Un’Altra Nuova Band Dal Grande Futuro (Si Spera). The Show Ponies – How It All Goes Down

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The Show Ponies – How It All Goes Down – Freeman CD

Non solo, almeno a parere del sottoscritto, gli Old Crow Medicine Show sono la miglior band americana del nuovo millennio (superiori di poco anche ad Avett Brothers e più nettamente anche ai Mumford And Sons), ma negli ultimi anni si può dire che i ragazzi della Virginia abbiano creato un vero e proprio suono e sono stati presi come riferimento da una lunga serie di gruppi nati dopo di loro. Il rielaborare la tradizione folk e country aggiungendo robuste dosi di rock lo si faceva già negli anni novanta (basti pensare ad Uncle Tupelo ed ai primi Jaykawks), ma gli OCMS hanno avuto il grande merito di rivitalizzare un genere, quello roots-rock-Americana, che forse cominciava a mostrare un po’ la corda, tra l’altro con l’ausilio quasi totalmente di strumenti acustici, ma suonati con la forza di una vera rock band. Nei gruppi che seguono questo filone farei senz’altro ricadere gli Show Ponies, un quintetto di Los Angeles con già un disco al proprio attivo ((We’re Not Lost, 2013), e il cui nuovo lavoro How It All Goes Down mi è piaciuto a tal punto che non ho difficoltà ad inserirli tra i migliori nuovi gruppi degli ultimi tempi. I cinque si sono conosciuti circa otto anni fa al college, e quindi di membri originari della Città degli Angeli non c’è nessuno: i due leader sono Clayton Chaney (dall’Arkansas, voce solista e basso) ed Andi Carder (texana di Houston, voce solista e banjo), i quali hanno formato il primo nucleo assieme a Jason Harris (chitarra e piano, anch’egli di Houston), per poi completare il quintetto in un secondo momento con Kevin Brown (batteria) e Philip Glenn (violino). I cinque hanno presto scoperto di avere gli stessi interessi musicali e hanno cominciato a scrivere e suonare insieme: non conosco il loro debut album, ma vi assicuro che questo secondo lavoro è davvero notevole.

Rispetto agli OCMS (che, va detto,  comunque restano nettamente superiori) gli Show Ponies sono decisamente più rock, le chitarre elettriche sono spesso presenti all’interno delle canzoni, ma la base di partenza è sempre folk, ed in più i cinque suonano con grande forza e feeling: tra ballate, pezzi più rock o canzoni di stampo puramente folk, i nostri mostrano di essere decisamente creativi e di avere un grande senso del ritmo e della melodia, consegnandoci con How It All Goes Down (uscito il 20 gennaio) una delle sorprese più piacevoli di questo 2017, con almeno tre-quattro canzoni di caratura superiore. Folk, country, rock e bluegrass fusi insieme in un cocktail molto stimolante ed in grado anche di entusiasmare a tratti, come nel brano che apre il disco, The Time It Takes, stupendo folk-rock dalla melodia cristallina, incroci chitarristici di prim’ordine ed uno splendido pianoforte: l’alternanza tra le due voci soliste, maschile e femminile, è poi uno dei punti di forza del gruppo. Un inizio perfetto, una delle più belle canzoni che ho ascoltato ultimamente. This World Is Not My Home ha un approccio più tradizionale, banjo e violino sono gli strumenti principali (e Glenn è un fiddler coi controfiocchi), anche se né la chitarra elettrica né la sezione ritmica fanno mancare il loro apporto: dopo la prima strofa il ritmo cresce vorticosamente e, complice anche un refrain di presa immediata, il brano diventa irresistibile; la voce gentile della Carder introduce Kalamazoo, un folk tune elettrificato ma di stampo rurale, con grande uso di violino e tempo sempre mosso anche se più leggero, mentre con Someone To Stay si torna prepotentemente in ambito rock, anzi qui la componente folk sarebbe quasi assente se non fosse per il violino, ed il pezzo è uno scintillante ed orecchiabile esempio della bravura dei nostri nel confezionare canzoni fresche, dirette e creative al tempo stesso.

Should Showed Him è una filastrocca un po’ sghemba e dall’arrangiamento ancora più rock (anche il violino viene suonato come fosse una chitarra elettrica), per un brano forse meno immediato ma comunque grintoso e stimolante; Folks Back Home è invece puro folk, limpido, cristallino, solare e delizioso, mentre Only Lie è più introversa, spezzettata e decisamente meno immediata, non tra le migliori. Something Good e Sweetly sono due tenui slow ballads, tra folk d’altri tempi e cantautorato puro (leggermente meglio la seconda, cantata da Andi) ed anche If You Could Break That Chain prolunga il momento intimista del CD, con un altro lento di stampo acustico, dal bel ritornello corale e con una chitarra elettrica che si affaccia sullo sfondo. Il disco si chiude in crescendo con la pimpante Don’t Call On Me, un country-rock gustoso e suonato con la solita forza, l’intensa (e breve) Bravery Be Written, folk purissimo con un chiaro accento irlandese, e con la title track, melodia di stampo tradizionale su base elettrica, altro fulgido esempio di come si possano scrivere ottime canzoni giusto a metà tra folk e rock, da parte di un gruppo che, ne sono certo, ha cominciato solo adesso a far parlare di sé.

Marco Verdi

Alla Sua Veneranda Età E’ Ancora Al Top. Willie Nelson – God’s Problem Child

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Willie Nelson – God’s Problem Child – Legacy/Sony CD

A 84 anni suonati Willie Nelson non ha assolutamente voglia di appendere la sua chitarra Trigger al chiodo, né di rallentare il ritmo: un disco all’anno è il minimo, quando non sono due. Dal vivo ormai fa un po’ fatica, come dimostra la sua recente partecipazione al concerto tributo a Waylon Jennings (ed anche, evento del quale sono stato fortunato testimone, la sua comparsata allo splendido concerto di Neil Young & Promise Of The Real lo scorso anno a Milano, in cui non ha cantato benissimo ma è bastata la sua presenza per illuminare il palco di un’aura particolare), ma in studio ha ancora diverse frecce al proprio arco; tra l’altro Willie potrebbe vivere di rendita continuando ad incidere standard della musica americana, come ha fatto più volte, ed invece ama ancora mettersi in gioco scrivendo nuove canzoni. Infatti nel suo ultimo lavoro, God’s Problem Child, ben sette brani su tredici portano la firma di Nelson, insieme al produttore Buddy Cannon (a suo fianco da diversi anni ormai), e questo dimostra chiaramente la voglia di non sedersi sugli allori. Ma, a parte queste considerazioni, God’s Problem Child è un disco bellissimo, uno dei migliori tra gli ultimi di Willie, con un suono straordinario (Cannon è un fuoriclasse di un certo tipo di produzione) ed una serie di canzoni di prim’ordine, suonate con smisurata classe dalla solita combriccola di musicisti coi fiocchi, tra i quali il fido Mickey Raphael all’armonica, Bobby Terry alla steel, James Mitchell alla chitarra elettrica, Fred Eltringham alla batteria e, a sorpresa, Alison Krauss alle armonie vocali in un paio di brani, oltre a tre ospiti che vedremo dopo nella title track.

Willie chiaramente non inventa nulla, nessuno credo si aspettasse un cambiamento nel suo modo di fare musica, ma in questo ambito è ancora uno dei numeri uno, nonostante le molte primavere alle spalle: Little House On The Hill apre l’album, una guizzante country song scritta da Lyndel Rhodes, che altri non è che la madre di Cannon, una canzone molto classica, del tipo che Willie ha cantato un milione di volte (anche se ogni volta sembra la prima), con un bel botta e risposta voce-coro che fa molto gospel, anzi noto una certa somiglianza con la famosa Uncloudy Day. Old Timer è un pezzo di Donnie Fritts, una sontuosa ballata pianistica, splendida nella melodia e nell’arrangiamento soulful, con la voce segnata dagli anni di Nelson che provoca diversi brividi. True Love è un’altra intensa slow song, tutta incentrata sulla voce carismatica del nostro, con una strumentazione parca ma calibrata al millimetro ed una melodia fluida: classe pura; Delete And Fast Forward, ispirata dall’esito delle elezioni presidenziali americane, è tipica di Willie, con il suo classico suono texano e qualche elemento rock garantito dalla chitarra di Mitchell, mentre A Woman’s Love, che è anche il primo singolo, è un delizioso western tune dal motivo diretto ed un leggerissimo sapore messicano. Your Memory Has A Mind On Its Own è un puro honky-tonk, niente di nuovo, ma Willie riesce a dare un tocco personale a qualunque cosa, e sono poi i dettagli a fare la differenza (qui, per esempio, la chitarra del texano e l’armonica sempre presente di Raphael).

Butterfly è una limpida country song dalla melodia tersa ed armoniosa, con un ottimo pianoforte e la voce che emoziona come sempre, la vivace Still Not Dead (ironico pezzo ispirato dalla notizia falsa circolata qualche tempo fa della morte di Nelson) porta un po’ di brio nel disco, e Willie mostra di avere ancora il ritmo nel sangue: il brano, poi, è davvero piacevole e cantato con la solita attitudine rilassata e misurata. God’s Problem Child, oltre a dare il titolo al CD, è anche il brano centrale, una canzone scritta da Jamey Johnson con Tony Joe White, con i due che partecipano anche vocalmente, e White pure con la sua chitarra, entrambi raggiunti per l’occasione da Leon Russell, qui nella sua ultima incisione prima della scomparsa: il brano ha il mood swamp annerito tipico di Tony Joe, ma con l’upgrade della voce e chitarra di Willie (e che brividi quando tocca a Russell), grandissima musica davvero; ancora tre pezzi scritti dalla coppia Nelson/Cannon (la cristallina e folkie It Gets Easier, Lady Luck, altra Texas cowboy song al 100% e l’ottimo valzerone I Made A Mistake) e chiusura con He Won’t Ever Be Gone, uno splendido e toccante omaggio all’amico di una vita Merle Haggard (scritto da Gary Nicholson) ed altra prova di grande classe da parte del nostro. Willie Nelson è uno dei pochi artisti che riescono a coniugare quantità e qualità, e se la salute lo assisterà avremo ancora parecchi bei dischi da ascoltare in futuro.

Marco Verdi

14 Passi Nel Rock’n’Roll Stradaiolo di New York Con Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem

garland jeffreys 14 steps to harlem

Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem – Luna Park Records

Garland Jeffreys, a parere di chi scrive, è uno di quei musicisti di cui non si può fare a meno, infatti è un cliente abituale di questo blog, ne abbiamo parlato per il concerto a Pavia nel 2013, ma anche in altre occasioni, nelle uscite di The King Of In Between (11)  http://discoclub.myblog.it/2013/07/17/piccoli-ri-passi-della-storia-del-rock-garland-jeffreys-in-c/, Truth Serum (13) http://discoclub.myblog.it/2013/10/05/70-anni-e-non-sentirli-un-grande-garland-jeffreys-truth-seru/ , e la ristampa del live Paradise Theater, Boston October ’79, fatte con la consueta solerzia dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2016/03/10/quasi-piu-bello-del-vecchio-live-ufficiale-garland-jeffreys-paradise-theater-boston-october-79/ .In una lunga carriera tutt’altro che lineare (tra cambi di etichetta e lunghe pause ), questo signore, tra un decennio e l’altro, ha consegnato ad ogni tappa almeno un grande disco: Ghost Writer (77), Escape Artist (81), Don’t Call Me Buckwheat (91), e Truth Serum (13) senza dimenticare Live Hot Point (08) con Elliott Murphy e Chris Spedding, piccoli e grandi capolavori nati dalle sue radici che affondano nelle “backstreets” di Brooklyn.

Questo nuovo lavoro 14 Steps To Harlem. prodotto da Garland con il nostro “amico” James Maddock (se ne parlato anche recentemente per il Live At Daryl’s House http://discoclub.myblog.it/2017/03/25/un-rocker-inglese-di-casa-a-new-york-james-maddock-live-at-daryls-house/ ), vede l’apporto di musicisti di riguardo, tra i quali Tom Curiano alla batteria, Brian Stanley al basso, Charly Roth e Mark Bosch alle chitarre, Brian Mitchell e Ben Stivers alle tastiere, con la partecipazione al violino di Laurie Anderson, il fido “compagno di merende” Alan Freedman alla chitarra elettrica, e la figlia Savannah in un duetto e al pianoforte, per dodici brani che danno vita ad un nuovo breve viaggio sui sentieri del migliore rock’n’roll. Vediamo allora cosa ci riserva questo nuovo 14 Steps To Harlem: che parte con il ritmo incalzante di una grintosa When You Call My Name, per poi passare subito allo “shuffle” di Schoolyard Blues, seguito dalla title track 14 Steps To Harlem, una magnifica ballata “soul” che vede la partecipazione ai cori di James Maddock e Cindy Mizelle (cantante e corista di Springsteen), e al pop raffinato di una amorevole Venus (dedicata alla moglie). In ogni disco di Garland che si rispetti non può mancare il “reggae”, e quindi eccoci accontentati con il ritmo di una ballabilissima Reggae On Broadway, poi bilanciata con la splendida ballata Times Goes Away, cantata in duetto con la figlia Savannah, anche al pianoforte e James Maddock alla lap-steel guitar, per poi passare ancora ai ritmi “latini”, tra fisarmonica e mandolino, di una danzereccia Spanish Harlem, e alle delicate e soffuse note di una più che sofferente I’m A Dreamer.

I 14 passi proseguono con due cover, prima Waiting For The Man, un sentito omaggio ai Velvet Underground dell’amico Lou Reed, interpretata da Garland in maniera simile a livello vocale, e una intrigante versione “slow” di Help dei Beatles, dove giganteggia la fisarmonica di Brian Mitchell, e per chiudere il rap moderno di una Colored Boy Said, ma soprattutto la “perla” dell’album, la pianistica e struggente ballata Luna Park Love Theme, impreziosita dal violino magico della moglie di Lou Reed, Laurie Anderson, un brano che avrebbe fatto la sua “sporca” figura anche su Don’t Call Me Buckwheat o sul mitico Ghost Writer (per il sottoscritto i suoi dischi migliori).

Questo arzillo 74enne ( che ho visto personalmente, qualche anno fa, come ricordato saltellare sul palco in Piazza Della Vittoria a Pavia), ancora oggi rimane un artista raffinato, eclettico e istrionico, dalla voce calda e amichevole, stimato dai colleghi (nomi come Bruce Springsteen, Dr.John, David  Bromberg, Joe Ely, John Cale, Willie Nile, Alejandro Escovedo, James Taylor, Phoebe Snow,  e molti altri ancora), ma poco apprezzato (purtroppo) dal pubblico di massa, anche se il suo status di artista di culto gli ha permesso, nonostante tutto, nell’arco di una carriera quarantennale, di disseminare dozzine di splendide canzoni (anche piccoli capolavori), senza mai lasciarsi travolgere dai tempi e dal “cliché” del rock’n’roll business, e per un tipo che fin dagli anni ’70 faceva scorrere nei solchi dei suoi dischi un misto di generi come rock, pop, reggae, ska, black music, soul e anche dance, testimonia, nel bene e nel male che l’artista Garland Jeffreys è ancora vivo, e rimane un musicista essenziale per New York City, e per tutti gli amanti della buona musica.!

Tino Montanari

Una Piccola Grande Band Dalla Georgia Per Una Musica Sudista “Diversa”. The Whiskey Gentry – Dead Ringer

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The Whiskey Gentry – Dead Ringer – Pitch-A-Tent CD

Lo dico subito così mi tolgo il pensiero: questo disco è stata una folgorazione. Avevo già sentito nominare i Whiskey Gentry, ma non avevo mai approfondito più di tanto, e l’ascolto di Dead Ringer mi ha messo di fronte ad una band superlativa, una delle più talentuose tra quelle scoperte ultimamente. I WG sono un sestetto proveniente da Atlanta, Georgia, e hanno già tre album alle spalle (due in studio più un live), ma non fanno southern rock: il loro filone è quello dell’alternative country, anche se detto così potrebbe sembrare riduttivo, in quanto i ragazzi sanno suonare di tutto, dal country, al rock, al bluegrass al rock’n’roll, e con una forza incredibile. I leader sono Lauren Stanley Morrow, voce solista e chitarra, e Jason Morrow, chitarra solista, i quali nella vita sono anche marito e moglie: il resto del gruppo è formato da Sam Griffin (basso), Carlton Owens (batteria), Chesley Love (banjo e fisarmonica) e Rurik Nunan (violino), coadiuvati da due collaboratori che possiamo considerare quasi membri onorari, cioè Michael Smith al mandolino e Les Hall, che produce anche il disco, al piano, organo e chitarre. Dead Ringer arriva tre anni dopo il loro lavoro precedente, Holly Grove, ed è una vera bomba: dodici canzoni, dieci originali e due covers, suonate con una foga da garage band, ma con una pulizia sonora ed una tecnica da veterani.

La loro base di partenza è chiaramente il country, ma non disdegnano di arrotare le chitarre quando serve, e la sezione ritmica picchia spesso duro; tanta energia non è però fine a sé stessa, in quanto i sei hanno anche un’ottima capacità di scrittura ed un feeling enorme, un suono personale e, in definitiva, non assomigliano a nessuno pur ispirandosi ai classici del genere: se proprio dovessi fare un nome direi Old Crow Medicine Show, ma rischierei di portarvi fuori strada, in quanto la band di Secor e Fuqua ha sì lo stesso tipo di energia, ma un sound decisamente meno elettrico. Per avere un’idea basta sentire la canzone che apre l’album, la potente Following You, una vera e propria rock song anche se non mancano violino e banjo, ma le chitarre sono elettriche e la batteria pesta secco: semmai l’elemento gentile è fornito dalla voce di Lauren e dal refrain delizioso ed immediato. Splendida poi Rock & Roll Band, country-rock purissimo dal ritmo saltellante, quasi alla Johnny Cash, e voce perfettamente in parte, in una parola irresistibile (la strumentazione qui è perlopiù acustica, ma la forza e l’energia sono immutate); la limpida Looking For Trouble è una ballata tersa e diretta, ancora caratterizzata da un ottimo gusto melodico e dallo splendido finale chitarristico quasi psichedelico, che mostra l’alto livello di creatività dei nostri.

La mossa Dead Ringer è puro country, quasi alla maniera texana, godibile dalla prima all’ultima nota, Paris ha una chitarra nervosa che aggredisce da subito ed una ritmica velocissima, un bluegrass elettrico suonato con la grinta di una punk band, con una serie di assoli che lasciano a bocca aperta: i ragazzi uniscono forza, feeling, umorismo (parte della canzone è in un francese sgangherato) e tecnica sopraffina, e questo fa la differenza; la lenta e toccante Kern River, un brano non molto noto di Merle Haggard, è un’oasi gradita, mentre con Martha From Marfa riprende il godimento, uno squisito uptempo country-rock che coinvolge fin dai primi accordi, altro brano che ci ritroviamo senza accorgerci a suonare e risuonare. Che dire di Say It Anyway: inizia con un banjo strimpellato, ma subito dopo ti travolge con il suo ritmo sostenuto e le chitarre rockeggianti, lasciandoti col fiato corto, mentre Drinking Again è un honky-tonk elettrico, ma il ritmo non molla di un centimetro, e si candida come una delle più godibili ed immediate (mi fa quasi venire voglia di una birra, peccato che mentre la ascolto sono solo le dieci di mattina). Seven Year Ache, scritta da Rosanne Cash, è una scintillante ballata, ariosa, fluida ed accattivante; dopo tanta energia il CD si chiude con due pezzi lenti, l’intensa Is It Snowing Where You Are? e la spoglia If You Were An Astronaut, che vede in scena solo Lauren e la sua chitarra.   Non servono altre parole per commentare la musica dei Whiskey Gentry: mettete Dead Ringer nel lettore, e vi assicuro che farete fatica a toglierlo.

Marco Verdi

Come Rinfrescare Degnamente Un Capolavoro Assoluto! Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

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Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde – Columbia/Sony CD

Gli Old Crow Medicine Show, forse il miglior gruppo in circolazione in ambito country-roots-Americana, ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la figura di Bob Dylan, a partire da quella Wagon Wheel presente sul loro debut album e che ancora oggi è il loro brano più noto, una canzone appena abbozzata da Bob ai tempi di Pat Garrett & Billy The Kid e che la band di Nashville ha completato in maniera mirabile. Ma anche il brano portante dello splendido Remedy (ad oggi l’ultimo lavoro di studio del gruppo di Keith Secor e Critter Fuqua, e forse il migliore http://discoclub.myblog.it/2014/06/30/la-cura-sempre-eccellente-old-crow-medicine-show-remedy/ ), cioè la bellissima Sweet Amarillo, è una collaborazione a distanza tra i nostri ed il novello Premio Nobel. Lo scorso anno però gli OCMS hanno alzato decisamente l’asticella, riproponendo in due serate al CMA Theatre di Nashville, e giusto cinquant’anni dopo la sua pubblicazione originale, il fenomenale album Blonde On Blonde, cioè quello che da molti viene definito il più bel disco di Dylan (c’è, come me, chi gli preferisce Highway 61 Revisited, altri Blood On The Tracks, ma insomma nella peggiore delle ipotesi sotto il terzo posto non si va) ed in generale uno degli album cardine della storia della musica, un titolo che solo a nominarlo c’è da farsi venire la tremarella.

Ma gli OCMS non sono un gruppo che ha paura, forse grazie anche ad un briciolo di incoscienza, e hanno quindi affrontato quel disco canzone dopo canzone risuonandolo a modo loro, spogliando i brani del “sottile e selvaggio sound al mercurio” e rivestendoli con la loro irresistibile miscela di country, bluegrass, folk e rock, e dando spazio a tutte le qualità che li hanno resi uno degli acts più richiesti in America (e non solo): creatività, forza, feeling, ritmo e voglia di divertirsi ma anche di fare grande musica (e portando comunque grande rispetto alle composizioni originali). 50 Years Of Blonde On Blonde è quindi un live strepitoso, nel quale i nostri (oltre a Fuqua e Secor abbiamo i fedeli Kevin Hayes, Chance McCoy, Morgan Jahnig, Cory Younts e, come membro aggiunto, il polistrumentista Joe Andrews) danno sfogo a tutta la loro abilità vocale e strumentale, suonando con il solito incredibile vigore, una caratteristica già risaputa ma che ogni volta lasca a bocca aperta: e non pensate che solo per il fatto che Blonde On Blonde sia un grandissimo disco il compito dei ragazzi fosse facile, anzi il rischio di strafare e rovinare tutto con interpretazioni non adeguate era dietro l’angolo (non penso infatti che se al posto loro ci fossero stati i Backstreet Boys il risultato sarebbe stato proprio lo stesso). Il disco dura 65 minuti, ed è quindi più corto del Blonde On Blonde originale, anche perché molti pezzi sono suonati ad un ritmo talmente vorticoso da risultare decisamente più sintetici: la strumentazione è al solito acustica al 90%, ma i ragazzi fanno talmente casino (in senso buono) che dopo un po’ non ce ne accorgiamo neppure.

Rainy Day Women # 12 & 35 era già allegra e festosa nella versione di Dylan, e qui si trasforma in una vera orgia di suoni e colori, con un arrangiamento al quale la fisarmonica dona un sapore zydeco, mentre Pledging My Time, in origine un blues lento e strascicato, diventa un bluegrass suonato a velocità supersonica e vertiginosa, un genere nel quale oggi i nostri hanno pochi eguali (è incredibile, sembra che qualcuno abbia accelerato il nastro della performance). Visions Of Johanna è uno dei brani più belli del songbook dylaniano, e qui è nobilitata da una versione strepitosa, con grande rispetto ma anche con il tocco personale degli OCMS, una veste roots che la valorizza ancora di più (il ritmo è accelerato rispetto a quella di Bob), già fin da ora una delle cover dell’anno; anche One Of Us Must Know (Sooner Or Later) è sempre stata contraddistinta da una melodia stupenda, ed i ragazzi la trattano coi guanti, limitando al minimo la strumentazione e facendo risaltare la parte vocale: il risultato è un altro momento imperdibile.

I Want You non è molto diversa, solo più acustica e countryeggiante, ma rimane tutta da godere dalla prima all’ultima nota, Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again è sempre stato il brano di Blonde On Blonde a piacermi meno, un po’ ripetitivo e con una durata di almeno tre minuti di troppo, anche se in questa scintillante rilettura country-rock la apprezzo maggiormente (e che ritmo); Leopard-Skin Pill-Box Hat diventa un delizioso pezzo in puro stile dixieland, mentre Just Like A Woman, uno dei capolavori assoluti di Dylan, si trasforma in una languida country ballad, che non avvicina l’originale (che è, appunto, inavvicinabile) ma si propone come una delle sue migliori versioni. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine), che apriva il secondo LP del Blonde On Blonde originale, ha un arrangiamento frenetico ed una performance urlata che ricorda molto la versione live che Bob immortalò su Before The Flood; Temporary Like Achilles diventa uno splendido e vibrante honky-tonk pieno di ritmo, praticamente un’altra canzone, Absolutely Sweet Marie, già irresistibile in origine, è un country’n’roll spedito come un treno, impossibile stare fermi, mentre 4th Time Around resta abbastanza simile a quella conosciuta, anche se steel e banjo le donano un sapore decisamente roots. La breve Obviously Five Believers, altro bluegrass dalla velocità incredibile, precede il gran finale di Sad Eyed Lady Of The Lowlands, una delle canzoni più personali di Bob (era dedicata all’allora moglie Sara), che qui diventa una sontuosa roots ballad, degna chiusura di un disco strepitoso ed imperdibile.

Non pensate che solo perché Blonde On Blonde è uno dei più grandi dischi mai incisi rifarlo da capo a piedi sia facile: gli Old Crow Medicine Show ci hanno provato aggiungendo il loro tocco magico, ed il risultato finale li conferma come uno dei migliori gruppi attualmente in attività.

Marco Verdi

Il Nuovo Capitolo Del “Cantore” Della Solitudine. Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles

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Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles – Gypsy Eyes Music

Da quando è tornato sobrio, esclusivamente per merito di sua moglie Cindy, il buon Malcolm Holcolmbe sembra rinato a nuova vita musicale, incidendo periodicamente negli ultimi anni una serie di ottimi lavori come Down The River (12), Pitiful Blues (14), The RCA Sessions (15), e Another Black Hole (16), tutti recensiti da chi scrive, su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2016/03/09/leggenda-dellunderground-americana-malcolm-holcombe-another-black-hole/ . Di conseguenza, di questo signore e della sua vita avventurosa, i lettori di questo blog sanno già tutto, quindi tralascio di ripercorrere per l’ennesima volta le sue note biografiche e la sua carriera, che lo hanno portato ad incidere questo undicesimo album in studio. Una delle prime cose che si nota ascoltando Pretty Little Troubles, è il forte contrasto tra la musica e la voce di Malcolm, e questo lo si deve in gran parte al noto polistrumentista e produttore Darrell Scott (autore in passato di svariati ottimi lavori solisti), che ha radunato negli Outlaw Music Sanctuary Studios in quel di Crawford nel freddo Tennessee, una serie di eccellenti musicisti, tra i quali il fidato Jared Tyler al dobro, mandolino e voce, Verlon Thompson alle chitarre acustiche e slide, Marco Giovino alla batteria, Dennis Crouch al basso, Joey Miskulin alla fisarmonica, e il bravo Kenny Malone alle percussioni, senza dimenticare il contributo di stagionati turnisti di area come Jelly Roll Johnson, Mike McGoldrick, e Jonathan Yudkin,  tutti impegnati ad assecondare Holcombe e la sua chitarra, suonata come sempre con il suo personalissimo “fingerpicking”.

I “piccoli problemi” di Malcolm si aprono  sulla sorprendentemente “bluesy”  Crippled Point O’View, con un arrangiamento leggermente funky, a cui fanno seguito la commovente Yours No More (dedicata agli immigrati, il country-folk quasi da “campi di cotone” di una briosa Good Ole Days, la sofferta elegia di Outta Luck, con in sottofondo l’armonica di Jelly Roll Johnson. Troviamo anche l’atmosfera “zingaresca” della bellissima South Hampton Street, dove oltre alla voce di Holcombe svetta la fisarmonica di Miskulin, come pure nella seguente splendida ballata Rocky Ground, mentre la title track Pretty Little Troubles è di nuovoun moderno blues acustico, eseguito come lo avrebbe suonato il bravo Steve Seasick, per poi passare alla divertente Bury, England, dove il dobro di Jared Tyler gareggia in bravura con la chitarra di Malcolm. Il sound spoglio e acustico di Pretty Little Troubles si manifesta anche nella chitarra e voce di Damm Weeds, per poi ampliarsi con una strumentazione da brano  celtico come in The Eyes O’Josephine, una ballata romantica popolare senza tempo, e avviarsi alla fine dei “problemi” con una rustica e incalzante The Sky Stood Still, valorizzata alle corde dal bravo Jonathan Yudkin, e chiudere con gli accordi crepuscolari di una intima e scarna We Struggle.

Questo “signore” ormai lo ascolto da oltre vent’anni, e oggi come ieri Malcolm Holcombe mi pare un cantautore apparentemente di un’altra epoca, in quanto principalmente il nostro in fondo è un musicista di montagna, che scrive canzoni sempre intriganti (soprattutto quelle basate sulle proprie esperienze), con una voce che raschia in gola e raccoglie ogni suono, partendo dal primo Dylan, passando per Johnny Cash, e finendo con il Tom Waits più notturno. Amato da molti musicisti (in primis da Steve Earle e Lucinda Williams) e riconosciuto dalla critica internazionale, Holcombe si conferma un artista essenziale nel proporre il suo “talkin’ blues”, raccontando storie di provincia che lui vive sulla propria pelle (come in questo ultimo Pretty Little Troubles), cantate con voce calda e profonda, con risultati che lo innalzano ancora una volta alla pari dei grandi storytellers americani, e verso il “gotha”, se esiste, dei cantautori di culto!

Tino Montanari

Il Ritorno Di Uno Dei Gruppi Simbolo Del Pop Anni Sessanta! Procol Harum – Novum

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Procol Harum – Novum – Eagle Rock/Universal CD

Siccome una bella celebrazione per i cinquant’anni di attività non la si nega a nessuno, a maggior ragione è d’uopo quando si parla di uno dei gruppi britannici più popolari della seconda metà degli anni sessanta, i Procol Harum. A voler essere pignoli, la band guidata da Gary Brooker è stata veramente attiva soltanto per una decade, con occasionali reunion successive per dischi e tour (principalmente 1991 e 2003, anni nei quali hanno pubblicato rispettivamente i buoni The Prodigal Stranger e The Well’s On Fire), anche se, pur con i molteplici cambi di formazione, solo negli anni ottanta i nostri sono stati completamente assenti come gruppo. Da sempre depositari di un suono particolare, molto melodico e con influenze classicheggianti e caratterizzato dall’organo suonato da Matthew Fisher e dal pianoforte di Brooker (ma occasionalmente capaci di vere scorribande chitarristiche, soprattutto nel periodo in cui alla sei corde c’era l’eccellente Robin Trower), per molti ascoltatori occasionali ancora oggi i PH sono soltanto una one hit wonder, il cui successo è legato al loro debut single, la strepitosa A Whiter Shade Of Pale, uno di quei pezzi che tutti sulla terra hanno ascoltato almeno una volta (e molto popolare anche da noi grazie alla cover dei Dik Dik, Senza Luce). E’ vero che il brano è stato il loro unico numero uno, ma negli anni i nostri hanno prodotto altre canzoni degne di nota come Homburg, A Salty Dog, Conquistador, Shine On Brightly, tanto per citare le più conosciute. Il loro suono, come già detto, era molto influenzato dagli studi classici di Brooker, abbastanza evidenti nella stessa A Whiter Shade Of Pale (il cui riff di organo riprendeva l’aria sulla quarta corda di Bach), ma anche in Homburg, nella suite In Held ‘Twas In I e nella versione rock del Blue Danube di Strauss (o nell’album del 1995 The Long Goodbye, nel quale alcuni dei loro brani più noti venivano riarrangiati in versione orchestrale), ma gli elementi rock e progressive non mancavano, come testimoniano alcuni tour de force come ad esempio lo splendido strumentale Repent Walpurgis.

Il tutto completato dai testi poetici e sognanti del paroliere Keith Reid, vero e proprio membro aggiunto della band (un po’ quello che era Robert Hunter per Jerry Garcia). Novum è il nuovo lavoro dei PH, un disco nuovo di zecca, il primo di studio dopo 14 anni, e di cui si parlava già da qualche mese, la cui copertina si ricollega volutamente a quella del loro primo album del 1967, l’omonimo Procol Harum, nonostante l’unico vero membro originale sia proprio Gary Brooker (gli altri sono con lui solo dagli anni novanta, e cioè Geoff Whitehorn alle chitarre (bravissimo, prima negli If, poi a lungo con Roger Chapman), Matt Pegg al basso, Josh Phillips all’organo e Geoff Dunn alla batteria, quest’ultimo nella band dal 2006): il suono tra l’altro non ricalca pedissequamente quello per il quale i nostri sono diventati famosi, anche se siamo in presenza comunque di un pop-rock decisamente raffinato, ma le digressioni nel prog sono decisamente limitate, ed i nostri dimostrano di non volersi sedere sugli allori riciclandosi all’infinito, ma cercando di proporre qualcosa di più moderno, con canzoni comunque di ottimo livello ed un sound forte e cristallino garantito dalla produzione classica di Dennis Weinreich. Brooker è ancora in possesso di una gran voce, ed il disco, pur non essendo un capolavoro che passerà alla storia, è un riuscito omaggio fatto da Brooker alla band che lo ha reso famoso, fatto con gusto e classe, un ottimo antipasto al tour celebrativo che li vedrà in giro per l’Europa (Italia inclusa) da Maggio ad Ottobre. Prima di partire con la disamina degli undici brani di Novum, un’importante annotazione: questo è il primo disco della storia del gruppo a non avere i testi scritti da Reid, bensì da Pete Brown, noto per la sua collaborazione nei sixties con i Cream (in particolare con Jack Bruce), ed autore tra le altre delle liriche di I Feel Free, Sunshine Of Your Love e White Room.

I Told You si apre su dolci note di piano, ma poi entra la band in maniera potente ed il brano diventa una fulgida e ritmata ballata dal leggero sapore soul-rock (e Gary canta benissimo), un pezzo con pochi contatti col passato ma diretto ed ineccepibile; bella Last Chance Motel, una fluida rock ballad dalla melodia cristallina e dal suono pieno, con il piano di Brooker suonato “alla Roy Bittan” e la solita prova vocale notevole. Image Of The Beast è viceversa un classico rock-blues di scuola British, un genere poco esplorato in passato dai nostri, con però aperture melodiche non scontate, un accompagnamento grintoso ed ottimi interplay tra chitarra, piano ed organo (anche se in alcuni momenti sembra di sentire i Toto, però quelli meno sfacciatamente AOR), mentre Soldier, a parte l’arrangiamento moderno, è uno slow classico e dal motivo toccante, nobilitato dalla voce soulful di Gary, a differenza di Don’t Get Caught che è una pop song raffinata e suonata in maniera impeccabile, ma tutto sommato non indispensabile. Deliziosa invece Neighbour, vivace e saltellante brano di stampo folk-rock, dalla melodia coinvolgente e con tanto di organo farfisa come strumento solista, con l’aggiunta di un ritornello quasi da sea shanty marinaresco; Sunday Morning è il primo singolo del disco, uno struggente lento pianistico, forse il pezzo più classicamente Procol Harum della raccolta, con una melodia splendida pur nella sua semplicità, una batteria scandita in maniera marziale e con feeling e mestiere che vanno a braccetto: indubbiamente uno degli highlights del CD. Businessman è invece uno dei pezzi più rock, introdotto da un potente riff chitarristico, ritmo in crescendo e la solita ottima prestazione di Brooker, sia alla voce che al pianoforte, niente male neppure questa; anche Can’t Say That prosegue sul tema, essendo un boogie-rock-blues ancora con chitarra e piano sugli scudi, un tipo di musica che Brooker e soci dimostrano di avere perfettamente nelle loro corde (e la jam finale è da applausi). Il CD termina con The Only One e Somewhen (quest’ultima con Gary da solo, voce e piano, e pure uno dei rari pezzi in cui ha scritto anche il testo), altre due sontuose ballate pianistiche, un genere nel quale i nostri sono maestri.

Non so se Novum sarà il canto del cigno dei Procol Harum, ma se così fosse avremo avuto un congedo fatto con classe, buon gusto e rispetto per la loro storia.

Marco Verdi

Il Risveglio Di Un’Eroina Degli Anni Sessanta! Joan Baez – The Complete Gold Castle Masters

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Joan Baez – The Complete Gold Castle Masters – Razor & Tie/Concord/Proper 3CD

Gli anni ottanta sono stati una decade parecchio difficile per molti artisti che appena vent’anni prima avevano il mondo (musicale) nelle loro mani, a causa della tendenza tipica di quegli anni di staccare con il passato e di vivere il presente in maniera esagerata, creando mode effimere che però nel periodo rischiarono di cancellare intere carriere (per fortuna gli anni novanta, sebbene lontani dall’essere definiti indimenticabili, rimisero parecchie cose al loro posto). Tra i musicisti più in difficoltà ci fu sicuramente Joan Baez, vera e propria icona della musica folk nei sixties, e titolare di una buona discografia “di gestione” nei seventies, che negli ottanta era considerata una vera e propria has been, buona solo per essere chiamata quando c’era da sfilare in qualche corteo e cantare canzoni di protesta in qualche evento specifico: Joan non interessava più come artista, discograficamente parlando, e per ben sette anni non pubblicò alcunché, priva com’era anche di un contratto (anche la sua partecipazione al tour europeo del 1984 di Bob Dylan e Santana finì solo con il compromettere definitivamente i rapporti tra lei e Bob). Nel 1987 la svolta: Joan accettò la proposta di Danny Goldberg, proprietario della piccola etichetta Gold Castle e grande appassionato di folk (altri artisti sotto contratto per la stessa label in quel periodo erano Peter, Paul & Mary, Judy Collins ed Eric Andersen), ed entrò in studio con il produttore Alan Abrahams ed un manipolo di sessionmen (tra cui Fred Tackett, Caleb Quaye ed Abraham Laboriel), uscendone con Recently, un discreto album che ci faceva ritrovare un’artista in buona forma e con una voce ancora eccezionale, disco che non fu un grande successo di pubblico ma ottenne buone critiche e contribuì a rimettere in circolo il nome della Baez, al punto che dopo due anni Joan bisserà con Speaking Of Dreams, un disco anche migliore del precedente, e che le darà la fiducia necessaria per continuare, anche se con altre etichette, fino ad oggi con la pubblicazione di un nuovo album ogni cinque anni (anche se è ormai ferma all’ottimo Day After Tomorrow del 2008, ma pare che stia lavorando ad un nuovo disco che potrebbe uscire nel 2018 e comunque qualche giorno fa è stata inserita nella Rock And Roll Hall Of Fame, come vedete nel video sotto).

Oggi la Razor & Tie (e la Proper in Europa) ripubblica in un triplo CD quei due dischi ormai fuori catalogo (la Gold Castle è fallita da tempo), aggiungendo quattro bonus tracks ed anche un disco dal vivo uscito all’epoca giusto in mezzo ai due album di studio, Diamonds & Rust In The Bullring. Recently (ed anche Speaking Of Dreams) propone, come d’abitudine per la Baez, una miscela di brani originali (pochi, Joan non è mai stata un’autrice prolifica), qualche traditional e diversi pezzi di autori contemporanei, con arrangiamenti al passo coi tempi, anche se talvolta un po’ fuori posto per lo stile della cantante. Joan sceglie di cominciare con il classico dei Dire Straits Brothers In Arms, in cui sopperisce con il pathos e la purezza della sua voce all’assenza della chitarra di Mark Knopfler (e poi il pezzo è già bello di suo). Quelli erano anche gli anni delle canzoni contro l’apartheid in Sudafrica, e la Baez non si chiama certo fuori, riprendendo Asimbonanga (del musicista sudafricano Johnny Clegg, all’epoca molto popolare), un canto che alterna cori di stampo tradizionale ad una veste sonora moderna (pure troppo) ed il celebre inno di Peter Gabriel Biko, in uno squisito arrangiamento dal sapore irlandese. Ci sono anche due canzoni non collegate direttamente al Sudafrica, ma usate ugualmente come canti di libertà: il medley tradizionale Let Us Bread Together/Oh Freedom, dal vivo e con un bel coro gospel alle spalle, e MLK degli U2, voce e synth, che sebbene sia dedicata a Martin Luther King non è una grande canzone. Completano il disco due brani scritti da Joan, Recently e James And The Gang, due cristalline ballate di stampo folk (meglio la seconda, la prima è un po’ zuccherosa) e due classici del songbook americano: The Moon Is A Harsh Mistress di Jimmy Webb, in un’intensa rilettura pianistica (anche qui gli archi sono superflui, ma non esagerano) ed un’ottima Do Right Woman, Do Right Man, famoso errebi scritto da Dan Penn, in una vibrante versione soul che è anche un tributo ad Aretha Franklin.

Paradossalmente il brano migliore è la bonus track pubblicata in questa ristampa, una cover di Lebanon, brano scritto da David Palmer (songwriter e musicista con un passato negli Steely Dan), una ballata di stampo quasi rock, dal suono classico ed elettrico ed una melodia coinvolgente, un mistero come sia rimasta inedita sino ad oggi. Speaking Of Dreams, sempre prodotto da Abrahams, è come ho già detto più bello di Recently, e con un suono migliore: ben tre canzoni sono scritte da Joan, la fulgida China, dedicata ai fatti di Tienanmen Square, il gradevole reggae di Warriors Of The Sun e la title track, raffinata ballata pianistica. Due sono i traditionals, un’intensissima versione piano e chitarra del brano popolare irlandese Carrickfergus ed il medley Rambler Gambler /Whispering Bells, con la partecipazione di Paul Simon, che ha anche arrangiato il brano in puro stile Graceland usando i suoi musicisti africani; splendida El Salvador, una sontuosa ballata di Greg Copeland, impreziosita dal duetto vocale con Jackson Browne, anch’egli in quel periodo molto impegnato politicamente con album come Lives In The Balance e World In Motion, mentre Fairfax County, del cantautore David Massengill, è una delicata folk song, con Joan perfettamente calata nel suo ambiente naturale. Pollice verso invece per Hand To Mouth: già la scelta di rifare un brano di George Michael (per di più un lato B di un singolo) è di per sé discutibile, ma poi la canzone è brutta e l’arrangiamento molto anni ottanta. Ben tre sono le bonus tracks (due già edite in una precedente antologia della Baez ed una nelle varie edizioni CD dell’album): una versione alternata di Warriors Of The Sun unita in medley con She’s Got A Ticket di Tracy Chapman, una Goodnight Saigon molto bella, potente e roccata, anche meglio dell’originale di Billy Joel, ed una rilettura in spagnolo di My Way di Paul Anka, intitolata A Mi Manera ed in cui Joan è accompagnata dai Gipsy Kings (bella? Ma anche no…).

Molto bello infine il live Diamonds And Rust In The Bulling (a parte il titolo da bootleg), registrato nel 1988 nella Plaza de Toros di Bilbao, in Spagna, un live elettrico con Joan in ottima forma e con una voce ancora potentissima. Nella prima parte (il vecchio lato A) troviamo splendide versioni di Diamonds And Rust, la più bella tra le canzoni scritte da Joan, una commovente No Woman, No Cry di Bob Marley ed una meravigliosa Let It Be (Beatles, of course) in versione gospel, oltre ad una rilettura a cappella del traditional Swing Low, Sweet Chariot ed una bellissima e toccante Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen, cantata dalla Baez per la prima volta. La seconda parte propone cinque canzoni in spagnolo (Joan, grazie anche alle sue origini messicane, ha un’ottima padronanza della lingua ispanica) ed una, Txoria Txori, addirittura in basco: oltre alla nota Gracias A La Vida, appesantita un po’ dalla debordante presenza vocale di Mercedes Sosa, un’interessante Elles Danzas Solas, versione spagnola di They Dance Alone di Sting (brano di protesta contro il dittatore cileno Augusto Pinochet) ed una deliziosa El Preso Numero Nueve con un arrangiamento flamenco. The Gold Castle Masters è dunque un’ottima opportunità per riscoprire alcune pagine poco note, ma fondamentali per la sua carriera, di Joan Baez, considerando anche il fatto che costa come un doppio CD.

Marco Verdi

Nella Vecchia Fattoria…! Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

over the rhine live from the edge of the world

Over The Rhine – Live From The Edge Of The World – Great Speckled Bird – 2 CD Limited Edition

Fin dalla prima volta che li ho visti dal vivo, e precisamente a Chiari (BS), se non ricordo male nel lontano 2001, ho subito pensato che c’era più di una ragione che accomunava gli Over The Rhine ai Cowboy Junkies: ballate lente, malinconiche, costruite su un gioco di coppia complice e silenzioso che, oggi come ieri, sono unicamente nelle corde di due personaggi dalle chiarissime idee musicali, come la brava cantante Karin Bergquist e il bravissimo polistrumentista Linford Detweiler (coppia in arte come pure nella vita), con la differenza che il suono dei primi è fondato sulla voce di Karin e le tastiere di Linford, (più folk), mentre quello dei secondi gira attorno ai fratelli Timmins, la bella Margo e Michael, rispettivamente voce e chitarre (più blues). Gli Over The Rhine sono attivi dall’inizio del ’91, e fino ai giorni nostri hanno prodotto qualcosa come 22 album, di cui sei dal vivo e tre raccolte, tutti lavori che a livello artistico hanno tracciato una parabola in costante ascesa (con una menzione particolare per il doppio Ohio (03), fino ad arrivare ai più recenti The Long Surrender (11) e Meet Me At The Edge Of The World (13), recensiti puntualmente su queste pagine dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2013/08/29/a-prescindere-dal-genere-gran-disco-over-the-rhine-meet-me-a/ . Per festeggiare i venticinque anni del loro sodalizio, la bionda Karin e il marito Linford hanno radunato nella loro fattoria dell’Ohio un gruppo di musicisti, definiti The Band Of Sweethearts, composto da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, Jennifer Condos al basso, Eric Heywood alla chitarra elettrica e pedal steel e Bradley Meinerding alle chitarre elettriche e acustiche e mandolino, per registrare due esibizioni fatte nel corso di un week-end e tenute nel fienile di famiglia il 24 e 26 Maggio del 2015, dando così vita ad un concerto straordinario che tende vieppiù a caratterizzare le sonorità elettroacustiche della band e la voce della bionda Karin.

Idealmente diviso in due parti, il concerto parte con un set prevalentemente più “rootsy,” con brani tratti prevalentemente dall’ultimo album in studio Meet Me At The Edge Of The World, a partire dalla title track, una magnifica ballata country-folk d’atmosfera, seguita dall’ispirata melodia di Sacred Ground, con il mandolino di Bradley ad accompagnare la voce di Karin, il breve folk acido dello strumentale Cuyahoga, il ritmo sincopato di Gonna Let My Soul Catch My Body, rifatta in una bella versione unplugged, e una Suitcase (recuperata dal capolavoro Ohio), con un arrangiamento ridotto all’osso. Con la strepitosa ballata soul Called Home si alza decisamente il livello del concerto, seguita ancora dalla dolce I’d Want You, dove ritornano le atmosfere “agresti”, per poi andare a rivisitare brani datati e poco eseguiti in concerto, come la travolgente All I Need Is Everything (da Good Dog, Bad Dog), farci sempre commuovere con la melodia vincente di una ballata come Born (la potete trovare su Drunkard’s Prayer), introdotta dalle note del pianoforte di Linford, e cantata con la straordinaria voce di Karin, e rispolverare, sempre da un grande album come il citato Good Dog, Bad Dog, una delicata Poughkeepsie che viene eseguita come una sorta di “ninna nanna” country.

Dopo una breve pausa che viene usata, si presume, per gustare la produzione della fattoria (pane, salumi e uova con del buon vino e birra), si riparte con una deliziosa Making Pictures cantata a due voci da Karin e Linford, per poi rivoltare come un calzino Baby If This Is Nowhere, che viene rifatta in una versione country-blues, nonché riproporre uno dei brani più belli della coppia, I Want You To Be My Love (cercatela sempre su Drunkard’s Prayer), una ballata sorretta dalla scansione ritmica di una chitarra acustica, con la voce suadente della cantante ad intonare una melodia profonda ed emozionante, mentre la seguente Trouble (da The Trumpet Child) è una briosa divagazione in chiave jazz, e passare alle atmosfere sospese fra lounge e jazz della lunga e bellissima All My Favorite People (da The Long Surrender), dove si manifesta ancora una volta la bravura al piano di Detweiler. Nella parte finale del concerto vengono proposte un paio di “cover”, a cominciare dalla notissima It Makes No Difference (di Robbie Robertson della Band), riproposta in versione delicata e notturna, mentre la seguente  The Laught Of Recognition, viene ripescata dall’ottimo The Long Surrender, una meravigliosa ballata folk come The Laugh Of Recognition, con la pedal-steel di Eric Heywood in evidenza, prendere ancora dai solchi di Ohio una nuovamente notturna e “jazzata” Cruel And Pretty, con un piano che suona come ce si trovasse a New Orleans, omaggiare alla grandissima il Neil Young dei primi tempi con una grintosa Everybody Knows This Is Nowhere, e andare a chiudere il concerto, come era iniziato, con una versione solenne e struggente di una ballata stratosferica come Wait, (che era anche il brano di chiusura del citato Meet Me At The Edge Of The World), dove la voce della Bergquist raggiunge vette emotive di grande pathos.

Commozione e applausi nel fienile della fattoria Over The Rhine. Inutile dire che la carta vincente del gruppo è Karen Bergquist che possiede una voce tra le più duttili ed importanti del cantautorato americano (anche se pure Detweiler è un musicista di vaglia), e che riesce ad interpretare con grande classe liriche intense e musica profonda, entrambe costruite su temi melodici e drammatici, malinconici ed evocativi. Come in questo ultimo lavoro live, ma anche di fronte ad ogni disco degli Over The Rhine, viene da chiedersi perché questa band continua ad essere poco considerata e con CD tanto difficilmente reperibili ( in questo caso ancora più degli altri), un disco da non perdere assolutamente, sia per chi già li segue e li conosce, sia per chi non ha ancora avuto questa fortuna:  un approccio ed uno stile per chi ama la musica soffusa e intensa, quindi, come detto poc’anzi, per chi ama il suono onirico alla Cowboy Junkies, una musica per palati ed orecchie fini, ma anche per gli amanti delle atmosfere notturne dalle melodie intense, magari da gustare un po’ alla volta e con ascolti ripetuti, meglio se a notte fonda e in dolce compagnia. Un altro regalo dall’America e dalla fattoria targata  Over The Rhine dove la musica, anzi, per la precisione, la buona musica, è ancora un patrimonio culturale.

Tino Montanari

Uno Dei Tanti “Semi Sconosciuti” Della Musica Americana! Matt Pryor – Memento Mori

matt pryor memento mori

Matt Pryor – Memento Mori – Equal Vison/RoryCD

Nonostante sia molto poco conosciuto, Matt Pryor ha già una bella carriera alle spalle, tanto da potersi considerare a tutti gli effetti un veterano, anche se ha sempre pubblicato dischi a livello indipendente. Originario di Lawrence, una cittadina del Kansas del nord, Matt è in giro dalla metà degli anni novanta insieme ai Get Up Kids, ma in tutti questi anni ha portato avanti una carriera parallela come leader dei New Amsterdams (un progetto maggiormente basato su sonorità acustiche), oltre a pubblicare diversi dischi come solista. Se vogliamo contare anche configurazioni estemporanee come The Terrible Twos, Lasorda e Reggie & The Full Effect, gli sforzi discografici di Pryor superano di slancio le venti unità, anche se non possiamo certo dire che questa sovraesposizione sia servita a renderlo famoso. Ma forse a lui non importa, credo che gli basti fare la musica che gli piace e con chi vuole lui, anche perché se gli fregasse qualcosa della notorietà avrebbe già dovuto constatare il suo fallimento e quindi appendere la chitarra al chiodo. Invece Matt non solo non demorde, ma ora pubblica un nuovo lavoro da solista, Memento Mori, una collezione di dieci canzoni, dieci acquarelli che non serviranno certo a renderlo popolare, anche perché stiamo parlando di un album di ballate, con una strumentazione ridotta all’osso, in cui il compito di accompagnare la chitarra e la voce del leader è tutta nelle mani di pochi musicisti (chiaramente sconosciuti), qualche backing vocalist femminile (tra le quali Lily Pryor, la figlia 14enne) e niente sezione ritmica.

Il CD è piuttosto corto, meno di mezz’ora, ma proprio per questo suona compatto e senza momenti di stanca, pur non essendo un capolavoro: Matt ha una discreta penna, si fa aiutare molto dal pianoforte, e ci consegna una serie di brani lenti, meditati e profondi, tra folk e musica da cantautore. D’altronde non poteva essere un disco rock, in quanto è stato ispirato da diversi fatti tragici, come le morti del patrigno, della nonna e di un amico d’infanzia, eventi che hanno portato Matt a scrivere materiale più intimista del solito. Apre la tenue Mary, una delicata folk song caratterizzata dalla voce gentile del nostro, la sua chitarra arpeggiata ed un uso molto intelligente del piano (peccato non sapere chi lo suona, ma potrebbe essere anche Matt stesso) https://www.youtube.com/watch?v=SWGOsFNO6D4 . A Small Explosion si mantiene su atmosfere notturne, quasi sospese, una steel sullo sfondo, la chitarra di Pryor che suona all’unisono col basso ed una melodia distesa che nel refrain lascia filtrare un po’ di luce; Sidney è leggera, eterea, quasi timida, mentre I Won’t Be Afraid, decisamente più pimpante, è un folk tune diretto e con un motivo molto piacevole.

Stay è ancora meditata, profonda, con i suoi rintocchi di piano nel buio ed una chitarra che si muove discreta, in Where Is Juan Carlos? fa capolino una chitarra elettrica, ma il brano non è per niente rock, anzi è una ballata piuttosto ipnotica e non di facile assimilazione; meglio When We Go Wrong, dove piano e chitarre forniscono un background forte e, per una volta, vigoroso, aiutati anche da un motivo lineare e riuscito. Bella anche Risk, in cui spunta un banjo a doppiare la chitarra, con la voce di Matt che si staglia grintosa, mentre Is This Home? è una ballad intensa e vibrante ancora impreziosita dal pianoforte, una delle migliori del lavoro; chiude l’album Virginia (il pezzo dedicato alla nonna), dal suono spoglio ma a cui non fa certo difetto il feeling. Non credo che Memento Mori cambierà le carte in tavola per quanto riguarda la carriera di Matt Pryor, ma da qui ad ignorarlo totalmente ce ne passa.

Marco Verdi