22/09/2012
Pop In Excelsis Deo! Avett Brothers - The Carpenter
Avett Brothers - The Carpenter - American Recordings/Universal
La breve premessa è che in questo giorni ho ascoltato molto questo The Carpenter degli Avett Brothers, godendo come un riccio. Il CD è in heavy rotation sul mio lettore in alternativa con Babel dei Mumford and Sons, al quale per il momento, lo preferisco per una breve incollatura (ma i giudizi nel tempo potrebbero cambiare). E quindi ve lo consiglio, e qui potrebbe finire il giudizio critico, per chi ha poco tempo per leggere.
Se avete pazienza vorrei esporvi una mia breve teoria. Gli Avett Brothers, secondo me, sono l'ultimo gruppo in una lunga teoria che prende l'abbrivio a fine anni '60, primi '70 con Nitty Gritty Dirt Band e Poco (ma anche i Dillards), per passare attraverso i canadesi Blue Rodeo negli anni'80 e i Jayhawks negli anni '90 (tutti ancora in attività), che partendo da una base country, chi più chi meno, ha saputo fonderla con una attitudine pop, nel senso più nobile del termine, belle canzoni, armonie vocali, arrangiamenti sempre diversi, praticamente i Beatles, per creare questo ibrido che nel corso delle decadi si è chiamato di volta in volta, country-rock, Americana, alternative country, insurgent country, roots music, nelle sue varie declinazioni, ma che in fondo è l'arte, partendo da un banjo, una chitarra acustica o un mandolino, di creare una bella canzone pop.
Gli Avett Brothers sono uno dei gruppi più versati in questa diificile alchimia. Dagli esordi acustici dei primi anni 2000, quando erano solo i due fratelli Scott e Seth Avett, con il contrabbassista Bob Crawford, e il primo CD del 2002, profeticamente, si chiamava Country Was, da allora hanno fatto parecchia strada, dalla piccola Ramseur sono approdati alla American Recordings di Rick Rubin, che li ha portati dalla Sony all'attuale distributore Universal. Hanno raggiunto il 16° posto delle classifiche di Billboard con il precedente album I And Love And You, il primo prodotto dal "barbudo" e ora con questo The Carpenter, settimo disco in studio, oltre a una sequela di live ed EP, in un mondo alternativo in cui le classifiche sono "serie" e di solito non esistono, ma nel momento in cui scrivo è realtà, debuttano al 4° posto della classifica americana, nella stessa settimana in cui Dave Matthews è 1°, i Little Big Town (un discreto gruppo country) sono secondi, Bob Dylan è 3° con Tempest, e il trio alternativo degli xx e quello non molto alternativo degli ZZ Top, li seguono al 5° e 6° posto. Cose da non credersi!
Ma torniamo ai nostri amici. I fratelli Avett hanno un raro dono, quello di saper scrivere belle canzoni, aiutati dal fido Crawford, dal violoncellista Joe Kwon, dal batterista Jacob Edwards e da un gruppo di amici tra cui spiccano Lenny Castro che suona le percussioni in tutto l'album, Benmont Tench che suona le tastiere in ben otto brani, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria in tre brani, gli ottimi Doug Wamble e Blake Mills alle chitarre elettriche nella bellissima Live And Die (ma sono tutte belle) e molti altri artisti che sotto la produzione di Rubin ci regalano un Pop raffinato, solare e malinconico, con degli arrangiamenti spesso superbi e delle armonie vocali magiche che ricordano di volta in volta i già citati Beatles, Jayhawks, Poco e persino, a chi scrive, parere molto personale ma provate a sentire in alcuni momenti i Bee Gees dell'era pre-disco, quando facevano della musica semplice ma sublime, che passava dal singolo perfetto ad un album ricercato come Odessa.
La musica pop quando non è fatta da ragazzine ansanti e sospirose o da boy band francamente improponibili è un genere assolutamente da non disprezzare perché ti regala melodie che ti rimangono nel cervello e momenti di puro genio, se a suonarla ci sono musicisti di talento. E tra un disco e l'altro, di Canterbury, di psichedelia, di acid-rock, di alternative, di jazz-rock, di rock-blues o di quant'altro ascoltiate abitualmente è un "piacere proibito" a cui è possibile indulgere senza che il solito critico rompicoglioni vi dica "si però, è musica orecchiabile"! Ovviamente ci sono stati i geni e ci sono gli artigiani di lusso nel genere, gli Avett Brothers fanno parte, con merito, della seconda categoria.
Il disco contiene 12 bellissimi brani (14 nella versione per la catena Target, e ho visto sul loro sito che ce n'è una versione SuperDeluxe, che oltre a memorabilia varia contiene anche un CD con 6 versioni demo inedite, peccato costi sugli 80 dollari ed esca a ottobre): si parte con la bellissima The Once And Future Carpenter che contiene il verso "If I Live The Life I'm Given i Won't Be Scared To Die", forse dedicato ai temi della mortalità ed in particolare alla piccola figlia di due anni del bassista Bob Crawford che combatte con un tumore al cervello. La canzone parte con un giro di chitarra acustica, poi entra la sezione ritmica, l'organo di Benmont Tench, il cello di Kwon che aggiunge quella patina di malinconia alle continue aperture melodiche del ritornello, con quegli stupendi crescendi vocali che sono il loro marchio di fabbrica, con le voci che armonizzano deliziosamente. Se possibile, la già citata Live And Die è ancora più bella, aperta da un banjo solitario a cui si aggiungono poco alla volta tutti gli altri strumenti, è il singolo apripista, un esempio di come fare musica pop toccata dal genio, con un refrain irresistibile e quei delicati impasti vocali mentre il banjo guida il tema del brano in alternanza con la slide dell'ospite Doug Wamble. Winter In My Heart con Benmont Tench che si sposta al piano, è una melancolica ode alla stagione invernale, con una costruzione sonora che mi ricorda i Bee Gees citati prima, quelli di brani come New York Mining Disaster 1941, Holiday o l'intro di I've A Get A Message to you o To Love Somebody (se le hanno cantate gente come Nina Simone, Leonard Cohen, Janis Joplin e i Blue Rodeo, tanto per citarne alcuni, non doveva essere solo musica pop usa e getta): qui si sente anche la mano di Rubin, con un arrangiamento complesso che mette in evidenza il cello e il saw (in questo caso come strumento e non come sega).
Pretty Girl From Michigan è l'ultima di una serie di canzoni dedicate "alle belle ragazzuole" (che impazziscono per loro), ce n'è una in ogni album, cambia il luogo di provenienza della Pretty Girl. In questo caso c'è ampio spazio per la chitarra elettrica di Seth Avett che punteggia tutto il tema del brano. I Never Knew You con le voci dei fratelli che si rispondono dai canali dello stereo, è molta Beatlesiana ma anche ricorda il country-rock di Jayhawks e Blue Rodeo (che peraltro una o due canzoni dei Beatles devono averle sentite). Il clima è gioioso come ci si aspetta dalla musica pop più classica. February Seven è una classica ballata in quello che molti hanno definito l'Avett Sound, con il cello che si amalgama con le chitarre acustiche prima della consueta esplosione corale delle voci. Through My Prayers è un'altra deliziosa costruzione sonora, con acustiche e cello che ci conducono, insieme alle voci dei fratelli (di nuovo alla Bee Gees, insisto), in una dimensione quasi cameristica, con harmonium, oboe, piano e clarinetto a colorare tenuamente il brano.
Down With The Shine è un'altra bellissima ballata guidata dal banjo di Scott Avett, con le trombe che aggiungono un flavor quasi da border song messicana e le due voci che si alternano alla guida del brano, come nella migliore tradizione del country-rock più epico. Anche Father's First Spring è un'altra elucubrazione sui temi della paternità, costruita sulla solita base acustica, arricchita da organo e cello e che poi si apre in quelle ricche soluzioni melodiche dove le voci si appoggiano sul tessuto sonoro, delicata e struggente al tempo stesso. Geraldine sono 1 minuto e 38 secondi degli Avett Brothers che si danno al rock, per un brano tra Young e Beatles (le solite armonie) che farà faville nella probabile versione ampliata live.
Ancora chitarre elettriche fumanti e rock per una Paul Newman Vs The Demons, dedicata alla intensa vita del grande attore americano. Questi sono gli Avett degli ultimi anni, con Chad Smith alla batteria, quelli che hanno imparato a convivere anche con la loro anima più "rumorosa" ma non dimenticano mai l'importanza delle loro intricate evoluzioni vocali. La conclusione è affidata ad un'altra strepitosa ballatona di quelle DOC, Life, dove il reparto vocale viene potenziato dalle Magnificent Webb Sisters come le chiamava mastro Leonard Cohen sul palcoscenico dei suoi concerti. Si conclude così in gloria questo disco che conferma il valore del gruppo. D'altronde se sono stati scelti con i "confratelli" d'oltre oceano Mumford And Sons per accompagnare Dylan nella serata dei Grammy un motivo ci sarà pure stato!
C'è di meglio? Sicuramente, ma anche, molto, moltissimo di peggio, osannato senza motivo. Questi almeno sono falegnami e quindi bravi artigiani.
Bruno Conti
20:22 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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09/10/2011
Poche Balle, E' Proprio Bello! Ryan Adams - Ashes And Fire
Ryan Adams - Ashes And Fire - Pax-Am/Columbia
Mi sono preso tutto il tempo per ascoltarlo bene e con calma in questa settimana (tanto esce l'11 ottobre) e devo ammettere che mi piace molto, questo Ashes And Fire del "ritrovato" Ryan Adams è un bel disco, per metterla giù semplice! Ritrovato, ma dove era andato? Semplicemente si era preso del tempo per risolvere i suoi problemi fisici causati da una vita di eccessi che aveva minato la sua salute, mentale e fisica, perché spesso nei comunicati rilasciati sul suo sito straparlava, anche nell'ultimo, quello dove annunciava lo scioglimento dei Cardinals e il suo ritiro dalle scene, tra liti con la stampa, (rea di non trattarlo bene, ma non sempre) e le varie case discografiche che dovevano sottostare ai suoi capricci. Insomma, un carattere di merda! Ma questo non gli impediva di fare ancora dei dischi belli (ogni tanto) e discreti (il più delle volte, ma comunque nettamente superiori a molto di quello che circola abitualmente) anche se lontani dai vertici di Heartbreaker, Gold o dei tempi dei Whiskeytown. A me III/IV non era dispiaciuto, ma il disco Orion, pseudo-metal era una cagata pazzesca.
Questo aveva fatto sì che musicisti come James Maddock, Israel Nash Gripka o Ray LaMontagne, tanto per citarne alcuni, lo avessero superato a destra, con le loro vetture musicali senza neanche mostrargli la freccia. Bravi, molto bravi, ma non più di lui. Il nostro amico dice che la scintilla che gli ha riacceso la voglia di fare musica di qualità è stato l'ascolto di un disco di Laura Marling, non l'ultimo, quello prima, I Speak Because I Can che secondo lui denotava la capacità di realizzare dischi di "sani principi" musicali da parte della ragazza (e non aveva ancora sentito quello nuovo che è anche meglio giovani-talenti-si-confermano-laura-marling-a-creature-i-...) e ha riacceso la sua ispirazione. Per mantenere il paragone automobilistico, si è preso un autista di lusso, Glyn Johns (il babbo di Ethan che aveva prodotto i suoi dischi migliori) e con questo signore alla guida della nuova vettura li ha risuperati in tromba. D'altronde uno che ha prodotto Beatles, Who, Dylan, Stones, i primi 3 Eagles e "qualcun" altro (ogni tanto cannando, le sue produzioni di New Model Army e Gallagher & Lyle non sono entrate nella storia), difficilmente, alle prese con un musicista di talento, avrebbe potuto causare un pasticcio. E poi le sue tecniche di registrazioni, calde, analogiche, con una grande presenza del suono, 40 anni fa erano talmente avanti che oggi sono ritornate di moda.
Quindi state per ascoltare un capolavoro? Magari no, ma come dicevo prima, un bel disco sicuramente, uno dei migliori del 2011 e per uno che da molti critici era dato per spacciato non è un brutto risultato, e la stampa di tutto il mondo (che non sempre lo sopporta) lo ha sottolineato con una serie di ottime recensioni, quasi tutte da 4 stellette meno Uncut più prudente con 3 ma con un giudizio nettamente positivo.
Questo è il classico disco da cantautore, come quelli che negli anni '70 facevano gente come Elton John (Tumbleweed Connection, il suo più "americano"), James Taylor (Sweet Baby James o Mud Slide Slim, Fire and Rain - Ashes and fire, qualche analogia c'è) o Gram Parsons, mica bruscolini, per non parlare di Neil Young. Dischi dove in teoria succede poco a livello musicale, ma quel "poco" viene eseguito in modo divino, tra chitarre acustiche, un piano (Norah Jones o Benmont Tench ma anche lo stesso Ryan), un organo (ancora Benmont Tench, veramente magnifico), una sezione ritmica discreta ma presente e su tutto la voce ispiratissima di Ryan Adams che inanella una serie di ballate calde ed avvolgenti, a partire dalla magnifica Dirty Rain dove l'organo di Tench disegna magici ghirigori intorno agli altri strumenti. Anche Ashes and Fire con quel suo suono tra la West Coast dei primi Eagles, certe sonorità della Band e quell'onnipresente pianino che mi ricorda l'Elton John degli inizi è una gran della canzone, c'è anche uno dei rari, ma efficaci, assoli di chitarra elettrica ben delineata dalla produzione di Glyn Johns, attenta a tutti i particolari.
Ho una particolare predilezione per un brano come Come Home (non è un rafforzativo, in inglese è così) che inizia con un giro di chitarra acustica che esce pari pari dai solchi dei dischi più belli di James Taylor e cresce lentamente, con dolcezza, fino al minuto 1'17" quando entrano contemporaneamente una pedal steel e la seconda voce di Norah Jones e il rito dei vecchi duetti indimenticabili tra Gram Parsons ed Emmylou Harris rivive con forza, veramente una canzone memorabile. Rocks magari non terrà fede alla lettera al suo titolo ma ricorda molto la musica del Neil Young dei primi album, quello meno rocker ma grande balladeer, intenso e quasi sussurrato in un leggero falsetto, questo brano ha molti punti in comune con l'opera del canadese e il leggero arrangiamento di archi aggiunge una patina di malinconia a tutto l'insieme. Do I Wait è un'altra bellissima, direi maestosa canzone dalle atmosfere sospese con l'organo di Benmomt Tench ancora una volta grande protagonista e l'assolo di chitarra che guida il crescendo finale prima del ritorno alla quiete. Molto bella anche la breve Chains Of Love (ma ce n'è una brutta?) con il dualismo tra le chitarre e la sezione di archi e la voce più spiegata di Ryan Adams.
Invisible Riverside mi ha ricordato per ceri versi la musica del suo "concorrente" Ray LaMontagne che a sua volta prende la sua ispirazione da Van Morrison (che però ricorre nella musica di entrambi, e lui, Van, lo sa e si incazza, perchè nessuno lo riconosce), il minimo comun denominatore è la produzione di Ethan Johns (sorgono antichi ricordi scolastici, sembra di parlare di Plinio il Giovane e Plinio il vecchio, entrambi saggi filosofi come i rappresentanti della famiglia Johns). Save me di nuovo con pedal steel a manetta, di nuovo con la seconda voce di Norah Jones, di nuovo quel country "cosmico" che tanto piaceva nei primi anni '70 e sembra ritornare ciclicamente, archi, piano, organo e la sezione ritmica più presente sono gli altri elementi indispensabili. Non sarà mica una bella canzone? Mi sa di sì!
E pure Kindness, gli elementi sono quelli del brano precedente, meno la pedal steel ma con il piano aggiunto di Norah Jones e la sua voce dolce e sussurrata che si integra alla perfezione con quella di Ryan Adams, nel finale anche l'immancabile organo d'ordinanza e una chitarra acustica si contendono con il pianoforte la guida del brano mentre i due gorgheggiano che è un piacere. Lucky Now secondo alcune critiche ricorda il Jackson Browne più Westcoastiano degli inizi, ma ci sarà anche lo zampino di Glyn Johns che era dietro alla consolle nei primi 3 dischi degli Eagles, quelli che viaggiavano su queste coordinate. L'ultimo assolo di chitarra elettrica del disco (chi la suona? Non ho le note del CD, non vi so dire) suggella i paralleli.
Si chiude con un'altra...bellissima, indovinato! ballata younghiana, cantata anche in falsetto per togliere ogni dubbio. si chiama I Love You But I Don't Know What To Say, una bella dedica alla sua dolce metà Mandy Moore, sposata in piena crisi nel Febbraio 2009 e che sembra avere portato stabilità e serenità nella sua vita e nella sua musica.
A me piace, sentitelo e mi farete sapere, ma anche no.
Bruno Conti
19:13 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
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11/11/2010
Quasi Perfetto! Tom Petty And The Heartbreakers - Damn The Torpedoes Deluxe Edition
Tom Petty & The Heartbreakers - Damn The Torpedoes - 2CD Mca/Universal
Tom Petty ha compiuto 60 anni il 20 ottobre scorso e quest'anno ha pubblicato uno dei dischi più belli della sua lunga carriera, Mojo, ma di quel disco abbiamo già parlato a lungo. In questi giorni (il 9 novembre negli States e il 16 novembre in Europa, Italia compresa) esce questa versione Deluxe di uno dei dischi più belli della sua discografia, quel Damn The Torpedoes pubblicato originariamente il 19 ottobre del 1979 (quindi che anniversario è?). Il 30° + 1 che fa il paio con il 30° + 2 (anni) dell'edizione Deluxe di Darkness On The Edge of Town di Springsteen, evidentemente ora usa così.
Damn The Torpedoes è uno dei dischi rock più belli di sempre, quella sequenza iniziale con Refugee watch?v=3u9O5N5dGzo, Here Comes My Girl, Even The Losers e Shadow Of A Doubt è da annali della musica rock, quattro brani così fantastici, uno dietro l'altro si rammentano a fatica nella storia degli Lp ( e anche dei CD se è per questo). Oltre a tutto risentiti oggi non hanno perso una virgola del loro fascino anche grazie all'ottimo lavoro di produzione che fece ai tempi Jimmy Iovine e di quello fatto oggi in fase di rimasterizzazione. Bellissimo, non si può aggiungere altro: o meglio si può aggiungere che ci sono altri due brani straordinari, la conclusiva Louisiana Rain e la trascinante Don't Do Me Like That. Senza nulla togliere al valoro delle eccellenti Century City, You Tell Me e quella che mi piace meno (ma giusto un zinzinino) What Are Doin' In My Life (anche se il lavoro alla slide di Mike Campbell è ottimo come sempre). Benmont Tench è uno dei tastieristi più importanti dell'ultimo trentennio della musica rock e Stan Lynch a me, come batterista, piaceva moltissimo. Già che ci siamo aggiungiamo Ron Blair che era il bassista dell'epoca e il cerchio della (quasi) perfezione si completa. Poi vi spiego quel "quasi" che ricorre, ma vi do un indizio subito. Finiti i nove brani dell'album originale passiamo alle nove bonus tracks, peraltro molto interessanti.
Nowhere è uno dei due inediti in assoluto e non avrebbe assolutamente sfigurato nell'album originale anzi ci si chiede perché l'hanno tenuto nel cassetto (o dove diavolo era) fino ad oggi, un pezzo rock con un ottimo lavoro di Campbell alla solista e la sezione ritmica che picchia di gusto in puro stile Heartbreakers (forse c'erano già troppe belle canzoni nel disco? Sarebbe da masochisti, ma come hanno dimostrato Dylan,Springsteen e Morrison nel corso degli anni, non sempre gli artisti sono i migliori giudici nello scegliere i brani da inserire nei propri album, in caso contrario non avremmo avuto quella caterva di stupendi album pieni di inediti usciti a posteriori). Surrender, in un'altra versione, era per la verità già apparsa nel doppio Anthology Through The Years, comunque è uno di quei tipici brani jingle-jangle di Tom Petty che tanto devono ai Byrds e a Roger McGuinn, molto bella in ogni caso. Casa Dega e It's Raining Again erano due lati B dei 45 giri del tempo, entrambe piacevoli, soprattutto la prima, la seconda dura solo 1 minuto e 33 secondi, in pratica un intramuscolo. E non dimentichiamoci che erano già apparse entrambe nel Box Sestuplo Playback (ma noi si ricompra sempre, tanto che ce frega). Poi ci sono tre brani dal vivo tutti e tre registrati all'Hammersmith Odeon di Londra il 6 marzo del 1980: un'ottima versione, bella tirata, di Shadow Of A Doubt, Don't Do Me Like That, non male anche questa, con l'organo e il piano di Tench a duellare con la chitarra di Campbell, ma finisce in un baleno, due minuti e cinquanta e andare. La terza, anche più corta, è la rockandrollistica (per coniare un eufemismo) Somethin' Else, come al solito grande ritmo e energia. Ma se le uniamo a Here Comes My Girl che era sulla Live Anthology e a tutti gli altri brani del concerto (che evidentemente esistono) non si poteva pubblicare il tutto in un bel CD dal vivo, magari doppio? Chiedo!
Rimangono i due demo, Casa Dega (che era molto più bella nella versione B-Side) molto piacevole e una notevole versione alternata di Refugee che come la prendi, in qualunque versione, è comunque un brano fantastico, false partenze incluse.
A questo punto però è giunto il momento di spiegare il "quasi pefetto" del titolo: premesso che se non lo avete questo è un disco da avere assolutamente in qualsiasi discoteca che si rispetti e le bonus aggiungono al fascino. Ma è doppio!?! Bella forza direte voi e questo il suo pregio, sì ma io mi sono fatto due conti (visto anche il cognome) e vi do conto del mio "Sgub alla Biscardi", cioè una cosa ovvia se ci pensi, 18 pezzi dicasi diciotto che sommati fanno la bellezza di 67 minuti e 28 secondi. Quindi "ciulati" ancora una volta visto che ci stava tutto comodamente su un CD singolo e avanzava pure dello spazio. Il disco è bello però costa come un doppio, quindi pensare bene prima di investire, fans esclusi che l'avranno già comprato. Volendo farsi del male a livello finanziario esiste anche in versione doppio LP (con buono per il download incluso), Blu-Ray per i patiti dell'Hi-Fi (idem come sopra per il download della parte audio) e, ovviamente, per il download digitale. In Italia c'è solo la versione doppio CD.
Comunque la versione singola, quella "perfetta" da 36 minuti e 40 secondi, rimasterizzata nel 2001, la trovate in promozione in questo periodo a 5 euro e 90 centesimi (centesimo più, centesimo meno), questo a titolo informativo.
Bruno Conti
19:16 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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04/04/2010
Beth Nielsen Chapman - Back To Love
Beth Nielsen Chapman - Back To Love - BNC Records
Le sue canzoni sono state cantate da Faith Hill, Trisha Yearwood, Emmylou Harris, Willie Nelson, Elton John, Neil Diamond, Michael Mc Donald tra gli altri, mica male. Ha registrato dieci album, compreso un Greatest Hits alla fine degli anni '90 e questo Back To Love. Una carriera iniziata nel 1980 con un disco Hearing It First scomparso nelle nebbie del tempo, poi una pausa di dieci anni per farsi una famiglia e poi il ritorno alla musica nel 1990 con un disco omonimo che l'ha fatta conoscere al grande pubblico americano. Poi nel 1993 mentre stava registrando il nuovo album You Hold The Key al marito Ernest Chapman viene diagnosticato un tumore che l'avrebbe ucciso nel 1994. Purtroppo la storia tragica della vita della Beth Nielsen Chapman non finisce qui: nel 1997 pubblica il suo disco di maggior successo quel Sand And Water che contiene il brano dallo stesso titolo cantato da Elton John in episodio della settima stagione di ER. Nel 2000 inizia la sua battaglia per un tumore al seno, ma ancora una volta riesce a sconfiggere le avversità e la malattia. Per farla breve, in anni recenti, la nostra amica è stata anche operata per un tumore benigno al cervello e continua a fare musica ed eccola qua.
Nativa di Harlingen, Texas da molti anni vive nella Music City, Nashville e la sua musica risente di questo fatto, anche se il suo country ha forti tinte pop, anzi diciamocelo chiaramente il suo genere è prettamente quel mainstream pop che in altre mani darebbe orrendi risultati, ma forte di una bella voce, la capacità di comporre belle canzoni e di scegliere collaboratori di gran classe l'hanno resa una piccola icona degli amanti di quelle cantanti che proseguono la tradizione delle voci femminili americane anni '70 come Linda Ronstadt, Carole King, Bette Midler, Bonnie Raitt nelle loro propaggini più commerciali.
Anche se la Nielsen Chapman è capace di zampate sorprendenti: il suo disco precedente Prism è un doppio album concept cantato in nove lingue, compreso il latino, la lingua ebrea, il sanscrito e il dialetto navajo (vai Tex Willer, anzi Aquila della notte!) e contaminato dalla musica etnica di tutto il mondo con spunti di country, folk e rock, disco non facile ma di notevole qualità.
Questo Back To Love, già dal titolo, segna un ritorno verso atmosfere più morbide e commerciali ma si segnala per la qualità delle canzoni: dall'iniziale Hallelujah (non quella di Cohen) scritta e cantata con il bravissimo Darrell Scott autore dello splendido Modern Hymns un album tra i più belli del 2008. La collaborazione prosegue nella solare I Can See Me Loving You dove il bouzouki della Nielsen Chapman si intreccia con la chitarra di Darrell Scott e il piano di Benmont Tench, e il mandolino e la slide dove li vogliamo mettere, alla faccia della musica commerciale. Che comunque c'è, Even As It All Goes By farebbe la sua porca figura in, che so, Coming Around Again di Carly Simon, siamo sui quei territori musicali per intenderci, pop ma di gran classe. How We Love è una bellissima ballata pianistica che potrebbe essere stata scritta da Elton John ma potrebbe figurare anche nel repertorio, orrore, di Celine Dion. La parola Love è presente in cinque titoli sugli undici brani compresi, quindi sapete cosa aspettarvi ma il tutto è visto attraverso l'ottica di una persona che ha visto malattie e dolori e ha sempre saputo "Tornare all'Amore". In Shadows ci sono echi della vocalità di Joni Mitchell (la Beth Nielsen Chapman ha una bellissima voce) e di certe atmosfere alla Simon & Garfunkel - caspita, ma allora questo disco deve essere bello? Confermo - Aggiungerei che Happiness, ancora molto Carly Simon, è il brano scritto dopo avere felicemente superato l'operazione per il tumore al cervello.
Confesso che oggi avrei voluto parlarvi di una "nuova scoperta" un certo Otis Gibbs, un geniale cantautore americano indipendente, per usare un eufemismo, ma ci sto lavorando per i prossimi giorni, vi anticipo che il disco si chiama Joe Hill's Ashes ed è un piccolo capolavoro.
Bruno Conti
18:58 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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