L’Album Migliore Di Una Piccola Grande Band! Turnpike Troubadours – A Long Way From Your Heart

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Turnpike Troubadours – A Long Way From Your Heart – Bossier City/Thirty Tigers CD

I Turnpike Troubadours sono la prova vivente che è possibile raggiungere il successo anche senza l’aiuto di una major e facendo ottima musica senza scendere a compromessi. Infatti il sestetto dell’Oklahoma (ai cinque storici Evan Felker, voce solista e chitarra, RC Edwards, basso, Ryan Engleman, chitarra, Kyle Nix, violino e Gabe Pearson, batteria, si è aggiunto anche lo steel guitarist Hank Early) ha esordito dieci anni esatti orsono con il già interessante Bossier City, che ha dato anche il nome alla loro etichetta personale, e disco dopo disco hanno aumentato la loro popolarità in maniera esponenziale, grazie anche alle esibizioni dal vivo: l’omonimo The Turnpike Troubadours di due anni fa ha venduto molto bene, e questo senza che i ragazzi avessero dovuto cambiare il loro suono http://discoclub.myblog.it/2015/11/08/si-che-americana-the-turnpike-troubadours/ . A Long Way From Your Heart, il loro nuovo lavoro, ha tutte le carte in regola per fare ancora meglio, in quanto è un bellissimo album di vera Americana, roots music nel vero senso del termine, con country e folk che si fondono mirabilmente con un anima rock: violino, banjo e chitarre elettriche che vanno a braccetto, una sezione ritmica sempre in tiro ed un gusto melodico non comune. I TT non somigliano ad un gruppo in particolare, sono ispirati sia dalle leggende della country music come Johnny Cash, Waylon Jennings e Merle Haggard come pure da rockers come Tom Petty, John Mellencamp e Steve Earle.

Ma in definitiva non ricordano nessuno di questi in particolare, avendo uno stile proprio ed una spiccata personalità. Ho scritto la recensione con un advance CD, e quindi non so dirvi se oltre a Felker e soci partecipino altri musicisti, ma so che la produzione è nelle capaci mani di Ryan Hewitt, già in passato collaboratore di Avett Brothers, Brandi Carlile e Lumineers. L’avvio è ottimo, con la scintillante The Housefire, un folk-rock splendido tra country ed Irlanda, elettrico quanto basta e con una melodia eccellente che vi farà venire voglia di riascoltarla subito. La corale Something To Hold On To è un rockin’ country vibrante e godibile, con qualche elemento southern nel suono ruspante delle chitarre, un altro refrain immediato ed uno strepitoso finale jammato; The Winding Stair Mountain Blues è un velocissimo bluegrass, sempre con una marcata dose di rock, un cocktail irresistibile ancora con un leggero sapore Irish, come se i Pogues avessero passato un anno in Oklahoma.

Anche Unrung è molto valida, una ballata country-rock che ha lo spirito del primo Steve Earle, la saltellante A Tornado Warning è guidata da chitarra, violino e steel, che creano un intreccio strumentale affascinante, ben sostenuto da un’altra melodia di prim’ordine. Pay No Rent, scritta da Felker insieme a John Fullbright, è una ballata decisamente intensa, ma nello stesso tempo diretta e di nuovo con una bella ricchezza strumentale, la trascinante The Hard Way è un rockin’ country limpido e terso, l’ennesima perla di un disco che non ha una sola canzone sottotono; l’elettroacustica Old Time Feeling (Like Before) sta giusto a metà tra folk e country, mentre Pipe Bomb Dream è contraddistinta da un ritmo sostenuto, un motivo delizioso ed un bel chitarrone twang: in poche parole, una goduria. Il CD si chiude con la bellissima Okalhoma Stars, altro country-folk cristallino e melodicamente evocativo, e con Sunday Morning Paper, che inizia come un puro folk con voce e fingerpicking, poi entra il resto del gruppo trasformando il pezzo in uno squisito honky-tonk elettrico.

Di gruppi come i Turnpike Troubadours ce ne sono (purtroppo) sempre meno, ragione in più per non farsi sfuggire questo A Long Way From Your Heart.

Marco Verdi

Con Babbo, Fratello, Zia e Cugine “Acquisite” Al Seguito, Non Male. Lukas Nelson And Promise Of The Real

lukas nelson & promise of the real

Lukas Nelson & Promise Of The Real – Lukas Nelson & Promise Of The Real –Fantasy/Concord//Universal

Lukas Nelson, non ce lo possiamo nascondere, è il figlio di Willie Nelson, uno dei sette, insieme all fratello Micah, il più giovane della discendenza. Il suo primo disco, sempre omonimo, era uscito nel 2010, a livello indipendente, poi ne hanno fatti uno per la Warner e un altro indie, e questo quindi è il quarto album: in mezzo i Promise Of The Real sono diventati la band di Neil Young, prima per il discreto (per il sottoscritto, http://discoclub.myblog.it/2015/06/24/ogm-grande-musica-neil-young-promise-of-the-real-the-monsanto-years/ a Marco era piaciuto) The Monsanto Years e poi per lo “strano” Live Earth http://discoclub.myblog.it/2016/06/26/nuovo-tipo-musica-ambient-neil-young-promise-of-the-real-earth/ .Si parlava anche di un ennesimo disco in coppia con il canadese (e infatti era uscito il video per un brano nuovo Children Of Destiny,  ma per ora non se ne è fatto nulla https://www.youtube.com/watch?v=4RKBUG9VLFU ), ma a sorpresa esce questo nuovo CD,: il fratello Micah Nelson è stato retrocesso ad ospite, al piano e banjo in un brano, mentre il resto della famiglia è presente tutta, babbo Willie con chitarra Trigger al seguito in Just Outside Of Austin, dove appare anche al piano la zia Bobbie Nelson. Volendo, come ospiti, ci sarebbero anche le “cuginette” acquisite Lucius (sentite nel recente disco di Roger Waters), presenti in cinque brani, e la “lontana cugina italiana” Lady Gaga, in due brani, dove non fa disastri, in uno indistinguibile, potrebbe cantare chiunque, anche Janis Joplin risorta, nell’altro Find Yourself, uno dei pezzi migliori del disco, persino brava.

La formazione è diventata un sestetto, aggiungendo un tastierista e un secondo chitarrista, alla steel: il genere? Bella domanda, direi che più che country, che è comunque presente, si potrebbe definire Americana, roots music, spesso con una propensione per il rock: se avete letto da qualche parte che ascoltando Lukas sembra di sentire il padre, non credeteci, per me è una balla colossale, sì, Lukas ha una voce piacevole, direi persino “adeguata”, ma non è un grande cantante come Willie. Ci sono almeno un paio di categorie di cantanti, quelli che hanno una bella voce e quelli con una voce “particolare”, come Bob Dylan o Lou Reed, ma questi scrivono canzoni sensazionali. Forse ce ne sarebbe anche una terza, quelli con voce normale e canzoni memorabili, direi che Lukas Nelson non rientra in nessuna delle tre: questo non vuol dire che non sia bravo o che l’album sia brutto, tutt’altro, il disco è buono e si ascolta con piacere, con qualche pezzo sopra la media. Citando alla rinfusa, la conclusiva If I Started Over, una sorta di valzerone country pianistico con uso di pedal steel, dove effettivamente all’inizio la voce di Lukas assomiglia in modo impressionante a quella del babbo, ma poi quando sale di tonalità la similitudine si spegne, anche se la canzone rimane bella e malinconica, come certe composizioni di Willie. L’aria di famiglia si respira anche nella citata Just Outside Of Austin, che parte come una sorta di Everybody’s Talkin’ Part II, o un pezzo della Nitty Gritty più dolce e melanconica, e poi nella seconda parte quando il ritmo si anima maggiormente, si respira aria di morbido country texano, ma anche di qualche perduto brano di Glen Campbell, con la chitarra di Willie a sostituire il vecchio amico.

L’iniziale Set Me Down On A Cloud è un cadenzato pezzo rock dove si apprezza l’ottimo lavoro della solista, e anche di tutta la band, con una nota di merito per le armonie quasi gospel delle Lucius, che danno un aria rock got soul alla canzone, provvista pure di una bella coda strumentale un po’ alla Young; Die Alone è un robusto ‘70’s rock, di nuovo con le Lucius in spolvero, organo e chitarra in vivaci call and response, ben cantato ed energico il giusto, mentre Fool Me Once è un ondeggiante honky-tonk, dalle parti di Jimmy Buffett, solare e molto piacevole, sempre con Jess Wolf e Holly Laessig (le Lucius) a spalleggiare la voce del leader, che si disbriga con classe anche alla solista. Carolina è uno dei due brani con Lady Gaga, che insieme alle Lucius canta le armonie vocali di questo leggero connubio tra honky-tonk e qualche deriva caraibica, piacevole ma niente di che; Runnin’ Shne è il pezzo dove appare il fratello Micah, una morbida ballata quasi alla James Taylor o alla John Denver nella parte iniziale, che poi si apre e si trasforma in una texan country song, con Find Yourself, l’altro pezzo con Lady Gaga, che è un potente blues-rock, cadenzato e chitarristico che ricorda nella sua andatura anche certi pezzi dei Pink Floyd quando la chitarra di David Gilmour è più presente, e l’intreccio di voce maschile e femminile è veramente trascinante, decisamente una bella canzone, con lunghi inserti strumentali, che si ripetono anche in Forget About Georgia, l’altro pezzo forte dell’album, un sontuoso mid-tempo, una sorta di “risposta” al Ray Charles di Georgia on My Mind (nel testo), serena ed avvolgente, di nuovo con le Lucius in bella evidenza, e dove appaiono ancora le influenze di Neil Young, soprattutto nella lunga coda strumentale. Non male anche Four Letter Word e High Times dove si vira verso un country-southern energico, quasi alla Billy Joe Shaver, tutto ritmo e chitarre, e quella specie di ninna-nanna  dolce e fischiettata Breath Of My Baby, dedicata alla prole, forse superflua ma gradevole.

Bruno Conti

Vibrante Rock’n’Roll Dalla Louisiana. Rod Melancon – Southern Gothic

rod melancon southern gotic

Rod Melancon – Southern Gothic – Blue Elan CD

Rod Melancon non è un esordiente, anche se il suo primo disco, Parish Lines (2014) è passato abbastanza inosservato: originario della Louisiana del Sud, Rod non fa però musica influenzata dalla sua terra, a parte i testi che invece raccontano storie di personaggi locali, tra il reale e l’inventato, e mettendoci dentro anche qualche mistero che fa tanto bayou. Il suono però non è swamp, né cajun, e neppure ha punti di contatto con quel meraviglioso calderone musicale che è New Orleans: Rod infatti predilige un approccio rock’n’roll classico, sul genere di gruppi cardine del suono Americana come i Drive By Truckers, un sound chitarristico e diretto, che contiene anche elementi country e perfino alcuni accenni psichedelici. Southern Gothic contiene dieci canzoni di vero rock americano, suonato con piglio deciso e con le chitarre sempre protagoniste, con la produzione lucida di Brian Whelan (che è anche musicista per conto suo), e vede tra i vari sessionmen diversi artisti appartenenti al panorama country, ma il country più robusto e meno nashvilliano, tra i quali spiccano il bassista Ted Russell Kamp (Shooter Jennings), il batterista Mitch Marine (da tempo con Dwight Yoakam) e lo steel guitarist Marty Rifkin, membro dei Dead Peasants di Chris Shiflett. L’inizio del disco è però spiazzante:

With The Devil è un brano lento e cadenzato, che potrebbe essere un blues paludoso se non fosse per l’accompagnamento che mischia rock e psichedelia, antico e moderno, con un risultato interessante anche se non eclatante (c’è comunque un bell’assolo chitarristico), e poi il synth se lo potevano anche risparmiare. Perry ha un ritmo incalzante, con il basso molto pronunciato, ed è una rock song classica, fluida e scorrevole, cantata da Rod con voce roca e con ottimi spunti di chitarra; Lights Of Carencro è cupa, roccata, dura, con la voce che parla e pure filtrata, non un grande brano, si fa quasi fatica ad ascoltarlo fino in fondo, mentre Dwayne And Me è diametralmente opposta, trattandosi di una struggente ballata tra folk e country, con una melodia decisamente bella e suonata in maniera classica. Promises ha un attacco degno dei Rolling Stones, ed è infatti una buona rock song, vibrante e diretta, una delle più convincenti del CD, ed anche Redhead non abbassa il ritmo né l’attitudine rocknrollistica, siamo quasi dalle parti del Texas: questo è il Melancon che preferisco, diretto e concreto.

Bella anche Praying For Light (il disco sta crescendo canzone dopo canzone), una ballata elettrica dal suono ruspante e con un motivo fruibile, mentre la vivace Mary Lou ha un attacco che ricorda molto la dylaniana I Want You, ed anche come suono siamo lì, un delizioso brano di sapore sixties, leggermente country, insomma una bella sorpresa. Ottima anche Different Man, una sontuosa rock ballad, arrochita ed elettrica, con un feeling alla Neil Young neanche troppo nascosto; l’album si chiude con Outskirts Of You, puro country, uno slow languido con tanto di steel, che conferma la capacità del nostro di variare lo stile pur restando fedele al suo suono. Mi sento quindi di promuovere Rod Melancon, questo Southern Gothic ha un paio di brani sottotono, ma il resto è più che buono, ed in certi momenti addirittura ottimo.

Marco Verdi

Un Ottimo Esempio Di American Music Dal Più Britannico Dei “Cantautori”In Circolazione. Ray Davies – Americana

ray davies americana

Ray Davies – Americana – Sony Legacy

Sir Raymond Douglas Davies, detto Ray (anche lui è stato alla fine nominato baronetto, o Knight Bachelor se preferite, per il suo servizio alle arti britanniche, molto più tardi di altri colleghi, ma in modo doveroso) pubblica con questo nuovo album Americana quello che probabilmente è il suo miglior album solista, in una carriera che in questo senso non è stata fulgida, ma i meriti acquisiti in oltre 50 anni alla guida dei Kinks lo sono certamente e lo indicano come uno dei più grandi “cantori” della scena musicale inglese, londinese in particolare, nello specifico Fortis Green, nel quartiere di Muswell Hill, nel nord della capitale britannica, in una famiglia non certo agiata, con sette tra fratelli e sorelle, e una provenienza “proletaria”. Ma Ray Davies è stato anche il Dandy per eccellenza, grande appassionato e studioso dei costumi e delle usanze della Terra di Albione, ma pure innamorato della musica americana, anzi “Americana”, che è pure il titolo della sua autobiografia pubblicata nel 2013 e di cui questo album avrebbe dovuto essere la controparte audio, costruito come una sorta di adattamento di quelle memorie sotto forma di canzoni e brevi intermezzi parlati.

Devo ammettere che ad un primo ascolto il disco non mi aveva colpito in modo particolare, pur essendo il sottoscritto un grande fan della sua opera omnia con i Kinks, ma i dischi solisti in passato non mi avevano mai colpito più di tanto, a partire dal primo Return To Waterloo del 1985, che era una sorta di rimasticatura parziale di brani già usciti in Word Of Mouth dei Kinks, e che non era uscito a nome della band a causa dei soliti continui ed immancabili dissidi con il fratello Dave Davies. Anche The Storyteller del 1998 era stata una occasione per ripercorrere la sua storia e quella del gruppo, sotto la ragione sociale della famosa trasmissione televisiva americana; Other People’s Lives, il CD del 2006, quello di maggior successo commerciale in ambito solista, sarebbe stato un eccellente disco per chiunque, ma non per Ray Davies, in definitiva buono ma non eccelso, come pure il successivo Working Man’s Café del 2007, probabilmente comunque il suo migliore fino ad oggi. In mezzo ci sono state varie reunion dei Kinks, dischi celebrativi con orchestra e un album di duetti nel 2010, con grandi ospiti, See My Friends, peraltro piuttosto bello, ma accolto da critiche assai contrastate.

Invece questo nuovo Americana sta ricevendo un nugolo di giudizi positivi, alcuni addirittura entusiasti, altri più composti, ma non si può negare sia un eccellente album, forse, ancora una volta, non un capolavoro assoluto, ma un disco intriso delle influenze americane di Davies filtrate attraverso il suo essere tipicamente british: non per nulla il tutto è stato inciso con una band americana, i Jayhawks (e con altri musicisti), ma nei Konk Studios di Tottenham, in piena Londra. Le canzoni raccontano proprio il rapporto di Ray Davies con gli Stati Uniti, a partire dalla iniziale title track Americana, una morbida (e splendida) ballata che si apre sui tocchi di un pianoforte e delle chitarre acustiche, poi entra una pedal steel, Melvin Duffy, le chitarre e le tastiere degli altri Jayhawks, che con le loro armonie vocali costruiscono una atmosfera sonora molto West Coast, ma con le peculiarità del nostro, che con pochi tratti ci fa immergere in questa sorta di sogno glorioso ad occhi aperti. Anche John Jackson, il co-produttore con Ray e Guy Massey (anche brillante ingegnere del suono) del disco, ha i suoi meriti, e le sue chitarre aggiunte sono tra  i punti di forza del sound, oltre all’uso continuo delle tastiere, Karen Grotberg, Ian Gibbons e lo stesso Davies, molto ben inserite negli arrangiamenti ariosi e complessi.

Prima del secondo brano c’è un breve intermezzo parlato, che evidenzia lo spirito quasi “teatrale” di questa narrazione ( e che forse prelude a futuri sviluppi in tal senso di questo progetto), ma che; a mio modesto parere; spezzano il fluire della musica: in ogni caso The Deal, in viaggio verso la vita dorata di Los Angeles, è un altro brillante esempio della grande facilità con cui il musicista inglese è in grado di costruire melodie che ti entrano subito in circolo e la sua proverbiale abilità nei testi si conferma in questo idilliaco, ma anche sardonico, quadretto della società americana, quasi a tempo di valzer e con un ritornello insinuante, secondo la sua famosa opinione per cui le canzoni devono avere un verso, il ritornello e il bridge e difficilmente si discosta da questo credo, forse gli mancano i riff del fratello Dave, ma Poetry è decisamente più rock, con la sua tipica e unica voce in bella evidenza, mentre le melodie ricordano il periodo classico di fine anni ’60- primi anni ’70, non più solo la band pop dei singoli, ma quella raffinata di album come Village Green Preservation Society, Arthur, Lola Muswell Hillbillies, trasferite sul suolo americano, nazione che agli inizi di carriera li aveva rifiutati, ma poi in seguito li aveva accolti a braccia aperte, ovviamente nella visione di Davies la “poesia” non c’è, sostituita dal consumismo, ma glielo e ce lo dice, con una soavità e una ironia sopraffine, e con melodie avvolgenti e deliziose. Good Time Gals, è meno brillante dei tre brani precedenti, uno schizzo quasi acustico, malinconico, dove comunque si apprezza la bella voce di Karen Grotberg che duetta con la sua voce soave con Ray, tra piano, tastiere e chitarre acustiche appena accennate. Mentre nella successiva A Place In Your Heart la Grotberg viene utilizzata di nuovo, ma in modo più dinamico e mosso, in un brano dove si vira anche verso improvvise aperture sonore country e vaudeville, delicati valzeroni con fisarmonica e archi, oltre alle armonie vocali della premiata ditta Jayhawks. 

Mystery Room rievoca il famoso episodio di New Orleans, dove viveva all’epoca, quando un incontro ravvicinato con un rapinatore quasi gli costò la vita e il brano assume le sonorità scure e misteriose della città della Louisiana, anche se non mi sembra tra le più riuscite del disco, forse fin troppo carica e drammatica, ma visto l’argomento trattato ci sta. La narrazione si lega a quella di Rock’n’Roll Cowboys, una canzone dedicata a Alex Chilton, preceduta da un breve talking Silent Movie, in cui Ray rievoca il loro ultimo incontro a New Orleans, dove entrambi abitavano all’epoca, e i loro discorsi sulla musica e soprattutto sulle canzoni, di cui tutti e due sono stati formidabili autori, e il fatto che mentre chiacchieravano amabilmente in questo commiato la televisione iniziò a trasmettere un vecchio film in bianco e nero sui cowboys, e così nasce la canzone, qualche anno dopo, un tributo ai vecchi rockers che sono come i cowboys, una razza forse in via di estinzione, anche se a giudicare dal brano non si direbbe, uno dei più riusciti e sentiti dell’intero album, con un bellissimo break di chitarra elettrica nella parte centrale, e sicuramente uno dei brani più “americani” nel suono del CD. Change For Change, per quanto sempre interessante nel testo che racconta dei cambiamenti in corso nella società americana, a livello musicale è una specie di blues futuribile, giocato su una chitarra acustica, piccole percussioni, piano e trattamenti elettronici, però abbastanza irrisolto, mentre la successiva, breve, narrata, The Man Upstairs cita all’inizio la celebre All Day And All Of The Night, ma è proprio un intramuscolo. Heard That Beat Before è una pigra e delicata canzone, un misto del Ray Davies classico e un blues molto old fashioned e laidback, pure questa piacevole ma non memorabile.

Long Drive Home To Tarzana viceversa è un brano tra i migliori del disco: “New England To Hollywood Seems So Far Away…” narra Ray, in questo breve trattato sul Sogno Americano e la sua realizzazione, in una strada che è pero lunga ed impervia e non sembra mai arrivare ad una conclusione, ma il protagonista ci prova comunque ad arrivare verso questo Paradiso bramato che è la California dei suoi sogni (quella di Hollywood Boulevard in Celluloid Heroes forse?), e lo fa appunto in una ballata deliziosa, con le “solite” armonie vocali, le chitarre accarezzate e la voce suadente e complice di Davies, e un sound morbido e molto tipico della West Coast evocata dalla canzone. The Great Highway è uno dei rari pezzi rock del CD, molto vicino al sound dei Kinks del periodo americano, della Second Coming, quella riuscita di fine anni ’70, primi anni ’80, con le chitarre che ruggiscono a tutto riff  e Ray che canta con grinta e c’è persino spazio per un assolo dell’elettrica di Gary Louris. Ma, come detto, in precedenza c’era stato un primo tentativo, in cui la band inglese era stata respinta dalla American Federation of Musicians,e bandita per quattro anni, e quindi gli Invaders erano stati ricacciati in Inghilterra, dove avrebbero continuato ad influenzare i musicisti americani (tra cui i Jayhawks stessi) e ad essere a loro volta influenzati dalla musica americana, come dimostra peraltro il sound di questo brano, tutto chitarre acustiche, mandolini, fisarmoniche e un’aria roots corale che fa più Nashville che Londra. A chiudere il cerchio non manca il lieto fine, presunto o vero, di una Wings Of Fantasy, dove i sogni giovanili di Davies “belle ragazze, cowboys, soldi e successo” sembrano realizzarsi nella “land of the free”, come diceva la precedente canzone: il pezzo è più rock e brillante di altri, con la consueta costruzione preferita dal musicista di Fortis Green, ricordata prima, ovvero verso, ritornello, bridge, e una bella melodia, che non manca mai. Per concludere, un buon disco, a tratti brillante in alcuni brani, magari non memorabile, per quanto probabilmente il migliore della sua carriera solista e con più di un eco del glorioso passato, come si suol dire, averne di dischi così: non male per un presunto bollito quasi 73enne sul viale del tramonto!

Bruno Conti

Meglio Tardi Che Mai, Quando Meritano! Dori Freeman – Dori Freeman

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Dori Freeman – Dori Freeman – Free Dirt Records

Ecco un altro nome da appuntarsi per chi ama le voci femminili di qualità. Dori Freeman ha esordito con questo CD omonimo ormai all’incirca un anno fa, nel marzo del 2016, ma, come diceva Catalano, meglio parlarne tardi che non parlarne del tutto. Per cui colmiamo questa lacuna spendendo alcune parole di elogio per inquadrare il lavoro di questa cantautrice, che viene dalle colline della Virginia, dove è nata circa 25 anni, e dove attualmente risiede, in quel di Galax. Proviene da una famiglia di musicisti, sia il babbo che il nonno suonavano a livello professionale nell’ambito della grande tradizione della musica degli Appalachi: quindi country e folk music nel DNA di questa cantante, che però nel suo debutto (anche se esisterebbe un autoprodotto Porchlight del 2011, dove partecipava anche il babbo Scott), oltre a mostrare le influenze appena citate inserisce anche diversi elementi di “Americana”, grazie all’intervento come produttore di Teddy Thompson (il figlio di Richard, ma che ve lo dico a fare) e di una pattuglia di ottimi musicisti, guidati da Jon Graboff, alle chitarre e pedal steel, che conosciamo per le sue collaborazioni con Laura Cantrell, Shooter Jennings, Neal Casal, Norah Jones e una miriade di altri, il tastierista Erik Deutsch, anche lui con Jennings, Carrie Rodriguez, Erin McKeown; Alex Heargreaves, già al violino con Sarah Jarosz, è presente in un paio di brani, mentre Jeff Hill, basso e Rob Walbourne, batteria, entrambi del giro della Thompson Family, completano la formazione.

La Freeman tra le sue influenze cita anche Rufus Wainwright , oltre a Doc Watson, Iris Dement, Louvin Brothers, Linda Ronstadt: insomma dai nomi sciorinati finora si intuisce che la musica che andiamo ad ascoltare in questo CD, finanziato con l’ormai immancabile crowdfunding della Kickstarter Campaign, potrebbe riservarci delle piacevoli sorprese. Se vi piacciono Emmylou Harris (di cui riprende qualche anche inflessione vocale), Nanci Griffith, e alcuni dei nomi che ricorrono poco sopra, potreste fare un pensierino su questo disco, magari non vi cambierà la vita, ma la renderà sicuramente più piacevole. Le canzoni gravitano intorno a relazioni amorose, la fine delle stesse, il desiderio di essere indipendenti, ma anche di incontrare anime gemelle, insomma i soliti elementi che animano la buona musica tradizionale, country o folk che sia. All’inizio più folk, come nella delicata elegia di You Say, solo la voce pura e deliziosa di Dori, un basso e una chitarra acustica, molto Griffith o Emmylou nei loro momenti più intimi, e anche nella successiva Where I Stand, dove intreccia delle splendide armonie vocali con il suo produttore Teddy Thompson, in un altro cristallino brano di impianto acustico. Ma anche quando il suono si fa più corposo e entrano gli altri strumenti, per esempio nel country old fashioned e “valzerato” della incantevole Go On Lovin’, dove pedal steel, violino e piano rievocano atmosfere di una purezza senza tempo, mentre lei canta con grande trasporto.

Oppure nella corposa Tell Me, dove il suono si fa più elettrico, ma quasi con riserbo e precauzione, senza esagerare, sempre con garbo e delicatezza, in equilibrio tra antico e moderno. E ancora nella mossa Fine, Fine, Fine, che grazie alle incisive armonie di Thompson, rievoca le collaborazioni di Carlene Carter (la “figlioccia” di Johnny Cash fra pochi giorni di nuovo in pista come partner di John Mellencamp), in terra d’Albione con l’ex marito Nick Lowe e Dave Edmunds, ricordato nello splendido break chitarristico di Jon Graboff. Molto bella anche l’elettroacustica e avvolgente Any Wonder, provvista di una squisita melodia, tra Norah Jones e Natalie Merchant, e qualche tocco delle grandi cantanti pop degli anni ’60. In Ain’t Nobody si tenta anche la strada impervia ed impegnativa del canto a cappella, risolta con ingegno grazie all’accompagnamento provvisto solo dallo schioccare delle dita che rievoca lo spirito di un brano come Sixteen Tons; ancora struggente country music di stampo sixties nella adorabile Lullaby, che ricorda la Norah Jones dei Little Willies, con la twangy guitar di Graboff e il piano di Deutsch in bella evidenza. A Song For Paul, nuovamente in coppia con Teddy Thompson, rivela quell’amore per le canzoni strappalacrime dei Louvin Brothers, mentre la conclusiva Still A Child è di nuovo un tuffo nella migliore country music, con fiddle, piano e pedal steel a carezzare la garbata e classica voce della Freeman che ci riporta alla purezza della tradizione, tramandata alle nuove generazioni.

Una volta si usava il carciofo contro il logorio della vita moderna, ma volendo si può usare anche la (buona) musica.

Bruno Conti

Saluti Da Nashville: Il Meglio Nel Genere “Americana”. Drew Holcomb & The Neighbors – Souvenir

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Drew Holcomb & The Neighbors – Souvenir – Magnolia Music

A due anni di distanza dall’ottimo Medicine, e a pochi mesi dal bellissimo Live At The Ryman dello scorso anno (purtroppo edito solo in vinile), torniamo piacevolmente ad occuparci di Drew Holcomb e dei suoi Neighbors, giunti con questo nuovo lavoro Souvenir a quello che dovrebbe essere il loro decimo album, in un arco di tempo che inizia con l’esordio acerbo di Washed In Blue (05), sino ad arrivare ai giorni nostri, e a consacrarsi, per chi scrive senza ombra di dubbio, la migliore band attuale nel genere “americana”. Come nel disco precedente la produzione è affidata a Joe Pisapia (kd Lang, William Tyler) e Ian Fitchuk, con una formazione allargata a sei elementi: che vede oltre al barbuto Drew Holcomb alla voce, chitarra e armonica, la moglie Ellie al pianoforte e voce (è uscito proprio in questi giorni il suo ultimo disco solista Red Sea Road di cui leggerete tra breve), Rich Brinsfield al basso, Nathan Dugger alle chitarre, Grant Pittman alle tastiere e Jonathan Womble alla batteria; il tutto è stato registrato nella sua città d’adozione (Nashville appunto), per una quarantina di minuti di classico rock americano, con influenze roots, alt-country e folk.

La pista iniziale The Morning Song,  per chi ha buone orecchie, ha tutta la magia di un Ryan Adams al suo meglio, a cui fanno seguito una solare California che alza il ritmo con chitarre elettriche e un tocco di armonica, per poi passare ad una epica ballata folk come Fight For Love (con il particolare che è stata registrata il giorno dopo le elezioni americane), e a una intima Rowdy Heart, Broken Wing, dove spicca un “fingerpicking” acustico che accompagna la voce tremante di Drew. Si cambia con una godibile New Year, di nuovo elettrica e dal ritmo sincopato https://www.youtube.com/watch?v=X8PLk67Rg9k , mentre pochi accordi di pianoforte aprono la melodia di una contemplativa Sometimes. C’è spazio anche per le atmosfere leggermente “caraibiche” di una allegra e originale Mama’s Sunshine,  per la piacevolissima Daddy’s Rain, e, cantata in coppia con la moglie Ellie (che si accompagna al pianoforte), una bellissima Black And Blue, una ballata dolce dalla vena “roots”. Ci si avvia (purtroppo) alla fine con un’armonica che introduce il folk-rock di Postcard Memories, un lento senza tempo come Yellow Rose Of Santa Fe (con largo uso della pedal-steel), e andare infine a chiudere con il fiore all’occhiello dell’album, una sublime Wild World guidata dalla chitarra e dal cantato di Drew, con in sottofondo le dolci note del pianoforte della signora Holcomb.

Un mese dopo aver finito di registrare Souvenir, mentre stava mixando l’album Drew Holcomb si è ritrovato nel letto di un ospedale dove gli fu diagnosticato un raro caso di “meningite virale”, trovando nella sua camera e nel suo letto un provvisorio rifugio dalla malattia, e delegando ai suoi bandmates il completamento dello stesso. Nel frattempo, dopo avere positivamente risolto il tutto, Drew Holcomb e i suoi Neighbors stanno per intraprendere un nuovo tour degli States, che potrebbe portarli ai vertici non solo del genere “americana”, ma anche delle classifiche generali, con una serie di canzoni destinate a durare nel tempo e suonate alla grandissima, per una band che come detto spazia con disinvoltura dal rock al folk, dal country classico al alt-country, ma non disdegna sfumature con toni diversi e innovativi, perfetta colonna sonora dei nostri viaggi individuali. Per Drew Holcomb mi auguro che il viaggio sia ancora in corso, è forse è anche arrivato il momento del giusto riconoscimento commerciale. Altamente consigliato!

Tino Montanari

Per Gli Amanti Delle “Jam Band”, E Non Solo! The Why Store – Live At The Slippery Noodle

why store live at the slippery noodle

The Why Store – Live At The Slippery Noodle – Slippery Noodle Sound

Ogni tanto mi capita (colpevolmente) di perdere traccia di gruppi o artisti che nel tempo seguivo con grande interesse, in questo caso dei Why Store (lo ammetto sono recidivo, andate a leggere la recensione del loro precedente album Wim uscito nel 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/05/un-disco-a-rate-ma-interessante-the-why-store-vim/ ): la band dell’Indiana in pista dal lontano ’93, dopo vari trascorsi, è giunta al settimo album, questo ultimo Live At The Slippery Noodle (il secondo dal vivo, dopo l’eccellente Live At Midnight (99). Si sa che di solito una delle caratteristiche di quasi tutte le band di questo filone è la grande differenza tra i dischi in studio e quelli dal vivo, ma i Why Store nei loro concerti sono portatori di esibizioni caratterizzate da una valanga di suoni, che alla fine li portano a sfornare “performances” a tratti irresistibili. Il quartetto che sale sul palco la sera del 3 Ottobre dello scorso anno, allo Slippery Noodle, mitico locale di Indianapolis ( possiamo dire, in Italia, l’equivalente dello storico Spazio Musica di Pavia?), è composto dal carismatico leader Chris Shaffer alle chitarre e voce solista, con Dan Hunt al basso, John Gray alla batteria e voce, e Troy Seele anche lui alle chitarre, a formare l’ultima “line-up” del gruppo, di nuovo in pista per regalarci quasi settanta minuti di musica di matrice “Americana”(e con ben sei canzoni inedite), in un concerto che festeggiava meritoriamente il ventennale di carriera della band.

Dopo una breve intro di presentazione si inizia subito con un brano inedito DJam, guidato dalla voce baritonale di Chris, una roots.ballad tipica del suono dei Why Store, a cui fa seguito la nota e tosta Fade Away, una cavalcata elettrica con le chitarre che si rincorrono in stile quasi à la Grateful Dead, per poi ritornare alle dolci atmosfere di una Wrongin’ Me, una bella ballata elettro-acustica. Con Get Your Nothing si cambia di nuovo registro con un brano potente con un bel lavoro alla slide, mentre Never Wanted (recuperata da Welcome The Why Store), viene riproposta in puro stile rock “hendrixiano”, per poi tornare ad una oasi rilassata con la godibile e fischiettante Show Me The Love, e ad un loro cavallo di battaglia, Broken Glass, come sempre elettrica, sofferta e tesa.

Una breve e giustificata pausa e la seconda metà del concerto riparte con un altro brano inedito, Halo, un brano country-rock molto godibile, a cui segue Happy Place (con l’intermezzo chitarristico del patriottico inno americano The Star Spangled Banner), un’altra cavalcata elettrica dilatata come Mamas And Papas (non si riferisce certo al famoso gruppo californiano), bissato da un altro brano tirato allo spasimo per Shaffer e soci, con la “psichedelica I Got It . La parte finale del concerto vede la band alle prese prima con Roll Like Thunder, suonata con gli Allman Brothers nel cuore, e poi riproporre alcuni cavalli di battaglia degli esordi, a partire da una Everybody cantata a più voci e con lechitarre in gran spolvero, la cadenzata e piacevole Blanket Inside (da Welcome The Why Store), e infine andare a chiudere un concerto splendido con l’immancabile Surround Me, dove come al solito l’ugola di Chris Shaffer da il meglio di sé.

Unica nota stonata per chi scrive, e non si capisce come mai (era successo anche nel precedente live), il fatto che sia rimasta fuori dalla scaletta una ballata epica come Here I Go (se volete cercatela su Two Beasts il disco del ’98) Comunque i Why Store, anche vent’anni dopo, si confermano una band eclettica che, oggi come allora, ha un suono potente e vigoroso, dove la voce di Shaffer è ancora il perno centrale di ogni canzone, con brani che variano dal rock alla ballata, dalla vena blues a quella country, brani che si ascoltano tutti d’un fiato in questo live: un disco tonificante, una boccata d’aria fresca, da gustare fino in fondo come del buon whiskey di malto. Per il sottoscritto chapeau e applausi! Il solito problema è la scarsa reperibilità di questo CD.

Tino Montanari

Tra Brooklyn E La West Coast, Sopraffina American Music (Con Norah Jones Ospite)! The Candles – Matter + Spirit

candles matter + spirit

The Candles – Matter + Spirit – The End Records

In passato si sono spesi per loro lusinghieri pareri a livello critico (hanno già pubblicato due dischi, Between The Sounds del 2010 e La Candelaria del 2013), con richiami alla musica di Gin Blossoms, Whiskeytown e Big Star; spesso hanno aperto, ma anche fatto da backing band, per i tour di Alberta Cross, Cory Chisel e soprattutto Norah Jones, che rende il favore duettando con Josh Lattanzi, il loro frontman, nella dolce e languida Move Along, limpido esempio del loro stile tra roots music e Americana, ma aperto anche alle influenze dei cantautori classici degli anni ’70. Lattanzi è un ottimo autore, newyorkese come il resto della band, trae comunque spunto dal lato più gentile della Big Apple, anzi la sua musica sembra più abbeverarsi al West Coast sound della California, oltre che al più genuino folk e country-rock. Oltre a Lattanzi che suona basso, mandolino, chitarra ed è la voce solista, nei Candles troviamo Pete Remm, piano, organo e Wurlitzer (le tastiere hanno un peso notevole nel sound del gruppo), Jason Abraham Roberts è il chitarrista, mentre alla batteria e alle armonie vocali troviamo Greg Wieczorek, che è stato anche l’ingegnere del suono aggiunto, a fianco del produttore Ben Rice, anche lui di Brooklyn, e che vanta collaborazioni, che non depongono a suo favore, con Lady Gaga, Britney Spears e Ramazzotti, ma anche con Springsteen in High Hopes, Aoife O’Donovan, gli Skins, e comunque in questo Matter + Spirit ha svolto un ottimo lavoro, mai importuno ed invadente, ma sempre teso ad evidenziare il sound delicato del gruppo, il tutto registrato nei Degraw Studios dell’omonimo cantautore.

Quando occorre il quartetto utilizza dei musicisti esterni, come la pedal steel di Dan Iead (presente anche nell’ultimo album di Norah Jones), oltre che nella citata Move Along anche in Sunburned e Til’ It’s Gone, gli altri brani dove le radici country e folk sono più evidenti (ma anche il primo James Taylor sembra un punto di riferimento), canzoni calde ed avvolgenti, dolci senza essere zuccherose, con arrangiamenti semplici ed elaborati al tempo stesso, qualche richiamo ai primi Eagles, per l’uso di armonie vocali mai banali, per esempio quelle di Allison Pierce del duo basato a Los Angeles delle Pierces, nella deliziosa Til’ It’s Gone (occhio che se fate una ricerca in rete, vi appare anche il nome di una nota pornostar, ma questi sono i rischi di internet). Tornando al disco, breve e centellinato, nove brani per poco più di trenta minuti, ma nulla di sprecato, non è casuale anche la scelta della cover fatta da Lattanzi & Co: una bellissima Lost My Driving Wheel, lo splendido brano di David Wiffen, che oltre che nelle interpretazioni di Tom Rush, Cowboy Junkies, Roger McGuinn e Byrds, ricordiamo anche nella recente versione su Only Slightly Mad di David Bromberg, molto bella anche questa, grintosa il giusto, dei Candles.

Altro brano notevole è Something Good, sempre caratterizzato dall’uso della doppia tastiera, e che ricorda quelle ballate meravigliose del miglior Jackson Browne targato anni ’70. Non possiamo dimenticare l’iniziale, mossa, Back To The City, altro limpido esempio della classe di autore di Josh Lattanzi, che poi sa come rivestire nel modo migliore le sue composizioni, grazie al lavoro sopraffino dei suoi bandmates e anche degli amici aggiunti, come il grande fotografo Danny Clinch, che suona l’armonica in questo brano. Blue Skies And Sun, più elettrica, grintosa e cadenzata, anche grazie alla presenza della chitarra aggiunta di John Skibic dei Twilight Singers, ricorda persino certe atmosfere sonore alla Neil Young, quello magari più “morbido” e meno selvaggio, ma anche dei Whiskeytown e del loro leader Ryan Adams, comunque altra gran bella canzone. Da ricordare mancano la breve Followed, una folk song acustica ed intimista, con uso di mandolino, e la conclusiva You Won’t Remember Me, dove a duettare con Lattanzi troviamo Wes Hutchinson, in un altro brano che mi ha ricordato il suono dei primi Eagles, quelli non ancora giunti al grande successo. Segnatevi il nome dei Candles, potrebbero essere una delle sorprese di questo scorcio di 2017, anche se il disco è uscito a fine 2016, ma quando la musica è buona non ci formalizziamo.

Bruno Conti  

Eccone Un Altro Davvero Bravo! Parker Millsap – The Very Last Day

parker millsap the very last day

Parker Millsap – The Very Last Day – Okra Homa/Thirty Tigers CD

Di dischi di alternative country, roots, Americana o come diavolo volete chiamare quella musica strettamente legata alle radici ne escono, tra ottimi, buoni e meno buoni, un’infinità durante l’anno, ed ogni tanto qualcuno realizza dei lavori talmente belli che vengono ricordati anche a distanza di tempo: ad esempio, nell’ultimo biennio le fatiche di Chris Stapleton, Nathaniel Rateliff, Thom Chacon, Jason Isbell ed Anderson East hanno davvero meritato un posto di primo piano nelle classifiche di gradimento di chiunque ami la vera musica. Lo stesso destino potrebbe essere riservato a Parker Millsap, giovane songwriter dell’Oklahoma con già due dischi alle spalle (il secondo dei quali, omonimo, nel 2014 aveva già fatto intravedere delle doti non comuni) https://www.youtube.com/watch?v=SwFbuOUxmNc , che con questo nuovo The Very Last Day ci consegna uno dei migliori album di questi primi quattro mesi del 2016, almeno per quanto riguarda il genere Americana. Millsap, oltre ad essere in possesso di una voce roca, potente e talvolta quasi stridula (ma non fastidiosa), è un talento molto particolare, in quanto, pur partendo da una base folk ed usando una strumentazione tradizionale, affronta le sue canzoni con una forza ed un impeto da vero rocker, inserendo spesso e volentieri all’interno dei brani delle melodie inusuali e mai banali o prevedibili, creando un cocktail sonoro molto stimolante e consegnandoci una manciata di canzoni (undici) che forse necessitano di più di un ascolto per essere apprezzate appieno, ma di sicuro poi farete fatica a togliere il CD dal lettore.

Una miscela di folk, country, rock e blues suonata, ripeto, con una forza non comune e con soluzioni melodiche spesso non abituali: l’esempio perfetto è l’opening track Hades Pleads, un folk-grass potente e pieno di ritmo, con la vocalità aggressiva del nostro a dominare in lungo e in largo, una vera esplosione di suoni anche se gli strumenti sono acustici. A produrre il disco è stato chiamato l’esperto Gary Paczosa (già con Kathy Mattea, Darden Smith e responsabile nel 2014 del bellissimo tributo a Jackson Browne, Looking Into You) e ad accompagnare Parker, che si occupa delle parti di chitarra, troviamo l’ottimo Daniel Foulks al violino, Michael Rose al basso, Patrick Ryan alla batteria e Tim Laver al piano. Già detto dell’iniziale Hades Pleads, che ci catapulta all’interno del disco quasi con uno schiaffo, troviamo a seguire la creativa Pining, un brano che, basato su una struttura folk, ha una melodia ed un andamento quasi errebi, con un ottimo intervento centrale di pianoforte. Già da questi due pezzi capiamo che Millsap non ti dà quasi mai quello che ti aspetti, ma inserisce sempre qualcosa di personale all’interno dei brani. Morning Blues è sempre cantata con voce forte, ed è quasi una country ballad con il violino grande protagonista, ed i continui stop & go fanno sì che l’ascoltatore non si rilassi ma presti attenzione ad ogni singola nota; Heaven Sent si apre con un suggestivo arpeggio di chitarra ed una melodia che, almeno dalle prime note, ricorda The River di Springsteen, poi cambia direzione e diventa una ballata elettroacustica di notevole livello e con un ritornello al solito di grande forza ma nello stesso tempo immediato, direi una delle migliori del CD.

La title track ha uno sviluppo ritmico molto particolare ed abbastanza complesso e, anche se nel refrain il brano si fa più fluido, non è tra le mie preferite (e la vocalità debordante del nostro qui è un po’ fuori luogo); Hands Up è invece molto diretta, quasi rock’n’roll, un pezzo decisamente piacevole ed anche coinvolgente, mentre Jealous Sun è completamente acustica, voce e chitarra, con Parker che dimostra che anche da “tranquillo” sa toccare le corde giuste. Molto bella anche Wherever You Are, una ballata molto classica e con una splendida melodia dal tono epico e maestoso, un pezzo di bravura che ci fa vedere ancora una volta di che pasta è fatto il ragazzo; You Gotta Move è l’unica cover del disco (è un vecchio blues reso noto da Mississippi Fred McDowell ed inciso anche dai Rolling Stones nel mitico Sticky Fingers), ed è proposta in maniera sorprendentemente tradizionale, non molto diversa da come la facevano Jagger e soci: voce nel buio, un chitarra indolente, armonica bluesy e violino straziante, una rilettura di indubbio fascino. A Little Fire è l’ennesima perla, un brano di puro folk ancora eseguito in perfetta solitudine, mentre Tribulation Hymn conclude l’album con un piccolo capolavoro, una bellissima ballata folk-rock dal sapore vagamente irlandese e grande feeling interpretativo.

Avrete notato che non ho fatto neppure un paragone con artisti famosi ai quali Parker Millsap si può essere ispirato, ed infatti The Very Last Day, oltre ad essere un gran bel disco, è anche originale ed innovativo, e di questi tempi non è poco.

Marco Verdi

Colonna Sonora Da “Oscar” Per Un Videogioco, Ma Anche Un Bel Live! Chuck Ragan

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Chuck Ragan – The Flame In The Flood – Ten Four Records

Chuck Ragan And The Camaraderie – The Winter Haul Live – Ten Four Records

Puntuali come sempre torniamo a parlare di un beniamino di questo Blog http://discoclub.myblog.it/2011/10/11/anche-questo-e-bravo-chuck-ragan-covering-ground1/ e http://discoclub.myblog.it/2014/04/15/americana-sera-bel-tempo-si-spera-chuck-ragan-till-midnight/ , Chuck Ragan, e l’occasione ci viene data dalla recente uscita quasi contemporanea di questi due CD (acquistabili purtroppo solo per il download o a richiesta in CDR): The Flame In The Flood, colonna sonora di un videogioco post-apocalittico https://www.youtube.com/watch?v=kNm0u_XxHJ4 , e The Winter Haul Live, un concerto dal vivo tratto dall’ultimo tour invernale. Altri, prima di lui, come per esempio Beck e Paul McCartney, si erano cimentati in questa curiosa operazione (ricordando comunque che questo videogioco viene finanziato da una ambiziosa campagna di Kickstarter), e Ragan. per non essere da meno, chiama a raccolta la sua attuale band The Camaraderie,,con il bravissimo Todd Beene dei Lucero alla pedal steel, e come ospiti Jon Snodgrass (dei Drag The River), Adam Faucett, Fearless Kin e il collega cantautore Cory Branan, per dieci brani di pura “alt-americana”.

Il “gioco”, in tutti i sensi, si apre con la title track The Flame In The Flood, con le armonie dei Fearless Kin e il violino di Jon Gaunt in evidenza, a cui fanno seguito il country cadenzato di Gathering Wood, gli arpeggi di chitarra di una strumentale In The Eddy, una grintosa Loup Garou cantata in coppia con Adam Faucett, passando per un altro struggente brano strumentale come Spanish Moss, dove torna protagonista il violino di Gaunt (anche autore del brano). Dopo una breve pausa il gioco si anima vieppiù con il veloce bluegrass di una grintosa Landsick, mentre una dolce armonica introduce e accompagna River And Dale, seguita da una ballata malinconica come Cover Me Gently in duetto con Jon Snodgrass, una lacerante (solo chitarra e voce) Long Water, andando a chiudere il gioco con il folk rock di una What We Leave Behind, accompagnata da buone armonie vocali.

Con The Winter Haul Live, Chuck Ragan e il suo formidabile gruppo i Camaraderie composto da Joe Ginsberg al basso, Todd Beene alla pedal steel e percussioni, David Hidalgo Jr. (chi sarà il babbo?) alla batteria e Jon Gaunt al violino, ripercorrono il repertorio di Chuck in forma elettro-acustica, con una serie di brani registrati nelle varie tappe del suo ultimo tour invernale dello scorso anno. La partenza è come al solito fulminante, con un’accoppiata Vagabond e Revved riprese dall’ultimo album in studio Till Midnight (14), come le seguenti potenti Something May Catch Fire (con una sezione ritmica granitica), Bedroll Lullaby (con armonica e violino in spolvero) e la ritmata You And I Alone, mentre dal magnifico Covering Ground (11) il buon Cuck ridà vita ad una ballata sofferta e rabbiosa come You Get What You Give, il folk country di Nothing Left To Prove, una accelerata “road song” come Nomad By Fate (perfetta da suonare nei pub e locali americani), e una lenta Right As Rain dove il violino lacerante di Gaunt accompagna il vocione di Ragan. Dopo una The Flame In The Flood presentata in anteprima dal vivo, e la volta di Symmetry e The Boat recuperate dal suo disco d’esordio Feast Or Famine (07), ed è un peccato che dal bellissimo Gold Country (10) viene estrapolato solamente l’alternative-country di Rotterdam.

Con questi due lavori continua il percorso artistico di Chuck Ragan, un songwriter che in una carriera quasi decennale è riuscito a creare un suo “sound” personale, che fa leva sulla chitarra acustica e su una voce sporcata probabimente da mille sigarette ed ettolitri di Bourbon, un vero talento che insieme con il suo collaboratore storico Jon Gaunt e l’attuale gruppo, dà il meglio di sé nelle “performance” live dove è impossibile non muovere i piedini e (forse) ballare sui tavoli. Per chi scrive, assieme a The White Buffalo (i punti in comune sono molti) e Israel Nash Gripka, sono tra coloro che fanno la miglior musica di questo genere in circolazione, e in un certo senso condividere le canzoni di questi signori è come scoprire il Santo Graal!

Tino Montanari