Supplemento Della Domenica: Il Giusto Modo Di Celebrare Una Grande Cantautrice! Natalie Merchant – The Natalie Merchant Collection

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Natalie Merchant – The Natalie Merchant Collection – Nonesuch/Warner 10CD Box Set

Non so in quanti, all’indomani dello scioglimento dei 10.000 Maniacs, gruppo pop-rock di culto degli anni ottanta separatosi dopo il live MTV Unplugged del 1993, avrebbero previsto una carriera luminosa alla cantante della band, Natalie Merchant: ebbene, quasi un quarto di secolo dopo bisogna riconoscere oggi che Natalie è tra le artiste più brave e complete nel panorama internazionale. Non ha inciso molto, solo sette album, ma sempre con una qualità media altissima, e con in mezzo due-tre dischi che non è fuori luogo definire capolavori: oggi la Nonesuch celebra la carriera solista della Merchant, con l’aiuto di Natalie stessa, con questo succulento boxettino di dieci CD intitolato The Natalie Merchant Collection, che comprende tutti e sette gli album della cantante di Jamestown (Leave Your Sleep era doppio) aggiungendo altri due dischetti esclusivi per il box, uno nuovo di zecca (Butterfly) ed un altro, intitolato Rarities 1998-2017, che è appunto una compilation di brani rari ed inediti (ma manca l’album live del 1999: perché?). Reputo quindi doveroso omaggiare questa bravissima musicista con una veloce panoramica dei dischetti contenuti nel cofanetto.

Tigerlily (1995): Natalie fa subito centro con un album che sarà anche il suo più venduto, grazie anche ai tre singoli, Wonder, Carnival e Jealousy, esempi di perfetto pop-rock di gran classe. Ma la Merchant ci regala altre perle, come l’opening track San Andreas Fault, la pianistica Beloved Wife, splendida e struggente, la raffinatissima River, la lunga I May Know The Word, più di otto intensissimi minuti e con una strepitosa coda chitarristica. Natalie mostra da subito un talento che verrà fuori prepotentemente nei dischi successivi.

Ophelia (1998): altro ottimo lavoro, che rappresenta una transizione tra il pop-rock adulto dell’esordio e la Merchant raffinata musicista dei dischi che seguiranno. Numerose le canzoni bellissime, partendo dalla straordinaria title track, un brano dal pathos incredibile, e continuando con la sontuosa ballad Life Is Sweet, la toccante My Skin, nella quale Natalie dà un saggio della sua notevole tecnica pianistica, la splendida King Of May (che classe) e la vibrante Thick As Thieves, con Daniel Lanois alla chitarra elettrica (ed è poco bella The Living?).

Motherland (2001): dopo due album quasi ottimi, Natalie sale ad un livello addirittura superiore: prodotto da T-Bone Burnett, Motherland è un disco più introspettivo nei testi ma musicalmente ricco e variegato. Si passa dalla suggestiva This House Is On Fire, intrigante commistione tra reggae e musica mediorientale, alla stupenda Motherland, una drammatica ballata con un’atmosfera quasi da chanteuse francese, ed una melodia da pelle d’oca d’ispirazione coheniana (una delle canzoni più belle di sempre della Merchant), passando per il folk-blues Saint Judas, con Mavis Staples alla seconda voce, la languida e suadente Put The Law On You, la raffinata rock ballad Build A Levee, e, giusto per non citarle tutte, la tersa e scintillante Not In This Life. Questo sarà per molto tempo l’ultimo disco di canzoni originali per Natalie, ma non per questo i prossimi saranno meno belli (anzi).

The House Carpenter’s Daughter (2003): un album meraviglioso, il più bello di Natalie se non ci fosse il successivo, una serie di interpretazioni strepitose di traditionals, canzoni popolari antiche e (poche) più recenti, con splendidi arrangiamenti in puro stile folk-rock (un paragone? I migliori Waterboys, solo un filo meno rock). Un capolavoro, con titoli celeberrimi che nelle mani della Merchant assumono nuova vita, come Which Side Are You On?, Bury Me Under The Weeping Willow (Carter Family, fantastica), House Carpenter, Down On Penny’s Farm, Poor Wayfaring Stranger, meno noti ma sempre splendidi come Soldier, Soldier ed Owensboro, o addirittura un classico dei Fairport Convention come Crazy Man Michael. E la voce di Natalie è sempre più bella, disco dopo disco.

Leave Your Sleep (2010): ben sette anni di attesa, ma ne valeva la pena: Leave Your Sleep è un doppio album, ben 26 canzoni, in cui Natalie alza ancora l’asticella e si conferma come una delle migliori artiste in circolazione. La Merchant prende una serie di poesie per bambini scritte da autori dell’800 e del 900, aggiunge le musiche scritte di suo pugno e mette a punto un’operazione culturale di altissimo livello e musicalmente sublime. Senza dubbio il suo disco più bello, ma anche uno dei più importanti in assoluto della decade, inutile nominare un brano piuttosto che un altro; dentro c’è di tutto: rock (poco), folk, musica irlandese, blues, old time music, dixieland, pop, country, reggae, e perfino kletzmer e musica da camera, il tutto condito da melodie imperdibili e da una classe inimitabile.http://discoclub.myblog.it/2010/04/14/l-ultima-grande-cantautrice-americana-natalie-merchant-leave/

Natalie Merchant (2014): primo disco di canzoni originali da Motherland ed altro grande album, anche se forse un gradino sotto gli ultimi due (che però sono dei capolavori): Ladybird, che apre il disco, è un’eccellente ballata pianistica dal motivo decisamente bello, ma ci sono anche l’intensa e roots-oriented Texas, la soulful (e splendida) Go Down Moses, in duetto con Corliss Stafford, l’emozionante, quasi da pelle d’oca, Seven Deadly Sins, la jazzata e sensuale Black Sheephttp://discoclub.myblog.it/2014/05/25/il-disco-della-domenica-del-mese-forse-dellanno-natalie-merchant/

Paradise Is There: The New Tigerlily Recordings (2015): Natalie celebra i vent’anni di Tigerlily, il suo disco più famoso, re-incidendolo da capo a piedi (ma cambiando l’ordine della tracklist) con lo stile odierno. Paradise Is There ricalca quindi la Natalie Merchant del 2015, meno pop-rock e più musicista a 360 gradi: le canzoni sono sempre belle (soprattutto, a mio parere, San Andreas Fault, Beloved Wife, River e I May Know The Word, che poi erano le mie preferite anche nel disco originale), ma i nuovi arrangiamenti e la maggiore esperienza di Natalie fanno la differenza.

Butterly (2017): un disco nuovo di zecca, nel quale Natalie re-interpreta sei canzoni del suo songbook e ne aggiunge quattro nuove, con l’ausilio di una band ridotta all’osso e con un quartetto d’archi in ogni pezzo. Un esperimento decisamente interessante e riuscito, che dona uno spessore diverso ai pezzi già noti (The Worst Thing e The Man In The Wilderness, con nuovi arrangiamenti tra Spagna e Messico, sono addirittura meglio degli originali) e fa brillare anche i brani nuovi: la cupa e drammatica Butterfly, dal pathos notevole, la jazzata She Devil, che rimanda a certe cose di Joni Mitchell, la dolcissima ninna nanna Baby Mine e la struggente Andalucia, davvero bella.

Rarities 1998-2017 (2017): formidabile compilation che ha, tra l’altro, solo due brani in comune con il secondo dischetto dell’antologia A Retrospective, uscita nel 2005 e con appunto il secondo CD dedicato alle rarità. Ben otto brani su quindici totali sono inediti, e due di essi sono rifacimenti di brani già noti, Saint Judas e Build A Levee, entrambi con Amy Helm ospite ed entrambi incisi quest’anno. Gli altri sei: il primo è una meravigliosa versione di The Village Green Preservation Society dei Kinks, una rilettura fluida, pianistica e coinvolgente, che da sola vale gran parte del prezzo richiesto; poi abbiamo lo slow raffinato Too Long At The Fair (scritto dal misconosciuto cantautore Joel Zoss), l’intensa e folkie Sonnet 73, adattamento musicale di un sonetto di Shakespeare, la deliziosa ninna nanna My Little Sweet Baby, un demo casalingo del traditional Sit Down, Sister ed il breve e bizzarro strumentale Portofino, che ha il profumo della musica folk nostrana. Tra i brani già editi meritano una citazione il brano dei Cowboy Junkies To Love Is To Bury, tratto da Trinity Revisited, un’intensissima Learning The Game di Buddy Holly, il testo di Woody Guthrie Birds & Ships, cantata con l’accompagnamento chitarristico di Billy Bragg (da Mermaid Avenue), la splendida The Lowlands Of Holland insieme ai Chieftains ed una rarissima versione voce e piano della divertente Political Science di Randy Newman, presa da una session pubblicata anni fa su ITunes, solo per download.

Il cofanetto costa tra i quarantacinque e i cinquanta euro: sta a voi decidere se farlo vostro, ma è certo che se di Natalie Merchant possedete solo qualche disco, la parola imperdibile è l’unica che mi viene in mente.

Marco Verdi

Cantautore, Produttore E Straordinario Pianista! Kenny White – Long List Of Priors

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Kenny White – Long List Of Priors – Continental Song City

Dopo il giusto spazio della scorsa settimana dato a David Olney, oggi ci riproviamo con un altro artista sconosciuto ai più (mi auguro come al solito di sbagliare, ma non penso), che risponde al nome di Kenny White. Nome assai noto nel “sottobosco” musicale newyorkese, White, cantautore ed eccellente pianista, produttore (nella sua scuderia sono passati Marc Cohn, Peter Wolf, Shawn Colvin, Cheryl Wheeler, Jonathan Edwards, e Judy Collins, per citarne solo alcuni tra i più noti),  una prima parte della vita spesa nel mondo della pubblicità (jingle man), torna a deliziare gli amanti della buona musica con questo sesto capitolo della sua carriera, Long List Of Priors, a distanza di sette anni dall’eccellente Comfort In The Static (10). E così il buon Kenny dopo aver viaggiato in lungo e in largo gli States, e aperto i concerti, oltre che dei suoi assistiti Shawn Colvin e Peter Wolf, anche di gruppi come i Cowboy Junkies e Rolling Stones, si guadagna in breve tempo una reputazione che lo porta ad esordire con Uninvited Guest (02), a cui fa seguire un EP Testing 1,2 (03), pescando il jolly con il successivo Symphony In Sixteen Bars (04), che finito nelle mani della brava Judy Collins (è stato un colpo di fulmine musicale), lo porta al contratto con la Wildflower l’etichetta americana fondata dalla “signora del folk”, seguito da un altro EP Never Like This (06), e dopo una pausa per le sue attività collaterali (dimenticavo, è anche saggista), torna in studio per incidere il citato Comfort In The Static,e gli amanti di cantautori come Chuck E.Weiss, Randy Newman e affini,  non dovrebbero lasciarselo scappare.

A dimostrazione che il nostro inizia a raccogliere quanto ha seminato, oltre alla sua eccellente band composta da Duke Levine alle chitarre, Marty Ballou al basso e Shawn Pelton alla batteria, porta per il nuovo album negli At Sear Sound Studios di New York City artisti e colleghi illustri quali David Crosby, Peter Wolf, il bravissimo polistrumentista Larry Campbell, senza dimenticare un superbo trio di voci femminili che rispondono al nome di Catherine Russell, Angela Reed e Amy Helm (cantante degli Ollabelle e figlia del mai dimenticato batterista della Band, Levon Helm). Come i precedenti dischi Long List Of Priors è composto interamente da brani originali, partendo subito alla grande con il brano iniziale A Road Less Traveled con David Crosby ai cori, su un tessuto musicale arricchito dal pianoforte di Kenny White e dal violino di Campbell, a cui fanno seguito la suggestiva Che Guevara dove spicca la chitarra di  Duke Levine https://www.youtube.com/watch?v=6eietccd58Y , per raggiungere una delle vette più alte del disco con Another Bell Unanswered (dove ritroviamo ai cori Crosby), una ballata pianistica quasi sussurrata da White, che se fosse stata scritta da altri (non facciamo nomi), sarebbe diventata un classico, mentre Cyberspace è un brano su un tema sociale, costruito su una musica gioiosa suonata al meglio.

Si continua con una ballata elegante come The Other Shore, su un arrangiamento quasi di musica da camera https://www.youtube.com/watch?v=yTXWg7iWaCs , per poi passare al brano più “rock” dell’album Glad-Handed, con la partecipazione speciale dell’amico Peter Wolf https://www.youtube.com/watch?v=XMtQVA6sBow , seguito da un brano solo pianoforte, tromba e cori come Lights Over Broadway, lievemente in chiave “jazz”, mentre la vibrante e profonda Charleston, racconta di un sanguinoso fatto di cronaca ed è cantata in duetto con la brava cantante soul Ada Dyer. Come sempre la parte migliore di Kenny si manifesta nelle ballate piano e voce, ad esempio The Moon Is Low (starei ore ad ascoltarlo), a cui fa seguire un’intrigante West L.A., un brano quasi teatrale (con un testo figlio del Tin Pan Alley sound) che inizia in modo scanzonato, poi nel finale irrompe una sezione fiati e l’arrangiamento si apre in perfetto stile New Orleans; e che dire della delicata Color Of The Sky, dove brilla il clarinetto di Dan Block? Una piccola meraviglia! Come pure 4000 Reasons To Run, una folk-ballad che ricorda per certi versi il primo Bob Dylan, mentre la chiusura di questo disco magnifico, con una sorta di romanza pianistica, è affidata a  The Olives And The Grapes (un omaggio alla Toscana che l’ha premiato con il Premio Ciampi), dove oltre al piano di White sono in evidenza una sezione d’archi, composta da violini, viola e cello.

Ognuna delle tredici canzoni di Long List Of Priors è un piccolo gioiello di raffinato artigianato musicale, con temi (amore, protesta, vita e morte), che White riporta in musica con una scrittura decisa, che si manifesta magistralmente sulla tastiera, con una tonalità vocale (che a tratti ricorda anche James Taylor, ma pure Cat Stevens) che lo rende credibile in ogni sua interpretazione, e con una bravura tale da far apparire semplice, quello che semplice non lo è affatto, confermandolo come uno dei rari autori che riescono in pochi minuti a condensare emozioni. Mentre il pubblico (purtroppo) tende ad essere attratto da parecchie false stelle del rock, un personaggio di talento come Kenny White, nonostante una carriera quarantennale, risulta ancora molto poco conosciuto dal pubblico, ma tutto questo non deve comunque far passare inosservato un lavoro come questo Long List Of Priors, anche se forse richiede più ascolti per essere apprezzato, è in ogni caso una raccolta basilare da aggiungere alla vostra discoteca, per scoprire un autore e pianista eccellente come Kenny White!

Tino Montanari