Supplemento Della Domenica: Se Quattro Ore (Abbondanti) Di Rock’n’Roll Vi Sembrano Poche… Bruce Springsteen & The E Street Band – Olympiastadion, Helsinki, July 31st 2012

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Olympiastadion, Helsinki, July 31st 2012 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 4CD – Download

Ultimamente le uscite degli archivi live di Bruce Springsteen si sono concentrate soprattutto sugli anni più recenti, lasciando da parte lo scopo iniziale della serie di documentare i concerti storici (anche se in ognuna di queste uscite c’è un fatto importante, tipo la serata di Buffalo nel 2009 che era l’ultimo concerto con Clarence Clemons in formazione): mentre scrivo queste righe è già disponibile il nuovo volume, di cui tratterò prossimamente, che documenta uno show allo Spectrum di Philadelphia nel 2009, l’ultimo concerto prima della demolizione della storica venue (ma il sito sul quale si possono acquistare questi concerti promette che con la successiva uscita si tornerà indietro nel tempo, vedremo…). La particolarità di questo show all’Olympiastadion di Helsinki è che, oltre a concludere la tournée europea seguita alla pubblicazione di Wrecking Ball, con le sue quattro ore e sei minuti di durata complessiva è ad oggi il concerto più lungo del Boss (ed infatti è il primo della serie ad uscire su quattro CD). Ma, lunghezza e considerazioni sull’opportunità di pubblicare un altro concerto recente a parte, siamo di fronte ad una delle uscite migliori della serie, in quanto in quella serata Bruce ed i suoi compagni di viaggio sono in forma strepitosa, forse ancora di più del solito (io li avevo visti a San Siro il 7 Giugno di quell’anno e già allora erano stati indimenticabili, tra l’altro sfiorando anche lì le quattro ore), e diederp veramente tutti loro stessi in una serata all’insegna del miglior rock’n’roll che si possa trovare in circolazione (Tom Petty e Rolling Stones permettendo).

Uno spettacolo che sarebbe stato sconsigliabile perdersi (e peccato che questi live non escano anche in video): inizio roboante con Rockin’ All Over The World di John Fogerty, con Bruce e la band che hanno subito tutto il pubblico in pugno, brano seguito a ruota da una sequenza micidiale formata da Night, un classico da Born To Run che però non viene eseguito sempre, Out In The Street, la rara Loose Ends, Prove It All Night, introdotta da un assolo torcibudella di Little Steven, e l’allora nuova We Take Care Of Our Own, più trascinante dal vivo che in studio. Il concerto fu la solita grande festa rock’n’roll, con classici acclarati (bellissime versioni di My City Of Ruins, torrenziale soul-rock di altissimo livello, una tonicissima Downbound Train, una Because The Night al solito strepitoso showcase per l’abilità chitarristica di Nils Lofgren, ed una sempre emozionante The Rising).

Ottime renditions di brani presi da Wrecking Ball (tra le quali spiccano le trascinanti Death To My Hometown e Shackled And Drawn ed una toccante Jack Of All Trades, con un grande Roy Bittan), e rarità varie come le preistoriche Does This Bus Stop At 82nd Street? e Be True, l’intensa Back In Your Arms (dalla raccolta di outtakes Tracks) ed un torrido medley tra Light Of Day ed il classico di Wilson Pickett Land Of 1000 Dances. Nei soliti lunghissimi bis (che occupano tutto il quarto CD ed il 70% del terzo), oltre alle presenze più o meno fisse di Born In The U.S.A., Born To Run, Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze-Out (ma manca Thunder Road), c’è posto per il sempre formidabile Detroit Medley e, nel finale, una commovente rilettura di I Don’t Want To Go Home di Southside Johnny (in duetto con Little Steven, che poi è colui che l’ha scritta) ed un’infuocata (Your Love Keeps Me Lifting) Higher And Higher di Jackie Wilson (nella quale per l’occasione suona la chitarra perfino lo storico manager del Boss, Jon Landau), oltre al consueto e travolgente happy ending di Twist & Shout.       Più di quattro ore di grandissimo rock’n’roll: il pubblico finlandese è steso per terra, e anch’io ho bisogno di un integratore vitaminico.

Marco Verdi

Un Incontro Storico Con Uno Degli “Inventori”. Big Joe Williams – Southside Blues

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Big Joe Williams – Southside Blues – RockBeat Records

Detto che al primo ascolto avevo molti dubbi su questo album (dubbi che per alcuni aspetti minori, relativi alle registrazioni, rimangono), mi corre l’obbligo di dire che invece questo è un gran disco di blues. Al di là delle solite provenienze fantasiose del materiale di questo Live della Rockbeat, peraltro già uscito nel 1993 per la Pilz come Blues From The Southside, e con in copertina una foto di Joe Williams, il cantante della big band di Count Basie (sic), e non Big Joe Williams, e anche se il concerto dura solo 29 minuti per dodici brani, il bluesman del Mississippi (tutti da lì sembra vengano i grandi), uno dei padri del blues, nel 1963 aveva ancora una voce della Madonna, il tipico vocione da bluesman, profondo e risonante, una delle prime influenze sul giovane Muddy Waters, che a 15 anni, negli anni ’30 suonava l’armonica con lui. E’ stato anche uno dei primi ad incidere Baby Please Don’t Go (poi si sa che questi brani classici hanno sempre una dubbia attribuzione, vagano, come dire, nell’etere), e come tanti è stato (ri)scoperto agli inizi degli anni ’60 in quel di Chicago, quando le 12 battute sono ritornate in auge nella capitale dell’Illinois, la Windy City, grazie anche all’opera meritoria di alcuni giovani musicisti bianchi, innamorati di questa musica: uno in particolare, Mike Bloomfield, organizzava delle serate al Fickle Pickle, un locale di Chicago dove passavano spesso dei grandi nomi.

Bloomfield addirittura ha scritto anche un libretto intitolato “Me And Big Joe”, dove raccontava del suo rapporto contrastato con Williams e le bizzarrie di questo signore,che vengono narrate anche da altri suoi colleghi musicisti. Le note del CD riportano che nel disco, oltre a Big Joe Williams, suonano anche Mike Bloomfield, Sunnyland Slim, Horace Cathcart e Washboard Sam (indovinate a quale strumento?); su Bloomfield potrei concordare perché spesso c’è un chitarrista che si inerpica su intricate scale con la acustica e lo stesso Big Joe ogni tanto incita “Mike”, ma per il resto potrebbero essere Mago Zurlì e Topo Gigio per quello che si intuisce, e data l’autorevolezza abituale di questo tipo di note, spesso fantasiose. Comunque, come detto all’inizio, si sente un signore, all’epoca di 60 anni, ma ancora con un gran voce, che accompagnandosi con la sua tipica chitarra a nove corde, canta il Blues del Delta come pochi altri, prima e dopo di lui, hanno saputo fare. Oltre a tutto la qualità della registrazione è anche piuttosto buona per un disco dal vivo degli inizi anni ’60, si sente il pubblico applaudire alla fine dei brani, quindi è davvero Live, anche se non forse non in tutti i pezzi, quindi qualche dubbio rimane, ma forse no, sono troppo sospettoso io: comunque Nobody Knows You When You’re Down And Out, con le pennate vigorose di Williams e le divagazioni di Bloomfeld, qualche colpo secco del contrabbasso e la voce primigenia di Big Joe carica di una intensità senza tempo, è una delle versioni di riferimento di questo pezzo.

Baby Please Don’t Go dura meno di due minuti ma cazzarola se canta questo uomo, poche parole che valgono più di mille trattati e anche Sinking Blues a livelli di intensità non scherza, uno slow di quelli più “neri del nero”con accelerazione finale! Put On Your Nitecap Baby non è famosissimo come brano, ma è uno dei suoi cavalli di battaglia e il pathos interpretativo si taglia col coltello, mentre Bloomfield, se è lui, a 20 anni scarsi era già letale alla chitarra, come dimostra anche nella successiva Bye Bye Baby Blues, incitato sempre dallo scatenato Big Joe, che in tutti questi brani rivaleggia come potenza vocale con gente come Howlin’ Wolf o John Lee Hooker, che comunque erano dei suoi discepoli. Don’t Want No Big Fat Woman è “cattiva” come poche, sempre in questo ambito acustico ma dalla “elettricità” intrinseca, come pure nella successiva e “sospesa” Ride In My New Car With Me Blues o anche nella ondeggiante Going Away Won’t Be Back Till Fall. Sloppy Drunk Blues l’hanno incisa praticamente tutti, ma la versione di Big Joe Williams rimane un’altra di quelle di riferimento, con il suo tipico vocione sempre arrapato, mentre la successiva Sugar Mama, che sembra venire da qualche altra registrazione, ma non ho certezze in merito, dovrebbe essere registrata solo con la sua nove corde elettrificata, comunque anche in questo caso non prende ostaggi; stessa fonte anche per 44 Blues, sempre cruda e quasi “brutale” e per la sua versione di Terraplane Blues. Volendo si potrebbe dire che il blues lo ha inventato anche lui, e in questo Southside Blues si può sentire.

Bruno Conti    

Forse Il Nome Vi Dice Qualcosa, Anzi Il Cognome. Nick Schnebelen – Live In Kansas City

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Nick Schnebelen – Live In Kansas City – VizzTone Label Group

Se il nome vi dice qualcosa, anzi il cognome, non vi state sbagliando: si tratta proprio di uno dei tre fratelli Schnebelen, che componevano quella eccellente band di blues(rock) che sono stati i Trampled Under Foot http://discoclub.myblog.it/2013/08/01/sempre-piu-bravi-trampled-und-5546876/ . Dopo lo scioglimento del gruppo, ufficialmente nel 2015, ma in pratica già nel 2014, quando il batterista Kris Schnebelen (apparso di recente nella band di Sean Chambers http://discoclub.myblog.it/2017/05/22/poderoso-rock-blues-di-stampo-southern-sean-chambers-trouble-whiskey/) aveva lasciato i fratelli, qualcosa aveva iniziato a non funzionare. Poi anche la sorella Danielle, scegliendo un meno complicato cognome d’arte di Danielle Nicole, ha avviato una carriera solista, che fino ad ora consta di un EP e di un album, e lei bassista, ma soprattutto cantante, è quella che pareva avere il miglior talento nella famiglia. Ma anche Nick Schnebelen, che nel trio originale aveva la funzione di chitarra solista, come pure seconda voce, conferma le sue ottime qualità con questo Live In Kansas City, uscito per la VizzTone, che già lo scorso anno aveva pubblicato un altro disco dal vivo, a nome Nick Schnebelen Band, dove accanto a Nick, c’era un’altra voce femminile (e chitarrista), Heather Newman, che però nel nuovo CD dal vivo, comunque registrato al Knuckleheads Saloon di Kansas City, non appare già più (deve essere uno sciupafemmine il buon Nick).

E anche il batterista è nuovo, solo il bassista Cliff Moore è lo stesso del disco precedente. Ho sentito solo velocemente il Live del 2016, che comunque mi pareva buono, ma nell’album che vado a presentarvi Nick Schnebelen si conferma uno dei “giovani! chitarristi blues (e dintorni) migliori e più eclettici attualmente su piazza, con uno stile che passa con disinvoltura dalle 12 battute più classiche ad un approccio più rock, anche con elementi boogie sudisti o texani, senza tralasciare puntate che sfiorano la psichedelia. E in più, come testimoniavano gli eccellenti dischi pubblicati con i Trampled Under Foot, è  in possesso di una ottima voce. In effetti ci sono parecchi brani che vengono dal repertorio di quel trio, alcuni firmati con i fratelli (e provenienti anche dai primi album, pubblicati a livello indipendente). L’apertura è affidata a una minacciosa The Fool, dove il mancino inizia subito a mulinare la sua solista su un classico Chicago groove, mentre la band lo asseconda con gusto per costruire subito una atmosfera infuocata; con la successiva Pain In Mind che conferma le sue eccellenti propensioni soliste, ribadite ancora in una cover di un brano poco noto di Muddy Waters come Herbert Harpers’ Free Press News, dove la chitarra è sempre dura e tirata a lucido, mentre lo stile mi ricorda certi passaggi quasi jazzati del primo Alvin Lee nei Ten Years After, e la voce è maschia e vibrante.

You Call That Love, una delle canzoni scritte con i fratelli, è un eccellente slow blues, dove Schnebelen conferma la sua notevole caratura chitarristica, rilasciando un assolo di grande fattura ed intensità; Bad Woman Blues, sempre firmata con Kris e Danielle, oltre che da Tony Braunagel, era uno dei brani migliori di Wrong Side of The Blues, l’album pubblicato per la VizzTone, il primo pezzo dove Nick mette in mostra la sua perizia anche alla slide, su un ritmo ondeggiante e quasi alla Bo Diddley. Ma è nell’omaggio a Johnny Winter, in una torrenziale Mean Town Blues, che il nostro  amico ci incanta con un vorticosa rilettura del classico dell’albino texano, a tutto blues; a conferma della sua versatilità anche l’altro vecchio brano dei TUF,  Jonny Cheat, viaggia tra un boogie alla ZZ Top (l’inizio sembra quasi La Grange) e un poderoso blues-rock alla Thorogood, anche a livello vocale, comunque uno dei momenti più coinvolgenti del concerto, che non cala di intensità neppure in un altro blues lento di quelli lancinanti e cattivi come Bad Disposition, dove Schnebelen distilla il meglio dalla sua solista. E anche nella oscura Schoolnight, un blues afterhours di tale Chris Schutz, non se la cava male, prima di chiudere con una fantastica Conformity Blues, uno strumentale che mi ha ricordato moltissimo i Quicksilver Messenger Service della jazzata Silver And Gold, che fondevano psichedelia  e Take Five di Dave Brubeck, anche Schnebelen ci riesce con classe e tecnica. Se amate i bravi chitarristi, eravate fans dei TUF e vi piace la buona musica, gustatevi questo Live In Kansas City.

Bruno Conti

Anche Gli Avett Brothers Tengono Famiglia! Jim Avett & Family – For His Children And Ours

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Jim Avett & Family – For His Children And Ours – Ramseur CD

Questa recensione inizia con una ovvietà, e cioè che Scott e Seth Avett, noti in tutto il mondo come gli Avett Brothers, oltre ad essere fratelli hanno anche un padre (ma davvero, direte voi!): quello che è meno scontato è che anche il loro genitore abbia un background musicale notevole. Classe 1947, Jim Avett ha infatti iniziato ad amare la musica fin da bambino, con una particolare predilezione per il country a sfondo religioso della Carter Family, essendo la madre una pianista classica ed organista di chiesa; Jim ha quindi maturato negli anni una passione sconfinata per la musica, ha iniziato anche a farla per il suo piacere personale, collezionando più di sessanta chitarre, ed è chiaro che ha poi trasmesso ai figli questo suo amore. Jim non è un musicista professionista, ha solo tre dischi alle spalle e tutti usciti nel corrente millennio (per la piccola etichetta Ramseur, la stessa che aveva pubblicato i primi album dei figli), ed in tutti e tre i casi si respirava l’aria di casa, delle canzoni che la madre aveva insegnato al piccolo Jim, una serie di brani che avevano formato la sua cultura musicale, a base di country e gospel.

For His Children And Ours è il suo quarto e nuovissimo album, attribuito a sé stesso ed alla sua famiglia, in quanto sia Scott che Seth hanno una parte fondamentale per quanto riguarda l’architettura sonora e vocale dei brani (nonché in sede di produzione), e viene coinvolta anche la sorella Bonnie Avett Rini, pure lei cantante e possesso di un’ottima voce. Un vero disco di famiglia, ma anche un lavoro che, pur essendo di genere completamente diverso da quanto proposto dagli Avett Brothers, si può tranquillamente inserire in mezzo alla loro discografia, anche perché a completare il gruppo di musicisti coinvolti ci sono anche Bob Crawford e Tania Elizabeth, rispettivamente bassista e violinista della nota band della Carolina del Nord. Dodici brani, di cui undici cover o traditionals, una miscela purissima di country, folk e gospel così come si usava fare una volta, con chitarre acustiche e pianoforte sempre in primo piano e talvolta anche una sezione ritmica discreta, oltre ad un uso splendido delle voci, che oltre alla Carter Family (il punto di riferimento principale) rimanda a storici gruppi del folk revival come Peter, Paul & Mary, Kingston Trio e Weavers. Basta sentire la deliziosa apertura di Beulah Land, una splendida folk song con bell’uso di chitarre e piano e le voci che si sovrappongono (e Bonnie quasi sovrasta tutti), un brano incontaminato che predispone subito al meglio. Where The Roses Never Fade è uno squisito country-folk d’altri tempi, un po’ Carter Family ed un po’ Weavers (in passato l’hanno fatta anche gli Statler Brothers), con il violino della Elizabeth grande protagonista.

He Said, If You Love Me, Feed My Sheep è puro gospel, bellissimo l’uso delle voci a cappella: i fratelli Avett, guidati dal padre, si muovono in territori forse per loro insoliti, ma mostrano di non avere alcuna incertezza. I Saw The Light è il classico gospel di Hank Williams, e Jim la rifà come avrebbe potuto farla Pete Seeger, versione scintillante impreziosita da una leggera sezione ritmica, grande musica; ancora più vivace I’m Gonna Have A Little Talk (di Randy Travis, quindi siamo ai giorni nostri), proposta con un irresistibile arrangiamento country-gospel dal gran ritmo e con un bel piano da taverna suonato da Seth, mentre Here Am I, Lord, Send Me è una ripresa molto fedele di un classico di Mississippi John Hurt, un banjo, una chitarra e le voci della Avett Family al completo, un altro brano in purezza. Peace In The Valley vede Scott voce solista ed un botta e risposta tipico della tradizione gospel, altra grande versione di un brano che ha avuto centinaia di riletture, da Elvis Presley in giù, Jesus Lifted Me vede invece Bonnie in prima linea, ed è comprensibile dato che si tratta di un traditional tramandato da Elizabeth Cotten; Jim’s  Gospel Song è l’unico pezzo scritto da Avett Sr, (anche se riprende frammenti da varie canzoni popolari, tra cui In The Sweet By And By e Shall We Gather At The River), ed è ancora country-folk purissimo, splendido anche questo, seguito da una ripresa molto old-fashioned del noto traditional Just A Closer Walk With Thee. Chiusura con altri due famosi standard, Angel Band, pianistica ed ecclesiastica, e Precious Lord, puro folk al 100%, degna conclusione di una raccolta di delizie musicali che nobilita una volta di più il nome della famiglia Avett.

Marco Verdi

Così Brave Ce Ne Sono Poche In Giro! Shannon McNally – Black Irish

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Shannon McNally  – Black Irish – Compass Records

Francamente non si capisce (o almeno chi scrive non lo capisce) perché Shannon McNally non sia una delle stelle più brillanti del circuito roots/Americana, quello stile dove confluiscono blues, rock, country, folk, swamp (soprattutto nei dischi della McNally che ha vissuto anche a New Orleans, e il cui ultimo album, prodotto da Dr. John, Small Town Talk, era un tributo alle canzoni di Bobby Charles http://discoclub.myblog.it/2013/04/20/un-tributo-di-gran-classe-shannon-mcnally-small-town-talk/ ).. Insomma catalogate sotto “buona musica” e non vi sbagliate. La nostra amica è del 1973, quindi non più giovanissima, diciamo nel pieno della maturità, anagrafica, compositiva, vocale, con otto album, compreso questo Black Irish, nel suo carnet. Non ha una discografia immane la brava Shannon, però pubblica dischi con costanza e regolarità, una media all’incirca di un album ogni due anni, dall’esordio con l’ottimo Jukebox Sparrows, uscito per la Capitol nel 2002,  dove suonava gente come Greg Leisz, Rami Jaffee, Matt Rollings, Jim Keltner, Bill Payne e via discorrendo, disco che la aveva inserita nel filone di gente come Shelby Lynne, Sheryl Crow, Lucinda Williams, Patty Griffin, e anche qualche tocco classico alla Bonnie Raitt. Poi negli anni a seguire ha alternato dischi propri ad altri di cover (Run For Cover e quello citato prima), alcuni molto belli, come Geronimo, Coldwater, l’ultima produzione di Jim Dickinson prima di lasciarci http://discoclub.myblog.it/2010/02/21/shannon-mcnally-coldwater/ , e anche Western Ballad, scritto e prodotto insieme a Mark Bingham.

Ma tutti album comunque decisamente sopra la media, compreso il tributo a Bobby Charles, dopo il quale si è presa una lunga pausa, per mille problemi, un divorzio, la malattia terminale della madre che poi è morta nel 2015, il fatto di dovere crescere una figlia, che comunque non hanno diminuito la sua passione per la musica: anzi, trovato un nuovo contratto con la Compass, Shannon McNally pubblica un album che è forse il suo migliore in assoluto.. Alla produzione c’è Rodney Crowell, uno abituato a lavorare con le voci femminili: dalla ex moglie Rosanne Cash a Emmylou Harris, per citarne due “minori”! Crowell si è portato due ottimi chitarristi come Audley Freed e Colin Linden, e in ordine sparso una sfilza di vocalist, presenti anche come autrici, da Beth Nielsen Chapman, Elizabeth Cook, Emmylou Harris, oltre a Cody Dickinson, Jim Hoke, Byron House, Michael Rhodes, ed altri musicisti pescati nel bacino della Nashville “buona”. Shannon questa volta scrive poco, ma la scelta dei brani è eccellente e l’esecuzione veramente brillante, vogliamo chiamarle, cover, versioni, riletture, o come dicono quelli che parlano bene “parafrasi”, il risultato è sempre notevole: dall’ottima apertura con la bluesy dal tiro rock, You Made Me Feel For You, scritta da Crowell, e dove si apprezza subito la voce leggermente roca e potente della McNally, vissuta e minacciosa, passando per la poca nota ma splendida I Ain’t Gonna Stand For It di Stevie Wonder (era su Hotter Than July), che diventa un country got soul eccitante, con strali di pedal steel e coriste in calore (penso Wendy Moten e Tanya Hancheroff); e ancora una splendida Banshee Moan, scritta con Crowell, una ballata con tocchi celtici, dove Shannon canta con un pathos disarmante, convogliando nella sua voce tutte le grandi cantanti citate fino ad ora.

Molto bella anche I Went To The Well, scritta con Cary Hudson dei Blue Mountain, dove sembra che ad accompagnarla ci siano Booker T & The Mg’s, per un brano gospel-soul di gran classe, sempre cantato con assoluta nonchalance; Roll Away The Stone, scritta con Garry Burnside della famosa famiglia, sembra Gimme Shelter degli Stones in trasferta sulle rive del Mississippi, con Jim Hoke impegnato in un assolo di sax che avrebbe incontrato l’approvazione di Bobby Keys. Altro grande brano, in origine e pure in questa versione, una Black Haired Boy scritta da Guy e Susanna Clark, cantata con tenerezza ed amore, con le armonie vocali splendide, affidate a Emmylou Harris ed Elizabeth Cook, che ti fanno rizzare i peli sulla nuca. Low Rider è un brano oscuro ma di grande valore di JJ Cale, blues-swamp-rock come non se ne fa più, cantato con voce calda e sensuale; Isn’t That Love è un pezzo nuovo, scritto da Crowell e Beth Nielsen Chapman, anche alla seconda voce,  una ballata country-soul dal refrain irresistibile, dove si apprezza vieppiù la voce magnifica della McNally. The Stuff You Gotta Watch è un pezzo di Muddy Waters, trasformato in un R&R/Doo-wop blues dal ritmo galoppante, assolo di armonica di Hoke incluso; Prayer In Open D di Emmylou Harris era su Cowgirl’s Prayer, un country-folk intimo cantato (quasi) meglio di Emmylou, comunque è una bella lotta. E la cover di It Makes No Difference della Band è pure meglio, forse il brano migliore del disco, cantata e suonata da Dio (quel giorno aveva tempo), quindi perfetta. E per chiudere in gloria una versione di Let’s Go Home di Pops Staples, uno dei brani più belli degli Staples Singers, country-soul di nuovo “divino”, anche visto l’argomento. Io ho scritto quello che pensavo, ora tocca a voi. Per me, fino ad ora, in ambito femminile, uno dischi migliori del 2017.

Bruno Conti

Se “Lungo Addio” Deve Essere… Questo E’ Uno Dei Migliori. Glen Campbell – Adios

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Glen Campbell – Adios – 2 CD Deluxe Universal Music Enterprises

Una premessa doverosa, se conoscete le circostanze che hanno dato vita a questo disco: l’album è veramente bello, forse addirittura il migliore, o tra i migliori in assoluto, della carriera di Glen Campbell. Si diceva delle circostanze: all’inizio del 2011 al musicista di Billstown, Arkansas, viene diagnosticata una forma già sviluppata di Alzheimer (che forse era in corso da prima), ma in effetti già l’anno precedente Campbell aveva registrato un disco Ghost On The Canvas, poi pubblicato nell’agosto del 2011, che doveva essere il suo album di addio; a seguito della pubblicazione Glen si imbarca anche nel suo “Tour d’addio”, nel corso del quale viene annunciata pubblicamente la malattia, anche per giustificare le sue perdite di memoria o eventuali discorsi sconnessi sul palco, che sono tra i sintomi dell’Alzheimer. Nel 2013 poi esce See You There, un ulteriore disco con tracce vocali registrate durante le stesse sessions del 2009-2010 a cui è stata aggiunta una nuova base strumentale. Tra l’altro entrambi gli album erano piuttosto piacevoli e ben suonati e cantati; la malattia ha poi proseguito il suo corso e attualmente Campbell è in una clinica in quelle che paiono le fasi finali del suo male, ma, come poi ha rivelato la moglie Kim, dopo il tour di commiato, il cantante era entrato in studio ancora, tra il novembre del 2012 e il gennaio del 2013, per registrare l’album di cui stiamo parlando, il suo vero commiato, questo Adios, per chi non conoscesse Campbell, allegato al CD “nuovo”, c’è anche una raccolta di successi, con 16 brani non in ordine cronologico, che tracciano la storia di uno dei grandi della musica americana.

Chiamiamolo un “crooner country”, ma è stato anche un formidabile chitarrista, uno dei membri della “Wrecking Crew”, Beach Boys onorario (ha sostituito spesso Brian Wilson nei tour e ha suonato su Pet Sounds), con una serie impressionante di dischi di studio registrati nella sua carriera, questo è il n° 64 (neanche Johnny Cash o Dylan credo sono stati così prolifici, nel 1968 il suo anno d’oro sono usciti ben cinque album): nella raccolta troviamo gli splendidi brani scritti da Jimmy Webb, tra cui By The Time I Get To Phoenix, Wichita Lineman, Galveston, ma anche il suo più grande successo, Gentle On My Mind, la canzone di John Hartford, in una versione scevra di archi, per un brano che era il diretto antenato di Everybody’s Talkin’ (in cui Campbell aveva suonato la chitarra), e ancora True Grit, il tema di “Il Grinta”, il film di John Wayne, una Southern Nights di Allen Toussaint, che sembra un pezzo della Nitty Gritty o di Loggins & Messina, e anche cover dei Foo Fighters o di Jackson Browne, incise negli ultimi album, il tutto cantato con una voce splendida ed espressiva, calda ed avvolgente, e se ogni tanto gli arrangiamenti di archi sono forse eccessivi, erano comunque un segno dei tempi, le canzoni rimangono bellissime.

Per questo capitolo finale Glen Campbell, aiutato dal suo produttore abituale, l’ottimo cantante e musicista Carl Jackson, ha voluto incidere alcune cover di celebri brani che non aveva mai affrontato nella sua carriera (non è del tutto vero, ma lo vediamo tra un attimo): sono con lui i tre figli, oltre ad un manipolo di ottimi musicisti, tra cui spiccano Aubrey Haynie al violino e mandolino, Mike Johnson alla steel guitar, Catherine Marx al piano, oltre allo stesso Jackson alla chitarra acustica (visto che Campbell non riusciva più a suonarla) ed alcuni ospiti di nome. Il disco ha un suono eccellente, raramente o mai sopra le righe, Glen per essere all’epoca un 76enne malato ha ancora una voce quasi uguale a quella degli anni d’oro e le canzoni sono molto belle: dall’iniziale Everybody’s Talkin’, il tema dell’Uomo Da Marciapiede, di Harry Nilsson (ma scritta da Fred Neil), qui in una versione leggermente accelerata, che non diminuisce il fascino del pezzo, con il banjo della figlia di Glen, Ashley Campbell, in bella evidenza a sottolineare la matura e vissuta voce del babbo, ancora in grado di arditi falsetti.

Il primo brano scelto di Jimmy Webb è la delicata Just Like Always, una romantica ballata con uso di pedal steel, seguita dal duetto con Willie Nelson (poteva mancare?) Funny How Time Slips Away, più di 150 anni in due, ma che classe, non so chi canta meglio; Arkansas Farmboy è un pezzo di Carl Jackson, una specie di biografia della gioventù di Glen, a tempo di valzerone country, con una strumentazione acustica parca, ma ricca di dettagli sonori. Am I All Alone di Roger Miller viene prima presentata in un breve frammento dell’originale e poi nella nuova versione con Vince Gill alle armonie vocali, bellissima pure questa; It Won’t Bring Her Back, il secondo brano di Webb, ancora con una magnifica weeping steel è un’altra country tune di grande fascino, degna dei grandi balladeer americani, avvolgente e ad alto tasso emotivo, sempre con splendide armonie vocali della famiglia Campbell, sembra quasi un pezzo degli Eagles. E pure la versione di Don’t Think Twice, It’s Allright di Dylan è da applausi, ispirata da quella country di Jerry Reed, con dell’ottimo picking dei musicisti; She Tinks I Still Care in effetti l’aveva già incisa in un album del 1972, ma è un classico della country music, con decine di riletture fatte da grandi nomi (da George Jones in giù), talmente bello che una nuova versione, tra l’altro di ottima fattura, ci sta proprio bene.

Anche Postcards From Paris, sempre di Jimmy Webb, era già apparsa su See You There, ma questa nuova versione di una grande canzone, con i figli che intonano “I Wish You Were Here”. manda un groppo giù per la gola, sembra quasi una canzone di James Taylor e pure di quelle belle. Jerry Reed appare anche come autore, di un brano che è stato uno dei grandi successi di Johnny Cash (soprattutto in Europa) A Thing Called Love, altro pezzo dal fascino inalterato nel tempo, ancora con Campbell in pieno controllo vocale ed emotivo. Se deve essere Addio, l’ultimo pezzo di Jimmy Webb scelto, è proprio la title track Adios, una ballata di una bellezza struggente, cantata con grande trasporto da Glen Campbell che pone l’ultimo sigillo alla sua carriera e ci saluta con malinconia ma anche un senso di profonda serenità. Forse solo Warren Zevon con The Wind e la canzone Keep Me In Your Heart in particolare, aveva saputo salutare i suoi fans, conscio della fine imminente, con un testamento sonoro di tale fattura ed intensità. La versione doppia del CD è quasi d’obbligo.

Bruno Conti

Scommetto Che Questi Due Non Ve Li Aspettavate! Radiohead – Ok Computer: Oknotok 1997-2017/Prince & The Revolution – Purple Rain Deluxe

Radiohead OKNOTOK (OK Computer 20th Anniversary Edition

Radiohead – Ok Computer: Oknotok 1997-2017 – XL Records 2CD – 3LP – Super Deluxe 2CD/3LP

Prince & The Revolution – Purple Rain Deluxe – NPG/Warner 2CD – 3CD/DVD

Dall’alto della sua magnanimità ogni tanto Bruno mi concede delle digressioni dal genere musicale, che è comunque assai eterogeneo, trattato abitualmente su questo blog, consentendomi di trattare di artisti che rientrano nella categoria “piaceri proibiti”, come ad esempio gruppi e solisti appartenenti al genere hard rock ed anche tutti i progetti che girano intorno a Jeff Lynne. I due dischi di cui vi parlo oggi però non fanno parte dei miei gusti personali (anzi, nel secondo caso ne sono abbastanza lontani), ma si tratta di ristampe importanti di due album che fanno parte di quella categoria di lavori che, aldilà delle preferenze, dovrebbero in teoria far parte di qualsiasi discografia completa (un po’ come Thriller di Michael Jackson, Nevermind dei Nirvana, la colonna sonora di Saturday Night Fever o Nevermind The Bollocks dei Sex Pistols, tutta roba che su queste pagine virtuali è abbastanza assente).

Ok Computer, terzo disco dei britannici Radiohead, è per la verità anche un gran bel disco, ed è considerato uno dei più importanti degli anni novanta, un album tipico dell’epoca (piuttosto buia dal punto di vista musicale), con testi ambiziosi ispirati dal tema dell’alienazione moderna e del rapporto controverso tra l’uomo e la tecnologia (quindi anche profetico se vogliamo): i lettori della rivista Q lo hanno addirittura messo al primo posto tra i migliori dischi di tutti i tempi, decisione sicuramente esagerata, ma comunque Ok Computer è un lavoro indubbiamente importante, che segnò anche in un certo senso la fine del cosiddetto brit pop ed il passaggio ad una musica più adulta e matura. L’album contiene idee a profusione, grazie soprattutto alla mente creativa del leader Thom Yorke, ed è prodotto splendidamente da Nigel Godrich (l’uomo dietro anche all’ultimo album di Roger Waters), un mirabile esempio di equilibrio tra rock e pop, con un uso minimo dell’elettronica. A distanza di vent’anni, i Radiohead ripubblicano il loro capolavoro in una versione doppia, sotto intitolata Oknotok, con nel primo CD l’album originale, rimasterizzato in maniera spettacolare, e nel secondo tutte le b-sides dell’epoca e tre inediti assoluti, con l’unica pecca della confezione spartana contraddistinta dalla totale assenza di note e persino di un booklet (esiste anche la solita confezione lussuosa, costosissima ed inutile). L’occasione è quindi perfetta per riscoprire, o scoprire per la prima volta, canzoni del calibro dell’ambiziosa Paranoid Android, dai cambi di ritmo e melodia decisamente creativi (quasi una mini-suite di sei minuti), l’eterea Subterrenean Homesick Alien, dai risvolti quasi psichedelici, le suggestive Exit Music (For A Film) e Let Down, esempi di pop-rock di alto livello, senza dimenticare la bellissima Karma Police, semplicemente una grande rock ballad, la malinconica ed intensa No Surprises, e la splendida Lucky, sontuosa pop song tra Beatles e Pink Floyd. I primi tre brani del secondo CD sono inediti assoluti: la bella ballata elettroacustica I Promise, la maestosa Man Of War, che secondo me avrebbe dovuto finire sul disco principale, e la più normale Lift; le otto b-sides sono brani sicuramente minori ma comunque di piacevole ascolto, con almeno una gran bella rock song nella potente e chitarristica Polyethylene.

prince purple rain

Per quanto riguarda Prince invece, nonostante questa nuova edizione deluxe del suo disco più famoso, Purple Rain (in triplo CD più DVD di un concerto del 1985, ma io mi sono limitato a prendere la versione doppia, senza la parte video ed il CD di b-sides e remix vari), non riesco a cambiare opinione, non è (e non sarà mai) il mio genere, e non ce la faccio neppure a vedere il genio nella musica dello scomparso musicista di Minneapolis. L’album, uscito nel 1984 e suonato insieme a The Revolution, il suo gruppo dell’epoca (nel quale militavano le future stelline Wendy & Lisa), è pieno di sonorità anni ottanta, big drum sound, sintetizzatori e ritmi danzerecci, molto lontani dai miei gusti, anche se ci sono un paio di brani che, al netto del suono synth-pop, non sono affatto male, cioè le gradevoli e cadenzate Take Me With U e When Doves Cry. Ma il disco (remixato da Prince stesso nel 2015, quindi sarebbe probabilmente uscito anche senza la prematura scomparsa dell’artista) deve gran parte della sua fama alla splendida title track, quella sì una grande canzone, forse una delle più belle degli anni ottanta, dal suono quasi normale e ottimo assolo di chitarra del Principe. Il secondo dischetto contiene undici brani inediti dell’epoca, che se per i fan dell’artista nato come Roger Nelson possono rappresentare il Santo Graal, al sottoscritto non riescono a far cambiare opinione. Favorevole però il prezzo, poco più di un singolo CD anche per la versione quadrupla, cosa che, considerando la bellezza del brano che dà il titolo all’album, potrebbe anche far vacillare qualcuno.

Marco Verdi

Irish Rebels” In Los Angeles, E Anche A Milano. Flogging Molly – Life Is Good

flogging molly life is good

Flogging Molly – Life Is Good – Vanguard Records/Universal

Ho sempre pensato che lo “sdentato” Shane MacGowan, nel corso della sua lunga carriera abbia disseminato figli e figliastri artistici in ogni dove, e se il suo gruppo, i Pogues, ha rappresentato la punta di diamante del movimento musicale denominato “gaelic-punk”, alle loro spalle c’è sempre stato un fiorire incessante di musicisti che hanno cercato di personalizzarne l’influenza sulle loro idee artistiche e musicali, e di questa categoria fanno certamente parte i Flogging Molly (californiani di Santa Monica), che nell’arco temporale dell’ultimo ventennio hanno sempre saputo produrre una musica di ottimo livello, specialmente proprio dopo il definitivo scioglimento dei Pogues. Il gruppo prende il nome da uno storico Pub irlandese di Los Angeles, il Molly Malone’s, e oggi come ieri la band vede nel ruolo di leader Dave King chitarra e voce, con al suo fianco Bridget Regan violino, tin whistle, e voce, Dennis Casey alle chitarre e voce, Bob Schmidt al mandolino, banjo, bouzouki e voce, Matt Hensley alla fisarmonica, piano e voce, Nathen Maxwell al basso, e .in sostituzione dello storico componente George Schwindt, Mike Alonso alla batteria e percussioni. Alive Behind The Green Door fu il live d’esordio dei Flogging Molly pubblicato nel ’97, a cui fecero seguito il primo lavoro in studio, l’eccellente Swagger (00), il godibile Drunken Lullabies (02), l’arioso Within A Mile Of Home (04) che vedeva la partecipazione di Lucinda Williams in una grande ballata come Factory Girls, la prima raccolta Whiskey On A Sunday (06), con ben dieci canzoni inedite,  l’energico Float (08), uno dei migliori della band, il bellissimo elettrico e baldanzoso Live At Greek Theatre (10) 2 CD + DVD, e lo splendido impegnato e “sociale” Speed Of Darkness (11, prima di tornare dopo una breve pausa con questo inaspettato Life Is Good, prodotto da Joe Chiccarelli (U2, Beck), registrato negli studi dublinesi di Grouse Lodge nel tranquillo County Westmeath.

Per chi non li conosce, il loro “sound” è un “celtic-punk”, con forti sapori Irish che sembrano usciti dai più famosi Pub di Dublino, con le chitarre elettriche che si alternano agli strumenti acustici, il tutto accompagnato da ritmi incalzanti, intervallati da ballate colme di nostalgia e malinconia, e Life Is Good si apre con due brani al fulmicotone come There’s Nothing Left Pt.1e The Hand Of John L. Sullivan, densi di ritmo e rudezze punk, mentre Welcome To Adamstown incorpora una intrigante sezione di ottoni in tutto lo sviluppo del brano, prima di “scimmiottare” i grandi Waterboys (sono attesi a Settembre con il nuovo album), con la trascinante Reptiles (We Woke Up). La “vita buona” dei Flogging Molly si inerpica sui ritmi indiavolati di una The Days We’ve Yet To Meet, dove è proprio impossibile non muovere il piedino, seguita dalla title track Life Is Good in chiave folk-rock, con un bel lavoro al violino di Bridget Regan, cantata dal leader Dave King con l’anima di Mike Scott nel cuore, mentre la seguente The Last Serenade (Sailors And Fishermen) è una classica “love song” romantica e leggera, dal ritmo lento e con una melodia accattivante, per poi alzare ancora il ritmo con il “punk-rock” della grintosa e politica The Guns Of Jericho, perfetta da ballare sui tavoli del famoso Temple Bar. Crushed (Hostile Nations) inizia lentamente con le “pipes”, per poi trasformarsi subito in pura energia, con chitarre elettriche e sezione ritmica assordante (per il brano più in stile Clash e “politicizzato” dell’album), seguita da una Hope che procede con le cadenze di una marcia, mentre The Bride Wore Black già al primo ascolto è degna dei migliori Pogues, e per chi scrive mostra le grandi qualità dei Mollys, quando non si lasciano trascinare dalle correnti impetuose della musica punk, affidando la conclusione agli intrecci irish del folk stradaiolo di Until We Meet Again, dove si sviluppano dei bei giri di fisarmonica e violino.

Un po’ romantici e un po’ randagi passionali, con Life Is Good i Flogging Molly ci regalano un disco molto godibile, con una sequenza di brani che colpiscono nel segno e invogliano all’ascolto, non ci sono atmosfere morbide e sognanti ma una grande energia che coinvolge e affascina chi li ascolta. Sicuramente non hanno inventato loro il “celtic-punk”, ma altrettanto sicuramente si può affermare che i Flogging Molly (per la loro carriera), siano diventati in qualche modo gli alfieri più credibili e di maggior successo di questo movimento, che oggi come ieri spazia fra tradizione e modernità. E come ricorda il titolo del Post, domani 11 luglio volendo potrete verificare di persona visto che saranno in concerto al Carroponte di Sesto San Giovanni, in accoppiata con i Dropkick Murphys.

NDT: Tra i tanti “figli e figliastri” di Shane MacGowan, consiglio umilmente di dare un ascolto anche ad un gruppo colpevolmente sottovaluto come i bostoniani Josh Lederman Y Los Diablos, autori nei primi anni 2000 di una manciata di album di assoluto livello. Cercate, gente, cercate!

Tino Montanari

Mancava Solo Un “Pezzo” Per Fare I Fleetwood Mac Di Nuovo, E Si Sente! Lindsey Buckingham Christine McVie

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Lindsey Buckingham Christine McVie – Lindsey Buckingham Christine McVie –East West/Warner

All’inizio uno potrebbe pensare ad un errore, Buckingham/McVie, ma non era Buckingham/Nicks? Se aggiungiamo che la sezione ritmica è formata da Mick Fleetwood alla batteria e John McVie al basso, non facevano prima a chiamare anche Stevie Nicks e fare un nuovo album dei Fleetwood Mac? Ma sarebbe stato troppo semplice e si sa che i musicisti sono strani, quelli di questo gruppo in particolare, si sono presi e lasciati in mille combinazioni nel corso degli anni, ma una certa amicizia e complicità è sempre rimasta, non credo che nei loro occhi brilli solo il simbolo del dollaro. Oltre a tutto il disco è abbastanza “democratico”: cinque pezzi di Buckingham, due della McVie (da sempre la meno prolifica) e tre firmati insieme. Produce Lindsey Buckingham con Mark Needham e Mitchell Froom, che suona anche le tastiere nell’album, oltre alla stessa Christine McVie. Capolavoro pop-rock quindi? Forse no, semplicemente un solido e piacevole album che ripercorre il classico sound californiano della band originale: quando la McVie è ritornata all’ovile dei FM nell’aprile del 2014, lei e Buckingham erano subito tornati in studio per vedere se la chimica funzionava ancora, e si erano trovati talmente bene che avevano deciso di registrare un album a nome della band, visto che anche McVie e Fleetwood erano della partita, ma poi ci sono stati dei problemi (strano, non lo avrei mai detto!) con la Nicks e quindi è diventato un progetto della coppia Buckingham/McVie, un disco di duetti.

Ovviamente parte del materiale, sotto altre forme, essendo Buckingham quello che è, ovvero un certosino creatore di confezioni pop-rock, in parte si era già sentito: per esempio il brano di apertura Sleeping Around The Corner, era già stato pubblicato, come bonus track, nell’edizione digitale del disco solo di Lindsey Seeds We Sow, e sicuramente altri frammenti e idee sedimentavano nella “diabolica” e fervida mente di Buckingham. Quindi partiamo proprio da questa canzone, tipica del musicista californiano (l’unico “autoctono” del gruppo): classico giro di chitarra del nostro, coretto gioioso, su un groove ritmico al solito complesso ma che si memorizza con facilità, particolari suoni, anche elettronici, ma mai “sgarbati”, aggiunti all’insieme, la voce che ora sussurra, ora ammicca, mentre la McVie per il momento lavora più di conserva, business as usual per il nostro amico. Feel About You, scritta in coppia, ha piccoli tocchi di marimba che aggiungono un sapore caraibico, un insistito giro di basso di John McVie e la deliziosa voce della di lui ex moglie, Christine, che intona un’altra delle tipiche melodie di Buckingham, che gorgheggia pure sullo sfondo, sempre nell’ambito pop raffinato siamo; In My World combina il rock di Tusk, con una ritmica più incalzante di Fleetwood, nel classico tempo à la Fleetwood Mac, unito ad una di quelle solari e sognanti frasi melodiche che sono tipiche del DNA del buon Lindsey, le potrebbe scrivere anche dormendo, ma si apprezzano sempre, anche se sentite mille volte.

La successiva Red Sun, una di quelle firmate in coppia, presenta l’ideale alternativa alle delizie del passato quando a fianco di Buckingham c’era la voce di Stevie Nicks, ma il risultato è quello, forse il miglior pop californiano dopo quello dei Beach Boys, con armonie deliziose e un assolo di chitarra di grande finezza; Love Is Here To Stay con i classici arpeggi della chitarra acustica, la voce sussurrata e poi il classico leggero crescendo armonico del suo pop barocco è ancora puro Buckingham non adulterato, quello che di solito si trova nei suoi dischi solisti. Too Far Gone, di nuovo attribuita alla coppia, ha un ritmo funky-rock con un synth ricorrente, rullate aggressive e tribali della batteria di Fleetwood, ma non entusiasma più di tanto, sembra un pezzo minore degli Eurythmics, anche se l’assolo di chitarra è asprigno il giusto. Lay Down For Free potrebbe essere un outtake di Rumours, il classico pop-rock dei Fleetwood Mac, con le voci dei due sovrapposte e unite per una canzone che al solito piace, ma senza entusiasmare; potrebbe essere meglio Game Of Pretend, una delle tipiche ballate pianistiche della McVie, ma sembra un po’ irrisolta e poi si perde in un ritornello tutto caramelloso e zuccherino ripetuto, che potrebbe provocare il diabete all’ascoltatore. On With Show di nuovo scritta dal solo Buckingham è un altro piacevole brano pop-rock cantato in coppia, con la prevalenza della voce di Lindsey nell’insieme. Insomma, in definitiva un buon album, come conferma l’ultima traccia scritta in solitaria dalla McVie, una sinuosa e sognante Carnival Begin (il migliore dei suoi contributi), graziata da un stridente solo della solista di Buckingham nel finale, ma se mi passate un penoso gioco di parole con il cognome di Christine da nubile, siamo lontani dall’essere “perfect”! A parte nella foto di copertina, dove sembrano dire “passavamo di qui per caso”!

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica Di Disco Club: Fabrizio Poggi – Quattro Chiacchiere, Ma Anche Di Più, Con Il Blues(man)!

Fabrizio Poggi foto di Riccardo Piccirillo 1

Foto di Riccardo Piccirillo

Credo che tutti quelli che leggono questo Blog sappiano chi sia Fabrizio Poggi, cantante, armonicista, soprattutto, ma non solo, un bluesman completo: Fabrizio è anche un divulgatore che ha scritto diversi libri sull’armonica, sul blues e sulla musica folk, è in attività da molti anni, ha inciso venti album (anzi ventuno), sotto varie “ragioni sociali” e ha suonato in Italia con Eugenio Finardi, Enrico Ruggeri, Gang, Luigi Grechi De Gregori, Danilo Sacco (Nomadi), Francesco Baccini e tanti altri. Ha anche svolto una fitta attività negli Stati Uniti, dove ha inciso parecchi dischi incrociando la sua strada con gente come i Blind Boys of Alabama, Charlie Musselwhite, Little Feat, Ronnie Earl, Kim Wilson, Marcia Ball, John Hammond, Sonny Landreth, Garth Hudson  della Band, Ruthie Foster, Guy Davis, Eric Bibb, Otis Taylor, Mike Zito, Bob Margolin, Flaco Jiménez, David Bromberg, Zachary Richard, Jerry Jeff Walker, Bob Brozman, e potremmo proseguire ad libitum, molti usciti a nome Chicken Mambo. All’inizio dell’anno, in seguito alla pubblicazione dell’ultimo disco Fabrizio Poggi And The Amazing Texas Blues Voices, si è recato di nuovo negli States dove ha suonato sulla nave della Legendary Blues Cruise, in coppia con Guy Davis, e a fianco di grandi artisti come Ruthie Foster, Taj Mahal, Lee Oskar, tra i tantissimi in azione durante la crociera. E poi, sempre con Davis, alla Carnegie Hall, per una serata speciale dedicata a Lead Belly. Il suo disco del 2016 http://discoclub.myblog.it/2016/08/31/piccolo-aiuto-dai-amici-gran-bel-disco-fabrizio-poggi-and-the-amazing-texas-blues-voices/ ha vinto il premio come miglior album internazionale negli ultimi JIMI Award (gli Oscar della prestigiosa rivista Blues411) e in passato è stato insignito del Premio Oscar Hohner Harmonicas e candidato ai Blues Music Awards (gli Oscar del Blues). Insomma non il primo che passa per strada, probabilmente il più conosciuto bluesman italiano negli Stati Uniti.

Per una volta vorrei partire addirittura da prima di quello che tu stesso hai definito il tuo “ammalarsi di blues”, sindrome che tu dici ti ha colpito da oltre 40 anni , in pratica quando eri un ragazzino, ma, andando ancora più indietro, proprio ai primordi della tua carriera di ascoltatore, ci sarà stata anche dell’altra musica che sentivi quando eri giovane? Cosa girava per casa, c’erano altri appassionati di musica in famiglia, o sei una sorta di “autodidatta”?

Vengo da una famiglia operaia povera e numerosa di una piccola e grigia città di provincia come ce ne sono tante nel mondo e la musica non era certo tra le cose prioritarie in casa mia. Non sono mai girati dischi e la musica che sentivo era quella leggera degli anni Sessanta che trasmettevano alla radio. Io non me ne ricordo ma mia madre dice che ho sempre comunque mostrato interesse per la musica tanto che seguivo la hit parade di Luttazzi battendo sulle pentole della cucina. Ho cominciato ad ascoltare la musica americana e i nostri cantautori attraverso i miei compagni delle medie “benestanti” che potevano permettersi di comprare dischi e bontà loro mi facevano le mitiche cassette. Non ho mai preso lezioni di nulla e sono completamente autodidatta tanto che c’ho messo anni ad avere informazioni su come suonare l’armonica. Ai miei tempi non c’era nulla e i pochi che avevano qualche informazione se la tenevano ben stretta, tanto che per tantissimi anni ho pensato che qui in Italia non vendessero le stesse armoniche che vendevano negli States e con cui sicuramente sarebbe stato più facile suonare il blues. A quattordici anni cominciai a lavorare in fabbrica, un amico mi prestò il primo disco dei Santana e così decisi di suonare le percussioni. Andai a Milano e mi comprai un paio di congas e altre piccole percussioni per poi accorgermi che nelle cantine dove si suonava, la musica che andava per la maggiore era l’hard rock e che quindi di me non sapevano che farsene. Vendetti tutto e a militare imparai a suonare la chitarra. All’epoca mi piacevano soprattutto i cantautori italiani e quelli americani. Guccini, De Gregori, Dylan, Neil Young e tutti gli altri. O almeno quelli che si riuscivano a trovare. Poi scoprii la chitarra jazz e Wes Montgomery e studiavo per conto mio la notte per suonare come lui. Un incidente in fabbrica mi lesionò la mano destra e dovetti abbandonare la chitarra. Fu un momento di grande tristezza e un’armonica che avevo in un cassetto mi aiutò molto in quel periodo. Avevo vent’otto anni e lì scoprii quasi senza rendermene conto che l’armonica e il blues erano la lingua più naturale per esprimere ciò che non riuscivo a dire con le parole.

Fabrizio Poggi foto di Mario Rota 1

Foto di Mario Rota

In altre interviste hai detto che è stata l’armonica a sceglierti, più che viceversa, e che uno degli elementi scatenanti è stata la visione del film “Last Waltz” e in particolare l’apparizione di Muddy Waters e il suono dell’armonica di Paul Butterfield, confermi, o c’erano stati altri prodromi, indizi premonitori, che quella sarebbe stata la tua strada maestra e la mouth harp il tuo strumento?

Forse un segno premonitore c’era stato e lo racconto in una mia vecchia canzone che si chiama Just a cowboy che credo si trovi facilmente in rete. Avevo su per giù dieci anni, quando mio padre mi regalò una bellissima pistola da cowboy. Era stupenda, aveva il manico di madreperla e costava un sacco di soldi. Come ho già scritto la mia famiglia non nuotava certo nell’oro, ma io avevo insistito così tanto che mio padre, tra mille sacrifici, me la comprò. Nel pomeriggio dello stesso giorno andai fuori a giocare, ed incontrai un ragazzino zingaro, che  seduto su una panchina suonava una vecchia armonica arrugginita. Mi innamorai subito di quel magico suono e gli chiesi se volesse scambiarla con la mia pistola nuova di zecca. Naturalmente lui disse subito di sì. Mio padre si arrabbiò molto, ma forse lì cominciò a succedere qualcosa dentro di me. Un mio amico texano a cui avevo raccontato questa storia un giorno mi disse: ”Forse sei solo un cowboy nato nel posto sbagliato, il tuo cavallo è un sogno, la tua pistola una canzone. A volte capita.” E da lì nacque quella canzone.

Parlando di armonica ho visto che citi tra i tuoi preferiti alcuni nomi direi immancabili, come i due Sonny Boy Williamson, James Cotton, Paul Butterfield e Charlie Musselwhite, ma non per esempio Little Walter e Big Walter Horton, che molti considerano i più importanti, a favore di nomi “oscuri” come Jazz Gillum e Noah Lewis (che però gli appassionati dei Grateful Dead conoscono perché è quello che ha scritto “New, New Minglewood Blues” e “Viola Lee Blues”. So che ce ne sono decine di altri bravissimi, ma si tratta di una scelta precisa o solo una mera dimenticanza?

Nessuna delle due, quello è solo un elenco assolutamente parziale di armonicisti che mi hanno particolarmente influenzato. Forse perché la maggior parte di loro suonava l’armonica acustica che prediligo. Ho ascoltato tantissimo Little e Big Walter e tutti quelli che sono venuti prima e dopo di loro. Tutti gli armonicisti sono importanti quando ci si avvicina all’armonica e tutti danno il loro contributo. Credo di aver espresso piuttosto compiutamente il mio rapporto con i grandi dell’armonica blues nel mio libro “Il soffio dell’anima” che ho scritto proprio per colmare un vuoto immenso che c’era e c’è intorno all’armonica nel nostro paese. E’ piuttosto curioso e interessante notare che appunto Lewis e Gillum che sono stati dei capiscuola, tanto che Little e Big Walter hanno dichiarato più volte di essere stati influenzati da loro, oggi siano pressoché dimenticati. E’ un peccato e anche un po’ ingiusto perché hanno avuto un ruolo importantissimo per lo strumento. Consiglio a chi mastica un po’ di inglese di leggere la bellissima biografia di Little Walter uscita qualche anno fa per scoprire cose assolutamente inaspettate.

Tornando a Noah Lewis, una curiosità: questo signore era famoso anche perché era in grado di suonare due armoniche contemporaneamente, una con la bocca e una con il naso, ci hai mai provato, magari con gravi risultati per la tua salute?

C’erano tanti armonicisti che all’epoca dei “medicine show” suonavano l’armonica usando naso e bocca contemporaneamente. Secondo la leggenda, lo facevano anche i due Sonny Boy, Walter Horton, Peg Leg Sam e tantissimi altri. Io non c’ho mai provato ma non mi stupirei se ancora oggi ci fosse qualcuno anche nel nostro paese che lo fa. Erano “trucchi del mestiere” come quelli dei chitarristi che suonavano la chitarra dietro la schiena o facendo la spaccata e che servivano ad attrarre anche coloro che non erano interessati alla musica.

Fabrizio Poggi foto di John Bull 1

Foto di John Bull

Un altro armonicista importante, che ho astutamente saltato, è Sonny Terry: insieme al suo socio Brownie McGhee, è stato uno degli esponenti più importanti del blues acustico, vogliamo chiamarlo folk blues? I due hanno suonato insieme per quasi quarant’anni, fino al 1980, e nella mia qualità di “diversamente giovane” li ho visti proprio quell’anno, all’Anteo di Milano, in un concerto diciamo non memorabile in quanto i due non si parlavano praticamente più. Quindi tu, e la tua consorte Angelina, avete deciso di realizzare, in loro onore e insieme a Guy Davis, quello che è il tuo ultimo disco ( e di cui leggete a parte http://discoclub.myblog.it/2017/06/08/se-amate-il-blues-quasi-una-coppia-di-fatto-guy-davis-fabrizio-poggi-sonny-brownies-last-train/ ), intitolato  “SONNY & BROWNIE’S LAST TRAIN”. Come è nata l’idea?

Vidi anch’io Sonny e Brownie durante quel tour (credo che fosse l’aprile del 1980) in un piccolo cinema perso tra la nebbia delle risaie della Lomellina. Per me fu una grande esperienza. All’epoca non suonavo ancora l’armonica blues. Avrei voluto avvicinarli solamente per stringere loro la mano e ringraziarli per ciò che avevano dato alla musica, ma ero troppo giovane e timido per farlo. E poi all’epoca  conoscevo l’inglese a malapena. Il destino che, come non mi stancherò mai di dire, mi ha riservato una carriera al di sopra di ogni più rosea aspettativa, ha voluto che incontrassi in Guy Davis la persona giusta per “ringraziare” ora e finalmente dopo quasi quarant’anni Sonny & Brownie per ciò che hanno fatto per il blues e la musica in generale in un momento in cui il blues acustico è stato un po’ messo da parte. La mia compagna Angelina che è sempre stata parte fondamentale di tutti i miei percorsi aveva notato che quando ero on the road con Guy parlavamo spesso di questi due giganti del passato e di quanto sia io che Guy fossimo stati profondamente influenzati da loro. Angelina ci ha detto che era nostro “dovere” fare un disco per ricordarli e così abbiamo fatto. L’anno scorso ci siamo chiusi due giorni in uno studio a Milano e suonando dal vivo ma soprattutto improvvisando sul momento canzoni che non avevamo mai suonato è venuto fuori questo album in cui spero che lo spirito di Sonny e Brownie venga fuori con la debita riconoscenza che tutto il mondo del blues deve loro. Guy dice che è una “lettera d’amore” e io sono d’accordo con lui. Come canta nella prima canzone del disco e che dà il titolo all’album “Goodbye Sonny, Goodbye Brownie see you on the other side”.

Mi ricollego a quanto appena detto, citando il titolo di una canzone scritta da Muddy Waters, proprio con Brownie McGhee, “The Blues Had A Baby And They Named It Rock and Roll”, per ricordare che comunque i tuoi concerti dal vivo (di cui leggete un esempio sotto, a fine intervista), con i Chicken Mambo, hanno una forte componente “elettrica”, la band tira di brutto, versioni lunghissime dei pezzi, grande interazione con il pubblico e quindi anche il lato R&R della tua personalità musicale viene a galla, è vero?

Il blues è davvero la madre, la radice di tutto ciò che è venuto dopo. E’ quello che canto nel “nuovo” testo che ho scritto per “the blues is alright”. Il rock è nel mio DNA ed è la musica che ha fatto da colonna sonora alla mia adolescenza in cui amavo perdermi nei lunghi assoli di Duane Allman e Mike Bloomfield ed è un altro aspetto della mia personalità. Ho sempre ascoltato tutta la musica senza confini di genere. Parlando con molti dei miei eroi giovanili che ora sono diventati miei eroi ho scoperto che anche loro facevano la stessa cosa anche se poi magari si sono dedicati a un genere particolare. Anche i grandi bluesmen itineranti del passato non hanno mai suonato solamente blues ma tutto ciò che gli permetteva di far dimenticare alle persone almeno per un po’ il male di vivere. L’interazione con il pubblico è un importante aspetto del blues che ho imparato proprio in Mississippi, là dove il blues è nato. Lì davvero come dico spesso palco e platea non esistono. C’è una connessione quasi magica tra chi suona e chi ascolta. E quindi spesso si battono le mani e si canta tutti insieme. E’ un rito liberatorio, quasi salvifico. D’altronde blues e spiritual sono facce della stessa medaglia e davvero il blues è peccato e redenzione.

Ancora un paio di domande, la prima sul tuo passato anche in un ambito più folk, con i Turututela: è possibile che avrà ancora futuri sviluppi questa altra passione?

Molti considerano il blues la sola musica autoctona americana. Il loro folk più autentico, ed è probabilmente vero. Quindi diciamo che in realtà non ho mai smesso in di suonare musica folk. Per ora sono sceso dal treno della musica popolare, ma l’esperienza è stata davvero eccitante seppur dolorosa considerando lo scarso interesse che c’è intorno al genere e non è detto che un giorno, magari in un’altra vita, possa tornare a bordo.

E infine l’ultima, immancabile, sui classici cinque dischi da portare sull’isola deserta?

Domanda difficilissima anche perché cambio continuamente e domani l’elenco potrebbe essere completamente diverso. Ecco quello di oggi:

Muddy Waters (qualcuno dei suoi primi dischi)

Rolling Stones Exile on Main St.

The Band The Last Waltz

Bob Dylan The Freewheelin’

Sonny Boy Williamson II (le incisioni della Chess)

WEB-270x278-POGGI locandina concerto febbraio 2017

Il Concerto, Spazio Teatro 89 – Milano – Sabato 18 Febbraio 2017

Dal vivo Fabrizio Poggi e i suoi compagni Chicken Mambo sono una vera macchina da blues, ma hanno anche tante connotazioni rock e un irrefrenabile spinta verso l’improvvisazione, tenete conto che nel corso della serata, durata circa due ore, hanno eseguito “solo” nove brani, quindi la lunghezza di ogni pezzo viene dilatata dalla capacità dei vari solisti di lanciare i loro strumenti in continui assoli e rilanci, ma anche dal dialogo tra Fabrizio e il pubblico, con incitamenti a tenere il tempo, battere le mani, cantare, insomma interagire con i musicisti sul palco, nella migliore tradizione delle 12 battute, ma anche un tiro e una potenza tipiche delle band rock (blues), questa sera ingigantita dalla presenza a sorpresa di Claudio Bazzari, alla seconda chitarra solista, a fianco del “titolare” Danny De Stefani, i due ingaggiano alcuni duetti poderosi che mi hanno ricordato quasi la verve degli Allman Brothers dei tempi d’oro (ho esagerato? Non credo!), ben sostenuti dall’organo di Claudio Noseda e dalla sezione ritmica di Tino Cappelletti, che pompa imperturbabile sul suo basso e Gino Carravieri, preciso e grintoso alla batteria, in più Fabrizio estrae dalla sua immancabile valigetta una serie quasi inesauribile di armoniche, aneddoti e storie di blues, a partire da una ritmata e scandita  Hole in Your Soul, che contiene nel testo uno dei motti di Poggi, ovvero “Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”, trovata sul muro di un negozietto nel Mississippi, nel corso dei suoi viaggi americani. Checkin’ Up On My Baby scritta da Sonny Boy Williamson II, nel suo incedere ricorda molto Mastro Muddy e si avvale di un ottimo solo di De Stefani, che già nel precedente brano aveva scaldato l’attrezzo, in alternanza con l’organo di Noseda.

Entrambi protagonisti nuovamente in una pimpante rivisitazione di You Gotta Move (era su Mercy), al crocicchio tra Rev. Gary Davis, Fred McDowell e gli Stones, ovvero il blues e il rock più genuino. Poi sale sul palco anche Bazzari per una lunghissima Midnight Train, preceduta dagli sbuffi di armonica che ricreano lo stantuffo del treno, e con l’ottimo Claudio, armato di una Stratocaster, che ci regala un solo di tecnica e gusto squisito, in un continuo crescendo della sua solista. Bazzari rimane sul palco anche per la successiva I’m On The Road Again, che appare in diversi album di Fabrizio Poggi, e illustra il suo amore pure per la canzone Americana, rivista in questa occasione in una chiave più grintosa e tirata, che è il mood della serata, ma anche in generale dei concerti del nostro, che continua ad incitare il pubblico e i suoi musicisti a dare il meglio. Nobody’s Fault But Mine è l’unico brano tratto dal suo più recente album Amazing Texas Blues Voices, e il buon Fabrizio cerca di non far rimpiangere Carolyn Wonderland che la cantava sul CD. Nel corso della serata Poggi scende anche tra il pubblico del Teatro per un lungo e coinvolgente assolo di armonica non amplificata, per poi omaggiare la sua compagna di viaggio (in tutti i sensi) con una dolce e sentita ballata come Song For Angelina, deliziosa nella sua melodia. Torna Bazzari per il gran finale, prima con una chilometrica, vorticosa e scandita The Blues Is Alright, dove Claudio e Danny De Stefani si “affrontano” a colpi di chitarra, con Noseda che strapazza la sua tastiera da tutte le posizioni, mentre Fabrizio dirige le operazioni, presenta la band ripetutamente, sempre soffiando con forza nella sua armonica, prima di lasciare il palcoscenico alla band, per un finale strumentale di rara potenza, con assoli dei vari protagonisti, anche la sezione ritmica Le luci sembrano accendersi, ma, c’è ancora tempo per una fantastica Bye Bye Bird, ancora di Sonny Boy II, il testo è minimo, ma la musica è nuovamente vorticosa, con armonica, chitarre, organo a scatenarsi in continui soli e la ritmica, con Cappelletti (autore anche di simpatici siparietti con Fabrizio nel corso della serata) e Carravieri a legare il tutto, con classe e grande abilità. Insomma un grande showman, una band coesa e di rara efficacia, che non ha nulla d invidiare alle migliori formazioni americane, per una serata di blues che sarebbe stato un peccato non vedere. Se capitano dalle vostre parti non mancate, lo spettacolo è assicurato, e anche la musica.

Bruno Conti    

P.S Mi scuso per il ritardo con cui è stata postata, in effetti l’intervista avrebbe dovuto essere pubblicata qualche tempo fa, ma poi per vari motivi ci sono stati dei ritardi, quindi eccola alla fine, e comunque se volete altre informazioni, sulla discografia, anche sulle date dei concerti e in generale sull’attività di Fabrizio Poggi, potete andare qui http://www.chickenmambo.com/ nel suo bellissimo sito.