09/06/2013
Ce L'Hanno Fatta! Black Sabbath - 13 (With Bonus Tracks)
Black Sabbath – 13 Universal Cd – 2CD Deluxe Edition – LP – 2CD/DVD/LP Super Deluxe Edition
Questo disco è stato da tempo presentato come l’evento musicale del 2013, e forse un po’ di verità c’è: i Black Sabbath, una delle più importanti ed innovative band di sempre (gli inglesi direbbero influential), per molti gli inventori dell’heavy metal, si riformano nella formazione originale (o quasi).
L'album è infatti il prodotto delle lunghe sessions che hanno seguito l’annuncio che Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward fecero l’11 Novembre del 2011, cioè che i Sabbath della prima ora si sarebbero rimessi insieme per un disco di inediti, il primo da Never Say Die! del 1978, con la produzione dello specialista Rick Rubin, e per una tournée mondiale.
Il seguito è noto: Ward si allontanò quasi subito, reclamando divergenze contrattuali, anche se più recentemente Osbourne ha dichiarato che il batterista non era nelle condizioni di poter offrire un valido supporto (e se lo dice uno come Ozzy, allora il povero Bill era proprio messo male), ed i tre Sabbath superstiti chiamarono il drummer dei Race Against The Machine, Brad Wilk, che così garantiva le stesse iniziali e lo stesso numero di lettere fra nome e cognome di Ward (coincidenza?), mossa che però fece storcere la bocca a parecchi fans, che sostenevano, a ragione, che questa reunion non poteva più essere strombazzata come quella del gruppo originale.
Che l’album non nascesse sotto i migliori auspici ci si misero pure le condizioni di salute di Iommi, al quale nel Gennaio 2012 venne riscontrato un tumore allo stato iniziale ai linfonodi: Iommi non si è però perso d’animo, e ha alternato le pesanti cure per il cancro alle registrazioni del disco, che sono inevitabilmente rallentate (per fortuna, l’organismo di Tony sembra aver assorbito bene le cure, ed i quattro si stanno già esibendo con regolarità dal vivo, segno che la malattia è sotto controllo). Con tutte queste disavventure (aggiungiamo che per qualche tempo Ozzy si era anche pericolosamente riavvicinato a quegli stravizi che lo hanno reso celebre, anche se pare che ora sia definitivamente sobrio), il titolo di 13 non sembra il più beneaugurante, dato il potere negativo che la superstizione assegna a questa cifra: accogliamo quindi quasi con un sospiro di sollievo l’uscita di questo album, anche se in realtà la data ufficiale è fra circa una settimana (l'11 giugno), con le abituali differenze tra mercato europeo ed americano.
Come già detto, 13 il primo disco della formazione originale dei Sabbath (beh, diciamo con Ozzy alla voce...) da 35 anni a questa parte (anche se i quattro, con Ward, avevano dato alle stampe nel 1998 il doppio Reunion, che però era un live con appena due brani nuovi in studio) ed il primo con canzoni nuove da Forbidden del 1995, al quale partecipava solo Iommi.
(NDM: in realtà nel 2009 è uscito un disco, The Devil You Know, della formazione dei Sabbath dei primi anni ottanta, cioè con Ronnie James Dio e Vinnie Appice al posto di Osbourne e Ward, ma per motivi di diritti si dovettero ribattezzare Heaven & Hell).
Ebbene, com’è questo tanto atteso 13? Beh, se pensate di trovarvi davanti al disco che cambierà il mondo dell’hard rock avete sbagliato tutto, ma di certo è un ottimo album di puro Sabbath sound, certamente migliore degli ultimi tre album con Ozzy negli anni settanta (Sabotage, Technical Ecstasy e Never Say Die!), e che quindi si propone come l’ideale seguito di Sabbath Bloody Sabbath. Chi temeva di trovarsi di fronte ad un normale disco solista di Ozzy Osbourne può stare tranquillo: 13 è pieno di riff che solo uno come Iommi può far uscire dalla chitarra, ed il basso inquietante e martellante di Butler lo si riconosce subito: qualcuno lo definirà un disco prevedibile, ma alzi la mano chi voleva qualcosa di diverso dai quattro (ehm…tre, scusa Brad, ottimo lavoro comunque dietro i tamburi).
Apre End Of The Beginning, e subito siamo in pieno festival doom, con il ritmo lento tipico della band di Birmingham, la voce particolare di Ozzy e Iommi che macina riff pesantissimi, con Butler che colpisce duro con il suo basso (l’inizio rimanda decisamente a Black Sabbath, la canzone, che apriva il loro primo disco e diede inizio a tutto): all’improvviso il ritmo aumenta e Ozzy inizia a seguire Tony come solo lui riesce a fare, cantando anche meglio del solito, poi arriva l’assolo di Iommi che stende tutti.
Un inizio convincente.
La lunga God Is Dead è anche il primo singolo, ma non aspettatevi nulla di radiofonico, anche se Rubin fa di tutto per rendere il suono pulito: Iommi ricama sullo sfondo, Osbourne canta bene (Ozzy sembra decisamente in palla), e non mancano, per la gioia delle orecchie dei fans, quei cambi di ritmo per il quali i Sabbath vanno giustamente famosi, con Tony che rilascia un assolo molto lirico.
La movimentata Loner è finora la più radio friendly, anche se il suono è Sabbath al 100%, e poi Iommi macina riff che è un piacere; Zeitgeist si apre con una risata satanica di Ozzy e con Tony che suona l’acustica, un inizio quasi etereo e psichedelico, poi entra una percussione leggera e la ballata si snoda fluida e piacevole, quasi rilassata, con un assolo di chitarra elettrica decisamente melodico. Con Age Of Reason torniamo in territori tipici, Butler e Iommi picchiano di brutto, Wilk non si tira indietro, ed Ozzy…fa Ozzy; Live Forever è una rock song dal ritmo sostenuto (ottima la prestazione di Wilk, uno che non fa certo rimpiangere Ward), con il solito Iommi che fa il bello ed il cattivo tempo, ben seguito da un Ozzy convinto come non lo sentivo da anni. Damaged Soul è heavy music come se i nostri fossero ancora negli anni settanta, con Osbourne che segue vocalmente gli sviluppi chitarristici del suo chitarrista mancino: otto minuti di puro rock, con un finale strabiliante da parte di Iommi.
La versione “normale” dell’album si chiude con la potente Dear Father, che mette il sigillo su un ottimo ritorno, da parte di quattro musicisti in forma smagliante: la versione deluxe offre tre canzoni in più (Methademic, Piece Of Mind e Pariah), che non ho ascoltato, canzoni che diventano quattro (Naiveté En Black) nella versione esclusiva in vendita solo nella catena americana Best Buy (ma scommetto che questo brano spunterà come bonus in qualche special tour edition futura).
Iniziate a tremare: i Principi dell’Oscurità sono tornati (e qui ci vorrebbe una bella risata demoniaca di Ozzy).
Marco Verdi
Post Scriptum! Black Sabbath – 13 - Bonus Tracks
Come avevo scritto parlando in anteprima del nuovo album dei Black Sabbath, 13, la Deluxe Edition esce con tre brani in più, e siccome ne sono finalmente venuto in possesso, ho ritenuto doveroso aggiungere un breve post scriptum.
Methademic è un brano di sei minuti che parte con delicati arpeggi di chitarra acustica, ma dopo una breve pausa avviene un’esplosione elettrica che fa quasi sobbalzare sulla poltrona, con Ozzy che canta comunque in maniera abbastanza pacata, mentre Iommi, Butler e Wilk scatenano l’inferno.
Piece Of Mind è più breve e diretta, ma anche con meno guizzi, anche se i quattro si difendono con il mestiere, mentre Pariah chiude il lotto delle bonus tracks con la consueta dimostrazione di potenza e tecnica, con Iommi grande protagonista (come tra l’altro nel resto del disco), un cantato incredibilmente pulito e rigoroso di Osbourne ed un ritornello immediato.
Un bel trittico di canzoni, non degli scarti ma, almeno nel primo e terzo caso, di pari valore di quelle dell’album principale (e, come al solito, vorrei proprio sapere chi comprerà la versione “monca”).
Marco Verdi
13:40 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Disco UFO, Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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06/06/2013
Sempre Le Stesse Canzoni…Ma Che Belle! – John Fogerty – Wrote A Song For Everyone
John Fogerty – Wrote A Song For Everyone – Vanguard Records
Recentemente, parlando delle ultime ristampe di Jeff Lynne, ho coniato il termine “barrel bottom scratching” (letteralmente: grattare il fondo del barile), espressione che si potrebbe applicare anche per l’ultima parte della carriera di John Cameron Fogerty. L’ex Creedence infatti negli ultimi dieci anni ha pubblicato solo due dischi di canzoni nuove (Deja Vu (All Over Again), 2004, ottimo, e Revival, 2007, buono ma meno riuscito), un’antologia, due DVD dal vivo ed un disco di covers (lo splendido The Blue Ridge Rangers Rides Again).
Pochi brani nuovi dunque e, nell’antologia e nei due album live, un po’ sempre le stesse vecchie canzoni: in più, ora esce finalmente questo Wrote A Song For Everyone (finalmente perché era già dato in uscita lo scorso ottobre, con una copertina diversa da quella attuale, poi John ha pensato bene di lavorarci ancora un po’ e di aggiungere delle canzoni), un album auto celebrativo nel quale il nostro ripercorre alcune tappe fondamentali della sua carriera insieme ad una lunga lista di ospiti. Ancora le stesse canzoni dunque? Beh…sì, ed in più proposte in duetto con altri cantanti (raramente ho vibrato per un disco di duetti, di solito c’è sempre qualche episodio che abbassa il valore complessivo dell’opera), quindi un alto rischio per John di esporsi a critiche non proprio benevole.
Ebbene, Wrote A Song For Everyone si rivela invece essere un grandissimo disco: pochi al mondo possono vantare un songbook come quello di Fogerty, ed in più la scelta di riarrangiare alcuni brani su misura per l’ospite di turno si rivela vincente, dando nuova linfa a canzoni ormai ben fisse nella storia della musica (ci sono però anche due brani nuovi di zecca). Non dico che queste versioni siano superiori agli originali, ma (quasi) tutte le collaborazioni danno nuova vitalità ai brani, e John si trova particolarmente a suo agio, con in più l’ottimo stato della sua voce, ancora limpida e forte a dispetto dell’età.
La house band è formata da Bob Malone al piano, David Santos al basso, il grandissimo Kenny Aronoff alla batteria, oltre naturalmente a Fogerty alla chitarra.
Apre il disco la vigorosa Fortunate Son, nella quale John si fa accompagnare dai Foo Fighters di Dave Grohl: versione tosta, potente, quasi hard, perfetta per la band dell’ex Nirvana, ma nella quale anche Fogerty ci sguazza che è un piacere (e poi dal punto di vista della voce tra i due non c’è proprio paragone…meglio Grohl!...scherzo…).
La gioiosa Almost Saturday Night (con Keith Urban) è meno rock e più country dell’originale, ma mantiene intatta la sua melodia solare, ed Urban, oltre ad avere la fortuna di trovare tutte le volte che rientra a casa Nicole Kidman ad aspettarlo, ha anche una gran bella voce.
Lodi vede John cantare da solo, in quanto qui gli ospiti sono i figli Shane e Tyler, che suonano la chitarra ma non cantano: una versione più rock’n’roll dell’originale, che però non riserva grandi sorprese.
Mystic Highway è uno dei due brani nuovi presenti, con John che canta ancora in perfetta solitudine: una canzone tipica, con quell’andamento tra rock e country presente in molti suoi pezzi, una melodia solare e coinvolgente ed un bell’intermezzo sul finale per sole voci.
La title track è uno dei pezzi forti del disco: già l’originale era uno dei miei cinque brani preferiti dei Creedence, e qui la scelta della brava Miranda Lambert è più che azzeccata, il contrasto tra le due voci è perfetto, e poi c’è anche un assolo davvero strepitoso di Tom Morello che fa salire decisamente la temperatura. L’originale dei Creedence era forse più drammatica, ma qui siamo davvero solo un gradino sotto.
Bad Moon Rising ha il suono della Zac Brown Band, e indovinate chi è l’ospite? Esatto: la Zac Brown Band! Grande canzone e grande versione, tra country e southern.
Long As I Can See The Light è un’altra grande ballata di John, qui accompagnato dai My Morning Jacket: Jim James e soci se la cavano benissimo in queste situazioni (il tributo a Levon Helm lo dimostra), e John lascia loro quasi la piena luce dei riflettori, intervenendo solo alla terza strofa.
Kid Rock non è certo un fenomeno, e quasi ce la fa a rovinare la splendida Born On The Bayou: per fortuna c’è John che riesce a limitare i danni (ma invitare un altro, che so, John Hiatt, no?).
Train Of Fools è il secondo brano nuovo: un rock blues annerito, con Fogerty che lavora di slide, una canzone forse non memorabile ma che non sfigura affatto.
La bella Someday Never Comes (il singolo finale dei Creedence) vede John accompagnato dai Dawes, buona versione, molto aderente all’originale, mentre con Who’ll Stop The Rain, che vede la partecipazione di Bob Seger, abbiamo il capolavoro dell’album.
Già il brano è uno dei migliori dei Creedence (forse IL migliore), e poi Seger è uno dei grandissimi: la canzone viene arrangiata alla maniera di Bob (ricorda quasi Against The Wind), ed il barbuto rocker di Detroit giganteggia a tal punto da mettere in ombra anche Fogerty, il che è tutto dire.
(NDM: non mi dispiacerebbe un disco simile anche da parte di Seger, con Bob che rilegge i suoi brani storici accompagnato da una serie di ospiti, e John che gli rende il favore, magari proprio con Against The Wind).
Hot Rod Heart è il brano più recente di quelli riletti nel disco, un rock’n’roll irresistibile con Brad Paisley che duetta sia alla voce che alla chitarra con John, mentre Have You Ever Seen The Rain? è un’altra delle grandi canzoni di Fogerty, che qui coinvolge Alan Jackson e la sua band: versione rilassata, molto più country dell’originale, ma sempre bellissima.
Chiude l’album, e non poteva essere altrimenti, la celeberrima Proud Mary, con Allen Toussaint & Rebirth Brass Band e soprattutto la grande voce di Jennifer Hudson: arrangiamento metà gospel e metà cajun, dal ritmo irresisitibile, con John che si mantiene quasi nelle retrovie per lasciare spazio alla strepitosa ugola della Hudson, una vera forza della natura.
Fine di un grande disco: se vogliamo trovare il pelo nell’uovo, ho notato l’assenza di Bruce Springsteen, che in passato ha duettato più di una volta con Fogerty (Rockin’ All Over The World sarebbe stata una scelta perfetta).
Ma sono quisquilie: Wrote A Song For Everyone è un album imperdibile.
Adesso però voglio un disco di canzoni nuove.
Marco Verdi
11:30 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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16/05/2013
Finalmente Un Disco Come Si Deve! Deep Purple - Now What?!
Deep Purple – Now What ?! – EarMusic CD/DVD
Uno degli eventi dell’anno, almeno per gli appassionati di quello che ultimamente viene definito Classic Rock, è indubbiamente il nuovo album di studio dei Deep Purple, a ben otto anni da Rapture Of The Deep.
Bisogna innanzitutto dire che c’era un po’ di scetticismo sulla reale capacità della storica band inglese di sfornare ancora canzoni degne di essere pubblicate, specie dopo che gli unici due lavori del nuovo secolo, Bananas e appunto Rapture Of The Deep, erano forse gli episodi più scadenti della loro discografia, insieme a The House Of Blue Light del 1986 (non considero l’album del 1990 Slaves And Masters, in quanto più che un brutto disco dei Deep Purple era un discreto disco dei Rainbow): i Purple stessi sembravano poco convinti, almeno fino ad un anno fa, di rientrare in studio e mettersi di nuovo in gioco, ed il titolo del nuovo CD, Now What?!, ironizza sulle richieste che venivano fatte in continuazione alla band circa i progetti futuri.
Le prime avvisaglie che le cose potevano andare per il verso giusto si sono avute quando è stato svelato il nome del produttore: Bob Ezrin è una specie di leggenda per certo tipo di musica, ha lavorato, tra gli altri, con Lou Reed, Alice Cooper, Kiss e Pink Floyd, ed è uno che difficilmente produce delle ciofeche. Ebbene, credeteci o no, Now What?! è un gran bel disco, ispirato, potente, con il classico Purple-sound che esce da ogni nota, dove quasi tutto funziona a meraviglia (un solo brano brutto su undici, dodici nell’immancabile edizione deluxe, è una bella media dopo 46 anni di carriera). Un disco non certo inferiore ai primi due del periodo post-Blackmore (Purpendicular ed Abandon), ma forse addirittura un gradino sopra: la cosa più stupefacente, dato che il manico dei cinque nel suonare e la perizia di Ezrin li davo per scontati, è la bontà delle canzoni, particolare fondamentale per fare un bel disco, ma abbastanza latitante negli ultimi lavori del gruppo.
Sul fatto che Ian Paice (unico membro originale rimasto, anche se per tutti i veri Purple sono quelli del Mark II) e Roger Glover fossero ancora due macigni non c’erano dubbi, come non ce n’erano sulla bravura e sulla tecnica di Steve Morse (anche se per me il chitarrista dei Deep Purple rimarrà sempre Blackmore), mentre a stupire è la forma di Ian Gillan, anche se tirate alla Child In Time non se le può più permettere da anni, e soprattutto il tastierista Don Airey, sostituto di Jon Lord (a cui il disco è dedicato) dal 2002. Si sa che Airey non è un pivellino, ha suonato con mezzo mondo (Whitesnake, Black Sabbath, Rainbow, Jethro Tull, iniziando negli Hammer con Cozy Powell e nei Colosseum II), ma che riuscisse a non far rimpiangere Lord non pensavo: il suo organo è il protagonista assoluto di quasi tutti i brani, dando al disco un sapore classico e deliziosamente retrò, come se la scomparsa di Lord avvenuta lo scorso anno lo avesse ispirato in maniera decisiva.
Che le cose siano cambiate in meglio lo si intuisce dalle prime note di A Simple Song: intro di grande atmosfera a base di organo, seguito da un assolo di chitarra molto melodioso, poi arriva Gillan ed inizia a cantare in maniera chiara, sillabando le parole; una pausa ed il brano esplode, diventando una rock song tipica (con Airey che inizia a fare i numeri), per terminare ancora lenta, come era iniziata. Peccato che arrivi subito Weirdistan a rovinare tutto: è l’unico brano brutto di cui parlavo prima, una canzone confusa, priva di una melodia vera e propria, nel quale l’impegno dei cinque non basta; meglio la lunga Out Of Hand, che richiama da vicino il classico suono anni settanta, un po’ di autocitazione non fa mai male e comunque dai Purple questo ci si aspetta (Morse qua fa sentire di sapere una cosa o due in fatto di chitarra). Hell To Pay è un ottimo rock’n’roll, diretto, solido, immediato, con Morse ancora protagonista con un assolo formidabile e blackmoriano (ed Airey che, sfidato a duello, risponde per le rime), mentre Body Line è un rock blues tosto e grintoso, con Gillan lucido ed il gruppo che lo segue a memoria: il disco cresce di brano in brano, e Weirdistan è solo un ricordo.
Above And Beyond inizia con un mood cupo, con Don che prosegue la sua eccellente prestazione, Gillan entra solo dopo un paio di minuti, ma non fatica a mettersi alla pari con gli altri: il brano ha quasi accenti folk nella melodia, anche se l’accompagnamento è 100% Purple. Blood From A Stone è un lento di gran classe, notturno e bluesato, un brano atipico ma riuscito, cantato da Ian in maniera insinuante e con Steve che schitarra alla grande; un altro lungo assolo di Morse introduce Uncommon Man, un’altra rock song di grande impatto, anche se qui l’interpretazione di Gillan è forse un po’ piatta. La solida Apréz Vous sembra uscita dalle sessions di Fireball, con uno splendido duello centrale chitarra-organo, mentre l’orecchiabile All The Time In The World è quasi radio friendly (almeno per i loro standard), una delle più gradevoli del CD.
L’album si chiude con la maestosa ed inquietante Vincent Price e, nell’edizione deluxe, con It’ll Be Me, una cover addirittura di un brano di Jack Clement, reso con uno scintillante arrangiamento rock’n’roll. Nel DVD troviamo un’intervista di venti minuti ai membri della band e tre brani audio: un remix di All The Time In The World e due versioni live recenti di Perfect Strangers e Rapture Of The Deep.
Un ottimo e gradito ritorno: ora aspettiamo Giugno per vedere come sapranno rispondere i Black Sabbath.
Marco Verdi
10:46 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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26/04/2013
Altre Due Raccolte Assolutamente "Inutili" - Rolling Stones Very Best Of 1964-1971 & Bruce Springsteen Collection 1973-2012
Entrambi stanno per partire con nuove tournée, i Rolling Stones nel tour americano e Bruce Springsteen con quello europeo. Quale occasione migliore per le rispettive case discografiche per pubblicare due antologie assolutamente "inutili".
La prima The Very Best Of Rolling Stones 1964-1971 (anche la copertina è orribile) era stata una esclusiva per la catena americana Wal-Mart ma ora viene resa disponibile per il mercato americano dalla ABKCO/Universal (non vedevamo l'ora!):
1. Time Is On My Side
2. (I Can't Get No) Satisfaction
3. Get Off Of My Cloud
4. 19th Nervous Breakdown
5. Mother's Little Helper
6. Paint It, Black
7. Under My Thumb
8. Ruby Tuesday
9. She's A Rainbow
10. Jumpin' Jack Flash
11. Sympathy For The Devil
12. Gimme Shelter
13. You Can't Always Get What You Want
14. Honky Tonk Women
15. Brown Sugar
16. Wild Horses
Quella di Bruce Springsteen Collection 1973-2012 era destinata ad essere una raccolta antologica in esclusiva per il mercato australiano, ma perché farsi mancare qualcosa anche in Europa (Italia inclusa) e allora vai con l'ennesimo Best Of, anche questo pubblicato per spillare i soldi ai fans e collezionisti:
1) Rosalita (Come Out Tonight)
2) Thunder Road
3) Born To Run
4) Badlands (2010 Remastered Version)
5) The Promise Land (2010 Remastered Version)
6) Hungry Heart
7) Atlantic City
8) Born In The U.S.A.
9) Dancing In The Dark
10) Brilliant Disguise
11) Human Touch
12 Streets Of Philadelphia
13) The Ghost Of Tom Joad
14) The Rising
15) Radio Nowhere
16) Working On A Dream
17) We Take Care Of Our Own
18) Wrecking Ball
E' proprio vero che le case non "imparano" mai. Se potete, alla larga!
Bruno Conti
19:11 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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13/04/2013
Ristampe Che Passione 2! ELO & Jeff Lynne
*NDB. Il 2 al titolo l'ho aggiunto io, in quanto già utilizzato in un vecchio post, mentre aggiungo ancora che le ristampe verranno pubblicate la settimana prossima in Italia e quella successiva in Inghilterra e Stati Uniti, quindi le leggete in anteprima sull'uscita: la parola a Marco.
Electric Light Orchestra: Live (Frontiers CD) Electric Light Orchestra: Zoom (Frontiers CD)
Jeff Lynne: Armchair Theatre (Frontiers CD)
In realtà all’inizio avevo pensato di intitolare questo post “Barrel Bottom Scratching”, in quanto è da un po’ di tempo che il mio amico Jeff Lynne tende a cucinare con gli avanzi (lo scorso anno un dischetto di cover, Long Wave, di appena mezz’oretta ed una collezione di nuove incisioni di successi della ELO dal titolo di Mr. Blue Sky), ma siccome tra queste tre ristampe ce n’è almeno una del tutto inedita (più o meno, e con qualche difettuccio come vedremo) ed una è di un disco introvabile da anni, qualche punto di interesse c’è.
Live. Questo sarebbe il disco “inedito”, ma in realtà è la riproposizione su CD del DVD Zoom Tour Live, che conteneva un concerto televisivo del 2001 di Jeff & Band (ribattezzata ELO per chiari motivi di marketing, e forse per la presenza del tastierista Richard Tandy), ma, mentre nel DVD vi erano ben ventitre brani, in questo CD ne vengono riportati solo undici. I fans non potranno comunque esimersi dall’acquisto perché, e qui sta la finezza, quattro di questi undici non erano sul DVD (Secret Messages, Sweet Talkin’ Woman, Confusion e Twilight), e quindi udibili qui per la prima volta. (So comunque che esistono altre esecuzioni, tra cui Rock’n’Roll Is King, tuttora inedite, quindi aspettiamoci qualche altra “sorpresa” futura). Non sto chiaramente a parlarvi delle canzoni, le conoscete tutti, ma dico solo che comunque il concerto è ottimo, suonato con vigore (nella band ci sono anche i fratelli Bissonette, Matt e Gregg, alla sezione ritmica, gente abituata a pompare) e con Jeff in forma smagliante; in più, come ulteriore bonus, ci sono due brani di studio nuovi di zecca: il rock’n’roll allo stato puro Out Of Luck, breve ma trascinante, e Cold Feet, un brano di quelli che Lynne scrive anche quando dorme.
Zoom. Album uscito nel 2001 e che segnava il ritorno su disco della ELO da Balance Of Power del 1986, era in realtà un disco del solo Jeff (con Tandy in un solo brano, più due ospiti di prestigio come George Harrison e Ringo Starr), accreditato al suo ex gruppo un po’ per motivi commerciali ed un po’ per fare chiarezza (all’epoca girava infatti una band di ex membri della ELO che si faceva chiamare Electric Light Orchestra Part II, vi assicuro una cosa triste).
Un discreto album, con meno violoncelli e più chitarre, che vede Jeff in buona forma ma non smagliante: diciamo che ad undici anni dal suo ultimo album di materiale originale uno poteva pensare anche a qualcosa di meglio. Ci sono alcuni ottimi brani (la vigorosa Alright, che apre l’album all’insegna del rock, la languida Moment In Paradise, Just For Love, con il classico ELO-sound, il boogie trascinante Easy Money e la solare Melting In The Sun), ma anche diversi riempitivi (In My Own Time, A Long Time Gone, Lonesome Lullaby). L’impressione è quella di un’ottima cena, ma riscaldata e riproposta la sera dopo: manca la freschezza.
Anche qui troviamo due bonus track: una Turn To Stone presa dal DVD Zoom Tour Live ma non presente sul CD di cui vi ho parlato sopra (ma che burlone il nostro Jeff!) e One Day, un inedito registrato nel 2004 e superiore a molto del materiale presente su Zoom. E con Zoom, in teoria, si chiude la campagna di ristampe della ELO, anche se mancherebbero all’appello il Live del 1974 (tutt’altro che imperdibile) e la colonna sonora del film Xanadu, che però era per metà appannaggio di Olivia Newton-John.
Armchair Theatre. A livello artistico, il migliore dei tre: primo (e unico, fino a Long Wave dello scorso anno) disco accreditato al solo Jeff, uscito nel 1990 e fuori catalogo da anni, Armchair Theatre è un disco veramente ispirato, che, se si escludono le tre cover presenti (Don’t Let Go, September Song e Stormy Weather), interpretate in maniera un po’ troppo scolastica, ci presenta alcune delle migliori canzoni scritte da Jeff, suonate e prodotte alla grande. Su tutte Lift Me Up, uno splendido e solare pop rock, influenzato chiaramente dai Beach Boys (ma tutto il disco profuma di California), con George Harrison che suona la slide da par suo. Non male anche il singolo dell’epoca, l’energica ma orecchiabile Every Little Thing, l’insolita Now You’re Gone, suonata con musicisti indiani e con una bella coda strumentale, la gradevole Don’t Say Goodbye, con tutti e due i piedi negli anni sessanta, e la bella What Would It Take, che sembra una outtake dei Traveling Wilburys. Per finire con la toccante ballad Blown Away, scritta con Tom Petty, e la squisita e breve folk song ecologista Save Me Now. Anche qui due bonus (ma pare che le outtakes fossero molte di più), la lenta Forecast, un brano nella media, e la scoppiettante e solare Borderline (versione alternata di un lato B dell’epoca), che non avrebbe sfigurato affatto sull’album.
Particolare per maniaci: le copertine delle reissues di Zoom e Armchair Theatre escono leggermente diverse da quelle originali. Accogliamo dunque con (moderato) giubilo queste tre ristampe, adesso però è ora che Lynne la smetta di sparpagliare canzoni inedite come bonus dei vari dischi (e nella versione giapponese di Zoom ce n’è un’altra, Lucky Motel, che non è quella di John Trudell) e che ci consegni un disco nuovo come si deve.
Marco Verdi
18:29 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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28/03/2013
Una Grande Chiesa Per Un Grande Concerto. Clannad - Christ Church Cathedral
Clannad – Christ Church Cathedral – Arc Music – 2012/2013 – DVD
E’ innegabile che i Clannad abbiano rivestito un ruolo primario nella diffusione della musica celtica. Certo, l’alone di leggenda che accompagna il loro nome si riferisce sicuramente a quanto il gruppo ha saputo fare agli inizi di carriera, negli ormai lontani anni ’70, con una presentazione vigorosa ed originale della materia “musicale tradizionale”, poi ripagata dal tributo del pubblico. Questo alone leggendario è andato un po’ scemando nel tempo, quando, ormai già da diversi anni, il gruppo aveva intrapreso una progressiva modernizzazione del loro suono, che ha quasi irrimediabilmente perso ogni connotazione tradizionale, per lasciare spazio ad ampie scorribande pop, con melodie moderne basate su un consistente uso di sintetizzatori. Mi sembra inutile (e anche complicato) riepilogare la lunga e onorata carriera dei Clannad: infatti sono passati 40 anni dal loro debutto discografico, e 15 dall’ultimo album in studio Landmarks (97), e pur non sciogliendosi mai ufficialmente, dopo un lungo periodo di pausa e un’apparizione al Celtic Connection nel 2007, hanno ripreso ad esibirsi dal vivo con una certa regolarità, effettuando un paio di tournèe continentali (che hanno toccato anche il suolo italiano). Il 29 gennaio del 2011 i Clannad hanno tenuto uno strepitoso concerto nella storica cattedrale di Dublino Christ Church Cathedral (se siete sul posto andate a visitarla, come chi scrive ha fatto lo scorso anno, ne vale la pena), ben documentato da questo DVD che vi offre la possibilità di prendere parte, anche visivamente, ad un concerto di grande musica celtica, ascoltando alcuni dei più grandi successi della band.
E in quella magica serata, come se il tempo non si fosse mai fermato, vediamo salire sul palco della cattedrale, Moya (Maire), Ciaràn e Pòl Brennan, Noel e Pàdraig Duggan, coadiuvati da validi musicisti come Màire Breatnach viola e voce, Sinead Madden violino e voce, Jane Hughes al cello e voce, Robbie Harris alle percussioni, Eamonn DeBarra alle tastiere e come ospiti Brian Kennedy (che quasi riesce a non far rimpiangere la voce di Bono nella versione di In A Lifetime) e ai cori il gruppo degli Anùna, capitanato dalla vocalist Eunan McDonald. E in questo ambiente solenne e suggestivo, la magia è tornata a sprigionarsi attraverso ventidue brani provenienti dal loro immenso repertorio, e nell’occasione sono state recuperate canzoni del periodo più “folk”, con i tradizionali Crann Ull, Mhaire Bruineall, Eleanor Plunkett, Two Sister, Newgrange (splendido brano pescato dal magnifico Magical Ring), Robin Of Sherwood (tratto dalla serie televisiva Robin Hood), alcuni brani privi di accompagnamento strumentale come Dtigeas A Damhsa e Mhorag’s Na Gheallaidh, e non potevano mancare grandi classici come In A Lifetime in duetto con Brian Kennedy e una versione del Theme From Harry’s Game. arricchita dalla partecipazione vocale degli Anùna.
Quest’anno ricorre il quarantennale della carriera di questi vecchi “ragazzi” della contea di Donegal, e questo concerto evento, in uno dei luoghi più sacri e religiosi di Dublino, diventerà, per il popolo folk dell’isola di smeraldo, una di quelle rare occasioni nelle quali profano e divino si uniscono in nome della musica dei Clannad, in una suggestiva magia che sopravvive alle mode dei tempi. Per chi ama il genere, imperdibile, anche per la meravigliosa “location”.
NDT: Questo DVD è il primo supporto visivo dei Clannad che contenga una intera performance live, anziché una semplice raccolta di videoclip come nel precedente Pastpresent (89).
Tino Montanari
11:48 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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21/03/2013
Che Spettacolo! E Tanto Peggio Per Chi Non C'era! Love For Levon
VV.AA. – Love For Levon – Time Life 2CD+2DVD/2CD+2BlueRay/2DVD/2BlueRay/2CD
Il titolo del post non si riferisce di certo alla moltitudine di persone che non ha potuto recarsi il 3 Ottobre dello scorso anno all’Izod Center di East Rutherford, New Jersey per assistere a questa magica serata in onore dello scomparso Levon Helm, ma ai musicisti che “avrebbero dovuto esserci” e per ragioni a me sconosciute non c’erano. Principalmente due: Robbie Robertson, per anni compagno di avventure con Levon all’interno di The Band, ed autore dell’80% del materiale proposto durante questo concerto (ma tra i due da anni correva sangue pessimo, peccato che neppure la morte di Helm abbia potuto medicare le ferite) e Bob Dylan, che iniziò a collaborare con la Band quando ancora si chiamavano The Hawks, e che fu sul palco con loro fino all’ultima scena di The Last Waltz (ma Bob è un maestro a “schivare” gli appuntamenti importanti, penso al concerto per George Harrison di qualche anno fa o, tornando un po’ più indietro nel tempo, a Woodstock, per la serie “Mi si nota di più se ci vado o se non ci vado?”). Ma poi penso anche ad Eric Clapton, che ha sempre sostenuto che Music From Big Pink fosse il disco che gli aveva cambiato la vita ampliando i suoi orizzonti, o a Van Morrison, che partecipò ad un album di The Band anche in qualità di autore (Cahoots l’album, 4% Pantomime la canzone), ed il cui suono nei primi anni settanta era molto simile a quello del gruppo di Robertson.
Ma parliamo di che invece in quella serata c’era…cioè tutti gli altri!!! Scherzi a parte, la lista di artisti che non ha voluto mancare l’ultimo omaggio a Levon (batterista, mandolinista, cantante di The Band, cioè uno dei gruppi più influenti della storia della musica, nonché apprezzato solista) è impressionante, si fa davvero quasi prima a nominare chi non c’era. Innanzitutto ben due house bands: la Levon Helm Band, capitanata dall’eccellente Larry Campbell, vero è proprio maestro di cerimonie della serata, con la figlia di Levon, Amy Helm (leader degli Ollabelle) e Teresa Williams (moglie di Campbell) alle voci, ed una All Stars Band comprendente gente come Don Was, Kenny Aronoff, Greg Leisz, Jim Weider e Rami Jaffee, con interventi qua e là di Steve Jordan, Jaimoe e G.E. Smith, oltre alla partecipazione in una manciata di brani sparsi di Garth Hudson, unico superstite di The Band oltre a Robertson e vero e proprio leader silenzioso del combo canadese.
Basterebbero solo i nomi citati fin qua, ma ancora più impressionante è la lista di special guests che si sono alternati brano dopo brano, tutti a tributare nel modo migliore il loro amore per Levon (il titolo del CD/DVD/BlueRay non è casuale, l’amore qui si percepisce eccome), in un concerto splendido, suonato e cantato in maniera fantastica, una serata di grazia che è anche uno dei migliori tributi di sempre. Un omaggio all’arte di Helm, certo (presenti anche alcuni brani tratti dai suoi ultimi due lavori solisti, Dirt Farmer ed Electric Dirt), ma anche all’epopea di The Band, un gruppo che ha davvero influenzato decine di musicisti (e quindi un tributo anche agli scomparsi Richard Manuel e Rick Danko, che una serata così dedicata a loro non l’hanno mai avuta).
Si parte subito forte con una versione calda e soulful di The Shape I’m In, con Warren Haynes primo ospite della serata, che suona alla grande e tira fuori il meglio dalla sua voce (si parla sempre della sua abilità chitarristica, ma è un cantante della Madonna), ottimo inizio; Warren rimane sul palco ed introduce l’amico Gregg Allman, ed i due, con il resto della band, ci regalano una versione elettroacustica da applausi di Long Black Veil, noto traditional inciso anche dalla Band: Allman sprizza carisma da tutti i pori, ed al secondo brano abbiamo già uno dei momenti magici del concerto, da pelle d’oca. Jorma Kaukonen propone una versione country-blues di Trouble In Mind di Big Bill Broonzy (e non di Dylan come indicato nel libretto…Dylan ha scritto un brano con questo titolo, relegato poi in un lato B del 1979, ma è completamente diverso), tratta da un suo album, River Of Time, inciso nella fattoria di Levon; poi è la volta di due brani per la house band, con Campbell come leader, una bella ed elettrica This Wheel’s On Fire ed una più raccolta Little Birds, con la Helm Jr. e la Williams protagoniste. Il secondo momento saliente arriva con Marc Cohn (in ottima forma fisica e vocale) , che propone la splendida Listening To Levon, da lui scritta proprio per Helm: una canzone fantastica, tra le migliori di Cohn, resa in modo impeccabile e con un filo di commozione. (E allora, tanto per parlare ancora degli assenti, perché non coinvolgere anche Elton John? Levon è senz’altro uno dei brani più belli dell’occhialuto cantante inglese).
Mavis Staples non la scopro certo io: tra le più grandi cantanti ancora in vita, ci delizia con una grintosa Move Along Train, scritta dal padre Roebuck “Pops” ed incisa da Levon su Electric Dirt: a quasi 74 anni Mavis è ancora una forza della natura. Life Is A Carnival, gioiosa e piena di suoni, è perfetta per Allen Toussaint, grandissimo arrangiatore, ottimo pianista ma non eccelso come cantante: comunque se la cava più che bene; When I Paint My Masterpiece è affidata al grande John Prine, che appare invecchiato piuttosto male (e nelle interviste presenti sul secondo DVD ha proprio l’aria del vecchio pugile suonato): io amo Prine, ma stasera, pur impegnandosi al massimo, fornisce un’interpretazione un po’ monocorde, anche se parzialmente riscattata dall’house band che lo supporta. Anna Lee avrebbe meritato di meglio che Bruce Horsby, emozionato e un po’ stonato, ma l’accompagnamento per dulcimer e violino (Campbell) è toccante; ecco Jakob Dylan (almeno un Dylan c’è), look alla Uomo Vogue e buona voce per una versione tutta ritmo e swing di Ain’t Got No Home di Clarence “Frogman” Henry (era sull’album di covers di The Band, Moondog Matinee), ottima versione, ma secondo me Jakob ha perso un’occasione: avrebbe potuto infatti interpretare un brano del padre (sarebbe stata la prima volta) e creare un momento di grande valore emotivo, vista anche la somiglianza fisica impressionante con il genitore (Forever Young, nella cui versione originale tra l’altro Levon suonava, sarebbe stata una scelta perfetta).
L’unico momento negativo, purtroppo, riguarda la splendida Whispering Pines, che è una delle più belle canzoni scritte da Robertson, ma che viene affidata a Lucinda Williams, fisico da menopausa e voce da ubriaca, che tenta di rovinare il brano appiattendolo con il suo solito stile soporifero (so di attirare su di me le ire funeste del 90% dei lettori del Blog, ma io la penso così). Per fortuna che arriva il grande John Hiatt: Rag Mama Rag sembra scritta apposta per lui, ma John avrebbe il carisma e la voce anche per rendere appetibile un brano dei Backstreet Boys (da notare la presenza di Mike Gordon dei Phish al basso). David Bromberg è un altro personaggio quasi leggendario (e mi sta simpatico perché mi ricorda tantissimo mio zio da poco scomparso, scusate la divagazione personale), e la sua Don’t Do It, in coppia con Joan Osborne, delizia sia il pubblico che il sottoscritto, mentre la bella Grace Potter ci offre un altro momento top della serata, una versione da brividi di I Shall Be Released, grande presenza scenica e grandissima voce, pubblico in sala letteralmente ammutolito, e la stessa Grace che alla fine non riesce a trattenere le lacrime per la commozione. Altro che Lucinda Williams… Un’altra grande voce, molto simile peraltro a quella di Richard Manuel, se la ritrova Ray LaMontagne, e Tears Of Rage (con John Mayer alla chitarra) è una scelta perfetta per lui, un’altra interpretazione da pelle d’oca; sia Dierks Bentley che Eric Church sono due tra i più interessanti esponenti del new breed del country americano, ma obiettivamente penso che due canzoni a testa siano troppe: bastavano Chest Fever (con immancabile assolo di organo iniziale di Hudson) per Bentley e Get Up Jake per Church.
Non sono mai impazzito per John Mayer, ma almeno stasera si ricorda che quando vuole ci sa fare, e la sua versione di Tennessee Jed (sì, è proprio il brano dei Grateful Dead, ma lo ha inciso anche Levon) è decisamente azzeccata; bravo anche Joe Walsh (con Robert Randolph), che nelle interviste (sempre secondo DVD) sembra perennemente strafatto, ma sul palco si trasforma: Up On Cripple Creek è un brano che farebbe tremare i polsi a chiunque, ma Joe è prima di tutto un professionista esperto e se la cava alla grande. Ci avviamo al gran finale: i My Morning Jacket sono una grande band, e Jim James un leader sufficientemente carismatico, e quindi le loro versioni di Ophelia, una gioiosa esplosione di suoni, e It Makes No Difference, grandiosa, sono tra i momenti migliori del concerto. Per l’ultraclassico The Night They Drove Old Dixie Down Jim James e compagni sono raggiunti sul palco nientemeno che da Roger Waters, che esibisce anche orgoglioso (ed un po’ emozionato) un baseball hat donatogli da Helm al termine del concerto The Wall Live In Berlin del 1990, al quale tra l’altro lo stesso Helm, con Danko, Hudson e Sinead O’Connor contribuirono con il momento più toccante, una superba versione di Mother. Rimasto solo con la house band, l’ex Pink Floyd intona poi con Amy una commovente versione di Wide River To Cross, splendido brano di Buddy e Julie Miller ed una delle ultime incisioni di Levon, una rilettura appassionata che toccherà il cuore anche di chi i Floyd non li può vedere neanche in fotografia. Waters poi chiama tutti sul palco per il prevedibile gran finale di The Weight: ok, stiamo parlando di uno dei più grandi brani rock della storia, ma questa sera il gruppo di artisti sul palco aggiunge forse qualcosa in più, e l’emozione si può quasi toccare con mano. Alla fine tutti sorridenti e commossi, sia tra il pubblico che on stage.
Grandissima serata per un grandissimo della “nostra” musica (anche dal punto di vista umano), un vero e proprio atto d’amore.
Imperdibile.
Marco Verdi
10:32 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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16/03/2013
Manolenta Va Ai Caraibi! Eric Clapton - Old Sock
Eric Clapton – Old Sock – Bushbranch/Surfdog/Polydor CD
So che il titolo del post potrebbe anche sembrare quello di un’avventura di un personaggio dei fumetti, ma è in realtà il modo più sintetico per riassumere i contenuti di Old Sock (vecchio calzino, titolo indubbiamente autoironico), il nuovissimo album di studio di Eric “Manolenta” Clapton. A giusto tre anni da Clapton, che era il suo miglior disco di studio da secoli a questa parte (quelli di covers di blues esclusi), Old Sock migliora addirittura il livello, diventando forse il lavoro più bello addirittura da Money And Cigarettes (il disco con Ry Cooder, e stiamo parlando di trent’anni fa), ma operando delle scelte stilistiche diverse in materia di sound. Non è che Eric sia andato fisicamente ai Caraibi ad incidere, ma l’atmosfera all’interno del CD è quella, non tanto per i suoni (non somiglia, per dire, ad un disco di Jimmy Buffett), quanto per l’atmosfera solare e rilassata che si percepisce in tutti i brani.
Clapton ormai ha la sua età, è in pace con sé stesso e non deve dimostrare più nulla da tempo, e può fare ciò che gli pare, quando gli pare e con chi gli pare: a conferma di questo, l’album è il primo ad uscire per la sua etichetta personale, la Bushbranch. Eric riscopre il reggae (se ne era innamorato già negli anni settanta, ricordate I Shot The Sheriff e Knockin’On Heaven’s Door?), usandolo però non in dosi massicce, così da non scontentare chi non ama il genere alla follia (tipo il sottoscritto), fa qualche brano in perfetto stile anni 30-40, addirittura del country, un paio di pezzi tipici suoi, ma tutto in modo assolutamente rilassato. Attenzione, questo non va a discapito del feeling e dalla qualità: Old Sock è un gran bel disco, in cui Eric coniuga abilmente classe, mestiere e voglia di suonare e sperimentare anche sonorità insolite per lui, lasciando talvolta addirittura in secondo piano la sua chitarra (pochi sono infatti i suoi tipici assoli poderosi).
Clapton sceglie di fare perlopiù covers di varia estrazione, i brani originali (tra l’altro neppure scritti da lui, ma da Doyle Bramhall II con…Nikka Costa!!!) sono solo due su dodici, ma, come ho detto prima, Eric è arrivato ad un punto in cui sceglie le canzoni che vuole. Se aggiungiamo a tutto ciò una lista di musicisti impressionante (oltre a Bramhall abbiamo Steve Gadd, Greg Leisz, Jim Keltner, Matt Rollings, Willie Weeks, Henry Spinetti ed altri) ed alcuni special guests davvero special (li nominerò man mano) non ci vuole molto a fare un grande disco. Altro particolare degno di nota, il CD esce in una versione sola, ed oggi è una rarità (a dire il vero una versione deluxe ci sarebbe anche, ma è venduta solo sul suo sito, è limitata a mille copie, costa circa il triplo e l’unica bonus track, No Sympathy, non è sul CD ma su una chiavetta USB allegata. Complimenti…).
L’album si apre con Further On Down The Road, da non conforndersi con il quasi omonimo classico di Bobby “Blue” Bland: questo è un brano scritto da Taj Mahal, che appare al banjo ed armonica, proposto con un arrangiamento solare e delicatamente reggae, molto piacevole, subito una bella canzone. Angel (di e con J.J. Cale) è una ballata laidback tipica del suo autore, raffinata e godibilissima, cantata quasi sottovoce e strumentalmente ineccepibile; The Folks Who Live On The Hill (un brano anni trenta portato al successo da Peggy Lee) ha un arrangiamento di gran classe, tra jazz e musica hawaiana d’altri tempi. Gotta Get Over è un brano nuovo ed è anche il primo singolo, ed il suono qui è più vicino allo stile tipico di Eric, un rock classico ma molto ben fatto, vibrante, orecchiabile, diretto, con Chaka Khan alle armonie (ma non si nota…), ma soprattutto con il nostro che si lascia finalmente andare alla Stratocaster. Till Your Well Runs Dry (Peter Tosh) è molto bella nonostante sia un reggae (anche se solo nel ritornello); in All Of Me Clapton duetta addirittura con Sir Paul McCartney, regalandoci un irresistibile brano jazzato vivace e solare, anni quaranta, dove l’unico tributo alla modernità è il suono della chitarra di Eric (in origine era una canzone interpretata sia da Billie Holiday che da Sarah Vaughan). Born To Lose è stato un successo di Ted Daffan, un pioniere del country oggi dimenticato: l’arrangiamento di Eric è fedele allo stile dell’autore, e sembra che il nostro non abbia mai fatto altro che suonare musica country. Uno dei brani migliori, senza dubbio, una cover scintillante.
E il blues? Eccovi servita una sontuosa interpretazione di Still Got The Blues, un omaggio di Clapton a Gary Moore, con l’amico Steve Winwood a fare i numeri all’organo: versione manco a dirlo da applausi, lunga, profonda e sentita. Grandissima classe. Old Sock cresce brano dopo brano: è la volta della celeberrima Goodnight Irene (di Leadbelly, ma che ve lo dico a fa?), solare, fluida, caraibica, ispiratissima, in breve una delle più riuscite. La migliore del disco? Decisamente sì. Un capolavoro assoluto nella discografia di Clapton, sentire per credere. L’album si chiude con Your One And Only Man di Otis Redding, ancora reggae, Every Little Thing, il secondo brano originale del disco, molto bella anche questa, una ballata anni settanta cantata benissimo da Eric (ma il coro di bambini finale ce lo poteva risparmiare), e Our Love Is Here To Stay, dei fratelli Gershwin, jazzata e raffinata come da copione.
Che altro dire…uscite e compratelo!!!
Marco Verdi
19:10 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (7) | Segnala
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12/03/2013
Ancora Tu...Ma Non Dovevamo Vederci Più? David Bowie - The Next Day
David Bowie – The Next Day – RCA Deluxe Edition CD
La citazione battistiana (o mogoliana, visto che stiamo parlando del testo), gentilmente suggeritami da Bruno, calza proprio come la pancetta nell’amatriciana parlando di The Next Day, il disco dell’inatteso ed improvviso ritorno sulle scene di David Bowie, a dieci anni di distanza da Reality, dieci anni di nulla assoluto, durante i quali le speculazioni sullo stato di salute del Duca Bianco (o Ziggy Stardust, o quello che volete voi) si erano sprecate.
Invece, dai video promozionali apparsi già da qualche tempo, Bowie appare in ottima forma fisica, con un look come sempre giovanile (ma la chirurgia estetica avrà di certo dato il suo contributo), e The Next Day è già stato salutato dalla critica internazionale come l’evento dell’anno. Personalmente non sono mai stato un fan sfegatato di Bowie, non l’ho mai considerato indispensabile dal punto di vista musicale (da quello della gestione della propria immagine invece lo reputo uno dei maestri assoluti): autore di diversi ottimi dischi, alcuni anche più che ottimi (Ziggy Stardust, Heroes e quello che considero il suo capolavoro, cioè Hunky Dory), ma senza di lui la storia della musica sarebbe stata la stessa.
Comunque un personaggio importante, e non posso che salutare con piacere il suo ritorno (personalmente mi è anche sempre stato simpatico), per il quale ha scelto di farsi produrre ancora da Tony Visconti, cioè l’uomo a cui è più legato dal punto di vista artistico (oltre alla celebre trilogia berlinese Heroes/Low/Lodger, Visconti è stato l’artefice anche di dischi importanti come Young Americans, Scary Monsters, oltre alle due ultime fatiche del White Duke, Heathen e Reality, nonché dei primi album). Anche i musicisti impiegati sono un misto tra nuovo e vecchio: Zachary Alford e Sterling Campbell sono i batteristi che si alternano, al basso due “classici”, Gail Ann Dorsey, anche alle armonie vocali con Janice Pendarvis e Tony Levin, chitarre David Torn e Earl Slick, oltre a Tony Visconti, Gerry Leonard e lo stesso Bowie che suonano un po’ di tutto, sono i principali utilizzati, aggiungiamo Steve Elson ai fiati, clarinetto e sax.
Se Bowie ha fisicamente bevuto l’elisir di giovinezza (come il personaggio interpretato in Miriam Si Sveglia A Mezzanotte, film che ricordo più che altro per una memorabile scena di sesso tra Catherine Deneuve e Susan Sarandon…ma qui siamo su un blog musicale), bisogna però notare un certo pessimismo nei testi dei quattordici brani del disco (diciassette nella immancabile deluxe edition): canzoni che parlano di vecchiaia, di paura della morte che si avvicina e di altre cupezze simili. Indicativa in tal senso la copertina del CD, cioè la stessa di Heroes con un quadrato bianco a coprire il volto di David, quasi come a voler significare che il passato non torna (ed anche il titolo dell’album va in questa direzione). Musicalmente, per fortuna, il CD non è una nenia funebre, ma ci presenta invece il Bowie più classico, quello per intenderci degli ultimi tre album (Hours, il mio preferito nel terzetto, ed i già citati Heathen e Reality): la presenza di Visconti in tal senso è una garanzia, il suono è “Bowie” che più classico non si può, ma il Duca è in ottima forma e quindi The Next Day si può tranquillamente definire come un ritorno pienamente riuscito (grazie a Dio ha evitato le porcherie moderniste di Outside ed Earthling, ma anche l’hard un po’ sgangherato dei Tin Machine).
La title track, che apre l’album, è un vivace pop rock, leggermente dylaniano (His Bobness è sempre stato uno dei suoi punti di riferimento), chitarre “alla Robert Fripp” ed una buona dose di energia. E poi risentire la sua voce è comunque un piacere. Dirty Boys è un funk-rock un po’ algido (Bowie non è mai stato particolarmente caloroso), cadenzato e godibile, simile a certe cose dell’album Black Tie White Noise; The Stars (Are Out Tonight), che è il singolo in programmazione attualmente, è un’ottima pop song in perfetto Bowie style, ritmata e caratterizzata dalla carismatica presenza vocale dell’autore, mentre Love Is Lost è un po’ sintetizzata ma ha dalla sua un beat molto interessante.
Where Are We Now? è stato il primo brano proposto dall’album, un lento molto d’atmosfera, notturno, languido (e un po’ palloso, diciamolo); molto meglio Valentine’s Day, un rockettino con un bel riff di chitarra e cori al posto giusto, Bowie al suo meglio, sembra una outtake degli anni settanta. La frenetica If You Can See Me ha diverse soluzioni strumentali interessanti ma melodicamente latita un pochino, mentre I’d Rather Be High vede il nostro più dentro alla canzone, molto buona peraltro, un brano che rimanda direttamente alle atmosfere berlinesi (ma un po’ tutto il disco è zeppo di autocitazioni, e penso che dopo dieci anni i fans non volessero altro). Boss Of Me è un gradevole pezzo dal retrogusto errebi, con David che canta con convinzione, uno dei miei preferiti finora; Dancing Out In Space è la trecentoventesima canzone di Bowie che parla dello spazio, e non è affatto male, anche se avrei gradito un po’ più di calore in più (ma è come chiedere a Lady Gaga di vestirsi con sobrietà). How Does The Grass Grow? ha un po’ troppo synth per i miei gusti, ed il brano in sé è una bizzarria, anche se non sgradevole; (You Will) Set The World On Fire è finalmente un brano rock in tutto e per tutto, e manco a dirlo è uno dei più riusciti del lavoro (lo proporrei come prossimo singolo).
La parte “normale” del disco si chiude con la splendida ballata You Feel So Lonely You Could Die, fluida, emozionante, vibrante, cantata in maniera appassionata, in poche parole Bowie at his best (inutile dire che è la migliore dell’album, almeno per me, degna di entrare in qualsiasi greatest hits futuro), e con la cupa (e un po’ tetra) Heat. La versione deluxe del CD prevede altri tre brani: la breve e vivace So She, con la sua atmosfera deliziosamente anni sessanta, la ancor più breve Plan, uno strumentale guidato da una chitarra leggermente distorta, un pezzo senza molto costrutto, e la roccata I’ll Take You There, un brano che non avrebbe sfigurato (come d’altronde So She) nella versione standard del dischetto. E c'è anche Obstacle, esclusiva alla versione download di iTunes.
Un ritorno molto positivo in definitiva: dieci anni di assenza non sono pochi, un po’ di ruggine era comprensibile, ma Bowie, nonostante due-tre canzoni forse di troppo, ci regala uno dei suoi lavori più positivi dagli anni ottanta in poi.
E poi la classe non arrugginisce mai.
Marco Verdi
00:53 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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19/02/2013
Anguille "Eclettiche"! Eels - Wonderful Glorious
Eels – Wonderful Glorious – E Works Records/Vagrant – Deluxe Edition – 2 CD
Ormai da tempo gli Eels, sono una delle più interessanti, eccitanti e consolidate realtà indie-rock del panorama americano. Sono passati ben sedici anni dal magnifico esordio di Beautiful Freak (1996), un album curioso fin dalla copertina, raffigurante una innocente fanciullina, i cui occhi erano stati sapientemente manipolati dal computer, e quell’immagine costituiva lo specchio della musica del CD (tanto bella quanto spiazzante), accostando in maniera creativa canzoni dalle ritmiche urbane ad improvvise aperture melodiche, rock alternativo, country e folk. In seguito usciranno Electro-Shock Blues (98), Daises Of The Galaxy (2000), Oh What A Beautiful Morning (2001), Souljacker (2001), lo splendido live Electro-Shock Blues Show (2002), Shootenanny (2003), Blinking Lights and Other Revelations (2005), e per ricapitolare la prima decade di carriera, pubblicano simultaneamente due antologie Meet the Eels (una raccolta di successi con inediti) e Useless Trinkets (un doppio CD che raccoglie rarità b-sides e brani dal vivo), Eels Live At Town hall (2006) anche in versione DVD e una trilogia iniziata con Hombre Lobo (2009), End Times (forse l’album più cantautorale ) e chiusa con Tomorrow Morning (2010).
Una delle qualità salienti della musica delle “anguille” è probabilmente il carattere personale del loro leader, il geniale Mark Oliver Everett (vero “deus-ex-machina del gruppo californiano), che caratterizza i momenti più ispirati del suo ormai consistente songbook., accompagnato dai fidati The Chet e P-Boo alle chitarre, Kool G.Murder al basso e Gets Knuckles alla batteria (la prima formazione stabile degli Eels in oltre quindici anni di carriera).
Wonderful Glorious (il decimo album di Everett e soci) parte con Bombs Away un blues puntellato di elettronica, prosegue con il funky di Kinda Fuzzy, rock-blues chitarristici come Peach Blossom, Open My Present e Stick Together, il folk-country acustico di On TheRopes, le ballate esistenziali The Turnaround e True Original. Con New Alphabet un altro rock blues contagioso, si viaggia dalle parti dei Fleetwood Mac delle origini, fino ad arrivare al vertice del disco con la notturna You’re My Friend (spendida roots-ballad), seguita dalla solenne I Am Building A Shrine e concludere con la title-trackWonderful Glorious una pop-song che i fratelli Wilson (Beach Boys) avrebbero scritto negli anni ’60. Notevole, infine l’edizione Deluxe con un disco di bonus, comprendente 4 nuove canzoni in studio, Hold On To Your Hat, Your Mama Warned You, I’m Your Brave Little Soldier, There’s Something Strange, più 8 registrazioni live (quattro elettriche dal tour 2011 e quattro acustiche estratte dal Live At Kexp).
Questo nuovo capitolo della band del cinquantenne Mr.E (uno degli artisti più sottovalutati degli ultimi 20 anni) fa ancora centro, sfornando ancora una volta un’ottima selezione di ballads e graffianti pezzi rock. Wonderful Glorious non è il miglior disco degli Eels, ma senza dubbio un buon disco degli Eels: attenzione, per chi volesse approfondire la loro discografia (hanno fatto grandissimi album, Electro-Shock Blues su tutti), se si ascoltano in un periodo già buio,il tutto, nelle leggende metropolitane, può portare al suicidio!
Tino Montanari
10:41 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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