Anche Loro Sulle Strade Della California Rock. Supersonic Blues Machine – Californisoul

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Supersonic Blues Machine – Californisoul – Mascot/Provogue  

Capitolo secondo per il power rock trio formato da Lance Lopez, chitarra e voce, Fabrizio Grossi, basso e produttore del disco, nonché Kenny Aronoff alla batteria: se uniamo il titolo del disco, California e soul, e quello della band, che contiene comunque la parola blues al suo interno, e se aggiungiamo ancora rock, abbiamo una idea generale di cosa aspettarci. Come è politica abituale della Provogue nell’album ci sono vari ospiti, quattro in comune con il disco precedente del gruppo e uno “nuovo”: vi dico subito che non si raggiungono i livelli del recente album di duetti di Walter Trout (peraltro presente in un brano), che era veramente un disco notevole http://discoclub.myblog.it/2017/08/29/tutti-insieme-appassionatamente-difficile-fare-meglio-walter-trout-and-friends-were-all-in-this-together/ , ma il trio, californiano di adozione, con un texano, un italiano e un newyorkese in formazione, sa comunque regalarci del sano rock-blues, ogni tanto di grana grossa, anche pestato, sia pure con Aronoff  che lo fa con cognizione di causa grazie ai suoi trascorsi con Mellencamp e Fogerty, “moderno” e commerciale a tratti, per la presenza di Grossi che frequenta anche altri generi, con la guida della band affidata a Lopez, che è chitarrista di stampo Hendrix-vaughaniano, se mi passate il termine, e buon cantante, con una voce che, come ricordavo nella recensione del disco precedente West Of Flushing South Of Frisco,  ricorda molto quella di Popa Chubby http://discoclub.myblog.it/2016/02/26/rock-blues-buoni-risultati-esce-febbraio-supersonic-blues-machine-west-of-flushing-south-of-frisco/ .

Californisoul si apre con I Am Done Missing You, che ondeggia tra un classico blues-rock di stampo seventies, anche con uso di armonica, con elementi funky, reggae e coretti che cercano di strizzare l’occhio alle radio, mai senza sbracare troppo, insomma un tocco di modernità senza comunque adagiarsi a fondo nel conformismo della musica attuale, tutta uguale, e con Lopez che comincia subito a scaldare il suo wah-wah. Il primo ospite a presentarsi è Robben Ford, con il suo tocco raffinato e di gran classe, in un brano, Somebody’s Fool, che richiama certe cose vagamente alla Cream, con Grossi, che è l’autore di tutti i brani, che inserisce sempre qualche elemento più leggero e commerciale, ma le chitarre viaggiano alla grande, Lopez alla slide e Ford molto bluesy e tirato per i suoi standard abituali; L.O.V.E. ha ancora questa aura da Californisoul, con R&B e Rock che vanno a braccetto con il blues, di nuovo armonica e chitarre a guidare le danze, ma anche il groove non manca, e gli altri musicisti aggiunti, Alessandro Alessandroni Jr. alle tastiere (proprio lui, figlio d’arte del famoso “fischiatore dei Western di Morricone), Serge Simic, armonie vocali in Love” e “Hard Times”, come pure Andrea e Francis Benitez Grossi, danno quel tocco più radiofonico https://www.youtube.com/watch?v=wKnjRBk2Xjc . Broken Hart con Billy Gibbons alla seconda chitarra, potete immaginare come è, due texani nello stesso brano ed è subito southern rock a tutta forza, non si fanno prigionieri; Bad Boys, ancora con Lance Lopez a pigiare sul suo pedale wah-wah, attinge sia dall’Hendrix più nero come dalle band di funky-rock anni ’70, come conferma la successiva Elevate, questa volta con Eric Gales, altro hendrixiano doc, a duettare con Lopez in uno sciabordio frenetico di chitarre a manetta e cambi di tempo repentini (non so cosa ho detto, ma suona bene).

The One tenta anche la carta del latin-rock alla Santana, con discreti risultati, grazie anche ai soliti inserti soul, mentre Hard Times, con l’ex Toto Steve Lukather alla seconda solista aggiunta, nei suoi quasi otto minuti prova con successo la strada di un rock melodico, complesso, anche raffinato, costruito su un bel crescendo di questa rock ballad che gira attorno al grande lavoro dei vari musicisti coinvolti, e che finale! Cry è un bel lento che ruota attorno ad un piano elettrico e con il gruppo che costruisce lentamente l’atmosfera di questa sorta di preghiera laica; Stranger, di nuovo a tutto wah-wah, non allenta la tensione del rock tirato che domina questo Californisoul, che poi, grazie alla presenza di Walter Trout alla seconda chitarra, aumenta la quota blues (rock) in lento molto “atmosferico” e con le soliste che lavorano veramente di fino. Thank You, con una sezione fiati che sbuca dal nulla e i ritmi decisamente reggae di This is Love, mi sembrano canzoni meno centrate, al di là del solito buon lavoro della solista di Lopez, ma secondo il mio gusto personale abbassano il livello medio di un album complessivamente buono e destinato soprattutto a chi ama il rock energico e chitarristico.

Bruno Conti

Forse La Migliore Band Southern Dell’Ultima Decade, Veramente Bravi! Otis – Eyes Of The Sun

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 Otis – Eyes Of The Sun – Purple Pyramid Records/Cleopatra

Ultimamente i “miei amici” della Cleopatra sembrano avere messo a segno qualche buon colpo: tra recuperi di vecchi gruppi metal imbolsiti, tributi un po’ raffazzonati, ristampe improbabili di dischi non memorabili di artisti del passato, nel loro catalogo spunta anche qualche gioiellino, tipo l’ultimo di Stills e della Collins (anche se l’etichetta è la Wildflower), quello dal vivo di Tom Killner, buon chitarrista inglese, e poco altro di interesse, almeno per il sottoscritto. Ma devo ammettere che questo nuovo album degli Otis (il loro secondo) è veramente buono: band “sudista” vecchio stampo, vengono dal Kentucky, il loro primo album Tough Times Tribute To John Brim, era un omaggio ad un oscuro bluesman, loro corregionale, noto per avere scritto Ice Cream Man, brano “coverizzato” da varie band hard, tra cui i Van Halen. Del gruppo è stato detto, sintetizzo: “Se c’è mai stata una nuova band che può ricoprire il gradino più alto nell’ambito Jam Blues Rock e il vuoto lasciato da gruppi come gli Allman Brothers, questi sono gli Otis!” Lusinghiero: ma chi lo ha detto? Paul  Nelson, vecchio pard di Johnny Winter, e curatore di tutte le recenti ristampe del texano. Come dite, è il produttore esecutivo di questo Eyes Of The Sun, e appare alla chitarra anche in un brano? Quindi il conflitto di interessi non lo abbiamo inventato noi.

Comunque il disco rimane molto buono e le parole sono veritiere: i quattro robusti giovanotti, a giudicare dalle foto almeno, che compongono la band sono veramente bravi, Boone Froggett, voce e chitarra solista, Steve Jewell, il secondo solista e John Seeley, basso e Andrew Gilpin, batteria, sono un quartetto solido e dalla buona tecnica, che pescano sia dalla tradizione blues, come dal southern degli Allman e anche dei Wet Willie, che aveva maggiori connotati anche errebì. Lo stile è energico e robusto, ma i nostri suonano veramente bene, mi sembrano persino superiori a Blackberry Smoke e Whiskey Myers, i paragoni con gli Allman Brothers non sono sparati a vuoto, l’iniziale Change, con le due soliste che lavorano di fino, una in modalità slide e l’altra normale, ha il piglio e il drive dei vecchi ABB, Froggett non avrà la voce di Gregg Allman o di Van Zant, ma è più che adeguata, il tocco delle due coriste Sandra Dye e Bianca Byrd, aggiunge altri profumi di profondo Sud al sound e il lavoro delle due chitarre è veramente lodevole.

Anche quando il suono si fa più “duretto”, alla Lynyrd Skynyrd per intenderci, ma quelli Doc, come nella successiva Blind Hawg, l’interplay tra le due chitarre è sempre godibilissimo, la ritmica picchia ma con costrutto, anche quello degli ZZ Top potrebbe essere un nome di riferimento, con Billy Gibbons che ha espresso i suoi riconoscimenti per il gruppo “ottime parti cantate, toni di chitarra deliziosi, nell’insieme un ascolto piacevolissimo”, sottoscrivo. Spesso le due chitarre lavorano anche all’unisono, ma il dualismo slide-solista è quello vincente: ribadito nella title track Eyes Of The Sun, che addirittura di slide ne presenta due, e alza la quota blues(rock) dell’insieme, sentito forse mille volte e “revivalista” quanto volete, ma quando è fatto così bene è veramente un piacere, southern rock della miglior grana. Ottima anche Home, tagliente e saltellante, con la slide sempre “piccante”, e poi quando entra anche l’organo Hammond dell’ospite Eddie Stone, il suono si fa ancora più “pieno” e corposo, anche con rimandi ai prima citati Whiskey Myers e Blackberry Smoke, ma comunque con le chitarre che ruggiscono sempre in modo inarrestabile nelle due lunghe Shake e Turn To Stone, la seconda una bella ballatona rock di quelle classiche sudiste, in crescendo, con Froggett che canta anche con impeto e classe.

Washed My Hands è nuovamente dura e tirata, a tutto riff, come degli ZZ Top con doppia chitarra solsita, mentre in Lovin’ Hand arriva anche Paul Nelson alla terza solista e qui due parole urgono, “Lynyrd Skynyrd”, e non si prendono ostaggi. Ma gli Otis sono capaci anche di un approccio più raffinato, con chitarre acustiche, un mandolino (Danny Williams), sonorità quasi orientali, per uno strumentale Relief In C dai profumi indiani, e non sono quelli dei pellirossa. Per le ultime due canzoni torna ancora l’organo di Stone e si prova anche la strada della hard ballad cadenzata, quasi alla Neil Young, con una eccellente Chasing The Sun dove le ennesime ed estese jam chitarristiche delle due soliste sono tutte da gustare. In chiusura con Let Your Love Shine Down sembra quasi di ascoltare la migliore Marshall Tucker Band, anche con piccoli elementi country e soul inseriti nel calderone sonoro, e sempre con quella slide insinuante che scalda i cuori, e occhio al finale. Veramente bravi!

Bruno Conti

Anche Lui Festeggia (Più O Meno) 50 Anni Di Carriera. Jeff Beck – Live At The Hollywood Bowl

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Jeff Beck  – Live At The Hollywood Bowl – Eagle Vision/Universal 2CD/DVD – Blu-ray

Lo avevamo lasciato poco più di un anno fa, alle prese con un album, Loud Hailer, che al di là delle solite quasi preternaturali doti chitarristiche di Jeff Beck, che con la chitarra fa ancora cose mirabolanti, salvo poche eccezioni, non era un disco proprio memorabile http://discoclub.myblog.it/2016/07/15/jeff-beck-loud-hailer-le-chitarre-bene-il-resto-po-meno/ . Già in quella occasione avevo annunciato l’allora imminente concerto al Hollywood Bowl di Los Angeles per festeggiare i 50 anni di carriera, esprimendo le mie perplessità (che ribadisco) su come vengono conteggiati questi anniversari: se partiamo dai Tridents, il primo gruppo di Beck, risaliamo al 1963, se viceversa il conteggio parte dagli Yardbirds, comunque  al 1965. Ma si sa che questi dettagli sono trascurabili per le case discografiche e spesso anche per gli artisti: comunque il concerto c’è stato, al 10 agosto del 2016, è stato registrato e filmato, ed ora esce in formato doppio CD con DVD o Blu-ray, ed è pure molto bello. Il nostro amico dal capello corvino “naturale” non è nuovo ai dischi (e ai DVD) dal vivo, se non ho fatto male i conti negli ultimi 10 anni, ne sono usciti almeno 7, tra quelli regolari e i bootleg ufficiali, quasi sempre molto buoni, con delle punte di eccellenza assoluta in quello registrato al Ronnie Scott’s di Londra.

La formazione è la stessa dell’ultimo disco di studio, con Rhonda Smith al basso (un’altra di quelle formidabili strumentiste che ogni tanto Jeff scopre), Jonathan Joseph alla batteria, nonché Carmen Vandenberg alla chitarra ritmica e Rosie Oddie alla voce (entrambe della band Bones, una “scoperta” devo dire meno interessante) che apre il concerto, armata di megafono e in tuta mimetica, con The Revolution Will Be Televised, in uno dei pochi brani scarsi del concerto stesso, che per il resto è fantastico. Come la sezione dedicata agli Yardbirds, che parte con il riff celeberrimo “east meets west” di Over Under Sideways Down, dove alla voce solista c’è Jimmy Hall dei Wet Willie, che rimane anche per le successive Heart Full Of Soul e For Your Love, un trio di brani che hanno fatto la storia del primo British Rock, quello che miscelava beat e le prime avvisaglie del “rock” prossimo ad arrivare, e di cui Beck è sicuramente uno dei padri putativi con i due dischi del Jeff Beck Group (con Rod Stewart alla voce, e prima dell’arrivo dei Led Zeppelin dell’amico/nemico Jimmy Page). Nel concerto c’è un altro dei pezzi più celebri di Beck, quel Jeff’s Bolero (scritta proprio da Page) che introduce questa passione per i brani strumentali che rimarrà una costante nella carriera del chitarrista inglese, grande versione per inciso, con Beck che inizia a lavorare anche con il bottleneck, per creare i suoi suoni “impossibili”. A questo punto Jeff Beck ricorda al pubblico che arrivò in California la prima volta nel 1965, ma come turista, mentre oggi è uno dei più rispettati artisti del globo: il rock classico irrompe con il medley stellare Rice Pudding/Morning Dew, ancora con Jimmy Hall alla voce solista (grande cantante) e poi si sublima in Freeway Jam, uno dei suoi pezzi più celebri, con il nostro amico che continua ad estrarre mirabilie dalla sua Fender bianca, mentre la sezione ritmica pompa di brutto, e Jan Hammer che si è aggiunto al synth inizia a gareggiare con Beck per vedere chi realizza le note più bizzarre con il proprio strumento.

E non siamo ancora a mezz’ora dall’inizio: Hammer rimane per tutta la sezione jazz-rock del concerto, tutti brani firmati dal tastierista, meno una splendida versione di Cause We’ve Ended As Lovers, la struggente ballata di Stevie Wonder che ai tempi Jeff dedicò a Roy Buchanan. Big Block, da Guitar Shop, chiude il primo CD, mentre nel video, senza soluzione di continuità, arriva Beth Hart per la “consueta”, ma sempre magnifica, versione di I’d Rather Go Blind, uno dei must del concerto, con i due che si stimolano a dare il meglio, in questa immortale canzone, da sempre legata a Etta James, e il pubblico va in visibilio, e per Let Me Love You arriva anche Buddy Guy, per una lotta tra titani della chitarra a colpi di blues. Live In the Dark e Scared For Children, le due canzoni con Rosie Oddie , tratte dall’ultimo CD, non sono malvagie, ma impallidiscono rispetto al resto. La parte finale, veramente scintillante, è un continuo crescendo, prima Rough Boys con Billy Gibbons degli ZZ Top, per l’ultimo duetto tra leggende della chitarra, poi arriva Steven Tyler  per un altro tuffo nel songbook degli Yardbirds, con una potentissima Train Kept A-Rollin’ (che facevano anche gli Aerosmith) e non poteva mancare Shapes Of Things. Non manca neppure la splendida e rivisitata rilettura strumentale di A Day In The Life dei Beatles, meritata vincitrice di un Grammy, mentre per fortuna ci dispensa da Nessun Dorma. Last but not least, finale spettacolare con tutto il cast sul palco per una corale Purple Rain, cantata splendidamente da Beth Hart, in omaggio dell’allora scomparso da poco Prince. Gran Concerto!

Bruno Conti

*NDB. Per motivi che mi sono ignoti (anche a me che l’ho scritta) nella recensione di questo Live, uscita sul Buscadero, nella parte dell’intestazione il disco è stato definito Live At The Hollywood Ball che, a prescindere dal fatto che si pronuncia all’incirca allo stesso modo di Bowl, comunque non esiste. Approfitto dell’occasione per scusarmi con i lettori, visto che quando ho cercato di correggere l’errore ormai la rivista era già in stampa, e quindi ho ripristinato l’esatta grafia per l’occasione e per farmi perdonare ho inserito il video che vedete qui sopra, un altro concerto di Jeff Beck che nel frattempo continua ad imperversare imperterrito dal vivo e speriamo continui a lungo a farlo.

Ecco Un Disco Che Para Normale Ma Bada Ben Bada Ben Bada Ben…E’ Normale! Alice Cooper – Paranormal

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Alice Cooper – Paranormal – Ear Music/Edel 2CD

(NDM: la settimana scorsa ho introdotto il nuovo singolo di Mick Jagger con una frase rubata a Renzo Arbore, mentre questa volta non ho resistito e, giocando con il titolo del disco, ho utilizzato il tormentone di Ezio Greggio nei panni di Mr. Taroccò, nella gloriosa trasmissione anni ottanta Drive In).

Oggi mi occupo di un artista che farei ricadere nella categoria “piaceri proibiti”, grazie alla consueta magnanimità di Bruno: c’è da dire che solitamente tendo a non approfittare del suo buon cuore, trattando solamente di dischi che, pur se da una diversa angolazione, si possono in ogni caso far ricadere all’interno dell’immenso calderone della buona musica, anche se poi i gusti sono sempre gusti. La carriera di Vincent Damon Furnier, meglio conosciuto come Alice Cooper, ha attraversato diverse fasi: a parte gli esordi sotto l’ala protettiva di Frank Zappa (uno che il talento lo sapeva riconoscere), la sua golden age furono certamente i primi anni settanta, con dischi come Love It To Death, School’s Out, Billion Dollar Babies fino al capolavoro Welcome To My Nightmare, album grazie ai quali inventò praticamente un genere, lo shock-rock, legato più ai testi ed alle esibizioni dal vivo teatrali e grandguignolesche, appunto scioccanti per l’epoca (ma con una gran dose di ironia, cosa che ovviamente non fu capita dalla maggior parte dei “benpensanti”), che alla musica registrata in studio, che era sì rock duro, ma neanche più di tanto (per fare un esempio, sia Deep Purple che Black Sabbath all’epoca erano molto più “pesanti”).

Nella seconda parte della decade, complici anche i problemi personali legati all’alcolismo, la musica di Cooper scivolò verso un rock più prevedibile anche se non disprezzabile, con via via sempre più elementi pop e perfino new wave, ma con sempre minori vendite. Il successo ritornò dal 1986 in poi, allorquando Alice si reinventò come uno dei portavoce dell’allora imperante “hair metal”, con dischi come Constrictor e soprattutto Thrash (trainato dal famoso singolo Poison): praticamente un altro cantante. Dagli anni novanta ad oggi Cooper ha gestito la sua immagine sfornando album sempre di buon successo, ma quasi sempre all’insegna di un heavy rock piuttosto prevedibile, anche se le zampate non sono mancate, soprattutto quando il nostro si è ispirato alle sonorità anni settanta (come in The Last Temptation del 1994 e soprattutto in Welcome 2 My Nightmare del 2011, chiaro seguito del famoso album del 1975, e fino ad oggi il suo ultimo lavoro, a parte il divertissement degli Hollywood Vampires insieme a Joe Perry e Johnny Depp). Oggi Alice torna con questo Paranormal, e se ho deciso di parlarne sul blog è perché si tratta di un disco ben fatto, di rock’n’roll un po’ meno hard del solito (ma comunque molto potente), un album che, pur non essendo un capolavoro, si lascia ascoltare secondo me con piacere, grazie anche alla sua durata breve (solo 34 minuti, ma come vedremo c’è un’appendice).

La produzione è nelle mani esperte di Bob Ezrin, che è anche l’uomo dietro tutti i migliori dischi di Cooper, Welcome To My Nightmare compreso, e vede la partecipazione di ospiti importanti quali Larry Mullen, il batterista degli U2 (in quasi tutti i brani), il bassista dei Deep Purple, Roger Glover, il leader degli ZZ Top, Billy Gibbons, oltre al chitarrista Steve Hunter (già con Alice, e con Lou Reed, negli anni settanta, è uno dei due di Rock’n’Roll Animal) e la originale Alice Cooper Band al completo in alcuni brani (meno Glen Buxton che non è più tra noi). E poi c’è Vincent/Alice, che canta in maniera normale e senza calcare troppo sull’aggressività e, piaccia o no, è sempre un personaggio di grande carisma. Il disco si apre con la title track, una rock ballad vigorosa dal ritmo in crescendo e suono molto “classic rock”, perfetta per i concerti, con Cooper che canta con voce regolare un motivo che “acchiappa” all’istante, e con una bella accelerazione sul finale. La breve Dead Flies è potente e sostenuta, anche se è priva di una vera e propria melodia: Alice se la cava comunque con mestiere, ma non è tra le mie preferite (ma i fan più metallari la apprezzeranno); Fireball invece unisce forza, ritmo e songwriting, un rock’n’roll tutto adrenalina e chitarre, non male, mentre Paranoiac Personality, che è il primo singolo, ha un inizio che rimanda ai seventies, ritmo cadenzato ad Alice che canta con il suo tipico stile, ed il pezzo risulta godibile grazie anche al ritornello.

La chitarra inconfondibile di Gibbons introduce Fallen In Love, un rock-blues roccioso e decisamente elettrico (le chitarre sono tre), un brano che non è distante dagli ZZ Top più duri, Dynamite Road ha quasi un mood punk-rock, con il nostro che gigioneggia da par suo, mostrando di avere ancora energia da vendere nonostante l’età non più verde, Private Public Breakdown ha un bel riff ed un motivo tra i più immediati, niente di trascendentale ma anche questo è rock’n’roll. La ficcante Holy Water ha addirittura una sezione fiati ed è tra le meno dure, mentre Rats è un altro rock’n’roll con un’alta dose di steroidi e sezione ritmica formato macigno; la conclusiva The Sound Of A è una suggestiva ballata tipica di Cooper, con un’atmosfera cupa e viziosa ma intrigante. Questo per quanto riguarda il Paranormal vero e proprio, ma c’è anche un secondo CD (non è un’edizione deluxe, pare che non esista proprio in versione singola) con altri due brani in cui il nostro è con la sua band originale, e sono tra i migliori: Genuine American Girl è un rockabilly neanche tanto hard, decisamente trascinante ed orecchiabile (forse la mia preferita), You And All Of Your Friends è più classica, ma ha un buon tiro ed un bell’assolo di slide di Steve Hunter. Ci sono anche sei brani registrati dal vivo a Columbus, Ohio nel 2016, No More Mr. Nice Guy, Under My Wheels, Billion Dollar Babies, Feed My Frankenstein, Only Women Bleed, School’s Out, sei classici del passato nei quali Alice spinge decisamente di più sul pedale dell’heavy rock, così da accontentare anche i fans più giovani che magari resteranno dubbiosi davanti al sound “classico” di Paranormal, disco che invece per il sottoscritto è tra i più positivi di Alice Cooper, almeno negli ultimi trent’anni.

Marco Verdi

Sempre Texani…Ma Molto Più Famosi! ZZ Top Tonite At Midnite: Live Greatest Hits From Around The World

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ZZ Top – Tonite At Midnite: Live Greatest Hits From Around The World – Suretone Records/Warner

Credo siate d’accordo con me nell’affermare che gli ZZ Top non facciano un disco in studio degno della loro fama da” illo tempore”: bisogna risalire agli anni ’70, e pure il disco solista di Billy Gibbons dello scorso anno, Perfectamundo, non ha fatto molto per ristabilire la loro reputazione. Però dal vivo il trio è ancora una poderosa macchina di boogie-rock texano, con ampie spruzzate di blues e per quanto la voce di Gibbons, mai fantastica, sia ormai ridotta al lumicino, con i loro riff ed il solismo di Billy, ben coadiuvato dalla potenza devastante di Frank Beard alla batteria e Dusty Hill al basso, i tre barbudos sono ancora capaci di scaldare arene e stadi in giro per il mondo. Per questo live hanno pensato all’escamotage del Greatest Hits, quindi i grandi successi pescati dal loro sterminato repertorio e da molte diverse date del tour mondiale: quindi diciamo che se ancora una volta non hanno pubblicato quel bel doppio dal vivo che ci si aspetta da loro (in fondo gli altri dischi Live usciti finora erano versioni in CD di concerti nati per il DVD, o nel caso del leggendario Fandango!, un misto studio/live), comunque questa loro ultima fatica può essere definita soddisfacente, se non definitiva.

La qualità del suono è peraltro ottima, forse un filo pompata e lavorata a tratti, sembra persino che a Gibbons sia tornata la voce e anche se in fondo non è vero che ci sono tutti i successi, ci accontentiamo: Got Me Under Pressure da Eliminator, Rough Boy da Afterburner e Pincushion da Antenna non sono forse primissime scelte. Ma in Rough Boy registrata dal vivo a Londra c’è la solista aggiunta di Jeff Beck, che regala il suo tocco di classe alle già notevoli evoluzioni di Gibbons, per un brano che stranamente per loro è una ballata, per quanto sempre duretta, anche se la tastiere, qui e altrove, ce le potevano risparmiare, e l’iniziale Got Me Under Pressure, registrata a New York, era pur sempre uno dei brani migliori di Eliminator il loro ultimo album degno di nota, va subito di boogie alla grande. Beer Drinkers & Hell Raisers viene dalla data di Las Vegas, e tiene fede al proprio titolo con una scarica di riff a destra e manca, come pure una micidiale Cheap Sunglasses estratta dal concerto di Parigi, dove Gibbons e soci ci danno dentro alla grande. Waitin’ For The Bus ,con tanto di armonica, ripresa dalla serata di Nashville è un ritorno alle loro radici blues (rock) e viene da Tres Hombres, forse il loro massimo capolavoro, come pure la successiva Jesus Left Chicago, e qui non si prendono prigionieri. Legs la potevano fare solo a San Paolo in Brasile, di nuovo Eliminator, mi sembra che la versione dal vivo, anche con gli inserti di synth che fecero rumore all’epoca, non sia malaccio, ma Sharp Dressed Man, Live from LA, è decisamente migliore, con il classico boogie del trio dispiegato a piena potenza.

Di Rough Boy si è detto, Pincushion, dal concerto di Berlino, a parte la potenza del basso di Hill, che pompa come un dannato, non è una delle mie prime scelte, subito redenta da quello che è uno dei quattro o cinque riff imprescindibili della storia del rock (pensate il vostro), La Grange, registrata nel loro home state, Dallas, Texas, grandissima versione, con Billy Gibbons in grande spolvero e anche I’m Bad I’m Nationwide, dalla serata di Vancouver, non scherza un c..zo, scusate il francesismo, rock-blues da manuale. Dal concerto di Roma viene estratta una Tube Snake Boogie costruita per fare muovere il pubblico a tempo di rock, mentre per Gimme All Your Lovin’, un altro dei classici, torniamo in Texas, questa volta a Houston, e il rito collettivo si rinnova a tempo di riff boogie e R&R. E Tush, un altro dei brani blues-rock indimenticabili la potevano fare solo a Chicago, altra versione energica con Billy Gibbons indemoniato alla slide. E infine, per incontrarsi in un territorio comune, una bella Sixteen Tons di nuovo con Jeff Beck, membro aggiunto onorario per l’occasione, in un brano dove sembra quasi di sentire i Led Zeppelin, o era il Jeff Beck Group l’inventore, se no il vecchio Jeff mi mangia vivo!?! Nonostante sia assemblato da diversi concerti e quindi c’è una fastidiosa pausa tra un brano e l’altro, gran bel disco, fosse stato un doppio sarebbe stato perfetto.

Bruno Conti

Dalla Louisiana A Nashville, Tra Country E Southern. Frank Foster – Boots On The Ground

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Frank Foster – Boots On The Ground – Lone Chief/Malaco Records 

Voce profonda e risonante, ben al di là delle sue 34 primavere compiute da poco, cappello d’ordinanza, Frank Foster, da Cypress Bottom, Louisiana, ma residente da tempo a Nashville, è il prototipo perfetto dell’outlaw singer. I dischi se li scrive (tutte le canzoni sono sue), adesso se li produce anche, con l’aiuto della sua ottima band, è il risultato è un rockin’ country energico, con ampie spruzzate di southern rock, la giusta dose di honky tonk e nessuna concessione al country commerciale e fiacco, misto a pop, che domina in molte recenti produzioni della Music City. Insomma siamo dalle parti del vecchio Waylon Jennings, di Hank Williams Jr., perfino di Steve Earle, senza dimenticare il lato più country del southern, e penso a Charlie Daniels. In definitiva uno di quelli bravi e questo nuovo Boots On The Ground conferma le sensazioni positive che avevano dato i quattro precedenti dischi, tutti rigorosamente pubblicati a livello indipendente, come anche il nuovo album. Registrato ai Welcome To 1979 Studios di Nashville, Tennessee (ma forse come sound si risale ancora più indietro del nome degli studi) il disco ha i canonici dieci brani del classico album country, 37 minuti di musica, forse non molti, ma il giusto per gustare questo disco, che non avrà le stimmate del capolavoro o brani particolarmente memorabili, ma tutta una serie di solide canzoni con una qualità media decisamente buona.

Al tutto giova sicuramente la band di Foster, dove si distinguono i due chitarristi, Rob O’Block e Topher Petersen, entrambi sia all’elettrica come all’acustica, e che sono protagonisti alla pari con la bella voce, maschia ed espressiva del nostro. Si parte subito bene con una Redneck Rock’n’Roll, che tenendo fede al proprio nome è una scarica di energia, con le chitarre a tutto riff, su una ritmica molto southern boogie e la voce potente di Frank, tra Waylon e Charlie Daniels, che si fa largo tra le sferzate soliste dei due chitarristi. Anche Blue Collar Boys, più bluesata e sinuosa, ha comunque energia da vendere, una costruzione più vicina al country classico, che poi si estrinseca a fondo in I-20 Troubadour, dove grazie agli interventi della pedal steel dell’ospite Kyle Everson si vira decisamente verso il puro outlaw country a tempo di honky-tonk. Outlaw Run è una bella ballata, sempre con uso di pedal steel, e con un riff iniziale che ricorda Games People Play di Joe South, per poi diventare un brano avvolgente e di grande pathos, tra i migliori del CD.

In Tuff le chitarre tornano a ruggire, in un pezzo che non ha nulla da invidiare ai migliori ZZ Top (neanche il titolo), con la voce di Foster che assume tonalità alla Billy Gibbons (e pure le chitarre non scherzano), gagliarda. Build A Fire, anche con un bel organo sullo sfondo, ma sempre con le chitarre, pure in modalità slide, pronte a graffiare, è un mid-tempo che entra in circolo subito grazie alla sua grinta. Di nuovo outlaw country per la suggestiva Dear Heroes, evocativa ed incalzante grazie ad un ritornello vincente e alla pedal steel che si prende i suoi spazi insieme alle altre chitarre. Romance In The South, come lascia intuire il titolo è un’altra bella ballata, solo voce e chitarra acustica, con la band che rientra per l’ottima Blow My High (Turkey Song), un altro brano in bilico tra rock classico e country di classe, dal ritmo meno incalzante di altre canzoni ma sempre molto piacevole da ascoltare grazie all’eccellente lavoro dei musicisti di Foster, che ci congeda con la title track, una Boots On The Ground che gli stivali li pianta sempre solidamente sul terreno della buona country music, per un lavoro solido ed onesto.

Bruno Conti    

Tra Rock E Blues Con Buoni Risultati. Supersonic Blues Machine – West Of Flushing South Of Frisco

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Supersonic Blues Machine – West Of Flushing South Of Frisco – Mascot/Provogue 

Ormai la Mascot/Provogue sta diventando una sorta di leader in quel settore di musica che sta tra il rock e il blues, con un roster di artisti che include Bonamassa e Robert Cray, passando per Kenny Wayne Shepherd, Leslie West, Robben Ford, Sonny Landreth, Joe Louis Walker, Walter Trout, Warren Haynes, ma anche gruppi come JJ Grey & Mofro e Indigenous e moltissimi altri che non stiamo a ricordare: l’etichetta olandese è diventata una sorta di mecca mondiale per questo tipo di musica, dove si spazia anche in generi diversi ma, bene o male, la chitarra è quasi sempre lo strumento dominante. Alla lunga lista si aggiungono ora anche i Supersonic Blues Machine, un nuovo trio di power rock-blues che vede Lance Lopez alla chitarra e alla voce (autore di alcuni ottimi album proprio di rock-blues, in studio e dal vivo, di cui mi ero occupato in passato, e che non pubblicava nulla dal 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/13/il-ritorno-della-personcina-lance-lopez-handmade-music/ e che nella recensione originale, nella fretta, ho pervicacemente chiamato Vance ), Fabrizio Grossi, bassista, produttore e ingegnere del suono, nato a Milano, ma che vive negli Stati Uniti da tempo, prima a New York e ora a Los Angeles, musicalmente più vicino all’hard & heavy, e Kenny “Pestaduro” Aronoff, uno dei migliori batteristi rock attualmente in circolazione, basta ricordare le sue collaborazioni con John Mellencamp e John Fogerty, ma ha suonato praticamente con tutti.

Stranamente l’idea del progetto, a ovest di New York e a sud di San Francisco, come ricorda il titolo, nasce da Grossi, che oltre agli inizi da metallaro ha sempre coltivato una passione per il blues, il quale ha chiamato Lance Lopez, nativo della Louisiana, ma di chiara scuola texana e Kenny Aronoff, che aveva già suonato con lui insieme a Steve Lukather dei Toto. Naturalmente poi, come è politica della Mascot, sono stati chiamati altri ospiti di pregio per insaporire il menu di questo West Of Flushing South Of Frisco: Billy Gibbons, Warren Haynes, Chris Duarte, Eric Gales, Walter Trout e Robben Ford, tutti praticanti dell’arte della chitarra solista. Il risultato finale è diciamo alquanto “duretto”, con qualche eccezione, ma potremmo definire lo stile di questi Supersonic Blues Machine come “heavy blues”, più dalle parti del Bonamassa hard che di quello di Muddy Wolf, per intenderci. Lance Lopez è un ottimo solista, scuola Stevie Ray Vaughan, ma grande appassionato pure di Hendrix, e con una voce che ricorda molto Popa Chubby. Eppure il disco parte con la slide acustica e l’armonica dell’iniziale Miracle Man, un pezzo che con il blues ha più di una parentela, ma quando entra la batteria di Aronoff si capisce subito che non si faranno prigionieri, anche se il brano rimane in un bilico elettroacustico interessante, ravvivato dalle fiammate della solista di Lopez. I Ain’t Falling Again gira subito verso un classico hard-rock targato anni ’70, con coretti che cercano di dare una patina radiofonica alla musica del trio. Running Whiskey, scritta da Grossi, Tal Wilkenfeld (ve la ricordate? Era la bravissima bassista australiana che ha accompagnato Jeff Beck qualche anno fa) e Billy Gibbons, è cantata proprio dal leader degli ZZ Top ed è un classico boogie-rock nello stile del trio texano, con il barbuto impegnato a scambiare riff e sciabolate chitarristiche con Lopez, mentre un indaffaratissimo Aronoff tiene i ritmi a livelli poderosi.

Remedy, firmata dal gruppo con l’aiuto di Warren Haynes, è una bella hard ballad di stampo sudista, con l’ex Allman che aggiunge la sua solista alle procedure con eccellenti risultati. Bone Bucket Blues, è un solido blues-rock che va di slide e armonica, tirato il giusto, con la voce roca di Lopez e la sua solista a tessere le file del sound, che si ammorbidisce nuovamente per Let It Be, uno slow vagamente hendrixiano che ci permette di gustare un ennesimo eccellente solo di Lance, mentre anche un organo contribuisce a colorare il suono (non so dirvi chi lo suona, non ho le note dell’album). That’s My Way è il duetto con Chris Duarte, un grintoso blues-rock texano, energico, ma senza esagerare, anche se i coretti che ogni tanto ammorbano le canzoni non sempre sono di mio gradimento, ma è un piccolo difetto. Ain’t No Love (In The Heart Of City), è un blues lento di quelli classici, mentre Nightmares And Dreams, la collaborazione con il vecchio amico di Lopez, Eric Gales, è un’altra cavalcata chitarristica in ambito blues-rock e Can’t Take It No More, il duetto con Walter Trout, un altro blues dalle atmosfere ricercate e sognanti. Whiskey Time è la ripresa, con la coda strumentale aggiunta, di Running Whiskey. Molto bella la dolce Let’s Call It A Day, un duetto tra le soliste abbinate di Robben Ford e Lance Lopez, che poi lascia spazio al funky-rock della conclusiva Watchagonnado. In definitiva meno duro di quanto mi era apparso ad un primo ascolto, ovviamente indicato per chi ama il guitar rock. Esce il 26 febbraio,

Bruno Conti