Oltre Alla Mano E’ Vincente Pure Il Resto Del Disco. Tinsley Ellis – Winning Hand

tinsley ellis winning hand

Tinsley Ellis – Winning Hand – Alligator/Ird

Tinsley Ellis a memoria d’uomo (almeno la mia) credo non abbia mai sbagliato un disco, forse non ha neppure realizzato un capolavoro assoluto, ma la sua produzione è sempre rimasta solida e di qualità medio-alta: all’interno dei suoi dischi spesso troviamo dei brani veramente strepitosi dove il musicista di Atlanta, Georgia (ma cresciuto in Florida) estrae dalle sue chitarre (sia Gibson che Fender) limpidi esempi dell’arte dell’improvvisazione. In possesso di un fraseggio ricco e corposo, rodato da decine di anni on the road, è il classico prototipo del chitarrista rock-blues, uno che ha fatto del blues elettrico una missione, un “claptoniano” doc che a differenza di Eric non ha mai lasciato la retta via per tentare altre strade più commerciali, anche se il chitarrista inglese gli è indubbiamente superiore per talento e per quanto ha realizzato nella sua carriera. Ma pure Ellis, per chi ama il suono puro della chitarra elettrica nella musica rock, è una certezza assoluta: non a caso nel libretto del CD dove sono riportati i titoli delle canzoni non trovate il nome dell’autore (che a parte un brano comunque è sempre lui) ma i modelli di chitarra che ha usato all’interno del pezzo.

Se aggiungiamo che Tinsley ha pure una eccellente voce, come mi è  già capitato di dire in passato (avendo recensito spesso i suoi dischi), una sorta di Chris Rea meno soggetto alle leziosità del musicista britannico; non guasta neppure che il nostro amico utilizzi una band fantastica, con Kevin McKendree alle tastiere, nonché co-produttore dell’album, Steve Mackey al basso e Lynn Williams alla batteria,lo stesso gruppo che usa abitualmente Delbert McClinton. Ellis è anche un fedelissimo della Alligator, ha registrato con loro in tre diversi periodi, ed ora rientra per questo Winning Hand, che forse è il suo miglior disco di sempre, un fior di album di blues elettrico, di quello tosto e grintoso, influenzato dai suoi amori giovanili, Yardbirds, Animals, Cream, Stones, a cui Ellis ha comunque aggiunto forti componenti alla Freddie o alla BB King, e una vocalità che rimanda a gente come Robert Cray. Gli stili utilizzati sono quindi diversi, come le chitarre usate: c’è il sound caldo e intriso di soul dell’iniziale Sound Of A Broken Man, con il continuo lavoro della chitarra di Ellis, ben sostenuta dall’organo di McKendree, che poi sfocia in una serie di assoli dove il timbro “grasso” della Les Paul viene arricchito nel finale da un intervento poderoso con il wah-wah, proprio molto à la Clapton. Saving Grace, indicata nel libretto come ultimo brano, ma in effetti è il secondo sul CD, è anche meglio, un lungo blues lento di quelli che rimandano ai primi Allman Brothers, oppure anche alla splendida Loan Me A Dime di Boz Scaggs dove appunto Duane Allman era la chitarra solista, un po’ più breve, ma l’intensità è quella.

Ancora Gibson per Nothing But Fine, un pezzo più rock anni ’70, con un bel piano elettrico e una andatura ondeggiante, sempre gratificata da continui inserti della chitarra solista limpida e bruciante, splendida nel suo dipanarsi anche in un altro lento da manuale come Gamblin’ Man, di nuovo vicino allo stile del Cray più rigoroso, in ogni caso veramente un bel sentire. I Got Mine è il primo brano dove Ellis passa alla Stratocaster, il suono è più “trillante” ma la qualità è sempre elevata, come pure nella vorticosa Kiss This World, molto British Blues, e ancora nella più sognante Autumn Run, altra ballata blues melodica che potrebbe ricordare il BB King di The Thrill Is Gone, meno incisiva ma nobilitata dal solito lavoro di grande finezza della solista. Che divenuta una Telecaster nella vibrante Satisfied, “inventa” un R&R alla Chuck Berry con il piano di McKendree nel ruolo che fu di Johnnie Johnson. Don’t Turn Off The Light è un altro lento d’atmosfera, tra Rea, Gary Moore o Robin Trower, con la Gibson di Ellis impegnata in un pregevole assolo che al sottoscritto ha ricordato moltissimo (quasi al limite del plagio, ma le note si sa sono sette) quello di Carlos Santana in Europa; l’unica cover è Dixie Lullaby, un vecchio brano di Leon Russell, tipico del pianista di Tulsa, ricco di influenze sudiste, e con il piano e l’organo di McKendree al solito pronti a spalleggiare egregiamente la solista di Tinsley Ellis, molto alla Freddie King per l’occasione, pezzo che conclude degnamente un album di notevole sostanza.

Bruno Conti

Che Band, Che Musica E Che Cantante, Divertimento Assicurato! The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN!

love light orchestra live

The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN! – Blue Barrel

Ogni tanto appare una nuova band che decide di rinverdire i fasti di generi (o sottogeneri) che rischierebbero di scomparire dalla scena musicale attuale: in questo caso parliamo di “Memphis Sound”, come dicono le note, che non è quello della Stax o della Sun Records, ma di quel filone particolare del blues che rimanda al Big Band Blues, uno stile che si avvicina a gruppi come la Bobby “Blue” Bland Orchestra o le band di B.B. King e Junior Parker, ma anche, per dare un’idea ai lettori, alla Caledonia Soul Orchestra di Van Morrison, da sempre grande estimatore di questo genere musicale. Un bel gruppo folto di musicisti, quatto o cinque (come nel disco in questione) musicisti impegnati ai fiati, un pianista, un chitarrista, la sezione ritmica, e se possibile, un grande cantante: stiamo parlando della Love Light Orchestra, band che prende il proprio nome da uno dei brani più celebri di Bobby Bland, Turn On Your Love Light, canzone che ha infiammato intere generazioni di ascoltatori, dal 1961 in cui apparve per la prima volta: l’hanno suonata in tanti, da Van Morrison che la faceva già con i Them, ai Grateful Dead, i Rascals, Jerry Lee Lewis, perfino i Grand Funk, Bob Seger, Edgar Winter, Tom Jones, Blues Brothers, in versione strumentale Lonnie Mack e di recente Jeff Beck, ma in questo CD il brano non c’è, o perbacco!

Però ci sono altre due brani estratti dal repertorio di Bland, I’ve Been Wrong So Long e Poverty, oltre ad una a testa di quelle che suonavano  BB King e Junior Parker, rispettivamente Bad Breaks e Sometimes: il disco che, diciamolo subito, è trascinante, è stato registrato in un Bar DKDC a Memphis, dove a giudicare dagli effetti sonori del pubblico presente, forse c’era più gente sul palco (ammesso che ci fosse), dieci musicisti, di quelli che erano lì per ascoltare. Ciò nondimeno si tratta di un disco veramente molto bello e scoppiettante: i musicisti coinvolti, sono tra i migliori in circolazione, Marc Franklin alla tromba, Art Edmaiston al sax, Kirk Smothers al sax, Scott Thompson alla tromba e Joe Restivo alla chitarra, fanno parte anche dei Bo-Keys, ma hanno suonato pure nell’ultimo disco di John Nemeth (e in altri precedenti), incensato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ , ed alcuni di loro, di recente ma anche in passato, li troviamo proprio con l’ultimo Bland degli anni ‘90, insieme al batterista Earl Lowe, come pure nei dischi di Gregg Allman, JJ Grey & Mofro, Robert Cray, Melissa Etheridge. Quando hanno bisogno di rappresentare il Memphis sound, nuovo e vecchio, chiamano loro, che rispondono alla grande. Il sound in questo Live è volutamente vintage, la chitarra di Restivo, limpida e lancinante, si rifà al vecchio BB King, i fiati al sound di Duke Ellington e altri jazzisti, il deep soul non c’è, arriva solo nell’ultimo brano, una scintillante Love And Happiness di Al Green: le altre canzoni sono quelle dei loro “antenati”, oltre a quelli citati, anche Percy Mayfield, di cui viene ripresa la splendida e maestosa love ballad Please Send Me Someone To Love, cantata meravigliosamente da John Nemeth,   ma non manca qualche brano scritto dai componenti del gruppo.

Per esempio l’iniziale See Why I Love You, firmata da Joe Restivo, che ci rimanda alle grandi R&B Revue, diciamo ancora Blues Brothers, così capiscono tutti, ma pensate a fiati impazziti, brevi assoli e tanto ritmo, oppure Lonesome And High, un blues per fiati, scritto da Nemeth, ma con la chitarra del bravissimo Restivo e il piano di Gerald Stephens in grande spolvero, con un suono volutamente pre-rock, comunque tirato di brutto, oppure la divertente e sincopata Singin’ For My Supper di Marc Franklin, dove Nemeth canta sempre divinamente. Non manca qualche tocco “esoterico” come nella pimpante e misteriosa It’s Your Voodoo Working, che viene dalla New Orleans primi anni ’60, con florilegi fiatistici deliziosi, e ancora This Little Love Of Mine, un successo minore per tale Buddy Ace, nel 1960, nella preistoria del soul, quando si chiamava ancora R&B; per il resto c’è tanto blues alla BB King, come quando nei suoi concerti innestava la sua Orchestra che partiva verso vette inarrivabili, che spesso la Love Light Orchestra riesce ad emulare. Quindi fatevi un favore e cercate questo Live from Bar DKDC in Memphis, TN!, una quarantina di minuti di buona musica e divertimento sono assicurati, non mancate!

Bruno Conti

Chiamatelo Pure “Mississippi John Oates”! John Oates – Arkansas

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John Oates With The Good Road Band – Arkansas – PS/Thirty Tigers CD

Non avrei mai pensato che nella mia umile carriera di critico e recensore avrei un giorno parlato di un album di John Oates, che insieme a Daryl Hall andava a formare Hall & Oates, un duo tra i più di successo di tutti i tempi, che negli anni settanta ed ottanta ha venduto vagonate di dischi all’insegna di un “Philly Sound” decisamente annacquato, una miscela all’acqua di rose di soul, errebi e pop molto commerciale e lontano anni luce dai gusti del sottoscritto. Ma gli americani hanno sempre in serbo delle sorprese, e così come un attore conosciuto per i suoi ruoli comici anche al limite dell’idiota al primo ruolo drammatico sfodera una prestazione da Oscar (il riferimento è al Jim Carrey di The Truman Show, secondo me uno dei più bei film di sempre, ma la storia di Hollywood è piena di esempi in tal senso), allo stesso modo un artista che ha passato la vita a fare musica per vendere a palate, arriva ad un certo punto in cui decide di pubblicare album di ben altro spessore artistico. Oates ha iniziato a fare dischi da solista solo nel nuovo millennio (il suo sodalizio con Hall parrebbe giunto al capolinea), avvicinandosi sempre di più al suono Americana, influenzato dalle canzoni che fanno parte del songbook dei suoi avi, ma è con il nuovissimo Arkansas che ha fatto bingo, trovando un disco che mi ha lasciato a bocca aperta, quasi un capolavoro che assolutamente non pensavo fosse nelle sue corde.

Arkansas è un chiaro omaggio di Oates prima di tutto al suono di Mississippi John Hurt, una leggenda del folk-blues acustico che da sempre è uno dei suoi preferiti (anche se negli anni settanta non si sarebbe detto), fino al punto di aver voluto acquistare ad un’asta la chitarra che Hurt usò durante il Festival di Newport del 1964 (anche se l’acquisto è avvenuto a disco terminato, e quindi non ha fatto in tempo ad usarla). Ma John allarga il raggio, e con questo lavoro omaggia canzoni che hanno anche più di un secolo sulle spalle, alcune molto note altre decisamente oscure, e completa il tutto con due pezzi nuovi di zecca ma scritti nello stesso mood. Come ciliegina, John (che suona la chitarra acustica e canta con una voce arrochita e non molto familiare, anche perché quello del duo che cantava era Hall) si è fatto accompagnare da un gruppo formidabile, The Good Road Band, un combo di fuoriclasse del calibro di Sam Bush (mandolino), Guthrie Trapp (chitarra elettrica), Russ Pahl (steel), Steve Mackey (basso), Josh Day (batteria), Nathaniel Smith (cello), che si occupano anche di saltuari backing vocals quando si tratta di dare un tono gospel ai brani. Un grande disco dunque, una miscela vincente di folk, country, rock, blues ed old time music, suonata con una classe sopraffina e con l’attitudine da veri pickers: 34 minuti scarsi di musica, ma tutta ad altissimo livello.

Splendido l’inizio: Anytime, un brano del quasi dimenticato Emmett Miller (un musicista da circo degli anni venti), è un pickin’ country decisamente d’altri tempi, suonato con uno stile alla Bill Monroe e con deliziosi interventi di mandolino e chitarra elettrica, e con la voce roca di John che si integra alla perfezione. Arkansas è il primo dei due pezzi scritti dal nostro, una folk ballad elettrificata decisamente vibrante e con accenni gospel: il songwriting è moderno ma l’accompagnamento no, anche se c’è una bella slide che porta il suono ai confini del rock. Splendida My Creole Belle, un brano attribuito a Mississippi John Hurt (una volta si usava prendere dei brani dalla tradizione, cambiare qualche parola e spacciarli per autografi), uno scintillante folk-blues con il solito cocktail vincente di strumenti a corda ed un coinvolgente botta e risposta voce-coro; Pallet Soft And Low, un traditional, è parecchio bluesata, sa di polvere e fango e sembra provenire dal delta del Mississippi, con uno splendido lavoro all’elettrica di Trapp, per sei minuti tutti da godere (è la più lunga). Non poteva mancare Jimmie Rodgers: Miss The Mississippi And You, pur non essendo stata scritta da lui, è uno dei brani simbolo del “singing brakeman”, e John ne offre una rilettura molto old-fashioned, lenta e decisamente raffinata, tutta suonata in punta di dita; il famoso traditional Stack O Lee, ripreso negli anni da un sacco di gente, ha qui un trattamento regale, tra country e folk, con il solito pickin’ d’alta classe ed una sezione ritmica discreta ma spedita.

That’ll Never Happen No More è un’oscura canzone dell’ancora più oscuro Blind Blake, riproposta da Oates e compagni con un delizioso sapore dixieland pur in assenza di strumenti a fiato, mentre Dig Back Deep è il secondo pezzo originale, uno splendido e trascinante brano elettrico tra boogie e gospel, intriso a fondo di atmosfere sudiste. Il CD si chiude con Lord Send Me, altra bellissima canzone tradizionale che mischia alla grande folk, gospel e bluegrass, suonata anch’essa in maniera strepitosa, e con Spike Driver Blues, altro pezzo del repertorio di John Hurt, pura e limpida come l’acqua di montagna, solo John e due chitarre acustiche. Un disco splendido e sorprendente, tra i più belli di questi primi due mesi dell’anno, che probabilmente ritroveremo nelle liste di Dicembre.

Marco Verdi

Chi E’ Costui? Forse Il Titolo Dice Tutto. Oscar Benton – I Am Back

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Oscar Benton – I Am Back – Munich Records/V2   

Oscar Benton è uno di quei classici artisti da “chi è costui?”. Non è il soul singer americano, quasi omonimo, Brook Benton, bensì un bluesman olandese, che iniziò la sua carriera già sul finire degli anni ’60, nel 1968 per la precisione, con un disco intitolato Feel So Good, uscito in pieno boom del British Blues, che aveva una sua fiorente controparte anche in Olanda, dove c’erano parecchie band di grande qualità e successo: Cuby+Blizzard i più noti, ma c’erano anche i Livin’ House, ed evidentemente la Oscar Benton Blues Band, che ammetto di ricordare poco https://www.youtube.com/watch?v=pVwQKiCRs0I . Ma il nome mi diceva comunque qualcosa: poi scorrendo i titoli di questo nuovo I Am Back, ho visto una canzone Bensonhurst Blues (sia pure revisited) che invece ricordo perfettamente. Un pezzo che ha avuto una vita travagliata: scritta ed incisa per la prima volta dal suo autore Artie Kaplan nel 1973, l’anno successivo era arrivata anche la versione di Benton, ma in entrambi i casi il brano non aveva avuto successo. Poi otto anni dopo viene inserita nella colonna sonora di un film poliziesco con Alain Delon Pour la Peau d’un Flic e diventa un successo europeo (negli anni 2000 ne ha fatta una versione italiana anche Celentano): una sorta di strana ballata di impianto blues/soul cantata con la voce potente e particolare di Benton, con un timbro tra Chris Farlowe e Tom Jones, con una frase musicale accattivante e una bella scrittura.

Ma prima e dopo per Benton (peraltro molto popolare in Olanda), il successo sarà quasi sempre un miraggio: questo pezzo lo ha inciso varie volte durante la sua carriera, che discograficamente si era interrotta nel 1994, ma proseguiva a fatica a livello concertistico, poi nel 2010 Oscar ha avuto un incidente a seguito del quale è entrato in coma, e la sua riabilitazione prosegue faticosamente tuttora; lo scorso anno Johnny La Porte, piccola leggenda del blues olandese, in qualità di leader dei Barrelhouse,, si è recato nella casa di riposo dove vive Oscar Benton, lo ha riportato in studio ed insieme hanno inciso questo I Am Back (anche se qualche anno fa era uscito anche un Oscar Benton Is Still Alive). La voce ovviamente non è più quella potente ed esplosiva di un tempo, ma il nostro amico si difende ancora con classe e mestiere.

LaPorte gli ha scritto dieci brani nuovi per l’occasione, che insieme ad un pezzo dello stesso Benton e alla ennesima ripresa della classica Bensonhurst Blues costituiscono un onesto album di blues e dintorni, più dintorni. Nell’album suona un buon gruppo di musicisti olandesi, con LaPorte alla chitarra e spesso anche al basso, con tastiere, sezione ritmica, voci femminili di supporto, salvo nella rivisitazione della canzone più nota, che viene riproposta con un arrangiamento atmosferico, scarno, solo chitarra, basso e cello, e una voce che assume tonalità quasi alla Tom Waits, bassa e minacciosa, molto diversa da quella più aperta ed invitante che aveva l’originale.

Ma il resto del disco è godibile: Benjamin Wilder, anche con un banjo nella strumentazione, è una bella ballata di stampo roots, con qualche reminiscenza alla Dirk Hamilton o Rod Stewart, addirittura una struttura melodica tipica delle ballate di Ian Hunter, veramente una bella canzone, I Am Back rimane all’incirca da queste parti, più orecchiabile, ma non banale, è una pop song di buona fattura, con la chitarra di LaPorte che la percorre in modo brillante. Like A Howlin’ Wolf, come suggerisce il titolo è decisamente più bluesata, ma siamo dalle parti di un rock-blues chitarristico piuttosto energico, e se l’ululato del lupo riproposto da Benton vocalmente può sembrare un po’ azzoppato, le chitarre e la band tirano di brutto; My Heart Skips A Beat è più sommessa e sognante, con un buon lavoro delle tastiere e della chitarra, e una melodia vincente, Fuzz’n’Fight, va di R&R con gusto e brio, I’ll Come Ridin’ è una canzoncina più innocua, mentre My Love Why, più complessa, melodrammatica ed “europea” è fin troppo carica, Blue Blues Singer remake, che è l’unico contributo di Oscar Benton come autore, francamente se la potevano risparmiare, abbastanza insulsa, la slide e un ritmo blues non la salvano. Meglio Better Stop Cryin’, tirata, bluesy e potente, anche se la voce leggermente filtrata e distorta non mi piace un granché https://www.youtube.com/watch?v=DD7gz7WZwdA, viceversa Brown Eyes è una deliziosa ballata elettroacustica, cantata con pathos e partecipazione da Benton, che conclude questa nuova fatica con Old, But Happy, una sorta di dichiarazione di intenti, dove fa capolino anche una discreta armonica che ne evidenzia il sapore country-blues.

Bruno Conti

Il Meglio Degli Anni Del Blues, Fase Due, Raccolto In Un Box. Gary Moore – Blues And Beyond

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Gary Moore – Blues And Beyond – Santuary/BMG Rights Management 4CD/2 CD

Robert William Gary Moore, come altri giovani artisti nati in Irlanda (ma anche e soprattutto in Inghilterra) e vissuti a cavallo tra la fine anni ’60 e i primi ’70, ha vissuto le ultime propaggini dell’epopea del cosiddetto British Blues: Moore si presentava come un arrivo tardivo, visto che la sua carriera inizia intorno al 1968, quando entra negli Skid Row, band dove militava il suo futuro pard Phil Lynott, un gruppo ritagliato sulla falsariga dei Taste di Rory Gallagher, ma soprattutto dei Fleetwood Mac del suo idolo Peter Green, che durante un tour dove la band irlandese faceva da supporto proprio ai Mac lo presentò alla CBS/Columbia, che fece incidere un paio di dischi a Moore e soci. Poi, rimanendo sempre in un ambito blues-rock, pubblicherà un eccellente album solista nel 1973 Grinding Stone, prima di entrare nei Thin Lizzy in sostituzione di Eric Bell (che proprio in questi giorni ha pubblicato un album solo), ma rimanendo brevemente in formazione, per ritornare in pianta più stabile nel periodo di Black Rose, incidendo però con il gruppo la prima versione di Still In Love With You, il suo brano più celebre, per quanto accreditato a Phil Lynott, la cui carriera si intersecherà a più riprese con quella di Moore. Nel frattempo, dopo l’esperienza con i Colosseum II, Gary Moore prosegue la sua carriera solista che però approda ad un hard-rock, per il sottoscritto, abbastanza di maniera e non sempre brillante, per quanto la sua chitarra era sempre in grado di infiammare le platee, soprattutto dal vivo.

Nel 1990 il nostro amico (ri)approda al Blues con una serie di album veramente belli, Still Got The Blues, After The Hours e Blues For Greeny, uscito nel 1995 e dedicato al suo mentore Peter Green, che dopo l’abbandono dei Fleetwood Mac gli aveva affidato la sua Gibson Les Paul del 1959, strumento dal suono splendido. Però i brani contenuti in questo box antologico non vengono da quel periodo, ma dal “secondo ritorno” al blues, quello avvenuto tra il 1999 e il 2004, attraverso quattro album pubblicati per la Sanctuary e di cui, nei primi due CD di questo quadruplo, c’è una abbondante scelta, sempre orientata verso il lato più blues del chitarrista irlandese, per quanto meno limpidi e genuini del periodo Virgin anni ’90, comunque nobilitati da un eccellente scelta di brani Live aggiunti “inediti” inseriti nel CD 3 e 4 del cofanetto, che rivisitano classici delle 12 battute misti a molti dei brani migliori del suo repertorio. Nella bella confezione è anche contenuto un libro, I Can’t Wait, che è la sua biografia autorizzata. Nei primi due dischetti, che si possono acquistare anche a parte, come una buona doppia antologia di quel periodo, spiccano l’iniziale Enough Of The Blues, l’hendrixiana (altro pallino di Moore) Tell Woman, a tutto wah-wah, una lancinante versione di Stormy Monday dove la chitarra scivola maestosa e sicura, una sincera That’s Why I Play The Blues (molti pensano che la svolta blues di Gary fosse dovuta ad a una sorta di opportunismo, ma BB King, che ha suonato spesso con lui dal vivo, la pensava diversamente).

Troviamo ancora Power Of The Blues, tra Gallagher e i Thin Lizzy, una chilometrica Ball And Chain (non quella della Joplin e Big Mama Thornton), di nuovo molto ispirata dall’opera di Jimi Hendrix, la pimpante Looking Back di Johnny Guitar Watson, il lungo e sognante strumentale Surrender, molto alla Peter Green via Santana, la tirata Cold Black Night, un altro slow come There’s A Hole, Memory Pain di Curtis Mayfield, di nuovo molto hendrixiana, l’ottima The Prophet, l’omaggio a BB King nella fiatistica You Upset Me Baby e quello a Otis Rush (e ai Led Zeppelin) in una carnale I Can’t Quit You Baby, un’altra delle sue classiche e sognanti ballate come Drowning In Tears, una cattivissima Evil di Howlin’ Wolf, ma più o meno tutti i brani contenuti nel doppio antologico sono di eccellente fattura, fino alla versione Live di Parisienne Walways del Montreux Festival 2003.

Il doppio CD dal vivo inedito è ancora meglio: versioni fantastiche di Walking By Myself, Oh Pretty Woman veramente ottima, una splendida Need Your Love So Bad che forse neppure Green (forse) avrebbe saputo fare meglio, All Your Love brillantissima e una struggente Still Got The Blues, molto vicina a Santana, lo shuffle perfetto di Too Tired e una devastante versione di 13 minuti diThe Sky Is Crying, con una serie di assoli veramente magistrali, e poi ancora Further On Up The Road, una scatenata Fire di Jimi Hendrix, la trascinante The Blues Is Alright e le versioni dal vivo di Enough Of The Blues e dello strumentale The Prophet. Insomma Gary Moore era uno di quelli di bravi e questo cofanetto lo certifica una volta ancora.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Di Nuovo Insieme Alla Grande, Anteprima Nuovo Album. Beth Hart & Joe Bonamassa – Black Coffee

beth hart & joe bonamassa black coffee

Beth Hart & Joe Bonamassa – Black Coffee – Mascot/Provogue

Beth Hart e Joe Bonamassa presi singolarmente sono, rispettivamente, la prima, una delle più belle voci prodotte dalla musica rock negli ultimi venti anni, potente, grintosa, espressiva, eclettica, con una voce naturale e non costruita,, il secondo, forse il miglior chitarrista in ambito blues-rock (ma non solamente) attualmente in circolazione, entrambi degni eredi di quella grande tradizione che negli anni gloriosi della musica rock, quindi i ’60 e i ’70, sfornava di continuo nuovi talenti che ancora oggi sono i punti di riferimento per chi vuole ascoltare della buona musica. Messi insieme i due, grazie ad una indubbia chimica personale ed artistica, hanno dato vita ad un sodalizio che fino ad ora ci ha regalato tre album, due in studio ed uno dal vivo http://discoclub.myblog.it/2014/04/11/potrebbe-il-miglior-live-del-2014-beth-hart-joe-bonamassa-live-amsterdam/ , incentrati su una formula che fonde soul, blues, rock, R&B, qualche pizzico di jazz, uno stile ed un modo di concepire lo spettacolo che una volta si chiamava “soul revue”, quella di Ike & Tina Turner, del Joe Cocker di Mad Dog, o del Leon Russell della stessa epoca, di Eric Clapton con Delaney & Bonnie, forse anche della Band.. Nel caso di Beth e Joe in coppia, a differenza dei loro dischi solisti, il repertorio è formato rigorosamente da cover, non ci sono brani originali, quindi l’arte dell’interpretazione è fondamentale in questo approccio: i primi due dischi di studio, Don’t Explain del 2011 e Seesaw del 2013, ne erano fulgidi esempi, mentre lo splendido Live In Amsterdam del 2014, ne era la sublimazione in concerto.

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A distanza di quasi quattro anni i due hanno deciso di dare finalmente un seguito a quelle ottime prove: hanno chiamato ancora il produttore Kevin Shirley, che si conferma sempre più ottimo alchimista di suoni e persone, in grado di fondere il rock classico con un approccio moderno, l’irruenza vocale di Beth Hart ed il virtuosismo chitarristico di Joe Bonamassa in un tutt’uno di grande valore artistico, ma perfettamente ed immediatamente fruibile. L’eccellente band  di Bonamassa (che è superiore a quella che abitualmente accompagna la Hart) fa il resto: con qualche new entry rispetto ai dischi passati troviamo, in ordine sparso, Anton Fig (batteria, percussioni), Ron Dziubla (Sax), Lee Thornburg (Tromba/Trombone), Reese Wynans (Tastiere), Michael Rhodes (Basso), Rob McNelley (chitarra ritmica), Paulie Cerra (Sax), e le tre ragazze alle armonie vocali Mahalia Barnes, Jade Macrae e Juanita Tippins. Il resto lo fanno le dieci ottime canzoni scelte per questo Black Coffee (undici nella versione deluxe): non ci sono brani celeberrimi (forse a parte uno), ma l’equilibrio tra rock’n’soul e blues è perfetto, tra brani più mossi e tirati e qualche ballata o “lentone” blues. Il brano d’apertura è subito esuberante, una Give It Everything You Got di Edgar Winter, che si trovava su White Trash. disco del 1971 che fondeva classico soul alla Stax e hard rock, anche l’approccio di questa nuova versione è quello, chitarra con wah-wah a manetta, fiati sincopati, la voce poderosa e scatenata di Beth sostenuta dalle tre coriste e un groove estremamente godibile, che poi lascia spazio alla solista di Bonamassa che inchioda un assolo dei suoi, breve ma intenso.

https://www.youtube.com/watch?v=pELav-8aLeY

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Damn Your Eyes è l’ennesimo tributo di Beth Hart a Etta James, uno dei suoi idoli assoluti, una ballata blues intensa che si trovava su Seven Year Itch il disco del 1988 che segnava il ritorno sulle scene di una delle regine del soul, versione eccellente con la solista fluida ed intrigante di Bonamassa che sottolinea la voce dei Beth con una serie di soli ficcanti e pungenti, mentre le tastiere di Wynans e i fiati regalano un arrangiamento ricco e complesso. Black Coffee era proprio un brano di Ike & Tina Turner, che molti forse, spero, ricordano nella versione di Steve Marriott con i suoi Humble Pie, su cui è costruita questa rivisitazione in cui Beth cerca di emulare, riuscendoci, una delle più grandi voci “nere” di un bianco; Lullaby Of The Leaves era un vecchio brano, poco conosciuto, di Ella Fitzgerald, che qui diventa una splendida ballata pianistica intima e jazzy, sulla falsariga dei tributi a Billie Holiday dei dischi passati, cantata con misura e pathos dalla Hart, che qui mi ha ricordato la bravissima Mary Coughlan, molto bello anche l’assolo di Bonamassa, improvviso, torrenziale e lancinante. Why Don’t You Do It Right? è un oscuro pezzo degli anni ’40, swingato e divertente, modellato sulla versione di Peggy Lee, con i due e il gruppo in grande souplesse; Saved è uno dei brani ripresi dal repertorio di Lavern Baker,  una delle prime grandi cantanti del R&B.

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https://www.youtube.com/watch?v=NooMzmbE0xc

L’altro è Soul On Fire, entrambi permettono di gustare la maturità vocale raggiunta dalla Hart, prima scatenata in un pezzo che ricorda le evoluzioni dei primi Isley Brothers, quelli di Shout, poi felpata ed incantevole nel secondo brano, un vera delizia per i padiglioni auricolari degli ascoltatori, con Bonamassa che incornicia entrambi i brani con degli interventi dove si apprezza l’eccellente tocco della sua solista. In grande spolvero pure in una versione splendida di Sittin’ On Top Of The World, uno dei classici del blues che ricordiamo in una memorabile versione dei Cream. Un’altra “cliente” abituale dei due è Lucinda Williams, di cui viene ripresa, con piglio energico, cadenzato e grintoso, molto bluesato, Joy, un brano che si trovava su Car Wheels On A Gravel Road, che quanto a spinta chitarristica non ha nulla da invidiare ai brani più rock della chanteuse americana. Manca l’ultimo brano Addicted, con la coppia, credo su suggestione di Shirley e della casa discografica, che va a pescare questa canzone dal repertorio della band trip-hop elettronica austriaca Waldeck: niente paura è molto meglio dell’originale, però confrontato con il resto solo un onesto pezzo pop-rock, nobilitato dagli assoli della solista di Bonamassa. Comunque non inficia il giudizio molto positivo di Black Coffee, che conferma la validità di questa coppia veramente bene assortita. P.S. La bonus della deluxe edition Baby I Love You non l’ho sentita per cui non vi so dire, presumo sia quella delle Ronettes (o dei Ramones). *NDB E invece era il brano di Aretha Franklin. Esce il 26 gennaio.

Bruno Conti

Un Trittico Dal Canada 1. Downchild – Something I’ve Done

downchild something i've done

*NDB Iniziamo casualmente questi primi giorni del 2018 con un terzetto di album di artisti canadesi che erano rimasti ancora da pubblicare tra quelli usciti nel 2017 (insieme a svariati altri che leggerete a breve), ma la fine dell’anno scorso e i primi giorni di quello iniziato, come al solito, non sono ricchi di uscite discografiche, per cui recuperiamo.

Downchild – Something I’ve Done – Linus/Ird

Che li vogliate chiamare semplicemente Downchild, come appare sulla copertina del CD, o Downchild Blues Band, come forse sono più noti, sempre di loro si tratta. Una delle più longeve e migliori band di blues e dintorni canadese, in pista dal lontano 1969, anche se il primo disco Bootleg in effetti risale al 1971 https://www.youtube.com/watch?v=EUkvTvUFtj4 : leggenda vuole che tra le tante fonti di ispirazione per i Blues Brothers ci siano pure loro, e probabilmente anche qualcosa di più della leggenda, visto che nel primo disco della band di Belushi ed Aykroyd Briefcase Full Of Blues c’erano ben tre brani che provenivano dal repertorio della Downchild (per comodità li chiameremo così), due originali e la loro versione di Flip, Flop And Fly. Non basta perché il gruppo all’origine prevedeva la presenza di due sassofonisti (ora un sax e una tromba), un armonicista, il leader della band Donnie “Mr. Downchild” Walsh, pure ottimo chitarrista; per molti anni il fratello di Donnie Rick (The Hock) Walsh è stato la voce solista, ma nella formazione sono transitati anche Kenny Neal, Gene Taylor (anche con Blasters, Fabulous Thunderbirds e James Harman) è stato a lungo il pianista, ora alle tastiere c’è Michael Fonfara, che forse qualcuno ricorda con Lou Reed nella seconda metà degli anni ’70, e prima ancora con i Rhinoceros; tra gli attuali membri del gruppo c’è l’ottimo cantante Chuck Jackson, ormai da inizio anni ’90, l’attuale sassofonista Pat Carey, che con il trombettista Peter Jeffrey forma la sezione fiati, e una sezione ritmica dove il bassista Gary Kendall è anche uno dei principali autori delle canzoni.

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https://www.youtube.com/watch?v=FQ0FUcFMMB8

Abbiamo saltato di palo in frasca nell’introdurre vecchi e nuovi membri del gruppo, ma è per segnalare una sorta di comunità di intenti che attraverso una ventina di album (questo dovrebbe essere il n°18, mi pare se non ricordo male, una ventina di anni fa di avere recensito sul Buscadero Lucky 13, che era appunto il tredicesimo). In Canada hanno vinto una infinità di Maple Blues Awards e se la battono tuttora con i Fathead come miglior band di blues dello stato http://discoclub.myblog.it/2014/09/14/cinque-simpatici-canadesi-abbronzato-viene-dalla-georgia-fathead-fatter-than-ever/ . Ovviamente Chuck Jackson, anche se così riporta erroneamente il sito AllMusic, non è il grande cantante soul, a meno che non lo abbiano smacchiato con la candeggina, visto che è un bianco, ma rimane un ottimo vocalist, come dimostra sin dall’iniziale propria composizione la briosa Albany, Albany, molto R&B e R&R, dove brillano la sezione fiati e anche il piano di Fonfara, poi protagonisti con la chitarra di Walsh, oltre all’armonica, altro strumento fondamentale nell’economia del sound del gruppo, del secondo brano Worried About The World, classico blues elettrico. Quindi il menu è vario e coinvolgente, da tipica blues revue (come i “Fratelli del Blues”). Michael Fonfara, che scrive il terzo brano Can’t Get Mad At You, oltre che brillante pianista, se la cava anche egregiamente al dobro, strumento che dà un suono inconsueto a questa canzone, per il resto punteggiata dalla slide di Walsh e dai fiati; Mississippi Woman, Mississauga Man, bel titolo, nuovamente firmata da Jackson, viaggia su un travolgente giro di armonica suonata dal cantante, divertente e dal ritmo ondeggiante come tutta la canzone.

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https://www.youtube.com/watch?v=ZJISRv3pkts

Take A Piece Of My Heart scritta dal bassista Kendall è una deliziosa ballata soul, costruita intorno alle tastiere di Fonfara che gli conferiscono un’aura deep south che si accentua con l’entrata dei fiati, mentre Jackson la canta come usava fare il compianto Joe Cocker, e un bel assolo di sax è la ciliegina sulla torta. Kendall firma anche la travolgente Mailbox Money, tra jump blues, boogie e R&R, che fa muovere il piedino anche ai più scontrosi, e poi l’assolo di “Mr. Downchild” è ottimo, mentre She Thinks I Do è una composizione del vecchio cantante della band, lo scomparso John Witmer, un altro delizioso brano dal piglio anni ’60, con Fonfara e Walsh ancora eccellenti a piano e chitarra. La title track Something I’ve Done, tra barrelhouse, honky-tonk e jump è un’altra travolgente cavalcata nel blues delle origini, quello ricco di R&B e Rock’n’Roll, con fiati, armonica e piano che tirano la volata all’ottimo vocalist Chuck Jackson, sembrano quasi i Blues Brothers, ops. E per non farsi mancare nulla pure il batterista del gruppo Mike Fitzpatrick firma una felpata Into The Fire, che mi sembra abbia qualche parentela con le ultime avventure di Mr.Van Morrison, magari a parte la voce (per quanto Jackson abbia una voce potente ed espressiva), ma l’organo di Fonfara e i fiati ci stanno tutti. A chiudere un disco che regala parecchie buone vibrazioni, lo strumentale conclusivo Evelyn, dove Donnie Walsh si può scatenare all’armonica, ben coadiuvato dalla propria band.

Bruno Conti

Oltre Le Gambe C’è Di Più! Samantha Fish – Belle Of The West

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Samantha Fish – Belle Of The West – Ruf Records 

Nel recensire il precedente disco di Samantha Fish Chills And Fever, avevo esordito dicendo che all’incirca ogni paio di anni la musicista di Kansas City si presentava con un nuovo album http://discoclub.myblog.it/2017/05/05/comunque-lo-si-giri-un-gran-bel-disco-samantha-fish-chills-fever/ . Quasi a volermi smentire, a soli sette mesi dal precedente, la nostra amica si ripete con questo Belle Of The West. E a differenza di quel disco, dove si avvaleva dei Detroit Cobras, utilizzando un sound molto sixties, anche intriso di fiati e influenzato dal soul, dalla garage music, dal R&R, oltre all’immancabile blues, per l’occasione torna allo Zebra Ranch Studio di Independence, Mississippi, quello di Luther Dickinson, che è il produttore dell’album, oltre a suonarci chitarra e mandolino, e portandosi appresso molti dei suoi amici per la registrazione dei vari brani: Lightnin’ Malcolm, chitarra, armonica e voce, Jimbo Mathus, fender rhodes, armonica e voce, oltre ad avere composto la title track, Amy Lavere, contrabbasso e voce, Lillie Mae Rische, violino e voce, Tikyra Jackson, batteria e voce, Sharde Thomas, fife (quella sorta di piccolo piffero), batteria e voce e Trina Raimey, batteria.

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https://www.youtube.com/watch?v=d07XcKjwshE

Il risultato direi che è una sorta di country-folk-roots rock, ovviamente con molti elementi blues, quasi più un disco da cantautrice che da blueswoman https://www.youtube.com/watch?v=lQxNC-fmEQ4 , abbastanza differente dai dischi precedenti, anche da Wild Heart, che era comunque prodotto da Luther Dickinson, elementi presenti pure nel disco Blues And Ballads dove erano impiegati molti di questi musicisti, ovvero Lavere, Thomas e Rische, oltre allo stesso Luther. Alla luce di quanto detto finora il CD risulta essere un disco formato da blues e ballate, non dissimile da quello del leader dei North Mississippi Allstars, magari più variegato nello stile. Dalla iniziale American Dream, dove il fife della Thomas e il violino di Lillie Mae conferiscono un’aura quasi paesana all’arrangiamento, con il suono volutamente secco e smorzato della batteria che si sposa con il sound da traditional del pezzo; Blood In The Water, comincia ad assumere tonalità più da cantautrice, anche se il guizzante violino della Rische e il piffero di Sharde si intrecciano con la chitarra della Fish che non dimentica di essere una delle soliste più intriganti in circolazione.

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https://www.youtube.com/watch?v=88BaytsPunI

Il trittico di canzoni che seguono è di notevole qualità, la dolce e malinconica Need You More appartiene alla categoria delle “ballads”, seppure in leggero mid-tempo e con la voce espressiva della nostra amica che assume tonalità meno esplorate in passato, ancora con il violino a fare da strumento guida nell’economia della canzone; mentre Cowtown potrebbe essere quasi un brano alla Delaney & Bonnie, costruito intorno ad un riff del piano elettrico e della chitarra, con un crescendo che si fa man mano incalzante e la solista pungente nel finale travolgente, ottima anche Daughters, un pezzo che potrebbe ricordare le canzoni più mosse di Natalie Merchant (ovviamente sono impressioni personali buttate lì per dare un’idea di quanto si va ascoltando), la melodia è piacevole, le armonie vocali avvolgenti e la chitarra e il piano elettrico di Mathus che aggiungono quel tocco pepato in più al brano che ci accompagna nel nostro viaggio verso Ovest, ma anche verso Sud.  Viaggio che si arricchisce ancora delle tonalità più bluesy di una Don’t Say You Love Me con i profumi del Mississippi, dove il disco è stato registrato, che si fanno più evidenti, mentre il cantato è più indolente ed energico al tempo stesso e anche la solista si ritaglia i suoi spazi nel finale in crescendo.

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https://www.youtube.com/watch?v=MrqzKgwyDss

Belle of The West, il pezzo firmato da Jimbo Mathus, è invece una deliziosa country ballad, cantata in souplesse dalla Fish che azzecca una tonalità birichina e morbida, senza cadere troppo nella leziosità, e il pezzo risulta uno dei più godibili del disco. Poor Black Mattie, la cover di un brano di R.L. Burnside, era già nel repertorio live della Fish almeno dal 2014, viene cantata in coppia con Lightnin’ Malcolm, che anzi è la voce solista della canzone, oltre a suonare l’armonica, con Samantha che risponde al call and response tipico delle 12 battute primigenie del Delta Blues più grezzo ed elettrizzante; blues che rimane protagonista anche nel suono secco ed asciutto di No Angels, altro pezzo corale, dove tutta la truppa dei musicisti si esalta in un brano dove le chitarre slide e soliste di Fish e Dickinson si sfidano in modo coinvolgente; Nearing Home, appartiene di nuovo alla categoria delle “ballate”, cantata a due voci con Lillie Mae Rische che ne è anche l’autrice, risulta un altro momento dove il country prende il sopravvento sul blues con risultati splendidi, mentre nella conclusiva Gone For Good, una slide acustica, il contrabbasso e poche percussioni, sono gli elementi principali per un nuovo tuffo nel blues acustico, senza dimenticare la voce della nostra amica, autorevole e partecipe quanto basta per confermare la sua ascesa ad essere considerata uno dei talenti più interessanti espressi dalla musica roots americana.

Bruno Conti    

Uno Sguardo Alle “Pietre” In Versione Vintage. The Rolling Stones – On Air

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The Rolling Stones – On Air – ABKCO/Polydor CD – 2CD

In questi ultimi due anni i fans dei Rolling Stones avranno avuto di che godere, tra live contemporanei (Havana Moon), d’archivio (Ladies And Gentlemen finalmente in CD, Sticky Fingers Live e l’imperdibile cofanetto Totally Stripped) e l’album blues di un anno fa Blue And Lonesome. Ora la ABKCO, che ha in mano il catalogo anni sessanta delle Pietre, pubblica questo interessantissimo doppio CD On Air (c’è anche la solita versione singola “vorrei ma non posso”), che contiene il meglio delle sessions alla BBC del leggendario gruppo agli inizi della sua carriera, uscita preceduta da un bellissimo e costoso libro dallo stesso titolo che narra la storia del rapporto della band con la mitica emittente britannica, iniziato malissimo (gli Stones alla prima audizione erano stati scartati senza troppi complimenti), ma che poi si è protratta dal 1963 al 1969.

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On Air (titolo e copertina da bootleg, e la prima volta che l’ho visto nella lista delle uscite l’ho scambiato per tale) prende però in considerazione solo gli anni dal 1963 al 1965, lasciando forse la porta aperta ad un secondo volume, e documentando le apparizioni del gruppo allora formato da Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones, Bill Wyman e Charlie Watts (con l’occasionale partecipazione del “sesto Stone”, il pianista Ian Stewart) nelle più popolari trasmissioni radio-televisive dell’epoca, alcune con il pubblico presente ed altre registrate in studio: programmi famosissimi come Top Gear e Saturday Club ed altri meno noti come Yeah Yeah, Blues In Rhythm e The Joe Loss Pop Show. Ed il doppio CD è, come dicevo, decisamente interessante, in quanto ci mostra la più grande rock’n’roll band di sempre agli inizi, quando stava conoscendo il successo e suonava con la bava alla bocca, omaggiando via via tutte le sue influenze musicali. I brani originali presenti infatti sono solo una manciata, qui ci sono più che altro covers, che ci danno uno spaccato delle radici del gruppo, in quanto sono presenti tutti i generi che sono andati a formare il loro stile, dal rock’n’roll al blues all’errebi, il tutto suonato con un’energia formidabile, a cantato in maniera magistrale da un Jagger che già sapeva il fatto suo.

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https://www.youtube.com/watch?v=LCUxr-nyx5Q

Il doppio parte con la guizzante Come On (che è stato il loro primo singolo), e poi percorre per 32 canzoni tutto il meglio dei primissimi anni, con anche sette brani che i nostri non hanno mai pubblicato su nessun album. C’è ovviamente molto rock’n’roll, con tantissimo Chuch Berry (uno degli eroi principali di Richards), ben sei pezzi del leggendario rocker, compresa la già citata Come On, tra cui una Roll Over Beethoven al fulmicotone, mai sentita prima fatta da loro (le altre sono Around And Around, Memphis Tennessee, Carol e Beautiful Delilah). Senza dimenticare una travolgente versione dello standard Route 66, lo scintillante boogie di Don Raye Down The Road Apiece, pieno di shuflle, ed una irresistibile ancorché breve Oh Baby (We Got A Good Thing Goin’) di Barbara Lynn Ozen. C’è anche tanto soul ed errebi, come la nota It’s All Over Now di Bobby Womack (incisa abbastanza maluccio), una pimpante Everybody Needs Somebody To Love ben prima che i Blues Brothers ci costruissero intorno la carriera, la splendida Cry To Me (Solomon Burke), con Mick che si destreggia alla grande con l’ugola, o ancora la superba You Better Move On di Arthur Alexander ed una deliziosa If You Need Me di Wilson Pickett.

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https://www.youtube.com/watch?v=NqxC7pDrklI

Naturalmente non può mancare il blues, con ben tre brani di Bo Diddley: una sfrontata Cops And Robbers, con Jones ottimo all’armonica, il classico Mona e l’inedita (per gli Stones, anche se la pubblicheranno nel live del 1977 Love You Live) Crackin’ Up. Poi abbiamo l’altrettanto inedita Fannie Mae (di Buster Brown), giusto a metà tra blues e rock’n’roll, una bellissima Confessin’ The Blues (incisa anch’essa da Chuck Berry, ma non scritta da lui), con grande prestazione chitarristica, e gli immancabili Muddy Waters e Willie Dixon, rispettivamente con I Can’t Be Satisfied (gran lavoro di slide) e I Just Want To Make Love To You. C’è anche un accenno al country con il classico di Hank Snow I’m Movin’ On, suonato però con una foga rocknrollisitca che non fa prigionieri, ed il tributo ai “rivali” John Lennon e Paul McCartney con la loro I Wanna Be Your Man.

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https://www.youtube.com/watch?v=LWj6EXeoMoM

Pochi i brani originali, appena cinque: una (I Can’t Get No Satisfaction) decisamente grezza ed essenziale, il sempre splendido blues The Spider And The Fly, già allora sensuale ed intrigante, la bella The Last Time, uno dei loro brani migliori del primo periodo, e le meno note Little By Little e lo strumentale 2120 South Michigan Avenue. Un doppio CD imperdibile quindi? Se dobbiamo guardare al valore storico ed all’intensità delle performances assolutamente sì, ma fatemi spendere due parole per la qualità di registrazione, dato che è stata strombazzata ai quattro venti (quindi agli ottanta, battuta desolante lo so…) la rivoluzionaria tecnica denominata De-Mix (che consiste nel separare tutte le fonti audio originali e remixarle ex novo dando più potenza e compattezza al suono), gridando l’ormai abusata frase “I Rolling Stones come non gli avete mai sentiti!”. Ebbene, io tutto questo risultato rivoluzionario non lo sento, in quanto la qualità del suono è sì buona, ma né più né meno in linea con gli standard odierni delle ristampe vintage (le BBC Sessions dei Beatles, per dirne una, mi sembravano incise meglio), ma la cosa ancora più grave, se vogliamo usare questo termine, è che molte registrazioni (specie nel secondo CD) sono quasi amatoriali, non superiori ai vari bootleg già presenti sul mercato, e quindi abbassano non di poco il voto finale, soprattutto ripeto dopo tutto il bailamme pubblicitario sulla qualità sonora.

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On Air è quindi un doppio album di grande valore artistico, ma siccome i dischi sono fatti soprattutto per essere ascoltati mi sento di consigliarlo solo ai fans (che comunque sono tanti) ed ai completisti.

Marco Verdi

Classico Rock Americano. Big Head Todd And The Monsters – New World Arisin’

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Big Head Todd And The Monsters – New World Arisin’ – Big Records 

Torna la band del Colorado, a tre anni di distanza dal precedente Black Beehive, disco uscito per la Shout Factory, e che li vedeva affidati alle cure del produttore Steve Jordan, con la presenza come ospite del chitarrista Ronnie Baker Brooks. Per questo New World Arisin tornano a fare in proprio, sia come produzione, sia per il fatto che il CD è pubblicato dalla loro etichetta personale, la Big Records, a cui ritornano quando le etichette che saltuariamente pubblicano i loro dischi si defilano: così fanno sin dal primo album, Another Mayberry, uscito nel lontano 1989. Autori di un classico rock americano, con inserti pop ma anche di tanto in tanto blues (non per nulla nel 2011 come Big Head Blues Club avevano rilasciato un eccellente 100 Years of Robert Johnson, nel centenario della nascita del grande bluesman, e con la presenza di BB King, Hubert Sumlin, David “Honeyboy” Edwards, Charlie Musselwhite, Ruthie Foster): non a caso uno dei loro brani più famosi è la ripresa di Boom Boom di John Lee Hooker, con cui forse vi sarà capitato di incrociarvi ascoltandolo come sigla della serie televisiva NCIS: New Orleans. E questo vizio delle cover d’autore lo hanno sempre avuto, penso per esempio a Smokestack Lightning di Howlin’ Wolf e Beast Of Burden degli Stones che si trovavano in Rocksteady, l’album del 2010.

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https://www.youtube.com/watch?v=ADw0Y8JGF-I

Per questo nuovo album si cimentano con una potente rilettura di Room Full Of Mirrors di Jimi Hendrix, dove si apprezza l’eccellente lavoro della solista di Todd Park Mohr, il leader della band, grande chitarrista sia in modalità slide che per l’uso del wah-wah, almeno in questo pezzo. Diciamo che l’utilizzo delle tastiere, anche in questo brano, ed in generale nel resto dell’album, conferisce questa aura un filo commerciale e pop al loro sound, peraltro una caratteristica che si portano dietro sin dagli inizi della carriera. Nulla di male perché il loro rock è comunque di buona qualità, disimpegnato e piacevole, non sempre raggiunge i vertici qualitativi che potenzialmente dimostrano di possedere in alcuni brani (per esempio le varie cover citate). Anche il nuovo disco non sfugge a questa regola: l’iniziale Glow ha un bel groove rock, ma forse perché era rimasta nei cassetti della band, pure un suono vagamente anni ’80, la ritmica Rob Squires, basso e Brian Nevin batteria  è gagliarda, le chitarre ruggiscono a tratti, però le melodie e gli arrangiamenti, con le tastiere di Jeremy Lawton in evidenza sono abbastanza radiofonici e pop, il cantato è mellifluo e trattenuto, insomma i loro soliti pregi e difetti, che non si riscontrano comunque nel boogie-rock tirato della potente title track e quando Park Mohr (di origini coreane) inizia ad andare di slide le cose si fanno serie, anche perché Lawson passa alla seconda chitarra.

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https://www.youtube.com/watch?v=3D9njBV3iO8

Damaged One ha un piglio da rock song classica, da sentire su qualche highway a tutto volume, belle melodie, arrangiamento arioso, con piacevoli inserti di steel guitar, sempre Lawson. Il funky-rock di Trip, nonostante un bel giro di basso, piace meno, quelle tastierine fastidiose sono superflue e se si esclude il lavoro ficcante della solista di Todd il brano in sé non è particolarmente memorabile; in questa alternanza di alti e bassi, Mind pare più complessa e di elegante fattura, come pure una galoppante Detonator, dove la band gira nuovamente a pieno regime con il proprio rock energico e un gran finale chitarristico. Wipeout Turn è di nuovo in bilico tra pop e rock, ma questa la volta la penna di Mohr ed un eccellente arrangiamento (l’uso del pianoforte certo non guasta), la rendono una delle canzoni più godibili dell’album, mi ha ricordato certe cose di Graham Parker, veramente bella e anche l’assolo è da manuale. Di nuovo funky-rock a manetta per una poderosa Long Coal Train, con Lawson all’organo e la band che tira di brutto fino al lancinante assolo finale; quindi in definitiva più luci che ombre in questo album, del sano rock classico ben suonato, come conferma anche una ondeggiante e a tutto riff Under Your Wings, di nuovo graziata da una bella melodia, sentita forse mille volte, ma non per questo meno piacevole.

Bruno Conti