Un’Altra Bella Coppia, Musicale. John Ginty Feat. Aster Pheonyx – Rockers

john ginty feat. aster pheonyx

John Ginty Feat. Aster Pheonyx – RockersAmerican Showplace Music                

Forse il nome John Ginty non dirà molto ai più, ma il nostro amico non è un novellino: in pista da più di 20 anni Ginty, che suona organo, piano e altre tastiere, appariva già negli anni ’90 in tutti i dischi di Neal Casal (e anche in quelli degli anni 2000), come pure in Strangers Almanac dei Whiskeytown, con i Blind Boys Of Alabama, nella prime versioni della Family Band di Robert Randolph, ha suonato anche in Shaman di Carlos Santana, nel primissimo disco di Dana Fuchs Lonely For A Lifetime, con Kathleen Edwards: io personalmente lo ricordo come produttore e musicista insieme a Todd Wolfe e con le Court Yard Hounds, con Albert Castiglia, e moltissimi altri, insomma un bel CV. Ha registrato anche alcuni album a nome suo, tra cui un buon doppio dal vivo Fireside Live, e recentemente ha deciso di unire le forze con Aster Pheonyx, che al di là di nome e cognome bizzarri (credo una storpiatura di un personaggio dei Manga giapponesi), ha già un album al suo attivo, pubblicato nel 2011. Il risultato, come si può forse intuire, per certi versi, ricorda quello dell’accoppiata Bonamassa/Beth Hart, con un tastierista al posto di un chitarrista (ma pure le 6 corde nel disco si apprezzano), la citata Dana Fuchs, e anche, andando indietro nel passato, Brian Auger & Julie Driscoll, visto che l’organo è spesso lo strumento solista. Ad esempio nei due strumentali posti in apertura e chiusura di questo Rocker: The Shark, su un groove funky e corposo creato da Justine Gardner al basso e Maurice “mOe” Watson alla batteria, l’organo Hammond B3 di Ginty sembra quello di Auger ai tempi degli Oblivion Express https://www.youtube.com/watch?v=j_wbibie_wk , mentre nella conclusiva Rockers pare addirittura di ascoltare le evoluzioni prog-rock di Keith Emerson negli E L & P.

Il resto dei brani dell’album portano la firma unita di Ginty E Pheonyx e svoltano decisamente verso un rock-blues energico, ma di qualità, grazie alla bella voce di Aster, che a tratti rivaleggia con i nomi citati in precedenza, ma nella raffinata Mountains Have My Name pare emulare Susan Tedeschi, in un gospel-rock di grande intensità, grazie anche al tocco di classe di piano e organo, suonati magistralmente dal bravo Ginty. Altrove il rock è decisamente più energico, come nella vorticosa Lucky 13, ancora con le svisate dell’organo ben controbilanciate comunque dalle chitarre tirate di Mike Buckman e Jimmy Bennett, e pur sempre con elementi soul ben presenti. Entrambi nativi del New Jersey, Ginty ha scoperto Aster mentre cantava in un bar di Asbury Park (!?!), e i due hanno creato una bella alchimia, come confermano i brani dell’album: dalla gagliarda Believe In Smoke, molto vicina al sound della Fuchs, a Target On The Ground, con un bel dualismo piano elettrico/urgano e un’aria soul che ricorda addirittura lo stile raffinato di Janiva Magness, e pure Captain Hook mixa lo stile della Tedeschi con quello di Beth Hart (con cui condivide anche una passione per i tauaggi), con ottimi risultati. Mr. Blues tiene fede al suo nome https://www.youtube.com/watch?v=7gxeipAjq8Y , su un vorticoso giro creato dall’organo, si inseriscono chitarre dal suono rock e grintoso, e la voce sempre soulful della Pheonyx che mantiene il suo aplomb, mentre Ginty sfoggia un prodigioso solo di organo degno dei grandi dello strumento.

Dopo uno strano intermezzo con un DJ di una radio locale, l’album ci presenta uno dei brani più “morbidi”, una bella ballata pianistica come Priscilla, dove si apprezza ancora la calda vocalità di Aster, di nuovo molto vicina a Susan Tedeschi (e per affinità vocale anche a Bonnie Raitt) https://www.youtube.com/watch?v=cMySu3zgs3c , con Ginty che si cimenta anche alla Melodica. Electric si regge parimenti sulla forte attitudine vocale della ragazza, forgiata da anni di musica on the road e non da qualche improbabile talent show, con John che al solito fa i numeri all’organo, ben spalleggiato in questo caso da un bel lavoro della chitarra in modalità slide. Manca solo Maybe If You Catch Me, dove si vira quasi verso uno stile decisamente jazzy, da torch singer, per confermare la validità e la varietà di questo album, dove una bella voce convive con un pugno di ottimi musicisti che ne evidenziano la qualità con classe e mestiere. Se mi sono spiegato bene ed avete afferrato il genere, e lo amate, non lasciatevi sfuggire questo Rockers, potrebbe rivelarsi una bella sorpresa.

Bruno Conti

L’Ultima Colta Fatica Di Un “Cantautore Del Blues”! Eric Bibb – Migration Blues

eric bibb migration blues

Eric Bibb – Migration Blues – DixieFrog/Ird

Eric Bibb non è un “semplice” cantante e chitarrista blues, è un cantautore del blues, uno che ha sempre dato importanza alla tradizione (per esempio con il recente Lead Belly’s Gold, realizzato in coppia con JJ Milteau http://discoclub.myblog.it/2015/10/11/vecchio-oro-zecchino-nuovi-minerali-blues-meno-pregiati-sempre-preziosi-eric-bibb-and-jj-milteau-lead-bellys-gold-live-at-the-the-sunset-more/ ), ma nella sua musica hanno altresì trovato posto le tematiche dei perdenti, degli sfruttati, dei poveri del mondo, e quindi era quasi inevitabile che prima o poi realizzasse un intero disco dedicato ai cosiddetti “rifugiati”, i migranti: le popolazioni che in giro per il mondo fuggono da guerre, carestie, fame, povertà, alla ricerca di un mondo migliore, spesso trovando la morte in questo tentativo. Ovviamente questa è solo una recensione e non un trattato sociologico e quindi non può entrare a fondo nell’argomento, che lascio a persone più preparate di me (spero) per sviscerarlo, ma mi sembrava giusto ricordarlo, visto che è l’assunto da cui parte questo album. Che nel suo ricco librettino, scritto in tre lingue, inglese, francese e tedesco, viene anche trattato con dovizia di particolari sulle canzoni contenute nel CD, e si apre con una dotta citazione dall’opera di Cicerone, che nel 46 prima di Cristo già diceva: “Essere ignoranti di quanto è avvenuto prima della tua nascita vuol dire rimanere sempre un bambino. Per questo quanto vale la vita umana, a meno che non sia intessuta nella vita dei nostri antenati dai ricordi della storia” (libera traduzione del sottoscritto).

Ma veniamo ai contenuti del disco: a fianco di Bibb, per questa nuova avventura, oltre al fido JJ Milteau all’armonica, questa volta troviamo l’eccellente musicista canadese (ma nato a South Bend, Indiana) Michael Jerome Browne, vincitore di vari premi in Canada e negli States (con nove album al suo attivo, quasi tutti per l’etichetta Borealis, e che vi consiglio di esplorare), nonché virtuoso (come Eric) di vari strumenti a corda, chitarre, soprattutto slide, banjo e mandolino, ma anche violino. Quindi un disco dalle sonorità scarne, quasi sempre acustiche, come è d’altronde caratteristica dei dischi di Eric Bibb, vedi anche il recente The Happiest Man In The World, dove oltre a Browne, c’era il grande Danny Thompson al contrabbasso. Si diceva del fatto che il nostro è un “cantautore” del blues e quindi è quasi ovvio che l’album contenga quasi tutte composizioni originali dello stesso Bibb, che comunque si lascia aiutare anche dai suoi compagni di avventura come autori, e sceglie un paio di cover d’autore che vediamo tra un attimo. L’album si apre con l’intensa (ma lo sono tutte le canzoni contenute in questo Migration Blues) Refugee Moan, con la splendida ed espressiva voce di Bibb, sostenuta dalla propria baritone guitar, dal fretless banjo di Browne e dall’armonica di Milteau, per una cruda narrazione del viaggio verso la Promised Land. Il secondo brano Delta Getaway, rievoca i ricordi dei vecchi del Mississippi sui loro pericolosi viaggi appunto dal Mississippi a Chicago, un brano dove si gusta la splendida resophonic slide di Browne e l’intervento della batteria di Olle Linder che aggiunge ritmo ad uno dei brani più “elettrici” di questa raccolta.

Diego’s Blues racconta il viaggio, negli anni ’20 del secolo scorso, di un inventato emigrante messicano verso il Delta del Mississippi per sostituire gli Afroamericani che stavano abbandonando le piantagioni, un eccellente folk-blues, solo la voce di Eric e la 12 corde di Browne, splendido. Prayin’ For Shore affronta l’argomento dei viaggi della speranza in barca nel Mediterraneo a noi tristemente noti, una canzone complessa, con la voce di supporto di Big Daddy Wilson, e la 12 corde amplificata di Jerome e l’armonica di Milteau che affiancano la sempre splendida voce di Bibb, per un brano dall’atmosfera sospesa ed intensa. Migration Blues è uno strumentale intricato, dove Bibb e Browne si sfidano con le loro 12 corde in modalità bottleneck.. Four Years, No Rain, scritta sempre per l’occasione da M.J. Browne, affronta il tema della carestia in un altro blues minimale e scarno, mentre We Had To Move racconta in una canzone la storia romanzata della famiglia di James Brown, un brano mosso e variegato, dove si apprezza il virtuosismo di Bibb al banjo. La prima cover è una magnifica rilettura di Master Of War di Bob Dylan, con la voce evocativa di Eric, sostenuta dal “minaccioso” fretless gourd banjo, che ricrea l’ambiente di uno dei capolavori dylaniani. Ancora le due chitarre duettanti di Bibb e Browne, per una sognante e delicata Brotherly Love e poi spazio per l’omaggio al cajun degli emigrati canadesi spinti verso la Louisiana, nello strumentale di MJ Browne La Vie Est Comme Un Oignon, per violino e armonica. With A Dolla’ In My Pocket è un country-blues elettrificato di nuovo di grande intensità, seguito da un altro dei monumenti della canzone americana come This Land Is Your Land di Woody Guthrie, che credo non abbia bisogno di presentazioni, bella versione. Una breve Booker’s Blues un vorticoso strumentale suonato sulla National di Booker White, e siamo al finale, Blacktop, un altro intenso blues di Browne, che questa volta la canta anche, con Bibb e Mornin’ Train, un tradizionale arrangiato da Eric Bibb, con la seconda voce della moglie Ulrika, brano che conclude a tempo di gospel/spiritual questo ottimo album del musicista di New York.

Bruno Conti

La Dura Verità? Un Gran Disco Di Blues Elettrico! Coco Montoya – Hard Truth

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Coco Montoya – Hard Truth – Alligator/Ird

Per parafrasare il titolo dell’album, la “dura verità” (ma anche lieta e positiva, per l’occasione) è che Coco Montoya, alla tenera età di 65 anni, ha realizzato forse il migliore album della sua carriera (toglierei il forse). Un disco torrido e tosto, nella migliore tradizione dei prodotti Alligator. Quello di Montoya è un ritorno presso l’etichetta di Chicago, dopo due album pubblicati per la Ruf, il discreto doppio dal vivo della serie Songs From The Road, e l’ultimo album di studio del 2010, I Want It All Back, disco che descrissi con un termine che usiamo in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, “loffio”, secondo la Treccani “ fiacco, insulso, scadente”, che mi pare calzi a pennello http://discoclub.myblog.it/2010/07/27/da-evitare-se-possibile-coco-montoya-i-want-it-all-back/ . Però nel 2007, nella sua precedente prova per la Alligator Dirty Deal, Montoya, affiancato dai Little Feat quasi al completo, aveva centrato in pieno l’obiettivo: ma in questo nuovo Hard Truth mi pare che vengano al pettine più di 40 anni on the road, prima come batterista e poi chitarrista nella band di Albert Collins, in seguito 10 anni come chitarra solista nei Bluesbreakers di John Mayall, il migliore degli ultimi anni insieme a Walter Trout. La carriera del chitarrista californiano non è stata ricchissima di dischi, “solo” dieci, compreso l’ultimo e una raccolta, in più di 20 anni.

Il migliore, in precedenza, come capita a molti artisti, era stato probabilmente il primo disco solista Gotta Mind To Travel del 1995,  ma ora il mancino di Santa Monica, con l’aiuto dell’ottimo produttore (e batterista) Tony Braunagel, ha pubblicato un eccellente album di blues elettrico, perfetto nella scelta dei collaboratori, oltre a Braunagel, Bob Glaub al basso, il grande Mike Finnigan alle tastiere, Billy Watts e Johnny Lee Schell che si alternano alla seconda chitarra, e come ciliegina sulla torta, Lee Roy Parnell alla slide. Non vi enumero le collaborazioni di questi musicisti perché porterebbero via metà della recensione, ma fidatevi, hanno suonato praticamente con tutti; in più è stata fatta anche una scelta molto oculata delle canzoni usate per l’album. E, last but not least, come si suole dire, Coco Montoya suona e canta alla grande in questo disco. Si parte subito benissimo con Before The Bullets Fly, un brano scritto da Warren Haynes (e Jaimoe) nei primissimi anni della sua carriera, un pezzo ritmato, solido e tirato, dove le chitarre ruggiscono, l’organo è manovrato magicamente da Finnigan e la voce di Montoya è sicura e accattivante, ben centrata, come peraltro in tutto l’album, gli assoli si susseguono e il suono è veramente splendido; ottima anche I Want To Shout About It, un galoppante rock-blues-gospel di Ronnie Earl, che ricorda le cose migliori del Clapton anni ’70, con la guizzante ed ispiratissima chitarra di Montoya che divide con l’organo il continuo vibrare della musica. E anche Lost In The Bottle non scherza, su un riff rock che sembra venire dalla versione di Crossroads dei Cream o degli Allman Brothers, la band tira di brutto, con la solista di Montoya e la slide di Lee Roy Parnell che si scambiano roventi sciabolate elettriche.

Molto bella anche una slow blues ballad come Old Habits Are Hard To Break, una rara collaborazione tra John Hiatt e Marshall Chapman uscita su Perfectly Good Guitar, che per l’occasione accentua gli aspetti blues, grazie anche al lavoro del piano elettrico e dell’organo di Mike Finnigan, mentre Montoya è sempre assai incisivo e brillante con la sua chitarra. I’ll Find Someone Who Will è un funky-blues scritto da Teresa Williams, una delle due voci femminili di supporto presenti nell’album, molto R&B, ma sempre con la chitarra claptoniana del titolare pronta alla bisogna; e a proposito di chitarre terrei d’occhio (e d’orecchio) anche il duetto tra l’ineffabile Coco e l’ottimo Johnny Lee Schell, per l’occasione alla slide, nella ripresa di un bel brano di Mike Farris Devil Don’t Sleep, un minaccioso gospel blues molto intenso, dove brillano nuovamente anche le tastiere di Finnigan. The Moon Is Full è un omaggio al suo maestro Albert Collins, un classico hard blues con il suono lancinante della solista mutuato dall’Iceman, che ne era l’autore, e il bel timbro cattivo della voce di Montoya. Hard As Hell, uno dei brani firmati dal nostro, ricorda nuovamente il Clapton dei bei tempi che furono, molto Cream, con un riff ricorrente e le chitarre sempre in evidenza. ‘bout To Make Me Leave Home era su Sweet Forgiveness di Bonnie Raitt, ma qui si incattivisce e vira di nuovo verso un funky-rock forse meno brillante. Ottima invece la versione da blues lento da manuale di Where Can A Man Go From Here?, in origine un pezzo Stax di Johnnie Taylor, con un assolo strappamutande di Montoya veramente fantastico, tutto tocco e feeling. Per concludere si torna al rock-blues torrido e tirato di una Truth To Be Told firmata dallo stesso Montoya, che conferma il momento magico trovato nella registrazione di questo disco. In una parola, consigliato!

Bruno Conti      

Un Grande Artista E Un Grande Concerto! George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast Dortmund 1980

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George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast – Dortmund 1980 – MIG Made In Germany 2CD+DVD

George Thorogood ha pubblicato il suo ultimo album di studio, l’ottimo 2120 South Michigan Avenue, nel 2011, ma in questo ultimo lustro le pubblicazioni discografiche a suo nome non sono comunque mancate: nel 2013 è uscito, in vari formati, uno scintillante Live At Montreux, http://discoclub.myblog.it/2013/12/13/forse-il-miglior-album-dal-vivo-sempre-george-thorogood-live-at-montreux/ (forse, perché non era ancora uscito questo) mentre nel 2015 è uscita una splendida edizione, riveduta e corretta, del suo primo album, ribattezzato per l’occasione George Thorogood And The Delaware Destroyers. Ora, per completare questa operazione di rivisitazione degli archivi, la tedesca Made In Germany pubblica un concerto del 1980 tratto dalla quasi inesauribile serie del Rockpalast: per l’occasione siamo a Dortmund, quindi in “trasferta” rispetto alla più famosa location della Grugahalle di Essen, ma comunque anch’essa teatro di memorabili serate dal vivo, preservate per i posteri dalla emittente radiotelevisiva WDR. Per la precisione è il 26 novembre del 1980, il nostro amico aveva appena pubblicato quello che sarebbe stato il suo terzo e ultimo album per la Rounder, More George Thorogood And The Destroyers, il primo con l’ingresso in pianta stabile nella formazione del gruppo del sassofonista Hank “Hurricane” Carter, che affianca la rocciosa sezione ritmica di Jeff Simon alla batteria e Billy Blough  al basso, tutt’oggi, inossidabili allo scorrere del tempo, a fianco di George Thorogood, che giungeva in Europa preceduto dalla sua fama di “The Satan Of Slide”, pronto ad infiammare le platee del Vecchio Continente.

La prima cosa che colpisce l’occhio è la scelta del repertorio: su 15 brani (sia nella versione DVD, immagini un po’ buie, ma efficaci, come nel doppio CD), uno solo porta la firma di Thorogood, il resto è una scorribanda nelle pieghe del miglior blues e R&R d’annata, suonata a velocità supersonica, ma quando e dove serve, capace anche di momenti di finezza e abbandono (non molti, ma ci sono)! Chuck Berry, John Lee Hooker e Elmore James sono i più “saccheggiati”, ma tutto il Gotha della grande musica viene omaggiato: e non è che George volesse fare il modesto, perché fino a quel momento solo un brano aveva scritto, Kids From Philly, che è il secondo ad apparire nel concerto, oltre a tutto firmato con lo pseudonimo Jorge Thoroscum. Anzi, per la verità, a volere essere onesti fino in fondo, aveva firmato anche la strepitosa Delaware Slide, che purtroppo non viene eseguita nella serata. Lo show si apre con una devastante House Of  Blue Lights, quasi cinque minuti di pura goduria sonora, la quintessenza del blues e del R&R, un pezzo suonato da tanti grandi, ma la versione di Thorogood rimane una delle migliori in assoluto, con sax e chitarra che si inseguono in modo inesorabile. Ancora ritmi veloci per la citata Kids From Philly, un piacevole strumentale a tutto sax e pure per la successiva I’m Wanted (All Over The World), un pezzo di Willie Dixon, di nuovo a tempo di R&R, dove Thorogood comincia a scaldare l’attrezzo, prima di invitare le ragazze a salire sul palco per danzare nella successiva canzone, ma ne arrivano poche, almeno all’inizio, come si vede nel video, comunque il buon George non si offende e attacca una frenetica Cocaine Blues.

Secondo momento topico del concerto la “solita” versione micidiale del medley House Rent Blues/One Scotch, One Bourbon, One Beer, John Lee Hooker d’annata, ma anche Thorogood all’ennesima potenza, che inizia ad innestare il bootleneck, poi è subito di nuovo tempo di R&R con il Chuck Berry di It Wasn’t Me, sparato a tutta velocità, seguito dalla prima incursione nel songbook di Elmore James con il festival slide di una fantastica Madison Blues, fine del primo CD. Si riattacca dove ci si era interrotti, uno dei rari slow blues, ma ancora di James, Goodbye Baby (Can’t Say Goodbye), splendida, che precede una micidiale New Hawaiian Boogie, uno strumentale che conferma la sua fama di “Satan Of Slide”, e per concludere la tetralogia dedicata a Elmore James una eccellente Can’t Stop Lovin’. Quindi tocca ad un classico del Rock (and roll) e di Thorogood, l’inconfondibile drive della travolgente Who Do You Love di Ellas McDaniel, per tutti Bo Diddley, seguita ancora dall’omaggio ad un altro Maestro, Muddy Waters, ripreso con la “poco nota” Bottom Of The Sea. Un altro super classico di George Thorogood è la sua versione di Night Time, presa oltre la velocità della luce, con la chitarra e il sax entrambi in overdrive, e pure il finale a tutto Chuck Berry, e quindi R&R, non scherza, prima No Particular Place To Go, una specie di anticipazione della futura Bad To The Bone, e poi si accelera ulteriormente fino al “delirio” di Reelin’ And Rockin’. I live di George Thorogood non mancano certo, ma datecene ancora finché sono così belli, e questo è uno dei migliori in assoluto!

Bruno Conti

Sempre Più Raro, Formidabile E “Sconosciuto”, Anche A Quasi 30 Anni Dalla Morte! Roy Buchanan – Telemaster Live in ’75

roy buchanan telemaster live in '75

Roy Buchanan – Telemaster Live in ‘75 – Powerhouse Records

E’ stato detto mille volte, spesso anche dal sottoscritto http://discoclub.myblog.it/2016/01/02/dal-vivo-raro-formidabile-roy-buchanan-lonely-nights-my-fathers-place-1977/ , ma ripeterlo giova: Roy Buchanan è stato uno dei più grandi chitarristi della storia del rock (e del blues), tanto da venire definito “the world’s greatest unknown guitarist”, in possesso di una tecnica mostruosa, che prevedeva il “chicken picking”, l’uso del plettro, ma anche delle dita, del pollice persino, tecniche mutuate dall’uso della lap steel, senza entrare troppo in tecnicismi diciamo che spesso usava queste tecniche contemporaneamente, e nel tempo ci sono stati chitarristi, professionisti e non, che hanno provato a cimentarsi con il suo stile, e sono tuttora inestricabilmente legati alle corde della propria chitarra. Ma Buchanan aveva anche un “tone”, un suono, unico, con lo strumento che sembrava piangere, strepitare, ululare, miagolare, uno dei pochi in grado, non dico di migliorare, ma di replicare gli assoli di Jimi Hendrix, pure quelli col wah-wah, oppure del suo grandissimo ammiratore Jeff Beck. Roy è morto suicida in prigione nel 1988, a Fairfax in Virgina, dopo una lite domestica: ma la sua eredità, il suo retaggio musicale è stato mantenuto vivo da una serie di pubblicazioni d’archivio Live e in studio http://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ , a volte non molto legali, per quanto spesso ben incise, e comunque sempre splendide nei contenuti, ma anche da alcuni dischi approvati dalla famiglia, e in particolare dalla moglie Judy, ancora in vita, o forse da qualcuno dei sette figli e innumerevoli nipoti.

Buchanan, come è noto, ma forse no, per cui diciamolo, aveva rischiato di entrare anche negli Stones, nell’era di Mick Taylor, ma purtroppo non aveva il “physique du role”, per quanto lo avrei visto bene accanto a Keith Richards. Ci ha lasciato una splendida serie di album, soprattutto quelli pubblicati dalla Polydor, dove Roy ha deliziato diverse generazioni di aficionados della chitarra con i suoi assoli al limite del paranormale, ricchi di tecnica e feeling, dischi sia in studio che dal vivo. Proprio da quel periodo viene questo Telemaster Live in ’75, il terzo pubblicato dalla Powerhouse Records, l’etichetta di Tom Principato, grande fan e discepolo di Roy Buchanan e anche di Danny Gatton, altro “mostro sacro” della chitarra elettrica: il primo, uscito nel 2003 era intitolato American Axe, l’altro Live: Amazing Grace, nel 2009, entrambi formidabili. L’unico piccolo appunto che possiamo fare a questo nuovo titolo è la non eccessiva lunghezza, circa 40 minuti, aggiungendo 2 brani registrati nell’agosto del 1973 ai sei provenienti dal concerto del settembre 1975, sempre all’Agora Ballroom di Cleveland. Suonano con lui John Harrison, al basso, Byrd Foster alla batteria e Malcolm Lukens, a organo e piano: i pezzi del suo repertorio sono più o meno sempre quelli, ma come per i grandi della musica classica, ogni esecuzione è talmente diversa che va assaporata e centellinata.

Can I Change My Mind è un delizioso brano tra soul e rock, con l’organo di Lukens che “scivola” sul groove della sezione ritmica, mentre l’assolo parte con una levità e una delicatezza incredibili, poi si sviluppa nel “solito” crescendo meraviglioso di note, prima di lasciare spazio a tutto il gruppo per questo splendido brano di Tyrone Davis. Poi parte Running Out, un brano che sarebbe uscito solo l’anno dopo su A Street Called Straight, quello con il bimbo in copertina con Roy, la dimostrazione lampante che Buchanan avrebbe potuto benissimo suonare rock con gli Stones, un pezzo ruvido e tirato con il nostro che inizia a strapazzare la sua Telecaster come solo lui sapeva fare, scale velocissime ed inconsuete scovate sul manico; segue una Further On Up The Road, leggermente più veloce di altre versioni conosciute, ma il momento topico è comunque sempre quello dell’assolo, in questo caso quasi canonico, quasi, perché dopo un minuto si stufa e cava dalla sua Tele un fiume di note, e pure Lukens fa la sua parte. Non vorrei dire una eresia, non credo però, ma a me il cantante (anche se non accreditato nelle note, al solito scarne) sembra proprio il grande Billy Price, voce storica della band e presente pure nel disco ufficiale del 1975 Live Stock, e di cui, detto per inciso, al 7 Aprile uscirà un nuovo album, Alive And Strange, per la VizzTone.

Ma ritorniamo al concerto, tocca a I Used To Have A Woman, uno di quei blues lancinanti dove Buchanan rivolta la sua chitarra come un calzino, creando un fiume di note che emoziona e stordisce l’ascoltatore grazie alla sua varietà di temi e tonalità, e fantastica pure la parte cantata (confermo può essere solo Price, canta troppo bene!). Non ci siamo ancora ripresi che arriva  una poderosa Sweet Home Chicago, mentre il concerto del ’75, senza soluzione di continuità, termina con lo strumentale classico The Messiah Will Come Again, la chitarra elettrica al limite del preternaturale e oltre. Se considerate che il tutto è inciso benissimo, questo disco è indispensabile. E alla fine ci sono pure i due brani del ’73: prima una travolgente Whole Lotta Shakin’ Goin’ On, dove il cantante è effettivamente “sconosciuto”, ma gli altri, soprattutto Roy, suonano, cazzo (scusate il francesismo) se suonano! E anche il finale, con la sua strepitosa versione strumentale del classico Sweet Dreams, è da sballo. Aspettiamo il prossimo della serie, magari prima di sette o otto anni.

Bruno Conti

roy buchanan rockpalast

P.s. Sempre il 7 aprile verrà (ri)stampato di Roy Buchanan anche questo Live At Rockpalast – Hamburg 1985, in versione CD+DVD, ma comunque le versioni divise del CD e del DVD sono regolarmente in produzione e si dovrebbero trovare con facilità, però per confondere le idee…

Un Po’ Di “Vero” Blues Dalla Crescent City! Jeff Chaz – This Silence Is Killing Me

jeff chaz this silence is killing me

Jeff Chaz – This Silence Is Killing Me – JCP CD

Jeff Chaz è un chitarrista e cantante blues di New Orleans, poco conosciuto a livello nazionale ma abbastanza popolare in Louisiana: non è proprio di primissimo pelo, anche se ha esordito discograficamente solo nel nuovo millennio, ed il suo background è più jazz che blues, essendo cresciuto ascoltando i dischi del padre, che era appassionato di gente del calibro di Louis Armstrong, Count Basie e Duke Ellington e, prima di scoprire il mondo delle dodici battute ed avvicinarsi alla chitarra, i suoi primi strumenti sono stati la tromba ed il trombone. La sua musica comunque ha mantenuto qualcosa delle sue radici, ed in più si è arricchita anche con elementi del suono della sua hometown (d’altronde è quasi impossibile essere musicista a New Orleans e non venirne influenzato), per cui i dischi affiancano al classico blues chitarristico diverse dosi di rhythm’n’blues e funky, creando un cocktail stimolante.

Non conosco i precedenti dischi di Jeff, ma credo che non siano molto diversi da questo This Silence Is Killing Me, classico blues chitarristico, colorato da ritmiche ed elementi tipici della Crescent City, una buona voce (non eccezionale, ma neppure piatta come, ad esempio, quella di Jimmy Thackery), ed un suono influenzato principalmente da B.B. King, ma anche da Little Milton e da un altro grande King, Albert. Jeff si presenta a capo del classico power trio (con Doug Thierren al basso e Doug Belote alla batteria), ed in aggiunta l’organo e le tastiere di John Autin e Tom Worrell, più una sezione fiati di quattro elementi e le percussioni di Michael Skinkus, molto noto a New Orleans per le sue precedenti collaborazioni con Dr. John,  Radiators ed Irma Thomas.

Il CD si apre con Savin’ Everything For You, un gustoso jumpin’ blues punteggiato dai fiati, con un gran ritmo ad assoli a go-go della chitarra di Jeff, con un suono caldo che annuncia il clima del disco. E poi Chaz è un chitarrista notevole, dotato di un bel fraseggio e di un timbro melodico e pulito, davvero simile al sound di Lucille, la sei corde di B.B. King. La title track è un lento proprio alla King, un’atmosfera suadente ed un motivo ben costruito, anche se gli archi in sottofondo forse  non c’entrano granché; con I Ain’t Nothin’ Nice torniamo a sonorità classiche, con un maggior coinvolgimento dei fiati e quindi del suono di New Orleans, una via di mezzo tra blues e funky, decisamente saporita ed energica. Anche I’m Not All There ha il mood tipico della Crescent City, ritmica spezzettata e sonorità annerite, quasi un errebi classico con il tocco blues dato dalla chitarra del nostro, che si produce tra l’altro in un paio di assoli mica da ridere; The Blues Is My Drug è invece, come da titolo, blues al 100%, lento, caldo, con un bel pianoforte ed atmosfera afterhours, un brano di qualità superiore, e anche se Jeff non è Stevie Ray Vaughan se la cava più che bene, mentre Merry Christmas To You è una canzone stagionale a tutto funky, un brano che stona un po’ con il resto del disco, più che altro per la melodia volutamente natalizia, non particolarmente nelle corde del nostro.

L’incalzante Oncoming Train è ancora un gustoso errebi fatto da un bluesman, con una buona prestazione vocale, Fried Chicken Store è invece uno slow blues di ottima fattura, con organo e fiati sullo sfondo e Jeff che gigioneggia un po’ ma alla fine convince. La funkeggiante Self Inflicted Wound ha il sapore della Big Easy, mentre il blues si prende la rivincita con la cadenzata The Backwash Blues, che pur non facendo gridare al miracolo fa il suo dovere, grazie anche alla slide suonata davvero bene. L’album termina con la veloce e saltellante Creole Mustard Swing, l’unico strumentale del disco, un saporito blues ritmato e con la chitarra assoluta protagonista. Pur non essendo uno dei grandi del blues, Jeff Chaz sa come si fa un buon disco e riesce a portare a casa il risultato anche piuttosto agevolmente: se vi piace il genere, e non disdegnate qualche contaminazione “made in Louisiana”, questo disco non vi deluderà.

Marco Verdi

E Anche Uno Degli Ultimi Grandi Del Blues Ci Ha Lasciato! E’ Morto James Cotton, Aveva 81 Anni.

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Se ne è andato ieri anche James Henry Cotton da Tunica, Mississippi, aveva 81 anni. E’ morto per i postumi di una polmonite al centro medico di Austin, Texas. E’ stato uno degli ultimi grandi del Blues, a lungo con Muddy Waters, ma anche con una carriera solista ricca di ottimi esempi. Non a caso il suo penultimo album si chiamava Giant. Visto che a maggio del 2013 era uscito il suo ultimo disco in assoluto Cotton Mouth Man, ho pensato di ripubblicare (con qualche piccolo ritocco) quanto avevo scritto per l’occasione, in tributo alla sua memoria, che Riposi In Pace anche lui.

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Il lungo titolo del Post nel-frattempo-la-alligator-continua-a-non-sbagliare-un-disco  è un composito tra un album di Luca Carboni e un film della Wertmuller, ma il contenuto è inequivocabilmente 100% Cotton, come riportava il titolo di uno dei suoi dischi migliori. Il vecchio leone del Mississippi può anche avere perso la voce per i problemi di salute legati ad un cancro alla gola contratto alla fine degli anni ’90, e l’ultima esecuzione vocale “seria” risale al 2000, ma come armonicista è nella categoria Giant, come ci ricordava anche il suo penultimo disco, e primo per la Alligator, del 2010.

James Cotton è stato sicuramente una delle ultime “leggende del blues”: nativo di Tunica, Mississippi, è stato però una delle colonne portanti del blues di Chicago dall’inizio degli anni ’50, prima con Howlin’ Wolf e poi, in alternanza con Little Walter, ma anche da solo, l’armonicista della band di Muddy Waters, nel periodo migliore di McKinley Morganfield, all’incirca fino a metà anni ’60. Tra il 1966 e il ’67 ha iniziato la sua carriera solista, mantenendo comunque una fittissima agenda di impegni (anche un ritorno con Waters per Hard Again) che gli permette di contare la bellezza di 914 credits nella lista delle collaborazioni su AllMusic (non saranno tutti veri perché non sempre il portale musicale è precisissimo ma rimane un numero ragguardevole)!

E sapete una cosa, secondo me, questo Cotton Mouth Man si inserisce nella Top 5 dei suoi migliori lavori all time. Tom Hambrige, il batterista, autore e produttore (anche di questo CD), che negli ultimi anni ha lavorato proficuamente con Joe Louis Walker, George Thorogood e Buddy Guy, confermandosi una sorta di Willie Dixon bianco, ha realizzato un piccolo capolavoro con questo album. Concepito come una sorta di concept album sulla vita di Cotton, questo escamotage permette di incorporare nella musica, che è tutta scritta ex novo, anche molti riff e fraseggi dai classici del blues, senza rischiare la denuncia per plagio. Lo stesso Cotton, Richard Fleming, Gary Nicholson e Delbert McClinton hanno collaborato come co-autori, ma il cuore dell’album risiede nell’opera di Hambridge. L’armonica di James, ancora in grandissima forma al suo strumento, ha un ruolo fondamentale, così come la presenza di un vero who’s who della musica tra gli ospiti che si alternano nel disco.

La partenza è fulminante: su un groove trascinante ordito dalla coppia Hambridge-Tommy McDonald, la voce dell’ottimo Darrell Nulisch e l’armonica poderosa di Cotton, la chitarra di Joe Bonamassa confeziona uno dei migliori solo della sua carriera, conciso ma fulminante come poche volte, l’epitome perfetta del blues(rock). Dopo una breve introduzione di quella che fu la voce del nostro amico, riparte un train sonoro inarrestabile, non per nulla Midnight Train, dove si ricompone la coppia Gregg Allman voce (efficace ma non fantastico per l’occasione) e Chuck Leavell al piano Wurlitzer, ben sorretta da due delle colonne portanti della band dello stesso Cotton, il chitarrista Tom Holland e il bassista Noel Neal. Leavell rimane, al piano acustico, per un sentito omaggio a Waters, Mississippi Mud, uno slow blues che ci permette di apprezzare quello che è, quando vuole, uno dei più grandi cantanti del blues contemporaneo, Keb’ Mo’, eccellente in questo brano. Anche nell’altro resoconto della vita di Cotton nella Chicago anni ’50, He Was There, possiamo ascoltare la James Cotton Blues Band al completo in questo caso, con Jerry Porter che si reimpossessa (per un brano) del seggiolino della batteria a scapito di Hambridge, Nulisch alla voce solista, Holland alla chitarra e l’ospite Leavell al piano, un blues “duro e puro”.

Fantastica è la tiratissima Something For Me con un drive alla Allman Brothers dei tempi di Duane garantito da un assatanato Warren Haynes alla chitarra slide e voce e con Cotton che soffia nella sua armonica come se non avesse i 78 anni che ha! Wrapped Around My Heart con Chuck Leavell che passa all’organo per l’occasione e Rob McNelley alla solista è un gagliardo slow blues cantato alla grande da Ruthie Foster, il sound ricorda quello dei migliori brani dell’ultimo Robert Cray, ben tipizzati dal recente Nothin But Love, di cui questo Cotton Mouth Man si candida come successore per il miglior disco blues elettrico contemporaneo del 2013, e che voce ragazzi, la Ruthie! Ancora Darell Nulisch si difende con classe in una vigorosa Saint On Sunday, dove la chitarra di Rob McNelley (una delle sorprese del disco, è il solista della band di McClinton, ma suona anche in un miliardo di dischi country, di quelli buoni) e l’armonica di Cotton hanno modo di mettersi in evidenza e anche il datore di lavoro di McNelley, ovvero Delbert McClinton, si conferma uno dei migliori cantanti bianchi tuttora in circolazione nella sapida Hard Sometimes, mentre l’armonica di Cotton giganteggia sul tutto.

I ritmi latin blues in apertura di Young Bold Women alleggeriscono per un attimo il mood del disco e si alternano con atmosfere più tirate in una gustosa varietà. Bird Nest On The Ground è l’unica cover del disco, un Muddy Waters minore, come notorietà della canzone, ma non per l’intensità dell’esecuzione, sempre garantita dalla house band del disco, senza ospiti in questo caso, se si esclude Leavell al piano (peraltro presente in quasi tutti i brani, meno due). L’unico ospite che non lascia ma raddoppia è l’ottimo Keb’ Mo’, anche alla chitarra, in una soffusa e leggermente vellutata Wasn’t My Time To Go. Vigorosa viceversa la atmosfera da puro electric Chicago Blues che si respira in Blues Is Good For You, quasi un manifesto di intenti, mentre la conclusione, in tono minore, è affidata al duetto tra James Cotton, anche alla voce, spezzata e vissuta, oltre che all’armonica e Colin Linden alla Resonator Guitar in Bonnie Blue.

La data di uscita ufficiale sarebbe il 7 maggio ma per i misteri del mercato discografico è già in circolazione nelle nostre lande. Un ottimo disco di blues, da 4 stellette nei primi 5 brani, ma eccellente nella sua totalità, candidato già fin d’ora alle liste dei migliori di fine anno e degno epilogo, se così sarà, ma non è detto, della carriera di uno dei più grandi armonicisti della storia del Blues, degno erede del suo mentore Sonny Boy Williamson!

Bruno Conti

Texas O Rhode Island Che Sia, Questi Comunque Non Scherzano! Knickerbocker All-Stars Featuring Jimmie Vaughan And Duke Robillard – Texas Rhody Blues

knickerbocker all-stars featuring jimmie vaughan & duke robillard texas rhody blues

Knickerbocker All-Stars Featuring Jimmie Vaughan And Duke Robillard – Texas Rhody Blues – JP Cadillac Records

Come direbbero quelli che parlano (e scrivono) bene, questa più che una band vera e propria è un “progetto”! Ovvero, un gruppo di musicisti che suonano nel disco ovviamente c’è, ma sempre quello di prima direbbe che si tratta di una formazione aperta, e assai numerosa aggiungo io: nel disco infatti si alternano ed appaiono, non tutti insieme, la bellezza di 16 musicisti. Intanto vediamo chi sono, sempre per il famoso assunto che i nomi non saranno importanti, ma noi che non ci crediamo ve li scioriniamo tutti: gli unici due fissi, presenti in tutti i brani, sono Marc Teixeira, batteria e Brad Hallen, contrabbasso e basso elettrico, vale a dire la sezione ritmica della band di Duke Robillard, anche lui presente come special guest in tre brani, e anche Bruce Bears appare al piano in tre pezzi. Potremmo dire quindi che è un disco della Duke Robillard Band con ospiti? Direi di no: il famoso “progetto” parte molto indietro nel tempo, quando alcuni musicisti bianchi scoprono, attraverso le varie edizioni dei Festival di Newport, molti dei grandi del Blues e si innamorano della loro musica.

Tra i tanti, oltre a Bloomfield, Kooper, Butterfield, Goldberg e molti altri, c’è anche un giovane chitarrista del Rhode Island, Robillard appunto, che decide che questa musica sarà quella della sua vita; qualche anno dopo dal Rhode Island arriva anche Johnny Nicholas, il cantante degli Asleep At The Wheel, e pure Fran Christina, il batterista dei Fabulous Thunderbirds veniva dal RI, mentre lo stesso Duke suonerà sia con i Fabulous e prima ancora con i Roomful Of Blues, creando questo intreccio di stili che dà il nome al disco Texas Rhody Blues, quindi blues texano suonato (e registrato) da musicisti del Rhode Island, misti a quelli texani. Perché nel disco l’altro ospite importante è Jimmie Vaughan, anche lui impiegato in tre brani, con il chitarrista principale dell’album che è Monster Mike Welch, nato a Austin, ma cresciuto musicalmente a Boston; in questo intreccio ecumenico di artisti, provenienti da tutti gli States, ci sono anche gli eccellenti cantanti Sugaray Rayford, Brian Templeton e Willie J Laws, che si dividono le parti vocali con Robillard, una sezione fiati di quattro elementi guidata da Doug James, utilizzata nella quasi totalità dei brani del CD, e ancora Matt McCabe e Al Copley che si alternano con Bears al piano. Il tutto è stato registrato al Lakewest Recording Studio di West Greenwich, RI appunto, ed esce per la JP Cadillac Records, con reperibilità molto scarsa, come i due precedenti dischi a nome Knickerbocker All-Stars.

Ma voi fregatevene e cercate di recuperarlo perché merita: un bel disco di blues elettrico tradizionale infarcito di brani classici (vecchi e “nuovi”), tutte cover, che si apre con la poderosa Texas Cadillac, una canzone di Smokin’ Joe Kubek che ci permette di apprezzare la voce di Sugaray Rayford (cantante dei Mannish Boys) e la chitarra di Mike Welch, un blues texano pungente, sincopato e vivace, punteggiato dai fiati, che indica subito quale sarà il contenuto dell’album, mentre You’ve Got Me Licked, scritta da Jimmy McCracklin, è il classico slow blues, sempre con uso di fiati, ed era nel repertorio di Freddie King e John Mayall, la canta Willie J Laws, altro texano Doc dall’ottima voce, ma il protagonista è Mike Welch con la sua chitarra. Altro blues lento e lancinante è Respirator Blues, un pezzo della Phillip Walker Band, ancora con Rayford e Welch sugli scudi; poi a seguire due dei tre brani dove opera l’accoppiata Robillard/Vaughan, prima un classico swing blues a firma Dave Bartholomew (l’autore dei brani di Fats Domino) Going To The Country, cantato da Duke e con i due solisti che si titillano a vicenda, poi I Have News For You di Roy Milton, uno dei pionieri del jump blues e R&B anni ’40-’50.

I Still Love You Baby di Lowell Fulson, di nuovo con Rayford, rimane sempre in territori texani, ma la voce di Sugaray fa la differenza, e, quasi stesso titolo, I Got News For You, cantata da Laws e con la tromba di Doc Chanonhouse che se la vede con la chitarra di Welch, poi I Trusted You Baby, uno dei due brani cantati da Brian Templeton, più “jazzy” e raffinata; l’altro della coppia Vaughan e Robillard è un blues primevo come l’intenso Blood Stains On The Wall. E non mancano neppure gli omaggi a Clarence “Gatemouth” Brown con lo strumentale Ain’t That Dandy e a Guitar Slim con Reap What You Sow, altro lentone dove si esaltano Laws e Welch. Infine breve intermezzo parlato di T-Bone Walker, prima della ripresa di uno dei suoi classici, Tell Me What’s The Reason, a completare un disco di blues, magari non indispensabile, ma solido e ben fatto.

Bruno Conti

Pronti…Via, Eccolo Di Nuovo, Sempre Ottima Musica! Peter Karp – Alabama Town

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Peter Karp  – Alabama Town – Rose Cottage Records

Avevamo parlato di lui proprio recentemente, in occasione della pubblicazione del disco dal vivo The Arson’s Match, che vedeva la partecipazione di Mick Taylor, un disco uscito circa un anno prima e contenente registrazioni effettuate al Bottom Line di New York nel lontano 2004, ma pubblicate solo di recente a scopo benefico per raccogliere fondi per la ricerca sul cancro alle ovaie, malattia di cui è morta la moglie di Karp nel 2009 http://discoclub.myblog.it/2016/12/22/lui-e-bravo-ma-la-differenza-la-fa-lospite-peter-karp-with-mick-taylor-the-arsons-match-live-in-nyc/ . Quindi non è una sorpresa se Peter Karp arriva con un nuovo album, questo Alabama Town, il suo ottavo disco di studio, in una carriera musicale ripresa alla fine degli anni ’90 dopo una lunga parentesi lavorativa nell’industria cinematografica. Karp è un ottimo musicista e cantante, come testimoniano, tra i tanti, anche i due CD registrati con Sue Foley, e ama circondarsi nei suoi album di musicisti di qualità: anche in questo occasione c’è l’immancabile Mick Taylor, ma pure Garth Hudson della Band a tastiere e fisa, Paul Carbonara, chitarrista con i Blondie nell’ultima parte di carriera, Todd Wolfe sempre alla chitarra, John Zarra al mandolino, e un altro frequente collaboratore come Dennis Gruenling all’armonica, oltre al figlio di Peter, James Otis Karp, sempre alla chitarra. Lo stesso Peter è un eccellente chitarrista slide con l’inseparabile chitarra con il corpo d’acciaio e se la cava anche al piano.

Il risultato è un album che spazia in tutti gli stili di quella che si è soliti definire “Americana”, a cui Mick Taylor, aggiunge un blues, accomunando l’amico Peter a Bob Dylan e James Taylor, con un “pizzico” di esagerazione. Karp, un nativo del New Jersey, ha vissuto a lungo a NY, ma ora risiede tra Tennessee ed Alabama, e quindi la musica inevitabilmente risente delle influenze sudiste acquisite: basta ascoltare la traccia iniziale, quella che dà il titolo all’album Alabama Town appunto, un eccellente brano Southern-rock dove la voce ispirata di Peter si appoggia su un tappeto di chitarre, soprattutto, ma anche organo e mandolino per trasportarci in un languido viaggio attraverso le pieghe della migliore musica americana, con la solista di Todd Wolfe in bella evidenza. ‘Til You Get Home, è un pezzo rock che accelera i ritmi, a tempo di boogie and roll, con il piano come strumento guida, e un’altra bella interpretazione vocale di Karp; That’s How I Like It è il primo pezzo blues, classico, cadenzato e con Gruenling all’armonica a dettare il tema delle 12 battute, ribadito di nuovo nel successivo shuffle swingante Blues In Mind, forse fin troppo scolastico, l’unico del disco Mentre I’m Not Giving Up è una delle classiche ballate dagli accenti soul uscite dalla penna di Karp, già apparsa nel Live e anche nel vecchio The Turning Point, ma si ascolta sempre con piacere, grazie alla presenza di un ispirato Mick Taylor che lavora di fino alla solista.

Her And My Blues, nonostante il titolo, è un’altra bella canzone che si impadronisce di caldi accenti sudisti e li sviscera in un lungo brano elettroacustico dove la slide, credo ancora di Taylor, si gusta in uno splendido intervento lungo tutto il brano. Nel country-blues The Prophet alla chitarra il figlio James Otis, per una canzone dagli accenti rurali, nuovamente con l’armonica in evidenza, con la successiva Kiss The Bride, cantata in duetto insieme a Leanne Westower, che grazie alla presenza insinuante del mandolino di Zarra inserisce piacevoli accenti country-folk. Nobody Really Knows è un altro brano dall’impianto blues, sotto forma di una bella ballata avvolgente e malinconica, con piano e chitarra sugli scudi e Lost Highway, ancora con il piano a guidare le operazioni, lentamente si trasforma in un bel brano ritmato, influenzato dal sound di New Orleans e assai godibile nella sua calda musicalità. Y’all Be Lookin’ è un altro cadenzato shuffle dove si apprezza la chitarra di Carbonara che non tradisce il suo passato con i Blondie, rivelandosi efficace bluesman; a conferma di un album dallo stile ampio e variegato è poi il turno di I Walk Alone un’altra bellissima canzone, una pura melodia folk dove l’acustica di Karp e la fisarmonica di Garth Hudson sono gli unici strumenti presenti, ma bastano e avanzano. In chiusura Beautiful Girl, un altro pezzo acustico, di nuovo un country-blues dove Peter Karp duetta in solitaria con l’armonica di Dennis Gruenling per un brano intenso e di sostanza che racconta di un amore perduto e che conclude in bellezza un ottimo album che cresce ascolto dopo ascolto, che ha il solo difetto di non essere facile da reperire e piuttosto costoso, come il precedente. Comunque consigliato.

Bruno Conti

Come Le Ciliegie, Un Otis Tira L’Altro ! Otis Taylor – Fantasizing About Being Black

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Otis Taylor – Fantasizing About Being Black – Trance Blues Festival/Inakustik/Ird

Per chi non lo conoscesse, Otis Taylor è un polistrumentista, nato a Chicago nel ’48, ma trasferitosi poi a Denver con la famiglia, dove cresce e impara a suonare giovanissimo il banjo, per passare in seguito alla chitarra ed armonica, formando quindi il suo primo gruppo nel ’64, che non poteva che chiamarsi Otis Taylor Blues Band. Dopo qualche delusione decide di abbandonare la musica e guadagnarsi da vivere lavorando come antiquario (specializzandosi in oggetti dei nativi americani e dei cowboy afro-americani), per poi ritornare sulle scene musicali soltanto nel ’95 in occasione di un concerto di beneficenza. L’avventura discografica di Taylor inizia solo nel ’96 con Blue Eyed Monster (un disco con Kenny Passarelli al basso e Eddie Turner alla seconda chitarra), che stranamente Otis, non si sa per quale motivo, ha sempre rinnegato, a cui fa seguire il blues minimale di When Negroes Walked The Earth (98), l’eccellente White African (01) e a breve termine Respect The Dead (02), dischi che segnalano l’avvento di un talento di prima grandezza della musica blues. Negli anni duemila, a seguire, escono ancora a breve distanza l’uno dall’altro, Truth Is Not Fiction (03), Double V (04), Bellow The Fold (05), Definition Of A Circle (07), Recapturing The Banjo (08) un viaggio sonoro affascinante, Pentatonic Wars And Love Songs (09), e Clovis People Vol.3 (dove tra i musicisti presenti spicca la collaborazione della figlia Cassie, *NDB Autrice anche di un album solista non particolarmente memorabile http://discoclub.myblog.it/2013/05/14/figli-a-d-arte-cassie-taylor-out-of-my-mind/), con la costante che in gran parte sono tutti caratterizzati dalla prevalenza di storie e canzoni tristi, che parlano di morte, malattie, solitudine e sofferenza.

Dopo un periodo difficile a causa di problemi personali, OtisTaylor ritorna in studio per incidere ottimi lavori come Contraband (12), dove blues e musica africana vanno di pari passo, My World Is Gone (13), un sentito omaggio ai suoni dei Nativi Americani, e il recente Hey Joe Opus Red Meat (15), un disco di blues che mischia sonorità folk e rock in modo personale, fino ad arrivare a questo ultimo Fantasizing About Being Black, un lavoro ambizioso dove Otis racconta la storia degli afro-americani dai tempi della schiavitù, sino ai fatti più recenti, un po’ come ha fatto di recente anche Rhiannon Giddens  http://discoclub.myblog.it/2017/02/22/un-viaggio-affascinante-lungo-strade-per-la-liberta-rhiannon-giddens-freedom-highway/ . I membri della band che accompagna Taylor, voce, chitarra e banjo, sono la brava Anne Harris al violino, il bassista Todd Edmunds, il batterista Larry Thompson, con il sostegno di musicisti del calibro del grande Jerry Douglas alla lap steel guitar, il cornettista Ron Miles, e il giovane virtuoso chitarrista Brandon Niederaurer, per un totale di undici brani (di cui quattro recuperati dai suoi precedenti lavori, e riproposti in diverse versioni), che formano una sorta di “concept-album” avvincente e poetico.

L’apertura di Fantasizing About Being Black è affidata al recupero di Twelve String Mile (era su When Negroes Walked The Earth), dove si nota subito il tocco di Jerry Douglas, mentre Walk On Water (la trovate su Clovis People), è rivoltata come un calzino, con un suono di chitarra quasi in stile “flamenco”, per poi passare alla prima nuova canzone Banjo Bam Bam, con il violino della Harris che segue il ritmo ripetitivo del banjo, e cambiare di nuovo passo con il tambureggiante rock-blues di Hands On Your Stomach, dove si manifesta la bravura alla chitarra di Niederaurer. Le “fantasie” si intensificano con l’intrigante “funky-blues” di Jump Jelly Belly, con un bel lavoro di Ron Miles (che non era presente nell’album Respect The Dead), mentre la seguente Tripping On This è in uno stile “Delta Blues” elettrico, cantata da Otis con Muddy Waters nel cuore, passando per una convincente D To E Blues, con un tessuto sonoro dove il violino scandisce il tempo, e il meraviglioso e ossessivo  caldo “groove” di Jump Out Of Line. Le chitarre di Otis e Brandon introducono e accompagnano una toccante Just Want To Live With You, per poi ritornare ad un “groove” mosso con la sincopata Roll Down The Hill, e chiudere in bellezza con la stratosferica Jump To Mexico, una ballata morbida e straziante con in evidenza, oltre alla voce di Taylor, la chitarra slide di “master” Jerry Douglas. Commovente!

Fantasizing About Being Black è un viaggio a ritroso sulla storia della comunità “afroamericana”, in compagnia di musicisti incredibili, impegnati a ripercorrere le strade della memoria, con canzoni che hanno il potere di risvegliare sensazioni antiche, con la musica sempre puntuale nel fornire emozioni relative alle storie, per un disco non facile, a tratti drammatico, ma forse per questo sicuramente affascinante. Sembra ormai appurato che Otis Taylor non è un artista facile da catalogare (all’interno delle varie forme del blues), un musicista rispettoso delle tradizioni delle 12 battute classiche, ma anche con un suo personale modo di rivisitarle ed interpretarle, ed in questo contesto i punti di forza sono il suo superbo “songwriting”, la maestria nell’uso degli strumenti (chitarra, banjo e armonica), con canzoni che evocano le sue origini e la matrice afroamericana delle proprie radici musicali. Per chi scrive Otis Taylor è una delle figure di maggior spessore della scena “blues” contemporanea. Un altro piccolo capolavoro, da parte di un grande artista.!

Tino Montanari