19/05/2013
Meglio Tardi Che Mai! Steve Earle & The Dukes (& Duchesses) - The Low Highway
Steve Earle – The Low Highway – New West Records 2013 – Deluxe Edition CD/DVD
Per un disguido con il titolare di questo pregevole blog (Bruno), colpevolmente mi accingo a parlarvi solo ora di questo The Low Highway, quindicesimo lavoro nella ormai quasi trentennale carriera discografica di Steve Earle. Originario della Virginia, ma cresciuto a San Antonio, Texas, Earle è certamente uno dei più importanti nomi della scena country-rock-roots americana. Il suo stile musicale, per i pochi che ancora (spero) non lo conoscono, si collega ai grandi della canzone di Nashville, in special modo al compianto Johnny Cash (alle origini), ma successivamente si “abbevera” da rocker come Fogerty, Mellencamp e naturalmente Springsteen. Il buon Steve aveva cominciato a suonare intorno ai vent’anni (apparendo già nel 1975 nel famoso film Heartworn Highways, a fianco di Townes Van Zandt, Guy Clark e dei giovani, come lui, Rodney Crowell e John Hiatt) e ad esibirsi poi con un proprio gruppo, The Dukes (ancora oggi la sua backing band), e nel lontano ’86 firmava per la famosa MCA, esordendo con Guitar Town (ma prima erano uscite le prime registrazioni come Early Tracks), cui fa seguito uno dei suoi capolavori, Copperhead Road (88) che annovera fra gli ospiti i Pogues dello “sdentato” Shane MacGowan ela brava Maria McKee.
Nel successivo decennio accentua la sua inclinazione per il rock con The Hard Way (90), centrando il bersaglio nuovamente con il magnifico live Shut Up And Die Like An Aviator (91), dove oltre ai suoi classici, rivisita Dead Flowers dei Rolling Stones, She’s About A Mover del Sir Douglas Quintet e Blue Yodel # 9 di Jimmie Rodgers, regalando un “sound” di purissimo rock americano (per merito anche dei fidi Dukes). In seguito incappa in un brutto periodo artistico e personale e viene arrestato per tentata rapina a mano armata (indotta dall’incessante bisogno di denaro per droga e alcol), e passa più di un anno in carcere. Il ritorno discografico avviene con Train A Comin’ (95), un album totalmente acustico, mentre la sua ritrovata vena artistica è confermata anche dal seguente I Feel Alright (96) dove spicca You’re Still Standin’ There in duetto con la grande Lucinda Williams. Con The Mountain (99, realizzato con l’ensemble bluegrass della Del McCoury Band, inizia il decennio folk-rock, che trova l’apice nel seguente Transcedental Blues (2000) e in particolare con Jerusalem (2002) e The Revolution Starts Now (2004) dai forti contenuti politici e saltiamo gli ultimi dieci anni per non farla troppo lunga, ma Townes, il doveroso tributo al suo mentore almeno una citazione la merita!
Questo The Low Highway prodotto dallo stesso Earle con Ray Kennedy, vede il determinante apporto dei nuovi Dukes (Chris Masterson alle chitarre e pedal steel, Will Rigby alla batteria, Kelley Looney al basso) e una nutrita rappresentanza femminile, le cosiddette Duchesses, la moglie Allison Moorer alle tastiere, fisarmonica e voce, Eleanor Whitmore moglie di Chris (ovvero The Mastersons) al violino e mandolino, e Lucia Micarelli e Siobhan Kennedy (moglie del produttore) alle armonie vocali, e il disco ci riconsegna un cantautore ancora in grado di scrivere grandi canzoni, partendo dall’iniziale title track The Low Highway, dal folk blues della conclusiva Remember Me, prima di spaziare con disinvoltura fra il rock di 21st Century Blues, il country di Down The Road Pt II, il blues-rock di Calico County, per poi passare alla fisarmonica zydeco di That All You Got? (in duetto con la moglie) al piano old-style di Pocket Full Of Rain, al trascinante violino irlandese e banjo nel bluegrass di Warren Hellman’s Banjo, e riproponendo Love’s Gonna Blow My Way e After Mardi Gras, brani comparsi nella serie televisiva americana Treme (ambientata nella New Orleans post Katrina), il secondo scritto proprio per Lucia Micarelli, anche ottima violinista classica e presente con lui nel tributo a Dylan per Amnesty, Chimes of Freedom.
Steve Earle (58 anni, sette mogli e tre figli se non ho perso il conto), nonostante una vita vissuta sempre sopra le righe (la dipendenza dalla droga, gli arresti, la detenzione e una difficile e sofferta disintossicazione), di album davvero sbagliati non ne ha mai fatti, e in questo The Low Highway c’è materiale a sufficienza per confermarlo come uno dei personaggi più rappresentativi della musica “Americana” degli ultimi trent’anni.
Tino Montanari
*NDT: Questa Deluxe Edition, esce, come al solito in una versione ampliata con il DVD che include il “making of” del disco e il video di Invisible.
18:33 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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16/05/2013
Finalmente Un Disco Come Si Deve! Deep Purple - Now What?!
Deep Purple – Now What ?! – EarMusic CD/DVD
Uno degli eventi dell’anno, almeno per gli appassionati di quello che ultimamente viene definito Classic Rock, è indubbiamente il nuovo album di studio dei Deep Purple, a ben otto anni da Rapture Of The Deep.
Bisogna innanzitutto dire che c’era un po’ di scetticismo sulla reale capacità della storica band inglese di sfornare ancora canzoni degne di essere pubblicate, specie dopo che gli unici due lavori del nuovo secolo, Bananas e appunto Rapture Of The Deep, erano forse gli episodi più scadenti della loro discografia, insieme a The House Of Blue Light del 1986 (non considero l’album del 1990 Slaves And Masters, in quanto più che un brutto disco dei Deep Purple era un discreto disco dei Rainbow): i Purple stessi sembravano poco convinti, almeno fino ad un anno fa, di rientrare in studio e mettersi di nuovo in gioco, ed il titolo del nuovo CD, Now What?!, ironizza sulle richieste che venivano fatte in continuazione alla band circa i progetti futuri.
Le prime avvisaglie che le cose potevano andare per il verso giusto si sono avute quando è stato svelato il nome del produttore: Bob Ezrin è una specie di leggenda per certo tipo di musica, ha lavorato, tra gli altri, con Lou Reed, Alice Cooper, Kiss e Pink Floyd, ed è uno che difficilmente produce delle ciofeche. Ebbene, credeteci o no, Now What?! è un gran bel disco, ispirato, potente, con il classico Purple-sound che esce da ogni nota, dove quasi tutto funziona a meraviglia (un solo brano brutto su undici, dodici nell’immancabile edizione deluxe, è una bella media dopo 46 anni di carriera). Un disco non certo inferiore ai primi due del periodo post-Blackmore (Purpendicular ed Abandon), ma forse addirittura un gradino sopra: la cosa più stupefacente, dato che il manico dei cinque nel suonare e la perizia di Ezrin li davo per scontati, è la bontà delle canzoni, particolare fondamentale per fare un bel disco, ma abbastanza latitante negli ultimi lavori del gruppo.
Sul fatto che Ian Paice (unico membro originale rimasto, anche se per tutti i veri Purple sono quelli del Mark II) e Roger Glover fossero ancora due macigni non c’erano dubbi, come non ce n’erano sulla bravura e sulla tecnica di Steve Morse (anche se per me il chitarrista dei Deep Purple rimarrà sempre Blackmore), mentre a stupire è la forma di Ian Gillan, anche se tirate alla Child In Time non se le può più permettere da anni, e soprattutto il tastierista Don Airey, sostituto di Jon Lord (a cui il disco è dedicato) dal 2002. Si sa che Airey non è un pivellino, ha suonato con mezzo mondo (Whitesnake, Black Sabbath, Rainbow, Jethro Tull, iniziando negli Hammer con Cozy Powell e nei Colosseum II), ma che riuscisse a non far rimpiangere Lord non pensavo: il suo organo è il protagonista assoluto di quasi tutti i brani, dando al disco un sapore classico e deliziosamente retrò, come se la scomparsa di Lord avvenuta lo scorso anno lo avesse ispirato in maniera decisiva.
Che le cose siano cambiate in meglio lo si intuisce dalle prime note di A Simple Song: intro di grande atmosfera a base di organo, seguito da un assolo di chitarra molto melodioso, poi arriva Gillan ed inizia a cantare in maniera chiara, sillabando le parole; una pausa ed il brano esplode, diventando una rock song tipica (con Airey che inizia a fare i numeri), per terminare ancora lenta, come era iniziata. Peccato che arrivi subito Weirdistan a rovinare tutto: è l’unico brano brutto di cui parlavo prima, una canzone confusa, priva di una melodia vera e propria, nel quale l’impegno dei cinque non basta; meglio la lunga Out Of Hand, che richiama da vicino il classico suono anni settanta, un po’ di autocitazione non fa mai male e comunque dai Purple questo ci si aspetta (Morse qua fa sentire di sapere una cosa o due in fatto di chitarra). Hell To Pay è un ottimo rock’n’roll, diretto, solido, immediato, con Morse ancora protagonista con un assolo formidabile e blackmoriano (ed Airey che, sfidato a duello, risponde per le rime), mentre Body Line è un rock blues tosto e grintoso, con Gillan lucido ed il gruppo che lo segue a memoria: il disco cresce di brano in brano, e Weirdistan è solo un ricordo.
Above And Beyond inizia con un mood cupo, con Don che prosegue la sua eccellente prestazione, Gillan entra solo dopo un paio di minuti, ma non fatica a mettersi alla pari con gli altri: il brano ha quasi accenti folk nella melodia, anche se l’accompagnamento è 100% Purple. Blood From A Stone è un lento di gran classe, notturno e bluesato, un brano atipico ma riuscito, cantato da Ian in maniera insinuante e con Steve che schitarra alla grande; un altro lungo assolo di Morse introduce Uncommon Man, un’altra rock song di grande impatto, anche se qui l’interpretazione di Gillan è forse un po’ piatta. La solida Apréz Vous sembra uscita dalle sessions di Fireball, con uno splendido duello centrale chitarra-organo, mentre l’orecchiabile All The Time In The World è quasi radio friendly (almeno per i loro standard), una delle più gradevoli del CD.
L’album si chiude con la maestosa ed inquietante Vincent Price e, nell’edizione deluxe, con It’ll Be Me, una cover addirittura di un brano di Jack Clement, reso con uno scintillante arrangiamento rock’n’roll. Nel DVD troviamo un’intervista di venti minuti ai membri della band e tre brani audio: un remix di All The Time In The World e due versioni live recenti di Perfect Strangers e Rapture Of The Deep.
Un ottimo e gradito ritorno: ora aspettiamo Giugno per vedere come sapranno rispondere i Black Sabbath.
Marco Verdi
10:46 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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11/05/2013
Capperi Che Band! The Dirty Guv'nahs - Somewhere Beneath These Southern Skies
The Dirty Guv’Nahs - Somewhere Beneath These Southern Skies - Blue Rose/Dualtone CD
Devo confessare che non avevo mai sentito parlare dei Dirty Guv’Nahs, sestetto proveniente da Knoxville, Tennessee, e quando ho ascoltato per la prima volta questo loro album sono saltato sulla poltrona. Il fatto che dal 2008 vengano nominati ogni anno “la migliore band di Knoxville” può voler dire tutto e niente (Knoxville non è né Los Angeles né New York), ma vi assicuro che questi Guvs (in America li chiamano così per far prima) sono davvero bravi.
I due leader e principali autori dei brani sono il cantante James Trimble, una forza della natura, ed il chitarrista Michael Jenkins, poi ci sono i fratelli Aaron e Justin Hoskins alla sezione ritmica, Cozmo Holloway alla seconda chitarra e l’ottimo Chris Doody alle tastiere. I sei ragazzi sono una band tosta, tostissima, suonano un rock chitarristico molto classico, con spiccate influenze sudiste e massicce dosi di soul: il riferimento più vicino sono i Black Crowes, ma anche Rolling Stones e Faces (che guarda caso sono anche i principali ispiratori del gruppo dei fratelli Robinson), un tipo di musica che ormai non suona quasi più nessuno ed anche per questo risulta gradita.
Il sound è chitarristico, ma pianoforte ed organo sono spesso protagonisti, ed i fratelli Hoskins picchiano duro con basso e batteria: il tutto condito dalla notevole voce di Trimble, un timbro simile a quello di Steven Tyler, ma meno sguaiato. Somewhere Beneath These Southern Skies (uscito già da un annetto circa in America, ora in Europa per la Blue Rose) è il loro terzo album, ma il primo con una distribuzione decente (i primi due erano indipendenti) e sicuramente quello che li farà conoscere ad un pubblico più vasto: in America sono già una piccola realtà, avendo di recente aperto i concerti della Zac Brown Band e di Grace Potter & The Nocturnals.
Quattordici brani, cinquanta minuti di musica che oscilla tra il buono e l’ottimo, con solo un paio di episodi leggermente meno riusciti: produce il tutto Ross Copperman (molto noto a Nashville come songwriter), una produzione asciutta, classica ed essenziale, senza fronzoli. L’album inizia ottimamente con la splendida Can You Feel It, rock song di stampo classico, chitarre possenti, un bel refrain e la vocalità potente di Trimble: un avvio degno di una band di veterani.
Anche Don’t Give Up On Me offre un sound forte e vibrante, una ballata rock pura ed incontaminata, come oggi purtroppo in pochi sanno (o vogliono) fare. Good Look Charm ha un attacco (e pure il seguito) figlio degli Stones, con i fiati che danno un sapore più soul e James che canta benissimo, la fluida Temptation è southern rock deluxe, con chitarre e piano protagonisti, mentre Honey You è puro rock’n’roll, coinvolgente e contagioso, perfetta da suonare dal vivo. Un inizio al fulmicotone, e non siamo neppure a metà disco.
Live Forever, che non è quella di Billy Joe Shaver, inizia come una ballata (il suono è splendido), poi si elettrifica e diventa una rock song fatta e finita; 3000 Miles è più distesa e rilassata, anche se le chitarre restano in primo piano. E’ difficile trovare un momento di stanca: la bellissima e soulful This Is My Heart ricorda molto i Corvi Neri, ed è una goduria per le orecchie, Fairlane ha una melodia diretta e gradevole, mentre Lead Kindly Light è forse un po’ troppo prodotta, ma è un peccato veniale.
Dear Alice, guidata dal piano, sembra uscita da un vinile degli anni settanta, Child è dura e spigolosa, forse la meno brillante, ma nel finale i Guvs piazzano un uno-due da KO con la deliziosa soul ballad Goodnight Chicago e la sudista al 100% One Dance Left, guidata da una bella slide.
Saranno anche sporchi questi Governatori, ma come suonano!
Marco Verdi
14:52 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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09/05/2013
"Americana" = Rock Di Qualità? Falling Martins - Highway 61 Northbound Blues
Falling Martins – Highway 61 Northbound Blues – Self Released 2013 – 2 CD
Qualcuno si domanderà: ma chi sono questi Falling Martins? Un quintetto che nasce, vive e comincia a suonare nei bar di St.Louis, all’inizio del nuovo millennio, influenzati dai vari Allman Brothers, Wilco, Uncle Tupelo. Quella dei Falling Martins è la storia moderna di una band nata sulle strade del Missouri e (come detto) nei locali di St.Louis, ma arrivata alla mia conoscenza per le nuove possibilità di ricerca nella rete. Il loro debutto discografico si manifesta con l’omonimo Falling Martins (2004), seguito da Newest Ghost in Town (2005), Nostalgia Train (2006), Falling Martins I (2007) (una antologia che raccoglie il meglio dei tre dischi), il doppio dal vivo Live At The Old Rock House (2008), che rende alla perfezione la bravura e la preparazione del gruppo, e l’ultimo lavoro in studio Shining Bright (2010). L’attuale “line-up” del combo è composta dai due leader storici Pierce Crask, chitarrista, cantante solista e compositore di gran parte delle canzoni, e da Paul Tervydis, voce, tastiere e sublime pianista, Il resto della band è formato da Rich Wooten al basso (e secondo compositore), Ron Vogt alla batteria e Mike Martin, aggiunto alle chitarre.
Highway 61 Northbound Blues, questo il titolo del nuovo lavoro, prosegue il discorso: venti brani distribuiti su due CD (in altri tempi sarebbe bastato un CD singolo), di puro e classico rock a stelle e strisce, con qualche elemento folk e blues tra le righe. E’ quasi superfluo fare una disamina brano per brano, quindi vi segnalo che il disc One apre con Illegal In China e una Cadillac Jack’s nella quale la band lascia viaggiare libere le chitarre ed il piano di Tervydis che ricama in sottofondo, si prosegue con una brano elettro-acustico psichedelico Surfers Unite To The Sound Of Sonic Youth, passando per una cover pescata dall’ultimo lavoro di Freedy Johnston It’s Gonna Come Back To You, revisionata in una perfetta country-song, mentre Long Hot Summer e Right Trough Me sono pop-rock di gran classe. Il secondo CD continua a correre a mille con lo scatenato swamp-rock di Highway 61 Northbound Blues (dove Tervydis si esalta, ricordando il miglior Bruce Hornsby), The Fight che inizia discreta, per poi assumere i toni di una solida ballata rock, chitarristica e potente. Con Are You Ready For The Country di Neil Young, arriva la seconda cover del lavoro, cui fa seguito la splendida Fading Fast, una ballata elettrica dall’incedere epico, che inizia con armonica e chitarra acustica, ma poi si sente la band entrare all’unisono, con Crask che intona una melodia di quelle che si ricordano. Meravigliosa. Arriva il momento di due brani acustici in forma blues come All The Things e Wait And See , dove la bravura dei due leader si evidenzia in un suono preciso e mai invadente, mentre la chiusura in versione bar-band è tutta nella trascinante Crush My Soul.
I Falling Martins sono una band pressoché sconosciuta, difficile comprenderne il motivo in quanto il gruppo ha una fluidità d’esecuzione impressionante, il piano di Tervydis evidenzia la melodia e Crask ha una bella voce (con influenze che vanno da Dylan a Townes Van Zandt per arrivare a Warren Haynes), con canzoni che scorrono veloci e lasciano il segno. E’ sorprendente che un gruppo di questa qualità sia senza contratto, ma di questi tempi (purtroppo) nulla riesce più a sorprendermi nella musica, anche se i Falling Martins sono ormai una solida realtà (per chi scrive) e dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che il rock non è morto, solo malato!
Tino Montanari
11:14 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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08/05/2013
A Volte "Non" Ritornano: Come Volevasi Dimostrare! C S N & Y Live 1974 Rinviato.
"Cosa dite, ragazzi lo facciamo o aspettiamo altri 40 anni?"
*NDB Dal nostro inviato tra il gruppo più puntuale e preciso del mondo. Il loro motto è formato da una sola parola: "Forse"!
Un paio di settimane fa circa ho scritto un breve post su una ghiotta anticipazione: l’uscita, il 27 Agosto, di un CD dal vivo di Crosby, Stills, Nash & Young che avrebbe dovuto documentare il meglio dei concerti della mitica tournée del 1974, un progetto di cui si vociferava da anni.
Ho usato il condizionale perché, giusto un paio di giorni fa, è uscita la notizia, neanche troppo inattesa se vogliamo, di un ulteriore rinvio alla primavera del 2014.
Graham Nash, curatore del progetto ed anche degli archivi del supergruppo (con o senza Neil Young) ha affermato di aver deciso di posporre la messa in commercio del CD in quanto l’anno prossimo cade il quarantesimo anniversario del tour, e poi sta ancora lavorando a diverso materiale che vorrebbe includere (tra cui un brano inedito di Young dedicato all’allora presidente americano Richard Nixon).
Quindi sembrerebbe che, una volta tanto, non ci sia lo zampino di Young nel ritardo: alcune malelingue (ma come diceva Giulio Andreotti, pace all’anima sua, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca) sostengono che i quattro, che l’anno prossimo sarebbero liberi da impegni, vorrebbero far coincidere l’uscita del disco con un nuovo tour insieme.
Staremo a vedere: per ora è certo che, quando Nash annuncia un progetto (tra cui anche il famigerato disco di cover ad opera di CSN prodotto da Rick Rubin) comincia ad avere la stessa credibilità di un politico italiano che dice di voler fare le riforme.
Marco Verdi
P.s Marco, ma avevi specificato l'anno di uscita (nel post non lo dici)? E in ogni caso, come da video, con questa canzone avevano già anticipato la situazione da quel bel dì (ricordate il testo?)!
Bruno Conti
12:55 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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06/05/2013
L'ultimo Viaggio Di Una "Leggenda Australiana", Forse! Archie Roach - Into The Bloodstream
Archie Roach – Into The Bloodstream – Liberation Music 2012/2013
Con particolare e personale piacere oggi vi parlo di Archibald William Roach (all’anagrafe), alias Archie Roach, leggendario cantautore “aborigeno” australiano. Archie nasce a Mooroopna nel centro dello stato di Victoria, e quando era ancora molto piccolo, insieme alla sorella ed altri bambini australiani indigeni della “Stolen Generation”, furono allontanati con la forza dalle loro famiglie, da agenzie governative australiane, e collocati in un orfanotrofio. In seguito allevato da una famiglia scozzese di immigrati a Melbourne, ha trascorso poi la sua intera vita adulta nel tentativo di ritrovare il contatto con il suo popolo di appartenenza, e di tornare a quelle che erano le sue origini in quel contesto. Alla fine degli anni ’80 (diventato un musicista di strada), riuscì a fondare un gruppo chiamato Altogether (formato esclusivamente da musicisti aborigeni), che si esibiva nei festival dell’area di Melbourne, dove furono sentiti occasionalmente da Paul Kelly, che intuito il grande talento, lo selezionò come “opening act” ai suoi concerti.
Quello fra Roach e Kelly è un rapporto professionale e personale che risale allo splendido debutto (prodotto dallo stesso Kelly) con Charcoal Lane (92), album che contiene il più famoso brano di Archie, la struggente Took The Children Away (un dolente atto d’accusa sul trattamento dei bambini indigeni), diventato successivamente una specie di inno del mondo di quelle popolazioni. Il successivo Jamu Dreaming (93) conferma la sua identità culturale, che, coerentemente, si manifesta anche nei lavori Looking For Butter Boy (97), Sensual Being (2002), nella splendida colonna sonora del film The Tracker, Ruby (2005) dedicato e registrato con la moglie Ruby Hunter, in Journey (2007) e dopo anni travagliati, ritorna con questo stimolante Into The Bloodstream, che mette insieme una band di supporto con musicisti di vaglia come il fido Craig Pilkington alle chitarre e percussioni, Steve Hadley alla basso, Dave Folley alla batteria, Tim Neal alle tastiere, Bruce Haymes alla fisarmonica e la brava cantante di colore Emma Donovan alle armonie vocali, il tutto prodotto dallo stesso Pilkington.
Il viaggio inizia con la “title track” Into The Bloodstream, una maestosa ballata atta a creare subito l’atmosfera del disco, cui fanno seguito il gospel di Song To Sing e Big Black Train un brano che ripercorre un’epopea, cantato meravigliosamente in uno stile à la Johnny Cash. Heal The People è una preghiera gioiosa di speranza per la popolazione indigena dell’Australia, mentre la straziante Mulyawongh (un toccante omaggio a sua moglie Ruby) è una delle più belle ballate della carriera di Roach. Si prosegue con un brano We Won’t Cry, composto e cantato in duetto con Paul Kelly, che vede come vocalist aggiunte le brave Vika e Linda Bull, mentre Wash My Soul In The River’s Flow è un altro gospel profano , suonato in un sorprendente arrangiamento “dixie”. I’m On Your Side esce ancora dalle penna di Paul Kelly aiutato dal nipote Dan, mentre la seguente Little By Little con una chitarra ritmica sincopata, vede come ospiti al controcanto i cantautori Dan Sulton e Emma Donovan. Con Hush Now Babies cantata in duetto con la Donovan, Archie mi ha fatto ricordare il compianto Ted Hawkins, mentre Top Of The Hill è una sorta di romanza, con il crescendo vocale degli Indigenous Choir, e la conclusiva Old Mission Road è un’altra ballata toccante, una storia di speranza in tempi di dolore.
Archie Roach vive le sue canzoni e la sua musica con il linguaggio del cantautorato americano, con atmosfere alla Gordon Lightfoot o Paul Simon, producendo un suono perfettamente in equilibrio tra chitarre acustiche ed elettriche, con arrangiamenti di una precisione e bellezza esemplare, come in questo magnifico lavoro. A questo signore, negli ultimi tre anni è successo di tutto, nel Febbraio del 2010 ha perso la moglie e collaboratrice musicale Ruby Hunter per un attacco di cuore, pochi mesi dopo Archie stesso fu colpito da un ictus che lo lasciò incapace di parlare e di muovere le mani e nel 2011, nel bel mezzo della rieducazione, gli è stato diagnosticato anche un cancro ai polmoni, curato (per ora) con un intervento chirurgico. Roach attualmente vive con i suoi figli in una fattoria nei pressi di Berri, nel sud dell’Australia e la sua reputazione ormai travalica i confini della sua terra, così come la sua musica che è stata ed è molto importante per la comunità aborigena, che in lui vede la riprova che finalmente l’Australia tutta comincia a capire che non sono più un problema da risolvere, ma invece una cultura antica da rispettare. Come si fa a non voler bene a un artista e a una persona di tale levatura, uno che con le sue storie ci porta in Australia senza prendere l’aereo. Lunga vita fratello Archibald
NDT: Come al solito i suoi dischi sono costosi e di difficile reperibilità, ma se come penso, i lettori di questo blog hanno un’anima per la buona musica, fate il possibile per averli sul vostro scaffale.
Tino Montanari
19:52 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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29/04/2013
Corvi E Fuorilegge Al Tempo Stesso, Per L'Occasione! Counting Crows - Echoes Of The Outlaw Roadshow
Counting Crows – Echoes Of The Outlaw Roadshow – Cooking Vinyl 2013
Ci sono gruppi che danno il meglio nei concerti dal vivo, e i Counting Crows rientrano sicuramente nella categoria. Due brevi note per i pochi lettori (spero) del blog che non conoscono questa band: nati come duo acustico composto da Adam Duritz e David Bryson, ufficialmente nel ’92 a San Francisco, suonano in vari Club della Bay Area finché non vengono notati da alcuni talent-scout della Geffen Records, messi sotto contratto e affidati a T-Bone Burnett, nella veste di produttore. Il risultato è il successo planetario di August And Everything After (venti milioni di copie vendute), in cui brillano le particolari doti vocali di Duritz, autore di gran parte dei brani. Dopo un tour di supporto ai Rolling Stones nelle date americane del ’94, i “corvi” entrano in studio e registrano Recovering The Satellites (96), cui faranno seguito lavori sempre di buon livello come This Desert Life (99), Hard Candy (2002), Saturday Nights & Sunday Mornings (2008), e il recente disco di cover Underwater Sunshine (2012) che ha dato vita al tour da cui nasce l’ultimo album cosa-hanno-fatto-durante-le-vacanze-estive-counting-crows...
In un ventennio di carriera (se non ho sbagliato i conti) questo è il quarto album live ufficiale dei Counting Crows, partendo dal doppio Across A Wire: Live in New York City (98), New Amsterdam: Live At Heinekem Music Hall (2003), e lo splendido August and Everything After: Live At Town Hall (2011), in cui ripropongono il fortunato disco d’esordio.
Echoes Of The Outlaw Roadshow è stato registrato nel corso del tour americano del 2012, e basterebbero i primi due brani per giustificarne l’acquisto: una Girl From The North Country del vecchio Bob (Dylan) rivisitata “unplugged”, una delle mie canzoni preferite da sempre e la famosa Round Here, in una versione dilatata di 10 minuti, con il fantasma di Van Morrison nella lirica Sweet Thing. Ma ci sono anche una fantastica Friend Of The Devil (Jerry Garcia) e una felice cover (ancora) dylaniana You Ain’t Goin Nowhere (Byrds). Le rimanenti “perle” vengono pescate dal vasto repertorio ufficiale di cui sopra, con una menzione speciale per Four Days (in versione Rem), la lunga e scoppiettante Rain King e la ballata sofferta Up All Night, in cui è protagonista il piano.
Il talento di Adam Duritz è indiscutibile, e in questo live la band un CD dalle fresche sonorità roots, avvolgenti ballatone elettriche, azzeccati interventi di pianoforte, organo, fisa e la voce del leader che canta con generosa passione. I Counting Crows confermano ancora una volta di essere alfieri del vero rock, e in un’epoca in cui la musica è quasi completamente artefatta, dischi come questo (a dispetto delle mode o da MTV), sono e saranno sempre benvenuti.
Tino Montanari
17:41 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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25/04/2013
I Cowboy Junkies Della Grande Mela? Hem - Departure And Farewell
Hem – Departure & Farewell – Waveland Records 2013
Esistono dei gruppi difficili da definire, non tanto per il genere che propongono, quanto per l’atteggiamento verso la musica e per il loro modo di vedere il mondo, attraverso le sette note. Sembra impossibile (per chi scrive) che dei musicisti di così grande talento, siano destinati a passare pressoché inosservati pur continuando a sfornare prodotti di ottima qualità. Dopo questa doverosa introduzione, passo a parlarvi degli Hem, un ricco (in senso numerico) “ensemble” che ha provato inizialmente a percorrere i sentieri della canzone folk e country, con un atteggiamento fedele alle regole dei generi in questione e nello stesso tempo coraggiosi nello sperimentare nuove soluzioni.
Nati sulla scia dei Cowboy Junkies, gli Hem devono gran parte della loro popolarità alla bella voce suadente di Sally Ellyson, e degli altri due leader della band, il pianista Dan Messe ed il chitarrista Gary Maurer (che sono anche i produttori di questo lavoro), che sanno cucire sonorità delicate e profonde attorno alla voce solista. I tre hanno iniziato a collaborare ed hanno pubblicato a livello “indie” il loro debutto Rabbit Songs (il disco ha avuto una eco notevole nel 2001), poi è arrivato Eveninglad (2004) e la fama è cresciuta ulteriormente, firmando con la Nettwerk (Be Good Tanyas, Old Crow Medicine Show, per citarne alcuni) per il loro terzo album No Word From Tom (2006) una raccolta di rarità, outtakes, b-sides, inediti e registrazioni dal vivo, bissato nello stesso anno dallo splendido Funnel Cloud, con una sempre più forte attrazione per la musica delle radici, e dopo qualche EP, uscirono con un disco ambizioso Twelfth Night (2009), sviluppato su una particolare opera teatrale.
Oltre ai membri storici già citati, suonano in questo lavoro, Steve Curtis alle chitarre, Bob Hoffnar al dobro e pedal steel, George Rush al basso, Mark Brotter alla batteria, i fidati violinisti Charles Burnham e Alison Cornell oltre a Dawn Landes alle armonie vocali, per un percorso di circa quaranta minuti tra folk ballads e folk songs. La partenza è meravigliosa con l’iniziale pianistica Departure and Farewell, cui fanno seguito due ballate morbide di notevole livello come Walking Past The Graveyard, Not Breathing (con un violino discreto) e Things Are Not Perfect In Our Yard. dai toni introspettivi.
Il disco prosegue su questo standard, con la dolce The Seed punteggiata dal violino di Burnham, mentre The Jack Pine e Tourniquet sono litanie acustiche che non scadono mai nella leziosità. Si riparte con la deliziosa Seven Angels quasi solo voce e piano, mentre Gently Down The Stream è una country-ballad, con la pedal steel che lascia una tenue scia, seguita dalle filastrocche Bird Song e Traveler’s Song che sembrano uscite dal diciannovesimo secolo. The Tides At The Narrows è dotata di una bella melodia country-folk, ed è seguita dalle conclusive Last Call e So Long, ballate lente e notturne, studiate nota dopo nota, per chiudere un disco per anime gentile e cuori solitari.
La stella polare di Departure & Farewell è indubbiamente la voce solista di Sally Ellyson (pari a quelle di Natalie Merchant, Margo Timmins e Hope Sandoval (Mazzy Star) per intensità, sin dai tempi di Rabbit Songs, e questo lavoro ripete quella magia, magari con minori sorprese rispetto agli esordi, però con una grazia di esecuzione che avvolge l’ascoltatore in un folk-rock di altri tempi, costantemente alla ricerca della melodia pop. Sally e gli Hem scrivono musica di qualità, chiedono solo di essere ascoltati con attenzione, uno di quei gruppi che senza stravolgere il passato, sono molto bravi ad adattare i suoni alle proprie canzoni. Da ascoltare dopo la mezzanotte, e possibilmente non da soli!
NDT: Con molta probabilità (purtroppo) questo disco potrebbe essere il canto del cigno degli Hem, causa crisi personali di alcuni componenti e la dipendenza dalle droghe che sta combattendo Dan Messe, ma non è detto!
Tino Montanari
00:36 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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20/04/2013
Un Tributo Di Gran Classe! Shannon McNally - Small Town Talk
Shannon McNally – Small Town Talk (Songs Of Bobby Charles) –Sacred Sumac 2013
La signora (per chi scrive) è una delle più intriganti “rockers in gonnella” in circolazione, da dieci anni a questa parte. Lei si chiama Shannon McNally ed è ormai una realtà del cantautorato femminile americano: gli incidenti di percorso non sono certo mancati, ed è per questo che il talento della McNally sembrava destinato a perdersi nel sottofondo musicale a stelle e strisce. Questa ancora giovane songwriter originaria di Long Island, ma da tempo accasatasi tra le paludi della Lousiana (New Orleans), da autentica musicista di strada aveva colto l’occasione giusta entrando in contatto con l’entourage della Capitol, per la pubblicazione dell’esordio Jukebox Sparrows (2002), il più convincente Geronimo (2005), qualche EP sparso (compreso uno con Neal Casal Ran On Pure Lightnin'), per poi approdare al primo live della carriera North American Ghost Music (2006) un disco aspro e chitarristico, con brani lunghi (tra i cinque e sei minuti). In seguito senza uno straccio di contratto (ricorrendo al finanziamento dei fans), incide due buoni lavori come Coldwater (2009) e Western Ballad (2011) e un altro disco dal vivo Live At Jazz Fest 2011 di difficile reperibilità (sono quelli registrati a New Orleans e distribuiti in loco). shannon-mcnally-coldwater.html
In questo Small Town Talk, Shannon rilegge a modo suo le canzoni di Bobby Charles (una cover di una dolcissima Tennessee Blues era in Geronimo), un grande autore di New Orleans scomparso nel 2010 (i suoi brani sono stati portati al successo da artisti del calibro di Fats Domino e Bill Haley) e nel 2007 entrato a far parte della Music Hall of Fame, per il contributo dato alla musica della Louisiana. Il disco prodotto dalla stessa McNally e Mac Rebennack e con l’aiuto del grande Dr. John (che sempre Mac Rebennack è), si avvale di ottimi musicisti di “area” quali lo stesso Rebennack alle tastiere, Herman Hernest alla batteria, David Barare al basso, John Fohl alle chitarre, oltre alla presenza di ospiti di certificato spessore che rispondono al nome di Vince Gill, Derek Trucks, Luther Dickinson e Will Sexton (fratello del più noto Charlie), gli arrangiamenti di archi e fiati sono di Wardell Quezerque, il "Beethoven Creolo". Buona parte di queste canzoni, Shannon le ha pescate dall’album omonimo Bobby Charles (ristampato in edizione deluxe dalla Rhino Hamdade (2011), partendo dal funky iniziale di Street People, dalla chitarra di Luther Dickinson in Can’t Pin A Color, dal duetto dolcissimo con Vince Gill in String Of Hearts, ai riff di chitarra di Derek Trucks nel soul-blues di Cowboys and Indians, proseguendo con la ballata pianistica Homemade Songs con l’apporto alla chitarra di Will Sexton, l’inconfondibile voce del “dottore” nella ritmata Long Face, passando per la splendida tittle track Small Town Talk (co-autore Rick Danko della Band), con l’armonica di Alonso Bowens in primo piano, nella travolgente interpretazione di Love In The Worst Degree, per chiudere alla grande con la canzone forse più bella di Bobby Charles, I Must Be In A Good Place Now, una ballata soul, dove la voce della McNally si insinua alla perfezione in un brano che trasmette pace e tenerezza.
C’e qualcosa nella voce di Shannon che ti cattura e ti seduce, e questa ancora giovane ragazza di New York ormai ne ha fatta di strada e pare lontanissima dai miraggi pop-rock di inizio carriera, si è trasferita armi e bagagli a New Orleans, ha vissuto il dramma dell’uragano Katrina, si è immersa in questi suoni, inventandosi interprete di grande sex-appeal e ricca di sfumature soul. Small Town Talk è un doveroso tributo ad un autore magnifico e poco conosciuto, fatto con cuore e sentimento da Shannon McNally, un’artista che non ha nulla da invidiare a personaggi come Mary Gauthier, Kathleen Edwards e Shelby Lynne. Consigliatissimo!
Tino Montanari
13:40 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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18/04/2013
Un Romantico Poeta Canadese. Stephen Fearing - Between Hurricanes
Stephen Fearing – Between Hurricanes – LowdenProud Records 2013
Ma chi è questo cantautore? Ebbene, per chi non lo conosce, Stephen Fearing è un canadese, di Vancouver per la precisione, scoperto da Steve Berlin dei Los Lobos, ma anche noto come membro fondatore del trio canadese Blackie And The Rodeo Kings, con i due soci Tom Wilson e Colin Linden (progetto grazie al quale si è portato a casa un Juno Award, equivalente dei Grammy). La storia artistica di Fearing merita una breve introduzione: Stephen, come detto, nasce in quel di Vancouver da una mamma irlandese e da un padre inglese, si trasferisce a Dublino fino alle scuole superiori, e fra i suoi compagni di classe ci sono elementi degli U2. A diciotto anni visita gli Stati Uniti, in seguito si iscrive alla British Columbia ad Alberta, dove vive la sorella, e da li inizia una gavetta di almeno una decina d’anni, trascorsi a suonare in piccoli Clubs, diventando un ottimo chitarrista. Dopo i commenti positivi dei primi due dischi Out To Sea (88) e Blue Line (91) (purtroppo ormai introvabili) incide The Assassin’s Apprentice (93) un piccolo capolavoro, prodotto da Steve Berlin e supportato in studio da Richard Thompson e Sarah McLachlan. Seguiranno negli anni Industrial Lullaby (97), l’intermezzo acustico live di So Many Miles (2000), That’s How I Walk (2002) prodotto da Colin Linden, Yellowjacket (2006), l’immancabile raccolta The Man Who Married Music (2009) e la collaborazione con il songwriter di Belfast Andy White Fearing & White (2011), recensito da chi scrive su queste pagine. una-misteriosa-strana-coppia-fearing-and-white.html Tralascio volutamente la discografia con i Blackie And The Rodeo Kings (ottima, ma che fa parte di un’altra storia musicale).
Prodotto da John Whynot (Bruce Cockburn e Blue Rodeo fra i suoi clienti) e registrato in quel di Toronto, con Between Hurricanes Fearing, in 54 minuti di grande musica, consolida la reputazione, raccontando nelle varie canzoni la tenerezza e l’umanità dei suoi personaggi. Il lavoro si mantiene su livelli di eccellenza per tutto il suo svolgimento, ma ci sono almeno cinque canzoni decisamente sopra la media e che si fanno amare in maniera particolare, partendo dalla delicata Don’t You Wish Your Bread Was Dough (sembra di sentire il miglior Cockburn), l’intro di un pianoforte intimista in Cold Dawn (il racconto di un incidente di elicottero a Terranova), la ballata acustica Fool, una canzone sulla fragilità dei sentimenti, la folkeggiante These Golden Days, per concludere con una personale versione di un classico di Gordon Lighfoot Early Morning Rain.
Nel corso della sua carriera Stephen Fearing ha collaborato con una lunga lista di artisti tra i quali Tom Wilson e Colin Linden (suoi attuali “pards” nei BTRK), Richard Thompson e Bruce Cockburn (i suoi modelli dichiarati), Shawn Colvin e Margo Timmins (Cowboy Junkies), e, l’ultimo in ordine di tempo, Andy White, e di tutti questi personaggi (come ha dichiarato in varie interviste), ricorda il piacere di frequentarsi e scrivere canzoni insieme. Oggi Stephen, dopo aver vissuto per anni a Guelp nell’Ontario (terra ricca di castori, alci e trapper) in compagnia della poetessa Angela Hryniuk (la cui unione è stata fondamentale per l’evoluzione del musicista canadese), si è trasferito ad Halifax, si è risposato e recentemente è diventato padre. Fearing è certamente un autore di “nicchia” (ma assai stimato in patria), e questo Between Hurricanes è il risultato: un disco, che esalta le melodie folk-rock , dai testi intelligenti e mai banali, composto di umide ballate che profumano degli inverni in Canada e mette in risalto una voce splendida per dolcezza e portamento. Questo umile recensore (e spero di diffondere la conoscenza di questo artista), rende un doveroso omaggio a tutti quei songwriters che sopravvivono fuori dal mercato.
Tino Montanari
10:52 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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