Uno Sguardo Alle “Pietre” In Versione Vintage. The Rolling Stones – On Air

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The Rolling Stones – On Air – ABKCO/Polydor CD – 2CD

In questi ultimi due anni i fans dei Rolling Stones avranno avuto di che godere, tra live contemporanei (Havana Moon), d’archivio (Ladies And Gentlemen finalmente in CD, Sticky Fingers Live e l’imperdibile cofanetto Totally Stripped) e l’album blues di un anno fa Blue And Lonesome. Ora la ABKCO, che ha in mano il catalogo anni sessanta delle Pietre, pubblica questo interessantissimo doppio CD On Air (c’è anche la solita versione singola “vorrei ma non posso”), che contiene il meglio delle sessions alla BBC del leggendario gruppo agli inizi della sua carriera, uscita preceduta da un bellissimo e costoso libro dallo stesso titolo che narra la storia del rapporto della band con la mitica emittente britannica, iniziato malissimo (gli Stones alla prima audizione erano stati scartati senza troppi complimenti), ma che poi si è protratta dal 1963 al 1969.

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On Air (titolo e copertina da bootleg, e la prima volta che l’ho visto nella lista delle uscite l’ho scambiato per tale) prende però in considerazione solo gli anni dal 1963 al 1965, lasciando forse la porta aperta ad un secondo volume, e documentando le apparizioni del gruppo allora formato da Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones, Bill Wyman e Charlie Watts (con l’occasionale partecipazione del “sesto Stone”, il pianista Ian Stewart) nelle più popolari trasmissioni radio-televisive dell’epoca, alcune con il pubblico presente ed altre registrate in studio: programmi famosissimi come Top Gear e Saturday Club ed altri meno noti come Yeah Yeah, Blues In Rhythm e The Joe Loss Pop Show. Ed il doppio CD è, come dicevo, decisamente interessante, in quanto ci mostra la più grande rock’n’roll band di sempre agli inizi, quando stava conoscendo il successo e suonava con la bava alla bocca, omaggiando via via tutte le sue influenze musicali. I brani originali presenti infatti sono solo una manciata, qui ci sono più che altro covers, che ci danno uno spaccato delle radici del gruppo, in quanto sono presenti tutti i generi che sono andati a formare il loro stile, dal rock’n’roll al blues all’errebi, il tutto suonato con un’energia formidabile, a cantato in maniera magistrale da un Jagger che già sapeva il fatto suo.

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https://www.youtube.com/watch?v=LCUxr-nyx5Q

Il doppio parte con la guizzante Come On (che è stato il loro primo singolo), e poi percorre per 32 canzoni tutto il meglio dei primissimi anni, con anche sette brani che i nostri non hanno mai pubblicato su nessun album. C’è ovviamente molto rock’n’roll, con tantissimo Chuch Berry (uno degli eroi principali di Richards), ben sei pezzi del leggendario rocker, compresa la già citata Come On, tra cui una Roll Over Beethoven al fulmicotone, mai sentita prima fatta da loro (le altre sono Around And Around, Memphis Tennessee, Carol e Beautiful Delilah). Senza dimenticare una travolgente versione dello standard Route 66, lo scintillante boogie di Don Raye Down The Road Apiece, pieno di shuflle, ed una irresistibile ancorché breve Oh Baby (We Got A Good Thing Goin’) di Barbara Lynn Ozen. C’è anche tanto soul ed errebi, come la nota It’s All Over Now di Bobby Womack (incisa abbastanza maluccio), una pimpante Everybody Needs Somebody To Love ben prima che i Blues Brothers ci costruissero intorno la carriera, la splendida Cry To Me (Solomon Burke), con Mick che si destreggia alla grande con l’ugola, o ancora la superba You Better Move On di Arthur Alexander ed una deliziosa If You Need Me di Wilson Pickett.

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https://www.youtube.com/watch?v=NqxC7pDrklI

Naturalmente non può mancare il blues, con ben tre brani di Bo Diddley: una sfrontata Cops And Robbers, con Jones ottimo all’armonica, il classico Mona e l’inedita (per gli Stones, anche se la pubblicheranno nel live del 1977 Love You Live) Crackin’ Up. Poi abbiamo l’altrettanto inedita Fannie Mae (di Buster Brown), giusto a metà tra blues e rock’n’roll, una bellissima Confessin’ The Blues (incisa anch’essa da Chuck Berry, ma non scritta da lui), con grande prestazione chitarristica, e gli immancabili Muddy Waters e Willie Dixon, rispettivamente con I Can’t Be Satisfied (gran lavoro di slide) e I Just Want To Make Love To You. C’è anche un accenno al country con il classico di Hank Snow I’m Movin’ On, suonato però con una foga rocknrollisitca che non fa prigionieri, ed il tributo ai “rivali” John Lennon e Paul McCartney con la loro I Wanna Be Your Man.

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https://www.youtube.com/watch?v=LWj6EXeoMoM

Pochi i brani originali, appena cinque: una (I Can’t Get No Satisfaction) decisamente grezza ed essenziale, il sempre splendido blues The Spider And The Fly, già allora sensuale ed intrigante, la bella The Last Time, uno dei loro brani migliori del primo periodo, e le meno note Little By Little e lo strumentale 2120 South Michigan Avenue. Un doppio CD imperdibile quindi? Se dobbiamo guardare al valore storico ed all’intensità delle performances assolutamente sì, ma fatemi spendere due parole per la qualità di registrazione, dato che è stata strombazzata ai quattro venti (quindi agli ottanta, battuta desolante lo so…) la rivoluzionaria tecnica denominata De-Mix (che consiste nel separare tutte le fonti audio originali e remixarle ex novo dando più potenza e compattezza al suono), gridando l’ormai abusata frase “I Rolling Stones come non gli avete mai sentiti!”. Ebbene, io tutto questo risultato rivoluzionario non lo sento, in quanto la qualità del suono è sì buona, ma né più né meno in linea con gli standard odierni delle ristampe vintage (le BBC Sessions dei Beatles, per dirne una, mi sembravano incise meglio), ma la cosa ancora più grave, se vogliamo usare questo termine, è che molte registrazioni (specie nel secondo CD) sono quasi amatoriali, non superiori ai vari bootleg già presenti sul mercato, e quindi abbassano non di poco il voto finale, soprattutto ripeto dopo tutto il bailamme pubblicitario sulla qualità sonora.

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On Air è quindi un doppio album di grande valore artistico, ma siccome i dischi sono fatti soprattutto per essere ascoltati mi sento di consigliarlo solo ai fans (che comunque sono tanti) ed ai completisti.

Marco Verdi

Classico Rock Americano. Big Head Todd And The Monsters – New World Arisin’

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Big Head Todd And The Monsters – New World Arisin’ – Big Records 

Torna la band del Colorado, a tre anni di distanza dal precedente Black Beehive, disco uscito per la Shout Factory, e che li vedeva affidati alle cure del produttore Steve Jordan, con la presenza come ospite del chitarrista Ronnie Baker Brooks. Per questo New World Arisin tornano a fare in proprio, sia come produzione, sia per il fatto che il CD è pubblicato dalla loro etichetta personale, la Big Records, a cui ritornano quando le etichette che saltuariamente pubblicano i loro dischi si defilano: così fanno sin dal primo album, Another Mayberry, uscito nel lontano 1989. Autori di un classico rock americano, con inserti pop ma anche di tanto in tanto blues (non per nulla nel 2011 come Big Head Blues Club avevano rilasciato un eccellente 100 Years of Robert Johnson, nel centenario della nascita del grande bluesman, e con la presenza di BB King, Hubert Sumlin, David “Honeyboy” Edwards, Charlie Musselwhite, Ruthie Foster): non a caso uno dei loro brani più famosi è la ripresa di Boom Boom di John Lee Hooker, con cui forse vi sarà capitato di incrociarvi ascoltandolo come sigla della serie televisiva NCIS: New Orleans. E questo vizio delle cover d’autore lo hanno sempre avuto, penso per esempio a Smokestack Lightning di Howlin’ Wolf e Beast Of Burden degli Stones che si trovavano in Rocksteady, l’album del 2010.

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https://www.youtube.com/watch?v=ADw0Y8JGF-I

Per questo nuovo album si cimentano con una potente rilettura di Room Full Of Mirrors di Jimi Hendrix, dove si apprezza l’eccellente lavoro della solista di Todd Park Mohr, il leader della band, grande chitarrista sia in modalità slide che per l’uso del wah-wah, almeno in questo pezzo. Diciamo che l’utilizzo delle tastiere, anche in questo brano, ed in generale nel resto dell’album, conferisce questa aura un filo commerciale e pop al loro sound, peraltro una caratteristica che si portano dietro sin dagli inizi della carriera. Nulla di male perché il loro rock è comunque di buona qualità, disimpegnato e piacevole, non sempre raggiunge i vertici qualitativi che potenzialmente dimostrano di possedere in alcuni brani (per esempio le varie cover citate). Anche il nuovo disco non sfugge a questa regola: l’iniziale Glow ha un bel groove rock, ma forse perché era rimasta nei cassetti della band, pure un suono vagamente anni ’80, la ritmica Rob Squires, basso e Brian Nevin batteria  è gagliarda, le chitarre ruggiscono a tratti, però le melodie e gli arrangiamenti, con le tastiere di Jeremy Lawton in evidenza sono abbastanza radiofonici e pop, il cantato è mellifluo e trattenuto, insomma i loro soliti pregi e difetti, che non si riscontrano comunque nel boogie-rock tirato della potente title track e quando Park Mohr (di origini coreane) inizia ad andare di slide le cose si fanno serie, anche perché Lawson passa alla seconda chitarra.

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https://www.youtube.com/watch?v=3D9njBV3iO8

Damaged One ha un piglio da rock song classica, da sentire su qualche highway a tutto volume, belle melodie, arrangiamento arioso, con piacevoli inserti di steel guitar, sempre Lawson. Il funky-rock di Trip, nonostante un bel giro di basso, piace meno, quelle tastierine fastidiose sono superflue e se si esclude il lavoro ficcante della solista di Todd il brano in sé non è particolarmente memorabile; in questa alternanza di alti e bassi, Mind pare più complessa e di elegante fattura, come pure una galoppante Detonator, dove la band gira nuovamente a pieno regime con il proprio rock energico e un gran finale chitarristico. Wipeout Turn è di nuovo in bilico tra pop e rock, ma questa la volta la penna di Mohr ed un eccellente arrangiamento (l’uso del pianoforte certo non guasta), la rendono una delle canzoni più godibili dell’album, mi ha ricordato certe cose di Graham Parker, veramente bella e anche l’assolo è da manuale. Di nuovo funky-rock a manetta per una poderosa Long Coal Train, con Lawson all’organo e la band che tira di brutto fino al lancinante assolo finale; quindi in definitiva più luci che ombre in questo album, del sano rock classico ben suonato, come conferma anche una ondeggiante e a tutto riff Under Your Wings, di nuovo graziata da una bella melodia, sentita forse mille volte, ma non per questo meno piacevole.

Bruno Conti  

Beato Tra Le Donne! Duke Robillard – And His Dames Of Rhythm

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Duke Robillard – And His Dames Of Rhythm – M.C. Records/Ird

Il chitarrista del Rhode Island si è sempre più o meno equamente diviso, a livello discografico, tra le sue due grandi passioni musicali, il blues e il jazz e lo swing (preferibilmente “oscuro” e anni ’20 e ’30). Il sottoscritto ha sempre ammesso pubblicamente la sua preferenza per il Duke Robillard bluesman, ma altrettanto onestamente devo ammettere che i suoi album “jazz” sono sempre molto gradevoli all’ascolto e suonati in grande souplesse. Se di solito il blues batte il jazz di misura, almeno per me, diciamo un 1-0, questa volta in compagnia di una serie di voci femminili His Dames Of Rhythm, oltre alla sua band abituale e una sezione fiati completa che rimanda ai suoi giorni con i Roomful Of Blues, per l’occasione jazz e blues impattano sull’1-1 ed è solo l’ascoltatore a godere. Robillard ancora una volta evidenzia la sua conoscenza mostruosa del repertorio jazz e swing della prima parte del secolo scorso, ed ha saputo utilizzare in modo perfetto le sei voci femminili che si alternano a duettare con lui.

Il disco nasce dall’idea di ricreare in questo CD il sound delle vecchie canzoni del repertorio Tin Pan Alley degli anni ’20 e ’30, più che il jazz tout court: la voce pimpante e cristallina di Sunny Crownover, molto old style, apre le danze in una cover di un vecchio brano di Bing Crosby From Monday On, dove  i due, con aria divertita, ricreano quell’atmosfera senza tempo del primo swing, tra fiati “impazziti” e sezione ritmica in spolvero, mentre il clarinetto di Novick e la chitarra di Robillard cesellano piccoli interventi di gran gusto. La brava Sunny poi torna per un’altra divertente My Heart Belongs To Daddy, sexy e zuccherosa il giusto, con qualche tocco tra il latino e il tango, un vecchio pezzo di un musical di Cole Porter che molti ricordano in versioni successive di Ella Fitzgerald e anche di Marylin Monroe (mi sono documentato), con il piano di Bears e la chitarra acustica arch-top di Robillard impeccabili, mentre la Crownover canta divinamente;  la seconda voce ad appalesarsi è quella di Maria Muldaur, che questo repertorio lo frequenta da decenni, il timbro è più vissuto rispetto agli anni d’oro, ma la classe è sempre presente in questa Got The South In My Soul, altro brano degli anni ‘30 delle Boswell Sisters, con improvvisi cambi di tempo, ma anche la voce deliziosa della Muldaur a guidare i musicisti. Poi tocca a Kelley Hunt, voce più grintosa (già presente anche nell’ultimo disco di Robillard, Blues Full Circle dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/04/anche-potrebbe-il-disco-blues-del-mese-duke-robillard-and-his-all-star-combo-blues-full-circle/ ) e cantante di grande spessore, che il sottoscritto apprezza in modo particolare, la sua rilettura di Please Don’t Talk About Me (altro pezzo degli anni ’30, che vanta decine di versioni, da Billie Holiday e Sinatra, passando per Willie Nelson) ne evidenzia ancora una volta la voce espressiva e ricca di calore, ed è uno dei tanti highlights di questo bel disco, grazie anche all’intermezzo strumentale veramente superbo nella parte centrale del brano.

E non si può non apprezzare anche la presenza di una adorabile Madeleine Peyroux, che per l’occasione sfodera un timbro un filo più “robusto” del solito, ma sempre molto sexy ed ammiccante, tra Bessie Smith e la Holiday, nel vecchio standard di Fats Waller Squeeze Me, dove Robillard con la sua chitarra sostituisce il piano di Waller, mentre Novick è sempre incisivo al clarinetto. Come conferma in Blues In My Heart, dove la voce solista è quella di Catherine Russell, cantante ed attrice nera, meno nota delle colleghe, ma sempre molto efficace, nella canzone si gode anche del lavoro dei fiati, con in evidenza il sax di Kellso. In Walking Stick di Irving Berlin, cantata dal solo Robillard, si apprezza anche un violino (Joe Lepage) che divide gli spazi solisti con Duke. In Lotus Blossom di Billy Strayhorn, ma pure nel repertorio di Duke Ellington, si apprezza di nuovo la voce vellutata della Hunt e la tromba con sordina, presumo di Doug Woolverton, presente anche altrove nel disco. What’s The Reason I’m Not Pleasin’ You, con le conclusive Ready For The River e Call Of The Freaks, sono gli altri brani dove Robillard fa da solo senza ospiti, mentre l’altra voce impiegata è quella dell’attrice di Downtown Abbey Elizabeth McGovern, alle prese con My Myself And I, altro pezzo del repertorio di Billie Holiday, prestazione onesta ma nulla più. Molto meglio Madeleine Peyroux nella dolcissima Easy Living, sempre di “Lady Soul”, e la Muldaur in un altro pezzo delle Boswell Sisters Was That The Human Thing To Do, con il solito clarinetto malandrino di Novick e il violino ad interagire con la solista di Robillard. Manca ancora un brano, cantato da Kelley Hunt, l’unica utilizzata in tre canzoni, sempre splendida nella struggente If I Could Be With You (One Hour Tonight), un altro standard degli anni ’20 di cui si ricorda una versione di Louis Armstrong, che avrebbe certo approvato la parte strumentale tra swing e dixieland. Ancora una volta quindi il “Duca” centra il colpo: “vecchio stile”, ma solita classe.

Bruno Conti

Un “Grande” Saluto Per Un Amico Che Non C’è Più. Ronnie Earl & The Broadcasters – The Luckiest Man

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Ronnie Earl & The Broadcasters  – The Luckiest Man – Stony Plain

Ronnie Earl è una garanzia, al di là del fatto qualitativo, e ci arriviamo tra un attimo, ormai anche la cadenza dei suoi album si è fatta costante, dal 2013 a oggi un suo album all’anno non manca mai, e senza che il livello del prodotto ne soffra, anzi. Earl è uno dei veri “Masters Of The Telecasters”, fatto riconosciuto da tutti quelli che amano la buona musica, e il blues in particolare: dotato di una tecnica sopraffina, ma anche di un feeling e di una varietà di “toni” stupefacenti, il chitarrista di New York si è costruito una fama invidiabile attraverso una lunghissima serie di album, che parte all’incirca dalla metà degli anni ’80, quando lascia i Roomful Of Blues, e arriva ai giorni nostri. Dopo un lungo periodo in cui aveva realizzato una sequenza di album perlopiù strumentali, basati sul dualismo chitarra/organo (con rare comparsate vocali) negli ultimi anni ha inserito nella formazione dei Broadcasters la bravissima cantante Diane Blue, in possesso di una voce splendida e dalle mille tonalità, ora dolce e tenera, ora grintosa e passionale, un po’ come il “guitar playing” del suo datore di lavoro http://discoclub.myblog.it/2015/09/09/ritorno-alle-origini-ronnie-earl-the-broadcasters-fathers-day/ . Il titolo di questo nuovo album deriva da una frase che diceva sempre il bassista della band Jim Mouradian, scomparso improvvisamente all’inizio dell’anno dopo uno show, e a cui è dedicato il disco: “I’m the luckiest man you know — and I don’t even know who you know”.

Per l’occasione, in un brano,  Long Lost Conversation, tornano alcuni dei vecchi Broadcasters, che erano presenti nel primo album di Earl del 1983 e che oggi suonano in Sugar Ray And The Bluetones, ovvero  Sugar Ray Norcia voce e armonica, Anthony Geraci, piano, Mike Welch, chitarra, Neil Gouvin, batteria e Michael “Mudcat” Ward, basso. Il brano, lunghissimo, oltre i dieci minuti, è una di quelle piccole perle che Ronnie Earl spesso ci riserva nei suoi dischi, e che fanno sì che i suoi album, sempre di ottimo livello comunque, si elevino oltre la media e la consuetudine dei dischi di blues fatti in serie, parliamo di un slow blues di una classe e di una intensità fuori dal comune, Norcia canta e soffia nell’armonica con grande vigore, Earl inchioda uno di quegli assoli che spesso me lo hanno fatto ritenere l’erede naturale di Roy Buchanan o Danny Gatton, e pure Geraci al piano e Welch alla seconda chitarra ci mettono del loro. Ma non è l’unico pezzo di qualità superba del lavoro, anche la versione di  Death Don’t Have No Mercy, solo la voce ispiratissima di Diane Blue e le chitarre soffuse di Earl e Tabarias, rendono questo omaggio a Mouradian un brano ad alto contenuto emozionale https://www.youtube.com/watch?v=2CTFAsn1CgM , come pure lo strumentale, sempre a lui dedicato Jim’s Song, una delicata ninna nanna di grande purezza e dolcezza. Ma anche nei brani dove suonano gli attuali Broadcasters, oltre a Earl e la Blue, il nuovo bassista Paul Kochanski, Dave Limina all’organo e  Forrest Padgett alla batteria, si respira un’aria di grande classe: dallo shuffle di Heartbreak (It’s Hurtin’ Me), dove gustiamo il solito dualismo organo/chitarra tipico dei dischi del nostro, alla cover di Ain’t That Loving You, altro shuflle godurioso, dove è presente una piccola sezione fiati, e la Blue canta con grande souplesse e finezza questa canzone che era nel repertorio di Buddy Guy  e Bobby “Blue” Bland.

L’altro tour de force del CD è una versione monstre di un super classico del blues, una So Many Roads di quasi 11 minuti, ricca di una intensità e di un calore che raramente si riscontrano nel blues dei giorni nostri, suonata e cantata in modo magnifico e anche la versione, di nuovo con i fiati, di You Don’t Know What Love Is, un classico della canzone americana che era nel repertorio di Billie Holiday, Dinah Washington e Ella Fitzgerald, qui diventa uno splendido blues elettrico cantato in modo più che degno dalla bravissima Diane Blue. E non è, come vi dicevo, che il resto del CD sia si qualità scadente, anzi: pezzi come gli strumentali Southside Stomp e Howlin’ Blues farebbero un figurone in qualsiasi disco blues, come pure la maestosa e struggente gospel song Never Gonna Break My Faith, dove la Blue si misura con l’originale cantato da Aretha Franklin, e Ronnie Earl lavora di fino con la sua solista, senza dimenticare l’eccellente Sweet Vee dove il nostro amico rievoca i fasti dei “lentoni” di Santana, e ancora nell’omaggio ad uno dei maestri nella sontuosa e fiatistica Blues For Magic Sam. Come il buon vino Ronnie Earl ad ogni disco sembra sempre migliorare i suoi standard elevatissimi e anche questa volta centra in pieno l’obiettivo con un altro disco che definirei splendido se non avessi finito gli aggettivi.

Bruno Conti

E’ Difficile Da Trovare E Costa Pure Tanto, Ma Ne Vale La Pena! Various Artists – Chicago Plays The Stones

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Various Artists – Chicago Plays The Stones – Chicago Blues Experience CD

Il nome dei Rolling Stones negli anni è sempre stato legato, oltre che al rock’n’roll, al blues americano, anche se la band britannica un disco tutto di blues non lo aveva mai fatto fino al 2016, allorquando i quattro misero sul mercato lo splendido Blue And Lonesome, album di cover di classici di puro Chicago blues, che è pure candidato ai Grammy 2018 come “Best Traditional Blues Album”. Ora una bella serie di musicisti della capitale dell’Illinois (nativi o acquisiti) si è riunita sotto la guida del produttore Larry Skoller per “rispondere” affettuosamente a quel disco, registrando questo Chicago Plays The Stones, che come suggerisce il titolo è un album di cover di alcuni brani delle Pietre, rivisitati in chiave blues. Per la verità la prima volta che ho visto in rete questo CD ho pensato a qualche lavoro un po’ raffazzonato in stile Cleopatra (e la copertina, alquanto brutta, non mi aiutava a pensare meglio), ma poi ho scoperto quasi subito che si trattava di un progetto serio ed unitario, con tutte incisioni nuove di zecca da parte di artisti noti e meno noti, comprendendo alcune vere e proprie leggende. L’unico punto a sfavore è il fatto che il CD è acquistabile solo online, sul sito creato apposta per l’evento http://chicagoplaysthestones.com/ , e che le spese di spedizione nel nostro paese sono più care del costo del disco stesso (il totale è di circa trenta dollari): ma, come accennavo nel titolo, li vale tutti, anche se va detto che in nessun caso gli originali degli Stones vengono superati (ma questa sarebbe un’impresa per chiunque); c’è da dire infine che le scelte non sono state scontate, in quanto sono presenti brani che nessuno avrebbe mai associato al blues, come ad esempio Angie e Dead Flowers.

Ad accompagnare i vari ospiti c’è una house band da sogno, denominata Living History Band, guidata dal grande Bob Margolin alla chitarra (per anni solista nel gruppo di Muddy Waters), e con al piano l’ottimo Johnny Iguana (Junior Wells, Koko Taylor, Otis Rush e molti altri), Felton Crews al basso (la prima scelta, quando serviva un bassista, da parte di un certo Miles Davis), Kenny “Beedy-Eyes” Smith alla batteria (un altro che ha suonato con molti dei grandi, da Pinetop Perkins a Hubert Sumlin) ed il quotato armonicista francese Vincent Bucher. L’inizio è una bomba, con una potente rilettura di Let It Bleed da parte di John Primer (chitarrista anche lui per Waters, oltre che per Willie Dixon, alla guida nel 2015 del progetto Muddy Waters 100, simile a questo sugli Stones ), che ci fa capire di che pasta è fatto questo CD: gran voce, ritmo sostenuto, splendido pianoforte e l’armonica di Bucher in grande evidenza. Billy Boy Arnold è uno dei grandissimi del genere, un armonicista favoloso che qui rivolta come un calzino Play With Fire (infatti non la riconosco fino al ritornello): versione calda e piena d’anima, con il gruppo che segue come un treno, Margolin in testa; Buddy Guy è un’altra leggenda vivente, e non ci mette molto a far sua la poco nota Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker) (era su Goats Head Soup), facendola diventare uno slow blues notturno, con la ciliegina data dalla presenza nientemeno che di Mick Jagger alla seconda voce ed armonica (cosa che dona, se ce ne fosse stato bisogno, il sigillo a tutta l’operazione), grande brano e grandissima chitarra di Buddy.

(I Can’t Get No) Satisfaction è forse il pezzo più inflazionato del repertorio degli Stones, ma questa versione errebi piena di swing da parte di Ronnie Baker Brooks (figlio di Lonnie Brooks) le dà nuova linfa, trasformandola quasi in un’altra canzone (ed anche Ronnie alla chitarra ci sa fare); Sympathy For The Devil nelle mani di Billy Branch (armonicista scoperto da Willie Dixon) mantiene il suo spirito sulfureo, piano e slide guidano le danze per sei minuti rock-blues di grande forza, mentre Angie (ancora John Primer) cambia completamente vestito, diventando un blues lento, caldo e vibrante, dominato anche qui dalla slide e dal solito scintillante piano di Iguana. La brava Leanne Faine ha una voce della Madonna, e riesce a far sua senza problemi la grande Gimme Shelter, accelerando notevolmente il ritmo e dando spazio all’armonica: puro blues; Jimmy Burns (fratello di Eddie e grande cantante e chitarrista in proprio) trasforma la splendida Beast Of Burden in un godibilissimo jump blues (e caspita se suonano), molto trascinante, mentre Mike Avery (cugino del grande Magic Sam) si occupa di Miss You, riprendendone in chiave blues il famoso riff, anche se forse questo è l’unico pezzo del disco che suona un po’ forzato. Ci avviciniamo alla fine: ecco i due brani più recenti della raccolta (anche se hanno ormai una ventina d’anni sul groppone), una granitica I Go Wild con protagonista l’armonicista e cantante Omar Coleman (un giovincello rispetto agli altri invitati) ed una veloce e tonica Out Of Control, dominata dalla voce cavernosa di Carlos Johnson; chiusura ancora con Burns, alle prese con Dead Flowers, una canzone talmente bella che la ascolterei anche se la facesse Fedez (sto scherzando…).

Se potete, vale la pena fare uno sforzo economico per accaparrarsi questo Chicago Plays The Stones, anche perché il 50% dei proventi verrà destinato al progetto “Generation Next” per finanziare le prossime generazioni di bluesmen di Chicago: quindi non il “solito” tributo, ma uno dei dischi blues dell’anno.

Marco Verdi

Se Amate Il Blues, Quasi Una Coppia Di Fatto: Ora Anche Candidati Ai Grammy 2018! Guy Davis & Fabrizio Poggi – Sonny & Brownie’s Last Train

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Guy Davis & Fabrizio Poggi  – Sonny & Brownie’s Last Train – M.C. Records/Ird 

*NDB Vi ripropongo questo Post in quanto, è notizia delle ultime ore, il disco è entrato nella cinquina dei Grammy, la 60esima edizione, che si terrà il prossimo 28 gennaio 2018 in quel di New York, nella categoria “Best Traditional Blues Album”: tra i concorrenti di Guy e Fabrizio anche i Rolling Stones!

Best Traditional Blues Album

• Migration Blues
Eric Bibb

• Elvin Bishop’s Big Fun Trio
Elvin Bishop’s Big Fun Trio

• Roll And Tumble
R.L. Boyce

• Sonny & Brownie’s Last Train
      Guy Davis & Fabrizio Poggi

• Blue & Lonesome
The Rolling Stones

E visto che il disco è bello e merita perché non metterlo di nuovo in evidenza?

In meno di un anno questo è il secondo CD dove il nome di Fabrizio Poggi campeggia in copertina, ma affiancato da quello di altri musicisti: per il disco della scorsa estate And The Amazing Texas Blues Voices Fabrizio si era “limitato” a suonare l’armonica in tutti i brani di una sorta di tributo alle voci del Lone Star State http://discoclub.myblog.it/2016/08/31/piccolo-aiuto-dai-amici-gran-bel-disco-fabrizio-poggi-and-the-amazing-texas-blues-voices/ . Questa volta ha unito le forze con Guy Davis per un sentito omaggio a Sonny Terry & Brownie McGhee, due veri miti del Blues acustico americano, e ancora una volta appare come armonicista in quella che è la sua seconda collaborazione con il bluesman di New York, dopo Juba Dance, mentre nel successivo Kokomo Kidd era presente solo in un brano. Questa volta Poggi cura anche la produzione dell’album, che è stato registrato lo scorso anno in Italia, in due giorni, all’inizio dell’estate, ed è socio alla pari di Davis, visto che il disco prevede la rivisitazione della musica di una coppia di musicisti. Dopo la febbrile elettricità dell’album texano, questa volta ci si tuffa a piedi uniti nel mare magnum della grande tradizione del Piedmont Blues, del folk e del country, sempre blues, attraverso il repertorio di questa storica coppia di musicisti neri che ha attraversato più di 40 anni di collaborazione musicale. Sonny Terry fu “scoperto” da John Hammond, per il suo famoso concerto alla Carnegie Hall From Spirituals To Swing del 1938, ma già da alcuni anni calcava i palcoscenici con Blind Boy Fuller, mentre anche Brownie McGhee aveva incrociato la strada di Fuller, che era diventato il suo mentore: alla scomparsa di Blind Boy nel 1941 i due decisero di unire definitivamente le forze (ma già collaboravano dal 1939), per un sodalizio che sarebbe andato avanti fino all’inizio degli anni ’80.

Nelle note del CD Guy Davis dice di avere visto i due nel 1981, sempre a New York, per una produzione musicale dedicata a Lead Belly, e, sia il sottoscritto che Fabrizio ricordiamo di averli visti in Lombardia nel 1980, ma, anche se è brutto dirlo, considerando la menomazione di Terry, i due non si potevano più vedere già da qualche tempo, diciamo che non si sopportavano più, un vero peccato visto quello che erano stati in grado di realizzare nei precedenti 40 anni. Esibendosi soprattutto a New York e dintorni, anche in musical e film, arrivarono ad incidere il primo disco in coppia per la Folkways solo nel 1958: poi da lì è stato un continuo e numeroso tripudio di registrazioni discografiche. Davis e Poggi, più che cercare di rifare le loro versioni dei brani di Terry & McGhee (come poi comunque è stato) hanno inteso questo disco come un sentito e devoto omaggio alla musica della coppia. Il repertorio in cui pescare era immenso, ed entrambi avevano già inciso dei brani del duo, ma si è preferito partire da una Sonny & Brownie’s Last Train, scritta da Guy Davis, che è una sorta di cronistoria e “sogno” dell’ultimo viaggio del treno che li porta “dall’altra parte”, si spera in Paradiso, e per l’occasione sia Poggi che Davis sono impegnati all’armonica, quest’ultimo anche alla chitarra e alla voce, al solito “strumento” dal timbro roco e vissuto, che al sottoscritto ricorda una via di  mezzo tra Howlin’ Wolf e Taj Mahal, fatte le dovute proporzioni, e la canzone è anche l’occasione per ricreare il classico “train time”, poi accelerato nell’incalzante finale, tipico del blues.

Da qui in avanti ognuno opera al proprio strumento: Guy Davis alla chitarra e Fabrizio Poggi alla mouth harp, con un continuo lavoro di interscambio e coloritura del suono, con l’armonica sempre pronta a sottolineare le fasi della musica, spesso con i tipici “urletti” dell’armonicista. Molto intensa la splendida cover di Louise, Louise, un brano scritto da due pezzi grossi come Robert Pete Williams e Big Bill Broonzy (è sempre difficile attribuire la paternità delle singole canzoni, che spesso passano di mano nel tempo), con Poggi che inserisce i suoi urletti e grida nei ripetuti assoli (splendidi) che poi punteggiano tutti i brani presenti. Hooray, HoorayThese Women Is Killing Me (l’errore grammaticale è voluto, è scritto proprio così, anche se qualcuno lo corregge impropriamente in Are Killing Me) è uno dei rari brani firmati da Sonny Terry, più mossa ed energica delle precedenti, sottolinea la vitalità e la resilienza di questi brani allo scorrere del tempo. Nella presentazione di Shortnin’ Bread, un traditional, Davis dice che ha cercato di impadronirsi dello spirito del brano, come fosse suo, o almeno l’avesse noleggiato, e il lavoro della chitarra è fantastico, come pure l’impatto vocale. Eccellente anche l’impatto del super classico Baby Please Don’t Go Back To New Orleans, brano di Big Joe Williams che è stato anche un must del blues (e del rock) elettrico, fantastico lavoro della acustica con bottleneck di Davis e dell’armonica di Poggi. Ottimo anche un altro traditional come Take This Hammer, un pezzo legato a Leadbelly, in cui Davis ha reinserito il classico “whop” vocale del martello che era presente nella versione originale, brano quasi danzante e delizioso.

Anche Goin’ Down Slow, a firma Jimmy Oden, è più famosa forse nella sua controparte elettrica e tirata, ma anche in versione acustica ha una grinta e potenza inusuali, di nuovo con slide e armonica in bella evidenza, oltre al vocione di Davis e all’hollering di Poggi. Elizabeth Cotten è stata una delle più grandi autrici e chitarriste nere della storia del blues e la sua Freight Train fa una splendida figura in questa raccolta, con il suo spirito folky e delicato, molto piacevole all’ascolto. Evil Hearted Me è il contributo di Brownie McGhee come autore, e se deve essere “musica del diavolo” che lo sia, ma nel testo diaboliche sono le donne, mentre la musica è eccellente ancora una volta. Come pure nell’ennesimo traditional pescato dal repertorio di S&B, Leadbelly e Josh White, Step It Up And Go con elementi ragtime nel tipico ondeggiare della musica e il testo lunghissimo in una canzone molto breve. I due pezzi forti, ma sono tutti molto belli, diciamo i più famosi, sono stati tenuti per il gran finale. prima la splendida Walk On, presente anche in versione elettrica nel disco di Fabrizio, firmata da Sonny Terry e da Brownie McGhee, e dalla di lui compagna Ruth ( a proposito di compagne l’immancabile Angelina ha “disegnato” la foto di copertina del duo per farli sembrare dei novelli Sonny & Brownie), e poi Midnight Special, altro brano legato a Lead Belly, ma conosciuto pure in innumerevoli versioni elettriche, tra cui al sottoscritto piace moltissimo quella dei Creedence, brano dal ritmo e dal testo contagioso che conclude in gloria uno dei più bei dischi di blues acustico che ascolterete quest’anno, grazie ai due nuovi “Ambasciatori Del Blues”. Anche se rischio il conflitto d’interessi, questo dovrebbe essere un disco da 4 stellette. Diciamo molto, molto bello e scusate per il ritardo con cui posto questa recensione!

Bruno Conti   

Il Tempo Passa Per Tutti Ma Non Per Loro. The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black

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The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black – Severn Records

Le origini dei Blues Brothers ovviamente non partono dal celeberrimo (e bellissimo) film di John Landis del 1980, ma da un paio di anni prima, quando John Belushi e Dan Aykroyd erano due attori comici emergenti che facevano parte del cast dell’altrettanto celebre trasmissione televisiva Saturday Night Live, e accomunati da una passione per il blues, e la musica nera in generale (più Aykroyd, Belushi era legato anche al metal e al punk) assunsero gli alter ego di “Joliet” Jake Blues e Elwood Blues, assecondati da alcuni componenti dalla formidabile house band della trasmissione, che vedeva tra i musicisti in azione Paul Shaffer, l’ex B. S. & T Lou Marini, Tom Malone, entrambi ai fiati, a cui si aggiunsero alcuni luminari della musica americana, come Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn, entrambi da Booker T & The Mg’s (vi risparmio i nomignoli che ogni artista si era dato), Matt Murphy, Tom Scott, e molti altri che contribuirono a creare una leggenda, all’inizio sulle ali di un formidabile disco dal vivo (più bello della colonna sonora, se non fosse per gli ospiti) Briefcase Full Of Blues, che arrivò al n°1 della classifica di Billboard, vendendo tre milioni e mezzo di dischi e dando il la al film, la cui colonna sonora stranamente arrivò solo al n°18 delle classifiche, ma poi è diventata un disco di culto. In seguito, come sappiamo, Belushi ci ha lasciato prematuramente, ma ci sono stati vari seguiti, fino a giungere al film Blues Brothers 2000, preceduto da diversi Live e dischi in studio.

Dan Aykroyd nei suoi vari locali House Of The Blues utilizza ancora il nome per dei concerti periodici e quindi è nata una band collaterale, definita The Original Blues Brothers Band, dove Elwood Blues non partecipa, ma il cast dei partecipanti è formidabile. L’ultimo capitolo è questo eccellente disco di studio The Last Shade Of Blue Before Black, dove i due leader Lou Marini al sax e Steve Cropper alla chitarra, entrambi co-produttori del CD, sono affiancati da un gruppo da sogno: i tre “nuovi vocalist, Tommy “Blues Pipes” McDonnell, Rob “The Honeydripper” Paparozzi, entrambi anche all’armonica, e Bobby “Sweet Soul” Harden, oltre a John Tropea alla chitarra, Lee Finkelstein alla batteria e Leon Pendarvis alle tastiere, e sono solo alcuni, ma come ospiti “minori”, si fa per dire, in alcuni brani, ci sono anche Eddie Floyd, Dr John, Joe Morton, Paul Shaffer, Joe Louis Walker, Tom “Bones” Malone, Matt “Guitar” Murphy e David Spinozza. Alla faccia del cucuzzaro: a questo punto il contenuto potrebbe essere ininfluente ma invece è ottimo, con scintillanti versioni di Baby What You Want Me To Do, un blues puro di Jimmy Reed, con i tre cantanti che si alternano e un grande Tropea alla solista, una Cherry Street di Delbert McClinton, a tutto fiati, con l’ottimo McDonnell alla voce, Texas R&B, seguita dal puro soul Stax di On A Saturday Night che ci consegna un Eddie Floyd in grande forma, Itch And Scratch, cantata da Harden, grande voce anche lui, che sembra qualche pezzo perduto di James Brown e invece è di Rufus Thomas, uno che in quanto a funky pure lui non scherzava, e anche i “nuovi Blues Brothers” vanno di brutto di groove.

Don’t Go No Further è un grande blues di Willie Dixon, cantato da Joe Louis Walker, che cede l’onore di un solo fiammeggiante di chitarra a Matt “Guitar” Murphy. You Left The Water Running era una grande soul ballad, scritta da Dan Penn, che cantavano sia Otis Redding che Wilson Pickett, e Bobby “Sweet Soul” Harden non li fa rimpiangere con la sua voce vellutata. Poi Eddie Floyd ci canta di Don’t Forget About James Brown, e come potremmo, visto che poi lo ribadiscono in una torrida Sex Machine, peccato che la canti Paul Shaffer, grande pianista ma solo discreto cantante, però la band pompa di brutto, mentre Your Feet’s Too Big, un “antico” brano di Fats Waller, illustra anche il lato storico della band, con Rob Paparozzi, voce e armonica, che poi si ripete nel suo brano 21st Century, forse l’unica canzone contemporanea, insieme a Blues In My Feet, scritta e cantata da Rusty Cloud, un pianista e vocalist jazz&blues non notissimo ma coinvolgente, che poi passa il microfono al grande Dr. John per una ondeggiante e deliziosa Qualified, suonata veramente da Dio da tutta la band. Ancora una corale I Got My Mojo Working e la conclusiva Last Shade Of Blue Before Black, scritta e cantata da Lou Marini, uno slow blues intimo e notturno, dove i fiati, e un eccellente John Tropea, si qualificano ancora tra i protagonisti assoluti di questo sorprendente album. Il tempo passa per tutti, ma non per loro.

Bruno Conti

Un Cantautore Anomalo E Pure Il “Bluesman” Non Scherza. Bill Carter – Bill Carter

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Bill Carter – Bill Carter – Forty Below Records

Bill Carter, da non confondere con il semi-ritirato ex leader degli Screaming Blue Messiahs, è un musicista americano, texano per la precisione, la cui reputazione come autore è per certi versi inversamente proporzionale a quella come artista in proprio: infatti il musicista, basato ad Austin, pur avendo una cospicua discografia che conta su una decina di album (compreso questo) viene ricordato soprattutto come colui che ha scritto Why Get Up?, per l’album Tuff Enuff dei Fabulous Thunderbirds, e sempre con la moglie Ruth Ellsworth (nonché con Layton, Shannon e Wynans) Crossfire, apparsa su In Step di Stevie Ray Vaughan, e arrivata al n°1 delle classifiche Mianstream Rock di Billboard. Con la moglie ha firmato pure un redditizio brano per uno spot di una ditta di cereali, che gli ha permesso con il ricavato di campare per diversi anni nel difficile mondo della musica (tutto fa curriculum), ma sempre per SRV anche Willie The Wimp, oltre a brani incisi da  Robert Palmer, Counting Crows, Storyville, Omar and The Howlers, Brian Setzer Orchestra, Ruth Brown, John Anderson e Waylon Jennings.

Lo scorso anno, sempre per la piccola etichetta Forty Below Records (la stessa che pubblica gli ultimi album di John Mayall), aveva rilasciato un buon album come Innocent Victims And Evil Companions, dove apparivano Charlie Sexton, Danny Freeman e Kimmie Rhodes, in quella consueta miscela che fonde blues, rock e roots music texana, sin dai lontani tempi dell’esordio del 1985, disco dove appariva la crema dei musicisti del Lone Star State, a partire da Jimmie Vaughan, poi bissato nel 1988 in Loaded Dice, l’unico pubblicato da una major, la Epic, e con un brano Na Na Ne Na Nay, firmata con Stevie Ray. Da allora si è sempre arrabattato, partecipando anche al progetto West Memphis 3, scrivendo per Damien Echols un brano, Anything Made Of Paper, che poi in coppia con Johnny Depp ha eseguito al David Letterman Show.

Ora, dopo oltre 30 anni di onorata carriera, ha deciso di incidere questo album che è una sorta di summa e riassunto del suo lavoro, disco inciso in solitaria, dove rivisita molti dei brani più celebri del suo repertorio in veste acustica. E devo dire che, anche se lo preferisco in veste elettrica, l’album omonimo giustifica le antiche radici della sua famiglia, proveniente dal Kentucky, che sono legate ad A.P. Carter della leggendaria Carter Family. L’apertura è ovviamente affidata alla celebre Crossfire, e il buon Bill, che è anche un discreto chitarrista acustico e possiede una buona voce, rende giustizia al suo pezzo più famoso, con una versione intensa dagli elementi più roots e folk che blues; a seguire Why Get Up, dove con chitarra e armonica cerca di replicare il drive blues-rock del pezzo dei Fabulous Thunderbirds, in parte riuscendoci, anche se la canzone in veste elettrica aveva ben altro risultato.

Discorso che vale un po’ per tutti i brani di questo CD: un disco onesto e sentito, ma che non ci fa mai sobbalzare sulla poltrona, ribadendo lo status di Carter soprattutto come autore più che come interprete. Comunque la versione, con armonica quasi dylaniana di Anything Made Of Paper, ha molti elementi del miglior cantautorato texano, con una bella melodia e un refrain cantabile, che appassiona l’ascoltatore alla storia “incredibile” che racconta. Jacksboro Highway è un altro brano ambientato nelle vaste distese del Texas, e l’aveva incisa anche John Mayall in un suo disco del 1990, la versione da folksinger di Bill Carter comunque non dispiace. Il disco ha un suono scarno e minimale, ma, ripeto, pur non essendo indimenticabile, si lascia ascoltare con piacere, non è un brutto disco, se amate i dischi di musicisti dall’aria intensa e vissuta qui potreste trovare pane per i vostri denti, come conferma la movimentata vicenda di Willie The Pimp. Sono tutte canzoni che sarebbero ideali per essere interpretate da musicisti diversi. Come dite? Lo hanno fatto. Ah già, è vero!

Anche Paris, ancora con un eccellente lavoro all’armonica, è nuovamente una canzone dall’afflato melodico ed avvolgente, anche in veste acustica, come pure Eva Bible, che invece vira decisamente verso un approccio blues dalle parti del Mississippi. That’s What I’m Doing Here, con qualche piccola percussione sparsa ad integrare il sound, è un’altra buona composizione del nostro, che anche in versione “ridotta” mantiene il suo tocco autorale, poi ribadito di nuovo nella complessa ed incalzante Fire On The Wire, che con una veste elettrica probabilmente farebbe un figurone (se non l’avesse già incisa su Unknown, il disco del 2013). Stesso discorso per la conclusiva Richest Man che era su Loaded Dice, l’album del 1988, anche se le versioni acustiche di Bill Carter pur non avendo l’allure e la classe, che so di un Richard Thompson, non sono per nulla disprezzabili.

Bruno Conti

Grande Disco, “Con Un Piccolo Aiuto Dagli Amici”, E Che Amici! Mitch Woods – Friends Along The Way

mitch woods friends along the way

Mitch Woods – Friends Along The Way – Entertainment On

Mitch Woods, pianista e cantante di blues e boogie-woogie, da oltre trent’anni ci delizia con i suoi Rocket 88, band con cui rivisita classici della musica americana e composizioni proprie, con uno stile che lui stesso ha definito con felice espressione “rock-a-boogie”, e la cui summa è forse il CD uscito alla fine del 2015 Jammin’ On The High Cs Live, dove il nostro, nel corso della Legendary Blues Cruise, indulgeva nell’arte della collaborazione con altri artisti, diciamo della jam per brevità, che è una delle sue principali peculiarità http://discoclub.myblog.it/2016/01/06/nuovo-musicisti-crociera-mitch-woods-jammin-on-the-high-cs-live/ . In quella occasione Woods era affiancato da fior di musicisti, Billy Branch, Tommy Castro, Popa Chubby, Coco Montoya, Lucky Peterson, Victor Wainwright, membri sparsi dei Roomful Of Blues e Dwayne Dopsie, ma per questo nuovo album Friends Along The Way l’asticella viene ulteriormente alzata e alcuni degli “amici” coinvolti in questa nuova fatica sono veramente nomi altisonanti: c’è solo una piccola precisazione da fare, il disco, inciso in diversi studi e lungo gli anni, è principalmente acustico, non c’è il suo gruppo e neppure una sezione ritmica, a parte la batteria in tre brani, e un paio dei friends che appaiono nel CD nel frattempo ci hanno lasciato da tempo.

Certo i nomi coinvolti sono veramente notevoli: Van Morrison e Taj Mahal, impegnati in terzetto con Woods in ben tre brani, prima in una splendida Take This Hammer di Leadbelly, con Van The Man voce solista e Mitch e Taj che lo accompagnano a piano e chitarra acustica, mentre lo stesso Morrison agita un tamburello, comunque veramente versione intensa e di gran classe. Pure la successiva C.C Rider, con i rotolanti tasti del piano di Woods che sono il collante della musica, non scherza, Taj Mahal e Van Morrison si dividono gli spazi vocali equamente e la musica fluisce maestosa. Più avanti nel disco troviamo la terza collaborazione, Midnight Hour Blues, altro tuffo nelle 12 battute per un classico di Leroy Carr, dove Morrison è ancora la voce solista e suona pure l’armonica, mentre Mahal è alla National steel, con il consueto egregio lavoro di Woods al piano (stranamente alla fine del CD c’è una versione “radio” del primo brano, che tradotto significa semplicemente che è più corta). Già questi tre brani basterebbero, ma pure il resto dell’album non scherza: Keep A Dollar In Your Pocket, è un divertente boogie blues con Elvin Bishop, anche alla solista, e Woods che si dividono la parte vocale, mentre Larry Vann siede dietro la batteria; notevole Singin’ The Blues, una deliziosa ballata cantata splendidamente da Ruthie Foster, che ne è anche l’autrice, come pure la classica Mother in Law Blues, cantata in modo intenso da John Hammond, che si produce anche da par suo alla national steel con bottleneck.

Cryin For My Baby è un brano scritto dallo stesso Woods, che la canta ed è l’occasione per gustarsi l’armonica di Charlie Musselwhite, un blues lento dove anche il lavoro pianistico di Mitch è di prima categoria; Nasty Boogie, un vecchio pezzo scatenato di Champion Jack Dupree, vede il buon Mitch duettare con Joe Louis Walker, impegnato anche alla chitarra, mentre in Empty Bed offre il suo piano come sottofondo per la voce ancora affascinante e vissuta di Maria Muldaur. Blues Mobile è un pimpante brano scritto dallo stesso Kenny Neal, che ne è anche l’interprete, oltre a suonare l’armonica e la chitarra, in uno dei rari brani elettrici con Vann alla batteria, The Blues è un pezzo scritto da Taj Mahal, che però lo cede ad una delle leggende di New Orleans, il grande Cyril Neville, che la declama da par suo, sui florilegi del piano di Woods, che si ripete anche nella vorticosa Saturday Night Boogie Woogie Man, di nuovo con Bishop alla slide, prima del ritorno ancora di Musselwhite con la sua Blues Gave Me A Ride, lenta e maestosa. Chicago Express è una delle registrazioni più vecchie, con James Cotton all’armonica, per una train song splendida, prima di lasciare il proscenio ad un altro dei “maestri, John Lee Hooker, con la sua super classica Never Get Out Of These Blues Alive, al solito intensa e quasi ieratica nel suo dipanarsi. In chiusura, oltre all’altro pezzo con Morrison e Mahal, troviamo un duello di pianoforti, insieme a Marcia Ball, in una ondeggiante In the Night, un pezzo di Professor Longhair che chiude in gloria questa bella avventura musicale. Sono solo tre parole, ma sentite; no, non sole, cuore e amore, direi più “gran bel disco”!

Bruno Conti

Pochi Ma Buoni: Ora Anche Dal Vivo. Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s

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Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s – Proper Records           

Dire che Jimmie Vaughan sia un musicista prolifico significa essere degli inguaribili ottimisti: in effetti sette album in 30 anni non sono molti, specie se consideriamo che il primo disco da solista, quello del 1990, era a nome Vaughan Brothers (ovviamente insieme al fratello Stevie Ray), e che quello del 2007 On The Jimmy Reed Highway era più un disco di Omar Kent Dykes, e infine che i due dischi più recenti, entrambi della serie Blues, Ballads And Favorites erano degli sforzi di gruppo con i Tilt-A-Whirl, e comunque il secondo risale al lontano 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/07/28/capitolo-secondo-jimmie-vaughan-plays-more-blues-ballads-fav/ . Strano, se consideriamo che con i Fabulous Thunderbirds ne ha pubblicati ben sette in dieci anni, di cui i primi quattro in rapida sequenza, uno all’anno, tra il 1979 e il 1982. Forse perché fa una musica non particolarmente “di moda o di tendenza”, anche all’interno di un genere specializzato come il blues, o ancora perché, diciamocelo, non è che abbia mai fatto degli album straordinari: sempre piacevoli, suonati con classe e stile, ma lontani anni luce dallo stile vibrante dei Thunderbirds, per non dire del fratello SRV.

E lo dice uno che se forse non è un suo ammiratore sfegatato, ne ha comunque sempre apprezzato la musica e lo considera una dei chitarristi più sottovalutati della scena musicale, texana in particolare, e statunitense in generale, molto amato dai colleghi, e stimato da gente come Eric Clapton (con il quale condivide una passione per le automobili d’epoca, oltre a quella per il blues), che lo ha voluto nel suo Crossroads Guitar Festival del 2010 e da BB King e Muddy Waters che lo consideravano uno dei migliori chitarristi bianchi in ambito blues. E anche questo nuovo disco non credo che farà molto per far ricredere i suoi detrattori o gli ammiratori più blandi: si tratta di un disco di guitar/organ blues-jazz, principalmente strumentale, suonato alla grande, oltre che da Jimmie da Mike Flanigin, uno dei veri virtuosi dell’organo Hammond B3 (autore un paio di anni fa dell’eccellente The Drifter) e dal batterista Frosty Smith. Tra l’altro, quando guida la formazione il buon Mike, il gruppo si chiama Mike Flanigin Trio, della serie cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: anche la location è spesso quella, il C-Boy’s di Austin, Texas, un locale dello stesso proprietario del Continental Club e di altre venue della capitale texana. Otto pezzi in tutto, che spaziano dal groovy pop&soul dell’iniziale You Can’t Sit Down, un vecchio pezzo dei Dovells, che molti conoscono nella versione di Booker T & Mg’s, che potrebbero essere il gruppo di riferimento principale per il sound di questo CD, chitarra e organo che si fronteggiano con divertimento, mentre Smith esplora con gusto e libidine il suo kit percussionistico; sempre da quell’epoca viene anche Hey! Baby, altro brano dei primi anni ’60, con un testo molto complesso “Hey Baby, I Wanna To Know If You Be My Girl”, ripetuto ad libitum, su un ritmo tra pop e musica ballabile, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing e pare amato da Lennon e dai Beatles.

E quindi non è forse un caso se il brano successivo è una versione di Can’t Buy Me Love dei Beatles, trasformata in un gioiellino jazz alla Jimmy Smith/Wes Montgomery. Saint James Infirmary nasce folk, passa per il blues, il jazz (Louis Armstrong), il gospel, un brano per tutte le stagioni, con la chitarra nella parte che fu della tromba, mentre l’organo suona la melodia principale, prima che entri la chitarra, intensa ma misurata com’è caratteristica di Jimmie Vaughan; Come On Rock Little Girl è un altro brano dell’epoca pre-rock https://www.youtube.com/watch?v=bpIbK3RZwMw , la facevano gli Smokey Brothers con Freddie King alla chitarra, e qui si entra a piedi uniti nel blues, il primo pezzo cantato, che avrebbe fatto il suo figurone anche nei dischi dei Fabulous Thunderbirs o di Stevie Ray Vaughan,  e già che ci siamo anche la successiva Dirty Work At The Crossroads, pure questa cantata, è un piccolo classico del blues, uno slow dal repertorio di Clarence “Gatemouth” Brown, suonata alla grande dal trio. Se tutto il disco fosse al livello dei brani conclusivi sarebbe ancora migliore: Frame Fot The Blues, un altro lento di grande classe ed impeto, uno strumentale di Maynard Fergsuon che diventa occasione per brillanti lavori solisti sia di Vaughan come di Flanigin, entrambi in grande spolvero di tecnica e feeling. Per finire un ulteriore pezzo strumentale, Cleo’s Mood, dal repertorio di Jr. Walker & The Allstars, per chiudere il concerto tra ritmo, R&B e divertimento, come era iniziato, volendo, per avere una idea di massima, siamo dalle parti dei dischi di Garcia con Merl Saunders. Non male, per gli amanti del genere una mezza stelletta oltre la sufficienza piena ci sta anche.

Bruno Conti