26/05/2013
Un Fiume Di Note Di "Rock Sudista"! JJ Grey & Mofro - This River
JJ Grey & Mofro – This River – Alligator Records 2013
Spendere con coscienza il proprio denaro nell’acquisto dei costosissimi CD è cosa ardua, la scelta è vasta, l’offerta supera senza dubbio la domanda, e organizzare le risorse è obiettivamente difficile. Chi avrà un po’ di spregiudicato coraggio ed acquisterà il CD di JJ Grey & Mofro (uno dei gruppi di qualità che riescono ad ottenere un certo successo anche nelle chartsamericane), non rimarrà certo deluso. Vengono da Jacksonville (Florida), e il gruppo è costituito dal leader e frontman JJ Grey voce, tastiere, chitarre e armonica a bocca, Andrew Trube chitarra acustica e elettrica, Anthony Farrell piano e organo, Todd Smallie al basso, Anthony Cole alla batteria, e la sezione fiati composta da Art Edmaiston al sassofono tenore e Dennis Marion alla tromba, per un suono che si sviluppa in diversi generi tra soul, funky, R&B, blues e southern rock. Il loro esordio discografico avviene con due album a nome Mofro, ovvero Blackwater (2001) e Lochloosa (2004) distribuiti dalla Fog City, poi messi sotto contratto dalla storica label Alligator (e questo è molto indicativo) sfornano Country Ghetto (2007), Orange Blossoms (2008), la raccolta The Choice Cuts (2009), Georgia Warhorse (2010), e, buon ultimo, lo splendido live Brighter Days (2011) testimonianza del concerto tenuto alla Variety Playhouse di Atlanta ragazzi-che-grinta-jj-grey-and-mofro-brighter-days.html
Risalendo il fiume (This River) JJ Grey e i suoi Mofro incontrano il funky di Your Lady, She’s Shady e Florabama, il Rhythm’n’Blues di Tame A Wild One, 99 Shades Of Crazy e Write A Letter, il soul di Somebody Else e Standing On The Edge, il blues-funky di Harp & Drums, fino ad arrivare dolcemente alla foce del fiume con due strepitose ballate acustiche, The Ballad Of Larry Webb e la title track This River.
La musica di JJ Grey & Mofro scorre proprio come il St.John’s River che attraversa Jacksonville (a cui il disco è dedicato), a volte lenta e sinuosa (nelle ballate), più spesso impetuosa (nei brani funky), a volte spumeggiante (con il R&B e soul), ma con un groove che rimanda a nomi illustri della scena black music (James Brown e Otis Redding su tutti) e che trova una ulteriore spiccata maturità. Ascoltando This River non mi stupisce che questa band non abbia ancora sfondato in Italia (dove il mercato discografico è molto particolare, abituato a sonorità più facili), ma se però siete in vena di ascoltare della buona musica (nera), dove la musica per essere tale deve avere un’anima, qui trovate “trippa per gatti” (NDB), basta far girare il CD e stappare una birra (vi consiglio la Murphy), il resto viene da sé.
Tino Montanari
14:52 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, jj grey & mofro, alligator, blues, soul, r&b, james brown, otis redding | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
22/04/2013
Nel Frattempo La Alligator Continua A Non Sbagliare Un Disco! James Cotton - Cotton Mouth Man
James Cotton - Cotton Mouth Man - Alligator 07-05-2013
Il lungo titolo del Post è un composito tra un album di Luca Carboni e un film della Wertmuller, ma il contenuto è inequivocabilmente 100% Cotton, come riportava il titolo di uno dei suoi dischi migliori. Il vecchio leone del Mississippi può anche avere perso la voce per i problemi di salute legati ad un cancro alla gola contratto alla fine degli anni '90, e l'ultima esecuzione vocale "seria" risale al 2000, ma come armonicista è nella categoria Giant, come ci ricordava anche il suo penultimo disco, e primo per la Alligator, del 2010.
James Cotton è sicuramente una delle ultime "leggende del blues": nativo di Tunica, Mississippi, è stato però una delle colonne portanti del blues di Chicago dall'inizio degli anni '50, prima con Howlin' Wolf e poi, in alternanza con Little Walter, ma anche da solo, l'armonicista della band di Muddy Waters, nel periodo migliore di McKinley Morganfield, all'incirca fino a metà anni '60. Tra il 1966 e il '67 ha iniziato la sua carriera solista, mantenendo comunque una fittissima agenda di impegni (anche un ritorno con Waters per Hard Again) che gli permette di contare la bellezza di 914 credits nella lista delle collaborazioni su AllMusic (non saranno tutti veri perché non sempre il portale musicale è precisissimo ma rimane un numero ragguardevole)!
E sapete una cosa, secondo me, questo Cotton Mouth Man si inserisce nella Top 5 dei suoi migliori lavori all time. Tom Hambrige, il batterista, autore e produttore (anche di questo CD), che negli ultimi anni ha lavorato proficuamente con Joe Louis Walker, George Thorogood e Buddy Guy, confermandosi una sorta di Willie Dixon bianco, ha realizzato un piccolo capolavoro con questo album. Concepito come una sorta di concept album sulla vita di Cotton, questo escamotage permette di incorporare nella musica, che è tutta scritta ex novo, anche molti riff e fraseggi dai classici del blues, senza rischiare la denuncia per plagio. Lo stesso Cotton, Richard Fleming, Gary Nicholson e Delbert McClinton hanno collaborato come co-autori, ma il cuore dell'album risiede nell'opera di Hambridge. L'armonica di James, ancora in grandissima forma al suo strumento, ha un ruolo fondamentale, così come la presenza di un vero who's who della musica tra gli ospiti che si alternano nel disco.
La partenza è fulminante: su un groove trascinante ordito dalla coppia Hambridge-Tommy McDonald, la voce dell'ottimo Darrell Nulisch e l'armonica poderosa di Cotton, la chitarra di Joe Bonamassa confeziona uno dei migliori solo della sua carriera, conciso ma fulminante come poche volte, l'epitome perfetta del blues(rock). Dopo una breve introduzione di quella che fu la voce del nostro amico, riparte un train sonoro inarrestabile, non per nulla Midnight Train, dove si ricompone la coppia Gregg Allman voce (efficace ma non fantastico per l'occasione) e Chuck Leavell al piano Wurlitzer, ben sorretta da due delle colonne portanti della band dello stesso Cotton, il chitarrista Tom Holland e il bassista Noel Neal. Leavell rimane, al piano acustico, per un sentito omaggio a Waters, Mississippi Mud, uno slow blues che ci permette di apprezzare quello che è, quando vuole, uno dei più grandi cantanti del blues contemporaneo, Keb' Mo', eccellente in questo brano. Anche nell'altro resoconto della vita di Cotton nella Chicago anni '50, He Was There, possiamo ascoltare la James Cotton Blues Band al completo in questo caso, con Jerry Porter che si reimpossessa (per un brano) del seggiolino della batteria a scapito di Hambridge, Nulisch alla voce solista, Holland alla chitarra e l'ospite Leavell al piano, un blues "duro e puro".
Fantastica è la tiratissima Something For Me con un drive alla Allman Brothers dei tempi di Duane garantito da un assatanato Warren Haynes alla chitarra slide e voce e con Cotton che soffia nella sua armonica come se non avesse i 78 anni che ha! Wrapped Around My Heart con Chuck Leavell che passa all'organo per l'occasione e Rob McNelley alla solista è un gagliardo slow blues cantato alla grande da Ruthie Foster, il sound ricorda quello dei migliori brani dell'ultimo Robert Cray, ben tipizzati dal recente Nothin But Love, di cui questo Cotton Mouth Man si candida come successore per il miglior disco blues elettrico contemporaneo del 2013, e che voce ragazzi, la Ruthie! Ancora Darell Nulisch si difende con classe in una vigorosa Saint On Sunday, dove la chitarra di Rob McNelley (una delle sorprese del disco, è il solista della band di McClinton, ma suona anche in un miliardo di dischi country, di quelli buoni) e l'armonica di Cotton hanno modo di mettersi in evidenza e anche il datore di lavoro di McNelley, ovvero Delbert McClinton, si conferma uno dei migliori cantanti bianchi tuttora in circolazione nella sapida Hard Sometimes, mentre l'armonica di Cotton giganteggia sul tutto.
I ritmi latin blues in apertura di Young Bold Women alleggeriscono per un attimo il mood del disco e si alternano con atmosfere più tirate in una gustosa varietà. Bird Nest On The Ground è l'unica cover del disco, un Muddy Waters minore, come notorietà della canzone, ma non per l'intensità dell'esecuzione, sempre garantita dalla house band del disco, senza ospiti in questo caso, se si esclude Leavell al piano (peraltro presente in quasi tutti i brani, meno due). L'unico ospite che non lascia ma raddoppia è l'ottimo Keb' Mo', anche alla chitarra, in una soffusa e leggermente vellutata Wasn't My Time To Go. Vigorosa viceversa la atmosfera da puro electric Chicago Blues che si respira in Blues Is Good For You, quasi un manifesto di intenti, mentre la conclusione, in tono minore, è affidata al duetto tra James Cotton, anche alla voce, spezzata e vissuta, oltre che all'armonica e Colin Linden alla Resonator Guitar in Bonnie Blue.
La data di uscita ufficiale sarebbe il 7 maggio ma per i misteri del mercato discografico è già in circolazione nelle nostre lande. Un ottimo disco di blues, da 4 stellette nei primi 5 brani, ma eccellente nella sua totalità, candidato già fin d'ora alle liste dei migliori di fine anno e degno epilogo della categoria, se così sarà, ma non è detto, della carriera di uno dei più grandi armonicisti della storia del Blues, degno erede del suo mentore Sonny Boy Williamson!
Bruno Conti
P.s Per una volta non ci sono video recenti relativi all'album, per cui ho inserito due o tre classici, riservandomi di aggiornare eventualmente il post in futuro.
13:02 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, james cotton, blues, alligator, tom hambridge, joe bonamassa, gregg allman, chuck leavell, keb mo, warren haynes, ruthie foster, delbert mcclinton, darrell nulisch, muddy waters, colin linden | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
11/02/2013
"Neri Dentro"! Jesse Dee - On My Mind/In My Heart
Jesse Dee – On My Mind/In My Heart – Alligator
Questa recensione potrebbe appartenere a due rubriche (se esistessero): “E intanto la Alligator non sbaglia un colpo” e “Neri Dentro”. Per l’etichetta di Chicago si tratta dell’ennesimo disco centrato, in una sequenza di pubblicazioni che negli ultimi anni non hanno mai mancato l’obiettivo di divertire ed emozionare. Il divertire è uno degli scopi massimi di questo CD di Jesse Dee (il suo secondo, anche se in alcune discografie gliene attribuiscono un terzo, ma è di un omonimo canadese), soulman bianco di Boston, la patria della J.Geils Band e Peter Wolf, volendo rimanere nel genere “musica nera rivisitata”. Come il suo grande amico e sodale, con cui spesso divide il palcoscenico dal vivo, e che sta dall’altra parte dell’Oceano, ovvero James Hunter, Jesse Dee è un grande appassionato e cultore del soul, ma quello vero, Al Green, Otis Redding, Etta James, soprattutto Sam Cooke, ma anche il primo Marvin Gaye, i Temptations e lo stile più leggero e pop della prima Motown e mille altri che non citiamo ma si possono immaginare.
Già il precedente Bittersweet Batch pubblicato dalla Munich Records aveva lasciato intravedere il suo talento, che ora viene confermato da On My Mind/In My Heart, non parliamo di capolavori ma di dischi piacevolissimi da gustare, centellinare, mentre ascolti questo giovane che in un mondo musicale falso e plastificato è in grado di (ri)proporre una musica fresca e frizzante come quella dei suoi predecessori, senza la stessa classe, ovviamente indirizzata ai cultori del genere, ma che può essere apprezzata da tutti senza riserve, ti consoli delle brutture di molto cosidetto “nu soul” attuale. I brani sono tutti “originali” (almeno nel nome e nel contenuto, magari le melodie un po’ meno), firmati dallo stesso Jesse Dee, che si avvale di un gruppo di musicisti, probabilmente non molto conosciuti al di fuori della’area dello stato del Massachussetts (dove è stato registrato l’album), ma assolutamente validi e pertinenti allo stile che perseguono.
Undici brani che si muovono nei meandri del soul e del R&B con leggerezza estrema: dall’apertura ricca di fiati della title-track che tra organo e chitarrine ritmiche ficcanti permette al bravo Jesse di mettere in evidenza la sua voce vellutata e senza tempo, una partenza blue-eyed soul, magari non è un testifier alla Redding o alla Pickett, ma si capisce subito che è uno bravo, come conferma il ritmo alla Marvin Gaye primo periodo della funky No matter where I Am propulsa da un basso molto marcato o le belle melodie della dolce Fussin’ and Fightin’ dove aleggia lo spettro di Sam Cooke, ma anche il miglior Robert Cray in salsa soul potrebbe essere un riferimento. I Won’t forget about you ha quella andatura alla Temptations di The Way You Do The Things I Do, divertente e spensierata, sempre con i fiati in libertà. Ottima anche Tell Me (Before It’s Too late) già nel suo repertorio live da qualche anno, con retrogusto gospel e qualche prova di falsetto sempre gradita.
E che dire del coinvolgente duetto con Rachael Price (una bravissima giovane cantante dell’area di Boston, ma nativa del Tennessee, solista nei Lake Street Dive, gruppo che vi consiglio), ha la spensieratezza dei duetti dell’epoca d’oro del soul e tutti e due i cantanti hanno quel quid inspiegabile nella voce che distingue i cavalli di razza dai ronzini. Anche in The Only Remedy sfoggia un falsetto in alternativa alla sua voce naturale arricchita da quel tocco di raucedine che fa soul dal primo ascolto, mentre la dolce ballata What’s A Boy Like Me To Do? ci riporta al Cooke più mellifluo e anche melismatico e vi assicuro che è un bel sentire, potrebbe ricordare anche i brani più melò della scomparsa Amy Winehouse. Sweet Tooth con la sua energia sixties potrebbe far parte del repertorio più scatenato del suo omologo James Hunter. Boundary Line è un sontuoso gospel soul alla Al Green, passione e grinta convogliati in una voce in grado di emozionare. E per finire una Stay Strong di nuovo sbarazzina come i singoli più spensierati di quel Sam Cooke che è un po’ il punto di riferimento irrinunciabile della musica di Jesse Dee, bianco fuori ma nero dentro. E la ricerca continua.
Bruno Conti
19:25 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, jesse dee, soul, james hunter, sam cooke, al green, motown, j. geils band, rachael price, robert cray, tempations, marvin gaye, alligator | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
01/09/2012
L'Ultima Prova Dell'"Uomo Di Ferro". Michael Burks - Show Of Strength
Michael Burks - Show Of Strength - Alligator/Ird
Michael Burks era soprannominato "Iron Man", pare per la sua resistenza fisica che lo portava a regalare lunghissimi concerti si suoi fan e a chi aveva la fortuna di assistere a un suo spettacolo che spesso rivaleggiava come durata con quelli di Springsteen. Ma la sua reputazione nell'ambito musicale e in particolare nel campo Blues era legata anche ad una manciata di album, di cui gli ultimi quattro (compreso questo) per la Alligator, che lo avevano portato ad essere uno dei nomi in costante evoluzione e miglioramento nell'ultima decade. Come molti avranno letto, Burks è scomparso per un attacco di cuore il 6 maggio di quest'anno all'aeroporto di Atlanta, di ritorno da un tour europeo, ma questo nuovo album, Show Of Strength, era già stato registrato ed era pronto, dopo la sua approvazione, ad essere pubblicato alla fine di agosto. Il musicista di Milwaukee non ha avuto occasione di sentirlo, ma Bruce Iglauer, il boss della Alligator, ha deciso comunque di procedere con il disco come era stato programmato, non pubblicato come un tributo postumo, ma in quanto ultimo lavoro di Michael.
La sua carriera discografica, nonostante i 54 anni, non è stata lunga e ricca di dischi, in quanto Burks, ad inizio anni '80 e fino quasi alla fine dei '90, aveva abbandonato la musica per dedicarsi alla famiglia. Poi la passione è tornata più forte di prima e pur senza essere uno dei nomi imprescindibili del blues (rock) dell'ultima decade ne è stato uno dei migliori alfieri. Un omone in possesso di una bella voce, a cavallo tra le finezze di un Robert Cray e la potenza di Joe Louis Walker o di Buddy Guy, il suo stile chitarristico è sempre stato attento anche agli stilemi del rock, Clapton e Free tra i suoi punti di riferimento, oltre agli immancabili Albert King e Hendrix, tanto per citare qualche nome. Nel precedente Iron Man, c'è una versione fantastica di Fire And Water, che riporta il suono dei Free alle radici del Blues. Ma da sempre Burks ha fatto da ponte tra i due stili, la ruvidezza del rock e un blues energico ma mai troppo sguaiato, ricco di tonalità soul. Il timbro della sua chitarra è quello bello "grasso" e corposo dei solisti esuberanti, i neri delle ultime generazioni che hanno inglobato nelle proprie sonorità, oltre al Chicago sound, anche le derive hendrixiane e quelle del trio dei King.
Nel brano di partenza, la poderosa e claptoniana Count On You, innesta subito un wah-wah avvolgente che ci riporta al miglior "manolenta" o ai suoi recenti epigoni come Tommy Castro e, soprattutto, Tinsley Ellis. Linee di chitarra solista sinuose e ricche di inventiva che si intrecciano con le calde sonorità dell'organo del suo collaboratore storico Wayne Sharp e con una sezione ritmica agile e al contempo potente, con il basso di Terrence Grayson che pompa alla grande e la batteria di Chuck Louden che ancora il suono. Nella successiva Take A Chance On Me, Baby non posso fare a meno di vedere delle similitudini con il miglior Robert Cray, quello a cavallo tra blues e soul, la voce assume delle coloriture alla Solomon Burke e la chitarra, questa strana Kauer usata da Burks, rilascia una serie di assoli di grande spessore. Storm Warning scrittta da Jon Tiven e Jimmy Vivino era la title-track di uno dei dischi migliori di quel Tinsley Ellis citato prima, un funky-rock di grande impatto, mentre l'errebì coinvolgente di Can You Read Between The Lines con il controcanto accattivante dei componenti della band è un altro esempio delle qualità migliori di Burks, con una linea di basso ancora una volta funky e avvolgente.
Cross Eyed Woman è un brano rock-blues molto anni '70, tra Hendrix e i Free, con in più una slide guitar feroce di grande efficacia, a riprova dell'eccellente varietà di timbri, sonorità e stili che confluiscono in questo Show Of Strength. Little Juke Joint, con l'aggiunta dell'armonica di Scott Dirks è puro Chicago Blues, elettrico ma allo stesso tempo molto canonico. 24 Hour Blues è il classico slow blues che non può mancare in un disco come questo, con l'organo di Roosevelt Purifoy che si aggiunge alle tastiere di Sharp per un tuffo ulteriore nelle radici della musica nera, e la chitarra di Burks pennella una serie di assoli dedicati agli amanti dello strumento. Valley Of Tears e Since I Been Loving You (non quella degli Zeppelin per quanto sia sempre un bel lentone tirato) confermano quanto detto sinora, come pure I Want To Get You Back, sempre a cavallo tra blues e rock. What Does It Take To Please You è uno shuffle degno del repertorio del miglior BB King, con Michael Burks che estrae dalla sua chitarra anche la perfezione del suono del grande BB, e canta pure alla grande. E la conclusione è fantastica, una cover da manuale del classico di Charlie Rich, Feel Like Going Home, un brano che si adatta alla perfezione alla rilettura in chiave gospel che ne viene fatta, il piano di Sharp introduce il tema, la voce di Burks se ne impossessa con una interpretazione vocale da brividi, poi entra l'organo che ci conduce per mano fino al lirico assolo di chitarra nella parte centrale e poi reiterato nel finale, che ci permette di salutare con questo spirito malinconico ma elegiaco la musica di questo "piccolo grande uomo" che ci ha lasciato qualche mese fa. Bella musica, per amanti della chitarra e del Blues, ma non solo, non un capolavoro ma un disco solido ed onestro, tra i migliori dell'anno nel genere.
Bruno Conti
15:06 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, michael burks, blues, alligator, charlie rich, free, tinsley ellis, bb king, clapton | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
13/07/2012
E Intanto L'Alligator Non Sbaglia Un Disco! Rick Estrin And The Nightcats - One Wrong Turn
Rick Estrin And The Nightcats – One Wrong Turn – Alligator Records
C’era un vecchio disco di Luca Carboni che si intitolava “E Intanto Dustin Hoffman Non Sbaglia un Film” e per un lungo periodo, in effetti, il titolo ha corrisposto alla verità, ma da allora, purtroppo, anche il grande attore Americano i film ha iniziato a sbagliarli, e a raffica. Ultimamente la Alligator Records di Chicago http://www.alligator.com/, con la politica dei piccoli passi, all’incirca un disco al mese, anche qualcosa di meno, parafrasando quel vecchio titolo, si potrebbe dire che “difficilmente” sbaglia un album. Entrando nel loro sito si viene accolti proprio dalla musica di Rick Estrin e di questo One Wrong Turn, ma risalendo a ritroso si trovano le ultime uscite, tutte ottime, di Lil’ Ed & The Blues Imperials, Anders Osborne, Curtis Salgado, Janiva Magness e Joe Louis Walker e per settembre si annuncia il nuovo Michael Burks. E questa è solo l’annata 2012.
Già il precedente Twisted del 2009, quello che sanciva la fuoriuscita di Little Charlie Baty dalla formazione e l’ingresso del nuovo chitarrista Chris “Kid” Andersen, era un buon disco. Pur non spostando di molto gli equilibri sonori, considerando che l’autore principale della band, nonché armonicista e cantante, è sempre stato Rick Estrin. Ma l’adozione di “nuove” sonorità chitarristiche, pur inserite nel suono volutamente vintage del gruppo, aveva dato nuova freschezza al sound del gruppo. One Wrong Turn mi sembra un ulteriore passo in avanti: sempre sapendo cosa aspettarsi, ovvero un disco di Blues, nell’insieme dei dodici brani contenuti, ogni tanto, ci sono degli scatti qualitativi che in molti dischi dell’attuale scena blues non sempre è facile trovare (mi sto arrampicando sugli specchi per non dire che molti album che escono ultimamente, soprattutto quelli più classici e canonici, spesso sono anche tremendamente “pallosi”, e diciamolo!). Va bene il rigore e l’aderenza alle norme ma qualche sussulto ogni tanto non ci sta male. E nel dischetto di cui ci stiamo occupando alcuni brani, soprattutto nella seconda parte del disco, ma direi in generale, questi sussulti li regalano. Se dovessi dare una definizione “fulminante” di questo CD potrei dire che sembra un album “bello” di Duke Robillard, con una varietà anche maggiore. Così quelli che si annoiano a leggere le recensioni possono dedicarsi ad altro.
Per chi volesse approfondire vi segnalo il classico Lucky You a “train time” con l’armonica di Estrin e la chitarra “vibrata” di Andersen a scambiarsi fendenti, i tempi scanditi di Callin’ All Fools, prima a tempo di organo, suonato dal bassista Lorenzo Farrell, e armonica e poi con il notevole solo in crescendo della chitarra di Andersen, per non dire del divertente e salace boogie “I Met Her On The” Blues Cruise dove fanno capolino anche i fiati e vengono citati nomi (e cognomi) di illustri colleghi impegnati a soddisfare durante la crociera una intraprendente signorina, e non solo a livello musicale, con tanto di finale a sorpresa. C’è il dolce sound anni ’50 di Movin’ Slow ma anche il suono più ribaldo e sixties, di nuovo con uso d’organo, della title-track One Wrong Turn, con la chitarra di Kid che sferraglia di gusto a fronteggiare l’armonica spiegata di Estrin.
Ci sono soprattutto un paio di strumentali: la jazzata Zonin’, in perfetto stile “Wes & Jimmy”, con organo e chitarra, nel finale anche con wah-wah, a contendere la scena al sax dell’ospite Terry Hanck e lo strepitoso brano firmato da Kid Andersen, The Legend Of Taco Cobbler, che nei sei minuti e mezzo del brano (ri)percorre la storia della musica, dai ritmi country & western dell’inizio, passando per surf, beat sixties, dove svisa di gusto con l’organo, per arrivare ad un travolgente finale retro-futuribile dove le sonorità della chitarra si avviano verso tonalità degne del Jeff Beck più sfrenato dei primi anni, varrebbe da sola il prezzo di ammissione. Ma possiamo aggiungere anche la divertente (e Mayalliana, alla Turning Point) Old News, solo voce, armonica e battito di mani e la trascinante You Ain’t The Boss Of Me, scritta e cantata dal batterista J. Hansen, con tutto il gruppo che gira a mille. E non dimenticherei neppure lo slow blues Broke and Lonesome guidato ancora una volta dalla lancinante chitarra di Andersen.
Bruno Conti
18:26 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (3) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, rick estrin & the nightcats, kid andersen, jeff beck, blues, alligator, duke robillard | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
17/06/2012
Piccolo Ma Tosto! Lil' Ed And The Blues Imperials - Jump Start
Lil’ Ed and The Blues Imperials – Jump Start – Alligator
Lil’ Ed And The Blues Imperials sono una delle migliori formazioni “miste” (bianchi e neri) della scena blues attuale. E se è per questo lo sono da una trentina di anni: formata dai “fratellastri” Ed Williams e James “Pookie” Young, che sono uno la custodia dell’altro, come dimensioni, con Williams ovviamente il piccoletto, come ricorda il suo soprannome. Nativi di Chicago e con un imprinting nel DNA Blues, essendo i nipoti di J.B. Hutto, Lil’ Ed, con immancabili cappellini al seguito, e la sua band, sono uno dei punti di forza della Alligator, dal 1986, anno dell’esordio con il vorticoso Roughhousin’ .Da allora non hanno registrato moltissimo (ma neppure poco), questo è l’ottavo album, esclusi un paio di album solisti per Williams, nella seconda metà degli anni ’90, quando aveva sciolto momentaneamente il gruppo.
Lo stile però è rimasto sempre quello: ritmi tirati ma che variano tra jump, blues classico, qualche virata swing, un pizzico di soul, boogie e R&R, il tutto condito dalla slide di Ed Williams che è uno dei migliori virtuosi dello strumento attualmente in circolazione. Il secondo chitarrista, il bianco Michael Garrett, si occupa della ritmica e raramente sale al proscenio per l’occasionale parte solista, in questo Jump Start un paio di volte: nel boogie swingato Jump Right In dopo l’immancabile intervento della slide si ritaglia lo spazio per il secondo breve assolo e in Weatherman, un vorticoso brano che ricorda i ritmi di Hound Dog Taylor, Elmore James e J.B. Hutto, duetta con Williams in quello che è uno dei brani migliori del CD.
Per il resto Lil’ Ed si occupa di tutto, produzione (con Bruce Iglauer), composizione, 13 dei 14 brani, voce solista, sicura e potente e soprattutto una slide micidiale che lo pone come “ultimo” anello di quella catena di nomi citati poc’anzi come uno dei virtuosi imprescindibili dell’attrezzo: dopo i ritmi serrati tra R&R e boogie dell’iniziale If You Were Mine i tempi si fanno addirittura frenetici nella successiva Musical Mechanical Electrical Man con gli angoli sonori del sound che non sono mai smussati, ma ruvidi e aspri con la slide che impazza ovunque. Ma Lil’ Ed ed i suoi soci sono capaci anche di tuffarsi nel più classico Chicago Blues (non perché il resto non lo sia, ma più classico) come nella poderosa Kick Me To The Curb dove la voce assume toni quasi alla Joe Louis Walker o Buddy Guy ma la slide non si allontana mai troppo dall’orizzonte sonoro. Concetto ribadito nell’eccellente slow blues di You Burnt Me dove fa capolino anche l’organo di Marty Sammon e, per una volta, il piccolo Ed si cimenta alla solista senza bottleneck, peraltro sempre con ottimi risultati, e che voce!
Anche House of Cards e Born Loser confermano le qualità d’insieme di questo album che mi sembra sia uno dei loro migliori dai tempi di Get Wild (1999). Detto di Jump Right In, c’è un altro “lentone” tirato e intenso come Life Is A Journey dove la slide di Williams ha più spazio per le sue evoluzioni nella parte centrale. Molto buone anche World Of Love e l’unica cover presente, If You Change Your Mind, l’omaggio a J.B. Hutto, che dopo quello a Hound Dog Taylor nel precedente Full Tilt e in quello prima ancora a Elmore James, conferma qual è la Santa Trinità nel Pantheon Slide di Ed Williams. Per l’occasione Marty Sammon sfoggia anche un pianino insinuante quasi d’obbligo per questo tipo di brano. No Fast Food, l’ulteriore slow My Chains Are Gone e Moratorium On Hate completano l’album che conferma il filotto di uscite di qualità della Alligator.
Bruno Conti
13:40 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, lil' ed and the blues imperials, blues, slide guitar, j.b. hutto, elmore james, hound dog taylor, alligator | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
27/04/2012
Uno Svedese Di New Orleans In "California"! Anders Osborne - Black Eye Galaxy
Anders Osborne - Black Eye Galaxy - Alligator Records/Ird
Quando Anders Osborne ha lasciato la Svezia nel 1982, all'età di 16 anni, probabilmente non immaginava che dopo tre anni di "vagabondaggio" attraverso tutto il mondo si sarebbe stabilito a New Orleans, che sarebbe diventata la sua nuova casa. Ma dopo 27 anni la Louisiana è ormai la sua nuova patria e il musicista svedese ne è diventato uno degli esponenti artistici più rappresentativi. Con alle spalle una carriera che copre sei diverse case discografiche e undici album, inclusi due dal vivo, Osborne è un musicista eclettico e raffinato, che usando la musica della Crescent City come base, ha costruito uno stile molto diversificato che partendo da uno sound morbido e cantautorale si appropria di volta in volta, ma anche di brano in brano, di elementi blues, soul, rock, anche sperimentali, come in questo nuovo Black Eye Galaxy che forse è il suo migliore album in assoluto per la dovizia di elementi musicali messi in campo.
Registrato al Dockside Studio di Maurice, Lousiana, per l'etichetta Alligator (che ultimamente, detto per inciso, non sbaglia un colpo) si avvale della collaborazione alla produzione di Stanton Moore, batterista che insieme a Osborne ha curato il lato musicale mentre Warren Riker si è occupato più della parte tecnica. Sia come sia, il team di produttori ha conferito all'album una patina molto anni '70, californiana, da dischi di rock classico, quelli dove non si aveva paura di misurarsi con diversi stili e generi. Anders, oltre che cantante dallo stile morbido direi molto à la Jackson Browne (almeno per quello che riguarda il tipo di voce), è musicista completo, chitarrista soprattutto, e di gran vaglia, ma si destreggia anche all'armonica, al piano e alle percussioni.
Il risultato oscilla tra l'hard blues veemente e trascinante dell'iniziale Send Me A Friend, dal groove Zeppeliniano con una slide impazzita che taglia il brano in due (lo stesso Osborne o l'altro chitarrista Billy Iuso), mentre la voce filtrata è quasi irriconoscibile. Mind Of A Junkie, che ricorda un passato non troppo lontano nel quale il nostro amico aveva sviluppato una tossico-dipendenza perniciosa, viceversa è uno slow spaziale dalle movenze sensuali che ricorda il meglio della West Coast incrociata con spunti jazzistici e psichedelici e un cantato indolente che richiama alla mente (almeno di chi scrive) il Joe Walsh di inizio carriera, anche nelle lunghe e liquide improvvisazioni chitarristiche che lo pervadono, in ogni caso un gran brano. Lean On Me/believe in you potrebbe essere un brano del repertorio del già ricordato Jackson Browne, una raffinata ballata midtempo che ricorda lo stile del grande cantautore tedesco (?!?) Non è forse nato a Heidelberg in Germania?) fino al perfetto intermezzo della slide che è puro Lindley. When I Will See You Again, nuovamente, si rifà al sound californiano, inserendo nel tessuto della canzone anche spunti Younghiani, soprattutto l'attacco e le lunghi parti di chitarra, mentre Black Tar, firmata insieme a Paul Barrere dei Little Feat, è un altro brano feroce e di stampo puramente rock, ancora con la voce pesantemente filtrata e le chitarre distorte e "cattive" che impazzano sul ritmo cadenzato della batteria. Si alza la puntina e finisce il primo lato: giuro, è la pura verita!
Scende la puntina e parte la seconda facciata: la title-track, Black Eye Galaxy,è un lunghissimo brano di undici minuti, che parte con movenze bluesate cantate sempre con quella voce browniana e poi si trasforma in una lunga jam acida e psichedelica degna dei Grateful Dead più sperimentali con le chitarre che estraggono dalle loro corde stille di gran classe e pura ispirazione che ci riportano alla Bay Area dei primi anni '70. Tracking My Roots con un gradevole spunto di armonica in apertura è semplicemente una bella canzone, vagamente country e tipicamente weastcoastiana nel suo incedere, sempre con Neil nel cuore.
Louisiana Gold è più acustica e raccolta con piccole percussioni e chitarre acustiche che sostengono il cantato molto melodico di Anders Osborne in questo omaggio al suo stato di adozione, devo dire molto riuscito nella sua semplice raffinatezza, notare le armonie vocali, please! Dancing In The Wind, ancora con quella armonica non blues in apertura di brano, è un'altra piacevole ballata scritta con Paul Barrere, dolce e malinconica, quasi bucolica e sempre indebitata verso lo stile di Browne, forse anche per via della voce che per motivi fisiologici tanto lo ricorda, belle le armonie vocali a cura di moglie e figlia. Dopo un suono di campane che mentre sentivo il CD la prima volta, camminando per strada, mi ha stupito e sorpreso per la sua improvvisa e inaspetta apparizione ci avviamo in conclusione con una Higher Ground firmata insieme a Henry Butler, una sorta di gospel bianco cantato con grande partecipazione da Osborne accompagnato semplicemente da una sezione di archi e da un bell'ensemble corale che aggiunge pathos ad un brano inconsueto per le sue sonorità.
In definitiva un album che forse, anzi sicuramente, non salverà le sorti del rock ma altrettanto sicuramente rende il mondo migliore per una cinquantina di minuti abbondanti di buona musica. Una conferma!
Bruno Conti
P.s. Ufficialmente esce il 1° Maggio, ma circola già nei negozi delle nostre lande italiche.
19:19 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, anders osborne, new orleans, alligator, paul barrere, little feat, jackson browne, grateful dead, west coast | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
28/04/2010
Attenti A Quei Due! Dal Texas Smokin' Joe Kubek & Bnois King - Have Blues Will Travel
Smokin' Joe Kubek and Bnois King - Have Blues Will Travel - Alligator Records/Ird
Sono in pista dagli inizi degli anni '90, ma ad ogni disco migliorano, come il buon vino: questo dovrebbe essere il dodicesimo disco della coppia, il secondo per la Alligator e Kubek e King, un texano e un californiano trapiantato in Texas, continuano a regalarci dischi di blues sempre più freschi e pimpanti. Se dovessi consigliarvi un disco di blues per questo mese, non avrei dubbi, questo Have Blues Will Travel vale ogni euro che ci vorrete investire: oltre a tutto per le stranezze del mercato discografico in Italia è gia disponibile in tutti i negozi mentre in America uscirà solo il 25 maggio. Come avrebbe detto Ruggeri prima di sparire dalla trasmissione di Italia Uno: Mistero!
Non ci sono misteri nella musica delle due personcine che vedete effigiate qua sopra: Joe Kubek è il bianco, chitarrista di grande classe e varieta, sia flat che slide, un omone dalla tecnica raffinatissima (qualche affinità anche con il conterraneo Stevie Ray Vaughn), Bnois (che razza di nome) King è il nero con la voce da bianco (è raro ma succede), nonché ottimo chitarrista ritmico e solista all'occorrenza.
E questa è la particolarità abbastanza inconsueta: è raro trovare nel blues, più o meno canonico, un gruppo con due chitarre soliste, ammesso che esista, ma non ricordo (nel rock viceversa non dico che sia una consuetudine ma accade abbastanza spesso). Aggiungete una sezione ritmica dal drive chiaramente rock et voilà i giochi son fatti. Più facile a dirsi che a farsi ma in questo caso funziona alla perfezione.
Bnois King, oltre che cantare, scrive anche i testi dei brani, la musica è affidata a Kubek, la produzione è nelle capaci mani del boss della Alligator, Bruce Iglauer e i risultati si vedono o meglio si sentono.
La partenza è addirittura fulminante: la canzone che da il titolo a questo disco, Have Blues Will Travel, è uno straordinario brano a trazione sudista, tipo ZZTop epoca Lagrange o il Johnny Winter più pimpante del periodo Johnny Winter And, boogie blues con assoli di solista e slide di Kubek che si alternano a quelli di King senza soluzione di continuità, con una fluidità incredibile e ti coinvolgono alla grande. Got You Out Of My Blood è un sanguigno funky-blues con il King Bnois che omaggia il King Albert del periodo Stax e Joe Kubek non sta a guardare. La varietà di stili e ritmi è uno dei punti vincenti del disco, Out Of Body Out Of Mind , sempre con la voce "strana" di Bnois King, da bianco si diceva, una voce alla Willie Nelson se fosse nato in Texas (ma questo è successo) in un corpo da nero, quindi grinta ma anche gran classe e poi quelle due chitarre che si rincorrono e duellano daii canali del vostro stereo. Ru4 Real? è il classico slow blues che un altro King, Freddie detto "The Texas Cannonball" avrebbe inserito con piacere nel proprio repertorio. Piccola curiosità, Joe Kubek ha iniziato la sua carriera, a metà anni '70, proprio nel gruppo di Freddie King, che sarebbe morto di lì a poco. Payday in America, con un basso molto funky e la slide di Kubek in evidenza è un altro brano notevole, quasi alla Thorogood mentre Shadows in The Dark con le sue atmosfere ariose si avvicina a sonorità più rock, quasi Claptoniane e My Space or Yours è uno shuffle ancora molto vicino alle sonorità di Freddie King e questo non è certo un difetto. Senza stare a citarveli tutti, nei dodici brani dodici che compongono questo CD non ci sono cedimenti: per chi vuole il suo Blues, bluesato ma con la giusta dose di rock non andate a cercare troppo lontano, questo è il disco che fa per voi!
Giusto per avere una idea di cosa aspettarvi.
Bruno Conti
19:35 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica, discoclub, bruno conti, smokin' joe kubek, bnois king. zztop, johnny winter. freddie king, alligator | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook









