Forse Più Rock “Sudista” Britannico Che Blues, Ma Non Sono Affatto Male. Wille And The Bandits – Steal

wille and the bandits steal

Wille And The Bandits – Steal Jig-Saw Music

Vengono dall’estremo sud del Regno Unito, Devon, Cornovaglia, sono un trio, guidato dal chitarrista e cantante Wille (senza la i) Edwards, con Matt Brooks al basso e Andrew Naumann alla batteria: hanno pubblicato sinora quattro album, compreso questo Steal. Tra le loro influenze citano Ben Harper e Pearl Jam, ma anche Jimi Hendrix e i gruppi power-rock in generale. Varie volte indicati tra le migliori giovani band senza contratto e tra le attrazioni più interessanti del circuito live britannico https://www.youtube.com/watch?v=OIZ4U0fsHZE , sono tra i tanti che cercano di emergere, con passione e buona attitudine, nell’attuale scena blues-rock inglese. La presenza di Don Airey, all’organo e alle tastiere in tre pezzi di questo album (uno che ha suonato con chiunque, da Deep Purple e Black Sabbath, passando per Gary Moore e Whitesnake), indica che nel DNA di Wille And The Bandist, c’è anche parecchio hard-rock, e, secondo le loro biografie, pure folk (hanno partecipato anche a Cropredy) https://www.youtube.com/watch?v=Zs6s2rj9pm0 , roots music, blues e latin rock, praticamente a parte il tex-mex e il ballo liscio, qualsiasi genere musicale.

Detto che queste liste spesso lasciano il tempo che trovano, direi che applicando il sistema San Tommaso o Guido Angeli, ossia provare per credere, la prima cosa che si rileva è che Wille Edwards è un eccellente chitarrista, oltre che all’elettrica molto efficace anche a dobro, Lap Steel e Weissenborn, come evidenziato nell’iniziale Miles Away, dove il nostro si disimpegna con classe tra slide, Weissenborn, ed elettrica (con un eccellente assolo di wah-wah), mentre il resto del gruppo, compreso Airey all’organo, confeziona del sano rock targato ‘70’s, duro ma ben suonato, Anche Hot Rocks non è male, buona voce e sound ad alta densità di riff, molto Deep Purple ma non disprezzabile, energia e grinta non mancano e quando Edwards inizia a lavorare la sua solista veniamo catapultati nel vecchio sano rock progressivo inglese dei tempi che furono, neppure tanto rinnovato ma di buon valore.

Sacred Of The Sun, di nuovo con Airey all’organo e tastiere rimane in questo hard-rock classico e raffinato, in una sorta di ideale ponte con le formazioni dell’epoca d’oro del genere. Ai giorni d’oggi pensate a Blues Pills, Black Mountain, All Them Witches, No Sinner, Rival Sons, i vari gruppi della Grooveyard, la scelta è ampia. Se avevate dei dubbi, c’è persino un brano che si intitola 1970 che pare uscito da qualche vecchio vinile dei Free, o meglio ancora dei Bad Company, con Wille che “maltratta” la sua solista con e senza bottleneck, anche con elementi southern nel sound, d’altronde se non sono “sudisti” loro che vengono dalla Cornovaglia.

Atoned parte su un assolo di basso, poi diventa un pezzo dei “Deep Zeppelin”, un po’ come fanno spesso i Black Country Communion, che però hanno un’altra classe, anche se come potenza di suono e genere ci siamo e poi Edwards è un virtuoso dello stile slide; ma anche quando i tempi rallentano, come nell’elettroacustica Crossfire Memories, e il suono di dobro e Weissenborn, oltre alle tastiere di Airey, si presenta in prima linea, la band conferma la sua validità anche in questa dimensione più intima. Our World rimane su questa lunghezza d’onda, che per certi versi richiama lo stile del citato all’inizio Ben Harper, acustico ma con improvvise sferzate elettriche. Insomma, come dice il titolo, “rubano” qui e là, ma lo fanno con buoni risultati, come certificano anche le conclusive Living Free, un blues nuovamente con elementi rootsy e qualche influenza dei Zeppelin meno “feroci”, grazie alla riuscita miscela di strumenti elettrici ed acustici, e soprattutto la lunga Bad News, altro pezzo di buona fattura, che dopo una introduzione raccolta esplode in un classico ed epico hard-rock, dove si apprezzano nuovamente le tastiere di Don Airey, e se il cantato di Wille Edwards è forse per l’occasione fin troppo sopra le righe, il suo lavoro alla solista è sempre di notevole efficacia. In definitiva, come detto all’inizio, a parte il liscio, il resto direi che c’è tutto.

Bruno Conti

Avevano Detto Che Non Sarebbe Mai Successo, E Invece Sono Tornati E “Picchiano” Sempre Come Dei Fabbri! Black Country Communion – BCCIV

black country communion bcc iv

Black Country Communion – BCC IV – Mascot Provogue

Con una certa dose di autoironia, il banner che annuncia l’uscita del nuovo album dei Black Country Communion recita, lo riporto in inglese perché fa più scena: “They Said It Would Never Happen!”. E invece è successo, dopo la brusca separazione del 2012, dovuta  a quelle che erano state appunto definite inconciliabili divergenze tra Joe Bonamassa e Glenn Hughes, torna il quartetto anglo-americano (Hughes e Bonham sono inglesi) con un quarto album che, forse in omaggio ad una delle loro fonti di ispirazioni sonore, si intitola BCC IV. Del disco, al momento in cui scrivo, non si ancora tutto, dovrebbe uscire il 22 settembre, è sempre prodotto Kevin Shirley, sono dieci brani nuovi e, questo posso confermarlo, avendolo sentito bene, picchiano sempre come dei fabbri, anzi forse ancor di più che nei dischi precedenti, oltre ai tre di studio anche un Live. Con un gioco di parole, scontato ma efficace, potremmo definirli ancora una volta i Deep Zeppelin o i Led Purple, vista la presenza nei loro ranghi di un ex Deep Purple, come Glenn Hughes e del figlio del batterista degli Zeppelin, ovvero Jason Bonham, ma anche perché il genere è quell’hard’n’heavy anni ’70, che ha ancora una folta schiera di estimatori e moltissimi epigoni nel nuovo millennio.

Bonamassa, dopo una serie di album che hanno esplorato il blues, le radici acustiche del suo sound, il jazz-rock, e altre mille diverse nuances sonore che lo hanno reso uno dei musicisti più apprezzati (ma anche discussi) del rock attuale, sicuramente uno dei chitarristi migliori delle ultime generazioni, forse “il migliore” (come ha dichiarato di recente anche l’amico Walter Trout): Joe ha detto che, appianate le divergenze con Hughes, voleva tornare “divertirsi” a suonare un rock duro e selvaggio che è comunque sempre stato presente nel suo DNA di musicista. E bisogna dire che i quattro (c’è anche Derek Sherinian, l’ex Dream Theater, alle tastiere) ci sono riusciti. Intendiamoci, l’album non è forse interessante come altre cose recenti di Bonamassa, ma i quattro sono comunque sempre una potenza della natura, tra riff assassini, scariche di rullate travolgenti di Bonham, la voce ancora gagliarda e potente di Hughes, e il lavoro di raccordo delle tastiere, il disco si lascia ascoltare, ovviamente se amate il genere. Sintomatico in questo senso il brano di apertura, una Collide che sembra uscire dai solchi di Led Zeppelin IV o di Physical Graffiti, una via di mezzo tra Black Dog e Kashmir, con Bonham che picchia come un indemoniato sulla sua batteria, mentre Bonamassa inchioda un assolo del tutto degno del miglior Jimmy Page, mentre Hughes urla e strepita come se avesse ancora vent’anni e anche Sherinian fa il suo alle tastiere.

Over My Head sembra un pezzo dei Deep Purple Mark III, quelli con leggere influenze del sound rock mainstream americano, quando Hughes si alternava a Coverdale come voce solista, quindi più FM anche questo pezzo dei BCC, con Bonamassa che si sdoppia a due soliste, pur se il sound rimane “galoppante”. The Last Song For My Resting Place è la terza variazione sul tema, un brano epico, scritto e cantato da Joe, con inserti quasi celtici di volino ( o è la viola della cino-americana Tina Guo, sentita di recente nel Live acustico?) e mandolino, sul lato quindi dell’ultimo Bonamassa, ricercato e variegato, ma pronto a scatenarsi in folate chitarristiche di grande intensità, mentre il resto della band lo spalleggia con vigore e qualità. Esaurite le possibilità sonore in offerta, negli altri brani si reiterano i vari stili: Sway è nuovamente zeppeliniana, soprattutto nei ritmi e nei riff, anche se l’approccio vocale di Hughes tiene sempre conto dell’amore del bassista per un suono più mainstream, da rock FM americano, non quello più becero comunque, poi Sherinian all’organo e Bonamassa alla chitarra curano con grinta la parte strumentale. The Cove è più misteriosa ed intrigante, un suono avvolgente che ricorda certo rock dark britannico, oltre agli Zeppelin di Houses Of The Holy dove le tastiere avevano un ruolo importante, inutile dire che tutti ci danno dentro di brutto, come in tutto l’album d’altronde, qui più che la finezza domina la forza bruta, con classe però. E pure The Crow è duretta anziché no, heavy rock dirompente e dove non si fanno prigionieri, tra tastiere e chitarre impazzite. Wanderlust ha un tempo più scandito ed incalzante, qualche “esile” traccia blues-rock, ma i quattro dei Black Country Communion non dimenticano di essere soprattutto un gruppo hard rock; Love Reins è un’altra scarica adrenalinica tra Purple e Zeppelin, rivisitati dai BCC e pure Awake permette a Jason Bonham e a Hughes di scatenare ritmi duri e cattivi. Chiude When The Morning Comes, l’altro pezzo che introduce elementi più “tranquilli”, un piano insinuante e melodie più dolci, ma sempre pronto a scatenarsi in violente cavalcate chitarristiche.

Questo offre il menu per l’occasione, prendere o lasciare: esce il 22 settembre.

Bruno Conti