Difficile Suonare Il Blues Meglio Di Così. Freddie King – Ebbet’s Field Denver ‘74

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Freddie King – Ebbet’s Field Denver ’74 – 2 CD Klondike

Mentre Little Freddie King, quello “minore” (benché comunque nato solo sei anni dopo quello vero, scomparso nel lontano 1976) continua imperterrito a sfornare nuovi album di buona qualità, del Freddie King originale ogni tanto (ri)appaiono delle testimonianze Live degli ultimi anni della sua carriera. Dopo l’ottimo  Going Down At Onkel Po’s, pubblicato un paio di anni fa dalla Rockbeat,  relativo ad un concerto del 1975, e di cui si era parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/08/27/il-meno-famoso-dei-re-del-blues-freddie-king-going-down-at-onkel-pos/, ecco sbucare dalle nebbie del tempo un altro eccellente concerto, questa volta registrato all’Ebbet’s Field di Denver il 27 maggio del 1974, tratto da un broadcast radiofonico, visto che quel locale della città americana spesso era teatro di eventi trasmessi dalle emittenti regionali ed esistono moltissimi CD dal vivo registrati in quella location. Freddie King quando è scomparso aveva solo 42 anni, quindi era ancora nel pieno del suo fulgore artistico, a maggior ragione in questo concerto registrato due anni prima della morte, quando era in imminente uscita il suo primo album per la RSO Burglar, prodotto da Tom Dowd e con la partecipazione del suo “pupillo” Eric Clapton e una schiera di musicisti di valore ad accompagnarlo.

Ovviamente in questa data King è accompagnato dalla sua touring band, e anche se le note del dischetto non sono molte precise e dettagliate, per quanto annuncino, al contrario, di esserlo, dovrebbero esserci, sicuramente il fratello di Freddie (Fred King all’anagrafe) l’immancabile Benny Turner al basso, Charlie Robinson alla batteria, al piano Lewis Stephens (ipotizzo in base ai musicisti che King impiegava dal vivo all’epoca, ma anche alle presentazioni durante il concerto ) Alvin Hemphill all’organo, anche se viene presentato come Babe (?), e Floyd Bonner alla seconda chitarra, ma tiro ad indovinare come Giucas Casella, quindi potrei sbagliarmi, però non credo. Quello su cui non si sbaglia è la qualità del concerto: sia a livello di contenuti, soprattutto, ma anche di quello della registrazione, di buona presenza sonora per quanto un filo rimbombante, con una partenza fantastica grazie ad una I’m Ready sparatissima, dove la band, come al solito tira la volata al leader che inizia subito ad estrarre note magiche dalle corde della sua Gibson. A seguire una versione splendida e assai bluesata, come è ovvio, di un classico di quegli anni, una bellissima Ain’t No Sunshne, il brano di Bill Withers, dove Freddie King distilla note dalla sua chitarra come neppure il suo discepolo Manolenta, e poi canta con passione ed ardore quella meravigliosa perla della soul music; molto bella anche una versione di Ghetto Woman, preceduta da una lunghissima introduzione, un brano  di “fratello” B.B. King, con un liquido piano elettrico e uno svolazzante organo, che ben spalleggiano la solista di King, sempre incisiva nelle sue improvvisazioni inimitabili. Eccellente anche la ripresa di Let The Good Times Roll, grande versione con un sound sanguigno e vicino al rock, e la Freddie King Band che dimostra il suo valore. Pack It Up è uno dei brani presenti su Burglar, un funky-blues gagliardo, peccato per la voce che è poco amplificata, ma la musica compensa alla grande.

E poi arriva una delle sue signature songs, Have You Ever Loved A Woman, in una versione sontuosa, dodici minuti di pura magia sonora, con il classico slow blues di King che viene rivoltato come un calzino in questa versione monstre, grande interpretazione vocale , e con la chitarra di uno dei maestri dell’electric blues che si libra autorevole e ricca di feeling in questo brano straordinario. La seconda parte del concerto (e secondo CD) si apre su un brano riportato come Blues Instrumental nel libretto, un’altra lunga improvvisazione con tutta la band in grande evidenza, una grinta ed una potenza d’assieme veramente ammirevoli; bellissima anche TV Mama, un altro dei cavalli di battaglia di Freddie King, presente pure nel repertorio di Eric Clapton, ce n’è una versione incredibile registrata in coppia, nel box di Eric Give Me Strength, comunque pure questa versione non scherza, intensa e di grande vivacità. Un altro dei classici live di King era Going Down (presente anche nel disco dal vivo all’Onkel Po, con cui comunque non ci sono moltissimi brani in comune), uno dei suoi brani più amati dagli Stones, anche questo presente in una versione travolgente; Wee Baby Blues è un classico, lancinante, slow blues, con la chitarra sempre in grado di stupire per la sua eloquenza sonora, seguita da un brano riportato semplicemente come Instrumental sul CD, dove King si arrampica in una velocissima serie di scale sul manico della sua chitarra, prima di accomiatarsi dal pubblico presente alla serata con una scintillante That’s Alright, altro blues lento di grande caratura, con un crescendo fantastico,  a conferma del fatto che era difficile suonare il blues meglio di Freddie King, qui preservato per i posteri!

Bruno Conti       

Si Rinnova La Tradizione Del Blues E Del Soul! Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm

robert cray & hi rhythm

Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm – Jay-Vee Records

Questo non è forse un disco di primizie per Robert Cray, a parte la nuova etichetta discografica (di proprietà proprio di Jordan e della moglie), ma un modo per rinnovare l’intreccio inestricabile del suo blues raffinato, ma spesso anche sapido e sanguigno, con il meglio di altre branche della musica nera, soul, R&B e funky, peraltro sempre presenti nel suo stile e nel suo DNA sonoro. Il produttore è il solito, bravissimo, Steve Jordan, incontrato la prima volta nel lontano 1987 per la registrazione del film Hail Hail Rock And Roll, l’omaggio alla musica di Chuck Berry, concepito da Keith Richards. Jordan ha prodotto svariati album di Cray: Take Your Shoes Off del 1999, già allora in quel di Memphis, come il precedente Sweet Potato Pie del ’97, registrato agli Ardent Studios. Ma per il successivo Shoulda Be Home del 2001, parte del disco venne registrato in quel di Nashville, ma alcuni brani ai leggendari Royal Studios, anche se non prevedevano ancora la presenza dei musicisti della Hi Records di Willie Mitchell, che in quegli studi hanno costruito parte della storia della soul music, grazie alle incisioni di Al Green, Ann Peebles, Otis Clay, dello stesso Mitchell, di O.V. Wright (tenete a mente il nome, ci torniamo tra un attimo) e di molti altri grandi artisti.

Poi per parecchi anni le strade di Robert e Steve Jordan non si incrociano più: Robert incide, come aveva fatto in passato, in California, a Londra, a Nashville, in Alabama, fino al 2014, quando il batterista torna per produrre l’ottimo In My Soul, e l’ancora più bello doppio live 4 Nights Of 40 Years Live http://discoclub.myblog.it/2015/09/02/quattro-decadi-del-migliori-blues-contemporaneo-robert-cray-band-4-nights-of-40-years-live/ . Finché i due non decidono di rendere omaggio ai musicisti dei mitici Royal Studios, ora gestiti dal figlio di Willie, Lawrence “Boo” Mitchell, (qui usato come ingegnere del suono) dopo la morte del babbo, avvenuta nel 2010, e lo fanno appunto utilizzando la celebre Hi Rhythm Band per questo disco. Dei fratelli Hodges, il chitarrista Teenie, non c’è più, ma Rev. Charles Hodges a piano e organo, Leroy “Flick” Hodges al basso, e il cugino Archie “Hubbie” Turner anche lui alle tastiere, sono ancora sulla breccia, e fanno sentire la loro presenza, insieme a Cray e Jordan, per un album che ha un sound formidabile. Per l’occasione, e per rendere l’omaggio ancora più completo, Robert sceglie di affidarsi ad una serie di cover di brani, magari non celeberrimi, ma di sicura efficacia, riservandosi solo tre brani a suo nome. E in due pezzi, come autore, ma anche come musicista, appare un’altra leggenda della musica americana come Tony Joe White, che saputo che Cray avrebbe inciso due delle sue canzoni per questo Hi Rhythm si è recato appositamente a Memphis, per apparire in questi brani.

Partiamo proprio da loro: Aspen, Colorado è una splendida ballata, una sorta di gemella di Rainy Nights In Georgia, un brano dove la band lavora di fino (come in tutto l’album peraltro) per ricreare quel feeling ineffabile dell’incisione originale, con la splendida voce di Robert Cray al meglio delle sue possibilità, e con White che si esibisce anche all’armonica (credo), mentre il brano scivola sulle ali di una meravigliosa serenità. Ma Tony Joe White non poteva non suonare anche la sua chitarra elettrica in una formidabile versione di Don’t Steal My Love, un fantastico brano che appariva in Black And White, il primo disco del 1969 dell’inventore dello swamp rock, un brano dove la band ci dà dentro di brutto, White a tutto wah-wah, Cray che gli risponde da par suo alla seconda solista, le tastiere e la ritmica impazzite per una cavalcata quasi psichedelica (togliete pure il quasi) di una intensità incredibile. Ma anche il resto del disco non scherza: The Same Love That Made Me Laugh è una riflessione amara firmata da Bill Withers, e qui resa come un tosto funky-soul dove si apprezzano sempre la voce melliflua di Robert e la sua chitarra; You Must Believe In Yourself è il tributo a O.W. Wright, musicista molto amato dal nostro, che in passato ha già registrato altre sue canzoni, un pezzo ritmato e funky, dove impazza anche la sezione fiati e Cray usa il suo timbro vocale più energico.

Impiegato pure in I Don’t Care, un pezzo firmato da un altro degli “eroi” musicali di Robert, quel Sir Mack Rice che molti ricordano per avere scritto Mustang Sally e Respect Yourself degli Staples Singers, ma era pure un grande cantante soul, come conferma questo delizioso mid-tempo dal ritmo contagioso, nonché la super funky e con fiati Honey Bad che arriva più tardi nel disco, e in cui la band va di groove alla grande. I tre brani scritti dal musicista di Columbus sono delle love songs, tre ballate soul, tutte molto belle e cantate splendidamente: Just Low, You Made My Heart e The Way We Are. Rimane I’m With You, un vecchio brano scritto da Lowman Pauling dei Five Royales che mescola blues, R&B e doo-wop in modo divino, e poi nella sua ripresa finale permette a Cray di dare libero sfogo alla sua chitarra solista (che comunque si sente nel disco, eccome) per il brano più blues di questo album, che una volta di più lo conferma artista di grande bravura e carisma, un pilastro della musica nera!

Bruno Conti

Michael Kiwanuka Con Love & Hate Supera Brillantemente La Prova Del “Difficile” Secondo Album!

michael kiwanuka love & hate

Michael Kiwanuka – Love & Hate – Polydor/Universal

Gli inglesi, anzi, i critici musicali inglesi, hanno inventato questa leggenda del “difficult second album”: addirittura un DJ della BBC, Chris Moyles, ha inciso un CD parodistico con questo titolo (perché comunque il british humor poi prende il sopravvento). Perché, a ben vedere, il punto da cui prende forma questa credenza non è sbagliato. Si dice che un artista o un gruppo ha avuto tutta la vita per preparare il primo album, mentre il secondo deve essere realizzato in pochi mesi: ma si tratta probabilmente una convinzione legata ai tempi d’oro della musica pop e rock, quando venivano realizzati dischi con cadenza annuale o addirittura più di uno all’uno, e non era comunque la regola assoluta. Un sistema per superare questa impasse potrebbe essere proprio quello utilizzato da Michael Kiwanuka, che per realizzare il seguito dell’eccellente Home Again, uscito nel 2012, ci ha messo ben quattro anni, prendendosi tutto il tempo che gli serviva. Certo, il rischio è che, in questi tempi frenetici e moderni, uno nel frattempo si sia dimenticato di te e della tua musica. Ma a giudicare dal successo che ha avuto questo Love & Hate, al primo posto delle classifiche in Gran Bretagna e nelle Top 10 di quasi tutti i paesi europei, almeno a livello commerciale la prova è stata brillantemente superata, e anche il giudizio critico delle varie riviste e siti specializzati è stato quasi unanime a livelli molto elevati, oltre la media delle quattro stellette o dell’8 in pagella.

Siamo quindi di fronte ad un capolavoro assoluto? Non esageriamo, però l’album è molto bello, va sentito con attenzione e ripetutamente, come ho fatto io, per cui arrivo un po’ in ritardo rispetto alla data di uscita, ma meglio così che fare come diverse riviste e siti che lo avevano giù recensito dal mese di maggio, quando sembrava che la data di pubblicazione dovesse essere in quei giorni (e molti, purtroppo, non trovandolo in giro, se ne saranno dimenticati), mentre in effetti l’album è uscito solo da un paio di settimane scarse. Rispetto al precedente, che verteva soprattutto su una serie di ballate morbide e melliflue, influenzate tanto dal soul quanto dal “nuovo” folk britannico (non per nulla era nato dall’incontro con il giro dell’etichetta Communion, quella a cui facevano capo i Mumford And Sons), in questo nuovo album vengono a galla o sono più evidenti anche le altre influenze di Kiwanuka: Otis Redding, Jimi Hendrix, Bill Withers, Bob Dylan, la Band, Joni Mitchell, Richie Havens, lui cita anche i Wham, ma per fortuna non li sento nella sua musica, sarebbero da aggiungere anche Marvin Gaye e perfino i Pink Floyd, e, nel primo album, quello splendido stilista della musica nera jazz-folk-soul che fu Terry Callier. Prendete il lunghissimo, e splendido, brano di apertura, Cold Little Heart, in cui la prima metà dei dieci minuti abbondanti in cui si snoda la canzone, sono dedicati ad una improvvisazione strumentale che si colloca a cavallo tra il soul sinfonico e maestoso di gente come Gaye o Withers, ma anche le splendide atmosfere del primo Isaac Hayes, miscelate con i Pink Floyd del periodo Dark Side/Wish You Were, con le sinuose spire del pezzo che si appoggiano sulla chitarra solista in modalità slide dello stesso Kiwanuka che ricorda il Gilmour dell’epoca, ma anche  sui crescendi orchestrali degli archi, delle percussioni e delle tastiere, oltre gli interventi vocali delle voci di supporto, creati dai produttori Danger Mouse Inflo (?!?), oltre allo storico collaboratore Paul Butler; una sorta di jam tra leggera psichedelia, soul orchestrale e rock sognante e visionario, di grande impatto sonoro ed emozionale. Poi verso i cinque minuti entra la voce del cantante londinese (di origini ugandesi), roca e vissuta il giusto, degna erede dei cantanti citati poc’anzi, per creare questa sorta di soul per gli anni 2000, che però, per fortuna, non è il “nu soul”, pasticciato e rappato, di alcune controparti dall’altra parte dell’Oceano,ma è più spirituale e raffinato, pur mantenendo la giusta dosa di carnalità, tipica del genere.

Il brano seguente, il primo singolo, uscito questa primavera, è l’incalzante e intrisa anche di commenti sociali sul mondo di oggi (ma anche di ieri), Black Man In A White World, che gira intorno al battito delle mani e al classico e ripetuto call & response vocale tipico del gospel, per poi inserire il soul raffinato e brillante del miglior Marvin Gaye, per uno dei rari brani mossi in un album che predilige la forma ballata, spesso maestosa, ma a tratti forse ripetitiva (e qui giovano gli ascolti ripetuti evocati prima per “digerire” meglio i contenuti del disco): Falling è di nuovo una elegante ballata, dove la solista di Kiwanuka sottolinea la complessa strumentazione utilizzata per circondare la voce evocativa del nostro. Place I Belong ha quei tocchi di funky-rock alla Curtis Mayfield (non lo avevamo citato?), tra inserti di wah-wah appena accennato e quelle atmosfere primi anni ’70, vagamente blaxploitation, sempre mid-tempo ma più mosso e ricchissimo nell’uso di una strumentazione quasi “lussuriosa”. La title-track è un’altra piccola perla di soul sinfonico, oltre sette minuti intrisi di una leggera vena psichedelica, sempre con voci, archi e percussioni in evidenza, ma anche chitarre acustiche e piano, con la voce di Kiwanuka che galleggia sul sofisticato accompagnamento strumentale, fino all’ingresso della solita lancinante e quasi acida solista del nostro che vivacizza la parte conclusiva del brano. One More Night ha qualche retrogusto caraibico, ma anche sprazzi soul genuini, grazie all’uso di un organo vintage, una ritmica più evidente e l’assenza degli archi, anche se forse è uno dei brani più “normali” https://www.youtube.com/watch?v=8fpSbCekzxU , mentre I’ll Never Love è di nuovo una ballata, più  malinconica e tersa, con una bella intensità e una grande interpretazione vocale di Michael, con il Moog, il Clavinet e il piano di Paul Butler  a sottolineare le similitudini con il primo album, più intimo e raccolto. Molto bella pure Rule The World https://www.youtube.com/watch?v=VTPCbmXX4Qw , giocata nella prima parte solo sul suono di una chitarra elettrica arpeggiata e sugli archi, fino all’ingresso del coro femminile e della sezione ritmica, per un brano che parte folk e diventa raffinato soul d’autore e non manca nel finale l’intervento della solista di Kiwanuka: canzone co-firmata, come altre sei presenti nell’album da Brian Burton, a.k.a. Modest Mouse.

Mancano gli ultimi due brani, Father’s Child giocata a tratti sul leggero falsetto del cantante, ma che nei suoi sette minuti riprende i temi sonori del Marvin Gaye dei primi anni ’70, arricchiti dai soliti pieni orchestrali, da raffinati particolari delle chitarre elettriche e del piano, da echi e voci di supporto che fanno da sfondo alla voce, in questa sorta di soul del nuovo millennio, che tanto ricorda però quello appena passato. Conclude il tutto, vedi titolo, The Final Frame, un bellissimo blues lento elettrico https://www.youtube.com/watch?v=u0YN1V1aKJI , intriso comunque però di “malinconie” soul, una ballata dove la chitarra di Kiwanuka ripercorre per certi versi, e fatte le dovute proporzioni, la strada di certi brani del grande B.B. King, anche se l’approccio e più morbido e mellifluo, più vicino a talune hard ballads di Gary Moore e senza dimenticare la lezione di Hendrix, cionondimeno si apprezza per la sua semplicità e la sua eleganza e chiude degnamente un disco che sulla distanza si conferma un passo in avanti rispetto al precedente Home Again. Ora lo aspettiamo alla difficile terza prova, perché, come diceva qualcuno, gli esami non finiscono mai!

Bruno Conti