Meglio Tardi Che Mai, Quando Meritano! Dori Freeman – Dori Freeman

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Dori Freeman – Dori Freeman – Free Dirt Records

Ecco un altro nome da appuntarsi per chi ama le voci femminili di qualità. Dori Freeman ha esordito con questo CD omonimo ormai all’incirca un anno fa, nel marzo del 2016, ma, come diceva Catalano, meglio parlarne tardi che non parlarne del tutto. Per cui colmiamo questa lacuna spendendo alcune parole di elogio per inquadrare il lavoro di questa cantautrice, che viene dalle colline della Virginia, dove è nata circa 25 anni, e dove attualmente risiede, in quel di Galax. Proviene da una famiglia di musicisti, sia il babbo che il nonno suonavano a livello professionale nell’ambito della grande tradizione della musica degli Appalachi: quindi country e folk music nel DNA di questa cantante, che però nel suo debutto (anche se esisterebbe un autoprodotto Porchlight del 2011, dove partecipava anche il babbo Scott), oltre a mostrare le influenze appena citate inserisce anche diversi elementi di “Americana”, grazie all’intervento come produttore di Teddy Thompson (il figlio di Richard, ma che ve lo dico a fare) e di una pattuglia di ottimi musicisti, guidati da Jon Graboff, alle chitarre e pedal steel, che conosciamo per le sue collaborazioni con Laura Cantrell, Shooter Jennings, Neal Casal, Norah Jones e una miriade di altri, il tastierista Erik Deutsch, anche lui con Jennings, Carrie Rodriguez, Erin McKeown; Alex Heargreaves, già al violino con Sarah Jarosz, è presente in un paio di brani, mentre Jeff Hill, basso e Rob Walbourne, batteria, entrambi del giro della Thompson Family, completano la formazione.

La Freeman tra le sue influenze cita anche Rufus Wainwright , oltre a Doc Watson, Iris Dement, Louvin Brothers, Linda Ronstadt: insomma dai nomi sciorinati finora si intuisce che la musica che andiamo ad ascoltare in questo CD, finanziato con l’ormai immancabile crowdfunding della Kickstarter Campaign, potrebbe riservarci delle piacevoli sorprese. Se vi piacciono Emmylou Harris (di cui riprende qualche anche inflessione vocale), Nanci Griffith, e alcuni dei nomi che ricorrono poco sopra, potreste fare un pensierino su questo disco, magari non vi cambierà la vita, ma la renderà sicuramente più piacevole. Le canzoni gravitano intorno a relazioni amorose, la fine delle stesse, il desiderio di essere indipendenti, ma anche di incontrare anime gemelle, insomma i soliti elementi che animano la buona musica tradizionale, country o folk che sia. All’inizio più folk, come nella delicata elegia di You Say, solo la voce pura e deliziosa di Dori, un basso e una chitarra acustica, molto Griffith o Emmylou nei loro momenti più intimi, e anche nella successiva Where I Stand, dove intreccia delle splendide armonie vocali con il suo produttore Teddy Thompson, in un altro cristallino brano di impianto acustico. Ma anche quando il suono si fa più corposo e entrano gli altri strumenti, per esempio nel country old fashioned e “valzerato” della incantevole Go On Lovin’, dove pedal steel, violino e piano rievocano atmosfere di una purezza senza tempo, mentre lei canta con grande trasporto.

Oppure nella corposa Tell Me, dove il suono si fa più elettrico, ma quasi con riserbo e precauzione, senza esagerare, sempre con garbo e delicatezza, in equilibrio tra antico e moderno. E ancora nella mossa Fine, Fine, Fine, che grazie alle incisive armonie di Thompson, rievoca le collaborazioni di Carlene Carter (la “figlioccia” di Johnny Cash fra pochi giorni di nuovo in pista come partner di John Mellencamp), in terra d’Albione con l’ex marito Nick Lowe e Dave Edmunds, ricordato nello splendido break chitarristico di Jon Graboff. Molto bella anche l’elettroacustica e avvolgente Any Wonder, provvista di una squisita melodia, tra Norah Jones e Natalie Merchant, e qualche tocco delle grandi cantanti pop degli anni ’60. In Ain’t Nobody si tenta anche la strada impervia ed impegnativa del canto a cappella, risolta con ingegno grazie all’accompagnamento provvisto solo dallo schioccare delle dita che rievoca lo spirito di un brano come Sixteen Tons; ancora struggente country music di stampo sixties nella adorabile Lullaby, che ricorda la Norah Jones dei Little Willies, con la twangy guitar di Graboff e il piano di Deutsch in bella evidenza. A Song For Paul, nuovamente in coppia con Teddy Thompson, rivela quell’amore per le canzoni strappalacrime dei Louvin Brothers, mentre la conclusiva Still A Child è di nuovo un tuffo nella migliore country music, con fiddle, piano e pedal steel a carezzare la garbata e classica voce della Freeman che ci riporta alla purezza della tradizione, tramandata alle nuove generazioni.

Una volta si usava il carciofo contro il logorio della vita moderna, ma volendo si può usare anche la (buona) musica.

Bruno Conti

Bob “Sinatra” Si E’ Fatto In Tre! Bob Dylan – Triplicate

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Bob Dylan – Triplicate – Columbia/Sony 3CD – 3LP

Nel corso della sua lunga carriera Bob Dylan ha sempre fatto quello che ha voluto e quando ha voluto: a volte ciò è coinciso con i gusti del pubblico e le tendenze del momento (il folk revival dei primi anni sessanta, la svolta elettrica del 1965 – Newport a parte – ed anche l’approccio country di fine decade, in un periodo nel quale tutti andavano a Nashville ad incidere), altre volte molto meno (i dischi “religiosi” del triennio 1979-81, la crisi della metà degli anni ottanta, quando Bob sembrava scegliere le canzoni da mettere sui suoi dischi tirando i dadi). Due anni fa, allorquando Dylan ha pubblicato Shadows In The Night, collezione di standard della musica americana che avevano il comune denominatore di aver fatto parte del repertorio di Frank Sinatra, tutti hanno promosso l’operazione anche con toni abbastanza entusiastici, ma già quando lo scorso anno Bob ha bissato l’operazione con Fallen Angels più di uno ha cominciato a storcere il naso, anche per il fatto che era venuto a mancare l’effetto sorpresa rispetto al primo volume. Vi lascio immaginare la reazione della critica internazionale (ed immagino anche della Columbia) alla notizia che Bob avrebbe pubblicato un altro CD di evergreen non singolo, non doppio ma addirittura triplo, dal titolo non molto fantasioso di Triplicate: infatti le reazioni sono state, per usare un eufemismo, piuttosto contrastanti, tra chi ha applaudito all’operazione definendo questo nuovo lavoro il migliore tra i tre (cosa vera, come vedremo) e chi l’ha bocciata più che altro per il timore che Dylan avesse prosciugato la vena creativa smettendo di fatto di scrivere canzoni proprie, altri ancora criticando il fatto che il nostro stia ormai facendo dischi solo per il suo piacere personale.

Tra l’altro un triplo album non è uno scherzo, a memoria non ricordo molti tripli in passato che non fossero antologie o dischi dal vivo (All Things Must Pass di George Harrison, che in realtà era un doppio con un terzo disco di jam sessions, e Sandinista! dei Clash sono, credo, i casi più celebri), ed è per questo che, a parere di molti, Triplicate sarà l’episodio conclusivo della serie: in realtà, data la durata complessiva che supera di poco l’ora e mezza, il CD poteva anche essere doppio, ma Dylan ha voluto dividerlo in tre e dare ad ognuno dei dischetti un sottotitolo, a seconda dei temi trattati dalle canzoni (‘Til The Sun Goes Down, Devil Dolls e Comin’ Home Late). E che Triplicate sia da considerare il più importante album della trilogia lo confermano anche l’elegante confezione in digipak ed il fatto che sia l’unico volume ad avere nel booklet interno un saggio descrittivo (ad opera del noto scrittore Tom Piazza); musicalmente l’album prosegue nel mood dei due precedenti, cioè con le interpretazioni molto laidback da parte del nostro, ma la produzione è migliore (ad opera di Dylan stesso, sotto il consueto pseudonimo di Jack Frost) ed in molti momenti l’accompagnamento della band è decisamente più presente, grazie anche al fatto che, a parte i soliti noti (Tony Garnier al basso, Charlie Sexton alla chitarra, Donnie Herron alla steel guitar e George Receli alla batteria), troviamo alla seconda chitarra un vero e proprio fuoriclasse come Dean Parks, uno che nel corso degli anni ha suonato praticamente con tutti, ed in molti brani vi è anche la presenza di un’ottima sezione fiati e corni guidata da James Harper.

Anche il repertorio non è così legato a Sinatra come nei due episodi precedenti: nonostante ben 29 pezzi sui 30 totali siano stati interpretati anche da Old Blue Eyes, molte di queste canzoni sono infatti maggiormente note nella versione di altri, tra cui Nat “King” Cole, Ella Fitzgerald, Judy Garland, Glenn Miller, Bing Crosby, Sarah Vaughan e Billie Holiday. Infine Bob, che canta con ottimo rigore melodico a differenza di quanto faccia solitamente dal vivo con le sue canzoni, in questo album omaggia anche brani molto più celebri di quelli presenti sui primi due volumi, veri e propri classici del calibro di Stardust, Sentimental Journey, Stormy Weather, Once Upon A Time, As Time Goes By ed altri. E Triplicate contiene diversi highlights, a partire da I Guess I’ll Have To Change My Plan, deliziosa, dal tempo jazzato, con i fiati che commentano con classe sullo sfondo e la band dal suono più presente del solito (rock sarebbe una parola grossa), o la raffinatissima Once Upon A Time, dove Bob canta benissimo, oppure la poco nota (ma bella) It Gets Lonely Early, non facile da cantare (ma il nostro se la cava egregiamente), o ancora la godibile e mossa Trade Winds, in cui la classe si tocca con mano. Splendida poi Braggin’ (unico brano mai affrontato da Sinatra, era un successo della Harry James Orchestra), dal suono ricco, ritmo sostenuto e con Dylan che dà il meglio di sé; ottima pure Imagination, nella quale la band ha più spazio del consueto, ed anche il superclassico Stardust è rifatto in maniera seria e rigorosa, anche se, per rimanere in tema di artisti contemporanei, preferisco la versione di Willie Nelson.

Alcune interpretazioni sono più di routine, come This Nearly Was Mine, ottima dal punto di vista vocale ma con la band quasi inesistente, l’umoristica There’s A Flaw In My Flue, che Bob rifà in maniera fin troppo seriosa, How Deep Is The Ocean?, con un arrangiamento eccessivamente cupo, od anche Sentimental Journey, che avrei preferito con un po’ più di brio. Poi ci sono pezzi, pochi per fortuna, che a mio parere non sono molto nelle corde di Dylan, come Stormy Weather, My One And Only Love, P.S. I Love You (che non è quella dei Beatles), o anche la pimpante Day In, Day Out, splendida dal punto di vista strumentale ma palesemente fuori dal range vocale di Bob. Una menzione a parte la merita The Best Is Yet To Come, un brano di grande importanza per Sinatra in quanto è l’ultima canzone cantata dal vivo dal grande crooner (nel 1995), nonché l’iscrizione sulla sua pietra tombale: Dylan questo lo sa, e quindi fornisce una delle interpretazioni più convincenti del triplo, “dylaneggiando” tra l’altro più del solito, ed aiutato alla grande dalla band e dai fiati. In conclusione, forse Triplicate va preso a piccole dosi, forse non è un album adatto a tutti, e forse ha perfino ragione chi vorrebbe che Dylan tornasse finalmente a fare Dylan, ma insomma avercene di dischi come questo.

Marco Verdi

Come Diceva Il Titolo Del Suo Ultimo Cofanetto, Se Ne E’ Andato Anche “L’Uomo Che Cambiò La Chitarra Per Sempre”! Il 15 Aprile E’ Morto Allan Holdsworth, Aveva 70 Anni.

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Sabato 15 Aprile a Vista, California, dove viveva dagli anni ’80, è scomparso Allan Holdsworth, uno dei più grandi chitarristi elettrici della storia, aveva 70 anni, essendo nato a Bradford In Inghilterra, il 6 Agosto del 1946: la causa della morte non è stata rivelata. Molto amato dai suoi colleghi era considerato il “chitarrista dei chitarristi”, in possesso di una tecnica mostruosa e sempre pervaso dalla voglia di sperimentare nuovi attrezzi e tecnologie: tra i primi ad usare il Synthaxe, una chitarra sintetizzatore dalle sonorità strabilianti, Holdsworth era considerato un musicista jazz-rock, se volete jazz fusion, ma aveva iniziato la sua carriera prima negli ‘igginbottoms’s Wrench, poi con i Sunship, avendo il primo segnale di fama con i Nucleus, e sfiorando la notorietà con i Tempest, una band rock progressiva fondata con Jon Hiseman Mark Clarke dei Colosseum: gruppo in cui per un brevissimo periodo suonò insieme a Ollie Halsall, altro luminare della chitarra, nei Patto. 

Allan Holdsworth poi ha suonato nei Soft Machine, nel New Tony Wiiliams Lifetime, dove forse ha rilasciato le sue prove migliori in Believe Million Dollar Legs. E ancora nei Pierre Moerlen’s Gong, con Jean-Luc Ponty, negli U.K., con Bill Bruford Jack Bruce, registrando anche dodici album solisti nella sua carriera. E anche se non lo ha riconosciuto, per beghe legali (in pratica non furono pagati), il suo primo album Velvet Darkness, insieme al secondo i.o.u. e al terzo Metal Fatigue, vengono considerati i suoi dischi migliori, oltre ad Atavachron, il primo dove iniziò a sperimentare il synthaxe. Allan Holdsworth oltre che essere un virtuoso della chitarra suonava anche il violino.

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Aveva suonato dal vivo, ancora ai primi di aprile, come testimonia la foto sopra, per promuovere l’uscita recente del box da 12 CD The Man Who Changed Guitar Forever (dove era escluso Velvet Dakness), edito dalla Manifesto Records e che riproponeva l’intera sua produzione solista, nuovamente rimasterizzata e con alcune tracce extra. Questo è il contenuto completo del box:

[CD1]
1. The Things You See
2. Where Is One
3. Checking Out
4. Letters of Marque
5. Out from Under
6. Temporary Fault
7. Shallow Sea
8. White Line

[CD2]
1. Three Sheets to the Wind
2. Road Games
3. Water on the Brain-Pt II
4. Tokyo Dream
5. Was There?
6. Material Real

[CD3]
1. Metal Fatigue
2. Home
3. Devil Take the Hindmost
4. Panic Station
5. The Un-Merry Go Round (In Loving Memory of My Father)
6. In the Mystery

[CD4]
1. Non-Brewed Condiment
2. Funnels
3. The Dominant Plague
4. Atavachron
5. Looking Glass
6. Mr. Berwell
7. All Our Yesterdays

[CD5]
1. Sand
2. Distance Vs. Desire
3. Pud Wud
4. Clown
5. The 4.15 Bradford Executive
6. Mac Man

[CD6]
1. City Nights
2. Secrets
3. 54 Duncan Terrace (Dedicated to Pat Smythe)
4. Joshua
5. Spokes
6. Maid Marion
7. Peril Premonition
8. Endomorph (Dedicated to My Parents)

[CD7]
1. 5 to 10
2. Sphere of Innocence
3. Wardenclyffe Tower
4. Dodgy Boat
5. Zarabeth
6. Against the Clock
7. Questions
8. Oneiric Moor
9. Tokyo Dream
10. The Un-Merry Go Round (Part 4)
11. The Un-Merry Go Round (Part 5)

[CD8]
1. Prelude
2. Ruhkukah
3. Low Levels, High Stakes
4. Hard Hat Area
5. Tullio
6. House of Mirrors
7. Postlude

[CD9]
1. Countdown
2. Nuages
3. How Deep Is the Ocean
4. Isotope
5. None Too Soon (Part 1)/Interlude/None Too Soon (Part II)
6. Norwegian Wood
7. Very Early
8. San Marcos
9. Inner Urge

[CD10]
1. Son Onofre
2. 274
3. The Sixteen Men of Tain
4. Above and Below
5. The Drums Were Yellow
6. Texas
7. Downside Up
8. Eidolon
9. Above and Below (Reprise)
10. Material Unreal

[CD11]
1. The Duplicate Man (Intro)
2. The Duplicate Man
3. Eeny Meeny
4. Please Hold On
5. Snow Moon
6. Curves
7. So Long
8. Bo Peep
9. Don’t You Know

[CD12]
1. Zone I
2. Proto-Cosmos
3. White Line
4. Atavachron
5. Zone II
6. Pud Wud
7. House of Mirrors
8. Non-Brewed Condiment
9. Zone III
10. Funnels

In questo sito http://www.truthinshredding.com/2017/04/allan-holdsworth-dead-at-70-one-worlds.html sono raccolti i commossi omaggi di molti dei grandi colleghi chitarristi e musicisti in genere, che hanno incrociato la sua strada o ne sono stati influenzati nel corso degli anni. Che possa riposare in pace anche lui!

Bruno Conti

Il Disco “Conclusivo” Del Gruppo Pop Californiano Per Antonomasia! Fleetwood Mac – Tango In The Night

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Fleetwood Mac – Tango In The Night – Warner CD – Deluxe 2CD – Super Deluxe 3CD/DVD/LP

Il titolo del post è in realtà provocatorio, in quanto non stiamo parlando dell’ultimo disco in assoluto dei Fleetwood Mac, ma dell’episodio conclusivo della formazione più celebrata e per certi versi migliore del gruppo (anche se ci sarebbe il primo periodo “inglese” con Peter Green, ma era in partica un’altra band), cioè quella formata dai britannici Mick Fleetwood, John McVie e Christine Perfect McVie e dagli americani Lindsay Buckingham e Stevie Nicks (dal loro reunion album Say You Will del 2003 mancava infatti la McVie). A meno di un anno di distanza dalla riedizione di Mirage http://discoclub.myblog.it/2016/10/04/piacevole-riscoperta-fleetwood-mac-mirage/ , la Warner pubblica in versione cofanetto (ma anche in doppio e singolo CD) quello che è stato il loro album più di successo dopo l’irraggiungibile Rumours, cioè Tango In The Night del 1987, anche se manca sempre, ed è incomprensibile, l’omonimo Fleetwood Mac del 1975. Tango In The Night è sempre stato un album molto discusso: da un lato molto amato dai fans e di grande successo (quindici milioni di copie vendute nel mondo), dall’altro è sempre stato, forse anche giustamente, criticato per il suo suono eccessivamente radiofonico e per il massiccio utilizzo di sintetizzatori che gli conferirono un suono decisamente anni ottanta. La cosa era stata però studiata a tavolino, in quanto il precedente Mirage era stato un parziale insuccesso, e le carriere soliste di Buckingham e Nicks non erano esattamente al top (Stevie era in forte ribasso dopo lo splendido esordio di Bella Donna http://discoclub.myblog.it/2016/12/08/ritorna-degli-album-classici-anni-80-versione-deluxe-stevie-nicks-bella-donna/ , mentre Lindsay non era mai decollato, ed i suoi Law And Order e Go Insane avevano venduto pochissimo).

Non c’era nemmeno nell’aria una particolare voglia dei Mac di fare un nuovo disco, ma un po’ per il bisogno di rilanciarsi un po’ per le pressioni della casa discografica, i cinque misero da parte i rispettivi problemi e si ritrovarono per cercare di tirare fuori qualcosa, pare utilizzando in gran parte canzoni che Lindsay aveva scritto pensando al suo prossimo solo album. L’atmosfera era però piuttosto tesa, e non aiutò il fatto che molte parti del disco vennero incise a casa di Buckingham (che produsse il lavoro insieme a Richard Dashut), con la sua fidanzata dell’epoca che girava per le stanze e la Nicks che si rifiutava di incidere le sue parti nella camera da letto dei due, comprensibilmente imbarazzata dal fatto che nel letto con Lindsay una volta ci stava lei. Il contributo di Stevie fu quindi molto limitato (solo due settimane complessive), ma nonostante tutto i cinque riuscirono a dare alle stampe un lavoro abbastanza unitario e che deliziò la Warner per la sua eccezionale commercialità, anche se scontentò un po’ i vecchi fans (ma ne fece acquisire di nuovi). Risentito oggi il disco non è neanche male: certo il suono in certi momenti suona un po’ datato, altre volte i synth esagerano, e ci sono almeno un paio di riempitivi, ma non mancano i momenti interessanti ed anche due-tre zampate di gran classe, pur non essendo certo in presenza del loro album migliore (ma la nuova rimasterizzazione ha fatto miracoli, ed il suono, già quasi perfetto allora, ha oggi una pulizia incredibile).

Il disco (che ha sempre avuto una copertina davvero magnifica) è caratterizzato da quattro singoli di grande successo, a partire da Big Love, incalzante rock song di Buckingham (nella quale in verità Lindsay si auto-ricicla un pochino), passando per due pezzi della McVie (Everywhere e Little Lies), che si dimostra l’anima pop più leggera del gruppo, due brani orecchiabili ma di limitato spessore ed eccessivamente commerciali, per finire con il migliore tra di essi, cioè Seven Wonders della Nicks, uno dei suoi brani migliori del periodo, una ballata pop-rock cantata con la solita voce carismatica e dal ritornello di grande immediatezza, alla quale mi sento di perdonare i sintetizzatori. Per il resto, Buckingham si carica come al solito sulle spalle gran parte del lavoro, a partire da Caroline, un pop-rock caratterizzato da ritmiche quasi tribali ed un arrangiamento perfetto, decisamente piacevole, per seguire con l’affascinante title track, canzone tipica del nostro (sullo stile di classici come I’m So Afraid), con soluzioni melodiche dirette ma non banali, raffinate parti di chitarra, refrain potente e grande assolo finale, probabilmente il pezzo migliore del disco; il contributo di Lindsay si completa con la solare e danzereccia Family Man, quinto singolo estratto, e la mossa You And I, Part II, forse più adatta ad un cocktail party che ad un album rock. Anche Christine è molto attiva: oltre ai due singoli citati poc’anzi abbiamo la tenue e piacevole Mystified, che a parte l’arrangiamento troppo “rotondo” è una bella canzone, e la roccata ed elettrica (e per lei atipica) Isn’t It Midnight, buona anche se forse la più “ottantiana” in assoluto nei suoni.

La Nicks come già detto è ai minimi storici, ma quel poco che presenta è valido: oltre a Seven Wonders troviamo la fluida e pimpante Welcome To The Room…Sara e la toccante ballata When I See You Again, cantata come al solito benissimo dalla bionda rockeuse. Interessante come al solito il secondo CD, che offre b-sides, versioni alternate e qualche inedito: i quattro lati B sono l’orecchiabile Down Endless Street, vivace pop song di Lindsay che poteva anche aspirare a finire sull’album (anche se soffre degli stessi difetti sonori), lo strumentale Book Of Miracles, il classico riempitivo, la bizzarra ma non disprezzabile Ricky, quasi un divertissement, e la prima parte di You And I, qui per la prima volta unita alla seconda. Le alternate takes sono cinque, tra cui una Seven Wonders già bella e meno strumentata di quella pubblicata, e Tango In The Night che sembra quasi un’altra canzone ma mantiene intatto il suo fascino (e l’assolo formidabile non manca neanche qua); quattro sono gli inediti, e mentre Special Kind Of Love e Where We Belong sono canzoni di poco conto, Juliet è un rock’n’roll improvvisato con Stevie alla voce che avrebbe meritato di più  https://www.youtube.com/watch?v=2HWJwWJ7UDA (ed infatti finirà sul disco solista della Nicks del 1989, The Other Side Of The Mirror, probabilmente il suo migliore dopo Bella Donna), e la discreta Ooh My Love, cantata ancora da Stevie. Il terzo CD, che contiene una marea di remix di brani dell’album, ve lo risparmio, mentre il DVD si limita ai cinque videoclip dei singoli ed alla versione audio 24/96 del disco. Non c’è nulla dal successivo tour in quanto subito dopo l’uscita dell’album Lindsay lascia il gruppo, e viene sostituito da ben due chitarristi, Rick Vito e Billy Burnette, due onesti mestieranti che non valgono un’unghia di Buckingham (ed infatti l’unico album di questa lineup, Behind The Mask del 1990, non lascerà traccia): motivo in più per riscoprire Tango In The Night che, pur con tutti i suoi difetti, testimonia la fine di un’epoca irripetibile da parte di uno dei gruppi più amati di sempre.

Marco Verdi

Nuovamente “Blues Delle Colline”: Questa Volta Acustico! Reed Turchi – Tallahatchie

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Reed Turchi – Tallahatchie – Appaloosa/Ird

Prosegue la saga di Reed Turchi, dopo gli album in studio e dal vivo con la sua band Turchi, il disco in duo Scrapyard (con Adriano Viterbini) e il disco solista elettrico, l’ottimo Speaking Tongues http://discoclub.myblog.it/2016/04/04/dal-boogie-blues-del-mississippi-agli-ardent-studios-memphis-reed-turchi-speaking-shadows/ , il musicista americano approda all’album acustico di blues, quindi un ritorno alle origini, al motivo per cui ha iniziato a fare musica, un disco di hill country blues, nudo e puro, solo voce, chitarra (spesso in modalità slide) e un repertorio pescato nella tradizione di alcuni grandi bluesmen classici. Per certi versi spinto a fare questo anche dalla dissoluzione della band che lo aveva accompagnato nell’ultimo tour e disco, i Caterwauls, e dalla morte della nonna, da sempre grande estimatrice della sua musica. Il CD prende il nome da quella zona dello stato del Mississippi dove si trovano le colline e scorre il fiume Tallahatchie, un luogo dove è nata la musica di R.L. Burnside, Otha Turner, Fred McDowell, ma anche la cittadina sul ponte della quale si svolgeva la storia immortalata nella famosa Ode To Billie Joe di Bobbie Gentry. La prima impressione all’ascolto ( e anche la seconda e la terza) è quella di sentire un disco di Robert Johnson, registrato in qualche stanza d’albergo negli anni ’30 dello scorso secolo, senza il fruscio delle registrazioni originali, ma con la presenza negli undici brani (quasi tutte cover rivisitate) dello stesso spirito minimale che pervadeva quella musica, crudo ed intenso. Pochi fronzoli e molta sostanza, un disco che non emoziona con la potenza di suono (che peraltro non eccitava il sottoscritto, chiamatemi un fan della seconda ora o di “riporto”) degli album elettrici, dalle sonorità volutamente distorte e cattive dei Turchi, ma con il fingerpicking o il lavoro al bottleeck di Reed Turchi qui impegnato a “minimalizzare” il suo blues.

Il disco è stato registrato a Murfreesboro nel Tennessee e contiene, come detto sopra, una serie di cover di celebri brani blues, anche se nel libretto interno sono attribuite a Reed Turchi. La traccia di apertura Let It Roll, è un pezzo, credo, di Reed, un brano che ruota attorno ad un semplice giro di chitarra, anche in modalità slide naturalmente, la voce sofferente e trattenuta,  quasi narcotica, pescata dalle radici del blues più “antico”, un leggero battito di piede a segnare il tempo e poco altro, musica che richiede attenzione e che potrebbe risultare ostica all’ascoltatore occasionale. Poor Black Mattie ha un drive più incalzante, un ritmo ondeggiante che ci riporta allo stile del suo inventore, quel Robert Lee Burnside che giustamente i musicisti di quella zona (dai North Mississippi AllStars allo stesso Reed), considerano uno dei loro maestri, uno stile ipnotico e ripetitivo, quasi ossessivo, che poco concede alla melodia; anche la successiva Like A Bird Without A Feather (che giustamente nel titolo, come usa nel blues, perde il Just iniziale dell’originale) è un altro brano di Burnside, contenuto nella colonna sonora di  Black Snake Moan, il film con Samuel L. Jackson,  e sempre per la proprietà transitiva ed incerta delle canzoni pescate dal repertorio del blues del Delta risultava essere scritta dall’attore, un secondo pezzo senza uso della slide, con poco cantato e il lavoro sottile ma efficace dell’acustica di Turchi. Per completare il primo trittico delle hill country songs di Burnside arriva anche Long Haired Doney, quasi atonale nel cantato del biondo (rosso?) Reed, che aggiunge qualche tratto percussivo all’intreccio ossessivo e ripetuto del riff della chitarra acustica, sempre per la teoria del less is more.

Una slide che parte subito per la tangente annuncia l’arrivo di Write A Few Lines, un brano dal repertorio di Mississippi Fred McDowell, una canzone dove sembra quasi di ascoltare i Led Zeppelin acustici del terzo album, per l’atmosfera sonora che rimanda ai Page/Plant più “rigorosi”, e anche loro spesso diventavano “autori” di brani altrui, la versione bianca di una musica che nasce dai neri, ma può essere suonata benissimo anche da dei signori più pallidi, come la storia ha ampiamente dimostrato. Ne sanno qualcosa quegli Stones che hanno fatto del pezzo successivo uno dei loro cavalli di battaglia, stiamo parlando di You Got To Move, altro capolavoro di McDowell, una delle canzoni che rappresenta la vera essenza di questa musica, e che Turchi nella sua versione rende ancor più spoglia dell’originale. Jumper On The Line, di nuovo di Burnside,  un ritmo più movimentato (si fa per dire), ritorna a quel hill country blues basilare e quasi sussurrato in modo religioso dal musicista di Asheville, mi sembra di sentire, con le dovute proporzioni, anche echi del lavoro fatto da John Hammond nei suoi dischi acustici, caratterizzati da un fervore quasi filologico. Ulteriori composizione di R.L. Burnside, l’ipnotica Skinny Woman , che reitera questo approccio rigoroso e minimale, quasi spoglio, della rilettura del lavoro del bluesman nero, un ascoltatore, col tempo trasformatosi in performer e pure John Henry, un brano tradizionale di dubbia attribuzione, una canzone contro la guerra che molti associano al repertorio di Lead Belly, mantiene questo approccio, di nuovo con un riff ipnotico e circolare, suonato alla slide, che poi si stempera nella conclusiva Mississippi Bollweevil, un brano degli “amici” North Mississippi Allstars, che pur spogliato dalla foga della versione elettrica, mantiene il suo approccio grintoso, grazie ancora all’uso del bottleneck insinuante di Turchi. Un disco sicuramente non “facile”, per quanto di ottima qualità e fattura.

Bruno Conti

Recensione Pasquale! Paul McCartney – Flowers In The Dirt Super Deluxe. Parte 2: Il Cofanetto.

paul mccartney flowers in the dirt super deluxepaul mccartney flowers in the dirt 2 cd

Paul McCartney – Flowers In The Dirt – Capitol/Universal 3 CD + DVD – 2 CD – 2 LP

Alla fine degli anni ottanta Paul McCartney stava cercando un rilancio di vendite e popolarità dopo un periodo complicato dal punto di vista artistico (problema comune in quel periodo per molti musicisti della golden age): l’inizio della decade non era stato neanche male, con due album di buon successo, Tug Of War e Pipes Of Peace, ed il primo dei due tra i migliori mai pubblicati dall’ex Beatle; nel 1984 ci fu però il fallimentare progetto Give My Regards To Broad Street, disco e film, che se da un lato sul supporto audio, pur proponendo poche novità (ma rileggendo alcune pagine del songbook dei Beatles), riuscì a portare a casa il risultato, dal punto di vista del lungometraggio fu un flop totale. Ed anche il successivo album Press To Play (1986) fu un insuccesso, un lavoro poco ispirato, involuto, con canzoni non “alla McCartney” e dal suono troppo anni ottanta (forse il più grande passo falso della carriera di Macca). Una parziale risalita si ebbe un anno dopo con la doppia antologia All The Best, trainata dall’ottimo singolo Once Upon A Long Ago, ma il nostro già in quel periodo stava pensando a come rilanciare la carriera, e la soluzione più giusta gli sembrò quella di cercare nuovamente un partner per la scrittura delle canzoni come ai tempi dei Fab Four: il prescelto fu Elvis Costello, con il quale già dal 1987 Paul iniziò a scrivere ed incidere a livello di demo una lunga serie di brani che avrebbero dovuto costituire l’ossatura del nuovo album (un primo assaggio della collaborazione, Back On My Feet, era andata sul lato B di Once Upon A Long Ago).

La storia andrà poi diversamente, in quanto Paul in seguito avrà dei dubbi se quella della partnership con Costello fosse la strada giusta (nonostante i media stessero pompando la cosa aldilà della sua reale importanza, arrivando persino a definire Elvis il “nuovo Lennon”) e si metterà a scrivere altri brani per conto suo: Flowers In The Dirt (che uscirà nel Giugno del 1989), pur rivelandosi uno dei migliori album di McCartney, diventa dunque un ibrido, con soltanto quattro pezzi nati dalla collaborazione con l’occhialuto songwriter londinese (altri usciranno sul successivo album di Paul, Off The Ground, e sui due dischi del periodo di Costello, Spike e Mighty Like A Rose, mentre molti resteranno inediti). Anche la scelta di rivolgersi a ben sette produttori diversi (Trevor Horn, Chris Hughes, Mitchell Froom, Neil Dorfsman, David Foster, Steve Lipson e Ross Cullum, oltre a Paul stesso e Costello nei quattro pezzi scritti insieme) solitamente è sintomo di grande confusione, ma c’è da dire che se il nostro è riuscito a confezionare un lavoro con un suono unitario e compatto,  è merito anche del fatto che in tutti i pezzi vi è la medesima house band, che accompagnerà il nostro anche nel trionfale tour che seguirà (Hamish Stuart e Robbie McIntosh alle chitarre, Chris Whitten alla batteria, Paul Wickens alle tastiere, oltre alla solita presenza più che altro simbolica della moglie Linda) ed alcuni preziosi interventi di ospiti del calibro di David Gilmour, Nicky Hopkins e Dave Mattacks.

La prima parte del disco è quasi perfetta, a partire dall’apertura di My Brave Face, delizioso ed orecchiabile pop-rock dal ritornello coinvolgente, che è anche il primo singolo e la migliore delle quattro canzoni con Costello (e la sua mano si sente, specie nel bridge); con Elvis, Paul scrive anche la ballad You Want Her Too, unico duetto tra i due, un brano intenso e con un bel botta e risposta tra la voce melodica di Macca e quella ruvida di Mr. McManus, mentre anche due brani considerati minori come la funkeggiante Rough Ride e la jazzata e raffinatissima Distractions fanno la loro bella figura. Ma le due canzoni migliori del disco sono certamente la bellissima We Got Married, un gran bel pezzo che parte come un folk-rock ed assume tonalità quasi prog (all’acqua di rose, stiamo sempre parlando di McCartney), con due splendidi assoli floydiani di Gilmour  , e la cristallina Put It There, eccellente ballata acustica che, grazie anche all’arrangiamento ad opera di George Martin, rimanda direttamente al suono del White Album. La seconda parte (il vecchio lato B) parte benissimo con la roccata Figure Of Eight e la squisita pop song This One (altro singolo di successo), ma cala un po’ alla distanza: le altre due canzoni scritte con Costello, Don’t Be Careless Love e That Day Is Done, sono due ballate abbastanza normali per Paul, ed il pur gradevole reggae ecologista-pacifista How Many People, dedicato al sindacalista brasiliano Chico Mendes, ha un testo da terza elementare. Pollice verso invece per i due brani finali, la pesantissima Motor Of Love, lunga e noiosa ballata in più gravata da un arrangiamento gonfio, e la danzereccia Ou Est le Soleil, una mezza porcheria elettronica senza senso.

Oggi gli archivi di Paul si occupano proprio di questo disco, e l’edizione Super Deluxe è come al solito splendida dal punto di vista visivo, con ben quattro libri inclusi, pieni di testi, note, foto e curiosità varie, un DVD con i videoclip dei singoli estratti dall’album, un documentario inedito ed un altro, Put It There, uscito all’epoca e tre CD (dei quali il primo è il disco originale rimasterizzato) decisamente interessanti, anche se pure questa volta non sono mancate le polemiche. Intanto è strano che, dato che all’epoca Paul aveva deciso di fare una parziale retromarcia per quanto riguardava i pezzi con Costello, tutti e due i bonus CD sono incentrati sui demo incisi con lui, che se da un lato offrono una visione diversa (ed alcuni brani totalmente inediti), dall’altro mancano di documentare le versioni alternative dei pezzi scritti dal solo Paul (e lo spazio ci sarebbe stato, dato che i due dischetti durano mezz’oretta l’uno). La tracklist tra l’altro, nove brani a disco, è la stessa (e nello stesso ordine), con i soli Paul ed Elvis alle prese con i demo del 1987 sul secondo CD (dove si accompagnano con chitarre acustiche e pianoforte) e le versioni iniziali full band del 1988 sul terzo (ma sempre con Elvis in session), con anche diversi pezzi che poi non avrebbero trovato spazio sull’album. Se The Lovers That Never Were in versione duo ha chiaramente bisogno di essere rifinita (ed infatti sul dischetto “elettrico” risulta molto meglio), Tommy’s Coming Home è bellissima così com’è, due voci, due chitarre e melodia fresca e beatlesiana; Twenty Fine Fingers è un gradevole rockabilly alla Buddy Holly (irresistibile la versione full band) che poteva stare tranquillamente sul disco originale, mentre la deliziosa So Like Candy è davvero figlia dei Fab Four (ma la mano di Costello è evidente, tanto che la inciderà da solo e la metterà su Mighty Like A Rose).

I due CD proseguono con le quattro canzoni poi finite sull’album (e My Brave Face si conferma la migliore del lotto) e si concludono con la frenetica Playboy To A Man, meglio nella versione elettrica. La cosa che però ha mandato più in bestia i fans è la decisione, pare di Paul stesso, di includere altri brani, tra cui tre demo aggiuntivi e tutti i lati B dei singoli dell’epoca, soltanto come download digitale, scelta assurda considerando il fatto che lo spazio sui bonus CD non mancava e, soprattutto, che è senza senso spendere una cifra vicina ai 150 Euro per poi doversi anche scaricare dei pezzi. In ogni caso, anche il contenuto della parte download è interessante, con alcune B-sides accattivanti come la già citata Back On My Feet, l’incalzante e vigorosa Flying To My Home (che avrebbe dovuto assolutamente finire sul disco) e la vibrante ballata pianistica Loveliest Thing. Vi risparmio i vari remix della già brutta Ou Est Le Soleil, ed anche il raro singolo per i DJ Party Party, ma vorrei citare i tre pezzi finali, tratti da una cassetta demo ancora di McCartney e Costello, con le discrete I Don’t Want To Confess e Mistress And Maid e la splendida Shallow Grave, un vero peccato che sia rimasta nei cassetti. (*NDB Che uscirà il 21 aprile per il Record Store Day, proprio in formato musicassetta)!  A monte di tutti i possibili difetti (e quello del “download only content” è a mio parere imperdonabile), una delle migliori ristampe della serie, che avrà il merito di fare felici non solo i fans di Macca ma anche quelli di Elvis Costello.

Marco Verdi

Paul McCartney – Flowers In The Dirt Super Deluxe. Parte 1: Riassunto Delle Puntate Precedenti.

paul mccartney flowers in the dirt super deluxe

E’ da poco uscito l’ultimo volume degli archivi di Paul McCartney, l’attesa reissue del suo ottimo album del 1989 Flowers In The Dirt (rimandata di diversi mesi a causa del nuovo contratto firmato da Paul con la Capitol): siccome in passato il blog non si era mai occupato delle uscite di questa serie, ne approfitto per fare un piccolo punto della situazione riepilogando, spero brevemente, i volumi precedenti. La serie, iniziata nel 2010 come Paul McCartney Archive Collection, si pone come obiettivo la pubblicazione (in ordine non cronologico) di tutta la discografia dell’ex Beatle in versioni rimasterizzate singole, doppie e sotto forma di cofanetti che sono tra i migliori in circolazione in fatto di qualità e contenuti fotografici e testuali, ma con qualche riserva dal punto di vista musicale (ed è di queste edizioni Super Deluxe che vado a parlare). Infatti, se dal punto di vista dei manufatti non si può dire nulla (ogni cofanetto è corredato da diversi libri ricchissimi di testi, interviste, curiosità, foto inedite e note d’archivio), da quello dei contenuti musicali c’è sempre stata qualche perplessità, più o meno leggera a seconda del disco in questione, come se Macca abbia soltanto socchiuso la porta dei suoi archivi, tenendosi diverse altre cose per eventuali utilizzi futuri (anche se mi sento di promuovere l’operazione, seppur con alti e bassi, a differenza di quella dei Led Zeppelin che nelle edizioni di lusso offriva libri splendidi ma neppure una nota musicale in più rispetto alle versioni doppie, già di loro abbastanza avare di chicche). Ma ecco una disamina veloce delle uscite precedenti, per la quale ho seguito l’ordine cronologico dei dischi originali e non quello delle ristampe.

mc cartney mccartney 1970

McCartney (1970) – 2CD/DVD – il primo album di Paul è una serie di canzoni brevi, bozzetti cantati e strumentali ed idee inespresse che all’epoca suscitò diverse critiche per la sua eccessiva semplicità, ma che contiene alcune ottime cose come Every Night, Junk e Man We Was Lonely ed un classico assoluto nella strepitosa Maybe I’m Amazed, ancora oggi una delle prestazioni vocali migliori del nostro. Il secondo CD offre alcune outtakes, la più interessante delle quali è l’inedita Suicide (offerta all’epoca da Paul a Frank Sinatra ma rifiutata, pare con sdegno, da The Voice), una Maybe I’m Amazed dal vivo nel 1974 ed altri tre brani del disco in versione live coi Wings nel 1979. Il DVD contiene un documentario, due pezzi dal vivo sempre nel 1979 (per il famoso Concert For Kampuchea) ed altri due tratti dall’Unplugged del 1991.

paul mccartney ram deluxe

Ram (1971) – 4CD/DVD – edizione sontuosa, una delle migliori della serie, per un album all’epoca criticatissimo ma col tempo rivalutato come un gioiellino pop, tra canzoni leggerine ma divertenti (Uncle Albert/Admiral Halsey), delizie acustiche (Heart Of The Country), travolgenti rock’n’roll (Smile Away e Monkbery Moon Delight) ed un autentico capolavoro minore come The Back Seat Of My Car. Il secondo CD propone outtakes interessanti ma non indispensabili, oltre al singolo dell’epoca Another Day, il terzo la versione mono dell’album, mentre nel quarto troviamo la rarissima rilettura orchestrale pubblicata da Paul nel 1977 con lo pseudonimo di Percy “Thrills” Thrillington (non disprezzabile). Nel DVD qualche filmato d’epoca ed un paio di videoclips.

paul mccartney band on the run

Band On The Run (1973) – 3CD/DVD – il miglior album di sempre di Paul è anche stata la prima uscita di questa serie di ristampe. Registrato nonostante varie peripezie e con una formazione dei Wings ridotta a tre elementi (Paul, Denny Laine e Linda), l’album contiene una serie di classici assoluti da parte di un Paul ispirato come poche altre volte (la spettacolare title track, la lennoniana Let Me Roll It, Jet, la trascinante 1985, Mrs. Vanderbilt), per un album che anche chi non ha mai amato alla follia il nostro dovrebbe avere: il secondo CD contiene il singolo Helen Wheels (all’epoca incluso nella versione americana del disco) e diverse interessanti riprese dal vivo di brani dell’album (ma anche qualche inedito) per lo special televisivo del 1974 One Hand Clapping, mentre il terzo dischetto, meno interessante, presenta un documentario audio. Molto bello invece il DVD, che contiene quasi la performance completa di One Hand Clapping, con riletture anche di classici all’epoca recenti come My Love e Live And Let Die.

paul mccartney venus and mars

Venus And Mars (1975) – 2CD/DVD – un disco volutamente radiofonico, creato per lanciare il tour mondiale degli Wings, ma anche uno dei lavori più piacevoli di McCartney, dall’intro Venus And Mars/Rock Show, perfetto per aprire i futuri concerti, all’ottima rock song Letting Go, al divertissement anni trenta You Gave Me The Answer, fino al singolo Listen To What The Man Said, una deliziosa pop song che profuma di New Orleans (mentre gli spazi lasciati agli altri membri del gruppo sono nettamente inferiori, a conferma che nelle rock band con un leader la democrazia raramente porta risultati validi). Il secondo CD include diverse canzoni uscite all’epoca solo su singolo, tra cui le belle Junior’s Farm e Sally G, ed alcuni home demos, mentre nel DVD troviamo i soliti filmati non indispensabili.

wings at the speed of sound

At The Speed Of Sound (1976) – 2CD/DVD – album messo sul mercato per capitalizzare al massimo il grande successo della tournée in corso, si tratta di un disco piuttosto debole e con troppo spazio lasciato agli altri membri degli Wings (compresa Linda, che partecipa con una risibile Cook Of The House). Paul contribuisce con due singoli di grande successo (Silly Love Songs e Let ‘em In), che però il sottoscritto non ha mai digerito molto: meglio la roccata Beware My Love, che è anche l’unico episodio interessante dell’esageratamente corto bonus CD (21 minuti!), in quanto in una versione alternata con John Bonham alla batteria. Fino ad oggi la più deludente delle Deluxe Editions.

wings over america

Wings Over America (1976) – 3CD/DVD – splendida versione dal punto di vista dei libri inclusi nel cofanetto, ma meno interessante per la parte audio: i primi due CD ripropongono l’album originale, un live potente anche se un po’ tronfio (nel quale comunque Paul inizia a sdoganare qualche pezzo dei Beatles), mentre il terzo contiene soltanto otto canzoni tratte dal concerto al Cow Palace di San Francisco, un po’ poco. Bello invece il documentario sul DVD, Wings Over The World, di 75 minuti, però si poteva anche includere il famoso film Rock Show uscito all’epoca (pubblicato invece a parte).

McCartney II (1980) – 3CD/DVD – sciolti gli Wings, Paul torna alla dimensione casalinga come nell’esordio solista di dieci anni prima, ma stavolta sperimentando soluzioni elettroniche di vario tipo: se la danzereccia Coming Up e la bizzarra Temporary Secretary si possono anche salvare, altri episodi come Frozen Jap e Bogey Music suonano pretenziosi e datati. Il meglio Paul lo dà con le rare ballate acustiche, Waterfalls e One Of These Days. L’unica parte interessante dei due bonus CD è la versione dal vivo di Coming Up (che negli USA uscì come singolo al posto di quella in studio), mentre per il resto troviamo altri esperimenti fini a loro stessi, le full length versions dei brani dell’album (inutili), e l’irritante singolo stagionale Wonderful Christmastime. In definitiva, un disco con il quale il tempo non è stato generoso.

paul mccartney tug of war

Tug Of War (1982) – 2CD/DVD – per chi scrive, il miglior disco di Paul dopo Band On The Run, un album ispirato, potente, creativo, con un McCartney in forma smagliante e splendide canzoni come l’emozionante title track, l’irresistibile Take It Away, la toccante Here Today (dedicata a John Lennon), la bellissima Wanderlust ed il trascinante rock’n’roll Ballroom Dancing (mentre il singolo Ebony And Ivory, in duetto con Stevie Wonder, risulta piuttosto stucchevole). Il secondo CD è interessante anche se piuttosto corto (come tutti quelli della serie peraltro), con all’interno due b-sides, qualche demo ed una versione di Ebony And Ivory con il solo Paul. Nel DVD, i vari vidoclips ed alcuni filmati sparsi.

paul mccartney pipes of peace

Pipes Of Peace (1983) – 2CD/DVD – seguito del disco precedente (anch’esso prodotto da George Martin) ed inciso nelle stesse sessions, soffre però di una netta inferiorità rispetto al predecessore, come se tutto il meglio fosse stato messo su Tug Of War. Si salvano la discreta title track, la melodica The Other Me ed il raffinato pop-errebi So Bad, mentre il duetto con Michael Jackson Say Say Say è buono solo per le classifiche. Nel secondo CD, oltre a qualche non indispensabile demo ed al remix 2015 del brano con Jackson, troviamo la rara e non disprezzabile Twice In A Lifetime, tratta dalla colonna sonora di un film del 1985 con lo stesso titolo.

Marco Verdi

Torna Il “Cantautore Operaio” Dalla Voce Baritonale! Sean Rowe – New Lore

sean rowe new lore

Sean Rowe – New Lore – Three Rivers Records /Anti – Self

Il nome di Sean Rowe, per una cerchia ristretta di conoscitori (e i lettori di questo blog sono compresi) è sicuramente sinonimo di garanzia, e questo suo quarto lavoro, dopo ill disco Magic (in tutti i sensi) del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/01/21/con-un-leggero-anticipo-o-in-clamoroso-ritardo-comunque-un-g/ , il successivo bellissimo The Salesman & The Shark (12), passando per le atmosfere soul e blues del penultimo Madman (14) http://discoclub.myblog.it/2014/09/26/il-difficile-terzo-album-barbuto-indie-rocker-gran-talento-sean-rowe-madman/ , conferma il barbuto Sean un cantautore atipico nel nuovo panorama musicale americano. Come al solito (e sempre più frequentemente accade), anche questo New Lore vede la luce attraverso la raccolta fondi “Kickstarter”, e il fatto che il disco, sotto la valida produzione di Matt Ross-Spang (vincitore di un “Grammy” con Jason Isbell) sia stato registrato nei mitici e leggendari Sun Studios di Memphis, mi fa pensare che la sottoscrizione sia andata benissimo.

Con le pareti piene di ricordi di Elvis Presley, Johnny Cash, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis, e di tanti altri che volutamente evito di citare, Sean Rowe, voce, armonica e fisarmonica, si avvale come al solito di validi musicisti tra cui Ken Coomer alla batteria e percussioni, Richard Ford alla pedal steel, David Cousar alle chitarre elettriche, Dave Smith al basso, Rick Steff alle tastiere e piano, senza dimenticare la forte presenza di una sezione d’archi composta dal cello di Elen Wroten, dal violino di Gaylon Patterson e dalla viola di Neal Shaffer, il tutto “ingentilito” ai cori dalle voci di Reba Russell, e della bravissima Susan Marshall (mitica cantante dei Mother Station).

La voce è quella solita, pastosa e baritonale, e l’iniziale Gas Station Rose e la sua perfetta fusione tra chitarra acustica e pianoforte è una buona partenza, cui fanno seguito i cori e il violino di una intrigante The Salmon, una ballata pianistica come Promise Of You (dai cori leggermente gospel), e il doloroso lamento di I’ll Follow Your Trail, sugli scarni arpeggi di una chitarra acustica. Il flusso di emozioni che si respira nelle canzoni di Rowe, si manifesta nel songwriting di una ispirata The Wine,  per poi passare al soul-blues con coretti di Newton’s Cradle  (uno dei brani meno riusciti del disco), mentre le cose vanno decisamente meglio con una ballata alla Van Morrison (anche nel lungo titolo) come I Can’t  Make A Living From Holding You, e con i toni sofferti e romantici di un’altra “kilometrica” It’s Not Hard To Say Goodbye Sometimes. La parte finale è affidata al blues scarno e polveroso di You Keep Coming Alive, e all’armonica che accompagna le note acustiche di una dolente The Very First Snow, degna conclusione di un lavoro che racconta storie di solitudine e speranza.

Questo barbuto e corpulento signore probabilmente non sarebbe fuori luogo ad un raduno della mitica  Harley-Davidson, è un comunque un cantautore, a parere di  chi scrive, che sembra condensare tutti i grandi nomi della tradizione  dei “songwriters” classici americani, merito certamente della sua voce assolutamente unica (tra le la più calde dell’attuale cantautorato americano), ma anche del suo tocco chitarristico esclusivamente in stile “picking”, con una scrittura mai banale che dispensa canzoni dolci e disperate, che narrano di storie vere e di passioni, cantate tra bottiglie di Jack Daniel’s ormai vuote. In conclusione, se il valore di un artista viene giudicato esclusivamente sulla base del successo commerciale ottenuto, il buon Sean avrebbe dovuto cambiare mestiere da tempo, ma chi crede nella musica che proviene dal cuore e dal profondo dell’anima, in questo ultimo New Lore (anche se non raggiunge i livelli dei primi due dischi), e in Sean Rowe, può trovare un’artista genuino e coerente, che potrà riservare piacevoli sorprese anche in futuro.

NDT: Leggo in questi giorni recensioni abbastanza contrastanti su questo disco, ma per chi ancora non lo conosce, rimane assolutamente da scoprire, magari partendo dai citati primi album.!

Tino Montanari

L’Ultima Colta Fatica Di Un “Cantautore Del Blues”! Eric Bibb – Migration Blues

eric bibb migration blues

Eric Bibb – Migration Blues – DixieFrog/Ird

Eric Bibb non è un “semplice” cantante e chitarrista blues, è un cantautore del blues, uno che ha sempre dato importanza alla tradizione (per esempio con il recente Lead Belly’s Gold, realizzato in coppia con JJ Milteau http://discoclub.myblog.it/2015/10/11/vecchio-oro-zecchino-nuovi-minerali-blues-meno-pregiati-sempre-preziosi-eric-bibb-and-jj-milteau-lead-bellys-gold-live-at-the-the-sunset-more/ ), ma nella sua musica hanno altresì trovato posto le tematiche dei perdenti, degli sfruttati, dei poveri del mondo, e quindi era quasi inevitabile che prima o poi realizzasse un intero disco dedicato ai cosiddetti “rifugiati”, i migranti: le popolazioni che in giro per il mondo fuggono da guerre, carestie, fame, povertà, alla ricerca di un mondo migliore, spesso trovando la morte in questo tentativo. Ovviamente questa è solo una recensione e non un trattato sociologico e quindi non può entrare a fondo nell’argomento, che lascio a persone più preparate di me (spero) per sviscerarlo, ma mi sembrava giusto ricordarlo, visto che è l’assunto da cui parte questo album. Che nel suo ricco librettino, scritto in tre lingue, inglese, francese e tedesco, viene anche trattato con dovizia di particolari sulle canzoni contenute nel CD, e si apre con una dotta citazione dall’opera di Cicerone, che nel 46 prima di Cristo già diceva: “Essere ignoranti di quanto è avvenuto prima della tua nascita vuol dire rimanere sempre un bambino. Per questo quanto vale la vita umana, a meno che non sia intessuta nella vita dei nostri antenati dai ricordi della storia” (libera traduzione del sottoscritto).

Ma veniamo ai contenuti del disco: a fianco di Bibb, per questa nuova avventura, oltre al fido JJ Milteau all’armonica, questa volta troviamo l’eccellente musicista canadese (ma nato a South Bend, Indiana) Michael Jerome Browne, vincitore di vari premi in Canada e negli States (con nove album al suo attivo, quasi tutti per l’etichetta Borealis, e che vi consiglio di esplorare), nonché virtuoso (come Eric) di vari strumenti a corda, chitarre, soprattutto slide, banjo e mandolino, ma anche violino. Quindi un disco dalle sonorità scarne, quasi sempre acustiche, come è d’altronde caratteristica dei dischi di Eric Bibb, vedi anche il recente The Happiest Man In The World, dove oltre a Browne, c’era il grande Danny Thompson al contrabbasso. Si diceva del fatto che il nostro è un “cantautore” del blues e quindi è quasi ovvio che l’album contenga quasi tutte composizioni originali dello stesso Bibb, che comunque si lascia aiutare anche dai suoi compagni di avventura come autori, e sceglie un paio di cover d’autore che vediamo tra un attimo. L’album si apre con l’intensa (ma lo sono tutte le canzoni contenute in questo Migration Blues) Refugee Moan, con la splendida ed espressiva voce di Bibb, sostenuta dalla propria baritone guitar, dal fretless banjo di Browne e dall’armonica di Milteau, per una cruda narrazione del viaggio verso la Promised Land. Il secondo brano Delta Getaway, rievoca i ricordi dei vecchi del Mississippi sui loro pericolosi viaggi appunto dal Mississippi a Chicago, un brano dove si gusta la splendida resophonic slide di Browne e l’intervento della batteria di Olle Linder che aggiunge ritmo ad uno dei brani più “elettrici” di questa raccolta.

Diego’s Blues racconta il viaggio, negli anni ’20 del secolo scorso, di un inventato emigrante messicano verso il Delta del Mississippi per sostituire gli Afroamericani che stavano abbandonando le piantagioni, un eccellente folk-blues, solo la voce di Eric e la 12 corde di Browne, splendido. Prayin’ For Shore affronta l’argomento dei viaggi della speranza in barca nel Mediterraneo a noi tristemente noti, una canzone complessa, con la voce di supporto di Big Daddy Wilson, e la 12 corde amplificata di Jerome e l’armonica di Milteau che affiancano la sempre splendida voce di Bibb, per un brano dall’atmosfera sospesa ed intensa. Migration Blues è uno strumentale intricato, dove Bibb e Browne si sfidano con le loro 12 corde in modalità bottleneck.. Four Years, No Rain, scritta sempre per l’occasione da M.J. Browne, affronta il tema della carestia in un altro blues minimale e scarno, mentre We Had To Move racconta in una canzone la storia romanzata della famiglia di James Brown, un brano mosso e variegato, dove si apprezza il virtuosismo di Bibb al banjo. La prima cover è una magnifica rilettura di Master Of War di Bob Dylan, con la voce evocativa di Eric, sostenuta dal “minaccioso” fretless gourd banjo, che ricrea l’ambiente di uno dei capolavori dylaniani. Ancora le due chitarre duettanti di Bibb e Browne, per una sognante e delicata Brotherly Love e poi spazio per l’omaggio al cajun degli emigrati canadesi spinti verso la Louisiana, nello strumentale di MJ Browne La Vie Est Comme Un Oignon, per violino e armonica. With A Dolla’ In My Pocket è un country-blues elettrificato di nuovo di grande intensità, seguito da un altro dei monumenti della canzone americana come This Land Is Your Land di Woody Guthrie, che credo non abbia bisogno di presentazioni, bella versione. Una breve Booker’s Blues un vorticoso strumentale suonato sulla National di Booker White, e siamo al finale, Blacktop, un altro intenso blues di Browne, che questa volta la canta anche, con Bibb e Mornin’ Train, un tradizionale arrangiato da Eric Bibb, con la seconda voce della moglie Ulrika, brano che conclude a tempo di gospel/spiritual questo ottimo album del musicista di New York.

Bruno Conti

Continuano I Lutti Nel Mondo Della Musica: Ci Ha Lasciato Anche J. Geils!

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Non vorrei diventare una sorta di compilatore compulsivo di necrologi o peggio ancora un “becchino” (con tutto il rispetto per il mestiere) della musica rock in senso lato, ma ultimamente i musicisti se ne stanno andando ad un ritmo veramente serrato: forse anche perché tutti si avvicinano a quell’età in cui gli eccessi della gioventù arrivano per chiedere il conto del passato. Qualcuno muore perché era arrivato il suo momento, penso a Chuck Berry, ultranovantenne, ma anche al recentemente scomparso Lonnie Brooks, uno degli ultimi “grandi vecchi” del Blues, che è morto il 1° di aprile scorso alla rispettabile età di 83 anni, uno dei migliori chitarristi e cantanti della scena del blues urbano di Chicago e di cui non vi avevo segnalato la morte, ma lo faccio ora, perché mi sembra comunque giusto ricordarlo. L’altro ieri, il aprile, è stato trovato morto nella sua casa di Groton, nel Massachusetts, dove si era trasferito a vivere, anche  John Warren “J.” Geils Jr., in arte J. Geils, nativo di New York City, ma con una carriera musicale svolta soprattutto a Boston e dintorni, con la band da lui formata, la mitica J. Geils Band, blues-rock sopraffino, spesso definiti i Rolling Stones americani, ancor più dei Toxic Twins”, ovvero gli Aerosmith.

Probabilmente anche per J. Geils, che aveva 71 anni, le cause della morte, per quanto comunicate ufficialmente dalla polizia di Groton, che lo ho trovato morto, come “cause naturali”, non possono prescindere dal fatto che per lui si parlava da tempo anche di problemi di alcolismo, e i suoi compagni non lo avevano voluto all’ultima reunion della band nel 2012, cosa per cui Geils aveva avviato una pratica legale contro i vecchi soci, anche se poi Peter Wolf sul suo facebook così lo ricordato “Thinking of all the times we kicked it high and rocked down the house! R.I.P. Jay Geils.”. Mi associo e per ricordare ulteriormente il grande musicista americano al link successivo trovate la mia recensione dello splendido CD/DVD uscito postumo un paio di anni fa e quindi leggerete altre notizie su questa splendida band, mentre J. Geils negli ultimi anni, almeno fino al 2009, si era dedicato soprattutto ad album di jazz, piacevoli, ma francamente solo surrogati e pallide imitazioni (a parte forse quelli con Robillard) dello splendido blues-rocker, a  livello tecnico ma anche a livello scenografico, con chitarre a forma di freccia e a doppio manico,  che era stato in passato, http://discoclub.myblog.it/2015/04/10/gli-stones-americani-degli-anni-70-j-geils-band-house-party-live-germany/.

Bruno Conti