Un Po’ Di Sano Classic Rock Al Femminile! Heart – Live At The Royal Albert Hall

heart-live-at-the-royal-albert-hall heart-live-at-the-royal-albert-hall-dvd

Heart – Live At The Royal Albert Hall (With The Royal Philarmonic Orchestra) – Eagle Rock CD – DVD – BluRay

Chi mi conosce sa che, tra i vari generi musicali, non disdegno il rock anni settanta di matrice classica, e fra i vari gruppi e solisti che formano questo tipo di panorama ho sempre avuto un occhio di riguardo per le sorelle Ann e Nancy Wilson (per Nancy, anche due occhi…), meglio conosciute come Heart. Nel corso della loro carriera, le due musiciste di Seattle hanno conosciuto il successo a fasi abbastanza alterne: il primo periodo (la seconda metà dei seventies), caratterizzato da una discreta popolarità e da sonorità decisamente influenzate dai Led Zeppelin, un inizio di anni ottanta piuttosto difficile, subito seguito da una incredibile metamorfosi dal 1985, sia nel look che nel sound, che ha fatto conoscere loro il successo planetario consacrandole vere e proprie star del panorama AOR, per poi ripiombare nuovamente nel corso degli anni novanta quasi nell’oblio generale. Verso la fine della prima decade del nuovo millennio le due Wilson hanno ricominciato ad incidere con una certa regolarità ed a buoni livelli, prima con Red Velvet Car (2010), molto legato a sonorità più roots del solito, seguito dal più duro Fanatic e, quest’anno, dal discreto Beautiful Broken, più vicino al loro classico suono.

Negli ultimi anni non sono mancati neppure gli album dal vivo, dall’ottimo Fanatic Live del 2014, al natalizio Home For The Holidays di un anno fa, fino a questo Live At The Royal Albert Hall, appena uscito sia in formato audio che video (ma con i tre classici supporti pubblicati separatamente), che senza dubbio è il più riuscito dei tre, in quanto prende in esame in egual misura tutte le fasi della carriera delle due sisters, ma anche perché è registrato insieme all’Orchestra Filarmonica di Londra (che non è mai sovrastante, ma sottolinea con molta misura i brani del disco) in uno dei templi mondiali della musica dal vivo, tra l’altro mai frequentato prima d’ora da Ann e Nancy. E la serata è di quelle giuste, con le due “ragazze” in ottima forma, sia la bionda Nancy, che non è mai stata una axewoman ma se la cava benissimo con la ritmica e soprattutto con l’acustica, sia soprattutto la mora Ann, che passano gli anni ma non passa mai la bellezza della sua voce, potente il giusto nei pezzi più rock e seducente e profonda nelle ballate; la band di supporto è formata da quattro elementi (Craig Bartok alla solista, Christopher Joyner alle tastiere, Daniel Rothchild al basso e Benjamin Smith alla batteria), mentre l’orchestra è arrangiata e condotta nientemeno che da Paul Buckmaster, una vera e propria leggenda per quanto riguarda gli archi trapiantati nel rock (avendo in passato collaborato soprattutto con Elton John, ma anche con David Bowie, Rolling Stones, Leonard Cohen, Grateful Dead, Dwight Yoakam, Harry Nilsson, Stevie Nicks e persino Miles Davis).

La serata, che si apre con la potente Magic Man, decisamente zeppeliniana (provate a fare il giochino immaginario di sostituire la voce di Ann con quella di Robert Plant) e con un buon break nel ritornello, dà chiaramente spazio all’ultimo lavoro del duo, Beautiful Broken, con cinque canzoni, tra le quali spiccano la maestosa Heaven (nella quale esordisce l’orchestra), anche questa con abbondanti tracce del Dirigibile, come peraltro anche la complessa I Jump, con i suoi palesi riferimenti a Kashmir, mentre Two è una delicata ballata pianistica, cantata benissimo da Nancy, che non avrà la potenza della sorellona ma se la cava egregiamente. Non mancano naturalmente le megahits degli anni ottanta, e se These Days non mi ha mai convinto più di tanto (troppo pop ed annacquata), What About Love, pur essendo decisamente ruffiana e costruita per le classifiche, ha un’ottima melodia (copiata pari pari qualche anno dopo dal duo pop-rock-AOR svedese dei Roxette per la loro Listen To Your Heart, mentre Alone è semplicemente straoordinaria, una delle migliori ballate degli eighties: da anni le Heart la ripropongono in una versione più lenta e spogliata dal big sound dell’originale, valorizzando ancor di più il motivo splendido e la voce strepitosa di Ann, ed anche questa sera i brividi non si contano.

Non mancano neppure i successi della prima ora, come la scintillante Dreamboat Annie, title track del loro primo album del 1975 (e con l’orchestra che commenta con grande gusto in sottofondo), la grandiosa Crazy On You, forse la loro migliore rock song di sempre, e l’incalzante e trascinante Barracuda, posta nei bis giusto prima del finale di Kick It Out (un rock’n’roll tosto e vibrante). E non dimenticherei l’omaggio proprio agli Zeppelin, con una magistrale No Quarter, che mantiene intatta l’atmosfera minacciosa ed inquietante dell’originale, una rilettura lunga e potente che anche i tre membri superstiti della storica band inglese apprezzeranno (in passato sia Plant che Page hanno avuto parole più che lusinghiere per le due sorelle Wilson). Come ho scritto nel titolo, un po’ di sano rock al femminile ogni tanto ci vuole, e le Heart sono sempre tra le migliori interpreti in tal senso.

Marco Verdi

 

Il “Vero” Tributo Era Quello Del 2002, Ma Anche Questo Non E’ Malaccio! George Fest: A Night To Celebrate The Music Of George Harrison

george fest box

Various Artists – George Fest: A Night To Celebrate The Music Of George Harrison – Hot Records/BMG 2CD/BluRay – 2CD/DVD – 3LP

Non è la prima volta che George Harrison è il soggetto al quale viene dedicato un concerto/tributo: il 29 Novembre del 2002, giusto un anno dopo la prematura scomparsa dell’ex chitarrista dei Beatles, un’incredibile serie di amici ed ex collaboratori di George si diede appuntamento alla Royal Albert Hall per una serata tra le più belle e toccanti mai riservate ad un musicista. Quella sera le canzoni di George ricevettero un trattamento sontuoso da ex compagni di scuderia (Paul McCartney e Ringo Starr), collaboratori ed amici di vecchia data (Eric Clapton, Ravi Shankhar, Billy Preston) e più recenti (Tom Petty e Jeff Lynne), con l’unica ed abbastanza inspiegabile assenza di Bob Dylan, che oltre che compagno di Harrison nei Traveling Wilburys era sempre stato uno dei suoi migliori amici.

Il 28 Settembre del 2014, sotto la direzione musicale del figlio di George, Dhani Harrison (unico presente anche nel 2002), un cast molto variegato e di età media decisamente più bassa si è riunito al Fonda Theater di Los Angeles per omaggiare nuovamente il “Beatle Tranquillo”, ed il risultato, pur apprezzabile, non è neppure lontanamente paragonabile a quello di 14 anni fa. Nel 2002 l’amore e la commozione si potevano quasi toccare con mano, ed il cast era composto quasi esclusivamente da artisti che con George avevano camminato a lungo e condiviso parecchi momenti, mentre qui la maggior parte dei partecipanti, pur essendo probabilmente stati influenzati in qualche modo dal nostro, non lo hanno neppure mai conosciuto personalmente, ed in alcuni casi la loro carriera professionista è iniziata addirittura dopo la morte del chitarrista.

Sarebbe però ingiusto liquidare la serata in questo modo, un po’ per la presenza di Dhani che fa da garante legittimando il tutto, ma anche perché, nelle due ore circa di concerto, ci sono diverse performance di buon livello, ed in qualche caso anche ottimo. Non tutto funziona alla perfezione, di qualcuno avrei fatto anche a meno, ma alla fine direi che il tributo funziona, grazie soprattutto alla bellezza delle canzoni (mi stupisce però l’assenza del capolavoro While My Guitar Gently Weeps) ed all’intelligenza dei partecipanti che hanno deciso di non stravolgere troppo gli arrangiamenti originali, mostrando grande rispetto per George. E poi, come vedremo, i nomi importanti ci sono anche qui. Un consiglio: se volete ascoltare il doppio CD fatelo pure (magari in macchina), ma per un’esperienza completa sarebbe meglio gustarsi il concerto con l’ausilio delle immagini. La house band, Dhani a parte, è composta da musicisti poco noti (almeno a me), con l’eccezione dell’ottimo chitarrista Jimmy Vivino, che è anche il direttore musicale e membro “anziano” del gruppo (per la sua lista di collaborazioni vi rimando al mio recente post sul nuovo disco di Dion, di cui è anche produttore http://discoclub.myblog.it/2016/02/18/vecchie-glorie-alla-riscossa-dion-new-york-is-my-homejack-scott-way-to-survive/ ).

Dopo una breve e scherzosa introduzione nella quale afferma che quando ha letto “George Fest” pensava ad un tributo a George Michael, Conan O’Brien si lancia in una robusta rilettura di Old Brown Shoe: Conan è un presentatore ed attore, non un musicista, ma se la cava con mestiere e la band lo segue in maniera potente. Anche I Me Mine, pur non essendo tra i brani migliori di Harrison, esce bene dal trattamento di Britt Daniel, leader della band texana Spoon; Jonathan Bates (che confesso di non conoscere) insieme a Dhani fornisce una suggestiva interpretazione della Ballad Of Sir Frankie Crisp, che conserva l’atmosfera sognante dell’originale (era su All Things Must Pass), con una steel che le dona un sapore country. Something è una delle grandi canzoni di Harrison (e dei Beatles) e Norah Jones (stasera in perfetto stile “Puss’n’Boots”) è un’ottima interprete, ma stranamente la miccia non si accende, e Norah fornisce una performance abbastanza scolastica; si presenta a questo punto per la gioia del pubblico femminile Brandon Flowers (frontman dei Killers), che è comunque bravino ed offre una godibile interpretazione della vivace Got My Mind Set On You, oscuro pezzo di Rudy Clark portato al successo da Harrison nel 1987. If Not For You è una splendida canzone di Bob Dylan, ma l’ha incisa anche George e gli Heartless Bastards, guidati dalla particolare voce di Erika Wennerstrom, la rifanno proprio con l’arrangiamento presente in All Things Must Pass; Be Here Now era soporifera anche in origine, ed il leader dei Cult, Ian Astbury, non è la persona adatta per ravvivarla; pollice verso invece per la Wah-Wah di Nick Valensi, chitarrista degli Strokes e qui anche in veste di cantante, una versione confusa e con scarso feeling.

Molto gradevoli i Jamestown Revival con una versione a due voci di If I Needed Someone, arrangiata in maniera folk-rock, quasi roots, mentre pessimi i Black Rebel Motorcycle Club che rovinano la bella Art Of Dying con le loro sonorità eteree e finto-psichedeliche che appiattiscono una canzone che in origine era un rock tosto ed elettrico. Splendido invece il primo intervento solista di Dhani, con una bella versione dell’allegra Savoy Truffle, dove quello che si nota è l’incredibile somiglianza della sua timbrica vocale con quella del padre, la stessa identica, ma proprio uguale! For You Blue è affidata alla voce fin troppo delicata di Chase Cohl (non conosco, part 2), ma il brano ne esce bene grazie all’accompagnamento molto rock’n’roll dell’house band. La prima parte si chiude con Ann Wilson, una delle due metà delle Heart e grande voce, che alle prese con la bellissima Beware Of Darkness (una delle canzoni di George che preferisco in assoluto) non può che fare faville.

La seconda parte è nell’insieme meglio della prima, a partire dalla complessa Let It Down, ancora con Dhani voce solista, che termina in una jam chitarristica coi fiocchi, per proseguire con Ben Harper, che quando vuole è bravo, il quale se la cava più che bene (grazie anche al suo tocco chitarristico sopraffino) con la gentile Give Me Love, uno dei maggiori successi di George; una delle più grandi sorprese della serata è un invecchiatissimo (e plastificato) Perry Farrell, che lascia da parte per una sera i suoi Jane’s Addiction e ci regala una deliziosa rilettura elettroacustica della stupenda Here Comes The Sun: da brividi. Anche Weird Al” Yankovic quando non fa il buffone (cioè raramente) dimostra di saper cantare, e anche bene, e What Is Life (una delle grandi canzoni rock di Harrison) è riproposta alla perfezione; torna sul palco Norah Jones, molto più a suo agio con la languida Behind That Locked Door, ballata country-oriented con echi di Gram Parsons.

Ed ecco l’ospite numero uno della serata, cioè Brian Wilson, che non poteva che proporre il più grande successo di George come solista, My Sweet Lord: l’ex Beach Boys (che per l’occasione si porta dietro anche Al Jardine) farà anche fatica a muoversi e a parlare, ma quando canta si difende ancora alla grande, e qui è raggiunto ai cori da gran parte degli ospiti della serata, quasi ad omaggiare una leggenda vivente. I Black Ryder suonano la fluida Isn’t It A Pity nel modo giusto, ma la vocalità di Aimée Nash è piuttosto piatta e quindi nel complesso manca qualcosina (interessante però l’accenno finale a Hey Jude), mentre l’ironica Any Road necessitava un’interpretazione più raffinata di quel buzzurro sguaiato di Butch Walker, che ci regala, si fa per dire, la performance peggiore del concerto. Per contro, l’affascinante Karen Elson oltre ad essere bella è anche brava, e la sua I’d Have You Anytime (brano scritto da George insieme a Dylan) è completamente riuscita; Taxman non mi ha mai fatto impazzire, e non sono certo i mediocri Cold War Kids a farmi cambiare idea, mentre i Flaming Lips di Wayne Coyne riescono a conservare l’atmosfera psichedelica che It’s All Too Much (uno dei brani meno noti tra quelli scritti da George per i Fab Four) aveva anche in origine.

La serata volge al termine: Handle With Care, il pezzo più noto dei Wilburys è una grande canzone comunque la si faccia, ed anche stasera, con Flowers, Daniel, Dhani, Bates, Coyne e Yankovic che si dividono il microfono, il risultato è eccellente; tutti sul palco (tranne Brian Wilson) per una sentita e commossa All Things Must Pass, dove invece, a parte Dhani, le voci soliste sono tutte femminili (la Jones, la Elson e la Wilson), una versione intensa che chiude il concerto in maniera adeguata. In definitiva, se non avete il tributo del 2002 dovete rimediare subito alla mancanza, ma anche questo George Fest ha comunque diverse frecce al suo arco, e si può definire riuscito almeno al 70%.

Marco Verdi