22/02/2013
"Semplicemente" Richard Thompson - Electric
Richard Thompson - Electric - Proper 2 CD Deluxe Edition
E' difficile che Richard Thompson "sbagli" un disco, ma anche che ne faccia uno semplicemente poco riuscito, forse posso pensare a un paio di colonne sonore o agli anni più bui della collaborazione con la ex moglie Linda Thompson, ma erano meno validi solo rispetto ai suoi standard qualitativi, sempre molto elevati, non alla produzione media. E in questo ammetto che c'è della partigianeria da parte chi scrive, perché il sottoscritto considera Thompson uno dei dieci musicisti più importanti della musica folk-pop-rock (inserite genere a piacimento) dell'ultimo mezzo secolo, un autore e chitarrista, e anche cantante, unico. In teoria non ci sarebbe un genere dove inserirlo: che musica fa Richard Thompson? Non saprei proprio definirla: ci sono quegli elementi di genere che ho citato, ma poi il risultato finale, filtrato da un humor britannico, sardonico e pungente nei testi, da un amore per le filosofie e le musiche orientali, e da mille altri particolari, è unico e geniale. Prendiamo il suo stile di chitarrista, si tratta di un modo di suonare inconfondibile, quando parte un assolo di Richard Thompson lo riconosci subito, è solo suo, non lo puoi confondere con altri, come capita solo per i grandi virtuosi della chitarra elettrica (e acustica), si tratta forse di quella totale mancanza delle radici blues (e R&R) nel suo stile, in partenza c'è il folk britannico, c'è una certa presenza della musica modale, ma poi ha sviluppato una tecnica unica, che ha piccolissime parti di psichedelia californiana fine anni '60, un tocco di Hendrix (ma proprio un accenno, per l'imprevedibilità delle sue traiettorie) e la genialità dell'improvvisatore puro mutuata dai solisti jazz. Il risultato finale è assai apprezzato, anche se non da tutti, perché molti non lo capiscono, abituati a chitarristi che si ispirano nella quasi totalità al blues e al rock.
Direi che si è capito che mi piace, quindi per non fare diventare un saggio questa recensione, veniamo al disco in questione: un titolo secco e semplice, almeno in superficie, Electric, il progetto iniziale prevedeva un disco registrato in trio, con la sua sezione ritmica abituale, Taras Prodaniuk al basso e Michael Jerome alla batteria, due musicisti dallo stile laconico ma molto efficace: nel concerto a cui ho assistito nel maggio del 2008 al Manzoni di Milano (era uno dei pochi grandi che non avevo mai visto dal vivo) si sono rivelati perfetti per un Richard Thompson in serata di grazia, e molto mascelle dei presenti alla serata sono ancora sul pavimento del teatro, cadute per lo stupore creato dalle incredibili evoluzioni della solista di Thompson. Il nostro amico negli ultimi anni ha ripreso un vigore chitarristico che mancava in parte dalla sua produzione più recente (a parte Sweet Warrior) e gli ultimi due dischi, entrambi registrati dal vivo, uno di materiale totalmente nuovo e l'altro (peraltro solo in DVD) sono lì a testimoniarlo, come potete andare a rileggervi, se ne avete voglia, sul Blog: un-bel-dvd-dal-vivo-in-scozia-ci-mancava-richard-thompson... e meglio-di-cosi-e-difficile-richard-thompson-deam-attic.html.
Si diceva del progetto iniziale di questo album, che si è poi materializzato in quel di Nashville, Tennessee nello studio di registrazione personale di Buddy Miller e da semplice prova in trio, con l'aiuto dello stesso Miller alla chitarra, di Stuart Duncan al violino e di un paio di vocalist d'eccezione come Alison Krauss e Sioban Maher Kennedy, ha leggermente ampliato il proprio progetto sonoro, soprattutto nella versione Deluxe doppia, che è quella da avere assolutamente. Perché se il disco è come al solito sopra la media di gran parte della produzione discografica attuale, il secondo CD della versione speciale ha un paio di brani imperdibili (anche vista la minima differenza di prezzo e l'inutilità di fare le solite due versioni differenti, una invenzione tra le più becere di un'industria discografica sempre più a corto di idee e alla caccia dei cosiddetti collezionisti).
A riprova del suo humor britannico e della sua ironia, Thompson ha parlato per questo album, scherzando (ma qualcuno che lo prende sul serio, sfogliando le cartelle stampa della sua etichetta, lo trova sempre), di folk-funk, ovvero Judy Collins incontra Bootsy Collins, giocando sull'omonimia dei due cognomi, ma anche di power trio celtico, ovvero Jimi Hendrix Experience incontra Peter, Paul & Mary: probabilmente si sarà rotto le balle anche lui, quando gli chiedono di definire la sua musica e allora inventa dei termini che superano anche le più fantasiose elaborazioni dei critici. La produzione di Buddy Miller, a dispetto di quelli che pensavano potesse "insegnare" qualcosa a Richard Thompson, si limita ad evidenziare un suono ruvido, dettagliato, molto dettagliato, quasi garage, "elettrico" in una parola, con il buon Buddy che ci riferisce, giustamente, di essersi limitato "a prendere lezioni di chitarra per un paio di settimane con Richard". In ogni caso il risultato è eccellente: dalla poderosa Stony Ground iniziale, l'unica che potrebbe avvicinarsi a quel folk-funk ipotetico, con la chitarra di Thompson che viaggia sulle solite linee impossibili e regala interventi solisti tiratissimi, mentre la ritmica lavora a pieno regime. Salford Sunday è uno di quei deliziosi episodi folk-rock tipico del canone thompsoniano, con la musica che danza intorno alle parole argute di Richard che si fa sostenere dalla delicata voce di Siobhan Maher Kennedy, la bravissima ex cantante dei River City People.
Sally B è uno dei tipici brani al vetriolo di Thompson, dedicato ad un politico, in cui qualcuno ha creduto di riconoscere Sarah Palin, ma probabilmente è un composito di più personaggi, in questo caso la musica sostenuta dal basso martellante di Prodaniuk e dalla batteria ricercata di Jerome (uno dei migliori batteristi della storia dei suoi dischi) si avvicina a quell'ipotetico power trio celtico evocato in precedenza, con la chitarra che ha aperture quasi hendrixiane, perché un fondo di verità nelle parole del nostro c'è sempre. Stuck On The Treadmill rimane sempre ancorato a queste sonorità cupe e arcigne, con la chitarra angolare che disegna le solite traiettorie uniche del rock, secondo Richard Thompson. My Enemy è una di quelle stupende ballate malinconiche e cariche di sentimento che costellano la sua discografia, con la seconda voce della Maher Kennedy a sottolineare il cantato maschio e baritonale della voce di Thompson, mentre mandolino, il violino di Stuart Duncan, la seconda chitarra di Miller e quella di Thompson colorano il suono con la consueta precisione e maestria.
Good Things Happen To Bad People, un titolo che ben inquadra la filosofia ironica di vita dell'autore, è "semplicemente" un bel pezzo rock d'autore, tipico del suo repertorio mentre Where's Home per i suoi canoni sembra quasi una bella country-pop song con mandolino e violino nuovamente in luce per un suono più americano e le belle armonie vocali femminili a sottolineare le voce di Thompson. Another Small Thing In Her Favour è di nuovo una intensa ballata elettrocustica marchiata in modo inconfondibile dal suo stile unico ed inimitabile e segnata da un magnifico assolo. Straight And Narrow è un brano inconsueto nel suo songbook, un simil beat anni '60 con tanto di organo Farfisa e la chitarra che quasi surfeggia, indiavolata come sempre. Ma i brani migliori del primo CD sono gli ultimi due: una magnifica folk song acustica come The Snow Goose che sembra venire dal suo migliore repertorio anni '70, impreziosita dalla seconda voce di Alison Krauss che fa la Linda Thompson della situazione, da un accordion o una tastiera suonato dallo stesso Richard e poco altro, ma il risultato è superbo. Saving the Good Stuff For You ha un incipit degno delle migliore canzoni del Dylan del periodo d'oro, poi entrano il violino di Duncan, la seconda voce della Kennedy, i florilegi dell'acustica dello stesso Thompson e questo valzer prezioso ci porta nei terreni del miglior country-folk.
Il secondo CD, quello bonus, ci spiega perchè il disco è stato registrato in quel di Nashville, Will You Dance Country Boy è una briosa country-song con il violino in grande spolvero a duettare con le chitarre di Thompson e Miller in modo divertito e divertente, I Found A Stray è un'altra di quelle meraviglie che escono dalla penna del musicista inglese, una ballata acustica straziante con il violino di Duncan a riprendere il ruolo che fu di Swarbrick ai tempi dei Fairport Convention mentre il contrabbasso di Dennis Crouch sottolinea il tempo. In questo disco bonus niente demos o alternate takes come spesso d'uso per inutili dischetti aggiuntivi, ma altre nuove canzoni di notevole spessore, come The Rival dalle splendide arie irlandesi miste a sonorità che avvicinerei al Mark Knopfler degli ultimi dischi, con la Maher Kennedy impegnata nella sua ultima apparizione e una Tic Tac Man altra perla del repertorio classico di Thompson, sempre impeccabile nella parte strumentale questa volta affidata al suo mandolino.
Il disco a questo punto finirebbe ma ci vengono regalati altri due/tre brani diciamo rari: Auldie Riggs e Auldie Riggs Dance sono due movimenti tratti da Cabaret Of Souls, una sorta di mini opera o oratorio concepita tra il 2009 e il 2010 per essere eseguita dal vivo con il suo quasi omonimo Danny Thompson e poi incisa nel 2012 senza il grande contrabbassista, ma con la presenza di Judith Owen, e venduta solo sul suo sito e ai concerti da fine 2012: si tratta di una piece ambientata negli Inferi, con tanto di parti recitate e intermezzi orchestrali, dove Thompson immagina che le anime delle persone scomparse di recente partecipino ad una sorta di talent dove eseguono una canzone che dovrebbe rappresentare quello che sono stati in vita, il "Guardiano delle anime" risponde a sua volta con una canzone o un brano parlato. Su che canale lo faranno questo talent show? In ogni caso geniale, peccato che non si trovi con facilità. L'ultima chicca è la sua versione di So Ben Mi C'Ha Bon Tempo, un brano cantato in italiano del '500 tratto dal repertorio tardo rinascimentale di Orazio Vecchi e che si trovava in origine su 1000 years Of Popular Music, un CD+DVD che riproponeva il suo spettacolo live dallo stesso nome dove Richard Thompson suonava e cantava di tutto, dal canto gregoriano di Sumer Is Sicumen In a Oops I Dit It Again di Britney Spears, passando per i Beatles, gli Abba, Prince e gli Who.
Un vero fenomeno.
Bruno Conti
19:38 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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10/01/2013
Un'Idea Più Che Brillante, Geniale! Transatlantic Sessions 5, Volume Three with Aly Bain & Jerry Douglas, Per Non Dire Degli Altri!
Transatlantic Sessions 5 Volume Three with Jerry Douglas & Aly Bain – Whirlie Records CD o DVD
Questa delle Transatlantic Sessions è state veramente un’idea brillante. Partorita dalle brillanti menti della BBC Scotland, BBC 4 e dalla RTE, la televisione di stato irlandese, questa serie nasce nel lontano 1995 con l’idea di unire musicisti provenienti dai due lati dell’oceano, country e folk principalmente, ma con contributi anche dal blues e dalla canzone d’autore. Il tutto avviene in uno studio fornito dalla Pelicula Studio Films di Glasgow dove una house band fissa accoglie durante queste sessions la crema della musica “roots” proveniente da tutto il mondo. E noi perché ne parliamo solo adesso, dopo l’uscita di quindici CD e 5 DVD (ma i dischetti sono nove in totale) complessivamente? Non lo so, ma l’importante è parlarne! Prima di vedere cosa succede in questo ultimo capitolo (per il momento), cerchiamo di capire chi si è avvicendato nel corso degli anni.
I “padroni di casa” sono Aly Bain, prodigioso violinista delle Shetland, fondatore dei Boys Of The Lough nel lontano 1972 e Jerry Douglas, di cui forse si farebbe prima a dire con chi non ha suonato, maestro della chitarra resonator e della lap steel e presente in oltre 1600 dischi dagli anni ’70 ad oggi (tra le ultime collaborazioni importanti quelle con Paul Simon, Mumford and Sons, Alison Krauss, Clapton e Costello, ma sono proprio una minima parte della sua discografia); con loro ci sono, o ci sono stati, Russ Barenberg (USA), John Doyle (Irlanda via Usa, ex dei Solas), Noillaig Casey (anche lei dall’Irlanda, violinista e moglie di Arty McGlinn), John McCusker (ex di Kate Rusby e ora marito di Heidi Talbot, un po’ di gossip), Michael McGoldrick (tin whistle e uileann pipes, attualmente con la band di Mark Knopfler), Donald Shaw (dalla Scozia, accordion e tastiere, viene dai Capercaillie, nonché marito di Karen Matheson) e, tanto per non farci mancare nulla, Danny Thompson al contrabbasso e James Macintosh (degli Shooglenifty) alla batteria. E questi sono “solo” gli accompagnatori.
Tra gli ospiti, a partire dal 1995: Mary Black, Guy Clark, Iris DeMent, Dick Gaughan, Emmylou Harris, Donal Lunny (un nome ricorrente, c’è anche nella nuova stagione), John Martyn, Kate & Anna McGarrigle, Karen Matheson, Kathy Mattea, Rufus Wainwright e tantissimi altri, in un incrocio vorticoso di scambi (pensate al trio Black, Dement, Harris o alla stessa Emmylou con Guy Clark, John Martyn con Kathy Matthea, in una versione da sballo di May You Never, le McGarrigles, con Rufus, Emmylou Harris e Dick Gaughan, cose da non credersi, per una prima annata “quasi” irrepetibile). Ma poi negli anni a venire, arriveranno, Paul Brady, Rosanne Cash, Nacncy Griffith, Ricky Skaggs, Maura O’Connell, Sharon Shannon e, dopo una lunga pausa, dal 2007, ora con una cadenza biennale (negli anni dispari registrano, l’anno dopo pubblicano, prossimo capitolo 2013-14): ancora Paul Brady, Iris DeMent, Sharon Shannon, Julie Fowlis, Joan Osborne, Darrell Scott, Eddi Reader e ancora, James Taylor, Allison Moorer, Liam O’Maonlai, Martha Wainwright, Karen Casey, di nuovo Rosanne Cash ed una infinità di altri.
Per questa stagione troviamo Eric Bibb (che è in uno dei volumi precedenti, ma il DVD li riporta tutti insieme) e…, veniamo a bomba, Alison Krauss in una bellissima versione di I Believe In You di Bob Dylan, Jerry Douglas, Sam Bush, Donal Lunny che guidano tutto il “cucuzzaro” in un notevole strumentale dello stesso Jerry, Route Irish. Eddi Reader, tanto brava quanto sottovalutata (tutti si ricordano solo della canzoncina dei Fairground Attraction), canta da par suo una deliziosa Dragonflies scritta con Boo Hewerdine, Phil Cunningham guida tutti gli strumentisti in un medley strumentale di gighe e reels, poi sostituito da Donal Lunny per la sua Cunla. In Leaving Limerick la voce solista è quella di Muirreann Nic Amhlaoibish (ma nomi normali no?) degli ottimi Danù e per un brano in gaelico di cui mi rifiuto di scrivere il titolo la scozzese doc Kathleen MacInnes con la partecipazione di Sarah Jarosz.
Poi un altro brano, definito Breton Set, con la guida di John McCusker, una bellissima Windows Are Rolled Down cantata alla grande da Amos Lee (con Sarah Jarosz e Alison Krauss) e un altro Dylan da antologia, Ring Them Bells, splendida anche in questa versione celto-americana cantata da Sarah Jarosz e non potendo avere il Morrison originale ci accontentiamo del giovane Iain che canta, benissimo (prendere nota, molto bravo) la sua Broken Off Car Door. Ci sono altri quattro brani tra cui una notevole Litte Girl Of Mine In Tennessee, con il trio Sam Bush, Bela Fleck e Jerry Douglas (oltre a tutti gli altri, che comunque appaiono a rotazione in tutto il CD)! Se avete avuto una vincita alla lotteria o un’eredità vi consiglierei di acquistare tutta la serie, meglio in DVD, anche se costano un pacco di soldi e non sono di facile reperibilità. Non per nulla vincitore del premio per il miglior disco tradizionale in terra d’Irlanda (MG Alba Awards 2011). Una meraviglia!
Bruno Conti
18:39 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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05/07/2012
"Una Signora Americana". Shawn Colvin - All Fall Down
Shawn Colvin – All Fall Down – Nonesuch Records 2012
Shawn Colvin originaria di Vermillion (South Dakota), è stata in gioventù una delle più celebrate cantautrici uscite dalla cosiddetta prima ondata del “new folk” (iniziata negli anni ottanta), un movimento che ha portato alla luce, fra gli altri, i talenti di Suzanne Vega e Jack Hardy. Nel 1989 con Steady On seppe meritarsi un Grammy (l’Oscar americano della musica) nella categoria di miglior esordio in ambito folk, un altro lo vincerà nel 1998 con il singolo Sunny Came Home, contenuto nell’album A Few Small Repairs, come miglior canzone dell’anno. In seguito con una stampa sempre favorevole, ha prodotto dischi di valore assoluto come Fat City (92), Cover Girl (94) uno splendido album di “cover”, il già menzionato A Few Small Repairs (95), e il più recente These Four Walls (2006).
Il nuovo lavoro della dolce cantautrice, All Fall Down, è molto ambizioso: per confezionarlo la Colvin ha chiamato a raccolta uno stuolo di grandi nomi del rock (ma soprattutto amici), sotto il patrocinio di Buddy Miller, produttore del disco, presso lo studio del medesimo a Nashville. Shawn saggiamente ha approfittato della amicizia e disponibilità a partecipare alle sessioni di artisti come Jakob Dylan, Alison Krauss, Patty Griffin, Emmylou Harris, Bill Frisell, e musicisti del valore di Stuart Duncan al violino, Viktor Krauss al basso, Brian Blade alla batteria, Julie Miller (moglie del produttore) e le sorelle McCrary ai cori. Buddy Miller è un produttore molto esperto (ha lavorato praticamente con tutti ed è ricercato da tutti) e in questa occasione ha costruito attorno alle canzoni della sua “amica” un suono molto morbido e suadente che rispetta la natura acustica del suo “songwriting”, ma che non manca di soluzioni elettriche.
L’iniziale “title track” All Fall Down è scritta col suo partner e produttore di lunga data John Leventhal, un brano elettrico dove la voce ricorda quella di Sheryl Crow, mentre la seguente American Jerusalem, pescata dal repertorio di Rod MacDonald, tocca il cuore, mettendo in evidenza la chitarra di Bill Frisell e il controcanto di Emmylou Harris, uno dei punti più alti del disco. Si riparte con Knowing What I Know Now, delicato brano punteggiato dal violino di Duncan, seguito da Seven Times The Charm firmato con Jakob Dylan e con Alison Krauss vocalist aggiunta. Anne of the Thousand Days è una ballata romantica che vede come autore Frisell e lo si nota per l’elegante gusto dell’arrangiamento, mentre The Neon Light of the Saints (scritta appositamente per la serie TV Treme) ha ritmo e un ritornello dinamico, con tutte le coriste in spolvero.
Change Is on the Way scritta a due mani con Patty Griffin è un’altra delle perle del CD, una ballata sognante, e la Colvin si supera con una “performance” notevole, su un tessuto sonoro che si sviluppa con la pedal steel e il violino di Stuart. I Don’t Know You e Fall of Rome sono canzoni folkie, dalla accurata struttura armonica, con il suono magico delle chitarre di Bill Frisell e Buddy Miller. Con Up on That Hill di Mick Flannery si arriva al terzo momento “caldo” del disco (e devo dire con una certa sorpresa), in quanto Shawn va a pescare nel songbook di uno dei miei cantautori preferiti del momento (recensito sul blog la settimana scorsa in-irlanda-un-numero-1-grande-talento-mick-flannery-red-t...), un brano di una bellezza disarmante (tratto da Red To Blue), una versione incantevole, un gioiello preso in prestito. La chiusura è affidata a On My Own un brano dove la Colvin ricorda persino la miglior Suzanne Vega (con cui ha condiviso gli esordi), una ballata dal suono morbido e romantico.
Ne ha fatta di strada Shawn Colvin e non sarei sorpreso se All Fall Down prendesse una “nomination” per i Grammy del prossimo anno, perché dischi coltivati e suonati con tanto amore, non possono passare inosservati alle orecchie più sensibili. Se cercate una degna “epigona” di Joni Mitchell, difficile in questo momento trovare di meglio.
Tino Montanari
10:44 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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22/06/2012
"Vecchio" Rock Per Nuovi Talenti. Grace Potter & The Nocturnals - The Lion The Beast The Beat
Grace Potter & Nocturnals – The Lion The Beast The Beat – Hollywood Records Deluxe Edition
Sono sempre stato un “fan” della musica della cantante del Vermont non-quella-grace-ma-grace-potter-and-the-nocturnals.html, ma l’ultimo, omonimo, terzo disco di studio non mi aveva convinto fino in fondo, nonostante alcune critiche positive e qualche canzone di buona qualità. Un suono troppo “leccato”, colpa di un produttore come Mark Batson, abituato a lavorare con gente come Maroon 5, Dr. Dre, Eminem, Nas e compagnia bella leggere-sempre-bene-le-note-grace-potter-and-the-nocturna... e quindi le tastiere della Potter erano molto sintetiche e diverse dal suono delle esibizioni live: non dimentichiamoci che Grace Potter and The Nocturnals sin dal 2002, anno della loro apparizione, si sono costruiti una reputazione nel circuito delle jam band e dei Festival, se andate sul sito gratuito (e legale)http://archive.org/ , trovate quasi 400 concerti gratuiti da scaricare (dei Grateful Dead ce ne sono quasi 9.000) e potete rendervi conto di quanto siano bravi dal vivo (non per nulla hanno pubblicato due CD live per i Record Store Day del 2008 e 2012).
Nati intorno al nucleo storico della stessa Grace Potter, tastiere,chitarra, voce e autrice di quasi tutto il materiale, Matt Burr alla batteria e Scott Tournet alla chitarra, da qualche anno hanno aggiunto un secondo chitarrista Benny Yurco, mentre la figura del bassista continua a cambiare, nell’ultimo disco era la quasi omonima Catherine Potter, mentre ora è arrivato tale Michael Liberamento che suona anche percussioni e tastiere varie. Rispetto al disco precedente mi sembra che sia cambiata anche la strategia di marketing della sua casa discografica, lasciando perdere l’immagine di copertina, come direbbe Paolo Hendel, di una “bella topona bionda” in minigonna (non perché non lo sia più!) e puntando più su una iconografia quasi “fantasy”. Nuovo produttore a bordo, Jim Scott, uno che ha lavorato con Wilco, Petty, Tedeschi Trucks Band e una collaborazione in 3 brani con Dan Auerbach dei Black Keys, presente sia come autore che come musicista e produttore nel brano Never Go Back (vabbé, Casio Drum Loop!), quindi un certo “modernismo”, come dire, più sano non manca comunque.
Sin dalla partenza tirata con la neo-psichedelia rock della title-track, la voce potente e sicura si appoggia su un muro di chitarre e tastiere, magari non sarà come l’altra Grace (Slick) o come la grande Janis, ma il cuore batte nelle giuste coordinate musicali. Never Go Back ha troppi Casio, Mellotron, ARP e percussioni sintetiche rispetto alle chitarre, per i miei gusti, ma evidentemente bisogna pure passare nelle radio attuali. Parachute Heart riesce meglio a fondere sonorità moderne e quelle più rock di acoustic e slide guitars, in un melodico mid-tempo che ricorda i Fleetwood Mac a guida Nicks & Buckingham. Stars è una bella ballatona con archi aggiunti cantata a voce spiegata dalla brava Grace. Anche Timekeeper predilige i tempi medi e quel suono “lavorato” tipico di Scott ma si capisce che la sostanza c’è mentre Loneliest Soul un’altra delle collaborazioni a livello compositivo con Auerbach ha ancora ritmi sghembi e molto lavoro a livello di produzione ma non rimane molto in mente. Turntable, come da titolo, parte con il rumore di una puntina che scende sul vinile e ha una impostazione più da classic rock anche se le sonorità sono da giorni nostri, la vedo bene dal vivo con le chitarre più libere di agire. Keepsake sembra un brano del Greg Kihn del periodo dance-rock, meno dance e più rock. Runaway è il terzo brano scritto con Auerbach, più rock dei precedenti con chitarre e organo in evidenza e cantato con maggiore convinzione.
One Heart Missing è una ballata rock con la solista di Tournet in primo piano e qualche similitudine con gli U2 degli anni ’80. The Divide è un brano dalle atmosfere più composite, ricercate, con i soliti archi di rinforzo voluti dal produttore Scott e mi ha ricordato le Heart del periodo migliore, quando “prendevano” qualche idea dagli Zeppelin. A questo punto finisce la versione normale e partono le bonus: Roulette è un altro brano rock tipico del loro repertorio, come pure All Over You che sarebbero state benissimo anche nella versione standard del disco. C’è poi una versione alternata di Stars cantata in duetto con Kenny Chesney e con Alison Krauss alle armonie che mi sembra, non me ne vogliano, molto meglio di quella con i Nocturnals, Kenny Greenberg, Chad Cromwell, Pat Buchanan, John Jarvis, Dan Dugmore sono fior di musicisti e con l’aggiunta di Mickey Raphael lo ribadiscono nella bellissima ballata Ragged Company, cantata in duetto con Willie Nelson, ci scappa anche un assolo di Hammond fantastico e lei canta benissimo. Futura carriera solista? Non lo escluderei, per il momento “accontentiamoci”!
Bruno Conti
09:33 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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02/05/2012
Un Trio Per Giugno! Nuovi Album Per Brandi Carlile, Shawn Colvin E Mary Chapin Carpenter
Brandi Carlile - Bear Creek - Columbia - 05-06-2012
Shawn Colvin - All Fall Down - Nonesuch - 05-06-2012
Mary Chapin Carpenter - Ashes And Roses - Zoe/Rounder 12-06-2012
Visto che in questi giorni ho ricevuto le prime notizie (e altro) sulle uscite discografiche di tre delle migliori cantautrici in circolazione le condivido in anteprima con Voi.
Il 5 giugno uscirà il nuovo e quarto album di studio di Brandi Carlile Bear Creek che prende il titolo dagli studi dove è stato registrato (così ha potuto emulare il suo "idolo" Elton John che aveva fatto Honky Chateau). Sono tredici nuovi brani di cui alcuni già eseguiti dal vivo tra i quali Raise Hell, Keep Your Heart Young e il singolo That Wasn't Me. Brandi è accompagnata dal suo gruppo abituale con i gemelli Tim & Phil Hanseroth, chitarra e basso, la batterista Allison Miller e al cello Josh Neumann. Più Dave Palmer alle tastiere e Jeb Bows al violino e mandolino. Ospite in alcuni brani Matt Chamberlain alla batteria.
Lo stesso giorno per la Nonesuch esce il nuovo Shawn Colvin All Fall Down, ottavo album in questo caso, con un parterre di ospiti impressionante: Alison Krauss, Emmylou Harris, Jakob Dylan, Mary Chapin Carpenter, Bill Frisell, Viktor Krauss, Brian Blade, Stuart Duncan, and Julie Miller, tra gli altri. C'è anche Buddy Miller che oltre a suonare e cantare, produce il disco. Sono undici brani con alcune collaborazioni interessanti: oltre alle canzoni scritte con Viktor Krauss, Jakob Dylan e Bill Frisell ce n'è una firmata con Patty Griffin e tre con John Leventhal. Sembra molto promettente! Di Shawn Colvin, sempre nella stessa data, esce anche un libro di memorie Diamond In The Rough!
Tra l'altro la Colvin proprio in questi giorni è in tour negli Stati Uniti in duo acustico con Mary Chapin Carpenter che il 12 giugno pubblicherà per la Zoe/Rounder/Universal il nuovo album Ashes and Roses. Non c'è la foto della copertina perchè nelle notizie che mi hanno dato c'è scritto "not final artwork" e quindi rispettiamo. Però vi posso dire che il CD è prodotto dalla stessa Carpenter con Matt Rollings che suona anche le tastiere, chitarre affidate come di consueto a Duke Levine, Russ Kunkel alla batteria, Glenn Worf al basso e Mac McAnally e Kim Keys alle armonie vocali. Sono tredici brani tra cui un bellissimo duetto con James Taylor Soul Companion. Come faccio a saperlo? L'ho sentito! Recensione in tempi ragionevoli, qualche giorno prima della data di uscita.
Attendiamo fiduciosi.
Bruno Conti
20:32 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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16/01/2012
Un Cantautore Dai Molti Fans Di "Lusso", E Parecchi Sono Nel Disco! Jeff Black - Plow Through The Mystic
Jeff Black – Plow Through The Mystic – Lotos Nile Music 2011
Atteso ritorno del cantautore-pianista (merce rara al giorno d’oggi) Jeff Black, nativo del Missouri, giunto al quinto disco in oltre 13 anni di carriera. Jeff ha iniziato a lavorare in quel di Nashville facendo il “turnista” nelle band di vari “countrymen”, tra cui Iris DeMent, quindi ha cominciato a scrivere canzoni per altri artisti Waylon Jennings (The Carnival Song), Jo-El Sonnier (Never Did Say Goodbye), The Blackhawk (That’s Just About Right), riscuotendo un discreto successo che lo ha portato in seguito ad essere ben considerato anche da celebrate “star” come Alison Krauss, Dierks Bentley oltre al mandolinista Sam Bush che troviamo puntualmente anche in questo lavoro. Il nostro amico ha esordito nel 1998 con Birmingham Road, poi ha dovuto attendere diversi anni per ritrovare un contratto discografico, giunto nel 2003 con la meritevole Blue Rose che ha pubblicato “l’elettrico” Honey and Salt, seguito nello stesso anno da una compilation B-Sides and Confessions Vol.1, inciso con una scarna strumentazione, ma composto da grandi canzoni, per arrivare allo splendido Tin Lily del 2005.
Plow Through The Mystic si avvale di musicisti del calibro di Jerry Douglas alle chitarre e lap steel, Sam Bush ovviamente al mandolino, Kenny Wright alla batteria, Matraca Berg e le più famose Kim Richey e Gretchen Peters (interprete di un bellissimo disco con Tom Russell) ai cori, e lo stesso Black che suona di tutto, dal pianoforte, al banjo e alle tastiere, il tutto per circa un’ora di musica dove Jeff con la sua voce, un piano che segna le melodie, chitarre per lo più acustiche, ogni tanto la sezione ritmica, sa scrivere canzoni profonde, in cui passione e cuore sono in perfetta simbiosi.
L’iniziale Walking Home mischia la canzone d’autore Americana con una melodia lenta tipica di Black, mentre la seguente Sorry cattura subito, impreziosita dal controcanto delle tre “Ladies”. Immigrant Song è un brano recitativo con la chitarra acustica che dialoga con la voce di Jeff, nella seguente Cure entra in scena il mandolino di Sam Bush per l’unico brano in forma strumentale. Sam è ancora protagonista in una accorata Virgil’s Blues, mentre Wounded Heart è più "normale" e si ascolta con piacere, ma non va oltre. Il livello si alza con il brano che dà il titolo al CD, una Plow Through the Mystic lenta ed introspettiva, che ci consegna il cantautore nella sua versione più intima. Anche la seguente New Love Song è sulla stessa linea con il piano protagonista, mentre il mandolino di Sam ritorna in Making The Day, ballata acustica e leggiadra. Waiting è un brano dotato di una bella melodia, in un ambito prettamente cantautorale, e anche What I Would Not Do è una canzone ben cantata, notturna e pianistica. Il piano è ancora protagonista in Run e Ravanna, le due composizioni che chiudono degnamente un disco onesto, dai sapori antichi.
Jeff Black è un songwriter da preservare come i “panda”, scrive canzoni che richiamano alla mente Greg Brown, Bill Morrissey e il compianto Townes Van Zandt, e i suoi testi sono tra i più belli in circolazione. Plow Through The Mystic è un disco che emoziona e affascina, e Black conferma di essere un autore vero, per chi lo conosce sapete già cosa fare, per i “neofiti” dovete prendere il CD con dolcezza, adagiarlo nel lettore e lasciare che vi conquisti.
Tino Montanari
P.S. *E se cogliete anche degli echi del Tom Waits giovane non state sognando!
*NDB
13:01 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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11/06/2011
Non Solo Jazz! Un Disco Country Per Diane Schuur - The Gathering
Diane Schuur - The Gathering - Vanguard
A proposito di belle voci, non tutti sanno che Diane Schuur, quando era ancora una teenager, ha iniziato la sua carriera come cantante country con un singolo Dear Mommy and Daddy" che dal titolo non promette grandi emozioni ma pare raggiunse il terzo posto delle classifiche country. Poi la Schuur ha iniziato una carriera che l'ha portata ad essere una delle migliori cantanti jazz dei nostri tempi e a collaborazioni con le orchestre di Count Basie e Duke Ellington, dischi con BB King, due Grammy vinti e molte nominations ma la passione per il country è rimasta.
D'altronde "se Ray Charles ha fatto un disco country perché non posso farlo io?" si chiede la nostra amica e io che sono educato non le rispondo per non essere irriverente (anche se hanno lo stesso problema e gli stessi occhiali scuri).
Comunque l'idea è buona, le condizioni si sono create con un nuovo contratto con la Vanguard e la possibilità di recarsi a Nashville per registrare questo The Gathering. Detto fatto, la brava Diane (che, scherzi a parte, ha una delle più belle voci in circolazione, in qualsiasi genere la vogliate inserire) il 6 dicembre del 2010 si è chiusa in uno studio di registrazione in compagnia di un manipolo di artisti fantastici e la sera il disco era pronto. Certo se i musicisti si chiamano Steve Gibson alla chitarra, Mike Rojas al piano elettrico Wurlitzer, Michael Rhodes al basso ed Eddie Bayers alla batteria. Steve Buckingham è l'altro chitarrista e cura la produzione, la Schuur si occupa del piano acustico. Qualche ospite nobilita ulteriormente il lavoro: Alison Krauss e Vince Gill alle armonie vocali, Mark Knopfler e Larry Carlton aggiungono le loro chitarre, Kirk Whalum si occupa del sax. Lei canta divinamente questi dieci brani scelti tra alcuni grandi della storia della musica country et voilà "i giochi sono fatti".
Dalla struggente ballata iniziale di Hank Cochran Why Can't Be You la Schuur dimostra a Norah Jones (e a tantissime altre, perché la Jones mi piace moltissimo) come si fa un disco di country con classe, passione e una voce da brividi. Healing Hands Of Time è un brano di Willie Nelson e lo capisci subito perché è inconfondibile, ma la versione è fantastica, scivola che è un piacere con le armonie vocali di Carmella Ramsey e le chitarre di Gibson e Buckingham a cesellare note con l'aiuto di Mark Knopfler alla terza solista e il sax di Whalum e il piano di Rojas che gli danno quel flavor anni '70 alla Muscle Shoals Studios e lei che si diverte un mondo a raggiungere note impossibili. Beneath Still Waters è un'altra ballatona strappalacrime con Diane Schuur che si ispira per il suo stile pianistico a Floyd Cramer uno dei grandi del country di Nashville che ha suonato con tutti da Elvis a Roy Orbison a Patsy Cline e anche a livello vocale non ha nulla da invidiare ai nomi citati.
Til I Can make It on my own è uno dei due brani dal repertorio di Tammy Wynette mentre Don't Touch Me è l'altro brano scritto da Hank Cochran e la seconda voce è quella di Alison Krauss e sinceramente non saprei dirvi chi canta meglio ma sicuramente l'ascoltatore gode. Today I Started Loving You Again è un altro brano delizioso scritto da Merle Haggard e dalla moglie Bonnie Owens con le armonie vocali curate da Vince Gill e con la chitarra di Larry Carlton che si ispira al George Benson di On Broadway fino a stimolare la Schuur che improvvisa all'impronta uno scat vocale e poi si lascia andare vocalmente alla grande con la chitarra che la spinge verso vette notevoli. Till I get it right è l'altro brano di Tammy Wynette sempre raffinato e di gran classe, un poco old school e demodè come certe cose dell'ultimo Willie Nelson, ma signori miei è veramente brava. Am I That Easy to Forget è uno standard fine anni '50 ma non me la ricordo particolarmente, non memorabile. When Two Worlds Collide scritta da Roger Miller è un altro di quegli standard country malinconici forse un po' troppo di maniera. Nobody Wins è un brano di Kris Kristofferson, un altro lentone da pista da ballo con la solita dicotomia piano elettrico-chitarra elettrica, sempre cantato con grande maestria da Diane Schuur ma gli manca quel guizzo di classe.
Un bel disco per gli amanti del genere e delle belle voci.
Bruno Conti
19:26 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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03/05/2010
Mary Chapin Carpenter - The Age Of Miracles
Mary Chapin Carpenter - The Age Of Miracles - Zoe/Rounder/Universal
Esce domani sul mercato italiano (è uscito la settimana scorsa negli States) il nuovo album di Mary Chapin Carpenter, il dodicesimo, raccolte escluse e disco natalizio e Party Doll inclusi. Non molti, considerando che l'esordio era avvenuto con Hometown Girl nel lontano 1987 alla non più tenera età di 29 anni. Gli anni dei grandi successi e della "cosiddetta country music" sono lontani: Come On Come On, il suo disco di maggior successo negli anni '90 ha venduto oltre quattro milioni di copie senza arrivare più in là del 31° posto nelle classifiche americane. Pensate come è cambiato il mercato discografico (e il mondo) in poco più di quindici anni, e dicendo questo so di intristire più di un discografico, il disco precedente della Chapin Carpenter, The Calling, del 2007, pur giungendo ad un rispettabile 59esimo posto nelle charts americane ha venduto poco più di centomila copie.
Ma bando alle tristezze, veniamo a questo nuovo The Age Of Miracles, il terzo per la nuova etichetta Zoe/Rounder, dopo il citato The Calling e il cosiddetto "disco stagionale", Come Darkness, Come Light: questo album ha avuto una lunga gestazione causata dalla grave malattia contratta dalla Mary Chapin Carpenter nel corso del tour promozionale di The Calling, una embolia polmonare che ha rischiato di ucciderla e che, forse, tra le altre cose, ha generato il titolo di questo nuovo album.
Comunque niente paura per i fans della bionda cantautrice americana, questo nuovo album non ha spostato di una virgola la sua musica, lo stile è rimasto quel country-folk-rock di impianto "tranquillo", preferibilmente ballate, raramente si avventura in qualche midtempo e quei brani vagamente Country-rock che apparivano nei dischi degli anni '90 sono un lontano ricordo. La qualità di musica e testi è sempre molto elevata, la voce è rimasta bellissima, calda ed espressiva, dolce, senza voler essere offensivo, anzi, i dischi della Carpenter sono come un vecchio paio di ciabatte, sapete quelle vecchie, le preferite, che vi calzano alla perfezione e vi tengono i piedi comodi e al calduccio.
Contribuisce alla riuscita del tutto l'elevata qualità dei collaboratori, il meglio che la Nashvile meno commerciale può offrire: il tastierista (soprattutto piano, ma ottimoanche all'organo) e co-produttore Matt Rollings, reduce da anni di collaborazioni con Lyle Lovett, il chitarrista Duke Levine, fine cesellatore della 6 corde (non c'è più John Jennings) e la sezione ritmica composta dal bassista Glen Worf e dal batterista Russ Kunkel, leggendario musicista che ha suonato con chiunque vi possa venire in mente sulla scena musicale americana e contende a Jim Keltner il titolo di Batterista. Con tutto sto po' po' di roba a disposizione, naturalmente, se hai un filo di talento è difficile fare un disco brutto, se di talento ne hai parecchio è probabile che il disco sia sopra la media, come in questo caso. Avviso per rocker impenitenti e amanti di blues e generi alternativi: astenersi!
Dalla prima pennata di chitarra acustica del primo brano We Traveled So far, come dicevo prima, sapete già cosa aspettarvi, ma il viaggio è comunque piacevole e proficuo, con quella voce malinconica ma confortante, calda senza essere troppo espansiva o sofferta (non è Lucinda Williams o Mary Gauthier), i musicisti con l'aggiunta di Dan Dugmore alla 12 corde e steel guitar e di Mac McAnally alle armonie vocali cominciano a macinare ottima musica. Il successivo Zephyr reitera questa formula vincente e la bella voce della Carpenter comunque ti acchiappa. Put My Ring Back On è uno di quei rari brani mediamente movimentati a cui accennavo prima, non parliamo di rock ma le chitarre di Levine e l'organo di Rollings provano a dettare il tempo, l'ottimo Vince Gill duetta da par suo con Mary e il risultato è molto piacevole. Holding Up The Sky, in punta di strumenti e con una voce quasi sussurrata fa parte di questo nuovo filone più folkeggiante inaugurato nell'ultimo decennio.
Mary Chapin Carpenter non è certo il primo nome che vi viene in mente quando pensate ad una cantante di protesta o dedita a temi sociali ma le sue canzoni hanno sempre testi di ottimo livello letterario e nascosti tra le righe questi temi ricorrono; di tanto in tanto si palesano in modo evidente, è il caso di 4 June 1989 dedicata alla storia di piazza Tienammen vista attraverso gli occhi di uno dei protagonisti, un brano malinconico e compassionevole caratterizzato anche dalla presenza di un cello. Una delle più belle voci della canzone americana, Alison Krauss aggiunge le sue armonie alla evocativa I was A Bird e devo dire che le due voci si fondono alla perfezione. Mrs. Hemingway, una bellissima ballata pianistica con Matt Rollings che regala emozioni con il suo strumento, racconta la storia della prima moglie di Ernest Hemingway e gli anni di Parigi.
I have a need for solitude con la National di Levine in evidenza è piacevole ma non memorabile mentre per What You Look For Kunkel rispolvera quel sound di batteria che ha graziato decine di dischi negli anni '70, da Linda Ronstadt a Neil Young, da Joni Mitchell a Carole King (sempre lui era) e la chitarra di Duke Levine abbandona l'incessante coloritura dei brani e si avventura in uno dei rari assoli del disco, tutto molto bello, chi conosce la Carpenter avrà modo di apprezzare, gli altri pure. Iceland è un brano lento e riflessivo (strano!) di impostazione quasi new age, con una strumentazione quasi accarezzata. The Age of Miracles con una chitarra vagamente jingle-jangle è un'altra bella ballata molto romantica di ampio respiro di quelle che la Carpenter sforna quasi a comando. La conclusione è affidata al country-rock di The Way I Feel e capisci che Mary Chapin Carpenter è una dei nostri quando nel testo ti dice "quando sono tutta sola su un'autostrada di notte, non c'è niente come due mani sul volante e la radio che suona I Want Back Down" e la chitarra di Levine che viaggia con te. Certo lì sono avvantaggiati, non fa lo stesso effetto su una tangenziale ascoltando Tiziano Ferro.
Bruno Conti
18:36 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Disco UFO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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