Un Ottimo “Esordio” Per Due Promettenti Ragazze! Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet

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Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet – Silver Cross/Thirty Tigers CD – 18-08-2017

Non tutti sanno che Shelby Lynne ed Allison Moorer, oltre ad essere due belle ragazze (anzi donne, dato che vanno entrambe per la cinquantina) e due brave cantautrici, sono anche sorelle: infatti il nome completo della Lynne è Shelby Lynn Moorer http://discoclub.myblog.it/2010/05/19/un-disco-di-gran-classe-shelby-lynne-tears-lies-and-alibis/ . A parte queste considerazioni di parentela, le due musiciste hanno sempre condotto due carriere parallele, con alterne soddisfazioni e senza mai neppure rischiare di diventare delle superstars al livello, per esempio, di una Trisha Yearwood o di una Reba McEntire: troppa qualità nella loro musica, e troppo poche concessioni al pop che a Nashville spacciano per country, anche se la Lynne qualcosa negli anni, ad inizio carriera, ha concesso (ed infatti ha venduto più della sorella, che ha sempre mantenuto la barra dritta, proponendo un country di stampo cantautorale di ottimo livello http://discoclub.myblog.it/2015/04/02/pene-damor-perduto-ritorno-alle-origini-del-suono-allison-moorer-down-to-believing/ ). Un disco insieme però non lo avevano mai fatto, almeno fino ad ora: Not Dark Yet è infatti il primo album di duetti delle due sorelle, che hanno deciso per questo loro “esordio” di riporre le rispettive penne (tranne in un caso) e di omaggiare una serie di autori da loro amati, scegliendo nove brani molto eterogenei, canzoni di provenienza non solo country, ma anche rock, folk e addirittura grunge (e privilegiando titoli tutt’altro che scontati), arrangiando il tutto in maniera raffinata e con sonorità pacate, gentili e meditate, a volte quasi notturne, con le due voci al centro di tutto ed un accompagnamento sempre di pochi strumenti.

E per quanto riguarda la scelta dei musicisti sono state fatte le cose in grande: la produzione è infatti nelle mani del bravo Teddy Thompson (figlio di Richard e Linda), che ha riunito una superband formata da Doug Pettibone e Val McCallum alle chitarre (entrambi a lungo con Lucinda Williams), Don Heffington e Michael Jerome alla batteria, Taras Prodaniuk al basso e soprattutto il formidabile Benmont Tench (degli Heartbreakers di Tom Petty, ma che ve lo dico a fare?) protagonista in quasi tutti i brani con il suo splendido pianoforte, essenziale per il suono di questo disco, a volte quasi al livello delle voci delle due leader. Il resto lo fanno le canzoni e la bravura di Shelby ed Allison nell’interpretarle, a partire dall’iniziale My List, un brano della rock band di Las Vegas The Killers: non conosco l’originale, ma qui siamo di fronte ad una intensa ballata, intima e toccante, con le due voci che si alternano fino all’ingresso della band, momento in cui il suono si fa pieno e con il predominio di piano, chitarre ed organo, davvero una bellissima canzone. Every Time You Leave è un brano dei Louvin Brothers, affrontato in modo classico, voci all’unisono ed arrangiamento di puro ed incontaminato stampo country, sullo stile del trio formato da Emmylou Harris, Dolly Parton e Linda Ronstadt, ancora con uno splendido pianoforte; Not Dark Yet è una delle più grandi canzoni degli ultimi vent’anni di Bob Dylan, ed è materia dunque pericolosa: le due ragazze scelgono intelligentemente di non variare più di tanto l’arrangiamento, lasciando il mood malinconico dell’originale ma rendendo l’atmosfera meno cupa ed accelerando leggermente il ritmo.

E poi una grande canzone, se sei bravo, resta sempre una grande canzone. I’m Looking For Blue Eyes è un’altra intensa slow ballad scritta da Jessi Colter, ancora con piano, chitarra e le due voci in gran spolvero; splendida Lungs, di Townes Van Zandt, una western tune perfetta per le due sorelle, con lo spirito del grande texano presente in ogni nota, un uso geniale del piano e l’atmosfera tesa e drammatica tipica del suo autore, mentre The Color Of A Cloudy Day è il brano più recente della raccolta, essendo del duo marito e moglie Jason Isbell/Amanda Shires, ed è l’ennesima bellissima canzone del CD, anzi direi una delle più belle, con una melodia di cristallina purezza: complimenti per la scelta. Silver Wings di Merle Haggard è forse la più nota tra le cover presenti, e le Moorer Sisters la trattano coi guanti di velluto, mantenendo arrangiamento e melodia originali ma aggiungendo il loro tocco femminile, mentre Into My Arms è una sontuosa ballata di Nick Cave (apriva il bellissimo The Boatman’s Call), riproposta con grande classe e finezza, e con una dose di dolcezza e sensualità che obiettivamente al songwriter australiano mancano. Il CD, che è quindi tra le cose migliori delle due protagoniste, si chiude con una sorprendente Lithium dei Nirvana, che è il brano più elettrico della raccolta anche se siamo distanti anni luce dal suono di Cobain e soci (ed è comunque la scelta che mi convince meno), e con Is ItToo Much, unico brano nuovo scritto dalle due, un pezzo notturno e suggestivo il cui suono a base di chitarra sullo sfondo e pianoforte cupo fa venire in mente le atmosfere di Daniel Lanois: un finale che, oltre a confermare la bontà del disco, dimostra che se volessero le due sorelle potrebbero bissare con un intero album di brani autografi dello stesso livello.

Esce il 18 Agosto.

Marco Verdi

Ritorna Uno Degli Album “Classici” Degli Anni ’80 In Versione Deluxe! Stevie Nicks – Bella Donna

stevie nicks bella donna

Stevie Nicks – Bella Donna – Atco/Rhino Deluxe Edition 3 CD

Ci sono dei dischi che risentiti a distanza di tempo risultano delle mezze delusioni, altri che sorprendono per l freschezza che hanno mantenuto nel tempo e poi ci sono i capolavori senza tempo. Direi che questo Bella Donna di Stevie Nicks probabilmente non rientra nella terza categoria, ma ci si avvicina molto: non sentivo il disco da parecchi anni e devo ammettere che riascoltandolo 25 anni dopo la sua uscita originale mi sono meravigliato di quanto sia bello. Dieci canzoni, tutte di grande qualità, e del tutto all’altezza di quanto la bionda di Phoenix, ma californiana per elezione, abbia fatto con la sua band, i Fleetwood Mac, di cui è sempre stata strenua “difenditrice” (per quanto il vocabolo al femminile suoni male), l’unica del trio delle stelle, con Lindsey Buckingham e Christine McVie, sempre presente nelle varie reunion del gruppo. La storia di Bella Donna, narrata con dovizia di particolari nel corposo libretto che è allegato alla tripla versione Deluxe, è abbastanza nota, ma facciamo un veloce ripasso. Siamo alla fine del 1980, i Fleetwood Mac sono al termine del tour mondiale per promuovere Tusk, disco che non ha ripetuto le vendite colossali di Rumours, ma ha raggiunto comunque i due milioni di vendite complessive e l’unanime plauso della critica, però quello viene considerato il disco di Buckingham (anche se ci sono ben cinque canzoni di Stevie, tra cui la splendida Sara). Comunque i rapporti amorosi intrecciati (e la loro fine), tra i vari componenti del gruppo hanno creato un ambiente quasi invivibile, la tensione tra Nicks, Buckingham e Mick Fleetwood è alle stelle, quindi Stevie. nelle pause tra una data e l’altra, si rifugia spesso nelle hall degli alberghi dove trova un pianoforte, per scrivere bozzetti di quello che sarà il suo primo album solista.

Ma prima fonda la propria etichetta, la Modern Records, all’interno del gruppo Warner/Atco, trova un produttore, Jimmy Iovine (scelto perché la Nicks voleva chiunque stesse producendo i dischi di Tom Petty), che poi diventerà anche il suo fidanzato, il quale le procura, in mancanza di un gruppo, alcuni dei migliori musicisti, non turnisti (questa è una pregiudiziale fondamentale), che suonavano in alcune delle migliori band americane: ed ecco Roy Bittan dalla E Street Band, Michael Campbell, Benmont Tench e Stan Lynch degli Heartbreakers, Don Felder e l’ex boyfriend Don Henley dagli Eagles, ma anche il chitarrista di Elton John Davey Johnstone, Waddy Wachtel alle chitarre, Bill Payne dei Little Feat al piano in un pezzo, Bobbye Hall alle percussioni, Bob Glaub al basso e Russ Kunkel alla batteria, per una sezione ritmica da sogno, oltre alle sue inseparabili amiche, e grandi esperte di armonie vocali, Lori Perry e Sharon Celani. Tutti coadiuvati da Iovine, che reduce dai suoi lavori, prima con John Lennon e Bruce Springsteen, poi con Meat Loaf e la Patti Smith di Easter, a soli 27 anni è uno dei produttori del momento, anche grazie al suo successo con Damn The Torpedoes di Tom Petty And The Heartbreakers, che convince, grazie alla loro complicità amorosa, la sua fidanzata, che comunque gli presenta una serie di splendide canzoni, alcune appena composte, altre recuperate dal passato, a registrare come singolo, un pezzo che Tom Petty e Mike Campbell avevano scritto apposta per lei (e da lì nascerà una “amicizia” e una collaborazione tra i due che proseguirà per tutti gli anni ’80), la bellissima Stop Draggin’ My Heart Around, uno splendido esempio del miglior rock americano dell’epoca.

Ma nel disco ci sono altre 9 canzoni, tra cui 3 ulteriori singoli: la poderosa Edge Of Seventeen, dedicata alla prima moglie di Petty, Jane, e il cui titolo nasce da un equivoco, quando Stevie chiese loro da quando si conoscevano lei gli rispose “from the age of seventeen” con un forte accento della Florida e la canzone prese quel titolo, oltre ad uno dei riff di chitarra più conosciuti dell’epoca, creato da Waddy Wachtel, e intorno al quale le Destiny’s Child di Beyoncé hanno costruito la loro hit Bootylicious, mentre il pezzo della Nicks è un grande esempio di rock californiano, degno delle migliori cose dei Fleetwood Mac, con le tre vocalist scatenate. La vellutata, fin dal titolo, Leather And Lace, era nata come una canzone da donare a Waylon Jennings e Jessi Colter per un duetto non utlizzato, e nel disco la ballata acustica viene eseguita in coppia con Don Henley, che entra solo nel finale, ma la canta da par suo. After The Glitter Fades, splendida, è una canzone dall’impianto country, con la pedal steel di Dan Dugmore e il piano di Roy Bittan in grande evidenza, oltre a Stevie che la canta in modo celestiale, con quella voce riconoscibile fin dalla prima nota, una delle più caratteristiche del rock americano.

Tra le altre canzoni la title-track è un’altra perfetta ballata mid-tempo di stampo west-coastiano, romantica e corale, di nuovo con il piano, questa volta Benmont Tench, protagonista assoluto, ma splendido anche il lavoro di tessitura della chitarra di Wachtel e i saliscendi nella costruzione sonora del brano; Kind Of Woman porta anche la firma di Tench, e grazie agli arpeggi dell’acustica di Johnstone potrebbe ricordare il sound dell’Elton John “americano”, ancora perfetto il lavoro di chitarra di Waddy Wachtel, uno dei grandi non celebrati dello strumento, mentre Think About It, che porta anche la firma di Roy Bittan, vede la presenza, proprio al piano, di Bill Payne, la canzone è una sorta di esortazione all’amica e compagna di avventura nei Mac, Christine McVie, a pensarci bene prima di andarsene dalla band , un altro brano molto bello, ma non ce n’è uno scarso, con un arrangiamento avvolgente e il suono nitido e ben delineato creato da Iovine, con tutti i musicisti registrati live in studio. After The Glitter Fades, di nuovo dalla chiara impronta country, con chitarre, piano e pedal steel celestiali, è un messaggio della giovane Stevie, alla futura stella Nicks, scritto in gioventù quando lei e Lindsey si arrabattavano tra mille mestieri in cerca di una futura gloria. How Still My Love è un altro brano dove si apprezza il classico sound pop-rock di eccellente fattura tipico dei Fleetwood Mac d’annata, come pure Outside The Rain, altra canzone forse minore, ma comunque di sicura presa, con la conclusiva The Highwayman, dove appaiono ancora Johnstone, Henley e Mike Campbell, brano di nuovo intimo, quasi dolente, ma di caratura superiore.

Nel secondo CD della confezione ci sono versioni alternative di Edge Of Seventeen, più lunga e meno rifinita, con alcune false partenze, Think About It, quasi più bella dell’originale, How Still My Love dove un organo svolazzante aggiunge fascino e brio alla costruzione del pezzo, Leather And Lace, in versione alternativa acustica, senza Henley, ma comunque bella, Bella Donna, è in formato demo, solo voce e piano. Poi ci sono alcuni inediti: Gold And Braid, uscita solo nel cofanetto Enchanted, anche questa volta con falsa partenza, ma poi diventa un bel pezzo rock, Sleeping Angel, in una versione alternativa con mandolino, rispetto a quella più rock usata nella colonna sonora di Fast Times At Ridgemont High, che troviamo in chiusura del dischetto, altra canzone di buona fattura. Come pure If You Were My Love, prevista per Mirage e poi apparsa nel recente 24 Karat Gold, e The Dealer prevista in Tusk, e pubblicata solo, con nuovo arrangiamento, sempre in 24 Karat Gold, questa avrebbe fatto un figurone in Tusk, Rumours o Bella Donna, dove volete. Manca ancora l’altro brano tratto da una colonna sonora, Blue Lamp, dal film di animazione Heavy Metal (il genere musicale non c’entra), suono fin troppo pompato e anni ’80, quelli non buoni, comunque non orribile.

Il terzo CD prevede un concerto strepitoso, registrato al Wiltshire Theatre di Beverly Hills nella serata finale, 13 dicembre del 1981, del brevissimo tour per promuovere l’album: 14 brani in tutto, con una band della madonna, Roy Bittan, Benmont Tench, Waddy Wachtel, Bob Glaub, Russ Kunkel, Bobby Hall e le due coriste Lori Perry e Sharon Celani, con la presentazione del babbo di Stevie Nicks, e versioni lunghe e poderose di sette brani dell’album, oltre a Gold Dust Woman, minacciosa e tirata, Gold And Braid, che manco i migliori Fleetwood Mac forse avrebbero saputo fare meglio, e anche una versione tiratissima di I Need To Know, degna dei migliori Heartbreakers, oltre a sontuose versioni di Dreams, Angel, Sara  e in conclusione, dopo una incredibile Edge Of Seventeen di quasi nove minuti, anche una magnifica Rhiannon. Pochi giorni dopo sarebbe rientrata nei ranghi per registrare insieme agli altri Fleetwood Mac il nuovo album Mirage, ma questo Bella Donna rimane il suo quasi capolavoro, a maggior ragione in questa versione potenziata: splendido, forse l’ho già detto?

Bruno Conti        

Recuperi Estivi. Un Gruppetto Di Voci Femminili 1: Sara Watkins – Young In All The Wrong Ways

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Sara Watkins – Young In All The Wrong Ways – New West

Visto che siamo in piena stagione estiva, come tutti gli anni è venuto il tempo dei “recuperi”, e quindi andiamo a recensire un po’ di quegli album che per varie ragioni, soprattutto di tempo ma anche perché ingiustamente dimenticati, non sono andati a finire sul Blog. Una serie di Post sarà dedicata ad alcuni dischi dove protagoniste sono le voci femminili, ma non mancheranno album di generi diversi, senza comunque trascurare le uscite del mese di agosto, alcune anche assai interessanti. Ma andiamo con ordine.

Oggi parliamo di Sara Watkins, cantante e violinista californiana sopraffina, che negli ultimi anni aveva momentaneamente accantonato la sua carriera solista prima per la reunion dei Nickel Creek nel 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/05/27/ritorno-sulla-linea-tratteggiata-nickel-creek-dotted-line/ e poi nel 2015 per il delizioso quadretto d’assieme della Watkins Family Hour http://discoclub.myblog.it/2015/08/28/simpatico-affare-famiglia-amici-watkins-family-hour/. Ed ora, a quattro anni dal precedente Sun Midnight Sun, ritorna con il suo terzo album di studio, questo Young In All The Wrong Ways che ha avuto un esordio “sontuoso” nelle classifiche americane al 200° posto e la settimana successiva era già sparito, ma come sapete non è certo per questo motivo che recensiamo gli album, ci interessa la qualità e la buona musica e quelle ci sono in abbondante quantità. Si tratta del primo album con la nuova etichetta New West, ma alcune delle facce e dei nomi che la accompagnano sono quelli abituali: il fratello Sean Watkins alla chitarra, Benmont Tench, organo, piano, acustico e Wurlitzer, già presenti nei Watkins Family Hour. Più molte new entries, in rigoroso ordine alfabetico: Jay Bellerose alla batteria, il bravissimo Jon Brion a basso, chitarra e tastiere varie, Tyler Chester alle tastiere, Jim James Sarah Jarosz, vocalist aggiunti, come pure Aoife O’Donovan, Noam Pikelmy dei Punch Borthers, alla chitarra e Gabe Witcher della stessa band, che oltre a suonare decine si strumenti nel disco, ne ha curato gli arrangiamenti, la produzione ed è stato l’ingegnere del suono. E sono solo alcuni, i più conosciuti, poi ce ne sono molti altri utilizzati a french horn, arpa, cello, pedal steel, chitarre, contrabbasso (Paul Kowert, anche lui dei Punch Brothers), flauto, clarinetto, sax, una strumentazione ricchissima quindi.

Le dieci canzoni portano tutte le firma della Watkins, che ormai è diventata cantautrice a tutti gli effetti, con un album che non dimentica i vecchi amori per bluegrass e country, oltre a contenere elementi folk, ma poi spazia con eleganza in tutti gli stili, anche in ambito pop e rock (peraltro già usati con buon profitto nel disco del 2012), morbido quanto si vuole ma di buona sostanza. Prendiamo la title track che ruota attorno alla voce dolce ma grintosa della protagonista, come pure ad un suono decisamente rock, con chitarre elettriche ben presenti, una ritmica marcata e continui cambi di tempo, arrangiamenti raffinati e curatissimi di Witcher, che potrebbero ricordare sia le morbidezze di Norah Jones quanto lo stile più grintoso di Aimee Mann, o ancora della sua amica Fiona Apple,  ma pure Sarah Jarosz Aoife O’Donovan (con lei nella band I’m With Her), che curano le armonie vocali del pezzo, insomma una bella partenza. The Love That Got Away è una esile ballata che ruota attorno ad una strumentazione più parca, con piano, cello, forse un mandolino e poco altro a sostenere la deliziosa voce della Watkins, sempre sorretta da piccoli tocchi vocali aggiunti dagli ospiti. Molto bella anche la mossa One Last Time, con un po’ di picking country-bluegrass, elementi swing con il contrabbasso che guida il ritmo, la voce birichina e solare di Sara, armonie vocali deluxe, anche di Jim James, e i consueti continui cambi di tempo che tengono desta l’attenzione dell’ascoltatore, oltre a un breve assolo al violino, suo strumento di elezione. Move Me, il secondo singolo tratto dall’album, pur essendo il brano più lungo, è un’altra costruzione pop-rock di grande efficacia, e scorre con fluidità e semplicità, caratteristica di tutto l’album, improntato intorno alle grandi sensibilità dei musicisti utilizzati, qui Benmont Tench con pochi tocchi di organo rende magico un bel pezzo già dall’impianto sonoro solido, con la chitarra, presumo di Brion, a regalare grinta e spunti strumentali di gran classe.

Like New Year’s Day è un perfetto brano da cantautrice completa, una ballata avvolgente e raffinata, con una bella melodia che ti affascina e la voce che porge il testo con partecipazione e pathos, veramente bella, degna della migliore West Coast dei tempi d’oro. Say So potrebbe ricordare i Fleetwood Mac solari e californiani quando a guidare la canzone erano le voci di Christine Perfect e Stevie Nicks, pop di nuovo raffinato e di grande sostanza e con un bel crescendo incalzante, mentre Without A Word, con un piano Wurlitzer ammaliante e una chitarra acustica a guidare le linee melodiche della canzone, è una bella ballata di stampo folk-jazz, con le solite filigrane perfette della voce della Watkins, inquadrate dall’arrangiamento che ricorda i brani migliori della Norah Jones ricordata all’inizio. The Truth Won’t Set Us Free https://www.youtube.com/watch?v=9g2bQSfEswQ , malinconico racconto di un matrimonio finito male, ha però un drive sonoro movimentato, una sorta di honky-tonk country, dove il piano di Tench, il violino di Sara e una chitarra elettrica twangy alla Albert Lee o alla James Burton ci trasportano dalle parti delle Emmylou Harris Dolly Parton più pimpanti.

Per completare l’album mancano la malinconica Invisible, altra splendida ballata folkie ed intimista, di nuovo rivestita da Witcher con un arrangiamento complesso e di grande fascino, armonie vocali ad illuminarne la struttura leggermente cupa ma non triste. E per finire Tenderhearted, un brano che non sfigurerebbe nel songbook della migliore Emmylou Harris, una canzone che gli americani definirebbero “plaintive”, tradotto in italiano suona lamentoso, ma ci siamo capiti, anche se il dizionario non ci sorregge. Fino ad oggi forse il disco migliore e più completo della carriera di Sara Watkins, con tutte le sue anime musicali ben rappresentate. 

Bruno Conti

Con Un Po’ Di Ritardo, Anche Se La Grande Musica Non Ha Scadenza! Tom Petty & The Heartbreakers – Kiss My Amps Live Vol. 2

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Tom Petty & The Heartbreakers – Kiss My Amps Live Vol. 2 – Reprise/Warner LP

Sono riuscito a mettere le mani soltanto ora su questo vinile di Tom Petty & The Heartbreakers, una delle uscite di punta dell’ultimo Record Store Day dello scorso Aprile, e seguito del primo volume uscito nell’autunno del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/23/per-pochi-intimi-ma-comunque-sempre-grande-musica-tom-petty/ . Ma, con tutto il rispetto per il primo Kiss My Amps, qui siamo su un altro pianeta: intanto quello era poco più di un EP mentre questo con i suoi dieci brani può essere considerato a tutti gli effetti un album (anche se con Petty dal vivo vorrei sempre avere minimo un triplo), e poi perché là su sette pezzi totali ben sei provenivano da Mojo, un disco che anche a distanza di qualche anno non riesco a considerare tra i più riusciti di Tom, mentre qui la scelta delle canzoni è più eterogenea e ci sono anche quattro cover decisamente interessanti. Che Petti ed i suoi Spezzacuori (Mike Campbell, Benmont Tench, Ron Blair, Scott Thurston e Steve Ferrone) dal vivo fossero una macchina da guerra non lo si scopre certo oggi, insieme alla E Street Band sono probabilmente la migliore live band al mondo, in grado di suonare qualsiasi cosa e renderne la versione definitiva: il loro cofanetto The Live Anthology è sicuramente uno dei box set da isola deserta, ed il loro concerto a Lucca di qualche anno fa è uno dei migliori show a cui ho assistito in vita mia. In conseguenza, anche questo secondo Kiss My Amps è un live album bellissimo, con i nostri in gran forma che rivisitano una manciata di classici, qualche oscuro ripescaggio e, come ho già detto, alcune cover da urlo, il tutto suonato con il solito mix di feeling e bravura, al punto che alla fine della seconda facciata ci si dispiace che sia già finito. I dieci pezzi sono stati incisi tutti nel 2013, quattro al Beacon Theatre di New York, altrettanti al Fonda Theatre di Los Angeles e due al Festival Bonnaroo a Manchester (nel Tennessee, non in Inghilterra).

Il disco parte con una spedita e fluida So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds, un pezzo che Petty aveva già pubblicato nel suo primo live ufficiale Pack Up The Plantation: il brano non è tra i miei preferiti dell’ex gruppo guidato da Roger McGuinn, ma come apertura ci può stare benissimo e poi gli Heartbreakers sono subito in palla (e come pesta Ferrone). Quindi ecco una bella versione, molto rock’n’roll, di (I’m Not Your) Steppin’ Stone dei Monkees, che non esito a definire migliore dell’originale, con l’organino di Tench a mantenere il sapore anni sessanta ma con il resto del gruppo che suona con un’energia quasi da punk band (e Campbell inizia ad arrotare da par suo). Il momento ad alto tasso elettrico prosegue con la potente Love Is A Long Road (tratta del million seller Full Moon Fever), non il brano più noto di quelle sessions ma di certo una delle rock song più coinvolgenti dei nostri, soprattutto dal vivo: gran ritmo, chitarre ruggenti e Petty che canta con la solita classe da rocker consumato. Two Gunslingers fa anch’essa parte del periodo Jeff Lynne di Tom, in origine un pop rock decisamente gradevole ed immediato, che qua si trasforma in una delicata ballata di stampo acustico (ma full band), una versione decisamente piacevole e diversa di un classico minore del nostro. Sinceramente non ricordavo When A Kid Goes Bad (era su The Last DJ, forse il disco meno bello della carriera di Petty), un uptempo rock tipico del nostro e niente male risentito in questo contesto, anche se già con Live At The Olympic gli Heartbreakers avevano dimostrato come sapevano trasformare on stage un album zoppicante in un grande disco. Ed ecco uno dei magic moments dell’album: Willin’ dei Little Feat è già di suo una delle più grandi canzoni di sempre, e vi lascio immaginare come può uscirne dopo il trattamento di Petty e soci, che mettono al centro del brano la splendida melodia di Lowell George rivestendola di sonorità da vera roots band (grandissimo BenmontTench, il Nicky Hopkins dei giorni nostri), una rilettura sontuosa che meriterebbe di essere pubblicata più su larga scala, pelle d’oca pura.

Il lato B si apre con una stupenda ballata tratta da Southern Accent: The Best Of Everything è un meraviglioso slow profondamente influenzato da The Band (ed infatti l’originale era prodotto da Robbie Robertson), un pezzo che ci conferma che il Petty balladeer non è di certo inferiore al rocker, e la band, guidata ancora dal pianismo liquido di Tench, suona alla grande (ma questo lo si sapeva); negli anni Tom ha spesso e volentieri suonato dal vivo brani dei Traveling Wilburys (a differenza dei suoi ex compagni nel supergruppo), prima Handle With Care, poi End Of The Line, mentre qui abbiamo una formidabile versione di otto minuti di Tweeter And The Monkey Man, uno dei più coinvolgenti e divertenti pezzi di Bob Dylan (ma Petty ha collaborato alla stesura del brano): Tom conduce la canzone con piglio sicuro, dylaneggiando alla grande, mentre il resto del gruppo è un treno. Anche questa tra gli highlights del disco. Il live termina con due scintillanti versioni di altrettanti classici del nostro, una rilettura elettroacustica di Rebels, che in origine aveva uno dei più bei riff di chitarra del repertorio degli Spezzacuori, ma qui diventa una ballata pianistica purissima, e la cavalcata elettrica di A Woman In Love (It’s Not Me), il brano più vintage tra quelli presenti, puro Heartbreakers sound.

Dopo il bellissimo secondo lavoro dei Mudcrutch (per chi scrive disco dell’anno finora) http://discoclub.myblog.it/2016/05/16/i-ragazzi-promettono-bene-anteprima-anniversario-mudcrutch-mudcrutch-2/ , un altro album da non perdere da parte di Tom Petty (& The Heartbreakers): vale la pena fare un po’ di fatica per trovarlo.

Marco Verdi

Ma Un Bel Bootleg Series Ufficiale Dedicato A Questo Tour No? Bob Dylan & Tom Petty – Live On The Radio ’86

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Bob Dylan & Tom Petty – Live On The Radio ’86 – RoxVox CD

Di solito non mi occupo di bootleg (perché i concerti radiofonici questo sono, nonostante per la legge inglese siano perfettamente legali), in primis perché ne escono troppi e già faccio fatica a star dietro ai dischi ufficiali, e poi perché molto spesso la qualità di registrazione lascia alquanto a desiderare. Ogni tanto però qualche eccezione la faccio, come nel caso di questo Live On The Radio ’86 intestato a Bob Dylan e Tom Petty, che documenta un concerto registrato a Sydney durante la tournée dei due insieme agli Heartbrakers che, tra il 1986 ed il 1987, toccò tutti i continenti, ottenendo un grandissimo successo di critica e pubblico, e fu eletto uno dei tour di maggior impatto di tutti gli anni ottanta.

Dylan in quegli anni, se discograficamente parlando stava affrontando il suo periodo peggiore, dal vivo era invece in forma smagliante, ed aveva trovato negli Spezzacuori la sua backing band ideale (ma lo sarebbero per chiunque, tranne che per Bruce Springsteen che ce l’ha già): purtroppo anche all’epoca per godere di queste performances ci si doveva rivolgere ai bootleg, in quanto l’unica pubblicazione ufficiale fu un video VHS, splendido ma troppo breve (dieci canzoni, meno di un’ora!) intitolato Hard To Handle, anch’esso tratto dai concerti di Sydney e mai ristampato in DVD o BluRay. Quindi giudico con estrema benevolenza questa pubblicazione ad opera della RoxVox (?!?), che comprende 14 brani (10 di Bob, 4 di Tom), innanzitutto per la bontà della registrazione, davvero spettacolare, meglio di tanti CD ufficiali (voce centrale, suono forte e cristallino, strumenti ben definiti), ma soprattutto per la qualità della performance, a dir poco strepitosa: Petty ed i suoi erano già una macchina da guerra, e Dylan, allora in ottima forma di suo, era praticamente costretto a cantare in maniera rigorosa, con risultati eccellenti. Alcuni di questi brani ricevono infatti la loro versione live a mio parere definitiva, ed è un peccato non poter ascoltare il concerto completo (ma in questo caso il CD doveva essere almeno doppio), anche perché non c’è quasi più stata occasione negli anni a venire di poter sentire Dylan cantare così bene. Quattro pezzi sono nella stessa versione presente su Hard To Handle, ma la qualità sonora è decisamente superiore (la videocassetta aveva un suono un po’ ovattato): apre il concerto la splendida Positively 4th Street (questo è l’unico tour in cui questo brano veniva suonato con continuità), introdotta in maniera potente dagli Heartbreakers, che però rispettano la melodia originale, e Dylan fa subito sentire di essere in palla con una vocalità molto nasale ma decisamente forte ed intonata. Segue All Along The Watchtower, in una versione più rallentata del solito ma anche per questo ancora più inquietante ed apocalittica, con la band che suona alla grande (e Benmont Tench si dimostra un pianista eccezionale, così come Mike Campbell alla chitarra); Masters Of War è ancora molto rock, con un riff che si ripete e Dylan aggressivo, mentre I’ll Remeber You, uno dei brani di punta di Empire Burlesque (all’epoca il disco nuovo di Bob) perde le sonorità un po’ finte della versione in studio ad opera di Arthur Baker e si rivela per quello che è, una sontuosa ballata che Dylan canta con rigore assoluto.

Ed ecco uno degli highlights del CD: I Forgot More Than You’ll Ever Know è un vecchio successo delle Davis Sisters (e Dylan lo aveva già inciso su Self Portrait), e qui viene proposto con uno splendido arrangiamento country, con Petty alla doppia voce e Bob che canta come raramente ho avuto modo di sentire. Versione imperdibile, quasi commovente. E’ la volta di due brani di Tom Petty (durante lo show Dylan faceva sempre un paio di pause lasciando il palco a Tom), una travolgente e molto rock’n’roll Bye Bye Johnny (Chuck Berry) ed il solito singalong della sinuosa Breakdown; torna Dylan, ed è la volta di una Just Like A Woman davvero favolosa, nella quale gli Heartbreakers si superano e Bob sembra anche divertirsi un mondo, tanta è la passione e convinzione con cui canta. Anche Blowin’ In The Wind è sorprendente: un inno che ho sentito fare con mille arrangiamenti diversi, ma questa rilettura country-rock proprio non me l’aspettavo, trascinante è dir poco (e dal punto di vista vocale ancora super); That Lucky Old Sun è uno standard che Bob ha pubblicato lo scorso anno su Shadows In The Night, ma questa versione è chiaramente più rock, anche se forse le quattro vocalist di colore (le Queens Of Rhythm) sono un po’ invadenti.

Ancora Petty, con una solida So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds ed una curiosa Spike, più una scusa per interagire col pubblico che una canzone vera e propria, per poi finire alla grande ancora con Dylan e due versioni mostruose e definitive di Like A Rolling Stone e Knockin’ On Heaven’s Door, un muro del suono rock la prima ed una magica e fluida ballata la seconda, con piano e chitarre sugli scudi, due pezzi leggendari trattati dal suo autore con il dovuto rispetto.

Un dischetto da non perdere, e pazienza se non è ufficiale.

Marco Verdi