Un’Altra “Esordiente”Tardiva: Il Titolo Potrebbe Ingannare. Juanita Stein – America

juanita stein america

Juanita Stein – America – Nude Music/Handwritten Records

Il nome, e anche il cognome, Juanita Stein, potrebbero far pensare ad una esordiente,  e per certi versi lo è, visto che questo America è il suo primo disco da solista. Ma poi basta indagare brevemente in rete, e si scopre che questa bella quarantenne (eletta nel 2009 dalla rivista online britannica Gigwise nientemeno che “the sexiest woman in rock”) ha già una lunga carriera alle spalle, prima nei Wakiki e poi negli Howling Bells (due band indie alternative rock australiane, la seconda ancora in attività, visto che è condivisa con i due fratelli della Stein), carriera iniziata nel lontano 1999. Questa provenienza ci indica anche che il titolo dell’album, venendo Juanita da Down Under, potrebbe essere fuorviante, ma in effetti si tratta della sua visione, musicale e testuale, dell’America, come si rileva dai testi delle canzoni, contenuti nel libretto del CD, che però non riporta altre indicazioni sui musicisti e sui collaboratori dell’album, anche se una piccola ricerca in rete ci informa che l’album è stato prodotto da Gus Seyffert, musicista americano in azione con Beck, Ryan Adams, di recente nell’ultimo Roger Waters, ma anche con diverse voci femminili, Michelle Branch, Jenny Lewis, Norah Jones e altre che non mi sovvengono al momento ma ci sono, il quale contribuisce al sound di questo album, che vorrebbe miscelare il suono “alternative” della Stein, con un genere più twangy, persino country, con rimandi a Chris Isaak, Roy Orbison e Patsy Cline (questi sarebbero i desiderata e le influenze, poi riuscirci è un altro paio di maniche).

Juanita+Stein

https://www.youtube.com/watch?v=2TL8yGpanYE

In effetti la voce è piacevole, per quanto, a grandi linee, sempre della categoria “sospirose”, paragonata anche, in modo sfavorevole, a Lana Del Rey (manco la musicista newyorkese fosse questo genio assoluto, forse solo per i modaioli), comunque complessivamente l’album è piacevole, ci sono dei brani di buon spessore e altri meno interessanti: l’iniziale Florence ha quel suono twangy, con le chitarre “vibranti” che potrebbero rimandare a Chris Isaak e per relata persona a Roy Orbison, ma poi lo sviluppo sonoro è più contenuto, per quanto sognante, Dark Horse è un buon brano pop-rock che potrebbe ricordare una Neko Case un filo meno talentuosa, con una melodia che rimanda a mille altre canzoni di sue colleghe femminili contemporanee, oltre alla Case, direi anche Hope Sandoval dei Mazzy Star, più psych, però entrambe più di brave di lei, o così mi pare. Black Winds potrebbero essere i Jefferson Airplane di Grace Slick dopo una forte dose di valium https://www.youtube.com/watch?v=9fGUW5E1_5o , mentre I’ll Cry ondeggia tra una roots music decisa e i soliti sospiri affettati e svenevoli che ne rovinano l’effetto, Stargazer, sempre sognante ed eterea è una canzone meglio costruita e più soddisfacente https://www.youtube.com/watch?v=_SfLrOBUCKI , con la voce che mostra interessanti sfumature.

Juanita+Stein 1

https://www.youtube.com/watch?v=I0Qm1zvojlc

Shimmering vira verso un “narcotismo” fin troppo soporifero https://www.youtube.com/watch?v=iEYzyyjhMlw , mentre Someone’s Else Dime indica quale avrebbe potuto essere la strada maestra per un buon album, con soluzioni anche da female sixties pop di buona fattura. Torna la baritone twangy guitar in It’s All Wrong, brano sempre sognante, ma forse un po’ di nerbo maggiore non guasterebbe; insomma un po’ di più rilevante ed autentica sostanza avrebbe giovato, probabilmente anche questo stile avrà i suoi estimatori, come ribadisce Not Paradise, ancora vicina al pop che avrebbe frequentato Dusty Springfield, se invece di cantare avesse sussurrato e cinguettato, comunque in confronto a Carla Bruni, la Stein sembra pur sempre Maria Callas. Alla fin fine i due brani migliori sono quelli conclusivi, una bella country ballad come Cold Comfort, che la stessa Stein avvicina alla musica di Caitlin Rose e la title track America che finalmente esplica, in modo “moderno”e delizioso, il suo amore per la musica di Orbison, Loretta Lynn e Patsy Cline e per gli Stati Uniti tutti, cosa che le farebbe ottenere le classiche tre stellette di stima e di incoraggiamento, visto che la stoffa tutto sommato c’è, se fosse possibile basterebbe affinarla maggiormente, magari con un altro produttore.

Bruno Conti

Come Uragano Sembra Veramente “Piccolo”! Little Hurricane – Same Sun Same Moon

little hurricane same sun same moon

Little Hurricane – Same Sun Same Moon – Mascot/Provogue           

Di formazioni in duo, solo chitarra e batteria, soprattutto negli ultimi anni, ne sono apparse parecchie: anche con batterista donna, il nome White Stripes dice qualcosa? E in ambito tutto maschile, pure i Black Keys. Nella cartella stampa non vengono citati come riferimenti questi due gruppi, solo esperienze mistiche tra i nativi americani sulle montagne nei pressi di San Diego, California, dove vive e opera la coppia, e ascoltando il disco qualche dubbio viene. Tornando al misticismo, tra l’altro il chitarrista e cantante, tale Anthony “Tone” Catalano ha rischiato di lasciarci la pelle in una di queste “chiamate” spirituali: è sparito ed ha camminato tra le montagne per un giorno ed una notte, ed è stato ritrovato in ipotermia, e ricoverato per insufficienza renale, appunto congelamento, e danni ai piedi che non gli hanno permesso di camminare per un mese. Però la socia e compagna di avventure Celeste “C.C.” Spina, ha detto che l’album è venuto molto bene, sarà. Dai nomi (anzi cognomi) dubito ascendenze italiche, non si sfugge, ma d’ora in poi li chiameremo Tone e C.C. per comodità. Questo Same Sun Same Moon è già il terzo album della loro discografia (quarto se contiamo una raccolta di cover), il primo ad uscire per la nuova etichetta Mascot/Provogue, e dopo essersi sposati nel 2016.

Dicono di essere entrambi fan, tra gli altri, di Van Morrison e Counting Crows, ma lui in precedenza aveva lavorato con Gwen Stefani, fatto l’ingegnere del suono e lavorato in gruppi jazz. Presentati come una band blues, rock e lo-fi, dal loro CV fatto di brani usati in serie televisive, spot pubblicitari e film proprio non di prima categoria, mi pare che, ascoltando il disco, che è uscito il 14 aprile, il genere si potrebbe definire piuttosto come un generico indie o alternative, non malvagio ma nemmeno così innovativo e “mistico” come viene presentato. Insomma il blues lo amano e lo ascoltano, ma lo praticano per vie molto trasversali: prendiamo la title track che apre l’album, sembra uno dei brani tipici di Jack White quando lavora con le sue band alternative, Dead Weather e Raconteurs, comunque una voce piacevole, un arrangiamento basico ma raffinato, basso e batteria molto presenti, la chitarra elementare ma efficace sia in fase ritmica che solista, insomma non ti cambiano la vita, almeno la mia. Bad Business, usata in un gioco della PlayStation MLB The Show 16,  sembra quasi ricordare il primo Sting dei Police in “leggero acido”, la voce è simile e anche i ritmi “angolari” ricordano le cose più strane del trio inglese. OTL, con le sue tastiere e ritmi elettronici aggiunti, le voci pure filtrate, alternate e anche sovrapposte dei coniugi è ancora più “moderna”, ma non mi entusiasma, con la voce di “Tone” che assume tonalità, scusate il bisticcio, tipo l’ultimo Bono degli U2, quelli più pasticciati e meticciati.

Come conferma pure la successiva Isn’t It Great dove si affacciano di nuovo ritmi reggae-rock, quindi fino adesso di Van Morrison, Counting Crows e blues ne ho sentito poco. Tra riverberi vari, ritmi scanditi e melodie radiofoniche si prosegue con Take It Slow, dove Tone e C.C. duettano di nuovo, mentre Lake Tahoe Eyes ha qualche spunto di blues desertico, un’atmosfera sospesa, una chitarra insinuante, ma poi il brano rimane irrisolto e anche un filo narcotico. March Of The Living è un breve e gagliardo brano strumentale dal ritmo più mosso del solito e potrebbe ricordare sia i White Stripes che i Black Keys citati all’inizio, ma l’idea non viene sviluppata e il brano finisce subito. Mt. Senorita sempre con i soliti ritmi scanditi ed ipnotici, questa volta più lenti, sembra appunto musica per illustrare immagini o situazioni e forse in quel ambito potrebbe funzionare, il lavoro della chitarra è interessante, mentre la voce è un filo monocorde https://www.youtube.com/watch?v=AA333KY-GDo . For Life, sempre con la timbrica tra Bono e Sting, è una sorta di ballata futuribile, con una bella melodia, e in effetti potrebbe richiamare vagamente qualcosa dei Counting Crows https://www.youtube.com/watch?v=wFDuhoiPnww  e anche You Remind Me rimane in questo ambito pop raffinato e “reggato”, con una tromba sullo sfondo a cercare di dare profondità al sound. Anche la chitarra acustica della successiva Slingshot tenta altre sonorità, ma non mi sembra memorabile. Mentre l’acquarello acustico della conclusiva Moon’s Gone Gold nella sua semplicità è uno dei brani più riusciti di questo album e potrebbe essere uno sviluppo interessante per il futuro https://www.youtube.com/watch?v=NmrbJ5NuqkE . Per il resto, con Shakespeare direi: “Molto rumore per nulla!”

Bruno Conti