Anche Lui Festeggia (Più O Meno) 50 Anni Di Carriera. Jeff Beck – Live At The Hollywood Bowl

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Jeff Beck  – Live At The Hollywood Bowl – Eagle Vision/Universal 2CD/DVD – Blu-ray

Lo avevamo lasciato poco più di un anno fa, alle prese con un album, Loud Hailer, che al di là delle solite quasi preternaturali doti chitarristiche di Jeff Beck, che con la chitarra fa ancora cose mirabolanti, salvo poche eccezioni, non era un disco proprio memorabile http://discoclub.myblog.it/2016/07/15/jeff-beck-loud-hailer-le-chitarre-bene-il-resto-po-meno/ . Già in quella occasione avevo annunciato l’allora imminente concerto al Hollywood Bowl di Los Angeles per festeggiare i 50 anni di carriera, esprimendo le mie perplessità (che ribadisco) su come vengono conteggiati questi anniversari: se partiamo dai Tridents, il primo gruppo di Beck, risaliamo al 1963, se viceversa il conteggio parte dagli Yardbirds, comunque  al 1965. Ma si sa che questi dettagli sono trascurabili per le case discografiche e spesso anche per gli artisti: comunque il concerto c’è stato, al 10 agosto del 2016, è stato registrato e filmato, ed ora esce in formato doppio CD con DVD o Blu-ray, ed è pure molto bello. Il nostro amico dal capello corvino “naturale” non è nuovo ai dischi (e ai DVD) dal vivo, se non ho fatto male i conti negli ultimi 10 anni, ne sono usciti almeno 7, tra quelli regolari e i bootleg ufficiali, quasi sempre molto buoni, con delle punte di eccellenza assoluta in quello registrato al Ronnie Scott’s di Londra.

La formazione è la stessa dell’ultimo disco di studio, con Rhonda Smith al basso (un’altra di quelle formidabili strumentiste che ogni tanto Jeff scopre), Jonathan Joseph alla batteria, nonché Carmen Vandenberg alla chitarra ritmica e Rosie Oddie alla voce (entrambe della band Bones, una “scoperta” devo dire meno interessante) che apre il concerto, armata di megafono e in tuta mimetica, con The Revolution Will Be Televised, in uno dei pochi brani scarsi del concerto stesso, che per il resto è fantastico. Come la sezione dedicata agli Yardbirds, che parte con il riff celeberrimo “east meets west” di Over Under Sideways Down, dove alla voce solista c’è Jimmy Hall dei Wet Willie, che rimane anche per le successive Heart Full Of Soul e For Your Love, un trio di brani che hanno fatto la storia del primo British Rock, quello che miscelava beat e le prime avvisaglie del “rock” prossimo ad arrivare, e di cui Beck è sicuramente uno dei padri putativi con i due dischi del Jeff Beck Group (con Rod Stewart alla voce, e prima dell’arrivo dei Led Zeppelin dell’amico/nemico Jimmy Page). Nel concerto c’è un altro dei pezzi più celebri di Beck, quel Jeff’s Bolero (scritta proprio da Page) che introduce questa passione per i brani strumentali che rimarrà una costante nella carriera del chitarrista inglese, grande versione per inciso, con Beck che inizia a lavorare anche con il bottleneck, per creare i suoi suoni “impossibili”. A questo punto Jeff Beck ricorda al pubblico che arrivò in California la prima volta nel 1965, ma come turista, mentre oggi è uno dei più rispettati artisti del globo: il rock classico irrompe con il medley stellare Rice Pudding/Morning Dew, ancora con Jimmy Hall alla voce solista (grande cantante) e poi si sublima in Freeway Jam, uno dei suoi pezzi più celebri, con il nostro amico che continua ad estrarre mirabilie dalla sua Fender bianca, mentre la sezione ritmica pompa di brutto, e Jan Hammer che si è aggiunto al synth inizia a gareggiare con Beck per vedere chi realizza le note più bizzarre con il proprio strumento.

E non siamo ancora a mezz’ora dall’inizio: Hammer rimane per tutta la sezione jazz-rock del concerto, tutti brani firmati dal tastierista, meno una splendida versione di Cause We’ve Ended As Lovers, la struggente ballata di Stevie Wonder che ai tempi Jeff dedicò a Roy Buchanan. Big Block, da Guitar Shop, chiude il primo CD, mentre nel video, senza soluzione di continuità, arriva Beth Hart per la “consueta”, ma sempre magnifica, versione di I’d Rather Go Blind, uno dei must del concerto, con i due che si stimolano a dare il meglio, in questa immortale canzone, da sempre legata a Etta James, e il pubblico va in visibilio, e per Let Me Love You arriva anche Buddy Guy, per una lotta tra titani della chitarra a colpi di blues. Live In the Dark e Scared For Children, le due canzoni con Rosie Oddie , tratte dall’ultimo CD, non sono malvagie, ma impallidiscono rispetto al resto. La parte finale, veramente scintillante, è un continuo crescendo, prima Rough Boys con Billy Gibbons degli ZZ Top, per l’ultimo duetto tra leggende della chitarra, poi arriva Steven Tyler  per un altro tuffo nel songbook degli Yardbirds, con una potentissima Train Kept A-Rollin’ (che facevano anche gli Aerosmith) e non poteva mancare Shapes Of Things. Non manca neppure la splendida e rivisitata rilettura strumentale di A Day In The Life dei Beatles, meritata vincitrice di un Grammy, mentre per fortuna ci dispensa da Nessun Dorma. Last but not least, finale spettacolare con tutto il cast sul palco per una corale Purple Rain, cantata splendidamente da Beth Hart, in omaggio dell’allora scomparso da poco Prince. Gran Concerto!

Bruno Conti

*NDB. Per motivi che mi sono ignoti (anche a me che l’ho scritta) nella recensione di questo Live, uscita sul Buscadero, nella parte dell’intestazione il disco è stato definito Live At The Hollywood Ball che, a prescindere dal fatto che si pronuncia all’incirca allo stesso modo di Bowl, comunque non esiste. Approfitto dell’occasione per scusarmi con i lettori, visto che quando ho cercato di correggere l’errore ormai la rivista era già in stampa, e quindi ho ripristinato l’esatta grafia per l’occasione e per farmi perdonare ho inserito il video che vedete qui sopra, un altro concerto di Jeff Beck che nel frattempo continua ad imperversare imperterrito dal vivo e speriamo continui a lungo a farlo.

Pochi Ma Buoni: Ora Anche Dal Vivo. Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s

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Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s – Proper Records           

Dire che Jimmie Vaughan sia un musicista prolifico significa essere degli inguaribili ottimisti: in effetti sette album in 30 anni non sono molti, specie se consideriamo che il primo disco da solista, quello del 1990, era a nome Vaughan Brothers (ovviamente insieme al fratello Stevie Ray), e che quello del 2007 On The Jimmy Reed Highway era più un disco di Omar Kent Dykes, e infine che i due dischi più recenti, entrambi della serie Blues, Ballads And Favorites erano degli sforzi di gruppo con i Tilt-A-Whirl, e comunque il secondo risale al lontano 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/07/28/capitolo-secondo-jimmie-vaughan-plays-more-blues-ballads-fav/ . Strano, se consideriamo che con i Fabulous Thunderbirds ne ha pubblicati ben sette in dieci anni, di cui i primi quattro in rapida sequenza, uno all’anno, tra il 1979 e il 1982. Forse perché fa una musica non particolarmente “di moda o di tendenza”, anche all’interno di un genere specializzato come il blues, o ancora perché, diciamocelo, non è che abbia mai fatto degli album straordinari: sempre piacevoli, suonati con classe e stile, ma lontani anni luce dallo stile vibrante dei Thunderbirds, per non dire del fratello SRV.

E lo dice uno che se forse non è un suo ammiratore sfegatato, ne ha comunque sempre apprezzato la musica e lo considera una dei chitarristi più sottovalutati della scena musicale, texana in particolare, e statunitense in generale, molto amato dai colleghi, e stimato da gente come Eric Clapton (con il quale condivide una passione per le automobili d’epoca, oltre a quella per il blues), che lo ha voluto nel suo Crossroads Guitar Festival del 2010 e da BB King e Muddy Waters che lo consideravano uno dei migliori chitarristi bianchi in ambito blues. E anche questo nuovo disco non credo che farà molto per far ricredere i suoi detrattori o gli ammiratori più blandi: si tratta di un disco di guitar/organ blues-jazz, principalmente strumentale, suonato alla grande, oltre che da Jimmie da Mike Flanigin, uno dei veri virtuosi dell’organo Hammond B3 (autore un paio di anni fa dell’eccellente The Drifter) e dal batterista Frosty Smith. Tra l’altro, quando guida la formazione il buon Mike, il gruppo si chiama Mike Flanigin Trio, della serie cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: anche la location è spesso quella, il C-Boy’s di Austin, Texas, un locale dello stesso proprietario del Continental Club e di altre venue della capitale texana. Otto pezzi in tutto, che spaziano dal groovy pop&soul dell’iniziale You Can’t Sit Down, un vecchio pezzo dei Dovells, che molti conoscono nella versione di Booker T & Mg’s, che potrebbero essere il gruppo di riferimento principale per il sound di questo CD, chitarra e organo che si fronteggiano con divertimento, mentre Smith esplora con gusto e libidine il suo kit percussionistico; sempre da quell’epoca viene anche Hey! Baby, altro brano dei primi anni ’60, con un testo molto complesso “Hey Baby, I Wanna To Know If You Be My Girl”, ripetuto ad libitum, su un ritmo tra pop e musica ballabile, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing e pare amato da Lennon e dai Beatles.

E quindi non è forse un caso se il brano successivo è una versione di Can’t Buy Me Love dei Beatles, trasformata in un gioiellino jazz alla Jimmy Smith/Wes Montgomery. Saint James Infirmary nasce folk, passa per il blues, il jazz (Louis Armstrong), il gospel, un brano per tutte le stagioni, con la chitarra nella parte che fu della tromba, mentre l’organo suona la melodia principale, prima che entri la chitarra, intensa ma misurata com’è caratteristica di Jimmie Vaughan; Come On Rock Little Girl è un altro brano dell’epoca pre-rock https://www.youtube.com/watch?v=bpIbK3RZwMw , la facevano gli Smokey Brothers con Freddie King alla chitarra, e qui si entra a piedi uniti nel blues, il primo pezzo cantato, che avrebbe fatto il suo figurone anche nei dischi dei Fabulous Thunderbirs o di Stevie Ray Vaughan,  e già che ci siamo anche la successiva Dirty Work At The Crossroads, pure questa cantata, è un piccolo classico del blues, uno slow dal repertorio di Clarence “Gatemouth” Brown, suonata alla grande dal trio. Se tutto il disco fosse al livello dei brani conclusivi sarebbe ancora migliore: Frame Fot The Blues, un altro lento di grande classe ed impeto, uno strumentale di Maynard Fergsuon che diventa occasione per brillanti lavori solisti sia di Vaughan come di Flanigin, entrambi in grande spolvero di tecnica e feeling. Per finire un ulteriore pezzo strumentale, Cleo’s Mood, dal repertorio di Jr. Walker & The Allstars, per chiudere il concerto tra ritmo, R&B e divertimento, come era iniziato, volendo, per avere una idea di massima, siamo dalle parti dei dischi di Garcia con Merl Saunders. Non male, per gli amanti del genere una mezza stelletta oltre la sufficienza piena ci sta anche.

Bruno Conti           

E Dopo Gli Stones, Quasi Inevitabilmente, Ecco i Beatles “Natalizi”: Cofanetto The Christmas Records + Vinile Picture Di Sgt. Pepper

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Beatles – The Christmas Records – Box 7 x 7″ vinile colorato + libretto 16 pagine con riproduzione delle newsletter dell’epoca – Apple/Universal

Si avvicina il Natale e per una volta il contenuto di questo cofanetto dei Beatles verterà proprio sulla riproposizione dei 45 giri che ogni anno i Fab Four inviavano ai fans sotto forma di flexidisc, ideati appositamente come messaggi per festeggiare in letizia ed allegria il periodo festivo. Sarà un box a tiratura limitata, abbastanza costoso (indicativamente tra i 70 e gli 80 euro), e il contenuto sarà quello che leggete qui sotto, uno per ogni anno di vita della band:

Tracklist
1963: “The Beatles’ Christmas Record” (one-sided, 5:00 TRT)
Recorded: 17 October 1963 – Studio Two, EMI Studios, Abbey Road, London

1964: “Another Beatles Christmas Record” (one-sided, 3:58 TRT)
Recorded: 26 October 1964 – Studio Two, EMI Studios, Abbey Road, London

1965: “The Beatles’ Third Christmas Record” (one-sided, 6:20 TRT)
Recorded: 8 November 1965 – Studio Two, EMI Studios, Abbey Road, London

1966: “Pantomime – Everywhere It’s Christmas: The Beatles’ Fourth Christmas Record” (one-sided, 6:36 TRT)
Recorded: 25 November 1966 – Dick James Music, New Oxford Street, London

1967: “Christmas Time (Is Here Again): The Beatles’ Fifth Christmas Record” (one-sided, 6:06 TRT)
Recorded: 28 November 1967 – Studio Three, EMI Studios, Abbey Road, London

1968: “The Beatles’ Sixth Christmas Record” (two-sided, 7:48 TRT)
Recorded: 1968, various locations

1969: “The Beatles’ Seventh Christmas Record” (two-sided, 7:39 TRT)
Recorded: 1969, various locations

E già che ci siamo uscirà anche la versione in vinile picture disc (ma anche nero) della versione stereo recentemente restaurata di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band Remix 2017. Il tutto sarà nei negozi, fisici e virtuali, il 15 dicembre. Just In Time For Christmas, iniziate a risparmiare.

Bruno Conti

Sono “Tornati”: Una Energica E Gioiosa Festa In Musica. Hooters – Give The Music Back Live

hooters give the music back live

Hooters – Give The Music Back Live – 2 CD Hooters Music

Non so esattamente su quanti estimatori possano contare gli Hooters nel nostro paese, pochini suppongo: negli States la band di Filadelfia è invece un quintetto piuttosto noto, e hanno nei due “leaders” Eric Bazilian e Rob Hyman due musicisti di valore non comune che hanno contribuito al successo della bizzarra Cindy Lauper, scrivendo la famosissima Time After Time (che ha avuto l’onore di moltissime versioni, tra cui quella nobile del grande Miles Davis), e dell’album di esordio di Joan Osborne Relish con la nota One Of Us (nominata nel ’96 nelle varie categorie per diversi Grammy Awards), avviando nel tempo anche collaborazioni con artisti del calibro di Taj Mahal, Mick Jagger, Sophie B.Hawkins, Willie Nelson, Carole King, Dar Williams, Billie Myers, Jon Bon Jovi, Scorpions, Meatloaf (e vi assicuro che l’elenco non è completo). Gli Hooters hanno esordito con un lavoro autogestito dal titolo Amore (ebbene sì) nel lontano ’83 (che ha venduto quasi centomila copie solo nell’area di Filadelfia), successo che li ha portati a firmare per una “major” come la Columbia incidendo poi Nervous Night (85)e One Way Home (87), due dischi molto popolari in cui mandolini e strumenti a corda si mischiavano alla perfezione alle belle armonie vocali della band, ed a una solida sezione ritmica, e il cui seguito Zig Zag (89,) un lavoro più raffinato (conteneva la cover della famosa folk song 500 Miles), non ha reso altrettanto bene come vendite e questo purtroppo ha incrinato il rapporto con la casa discografica; passati poi alla MCA hanno pubblicato prima Out Of Body (93), quindi un eccellente album dal vivo Hooters Live (93), che è stato purtroppo il loro canto del cigno. Dopo una lunga pausa di riflessione (e dopo saltuarie brevi “reunion”), tornano un po’ a sorpresa con l’ottimo Time Stand Still (07), a cui fanno seguire un altro disco dal vivo Both Sides Live (08), e un EP Five By Five (10), prima di far perdere di nuovo le tracce, sino a questo eccellente Give The Music Back Live, dove dimostrano che dopo 35 anni la loro musica (un cocktail intrigante di pop, irish folk, e rock), è ancora viva.

Il concerto è stato registrato in quattro diverse serate, nel novembre 2015 e novembre 2016, sul palco casalingo del Keswick Theater di Filadelfia, e vede salire sul palco stesso Eric Bazilian alla voce, chitarre, mandolino, flauto, armonica e sax(di recente in azione con Joe Bonamassa), Rob Hyman voce, tastiere e fisarmonica, John Lilley chitarre e mandolino, Frank Smith Jr. voce e basso, Tommy Williams voce, chitarre e mandolino, e David Uosikkinen alla batteria e percussioni, per una “performance” di oltre due ore, con una maggiore apertura verso la tradizione roots, con l’uso di strumenti come mandolino, fisarmonica, armonica e flauto dolce. Il primo set inizia con una I’m Alive (brano dell’ultimo periodo) fresca e coinvolgente, solida e chitarristica, con un fascino antico irlandese, per poi pescare a piene mani da Nervous Night con una Hangin’ On A Heartbeat dal passo “reggae”, l’inno generazionale di una energica Day By Day,  per poi attraversare di nuovo ritmi “caraibici” con una solare All You Zombies. Nella “folk-oriented” Morning Buzz (la trovate su Time Stand Still) si respira un’aria quasi celtica, mentre la seguente Private Emotion è una ballata suonata con la cornice di una chitarra acustica arpeggiata, per poi rispolverare, sempre dal primo periodo, una ballabile South Ferry Road, e rileggere in modo “folkie” The Boys Of Summer (la famosa canzone di Don Henley), che i non più “ragazzi” ripropongono in modo brillante ed essenziale. Da One Way Home viene pescata Graveyard Waltz, una ballata intensa e triste giocata sul pianoforte, per poi entusiasmare il pubblico con il famosissimo tradizionale 500 Miles, la folk ballad della cantante degli Appalachi Hedy West (portata al successo negli anni ’60 dal trio Peter, Paul & Mary e da Bobby Bare), che gli Hooters hanno reinventato in una chiave “reggae-folk”; sorprende una intrigante “cover” di Lucy In The Sky With Diamonds di “beatlesiana” memoria, e chiude la prima parte del concerto  un altro buon pezzo molto “British” come Where Do The Children Go, con un gran finale con il mandolino di Bazilian.

Dopo una giustificata pausa, la seconda parte del concerto si apre con la splendida Karla With A K. (recuperatela assolutamente, assieme a tutto l’album, la trovate su One Way Home), seguita da un trascinante brano Jigs And Reels in puro stile irish-folk elettrificato, in cui il pubblico muove il piedino e plaude con vigore alla melodia tradizionale, ma prima possiamo ascoltare ancora una spettacolare versione di 25 Hours A Day (questa la trovate su Out Of Body), che nel suo sviluppo più che vigoroso, sintetizza perfettamente la musica degli Hooters, dove il rock sanguigno del gruppo incontra le danze folcloristiche di matrice irlandese; non mancano due altri cavalli di battaglia come le famosissime Satellite, ancora riletta in chiave “folk”, e una Johnny B. in versione molto estesa, che conserva sempre il sapore dell’Irlanda e la bellezza delle ballate evocative,che quella terra da sempre offre (le trovate entrambe su One Way Home), con il pubblico entusiasta che canta il ritornello finale. Con una sostenuta And We Danced viene riproposto il primo successo del gruppo, per poi estrarre da un disco interlocutorio come Zig Zag una dolcissima ballata Give The Music Back, che dà il titolo a questo album:  gli “encore” si aprono con un medley di sette minuti dove fa la sua “porca” figura una torrida versione di It’s The End Of The World As We Know It dei R.E.M., ma anche la splendida What’s So Funny ‘Bout Peace, Love & Understanding, scritta da Nick Lowe e resa celebre da Elvis Costello. Per concludere un concerto magnifico arriva una ariosa Beat Up Guitar, dal “riff” accattivante e trascinante. Sipario e applausi.

Gli Hooters non sono una band qualunque, hanno cultura e preparazione, e anche se, come detto, non sono molto popolari nelle nostre lande, fanno comunque  una musica folk-rock sempre di buon livello qualitativo, che rimanda  alle sonorità di gruppi come i The Men They Could’t Hang, certe cose dei Pogues, degli Hothouse Flowers, e persino (per chi scrive) dei Waterboys di Fisherman’s Blues, e devo ammettere che per quanto mi piacessero in passato non pensavo che sarebbero stati capaci di arrivare al livello di questo album dal vivo, e quindi come dimostra Give The Music Back Live, anche se erano scomparsi in silenzio e riappaiono senza clamori, hanno ancora, almeno per il sottoscritto, parecchio da dire nell’ambito del panorama musicale roots-rock americano. Quindi anche se, come al solito, il disco non è di facile reperibilità (è uscito nel mese di giugno), vale la pena di cercarlo.

Tino Montanari

Una Storia Complicata Ma Ricca Di “Gloria”. Joe Cocker – Mad Dog With Soul

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Joe Cocker – Mad Dog With Soul – Eagle Rock/Universal DVD

Sono passati ormai più di 2 anni dalla scomparsa di Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2014/12/23/conclusione-anno-terribile-livello-decessi-nellambito-musicale-ieri-morto-anche-lacciaio-sheffield-joe-cocker-1944-2014/ ,  quindi pareva quasi inevitabile che prima o poi al grande cantante di Sheffield venisse dedicato un documentario che ne tracciasse il percorso umano e musicale. Di DVD dal vivo di Cocker ne esistono molti, a partire dallo splendido Mad Dog And Englishmen, quello da avere assolutamente, e poi vari concerti dal vivo registrati soprattutto nella seconda parte della sua carriera, ma nessuno si era spinto a tracciare in modo così approfondito la sua biografia, e questo Mad Dog With Soul (titolo che dice già tutto) lo fa in modo eccellente, anche se come quasi tutti i vari tipi di “rockumentary”, lo fa, purtroppo, a scapito della musica, perché di materiale dal vivo ce n’è veramente poco. Intendiamoci, il film è fatto molto bene, con familiari, amici e musicisti che lo hanno conosciuto che raccontano la storia della sua travagliata vicenda con ricchezza di particolari, in modo molto umano, a tratti persino emozionante nei continui saliscendi della sua vicenda artistica e umana, ma su 90 minuti di durata (più altri 30 minuti di materiale extra), a voler esagerare, ci saranno dieci forse quindici minuti di pezzi tratti da concerti o apparizioni televisive, sempre in brevissimi spezzoni che finiscono praticamente quasi subito.

D’accordo, la storia è appassionante e ricca di colpi di scena, però il DVD non ha neppure i sottotitoli in italiano e qualche pezzo musicale completo ci sarebbe stato molto bene. Comunque la vicenda parte nell’Inghilterra della fine anni ‘50 attraverso le voci dei vari protagonisti: lo stesso Joe Cocker con interviste d’archivio, il fratello Victor, la vedova Pam Baker Cocker che entra nella vicenda solo verso la fine degli anni ’70, e poi Chris Stainton, Jerry Moss, Rita Coolidge, Billy Joel, Jimmy Webb, Randy Newman, uno dei suoi manager Michael Lang (proprio lui, l’organizzatore del Festival di Woodstock) e altri “interpreti minori”. Il film, tra l’altro parte alla grande, con un filmato di Joe Cocker, dal vivo a New York, nel 1970, che canta una With A Little Help From My Friends tratta dal tour di Mad Dog, con Leon Russell e il suo cilindro che lo affiancano, ma in meno di un minuto è già finito. E questo già indica come sarà il contenuto del film: interviste con un giovane ed arruffato Joe, spesso trasandato, timido, ma ancora dotato del bene dell’intelletto, che racconta di quando da bambino, intorno ai dodici anni, a casa, davanti allo specchio, si esercitava con una racchetta da tennis in quella che poi sarebbe stata definita “air guitar”; Phil Crookes, uno dei suoi primi amici nella Sheffield degli anni ’50, racconta che sin da allora Joe ascoltava molto la radio e aveva già sviluppato la sua passione per quello che sarebbe stato il faro e il modello di tutta la sua carriera, Ray Charles. Insomma, il film si vede con piacere, nella sua narrazione che ci porta dal primo brano di successo, scritto con Chris Stainton, Marjorine, al primo album, prodotto da Denny Cordell, e con Jimmy Page, Steve Winwood e altri luminari dell’epoca impegnati nel disco, l’incontro con i Beatles, Harrison e McCartney che gli regalano Something e She Came In Through The Bathroom Window, per il secondo disco, e anche quello con Jerry Moss, il boss dell’A&M che lo lancerà, dopo il grandissimo successo di Woodstock (anche qui proprio un filmato da intramuscolo, con Billy Joel che ricorda di averlo visto ed essere rimasto folgorato da quella voce incredibile).

E ancora, Rita Coolidge che ricorda l’esperienza del tour di Mad Dog, guidato da Leon Russell, delegato dallo stesso Cocker, e al termine del quale gli oltre 50 protagonisti erano praticamente senza un soldo, e Joe sviluppò la sua dipendenza per qualsiasi tipo di droga, alcol e pasticche, che nel giro di un anno lo avrebbero trasformato in una sorta di relitto umano, e  le foto e i filmati di un Joe Cocker simile a un barbone, ormai privo del lume della ragione sono impressionanti: fino al culmine del suo concerto di rientro, in cui c’era tutta l’industria discografica e Joe non riuscì non dico a cantare ma neppure a muoversi. Poi ci sono i tentativi di recupero con l’aiuto di Lang, alcuni momenti felici, dall’incontro con l’idolo (anzi il Dio)  Ray Charles, al piano di fianco ad un adorante Cocker mentre cantano You Are So Beautiful, a quello con la futura moglie Pam che dividerà con lui gran parte della vita, il ritorno al successo con Up Where We Belong in coppia con Jennifer Warnes e You Can Leave Uour Hat On, fino agli anni ’90 e oltre, quando grazie all’incontro con il nuovo manager (mollando Lang senza un ringraziamento), lo stesso di Tina Turner, tornerà ad essere una superstar in giro per tutto il mondo, anche se, aggiungo io,  i livelli qualitativi dei primi anni non verranno mai più raggiunti. Motivi quindi per guardare questo DVD ce ne sono, pur se con i limiti espressi all’inizio.

Bruno Conti

Ci Mancava Solo Questo! Uno Dei Più Brutti Film Musicali Di Tutti I Tempi. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band Con I Bee Gees E Peter Frampton

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Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – DVD o Blu-ray – Shout! Factory – 26-09-2017

Non c’è proprio fine al peggio! Ristampano pure questo film musicale con Peter Frampton nella parte di Billy Shears e i Bee Gees in quella degli Hendersons: giuro. parola di Giovane Marmotta. Ed è pure peggio di quello che sembra sulla carta: già la colonna sonora in doppio LP e poi CD, non è mai stata il massimo della vita, con le sue “spettacolari e sbalorditive” reinterpretazioni di classici dei Beatles (o così recita il promo della presentazione), ma anche i livelli recitativi del film sfiorano il ridicolo e quindi giustamente colonna sonora e film nel 1978 furono un flop clamoroso, anche se sia Frampton che i Bee Gees erano al massimo della loro popolarità. Una specie di Magical Mystery Tour ma venti volte peggio!

Il film non credo di essere mai riuscito a vederlo per intero (e non credo lo farò neppure ora) ma pure la colonna sonora, nonostante le canzoni splendide, è il festival della pacchianeria. E nel cast musicale c’erano pure Earth, Wind & Fire, Aerosmith, Billy Preston, Alice Cooper, Sandy Farina, George Burns, Steve Martin e molti altri. Forse gli unici che si salvavano erano gli Earth, Wind & Fire con Got To Get Into My Life e una versione decente di Come Together degli Aerosmith, e forse anche Get Back di Billy Preston e nel cast Paul Nicholas, uno dei principali interpreti di musical inglesi. Sul resto stendiamo un velo pietoso (anche se confesso che qualche armonizzazione vocale dei Bee Gees non è così orribile, per esempio in Nowhere Man A Day In The Life, ma sono canzoni talmente belle e io sono di parte): comunque se volete farvi del male uscirà il 26 settembre per la Shout! Factory in DVD e Blu-ray. Provate per credere, qui sopra potete ascoltare più o meno tutte le canzoni.

Non so se è prevista anche una uscita europea.

Bruno Conti

A Fine Settembre Anche Un Paio Di Rolling Stones “Nuovi”! Their Satanic Majesties Request 50th Anniversay Edition & Sticky Fingers Live At The Fonda Theatre 2015

rolling stones their satanic box

Rolling Stones – Their Satanic Majesties Request 50th Anniversary Edition – 2LP/2CD – ABCKO/Universal – 22-09-2017

Questa è la risposta degli Stones all’edizione del cinquantenario di Sgt. Pepper’s dei Beatles, ma come Their Satanic Majesties Request fu una “delusione” rispetto al disco epocale dei quattro di Liverpool (non un brutto disco, anzi, ma questo tentativo di psichedelia alla Stones non funzionò molto, però era il 1967), questa nuova edizione, oltre ad essere molto costosa, ma questa non è una sorpresa, ormai ci stiamo abituando, è pure deludente. Una sola edizione, della serie “prendere o lasciare” con due LP e due SACD, con un prezzo che andrà tra i 75 e gli 80 euro, nessuna bonus, e le versioni mono e stereo dell’album ripetute.

Questo è il contenuto, in inglese, così fa più scena:

50th Anniversary Special Audiophile Edition limited hand numbered.
Special Edition foldout packaging includes restored original Lenticular, not available for over 30 years.
180gm Vinyl and Hybrid SACD versions of both Mono and Stereo versions of the album.
Both recordings newly remastered by Bob Ludwig at Gateway Mastering.
20-page book, with essay by Rob Bowman, includes Michael Cooper’s photos from original cover shoot.
Lacquer cutting by Sean Magee at Abbey Road Studios.

Traducendo: copertina originale apribile e “lenticolare”, come nell’album in vinile originale, nuove masterizzazioni fatte per l’occasione, ma neppure l’aggiunta del singolo dell’epoca We Love You/Dandelion: non dico alternate takes a go-go come per il cofanetto dei Beatles, ma zero assoluto neppure…Comunque ecco il contenuto in dettaglio, un po’ triste, perché sono le stesse dieci canzoni ripetute per quattro volte:

Disc: 1
1. Sing This All Together
2. Citadel
3. In Another Land
4. 2000 Man
5. Sing This All Together (See What Happens)
6. She’s A Rainbow
7. The Lantern
8. Gomper
9. 2000 Light Years From Home
10. On With The Show

Disc: 2
1. Sing This All Together
2. Citadel
3. In Another Land
4. 2000 Man
5. Sing This All Together (See What Happens)
6. She’s A Rainbow
7. The Lantern
8. Gomper
9. 2000 Light Years From Home
10. On With The Show

Disc: 3
1. Sing This All Together
2. Citadel
3. In Another Land
4. 2000 Man
5. Sing This All Together (See What Happens)
6. She’s A Rainbow
7. The Lantern
8. Gomper
9. 2000 Light Years From Home
10. On With The Show

Disc: 4
1. Sing This All Together
2. Citadel
3. In Another Land
4. 2000 Man
5. Sing This All Together (See What Happens)
6. She’s A Rainbow
7. The Lantern
8. Gomper
9. 2000 Light Years From Home
10. On With The Show

rolling stones sticky fingers at the fonda theatre cd+dvd rolling stones sticky fingers at the fonda theatre

Rolling Stones – Sticky Fingers Live At The Fonda Theatre 2015 – DVD – Blu-Ray – CD+DVD – 3LP + DVD e, solo per gli Stati Uniti, CD+Blu-ray – 29-09-2017

Molto più interessante questa uscita: si tratta del famoso concerto tenuto al Fonda Theatre di Hollywood, Los Angeles, California, il 20 maggio del 2015, una serata solo ad inviti, circa 1.200 persone, in cui i Rolling Stones, in occasione della ripubblicazione di Sticky Fingers, eseguirono per l’unica volta nella loro carriera tutto l’album nella sua interezza, per quanto non con la stessa sequenza delle canzoni del disco originale. Per l’occasione poi l’album venne venduto solo per il download sulla piattaforma iTunes, ma con i dieci brani dell’album, senza le altre sei canzoni che vennero eseguite nella serata, come testimonia la Setlist originale del concerto.

20150520_setlist_fonda

Sempre per i soliti motivi misteriosi, le varie edizioni avranno il seguente contenuto:

DVD Track Listing
1) Start Me Up
2) Sway
3) Dead Flowers
4) Wild Horses
5) Sister Morphine
6) You Gotta Move
7) Bitch
8) Can t You Hear Me Knocking
9) I Got The Blues
10) Moonlight Mile
11) Brown Sugar
12) Rock Me Baby
13) Jumpin’ Jack Flash

CD Track Listing
1) Start Me Up
2) When The Whip Comes Down
3) All Down The Line
4) Sway
5) Dead Flowers
6) Wild Horses
7) Sister Morphine
8) You Gotta Move
9) Bitch
10) Can t You Hear Me Knocking
11) I Got The Blues
12) Moonlight Mile
13) Brown Sugar
14) Rock Me Baby
15) Jumpin’ Jack Flash
16) I Can’t Turn You Loose

DVD Bonus Features
Tracks cut from the concert film:
1) All Down The Line
2) When The Whip Comes Down
3) I Can’t Turn You Loose

In pratica il concerto nella sequenza esatta in cui fu eseguito è solo nella versione CD, mentre come si rileva dalla lista dei brani qui sopra riportata, alcuni di loro sono disponibili solo come bonus nelle versioni DVD e Blu-ray, che comunque pare avranno anche interviste inserite tra un brano e l’altro ad interrompere lo scorrere dei brani. “Misteri” cronologici a parte il concerto sembra ottimo a livello musicale. Esce il 29 settembre.

Alla prossima.

Bruno Conti

Anche Questo Succedeva 50 Anni Fa, Ancora Grande Musica! Beach Boys – 1967 Sunshine Tomorrow

beach boys sunshine tomorrow

The Beach Boys – 1967 Sunshine Tomorrow – 2 CD Capitol – 30-06-2017

Oltre a Sgt. Pepper’s dei Beatles http://discoclub.myblog.it/2017/06/01/it-was-really-fifty-years-ago-today-ovvero-era-giusto-50-anni-fa-oggi-the-beatles-sgt-peppers-lonely-hearts-club-band/, nel 1967 uscivano anche due dischi dei loro rivali storici oltreoceano, i Beach Boys: a settembre Smiley Smile, e a dicembre Wild Honey. Proprio in questi giorni la Universal, nuova proprietaria dei diritti degli album Capitol del gruppo americano, pubblica il doppio CD che vedete effigiato qui sopra, e che è una sorta di “combinato disposto” dei due album in questione, ma arricchito da una quantità spropositata di bonus tracks ed al prezzo di un CD (ogni tanto i miracoli accadono, delle ristampe a “prezzi umani). Vediamo (e sentiamo) cosa contiene. Prima di tutto vi riporto nuovamente la lista completa dei contenuti, poi andiamo ad esaminarla più nel dettaglio.

CD 1

Wild Honey (New Stereo Mix) (original mix released as Capitol ST 2859, 1967)
(New stereo mix, except as noted *. Recorded September 15 to November 15, 1967 at Brian Wilson’s house and at Wally Heider Recording in Hollywood, California)

1. Wild Honey (2:45)
2. Aren’t You Glad (2:16)
3. I Was Made To Love Her (2:07)
4. Country Air (2:21)
5. A Thing Or Two (2:42)
6. Darlin’ (2:14)
7. I’d Love Just Once To See You (1:49)
8. Here Comes The Night (2:44)
9. Let The Wind Blow (2:23)
10. How She Boogalooed It (1:59)
11. Mama Says * (Original Mono Mix) (1:08)

Wild Honey Sessions: September – November 1967 (Previously Unreleased)
12. Lonely Days (Alternate Version) (1:45)
13. Cool Cool Water (Alternate Early Version) (2:08)
14. Time To Get Alone (Alternate Early Version) (3:08)
15. Can’t Wait Too Long (Alternate Early Version) (2:49)
16. I’d Love Just Once To See You (Alternate Version) (2:22)
17. I Was Made To Love Her (Vocal Insert Session) (1:35)
18. I Was Made To Love Her (Long Version) (2:35)
19. Hide Go Seek (0:51)
20. Honey Get Home (1:22)
21. Wild Honey (Session Highlights) (5:39)
22. Aren’t You Glad (Session Highlights) (4:21)
23. A Thing Or Two (Track And Backing Vocals) (1:01)
24. Darlin’ (Session Highlights) (4:36)
25. Let The Wind Blow (Session Highlights) (4:14)

Wild Honey Live: 1967 – 1970 (Previously Unreleased)
26. Wild Honey (Live) (2:53) – recorded in Detroit, November 17, 1967
27. Country Air (Live) (2:20) – recorded in Detroit, November 17, 1967
28. Darlin’ (Live) (2:25) – recorded in Pittsburgh, November 22, 1967
29. How She Boogalooed It (Live) (2:43) – recorded in Detroit, November 17, 1967
30. Aren’t You Glad (Live) (3:12) – recorded in 1970, location unknown

31. Mama Says (Session Highlights) (3:08)
(Previously unreleased vocal session highlights. Recorded at Wally Heider Recording, November 1967)

CD 2

Smiley Smile Sessions: June – July 1967 (Previously Unreleased)
(Recorded June and July 1967 at Brian Wilson’s house, Western Recorders, SRS, and/or Columbia Studios, except as noted *)
1. Heroes And Villains (Single Version Backing Track) (3:38)
2. Vegetables (Long Version) (2:55)
3. Fall Breaks And Back To Winter (Alternate Mix) (2:28)
4. Wind Chimes (Alternate Tag Section) (0:48)
5. Wonderful (Backing Track) (2:23)
6. With Me Tonight (Alternate Version With Session Intro) (0:51)
7. Little Pad (Backing Track) (2:40)
8. All Day All Night (Whistle In) (Alternate Version 1) (1:04)
9. All Day All Night (Whistle In) (Alternate Version 2) (0:50)
10. Untitled (Redwood) * (0:35)
(Previously unreleased instrumental fragment. Studio and exact recording date unknown. Discovered in tape box labeled “Redwood”)

Lei’d In Hawaii “Live” Album: September 1967 (Previously Unreleased)
(Recorded September 11, 1967 at Wally Heider Recording in Hollywood, CA, with additional recording September 29, 1967 (except as noted *). Original mono mixes from assembled master ½” reel, dated September 29, 1967, discovered in the Brother Records Archives.)
11. Fred Vail Intro (0:24)
12. The Letter (1:54)
13. You’re So Good To Me (2:31)
14. Help Me, Rhonda (2:24)
15. California Girls (2:30)
16. Surfer Girl (2:17)
17. Sloop John B (2:50)
18. With A Little Help From My Friends * (2:21)
(Recorded at Brian Wilson’s house, September 23, 1967)
19. Their Hearts Were Full Of Spring * (2:33)
(Recorded during rehearsal, August 26, 1967, Honolulu, Hawaii)
20. God Only Knows (2:45)
21. Good Vibrations (4:13)
22. Game Of Love (2:11)
23. The Letter (Alternate Take) (1:56)
24. With A Little Help From My Friends (Stereo Mix) (2:21)

Live In Hawaii: August 1967 (Previously Unreleased)
(The Beach Boys recorded two complete concerts and rehearsals in Honolulu on August 25 and 26, 1967. Brian Wilson rejoined the group onstage for these shows; Bruce Johnston was not present. The following tracks derive from the original 1″ 8-track master reels discovered in the Brother Records Archives.)
25. Hawthorne Boulevard (1:05)
26. Surfin’ (1:40)
27. Gettin’ Hungry (3:19)
28. Hawaii (Rehearsal Take) (1:11)
29. Heroes And Villains (Rehearsal) (4:45)

Thanksgiving Tour 1967: Live In Washington, D.C. & Boston (Previously Unreleased)
(The touring Beach Boys – Mike, Carl, Dennis, Al, and Bruce – embarked on a Thanksgiving Tour immediately after delivering the finished Wild Honey album to Capitol Records. For this tour, the band was augmented by Ron Brown on bass and Daryl Dragon on keyboards.)
30. California Girls (Live) (2:32) – recorded in Washington, DC, November 19, 1967
31. Graduation Day (Live) (2:56) – recorded in Washington, DC, November 19, 1967
32. I Get Around (Live) (2:53) – recorded in Boston, November 23, 1967

Additional 1967 Studio Recordings (Previously Unreleased)
33. Surf’s Up (1967 Version) (5:25)
(Recorded during the Wild Honey sessions in November 1967)
34. Surfer Girl (1967 A Capella Mix) (2:17)
(Previously unreleased mix of Lei’d In Hawaii take from the Wally Heider Recording sessions in September 1967)

Come vedete in tutto 65 brani, di cui ben 54 tracce inedite, in studio e dal vivo, con Wild Honey che appare su CD mixato per la prima volta in stereo. La sequenza cronologica vorrebbe che prima vengano le sessions per l’album Smiley Smile, iniziate al 3 giugno del 1967 e terminate a luglio (poco dopo l’ultima sessione del maggio 1967 per il leggendario Smile, che verrà poi accantonato per uscire postumo, solo nel 2011), mentre quelle per Wild Honey si tennero tra il 15 settembre e il 15 novembre dello stesso anno, con in mezzo, tanto per gradire, anche alcune registrazioni dal vivo, vere e “fasulle”, in quella a Honolulu dell’agosto del 1967 c’è anche Brian Wilson, e una traccia registrata pure nel 1970. Nel doppio 1967 Sunshine Tomorrow la sequenza viene rovesciata, nel senso che nel primo CD troviamo il materiale di Wild Honey (e molto altro), mentre nel secondo CD quello di Smiley Smile. Andiamo a sentire!

Wild Honey è il loro album soul/R&B, diciamo visto da una prospettiva “bianca”, ma comunque assai godibile, forse leggero, benché di buona qualità: negli anni addirittura è stato rivalutato a livello critico, anche se non mancano i detrattori. Al sottoscritto non dispiace per nulla, certo, se doveva essere la risposta (insieme a Smiley Smile) al Sgt, Pepper’s dei Beatles, forse non ci siamo, ma alcuni giornalisti musicali americani, tra cui lo stimato Robert Christgau del Village Voice, lo hanno addirittura inserito nella loro Top 10 all time, e anche il produttore Tony Visconti lo inserisce tra i suoi preferiti di sempre, mentre Rolling Stone lo cita tra i migliori “dischi estivi” (e visto il gruppo ci sta). Non mancano i detrattori come detto, ma visto che stiamo facendo una recensione positiva, al limite ve li andate a cercare voi. Le undici canzoni (per 25 minuti scarsi di durata!) sono tutte firmate da Brian Wilson Mike Love, meno una da Love, con Brian Johnston, Al Jardine Carl Wilson, più una cover della celebre (e molto bella) I Was Made To Love Her di Stevie Wonder. La title track è un classico brano alla Beach Boys metà anni ’60, con gli effetti sonori (vale a dire un uso più marcato delle testiere) che Wilson iniziava a padroneggiare in grande souplesse, unito a questo stile R&B “bianco”, che era una primizia; Aren’t You Glad sembra quasi un brano di Bacharach dell’epoca, quindi bello, piacevole pure la cover di I Was To Made To Love Her, anche se Carl Wilson forse fatica a calarsi in questo ruolo di “nero bianco”. Country Air è uno dei loro pezzi cantati coralmente, con le solite splendide armonie vocali, e non male, per usare un eufemismo, l’intricata One Thing Or Two; Darlin’, cantata nuovamente da Carl, rivaleggia con le loro migliori canzoni di sempre. A seguire i due brani cantati da Brian, I’d Love Just Once To See You Here Comes The Night, al solito allegre e spensierate, magari forse non dei super classici. Ottime ancora Let The Wind Blow, scritta e cantata coralmente dai fratelli Carl e Brian e dal cugino Mike e anche la danzereccia How She Boogalooed, scritta da tutto il gruppo. A chiudere il tutto la cortissima e a cappella Mama Says. E nella brevità delle canzoni sta forse l’unico limite di questo album, la più lunga dura due minuti e 40 secondi, le altre meno. Ottimo comunque il nuovo mix stereo.

Tra le chicche inedite, tutte molto belle, nel primo CD, dalle sessions di Wild Honey: Lonely Days, non inserita nell’album, la malinconica e quasi sperimentale Cool Cool Water, incisa per Smile, e pubblicata poi su Sunflower in un’altra versione. La quasi barocca Time To Get Alone, uscita poi su 20/20 e anche Can’t Wait Too Long, che uscirà addirittura solo nel 2008 nel disco solo di Brian Wilson, That Lucky Old Sun. Con l’aggiunta di questi quattro pezzi probabilmente Wild Honey sarebbe stato un signor album, in grado forse di rivaleggiare con Pet Sounds, forse. Poi nel CD troviamo diverse versioni alternative e frammenti di canzoni inserite nell’album, tra cui una  I’d Love Just Once To See You più bella dell’originale e una I Was Made To Love Her più lunga e grintosa. A seguire cinque o sei inserti strumentali assai interessanti che ci fanno tuffare nel mondo del gruppo, il migliore forse quello di Darlin’. Ci sono poi alcuni pezzi dal vivo del 1967, qualità sonora ottima e sorprendente, soprattutto le versioni di Wild Honey Country Air a Detroit e quella di Darlin’ a Pittsburgh, sono quasi pari agli originali di studio, alla faccia della scarsa tecnologia live dell’epoca; e molto interessante il lungo ed intricato estratto vocale per le prove in studio di Mama Says. 

Il secondo CD contiene alcune versioni alternative di brani che erano stati pubblicati su Smiley Smile, l’altro album del 1967 dei Beach Boys: partendo con due capolavori come Heroes And Villain Vegetables, come pure i due frammenti di All Day All Night che sarebbe uscita come Whistle In sull’album. Il famoso disco Lei’d In Hawaii avrebbe dovuto essere un album dal vivo registrato a Honolulu, ma paventando il disastro fu cancellato all’ultimo minuto, e ri-registrato dal vivo in studio, come direbbe The Donald un fake album Live, inciso ai Wally Heider Recording Studios di Hollywood, CA, l’11 settembre del 1967, e che sentito oggi, è un concerto della Madonna: ricco di cover sorprendenti e splendide e di alcuni classici (si fa per dire, visto che sono solo sette pezzi in tutto), tra cui The Letter dei Box Tops e una delicatissima With A Little Help From My Friends dei Beatles cantata da Brian Johnston (che curiosamente anni dopo sarebbero state incise entrambe da Joe Cocker)Help Me Rhonda, California Girls Sloop John B. A seguire troviamo le prove senza pubblico del concerto di Honolulu, con versioni da sballo di God Only Knows, Good Vibrations e le due cover appena citate. E anche 5 brani registrati davvero dal vivo ( lo si capisce dal pubblico urlante) alle Hawaii, ripescati dagli archivi della band, insieme ad altri tre registrati a fine anno tra Washington e Boston, tra cui una splendida California Girls e una malinconica Graduation Day, il tutto con qualità sonora (e di esecuzione) sorprendentemente buona. L’ultima rarità  inclusa nel secondo CD è una lunga versione di Surf’s Up che verrà poi inclusa nell’album omonimo nel 1971, ma che in questa versione venne registrata nel novembre del 1967.

Esce venerdì 30 giugno: come si usa dire in queste occasioni, imperdibile!

Bruno Conti

Se Fosse Anche Inciso Bene Sarebbe Perfetto, 3. Flamin’ Groovies – Live 1971 San Francisco

flamin' groovies live 1971 san francisco

Flamin’ Groovies – Live 1971 San Francisco – S’more Entertainment/Rockbeat Records

Non bastassero le decine, anzi centinaia di CD radiofonici dal vivo, pubblicati ogni anno da più o meno improbabili etichette inglesi e il materiale ufficiale di etichette europee, anche negli States case come Real Gone Music o Cleopatra (sic) sono sempre alla ricerca di concerti “inediti”, spesso interessantissimi. Non stiamo ad indagare sulla legalità o meno di queste operazioni, forse òp dovremmo fare sulle dimensioni di questo mercato parallelo, dove spesso diventa difficile anche scoprire se uno sta comprando più volte gli stessi Live, con copertine e titoli diversi. Anche la californiana Rockbeat Records ogni tanto si lancia nell’agone: ricordo dal loro catalogo il bellissimo Irishman In New York di Rory Gallagher http://discoclub.myblog.it/2015/05/25/archivi-inesauribili-rory-gallagher-irishman-new-york/ , o il Live 1968 Carousel Ballroom degli Electric Flag con Erma Franklin, sul loro sito attribuito a Irma Thimas (chi cacchio è ?!?), per citarne un paio tra i più interessanti. Le loro ultime due uscite sono questo Live 1971 San Francisco dei Flamin’ Groovies e un CD dal vivo del 1973 di Commander Cody di cui leggerete in seguito sul Blog, entrambi notevoli. Tutto bene quindi? Più o meno: se non fosse che il concerto in questione non fosse già uscito nel 1997 per la Norton Records e sia, pare, ancora in produzione, come In person, oltre a tutto con due brani in più registrati al Matrix nel 1970.

Fatta questa doverosa promessa, e avvisati i naviganti (del web), veniamo al concerto: siamo al Fillmore West di San Francisco, nei famosi ultimi giorni del locale, il 30 giugno 1971, Bill Graham, tra i tanti gruppi chiamati a festeggiare il canto del cigno della sua creatura, invita anche i Flamin’ Groovies. Il rapporto del famoso manager con la band californiana era abbastanza ondivago; un giorno li esaltava e l’altro li trattava come “merdacce” (per dirla alla Fantozzi), come ricorda il loro leader Cyril Jordan, nelle interessanti note contenute nel libretto, che però suonano “strane”, visto che nella prima parte sono scritte in terza persona e nella seconda parte in prima, e nel retrocopertina il nostro è ringraziato come “Jordon”. Comunque a noi interessa la musica, tenendo conto che già allora i Flamin’ Groovies, nel loro momento di massimo fulgore, avevano una fama e popolarità inversamente proporzionali alla loro bravura. Il concerto non è inciso splendidamente per usare un eufemismo, diciamo che è un discreto radiofonico, con la voce e la strumentazione che ogni tanto partono per la tangente, vanno e vengono, o diventano confuse e raffazzonate a livello tecnico, ma non si discute sui contenuti. Intanto è ancora in formazione Roy Loney, voce e chitarra solista, ma non Tim Lynch, appena sostituito alla chitarra da James Ferrell, completano la formazione Jordan, anche lui chitarra e voce, tuttora il leader indiscusso della band, George Alexander al basso, e all’occorrenza cantante, oltre a Danny Mihm alla batteria.

Il gruppo, dopo l’ottimo Supersnazz del 1969, aveva pubblicato due capolavori assoluti del R&R, Flamingo nel 1970 e Teenage Head nel 1971, due dischi che non si può fare a meno di avere, se non li avete magari comprateli prima di questo Live, e se già li possedete sapete cosa aspettarvi. Un quintetto che fonde in una unica formazione, il pop brillante e geniale dei Beatles e il rock “sporco e cattivo” degli Stones, con in più ampie razioni di R&R selvaggio e primigenio e folate di British Invasion. Prendete il primo brano, dopo l’introduzione di Bill Graham, una I Can’t Explain degli Who che non ha nulla da invidiare come grinta, potenza e anche raffinatezza nelle armonie vocali a quella della band di Townshend (si sentisse anche bene, sarebbe perfetta), con un muro di chitarre in azione. E pure la loro versione di Sweet Little Rock’N’Roller non scherza, con garage e beat aggiunti alla classica razione di selvaggio R&R immancabile nel loro sound; notevole la versione di Have You Seen My Baby di Randy Newman, appena uscita su Teenage Heat, che rivolta l’originale in un tourbillon di chitarre e voci che ricorda molto i Beatles più rock, o ancora una lunga e epica Road House, tratta da Flamingo, scritta da Loney e Jordan, che lancia anche strali psych e garage in una versione potente e tirata, con le tre chitarre impegnatissime, oltre a basso e batteria in libertà,, peccato non si senta benissimo, ma si intuisce la tempra del loro rock impetuoso.

Doctor Boogie è più stonesiana e bluesata, mentre Slow Death è uno dei loro brani migliori (uscirà solo come singolo), con la slide che impazza sul testo anti-droghe con una grinta incredibile. Che prosegue nella loro versione monstre di Shakin’ All Over, che forse come forza e “viulenza” supera anche quella degli Who e Jagger (che Loney in parte ricordava) nel 1971 disse che i Groovies forse erano superiori anche a loro nel fondere blues e R&R in un contesto moderno, sentire per credere! Anche Teenage Head emana una potenza devastante, come pure la loro cover devastante di Louie Louie, quasi otto minuti di uragano sonoro. E non bastasse nel bis ci aggiungono anche Walkin’ The Dog, in una versione che avrebbe reso orgogliosi anche Jagger e Richards. Senza Loney poi Jordan si sarebbe dedicato ad “inventare” il power pop in Shake Some Action, ma quella è un’altra storia. Come detto quindi, se fosse anche inciso bene e non lo avessero già pubblicato con un altro titolo, sarebbe perfetto, ma comunque se non lo avete merita assolutamente.

Bruno Conti

It Was (Really) Fifty Years Ago Today, Ovvero, Erano Giusto 50 Anni Fa, Oggi! The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

 

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The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band – Parlophone/EMI CD – Deluxe 2CD – 2 LP – Super Deluxe 4CD/DVD/BluRay

I Beatles, forse il gruppo più popolare di tutti i tempi, sono sempre stati decisamente avari nell’aprire i loro archivi dopo la separazione avvenuta nel 1970: a parte il Live At The Hollywood Bowl uscito negli anni settanta e ristampato lo scorso anno, e soprattutto i tre volumi dell’Anthology pubblicati a metà anni novanta, ai fans è sempre stata offerta la solita, peraltro ottima, sbobba, comprese le tanto strombazzate ristampe rimasterizzate del 2009 di tutta la discografia degli Scarafaggi, che non aggiungevano neppure trenta secondi di musica inedita. Quest’anno la svolta: per il cinquantenario dell’album più famoso dei Fab Four (uscito proprio il primo Giugno del 1967, cinquant’anni precisi precisi, ma il disco è nei negozi dal 26 maggio), cioè il leggendario Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (per molti è anche il loro migliore, io preferisco il White Album ma comunque sempre di dischi da cinque stelle stiamo parlando), i superstiti Paul McCartney e Ringo Starr, insieme agli eredi degli scomparsi John Lennon e George Harrison, hanno acconsentito ad aprire il magico scrigno delle sessions di quell’album epocale, affidandone la cura a Giles Martin, figlio di George, il celebre produttore dei quattro ragazzi di Liverpool: il risultato è la solita pletora di edizioni diverse, a partire da quella singola e fondamentalmente inutile se lo possedete già (anche se le tracce sono state remixate, ma non rimasterizzate, per quello andava già benissimo il lavoro fatto nel 2009), una doppia interessante con un secondo CD di versioni alternate, e soprattutto un imperdibile cofanetto con quattro CD, un DVD, un Blu*Ray (con lo stesso contenuto del DVD) ed uno splendido libro.

Data l’importanza sia musicale che culturale del disco, questo sarà il primo post “condiviso” della storia del blog: io introdurrò brevemente il disco originale e la sua storia, mentre Bruno vi parlerà nel dettaglio del contenuto del cofanetto quadruplo. L’idea dell’album del 1967 venne a McCartney (che peraltro vuole la leggenda fosse già “morto” il 9 novembre del 1966, sostituito da Billy Shears!!), che voleva una sorta di concept basato sui ricordi adolescenziali di Liverpool dei quattro, ma ben presto il soggetto si tramutò in quello di una serie di canzoni suonate da una band fittizia dell’epoca vittoriana, appunto la Band Dei Cuori Solitari Del Sergente Pepper, legate solo apparentemente da un filo conduttore: il disco è considerato l’apice creativo dei Fab Four, in quanto contiene una serie di gioiellini pop che rasentano la perfezione, con un accenno appena sfiorato di psichedelia (ma proprio all’acqua di rose), e con la figura di George Martin sempre più fondamentale nell’economia del gruppo, da grande arrangiatore quale era, ma anche abile “traduttore” in pratica delle folli idee dei quattro, una caratteristica che era già risaltata l’anno prima nell’altrettanto geniale (e splendido) Revolver. Il disco fu anche il primo dei Beatles senza un singolo portante: nelle stesse sessions, quasi su imposizione della casa discografica, furono incise anche diverse takes sia di Strawberry Field Forever (forse il miglior brano di Lennon all’interno del gruppo) che di Penny Lane, sessions incluse tra l’altro nel cofanetto: i quattro giudicarono però i due brani un po’ fuori contesto rispetto al resto dell’album e quindi li pubblicarono a parte, con il risultato di avere forse il miglior singolo della loro carriera.

Tutto in Sgt. Pepper è perfetto, dall’iconica ed imitatissima copertina ad opera di Peter Blake (e nella quale verranno trovati oscuri messaggi riguardanti la citata e presunta morte di Paul), alle variopinte giacche utilizzate dai Fab Four, ma soprattutto le tredici tracce del disco, capolavori assoluti di pop e con i tipici nonsense lirici dei quattro. Tutto è imperdibile, dall’introduzione finto-live della title track, poi ripresa nel finale, all’irresistibile singalong affidato a Ringo With A Little Help From My Friends, alla psichedelia leggera di Lucy In The Sky With Diamonds, ai bozzetti molto British e tipicamente McCartney di Fixing A Hole, Getting Better, She’s Leaving Home e Lovely Rita (ai quali partecipa anche Lennon con la bucolica e festosa Godd Morning, Good Morning), mentre ho sempre considerato lo spazio affidato a Harrison, Within You Without You, influenzata pesantemente dalla musica indiana ed a mio parere un po’ soporifera e fuori contesto, come il punto debole del disco. I brani che non ho ancora citato sono quelli che da sempre preferisco (ma non è che gli altri non mi piacciono, diciamo che questi sono da dieci e lode), cioè la squisita When I’m Sixty-Four, dal delizioso sapore vaudeville, la divertente ma geniale Being For The Benefit Of Mr. Kite!, ispirata a Lennon da un vero numero da circo di più di un secolo prima, e soprattutto la monumentale A Day In The Life, una eccezionale sinfonia pop di cinque minuti, risultato della fusione di due diverse canzoni di John e Paul, con un grande contributo di Martin ed un finale orchestrale in crescendo che ancora oggi fa venire i brividi. Dopo Sgt. Pepper i Beatles faranno altri grandi dischi (basti pensare all’Album Bianco e ad Abbey Road), ma qualcosa nel rapporto fra i quattro comincerà ad incrinarsi, complice anche la morte improvvisa del loro manager Brian Epstein che li priverà di una guida fino a quel momento indispensabile: ma questa è un’altra storia.

Ed ora, come già detto, la parola passa a Bruno.

Marco Verdi

pepper-six-disc

Il 1° Giugno del 1967 era un giovedì, come pure quest’anno, ed Inghilterra usciva Sgt. Pepper’s  nei negozi. Due o tre giorni dopo, un ragazzino che ancora oggi vedo tutte le mattine davanti allo specchio (celebrato già all’epoca, a futura memoria, nel titolo di una canzone, When I’m Sixty Four, contenuta nell’album), la domenica mattina (poiché gli altri giorni si andava a scuola si ascoltava nei giorni festivi) si sintonizza su Radio Uno della RAI, credo allora ci fosse solo quella, dove viene tramesso in anteprima, tutto completo, il suddetto Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ebbene sì, in una trasmissione condotta, mi pare da Adriano Mazzoletti, ma erano altri tempi, in cui le radio trasmettevano gli album interi: poi lunedì mi recai, perché ovviamente ero io, in un negozio per acquistarlo, mentre il mondo dei Beatles, che già frequentavo (ma anche quello degli Stones, di Dylan, di Hendrix e di  mille altri, ero un ascoltatore precoce), si allargò a dismisura per assumere contorni quasi “epocali”. Cinquanta anni dopo, anzi qualche giorno meno, visto che la nuova edizione è uscita il 26 maggio, finalmente un album del gruppo riceve il trattamento Deluxe, che ora andiamo ad esaminare nel dettaglio.

Intanto la confezione del box sestuplo è molto bella; formato tunnel (in termine tecnico discografico), vuol dire che si sfila la copertina del cofanetto, all’interno troviamo quello che a prima vista appare il vecchio LP, ma in effetti è il contenitore che riporta, allocati in apposite tasche, i quattro CD, il DVD e il Blu-ray. Poi il manifesto del disco, quello del Pablo Fanque’s Circus Royal con l’ultima serata dedicata a Mr. Kite, il cartoncino ritagliabile del Sergente Pepper e un bel librettone ricco anche di immagini rare ed inedite. Il tutto esce su etichetta Apple/Universal ma i dischi (rimixati non rimasterizzati) riportano rigorosamente l’etichetta Parlophone/EMI e nella confezione sul retro del “disco” sono riportati, come in origine, i testi (che ai tempi, nel nostro stentato inglese, ci permisero di sapere che i turnstiles, erano i “tornichetti” della metropolitana e che l’handkerchief era il “fazzoletto”). Detto che il disco, descritto sopra, ha un suono splendido: il dancing bass di Paul, la batteria di Ringo, le chitarre di George, John (e Paul), la produzione magnifica di George Martin e tutto il resto, oltre alle voci, sembrano balzare fuori dagli speakers, veniamo ai contenuti extra. Prima i due CD delle “Sgt. Pepper, Session”.

Disc 2

Strawberry Fields Forever – Take 1

Strawberry Fields Forever – Take 4

Strawberry Fields Forever – Take 7

Strawberry Fields Forever – Take 26

Strawberry Fields Forever – Stereo/Giles Martin Mix

When I’m Sixty-Four

Penny Lane – Take 6

Penny Lane – Vocal Overdubs and Speech

Penny Lane – Stereo / Giles Martin Mix 2017

A Day In The Life – Take 1

A Day In The Life – Take 2

A Day In The Life – Orchestra Overdub

A Day In The Life – Hummed Last Chord

A Day In The Life – The Last Chord

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Take 1

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Take 9

Good Morning Good Morning – Take 1

Good Morning Good Morning – Take 8

Si parte con ben quattro diverse takes di Strawberry Fields Forever che tracciano la storia di una delle canzoni più belle di sempre dei Beatles, e che inserita nell’album (con Penny Lane) lo avrebbe reso ancora più epocale di quanto è stato nella storia della musica moderna. La prima take arriva alla fine di novembre 1966 (pochi giorni dopo la morte di Paul, scusate se insisto), solo i quattro Beatles, basso, batteria, la voce solista di John e la sua chitarra ritmica, la chitarra slide di George e quelle armonie celestiali. La Take 4 introduce il sound del mellotron, la voce filtrata e sognante di Lennon, il grande lavoro di Ringo alla batteria e di Paul al basso, mentre la take 7 si avvicina molto a quella che sarà la versione pubblicata della canzone, con la take 26 che invece ci regala una versione completamente diversa, nettamente più veloce, con una intro assai diversa, la batteria impazzita e gli effetti sonori che si impadroniscono del tessuto sonoro della seconda parte del brano, tra fiati, chitarre e tastiere “trattate”. Tutta roba già sentita sugli innumerevoli bootlegs dedicati negli anni ai Beatles, ma mai così bene. Infine per concludere la sequenza il nuovo mix stereo di Giles Martin del 2015, una vera meraviglia sonora della prima psichedelia. A seguire la Take 2 di When I’m Sixty Four (il pezzo dedicato al sottoscritto), abbastanza diversa dall’originale, senza fiati e con un basso super funky di Paul, e con il piano che è l’altro protagonista principale del pezzo, mentre non ci sono ancora i coretti degli altri Beatles.

Poi tocca a Penny Lane, take 6 strumentale, affascinante, dove mi sembra di cogliere brillanti accenni musicali che poi verranno sviluppati in Magical Mystery Tour e più in là ancora nel tempo in Abbey Road, e che danno un’idea di come dovesse essere in quella fucina di idee che erano gli studi di Abbey Road ai tempi dei Beatles. Più per “anally retentive”, come dicono gli inglesi, la parte dedicata solo a sovraincisioni vocali e discorsi in studio, ma poi la versione Stereo Mix del 2017 è veramente superba. A questo punto parte la sequenza dedicata alla più bella canzone mai scritta dai Beatles, A Day In The Life, uno dei loro splendidi esempi di una canzone formata da più canzoni, uno strato dopo l’altro, con Lennon e McCartney che si completano a vicenda (al sottoscritto un altro brano che piace da impazzire, costruito con questo approccio, è Happinees Is A Warm Gun). Si capisce subito che il brano è un capolavoro sin dalla take 1, solo la voce con eco di John, il piano e una chitarra acustica, ma c’è già lo spazio per inserire la parte scritta da Paul, e pure la take 2 è splendida, acustica ed intima, ma con le stimmate del brano complesso che diverrà, per esempio la melodia complessa e ritmica del piano, il suono delle sveglie che i loro vicino di studio a Abbey Road sublimeranno qualche anno dopo in Dark Side Of The Moon. Gli overdub dell’orchestra, l’accordo finale vocale canticchiato, che sentito da solo sembra un mantra tibetano, e i presenti che si divertono a chiamare takes a capocchia e anche l’ultimo accordo provato svariate volte al piano, fanno parte del fascino di questo ”dietro le quinte”. La prima versione strumentale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band la canzone, sembra quasi un pezzo a tutto riff dei Kinks, perché i gruppi dell’epoca ascoltavano quello che facevano i loro colleghi, mentre la take 9, cantata, è un gran bel pezzo rock, e si capisce perché Jimi Hendrix, quando la sentì, come tutti gli altri, al 1° giugno, decise di rifarla dal vivo, a modo suo, cioè splendido, solo tre giorni dopo al Saville Theatre, di fronte a degli sbalorditi George Harrison e Paul McCartney. Beatles rockers anche nelle due takes presenti di Good Morning Good Morning, la prima solo un frammento per inquadrare il groove della batteria, la seconda “cruda”, senza tutti gli effetti sonori e gli assolo che saranno aggiunti alla versione definitiva.

Disc 3:

Fixing A Hole – Take 1

Fixing A Hole – Speech And Take 3

Being For The Benefit Of Mr. Kite!

Being For The Benefit Of Mr. Kite! – Take 7

Lovely Rita – Speech and Take 9

Lucy In The Sky With Diamonds – Take 1 And Speech

Lucy In The Sky With Diamonds – Speech

Getting Better – Take 1

Getting Better – Take 12

Within You Without You – Take 1

Within You Without You – George Coaching The Musicians

She’s Leaving Home – Take 1

She’s Leaving Home – Take 6

With A Little Help From My Friends – Take 1

Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band (Reprise) Speech and Take 8

Il disco tre, solo nel cofanetto, contiene altre versioni alternative e prove di studio. Si parte con la Take 1 di Fixing A Hole, che, a differenza del resto dell’album, fu registrata ai Regent Sound Studios di Londra il 9 Febbraio del 1967, perché in quella occasione gli studi di Abbey Road non erano disponibili: un pezzo di Paul McCartney, con la voce double-tracked, e la presenza di George Martin al clavicembalo, il classico walking bass di Paul, mentre in questa versione mancano i coretti degli altri Beatles, assenti anche nella Take 3, preceduta da un breve dialogo, come manca anche il tagliente solo di chitarra di Harrison, presente nella versione pubblicata. Martin passa a harmonium, glockenspiel e organo per Being For The Benefit Of Mr.Kite, il brano circense a tempo di valzer scritto da John Lennon, anche in questo caso, nella Take 1, mancano tutti gli elementi aggiuntivi, i florilegi di armoniche a bocca e la chitarra backwards di George, di nuovo assenti anche nella versione n.7. Diciamo che fino ad ora il disco 3 è quello meno interessante come materiale contenuto. Più compiuta, forse perché è già la take 9, la versione di Lovely Rita, con le chitarre acustiche e il piano in evidenza, ma non il basso di Paul, anche qui mancano tutti gli elementi “decorativi” tipici, fondamentali nelle canzoni dei quattro di Liverpool. Lucy In The Sky With Diamonds, ispirata da un disegno di Julian, il figlio di John, nella take 1, non è ancora quel piccolo gioiellino della psichedelia che sarebbe diventata, ma gli elementi sognanti e i cambi di tempo sono già presenti, mentre la Take 5, con tanto di falsa partenza e John sull’orlo di una crisi di ridarella, come spesso succedeva ai tempi felici, poi nella versione definitiva diventerà uno dei migliori contributi di John Lennon all’album.

Getting Better, fin dal titolo, è uno dei classici pezzi ottimistici di McCartney, che suona il piano elettrico, e si esibisce in uno dei suoi classici esempi di fusione tra rock e errebì “bianco”, la prima take è strumentale, mentre la numero 12 è molto simile all’originale, sempre strumentale, ma con il tampura, l’altro strumento suonato da Harrison in evidenza, e la sezione ritmica di Paul e Ringo molto indaffarata. A proposito di strumenti indiani, l’unico contributo di George Harrison all’album è Within You Without You, posta nel long playing originale all’inizio della seconda facciata, per non spezzare la soluzione quasi da concept album del resto del disco. Anche in questo caso troviamo la Take 1 solo strumentale, con George al sitar, accompagnato da musicisti indiani non accreditati, mentre a seguire troviamo Harrison che insegna ai musicisti stessi le loro parti su una traccia vocale; diciamo non indispensabile, per essere magnanini, o una mezza palla, per essere onesti. Anche She’s Leaving Home appare in due diverse versioni strumentali, ed è un peccato, perché la parte cantata con la storia di Melanie Coe, era uno degli highlight dell’album, comunque la melodia è deliziosa, Sheila Bromberg all’arpa, è la prima donna a venire impiegata in un brano dei Beatles, e l’arrangiamento degli archi è raffinatissimo. With A Liitle Help From My Friends è il contributo di Ringo Starr al LP, ma anche in questo caso non si nota, perché si tratta dell’ennesima versione strumentale, e comunque la canzone diventerà uno degli inni della musica rock nella versione fantastica che ne farà Joe Cocker l’anno successivo, tutta un’altra canzone. Il CD finisce con la take 8 di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club (Reprise), la ripresa in chiave più rock del brano di apertura con McCartney alla chitarra solista.

Il disco 4 del cofanetto contiene l’album completo in versione Mono, come dovrebbe essere ascoltato secondo i puristi (ma io lo preferisco in stereo) e come bonus alcuni differenti mono mix di Strawberry Fields Forever, Penny Lane, A Day In The Life, il primo mixaggio mono, inedito, come pure quello di Lucy In The Sky With Diamonds e She’s Leaving Home, mentre in coda di tutto troviamo la versione mono pubblicata su un Promo americano di Penny Lane. Tutte leggermente differenti dagli originali. Come ricorda il titolo del Post, in questi giorni è uscito, prima al cinema, e poi in doppio DVD, un documentario di Alan G. Parker, intitolato It Was Fifty Years Ago Today, che traccia in modo approfondito, e anche interessante, la storia dell’album, ma, perché c’è un ma, e pure grosso, non c’è neppure un secondo di musica dei Beatles nel film (e neppure nella quattro ore e mezza di extra nella versione DVD, che peraltro comprende interviste con Lennon, materiale dagli archivi di Ringo e altre chicche assortite), a causa del veto della casa discografica che non ha concesso i diritti per la musica. A questo punto viene molto utile il DVD ( e il Blu-Ray, ma perché ormai vanno sempre in coppia in queste versioni Super Deluxe, visto che il materiale è lo stesso?): si tratta di un documentario realizzato nel 1992 per la Apple, The Making Of Sgt. Pepper, circa 50 minuti molto interessanti con interviste a George Martin che è “l’host” del film, ma anche con Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr e materiale d’archivio di John Lennon. Più i video promozionali, girati nel 1967, di A Day In The Life, Strawberry Fields Forever e Penny Lane, e, dedicate agli audiofili, versioni Hi-Res 5.1 Remix e Hi-Res Stereo Remix dell’album. Ci sarà pure un motivo se Sgt. Pepper è ancora al n.°1 nella lista dei 500 album più grandi della storia della rivista Rolling Stone, e Pet Sounds dei Beach Boys, il disco che lo ha “ispirato”, è al n° 2. Ok, se prendete la lista del NME del 2013, è al n° 87 (?!?), ma quella è una lista per “super giovani”, dove vince The Queen Is The Dead degli Smiths, al 4° ci sono gli Strokes, ma per favore, e nella classifica altre “schiccherie” orride ed incomprensibili, della serie lasciateci perdere siamo inglesi! Comunque visto che anche i Beatles sono inglesi, se non al primo posto, nei primi dieci dischi di sempre questo album ci sta di sicuro. Sono sicuro che Bob Dylan, in alto a destra, e Sonny Liston, in basso a sinistra, ma anche tutti gli altri sulla copertina, avrebbero approvato. Forse Revolver, Rubber Soul, il White Album Abbey Road, scegliete il vostro preferito, sono superiori come album, ma Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band ha segnato un’era e questo cofanetto ne è il degno testimone!

Bruno Conti