L’Astronave E’ Tornata Ai Fasti Di Un Tempo? Jeff Lynne’s ELO – Wembley Or Bust (E Un Breve “Saluto” A Malcolm Young)

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Jeff Lynne’s ELO – Wembley Or Bust – Columbia/Sony 2CD/BluRay – 2CD/DVD – 2CD – 3LP

Dopo il flop del suo album del 2001 Zoom (accreditato alla Electric Light Orchestra per ragioni di marketing) con conseguente annullamento della tournée successiva per mancato interesse del pubblico, secondo me neppure lo stesso Jeff Lynne avrebbe pensato ad un ritorno di popolarità del gruppo che gli diede fama e successo negli anni settanta. Negli ultimi anni c’è però stata una decisa spinta “revivalistica” verso gli acts più popolari del cosiddetto periodo “classic rock”, ed anche il barbuto songwriter-cantante-produttore ne ha beneficiato, prima con l’assaggio del concerto di Hyde Park di due anni fa (e relativo DVD), poi con il nuovo album di studio uscito sempre nel 2015, Alone In The Universe (per la verità non un grande successo, a dimostrazione che oggigiorno le rockstar i soldi li fanno con i concerti e non con i dischi http://discoclub.myblog.it/2015/12/04/la-serie-chi-si-accontenta-gode-jeff-lynnes-elo-alone-the-universe/ ), entrambi sotto il nuovo moniker Jeff Lynne’s ELO, creato ad hoc per prendere le distanze dal gruppo farlocco messo su dai suoi ex compagni negli anni novanta. A quel disco è seguito un tour quello sì di grande impatto (e già ci sono nuove date pronte per il 2018), culminato con la serata del 24 Giugno di quest’anno al Wembley Stadium di Londra, a detta dello stesso Lynne l’evento “top” della sua carriera artistica.

Ed a ragione, in quanto il mitico stadio londinese era tutto esaurito, con un colpo d’occhio impressionante, tutto molto ben evidenziato dalle immagini del film-concerto uscito per celebrare la serata, Wembley Or Bust, che a differenza del live a Hyde Park comprende anche la versione audio. Ed il concerto è altamente spettacolare, grazie all’enorme palco sul quale incombe la ben nota astronave da sempre simbolo del gruppo, ma anche al suono potente e decisamente più rock che su disco, ad opera di una numerosa live band che però non ha nulla a che vedere con la ELO originale, che è ormai un progetto di studio del solo Jeff: l’unico membro passato, il pianista Richard Tandy, è assente per problemi di salute, ma ci sarà nel tour del 2018. Sul palco, compreso Lynne, sono ben in tredici, in modo da ricreare al meglio le architetture pop della band inglese, ed anche le complesse armonie vocali, molto influenzate da Beatles e Beach Boys: non li nomino tutti, ma meritano senz’altro una citazione il chitarrista ritmico e direttore musicale Mike Stevens, il bassista Lee Pomeroy, la seconda chitarra solista e slide Milton McDonald, il backing vocalist (che di tanto in tanto canta anche qualche strofa come voce solista) Iain Hornal, ed il trio di archi tutto al femminile formato dalle sorelle Rosie ed Amy Langley (entrambe molto attraenti) rispettivamente al violino e violoncello, e Jessica Cox anch’essa al violoncello.

Lynne sul palco ricorda un po’ Roy Orbison: non si muove molto, non è un vero animale da palcoscenico, a volte appare anche piuttosto intimidito dall’enorme quantità di pubblico, ma bastano ed avanzano le sue canzoni per mandare in visibilio gli oltre sessantamila presenti sugli spalti (con un’età media, bisogna dirlo, abbastanza elevata). Dopo l’apertura con la trascinante Standing In The Rain, tra rock, pop, e musica sinfonica, vediamo sfilare una bella serie di brani che, volenti o nolenti, sono ormai dei classici del pop-rock internazionale: la danzereccia Evil Woman, l’errebi Showdown, la godibile Living Thing, nella quale troviamo le radici del Wilbury sound, le deliziose ballate Can’t Get It Out Of My Head e Telephone Line, molto beatlesiane, l’antica 10538 Overture, il gioiellino pop Sweet Talkin’ Woman, la mossa Turn To Stone (che non mi ha mai entusiasmato) e la trascinante Don’t Bring Me Down. Dall’ultimo album Jeff suona solo un pezzo, la ballad When I Was A Boy (dal ritmo leggermente accelerato rispetto alla versione in studio), mentre pesca dal suo songbook anche qualche sorpresa, come una sempre splendida Handle With Care (giusto omaggio ai Traveling Wilburys), l’inattesa Xanadu, in origine cantata da Olivia Newton-John, la festosa All Over The World e la mini-suite di quattro minuti Wild West Hero. Non viene dimenticata anche la ELO più “disco music”, Last Train To London e Shine A Little Love, fortunatamente controbilanciate dalla parte rock’n’roll formata da Do Ya (un’eredità dei Move), Rockaria! e Ma-Ma-Ma Belle. Gran finale con la famosissima Mr. Blue Sky, forse la signature song di Lynne per antonomasia, e la sempre strepitosa Roll Over Beethoven, puro e trascinante rock’n’roll, con i violini tenuti al minimo sindacale in favore delle chitarre.

Sono ben conscio che Jeff Lynne e la ELO rientrano nella categoria “piaceri proibiti”, ma sono convinto che se il pop cosiddetto da classifica di oggi fosse a questi livelli vivremmo in un mondo (musicale) migliore.

Marco Verdi

P.S: a proposito di piaceri proibiti, volevo spendere due parole in ricordo di Malcolm Young, storico chitarrista ritmico degli AC/DC, scomparso il 18 Novembre scorso a soli 64 anni per problemi pare legati al cuore (ma anni fa aveva sconfitto un cancro ai polmoni, e nel 2014 aveva dovuto abbandonare il gruppo a causa di una forma tutto sommato precoce di demenza senile). Fratello meno famoso di Angus Young (iconico leader della band australiana di origine scozzese, grazie anche al suo abbigliamento da scolaretto ed al passo dell’oca, che però fu introdotto nel rock’n’roll da Chuck Berry), Malcolm è sempre stato un leader silenzioso ma determinante per il suono del gruppo, essendo parte integrante e fondamentale della spina dorsale ritmica dei potenti brani del quintetto: dagli addetti ai lavori è stato infatti giudicato uno dei migliori chitarristi ritmici in campo hard rock di sempre. Adesso Malcolm ritroverà il vecchio amico Bon Scott, e magari organizzeranno una bella jam session a tutto rock…non prima magari di essersi fatti un goccetto.

*NDB del P.S. Circa un mese prima, il 22 ottobre scorso, è morto a 71 anni, anche George Young, che era il fratello maggiore di Angus e Malcolm, nonché il produttore con Harry Vanda dei primi dischi degli AC/DC e prima ancora, sempre con l’accoppiata Vanda/Young era stato il leader degli Easybeats, una delle band storiche del primo rock australiano autori del mega successo mondiale Friday On My Mind (immortalato per i posteri anche da David Bowie su Pin Ups, il suo disco di cover, e per noi italiani, come La Follia, dai Ribelli di Demetrio Stratos, come Lato B di Pugni Chiusi https://www.youtube.com/watch?v=OlHVY9bZtDA). Il disco originale era prodotto da Shel Talmy, quello degli Who e dei Kinks.

La Grinta Non Manca Mai! Kelly Richey – Shakedown Soul

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Kelly Richey – Shakedown Soul – Sweet Lucy Records 

Dopo il poderoso e quasi “esagerato” Live At The Blue Wisp del 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/06/09/tipa-tosta-piu-rock-che-blues-kelly-richey-band-live-at-the-blue-wisp/ , torna Kelly Richey, chitarrista e cantante di grana grossa, ma dalla notevole grinta: catalogata sotto blues, al limite blues-rock, la nostra amica in effetti forse appartiene più alla categoria rock, 70’s rock aggiungerei, armata della sua fida Fender Strato la Richey calca i palcoscenici americani ed europei da oltre 30 anni, ha una discografia di sedici titoli dove gli album dal vivo abbondano, e credo che fin da bambina sia cresciuta a pane e Led Zeppelin, Rory Gallagher, AC/DC, Jimi Hendrix, inserite il vostro rocker preferito e ci sta comunque. In ogni disco ci sono musicisti diversi che la accompagnano, evidentemente non reggono i suoi ritmi: questa volta abbiamo Rick Manning al basso e Tobe Donohoe alla batteria, quindi consueta formula power-trio che a tratti sfocia nell’hard-rock, ma la Kelly ha forse qualcosa in più, in ogni caso di diverso, da altre colleghe chitarriste in gonnella, soprattutto giovani europee ultimamente, meno 12 battute e più riff rocciosi, anche se la tecnica non manca e la voce è più della scuola Pat Benatar, Ann Wilson delle Heart, Michelle Malone. Forse tra i nomi a cui si ispira la Richey non ho citato Stevie Ray Vaughan, che è quello più amato, ma lei cita anche Free e Bad Company.

Da un paio di dischi ha preso l’abitudine di inserire anche elementi scratch e di leggera elettronica, affidati al batterista Donohe nel caso di Shakedown Soul, ma, anche se ne potremmo fare a meno, siamo nei limiti dell’accettabile. L’iniziale Fading, a tutto riff come al solito, sembra un pezzo anni ’80 delle citate Heart o di Pat Benatar, poi parte la chitarra e siamo in pieno “rawk” and roll. D’altronde il secondo brano (sono tutti suoi) si chiama You Wanna Rock  e dopo i leggeri effetti “moderni” dell’intro entriamo subito in territori Zeppelin e Free, e tra uno scatch e l’altro si fa  largo la chitarra vigorosa della (ex) ragazza. Diciamo che ci troviamo in una zona “hard rocking women”, un settore non frequentatissimo, che ha comunque i suoi estimatori; Lies, sul suo sito, viene presentata come una canzone influenzata dall’album omonimo di Sheryl Crow, uno legge, ma poi è libero di dissentire, questo per me è rock, duro e cattivo, fine. The Artist In Me, sempre con quei leggeri effetti sonori, a tratti fastidiosi, viene presentata come un brano ispirato dal sound di Lanois nell’album Wrecking Ball di Emmylou Harris?!?

Ma cosa si è bevuto o fumato l’estensore di queste note? Mah! Pezzo rock, indubbiamente più lento e di atmosfera, voce sussurrata, ma sempre duretto rimane. Love torna alla scuola Led Zeppelin, AC/DC, riff, viuulenza e tanto rock and roll, con la chitarra libera di graffiare, breve ma intenso, mentre in Afraid To Die i tempi si dilatano per uno slow-hard-blues, quasi dark e sabbathiano nel suo dipanarsi. Only Going Up viene sempre da Led Zeppelin II o giù di lì (in questo disco poco SRV), voce filtrata, ritmica in libertà e un accenno di wah-wah nel finale. Just Like The River, ha qualcosa di Patti Smith o del Boss, un sano pezzo rock di quelli gagliardi, con piacevoli interventi chitarristici e un ritornello quasi orecchiabile, anche se vocoder e synth rompono un po’ le palle. Effetto “elettronica” che si accentua in I Want To Run, anche se il riff’n’roll alla lunga la vince, con la chitarra che si fa largo con un bel solo vecchia scuola hard https://www.youtube.com/watch?v=x1rnUrnAuGE . Chiude il tutto, dopo neanche 40 minuti, la ripresa acustica di Fading, che diventa una sorta di ballata blues, solo voce e chitarra, dove si apprezza di più la voce di Kim Richey https://www.youtube.com/watch?v=v_p43w5zTQ4 . Come detto, la grinta non manca, una botta di sana “tamarritudine” (ma non glielo traduciamo) ogni tanto ci sta, forse meno “ricerca sonora” e più sostanza, ma in fondo va promossa.

Bruno Conti