime serate della seconda tranche: nel mezzo il nostro aveva registrato le canzoni che l’anno successivo sarebbero andate  a formare Young Americans, ed i brani in questa serata californiana risentono molto del suono soul e rhythm’n’blues di quelle sessions. Anche la band è parzialmente cambiata e, a fianco dei confermati Earl Slick (chitarra), Mike Garson (piano, formidabile) e David Sanborn (sax), troviamo l’altro gran chitarrista Carlos Alomar, una sezione ritmica totalmente nuova (Doug Rauch al basso e Greg Enrico alla batteria) e, tra i ben sette backing vocalists, il futuro solista di successo Luther Vandross.

Nella scaletta mancano diversi classici dell’epoca del futuro Duca Bianco, come Ziggy Stardust, Starman e Life On Mars, ma il concerto è talmente compatto e la performance del nostro talmente buona che non c’è comunque modo di dispiacersene. Inizio potente con la funkeggiante 1984, dall’ottimo ritornello, e con la roccata Rebel Rebel, uno dei suoi pezzi più trascinanti dal vivo. La serata è un valido showcase dell’abilità di Bowie come performer, con una sfilata di classici come Changes, trasformata quasi in un jazz afterhours, Suffragette City, una All The Young Dudes quasi cabarettistica, una Space Oddity più bella che mai, ed il finale tutto glamour ed energia di The Jean Genie, Rock’n’Roll Suicide e John, I’m Only Dancing (quest’ultima non l’ho mai amata molto). In mezzo, diverse gemme meno note del repertorio del nostro, come l’intensa Moonage Daydream, con un grande assolo chitarristico, la robusta title track, una vibrante cover del classico errebi di Eddie Floyd Knock On Wood, o la toccante e soulful It’s Gonna Be Me, nella quale David si conferma un cantante con le contropalle.

Gli anni settanta sono stati certamente il punto più alto per quanto riguarda la musica rock dal vivo, e queste due pubblicazioni ne sono una notevole testimonianza a conferma.

Marco Verdi

35 Album E Non Sentirli: Un Inossidabile Storyteller Cittadino Del Mondo. Elliott Murphy – Prodigal Son

elliott murphy prodigal son

*NDB. Giusto ieri si parlava sul Blog di Willie Nile, uno dei grandi outsiders della musica americana. Forse ancor più di lui in questa categoria rientra Elliott Murphy, uno dei primi “nuovi Dylan” e poi comunque con una carriera di grande spessore. Oggi ce ne parla Tino Montanari, in occasione dell’uscita del nuovo album, al solito buona lettura.

Elliott Murphy – Prodigal Son – Route 61 Music/Murphyland

Ritorna con il trentacinquesimo disco (in oltre 40 anni di carriera), un “cliente” abituale di questo blog. Stiamo parlando di Elliott Murphy cittadino americano di New York, trasferitosi da parecchio, fin dall’inizio anni ’90 nella romantica Parigi, e anche figlio adottivo italiano per un periodo trascorso a Roma suonando da “busker: questo è il secondo album edito, dopo il “remake” di Aquashow Deconstructed (15) http://discoclub.myblog.it/2015/05/15/rilettura-pagine-preziose-elliott-murphy-aquashow-deconstructed/ , dalla benemerita etichetta italiana Route 61 Music di Ermanno Labianca. Questo nuovo lavoro, Prodigal Son, come al solito è stato registrato negli studi Question De Son a Parigi, con la band e i “compagni di merende” che lo accompagnano da anni: The Normandy All Stars, composti dal compianto Laurent Pardo al basso (scomparso poco dopo la registrazione del disco), Alan Fatras alla batteria, e naturalmente l’amico di vecchia data Olivier Durand alle chitarre, con l’apporto di superbi musicisti, tra i quali Leo Cotton alle tastiere, la bella e brava Melissa Cox al violino, e il figlio Gaspard validissimo polistrumentista (per chi scrive è stato quasi determinante, insieme a Durand, nell’ultima parte di carriera del padre), che ha anche prodotto, arrangiato e mixato il disco.

Si parte con il primo singolo Chelsea Boots (uscito in edizione limitata vinile 7” per il Record Story Day), e sembra che il tempo non sia passato dagli anni d’oro del suo esordio, con armonica e chitarre in primo piano, mentre la successiva Alone In My Chair è accelerata e movimentata, e fa battere il piedino, per poi approdare alla prima ballata Hey Little Sister, con il violino della Cox in sottofondo che accompagna la voce calda e profonda di Elliott. Si prosegue con l’intima e pianistica Let Me In, impreziosita da un intrigante coretto “soul”, seguita ancora dalla title track Prodigal Son (sicuramente il brano più creativo e interessante), con un ritmo incalzante (in cui Cotton si esprime al meglio), abbellito da voci “chiassose” in chiave gospel, e poi ci si commuove con la struggente bellezza di una romantica Karen Where Are You Going, dove è certificata la bravura del figlio Gaspard alla chitarra (perfetta da cantare in un Bistrot della vecchia Parigi). La parte finale ci regala un brano come Wit’s End, con un sontuoso finale in crescendo “soul”, dove non poteva mancare di nuovo il magico violino di Melissa Cox, per poi passare alla ritmata melodia di You’ll Come Back To Me, che fa da ponte al brano conclusivo Absalom, Davy & Jachie O, credo, anzi sono certo,  il più lungo firmato da Murphy durante la sua carriera, quasi dodici epici minuti per una sorta di cavalcata musicale letteraria che ripercorre la storia di uno dei figli di Re David, e la proietta verso orizzonti nuovi e poco conosciuti, per certi versi fino a poco tempo fa impensabili.

Quella di Elliott Murphy è certamente una carriera piena di soddisfazioni, almeno a livello critico e di seguito da parte di un fedelissimo zoccolo duro di fan immarcescibili,  merito di un songbook che negli anni ci ha regalato grandi album e grandi canzoni, e anche in questa occasione non si smentisce, pubblicando questo Prodigal Son (come detto il suo trentacinquesimo album), che conferma anche la sua regolarità nelle uscite e pure il rispetto di illustri colleghi (Bruce Springsteen e Billy Joel fra i tanti), per un musicista vero cittadino del mondo.

Tino Montanari

E Dopo Bob Sinatra Ecco A Voi Willie Dylan: Comunque Un Grande Disco! Willie Nile – Positively Bob

willie nile positively bob

Willie Nile – Positively Bob: Willie Nile Sings Bob Dylan – River House/Pledge CD

Robert Noonan, meglio conosciuto come Willie Nile, è un rocker di razza, ed è forse il mio preferito tra i  molti outsiders della musica americana: Willie è uno che non ha mai deluso, a partire dal fulminante esordio omonimo del 1980 (un disco da cinque stelle anche dopo 37 anni), passando per il suo seguito, l’inferiore ma sempre ottimo Golden Down (1981), per l’album della rinascita Places I Have Never Been (1991, forse il suo lavoro più “mainstream”, e comunque avercene), ma anche se si parla dei dischi usciti nel nuovo millennio, tra i quali i più riusciti sono senz’altro Streets Of New York (2006), American Ride (2013) ed il recente World War Willie (2016). Tutti album di puro rock’n’roll, suonato a cento all’ora da parte di uno degli artisti più sinceri ed onesti in circolazione; ma Nile non è solo un (grande) rocker, è anche un cantautore di alto livello, cosa che si notava appieno nel sorprendente If I Was A River (2014), intensissimo ed inatteso album di ballate pianistiche, tra gli episodi più riusciti della sua carriera. Oggi però Willie decide di riporre momentaneamente la penna per omaggiare in maniera lussuosa uno dei suoi miti assoluti, Bob Dylan, e lo fa con un lavoro bellissimo, Positively Bob: Willie Nile sings Bob Dylan, un disco nel quale il nostro riprende dieci gemme del leggendario cantautore di Duluth (volevate che dicessi menestrello?), dieci capolavori assoluti che Willie rifà in maniera decisamente intelligente, lasciando cioè intatte le melodie e le strutture di base, ma dando il suo tocco personale e condendo il tutto con una gran dose di ritmo e chitarre, rockeggiando alla grande e portando a casa quindi il risultato pieno: merito anche della solida band che lo accompagna (tra i cui membri troviamo la nostra vecchia conoscenza James Maddock alla chitarra, doppiato da Matt Hogan, con Johnny Pisano al basso e l’ex Spin Doctors Aaron Comess alla batteria) e del produttore Stewart Lerman, che ha dato al disco un suono diretto e potente.

Willie (che pare abbia anche pronto un disco di brani originali) ha realizzato l’album con il crowdfunding, tramite la piattaforma Pledge Music, e, se vogliamo, Positively Bob ha come unico difetto il fatto che contiene solo dieci pezzi (in un primo momento ne erano stati annunciati nove): due o tre brani in più, data anche la durata non lunghissima di quelli presenti, non avrebbero infatti guastato (ad esempio avrei visto benissimo Positively 4th Street, così da ricollegarsi anche al titolo del disco, un brano che secondo me Willie avrebbe rifatto in maniera meravigliosa). The Times They Are A-Changin’ apre il CD, ma la canzone, da inno folk che era, diventa un tipico rock’n’roll di Willie, ritmo alto e chitarre in gran spolvero: la melodia resta intatta ma il brano ne esce completamente trasformato ed anche, perché no, rivitalizzato. Con Rainy Day Women # 12 & 35 Nile è nel suo ambiente naturale: cadenzata, con una bella slide a dare un sapore bluesato, e con il motivo un po’ cambiato, risulta però decisamente trascinante; Blowin’ In The Wind è una sorpresa: velocissima, quasi punk, con un feeling alla Ramones e chitarre decisamente in palla, davvero strepitosa.

A Hard Rain’s A Gonna Fall (come vedete Willie predilige il Dylan dei sixties) è invece trasformata in un valzerone lento, una versione scintillante e piena d’anima di uno dei vertici assoluti del songbook dylaniano, anche se manca la drammaticità dell’originale, mentre I Want You ha una veste completamente diversa dal classico proveniente da Blonde On Blonde, è più intima, quasi folk, ma non per questo meno interessante, con un leggero feeling bucolico ed ottimi “fill” di piano. Subterranean Homesick Blues è puro rockabilly, anche se i ripetuti interventi dei backing vocalists sono forse superflui (ma rimane godibile), Love Minus Zero/No Limit era già splendida in origine, e qua Willie fa una mossa intelligente non cambiandola più di tanto, solo accelera leggermente il ritmo e ci consegna uno degli highlights del disco (sempre per il discorso che non basta cantare dei capolavori per fare un bel disco, bisogna anche essere bravi): davvero bellissima; Every Grain Of Sand è la più recente (1981), ma qui la versione di Bob è di quelle che non si possono avvicinare: Willie comunque se la cava egregiamente, con un delizioso accompagnamento elettroacustico (ed ancora un tempo un tantino più mosso). L’album si chiude con una squisita rilettura in puro country style di You Ain’t Goin’ Nowhere, nella quale il nostro tiene presente la versione dei Byrds, e con la rara Abandoned Love (una outtake di Desire che Dylan recuperò su Biograph), un folk-rock cristallino e dalla melodia stupenda, che Willie interpreta alla grande.

Positively Bob è dunque uno dei dischi più piacevoli da ascoltare tra quelli finora usciti in questo 2017, ed in generale anche nella discografia di Willie Nile, e mi ha messo una gran voglia di ascoltare il bis, nel quale magari il rocker di Buffalo potrebbe omaggiare il suo amico Bruce Springsteen.

Marco Verdi

Per La Legge Di Compensazione, Il Passato, Il Presente E Anche Il Futuro Del Cantautorato Inglese. Thea Gilmore – The Counterweight

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Devo ammettere che è sempre un piacere parlarvi di Thea Gilmore, considerata da chi scrive senza ombra di dubbio, una delle migliore cantautrici inglesi delle ultime generazioni. In pista dal finire degli anni ’90, Thea,  un amore sviscerato per la musica d’autore americana (con ovviamente Bob Dylan e Joni Mitchell come principali fonti di ispirazione, ma anche la Denny, di cui tra un attimo), nella sua ormai lunga carriera è riuscita sempre ad alzare l’asticella della qualità, con lavori” imperdibili”, tra i quali mi piace ricordare Avalanche, Harpo’s Ghost, Murphy’s Heart, John Wesley Harding (rilettura dell’omonimo album di Dylan), Don’t Stop Singing with Sandy Denny (il titolo dice tutto http://discoclub.myblog.it/2013/06/08/la-piu-americana-folk-singer-inglese-thea-gilmore-regardless/ ), e i più recenti Regardless http://discoclub.myblog.it/2013/06/08/la-piu-americana-folk-singer-inglese-thea-gilmore-regardless/  e Ghosts And Graffiti http://discoclub.myblog.it/2015/06/17/pagine-antiche-nuove-rara-bellezza-thea-gilmore-ghosts-graffiti/ , recensiti puntualmente su queste pagine.

Questo The Counterweight è il diciassettesimo lavoro (contando anche Ambitious Outsiders, che stranamente non viene mai elencato nelle varie discografie), casualmente, ma non troppo, è stato concepito e poi registrato nei mesi della Brexit, e in alcuni brani iniziali e finali dell’album, la situazione viene proprio documentata e certificata da un’artista attenta e provocatoria come la Gilmore: sono un totale di 18 canzoni nell’edizione deluxe (ma va benissimo anche la versione standard con 13 brani), in cui il marito polistrumentista Nigel Stonier (eccellente cantautore anche di suo) suona di tutto, con l’apporto del noto chitarrista Robbie McIntosh (Pretenders),  di Paul Beavis alla batteria, di James Kelly alla e-bow guitar in un pezzo,, il tutto con la particolarità di una sezione di archi composta da 9 elementi, guidata da Peter Whitfield, ad accompagnare le delicate interpretazioni della cantautrice “anglosassone”.

I “contrappesi” della Brexit (ma non solo, in generale dei tempi che viviamo, come ci ricorda anche la bella copertina dell’album) iniziano ad oscillare sulle note di un pianoforte nella tenue Fall Together, cantata in uno stile quasi alla Annie Lennox, e proseguono con i suoni leggermente “pop-tecno” di Leatherette, il ritmo costante della politica Reconcile, per poi sfoderare violini e altri archi nell’ariosa Sounds Good To Me. Con la bellissima Rise si ritorna alle ballate pianistiche d’atmosfera, mentre con Johnny Gets A Gun Thea vuole omaggiare tutte le vittime dell’odioso attentato avvenuto ad Orlando in Florida, per passare al ritmo incalzante di Another Damn Love Song, e ad una ancora una accorata Slow Fade To Black dove emerge il lato più intimistico e delicato della Gilmore. La parte finale del inizia con la spettrale litania di The Lucky Hum, a cui fa seguito il pop-rock “sinfonico” di New, un commovente brano pianoforte e voce come Here’s To You, e chiudere con la bella e sofferta The War, a ricordare l’omicidio della politica britannica Helen Joanne “Jo” Cox, avvenuto il 16 Giugno dello scorso anno, proprio nel pre-Brexit.

Le bonus tracks, a differenza di altre occasioni, completano un lavoro di spessore con la ballata pianistica Shiver, una divertente pop-song come Debt,, l’intrigante ritmo di una ammaliante There Was A Wedding, che vuole stupire l’ascoltatore, per ritornare alle atmosfere acustiche di Walkaway, e a quelle eleganti e pacate di una rilassante ballata come I Lift My Lamp. Questo The Counterweight è sicuramente uno dei dischi meno commerciali della Gilmore (anche se a tratti lo è, per la legge dei contrappesi), e forse anche per questo uno dei suoi migliori, proponendo come al solito un “cocktail” musicale che passa dal pop al folk, attraverso il rock di chiara impronta americana, consolidando Thea Gilmore ancora una volta un artista di vaglia, dotata di una penna incisiva e tagliente (e particolarmente prolifica visto le regolari uscite durante la sua carriera), se Bruce Springsteen e Joan Baez sono suoi fans,  evidentemente merita almeno di essere ascoltata. Chapeau, come sempre!

Tino Montanari

Questo Invece E’ Proprio Inutile, Senza Parentesi! Grateful Dead – Smiling On A Cloudy Day

grateful dead smiling on a cloudy day

Grateful Dead – Smiling On A Cloudy Day – Rhino CD – LP

Il 1967 non è stato solo l’anno di Sgt. Pepper dei Beatles e del binomio Wild Honey/Smiley Smile dei Beach Boys, celebrato nel doppio 1967: Sunshine Tomorrow in uscita in questi giorni http://discoclub.myblog.it/2017/06/25/anche-questo-succedeva-50-anni-fa-ancora-grande-musica-beach-boys-sunshine-tomorrow/ , ma anche della famosa e mitizzata Summer Of Love, un periodo irripetibile in cui si credeva veramente che con le canzoni si potesse cambiare il mondo (e nello stesso anno si tenne anche il leggendario Monterey Pop Festival, la prima grande kermesse a base di pace, amore e musica che ebbe due anni dopo in Woodstock il suo picco), dominato dagli hippies e dalla scena musicale di San Francisco. La Rhino decide di celebrare i cinquant’anni di quella estate con una serie di ristampe limitate in vinile (usciranno a  metà Luglio, il giorno 14) che non sempre però hanno una grande attinenza con il periodo, sia come genere musicale che come anno (si passa infatti con disinvoltura da Electric Prunes, Love ed Arlo Guthrie, che hanno un senso, a scelte incomprensibili come il mitico Astral Weeks di Van Morrison, album leggendario ma che nessuno si è mai sognato di associare alla Summer Of Love, anche perché è uscito l’anno successivo, oppure anche Aretha Arrives di Aretha Franklin, mentre mancano incredibilmente, penso per motivi di diritti discografici, i Jefferson Airplane). Ma le due uscite considerate di punta dalla Rhino sono due compilation (uniche ad essere pubblicate anche su CD): la prima, intitolata appunto Summer Of Love, si occupa dei Monkees (ed è interessante se non conoscete il gruppo di Los Angeles, anche se ci sono diverse licenze, come la scelta di un brano preso dal loro ultimo album di studio, Good Times!, uscito lo scorso anno), mentre la seconda, Smiling On A Cloudy Day, comprende dieci brani tratti dal periodo “psichedelico” del gruppo di Jerry Garcia, e per l’esattezza dai primi tre album (più Dark Star, nella versione breve uscita solo su singolo), ma tutti nelle versioni conosciute, senza neppure una alternate take di studio od una rilettura inedita dal vivo, una scelta che probabilmente farà soprassedere anche il Deadhead più fanatico, ma che a mio parere ha scarsissima attrattiva pure verso il neofita.

Questa, comunque, la tracklist

1. The Golden Road (To Unlimited Devotion)
2. Cream Puff War
3. Morning Dew
4. That’s It For The Other One (Cryptical Envelopment I)/The Other One (Cryptical Envelopment II)
5. Born Cross-Eyed
6. Dark Star (Single Version)
7. St. Stephen
8. China Cat Sunflower
9. Doin’ That Rag
10. Cosmic Charlie

Grande musica, ma che più o meno possiedono già tutti quelli interessati: mi spiace, ma questa volta passo!

Marco Verdi

Se Non Avete Già I Due Dischi Originali, Una Ristampa Da Considerare. Alan Jackson – Precious Memories Collection

alan jackson precious memories

Alan Jackson – Precious Memories Collection – ACR/EMI Nashville 2CD

Alan Jackson è ormai una piccola leggenda nell’ambito della musica country: in attività da quasi un trentennio, ha venduto più di cinquanta milioni di dischi facendo del vero country e senza mai svendersi, cosa rarissima nel dorato mondo di Nashville. Certo, i suoi dischi hanno tutti i suoni calibrati al millimetro, con arrangiamenti piuttosto “rotondi”, perfetti per le radio di settore, ma, e qui sta la bravura del nostro (e del suo fedele produttore Keith Stegall), la sua è musica country vera, magari non originalissima ma suonata nel modo giusto, anzi spesso con un’anima rock che viene fuori, e con la ciliegina di una splendida voce che sembra migliorare con gli anni. Difficile che Alan sbagli un disco (a mio parere è successo solo con Like Red On A Rose, tra l’altro prodotto da Alison Krauss, nel quale il nostro tentava la carta del country sofisticato che però non era per nulla nelle sue corde), magari i suoi album sono tutti molto simili tra loro, ma si ascoltano con piacere dalla prima all’ultima canzone. Talvolta, poi, Jackson ha fatto anche dischi per il suo piacere personale (ed anche il nostro), e leggermente distanti dal suo abituale standard: così abbiamo avuto negli anni l’album di covers Under The Influence, l’ottimo disco acustico The Bluegrass Album più di recente (2013) e, rispettivamente nel 2006 ed ancora nel 2013, i due volumi di Precious Memories, nei quali Alan affrontava tutta una serie di brani tradizionali (e non solo) di chiara impronta religiosa, due lavori fatti con amore che hanno dimostrato la capacità del nostro a cambiare genere pur rimanendo sé stesso.

Oggi la EMI ristampa quei due album in un doppio CD intitolato Precious Memories Collection, una mossa strana visto che i due dischi sono ancora in catalogo e reperibilissimi, un’operazione che potete anche ignorare se avete già i due volumi divisi, ma che va assolutamente considerata se ve li eravate persi. Alan affronta una bella serie di classici con arrangiamenti spogli ma di grande impatto emotivo, la sua bella voce al centro di tutto e sonorità incentrate soprattutto sul pianoforte, e diversi interventi di chitarra acustica, oltre ad occasionali comparsate di autoharp, basso, organo e, trattandosi di musica di derivazione gospel, non mancano vari backing vocalists a dare più colore ai pezzi. Musica fatta, come dicevo prima, col cuore, che riesce ad emozionare nonostante i pochi strumenti (ed anche a coinvolgere nei brani più vivaci), quindi senza il bisogno di banjo, steel, violino e tutto il corredo che troviamo di solito nei dischi di Jackson. Si alternano dunque brani famosi e meno famosi, che rispondono ai titoli di In The Garden, Are You Washed In The Blood?, How Great Thou Art, I Want To Stroll Over Heaven With You, il superclassico Amazing Grace in una toccante versione pianistica, Precious Memories, When The Roll Is Called Up Yonder (splendida), He Lives, Love Lifted Me e molte altre che non sto a citare, dal momento che i due album sono di una compattezza e di una coerenza tale che sembrano incisi tutti in un’unica session.

Per attirare coloro che possiedono già i due CD originali, questa ristampa offre anche due bonus tracks sul secondo CD, due brani nuovi di zecca incisi appositamente per questo doppio dischetto e che si staccano un po’ dal mood originario in quanto vedono all’opera Jackson con band al completo al seguito, e quindi con l’utilizzo di basso, batteria, chitarre elettriche e tutto il resto: It’s All About Him è un’intensa ballata dal suono forte e pieno, tipica di Alan, impreziosita dalla presenza di trombe mariachi e cornamuse irlandesi, un pezzo dal pathos non indifferente, mentre That’s The Way, che viene presentata in copertina come il brano che Jackson ha cantato in chiesa alla moglie Denise durante il loro matrimonio (gli americani adorano queste cose), è una tenue e deliziosa slow song elettroacustica con un motivo che richiama vagamente Father And Son di Cat Stevens.   Se avete già i due Precious Memories originali forse non è il caso che li ricompriate solo per le due canzoni in più, ma sicuramente meritano che gli dedichiate un nuovo ascolto.

Marco Verdi

*NDB I due album complessivamente durano poco più di 72 minuti, anche con le due bonus ci stavano probabilmente in un CD unico. E in effetti in molti paesi costa come uno o poco più, quindi occhio alle fregature.

Erano Bei Tempi: Ricomprarlo Solo Per Il Disco Live? La Risposta E’ Sì! U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary

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U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary – Island/Universal CD – 2LP – Deluxe 2CD – Super Deluxe 4CD – Super Deluxe 7LP

Devo confessare di non essere mai stato un grande fan degli U2: li ho infatti sempre trovati un tantino sopravvalutati e talvolta troppo politicizzati, ed inoltre non ho mai potuto soffrire molto gli atteggiamenti da Messia (e classico esempio di cuore a sinistra e portafoglio a destra) del loro cantante e leader Bono Vox (al secolo Paul Hewson), ed in certi momenti neppure il suo modo di cantare, troppo enfatico e declamatorio. E, fatto non del tutto trascurabile, a mio parere la band irlandese non fa un grande disco da circa un trentennio, cioè dal bellissimo (e parzialmente live) Rattle & Hum del 1988, anche se so che Achtung Baby è stato un enorme successo (ma a me non è mai piaciuto granché) e che sia All That You Can’t Leave Behind che No Line On The Horizon non erano male, ma di certo non indispensabili. C’è stata però una fase in cui i nostri erano una grande band, e ciò è coinciso con quello che è stato allo stesso tempo il loro album migliore ed il più venduto, cioè il magnifico The Joshua Tree del 1987, uno dei dischi più popolari degli anni ottanta (e non solo), che dopo i primi tre dischi “irlandesi” ed il già notevole The Unforgettable Fire ha proiettato il quartetto di Dublino nell’olimpo, consentendo loro di sfondare, e alla grande, anche in America.

The Joshua Tree è uno di quei rari casi in cui tutto funziona alla perfezione, dalla scrittura delle canzoni, alla performance della band (quando si contiene Bono è comunque un grande cantante, la sezione ritmica formata da Adam Clayton e Larry Mullen Jr. una delle più potenti in circolazione, ed il chitarrista The Edge ha uno stile tutto suo che unisce sia la fase ritmica che quella solista), alla produzione stellare ad opera del dream team formato da Daniel Lanois e Brian Eno (già “testati” su The Unforgettable Fire), con Steve Lillywhite, altro grande produttore e responsabile dei primi tre album del gruppo, qui “relegato” al mixer. The Joshua Tree è ancora oggi un disco potente, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi (con alternanza tra politico, sociale e personale), e con le prime tre canzoni, che sono anche le più celebri, che stenderebbero un branco di rinoceronti, cioè le epiche Where The Streets Have No Name e I Still Haven’t Found What I’m Looking For e la straordinaria With Or Without You, forse la più grande rock ballad dei nostri: ricordo benissimo che nell’estate di quell’anno era impossibile accendere la radio senza prima o poi imbattersi in una di queste tre canzoni. Ma il disco era anche altro, dalla dura ed ipnotica Bullet The Blue Sky, all’intima Running To Stand Still, pura e folkie, alla fluida In God’s Country, un altro folk elettrificato alla loro maniera, alla bella e cadenzata Trip Through Your Wires, che fa affiorare prepotentemente le loro radici irlandesi (quasi un pezzo alla Waterboys), alla potente Exit, superlativa rock song con un grande crescendo, fino alla drammatica ed emozionante Mothers Of The Disappeared, dedicata ai desaparecidos argentini, tema all’epoca di grande attualità insieme al regime di Pinochet in Cile e all’Apartheid in Sudafrica.

The Joshua Tree aveva già beneficiato nel 2007 di un’interessante edizione doppia per il ventennale, con il disco originale rimasterizzato sul primo CD e con un secondo dischetto pieno di b-sides, rarità ed outtakes, ma siccome le case discografiche non smettono mai di farci ricomprare sempre gli stessi dischi, ecco pronta una nuova versione per i trent’anni. Se avete già la precedente ristampa, questa volta il box Super Deluxe è una spesa inutile (oltre che esosa), in quanto nel quarto CD ripropone quasi pari pari il disco di rarità della versione di dieci anni fa (con un paio di trascurabili varianti), mentre il terzo contiene sei remix non esattamente irrinunciabili. Meglio quindi l’edizione doppia (che sono anche i primi due CD del box), con di nuovo il disco originale sul primo CD (con lo stesso remaster del 2007) e nel secondo uno splendido concerto inedito dei nostri al Madison Square Garden di New York durante il tour americano in promozione all’album. Un concerto bellissimo, potente, con i nostri in forma strepitosa e Bono che si dimostra un leader di grande carisma, suono spettacolare e pubblico americano letteralmente impazzito, cosa strana in quanto in USA solitamente sono meno calorosi che nel vecchio continente. Le canzoni di The Joshua Tree, spogliate del pur prezioso contributo di Eno e Lanois, suonano ancora più forti e dirette che in studio: qui ne vengono proposte ben otto su undici (anzi nove, in quanto I Still Haven’t Found What I’m Looking For è presente due volte, la seconda con il gruppo gospel New Voices Of Freedom, una versione sensazionale che però era già uscita su Rattle & Hum), tra cui una Where The Streets Have No Name ancora più coinvolgente, o una magistrale Bullet The Blue Sky, quasi hard rock, o ancora una incredibile Exit, che oscura quella in studio e che viene fusa con Gloria di Van Morrison. Ci sono naturalmente i classici della band, da October a Sunday Bloody Sunday a Pride (In The Name Of Love), oltre al trascinante rock’n’roll di I Will Follow, una acclamata MLK cantata da Bono a cappella,ed un finale con la poco nota ma decisamente energica 40.

Senza dubbio il miglior live di sempre degli U2, superiore forse anche al “leggendario” Under A Blood Red Sky, che vi ricompenserà ampiamente dal dover comprare per l’ennesima volta lo stesso disco. *(NDM: adesso spero l’anno prossimo in una ristampa con tutti i crismi di Rattle & Hum, un disco che all’epoca avevo amato anche di più di The Joshua Tree, anche per la presenza di Bob Dylan).

Marco Verdi

Non Mancano I Dischi Dal Vivo Né Degli Uni Né Dell’Altro, Ma Questi Due Sono Bellissimi. The Who – Live At The Isle Of Wight 2004 Festival/Paul Simon – The Concert In Hyde Park

who live at the isle of wight 2004

The Who – Live At The Isle Of Wight 2004 Festival – Eagle Rock DVD – BluRay – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Paul Simon – The Concert In Hyde Park – Legacy/Sony 2CD – 2CD/DVD – 2CD/BluRay

Oggi ci occupiamo di due pubblicazioni dal vivo che hanno in comune il fatto di essere entrambe molto belle, nonché di essere state entrambe registrate qualche anno fa: gli artisti in questione non sono certo privi nelle loro discografie di testimonianze live, sia in audio che in video, ma nonostante ciò sarebbe un peccato ignorare queste due uscite.     Gli Who, una delle più longeve band britanniche, hanno nella fattispecie pubblicato negli anni più album dal vivo che in studio, ma questa performance registrata nel 2004 durante il mitico Isle Of Wight Festival (che aveva riaperto i battenti due anni prima) è da considerarsi tra le più importanti, non fosse altro per il fatto che vedeva i nostri tornare sul luogo del delitto a 34 anni dalla leggendaria serata del 1970 (anch’essa disponibile ufficialmente dal 1996). Il gruppo era alla prima tournée britannica dopo la morte dello storico bassista John Entwistle, e quindi i nostri erano già ridotti a duo, naturalmente composto dal leader e chitarrista Pete Townshend e dalla potente ugola di Roger Daltrey, mentre il resto della band vedeva Pino Palladino al basso, Simon Townshend (fratello minore di Pete) alla chitarra ritmica, Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) alla batteria e John Bundrick alle tastiere, formazione in sella ancora oggi, Bundrick escluso. Live At The Isle Of Wight 2004 Festival proposto, come è consuetudine per la Eagle Rock in tutte le combinazioni audio/video possibili, vede dunque gli Who, in forma smagliante, deliziare il numeroso pubblico con un’esibizione potente, roccata e chitarristica come nel loro DNA: sia Daltrey che Townshend sono in grande spolvero, e la band suona con la forza di un macigno, il che non significa mancanza di tecnica; e poi ci sono le canzoni, veri e propri inni entrati a far parte della storia del rock, una scaletta forse con poche sorprese (e poco differente da altri dischi dal vivo del gruppo) ma con talmente tanti capolavori che è sempre un piacere riascoltarli.

Il suono non è forse spettacolare come nel recente Live In Hyde Park, ma è comunque ottimo, e la serata parte subito alla grande con un trittico a tutto rock’n’roll formato da I Can’t Explain, Substitute ed Anyway, Anyhow, Anywhere, e quasi subito dopo una, come al solito, epica Behind Blue Eyes (in mezzo, Who Are You, che non mi è mai piaciuta molto ma è l’unica, mentre purtroppo dalla scaletta manca The Kids Are Alright, una delle mie preferite); l’inarrivabile Baba O’Riley, per chi scrive la più grande canzone rock di sempre dopo Stairway To Heaven, è stranamente al settimo posto nella setlist invece che nei bis, mentre c’è anche qualche chicca come The Punk And The Godfather (da Quadrophenia), Drowned e Naked Eye con solo le chitarre acustiche dei due leader (e nella prima Pete alla voce solista) e due canzoni all’epoca nuove di zecca, uscite come bonus tracks dell’antologia Then And Now: la magnifica Real Good Looking Boy, puro Who sound al suo meglio, e la potente ma meno incisiva Old Red Wine. Altri highlights sono la strepitosa You Better You Bet, i superclassici My Generation (più corta del solito) e Won’t Get Fooled Again ed un finale a tutto Tommy con Pinball Wizard, Amazing Journey, Spark, See Me Feel Me e Listening To You, con Magic Bus come bis conclusivo.

paul simon concert in hyde park

Paul Simon è noto per essere uno dei massimi songwriters di tutti i tempi, ma non certo per il fatto di essere un animale da palcoscenico: di carattere freddo, spesso scostante al limite dello snobismo, non sempre sul palco il newyorkese è garanzia di qualità (io l’ho visto tre volte, sempre a Milano, e se in due occasioni mi aveva entusiasmato ed emozionato, la terza ero rimasto decisamente deluso), ma quando sente aria di grande evento (leggi concerto con folla oceanica, riprese video e futura pubblicazione ufficiale) offre sempre delle performance strepitose. È questo il caso di The Concert In Hyde Park, registrato nel noto polmone verde di Londra nel corso dell’Hard Rock Calling del 2012, una serata magica sotto molti aspetti, un po’ per la suggestiva cornice di pubblico, un po’ per l’ottima forma del leader, ma soprattutto perché nella seconda parte del concerto Simon si è presentato con la band di Graceland al completo, per la prima volta dal tour del 1987, e ha riproposto, anche se con le canzoni in ordine sparso, quasi tutto il famoso album di 26 anni prima (saltando solo, non so bene perché, All Around The World Or The Myth Of Fingerprints). Anche qui, come nel caso degli Who, le canzoni sono una più bella dell’altra, e se aggiungiamo un Simon in serata di grazia il concerto fa presto a diventare imperdibile: Paul ha sempre avuto il pregio di circondarsi di musicisti formidabili, e questa sera non fa certo eccezione, sia per quanto riguarda la sua abituale band che quella “africana”, entrambe guidate dall’eccellente chitarrista Vincent Nguini, e con ospiti come il noto cantautore reggae Jimmy Cliff, il grandissimo gruppo vocale Ladysmith Black Mambazo guidato dal loro leader Joseph Shabalala ed il famoso trombettista sudafricano Hugh Masekela.

La prima parte del concerto è più classica, ma sempre musicalmente ricca e piena di spunti ritmici e melodici mai banali, con classici come la vivace Kodachrome, che apre la serata, il gustoso gospel di Gone At Last, la lenta Dazzling Blue (unica concessione all’allora nuovo So Beautiful Or So What), la sempre intensa e raffinata Hearts And Bones (in medley con Mystery Train di Junior Parker e con lo strumentale Wheels di Chet Atkins), le irresistibili That Was Your Mother, un travolgente cajun ed antipasto di Graceland, e Me And Julio Down By The Schoolyard, per chiudere con la fluida Slip Slidin’ Away, puro Simon classico, e la ritmatissima e coinvolgente The Obvious Child. In questa prima metà c’è anche il mini set di Jimmy Cliff, con le famosissime The Harder They Come e Many Rivers To Cross solo nella parte video (che non ho ancora visto), oltre alla meno nota Vietnam e la solare (e splendida) Mother And Child Reunion in duetto con Simon. La seconda parte, come ho già detto, è incentrata su Graceland, ed è un immenso piacere ascoltare in una veste sonora così scintillante classici come le strepitose Homeless (tutta a cappella) e Diamonds On The Soles Of Her Shoes, la fluida title track, il capolavoro The Boy In The Bubble, le meno note Crazy Love, Vol. II, Gumboots e Under African Skies, e le travolgenti I Know What I Know e, soprattutto, You Can Call Me Al, vera esplosione di ritmo e suoni. Nei bis, finalmente, anche un po’ di spazio per il repertorio targato Simon & Garfunkel, con una sempre emozionante The Sound Of Silence acustica ed una stupenda The Boxer full band con l’intervento al dobro di Jerry Douglas. Richiamato a gran voce sul palco, Simon si congeda con la vivace Late In The Evening e la classica e raffinata Still Crazy After All These Years. Due live albums da non perdere quindi, specie il secondo.

Marco Verdi

Due Bei Dischi…Peccato Che Uno Sia Un’Antologia E L’Altro Una (mezza) Fregatura! Grateful Dead – Long Strange Trip/The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert

gtaeful dead long strange trip

Grateful Dead – Long Strange Trip – Grateful Dead/Rhino 2CD – Amazon 3CD

The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert – Ramblin’ CD

Questo è un post particolare, nel senso che tratta di due uscite composte da materiale eccellente, ma nello stesso tempo ben lontane dall’essere considerate indispensabili, e nel secondo caso siamo quasi nel campo della truffa. Ma andiamo con ordine.

Ho ancora nelle orecchie il fantastico live Cornell 5/8/77 che è già di nuovo ora di parlare di Grateful Dead, ed il motivo è l’uscita del colossale film-documentario (quattro ore di durata) per la regia di Amir Bar-Lev intitolato Long Strange Trip, un’opera che ripercorre cinquant’anni di carriera del gruppo californiano e che non ho visto, ma sarà indubbiamente importante e ben fatta. Chiaramente è uscita anche la colonna sonora del film, in una versione doppia ed anche in un triplo CD esclusivo, quest’ultimo in vendita solo sul sito di Amazon (che è quello di cui mi accingo a parlare). Il problema, se di problema si può parlare, è che Long Strange Trip in parole povere è un’antologia, che va bene per i “completisti” ma rischia di scontentare la maggior parte degli acquirenti, in quanto si potevano benissimo riempire i tre dischetti solo di materiale inedito, tanto più che l’80% del contenuto è dal vivo. I brani in studio infatti sono soltanto 6 su 27, e, tranne che per Touch Of Grey che è tratta da In The Dark del 1987, provengono tutti da Workingman’s Dead ed American Beauty, ovvero i due studio album più famosi, e più belli, dei Dead. Il resto, come ho già detto è dal vivo, e la cosa comunque interessante è che i pezzi non sono presi soltanto dai live records usciti quando il gruppo era attivo (come Live/Dead, Europe ’72 e Reckoning, cioè i tre dischi interessati da questo triplo), ma provengono in maniera eterogenea anche da album d’archivio usciti dopo la morte di Jerry Garcia, includendo anche qualche rarità, come il Dick’s Picks Volume 31 (Eyes Of The World) o il mega-cofanetto di 73 CD  Europe ’72: The Complete Recordings (una Playing In The Band registrata a Brema), che non so quanti di voi possiedano.

Stranamente nessun pezzo è preso dall’altro superbox 30 Trips Around The Sun, mentre a mio parere è stato un errore grave mettere ben cinque brani dal concerto di Cornell, che è sì spettacolare ma anche appena uscito! Non sarebbero i Dead se non ci fosse anche qualche inedito, cosa che ha convinto anche il sottoscritto all’acquisto: sette in totale tra cui una stupenda Dark Star di 25 minuti incisa nel 1970 al Fillmore East, due ottime China Cat Sunflower e I Know You Rider registrate nel raro concerto del 1971 al Chateau d’Hérouville in Francia (unica data europea di quell’anno), ed uno scintillante medley del 1989 tra Dear Mr. Fantasy dei Traffic (con il tastierista Brent Mydland alla voce solista) e la parte finale del classico dei Beatles Hey Jude (mentre gli ultimi due inediti, una Stella Blue del 1981 ed una Days Between del 1994, non sono imperdibili). Potete farci un pensierino, dentro c’è comunque tantissima grande musica, a meno che i Grateful Dead non vi escano dalle orecchie (nel qual caso avreste la mia comprensione).

marshall tucker band hall of fame

Devo invece mettervi in guardia dall’ultima uscita targata Marshall Tucker Band, Hall Of Fame Concert, non perché sia un CD brutto o inciso male, anzi, il contenuto è grandissimo (si tratta della registrazione del concerto del 1995 che il gruppo tenne a Spartanburg, cioè a casa loro, per celebrare l’ingresso nella South Carolina Hall Of Fame, una serata spettacolare e con ospiti del calibro di Charlie Daniels, Butch Trucks e Jaimoe degli Allman, Hughie Thomasson degli Outlaws ed in procinto di entrare nei Lynyrd Skynyd, e Jimmy Hall dei Wet Willie), ma perché questo disco era già uscito con le stesse identiche canzoni nello stesso identico ordine e con il titolo di Live! From Spartanburg, South Carolina, e non vent’anni fa ma nel 2013: cosa ancor più grave, la casa discografica, la Ramblin’ Records, è la stessa per tutti e due i dischi, e questo comportamento è degno di una Cleopatra qualsiasi, non di una etichetta seria. E’ chiaro che se non avete il CD del 2013 potete (anzi, dovete) accaparrarvi questo Hall Of Fame Concert, in quanto la band orfana dei fratelli Caldwell, e guidata da Doug Gray e George McCorkle, è in forma smagliante, ed offre al pubblico strepitose versioni dei suoi classici, cominciando con la sempre stupenda Heard It In A Love Song e finendo con la classica jam con tutti gli ospiti sul palco di Can’t You See e con in mezzo imperdibili versioni di, tra le altre, Long Hard Ride (con Daniels scatenato al violino), Searchin’ For A Rainbow e Ramblin’, ma in caso contrario statene alla larga, a meno che non vogliate avere lo stesso disco con due copertine diverse.

Marco Verdi

Un Addio Come E’ Giusto Che Fosse, A Tutto Rock And Roll! Chuck Berry – Chuck

chuck berry chuck

Chuck Berry – Chuck – Dualtone/Decca CD

Oggi non sono qui per dirvi, ammesso che ce ne sia il bisogno, chi era Chuck Berry (per questo vi rimando al mio “necrologio”, postato tre mesi fa alla notizia della sua scomparsa alla bella età di 90 anni http://discoclub.myblog.it/2017/03/19/la-morte-questa-volta-purtroppo-fa-90-se-ne-e-andato-anche-chuck-berry-la-vera-leggenda-del-rock-and-roll/ ): ribadisco solo che siamo di fronte ad un personaggio che, se solo fosse nato con la pelle bianca, e magari fosse stato un po’ meno ribelle e più “paraculo”, oggi sarebbe considerato il re del rock’n’roll al pari e forse più di Elvis Presley. In realtà in questo post si parlerà solo di musica, e per l’esattezza dell’ultimo (in tutti i sensi, forse) album del grande rocker di St. Louis, un disco che era pronto dallo scorso Settembre e che ora è diventato postumo, un lavoro di grande importanza anche perché è il primo in studio da Rock It! del 1979. Ma Chuck non è il disco di una vecchia gloria che rinverdisce qualche suo evergreen magari duettando con ospiti che c’entrano come cavoli a merenda (qualcuno ha detto Tony Bennett?), ma, pur con qualche comprensibile momento di media caratura, un riuscito disco di puro e semplice rock’n’roll vecchio stile, il tutto scritto, suonato e cantato esattamente come negli anni cinquanta. Qualche ospite, come vedremo, c’è, ma intanto sono musicisti veri e non superstars, e poi sono funzionali al progetto: l’album, che comprende dieci canzoni nuove di zecca (di tempo per scriverle ne ha avuto), è prodotto dallo stesso Berry, e vede in session una band ridotta ma compatta composta da Jimmy Marsala al basso, Keith Robinson alla batteria e Robert Lohr al piano, ma è anche un affare di famiglia, in quanto ci sono due dei cinque figli di Chuck, Charles Berry Jr. ed Ingrid Berry (rispettivamente alla chitarra ed armonica) ed il nipote Charles Berry III, sempre alla chitarra; dulcis in fundo, tre apprezzabili interventi delle “nuove leve” Tom Morello, Nathaniel Rateliff e Gary Clark Jr.

E poi naturalmente c’è lui, Chuck, in forma smagliante se teniamo conto che stiamo parlando di un novantenne, con una voce ancora giovanile e l’energia di un ragazzino: il disco forse non è un capolavoro, in quanto presenta più di un riempitivo (e forse avrebbe avuto bisogno di un vero produttore), ma sinceramente, considerando la statura dal personaggio, dovremmo solo essergli grati per averci concesso un’ultima testimonianza prima di lasciarci per sempre. Inizio a tutta birra con Wonderful Woman, cinque minuti di scintillante rockin’ boogie, con un chitarrone ritmico alla Duane Eddy e ficcanti riff da parte di Chuck, che rilascia anche alcuni brevi ma efficaci assoli (e me lo immagino impegnato nel suo celebre duckwalk), ai quali risponde da par suo Gary Clark Jr. Big Boys è invece il pezzo che vede Morello alla solista e Rateliff alle armonie vocali, ma la canzone inizia con il tipico attacco dei rock’n’roll del nostro (per intenderci alla Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen, ecc. ecc.), e pure il resto si conferma irresistibile come ai vecchi tempi (e Morello non eccede come spesso gli capita): non è autoriciclaggio, e anche se fosse stiamo comunque parlando di colui che questo genere lo ha inventato; Berry amava molto anche il blues, e ne dà un esempio con You Go To My Head, dal tempo strascicato e mood quasi lascivo, che ci fa capire l’enorme influenza che ha avuto sui Rolling Stones. 3/4 Time (Enchiladas) è ripresa dal vivo, ed è un valzerone un po’ sghembo in cui il nostro dà l’impressione di improvvisare il testo, poco più di un gustoso divertissement.

Darlin’ è invece un lento molto anni cinquanta, leggermente country e con un gran lavoro di piano (e le backing vocals dei New Respects, un quartetto di colore per tre quarti al femminile proveniente da Nashville), mentre Lady B. Goode è uno dei pezzi centrali dell’album, il seguito della celeberrima Johnny B. Goode (ce n’era già stato un altro, Bye Bye Johnny), virato però al femminile, ed anche musicalmente siamo da quelle parti, grandissimo rock’n’roll. La pianistica She Still Loves You, dal ritmo vagamente jazz, è un brano un po’ interlocutorio, direi nella media (anche se piano e chitarra lavorano di fino), Jamaica Moon è solare e quasi caraibica come da titolo, ma pure questa non è indimenticabile; Dutchman è un rock blues in cui Chuck non canta ma parla, comunque abbastanza piacevole, mentre Eyes Of Man chiude il CD con un altro blues elettrico di buona fattura.

Forse Chuck non verrà ricordato nei tempi dei tempi come uno dei capolavori di Chuck Berry, ma è un disco più che onesto e con tre-quattro zampate da vecchio marpione, un modo decisamente dignitoso di congedarsi da questa valle di lacrime.

Marco Verdi