Formato Piccolo, Ma Voce Sempre Grande. Janiva Magness – Blue Again

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Janiva Magness – Blue Again – Blue Elan Records

Mini album, “mini” recensione, ma non mini nella qualità dei contenuti, questo nuovo disco della sempre più brava Janiva Magness, una delle migliori voci in ambito soul e blues in circolazione al momento. Il precedente disco Love Wins Again, era stato pubblicato all’incirca un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ , ma per l’occasione la cantante di Detroit ha interrotto la cadenza biennale con cui stavano uscendo i suoi dischi nell’ultima decade e oltre: d’altronde se con un mini album ha dimezzato il tempo che di solito passava tra un’uscita e l’altra; non la possiamo certo definire prolifica, per quello dobbiamo guardare a un Bonamassa (sta arrivando il nuovo disco), oppure gruppi od artisti che da quando sono morti pubblicano più album di quando erano in vita, penso ai Grateful Dead o Frank Zappa, comunque nel passato era normale che i dischi uscissero con maggiore frequenza, senza pregiudicare la qualità dei contenuti.

E mi sembra che anche in questo caso la Magness centri il colpo: prodotta al solito dal bravo Dave Darling, che per l’occasione non suona nel CD, dove troviamo invece Zach Zunis e Garrett Deloian alle chitarre, Gary “Scruff” Davenport al basso, Matt Tecu alla batteria e l’ottimo Arlan Schierbaum, ex tastierista proprio della band di Bonamassa., con il solo batterista “nuovo” rispetto al precedente disco. Si diceva di un mini album: sei brani in tutto, tutte cover questa volta, per festeggiare 20 anni di carriera, visto che il primo disco, inciso con Jeff Turmes, It Takes One To Know One, usciva nel 1997, quando Janiva aveva già 40 anni (quindi stavolta in teoria non vi ho detto l’età, però i conti si fanno presto), ma era già una “signora” cantante, e con il tempo è solo migliorata, come dimostra la recente nomination ai Grammy e i sette Blues Music Awards vinti. E come si evince subito anche dalla potente I Can Tell, che pure essendo scritta da tale Samuel Smith, gira intorno a un riff alla Bo Diddley, che infatti era stato il primo ad inciderla, tra R&R e Blues, con una grinta vocale inconsueta nelle sue canzoni, più rauca e “cattiva” del solito, aiutata dall’eccellente lavoro di David “Kid” Ramos, ospite alla chitarra solista.

I Love You More Than You’ll Ever Know, la più bella canzone del disco, è quella splendida ballata blues’n’soul che appariva nel primo album dei Blood, Sweat & Tears, scritta da “Al Cooper” (, ma per favore,come hanno fatto a ciccare il nome dell’autore nelle note del dischetto?), e che ricordiamo in grandi versioni di Donny Hathaway e in quella più recente di Beth Hart con Joe Bonamassa, splendida, e la nostra Janiva rivaleggia proprio con Beth Hart, grazie ad una interpretazione calda e intensa come poche. Altro ospite presente nel CD è Sugaray Rayford che duetta con la Magness in una magnifica rilettura di If I Can’t Have You di Etta James, con i due cantanti che si stimolano a vicenda nel call and response tipico della grande soul music, raffinato e delicato anche il lavoro dei due chitarristi e di Schierbaum al piano; chitarristi che tirano di brutto anche nel rock-blues sanguigno ed inatteso della poco nota Tired Of Walking, dove Janiva canta come se fosse posseduta dal Dio del rock. Piu raffinata e bluesy Buck, un brano inciso ai tempi da Nina Simone, qui impreziosito da un intervento dell’armonica di TJ Norton, con la Magness che gigioneggia in grande souplesse. Chiusura dedicata ancora al blues con una cover di Pack It Up, un pezzo del repertorio di Freddie King, dove i due chitarristi si dividono tra una elettrica lancinante ed un’acustica di supporto, mentre Schierbaum è impegnato al piano elettrico e le nostra amica canta ancora in modo ricco di pathos. Come si suole dire, breve ma intenso.

Bruno Conti

Se Amate Il Blues, Quasi Una Coppia Di Fatto. Guy Davis & Fabrizio Poggi – Sonny & Brownie’s Last Train

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Guy Davis & Fabrizio Poggi  – Sonny & Brownie’s Last Train – M.C. Records/Ird         

In meno di un anno questo è il secondo CD dove il nome di Fabrizio Poggi campeggia in copertina, ma affiancato da quello di altri musicisti: per il disco della scorsa estate And The Amazing Texas Blues Voices Fabrizio si era “limitato” a suonare l’armonica in tutti i brani di una sorta di tributo alle voci del Lone Star State http://discoclub.myblog.it/2016/08/31/piccolo-aiuto-dai-amici-gran-bel-disco-fabrizio-poggi-and-the-amazing-texas-blues-voices/ . Questa volta ha unito le forze con Guy Davis per un sentito omaggio a Sonny Terry & Brownie McGhee, due veri miti del Blues acustico americano, e ancora una volta appare come armonicista in quella che è la sua seconda collaborazione con il bluesman di New York, dopo Juba Dance, mentre nel successivo Kokomo Kidd era presente solo in un brano. Questa volta Poggi cura anche la produzione dell’album, che è stato registrato lo scorso anno in Italia, in due giorni, all’inizio dell’estate, ed è socio alla pari di Davis, visto che il disco prevede la rivisitazione della musica di una coppia di musicisti. Dopo la febbrile elettricità dell’album texano, questa volta ci si tuffa a piedi uniti nel mare magnum della grande tradizione del Piedmont Blues, del folk e del country, sempre blues, attraverso il repertorio di questa storica coppia di musicisti neri che ha attraversato più di 40 anni di collaborazione musicale. Sonny Terry fu “scoperto” da John Hammond, per il suo famoso concerto alla Carnegie Hall From Spirituals To Swing del 1938, ma già da alcuni anni calcava i palcoscenici con Blind Boy Fuller, mentre anche Brownie McGhee aveva incrociato la strada di Fuller, che era diventato il suo mentore: alla scomparsa di Blind Boy nel 1941 i due decisero di unire definitivamente le forze (ma già collaboravano dal 1939), per un sodalizio che sarebbe andato avanti fino all’inizio degli anni ’80.

Nelle note del CD Guy Davis dice di avere visto i due nel 1981, sempre a New York, per una produzione musicale dedicata a Lead Belly, e, sia il sottoscritto che Fabrizio ricordiamo di averli visti in Lombardia nel 1980, ma, anche se è brutto dirlo, considerando la menomazione di Terry, i due non si potevano più vedere già da qualche tempo, diciamo che non si sopportavano più, un vero peccato visto quello che erano stati in grado di realizzare nei precedenti 40 anni. Esibendosi soprattutto a New York e dintorni, anche in musical e film, arrivarono ad incidere il primo disco in coppia per la Folkways solo nel 1958: poi da lì è stato un continuo e numeroso tripudio di registrazioni discografiche. Davis e Poggi, più che cercare di rifare le loro versioni dei brani di Terry & McGhee (come poi comunque è stato) hanno inteso questo disco come un sentito e devoto omaggio alla musica della coppia. Il repertorio in cui pescare era immenso, ed entrambi avevano già inciso dei brani del duo, ma si è preferito partire da una Sonny & Brownie’s Last Train, scritta da Guy Davis, che è una sorta di cronistoria e “sogno” dell’ultimo viaggio del treno che li porta “dall’altra parte”, si spera in Paradiso, e per l’occasione sia Poggi che Davis sono impegnati all’armonica, quest’ultimo anche alla chitarra e alla voce, al solito “strumento” dal timbro roco e vissuto, che al sottoscritto ricorda una via di  mezzo tra Howlin’ Wolf e Taj Mahal, fatte le dovute proporzioni, e la canzone è anche l’occasione per ricreare il classico “train time”, poi accelerato nell’incalzante finale, tipico del blues.

Da qui in avanti ognuno opera al proprio strumento: Guy Davis alla chitarra e Fabrizio Poggi alla mouth harp, con un continuo lavoro di interscambio e coloritura del suono, con l’armonica sempre pronta a sottolineare le fasi della musica, spesso con i tipici “urletti” dell’armonicista. Molto intensa la splendida cover di Louise, Louise, un brano scritto da due pezzi grossi come Robert Pete Williams e Big Bill Broonzy (è sempre difficile attribuire la paternità delle singole canzoni, che spesso passano di mano nel tempo), con Poggi che inserisce i suoi tipici urletti e grida nei ripetuti assoli (splendidi) che poi punteggiano tutti i brani presenti. Hooray, HoorayThese Women Is Killing Me (l’errore grammaticale è voluto, è scritto proprio così, anche se qualcuno lo corregge impropriamente in Are Killing Me) è uno dei rari brani firmati da Sonny Terry, più mossa ed energica delle precedenti, sottolinea la vitalità e la resilienza di questi brani allo scorrere del tempo. Nella presentazione di Shortnin’ Bread, un traditional, Davis dice che ha cercato di impadronirsi dello spirito del brano, come fosse suo, o almeno l’avesse noleggiato, e il lavoro della chitarra è fantastico, come pure l’impatto vocale. Eccellente anche l’impatto del super classico Baby Please Don’t Go Back To New Orleans, brano di Big Joe Williams che è stato anche un must del blues (e del rock) elettrico, fantastico lavoro della acustica con bottleneck di Davis e dell’armonica di Poggi. Ottimo anche un altro traditional come Take This Hammer, un pezzo legato a Leadbelly, in cui Davis ha reinserito il classico “whop” vocale del martello che era presente nella versione originale, brano quasi danzante e delizioso.

Anche Goin’ Down Slow, a firma Jimmy Oden, è più famoso forse nella sua controparte elettrica e tirata, ma anche in versione acustica ha una grinta e potenza inusuali, di nuovo con slide e armonica in bella evidenza, oltre al vocione di Davis e all’hollering di Poggi. Elizabeth Cotten è stata una delle più grandi autrici e chitarriste nere della storia del blues e la sua Freight Train fa una splendida figura in questa raccolta, con il suo spirito folky e delicato, molto piacevole all’ascolto. Evil Hearted Me è il contributo di Brownie McGhee come autore, e se deve essere “musica del diavolo” che lo sia, ma nel testo diaboliche sono le donne, mentre la musica è eccellente ancora una volta. Come pure nell’ennesimo traditional pescato dal repertorio di S&B, Leadbelly e Josh White, con elementi ragtime nel tipico ondeggiare della musica e il testo lunghissimo in una canzone molto breve. I due pezzi forti, ma sono tutti molto belli, diciamo i più famosi, sono stati tenuti per il gran finale. prima la splendida Walk On, presente anche in versione elettrica nel disco di Fabrizio, firmata da Sonny Terry e da Brownie McGhee, e dalla di lui compagna Ruth ( a proposito di compagne l’immancabile Angelina ha “disegnato” la foto di copertina del duo per farli sembrare dei novelli Sonny & Brownie), e poi Midnight Special, altro brano legato a Lead Belly, ma conosciuto pure in innumerevoli versioni elettriche, tra cui al sottoscritto piace moltissimo quella dei Creedence, brano dal ritmo e dal testo contagioso che conclude in gloria uno dei più bei dischi di blues acustico che ascolterete quest’anno, grazie ai due nuovi “Ambasciatori Del Blues”. Anche se rischio il conflitto d’interessi, questo dovrebbe essere un disco da 4 stellette. Diciamo molto, molto bello e scusate per il ritardo con cui posto questa recensione!

Bruno Conti   

Non Più Un Ragazzo, Però Un “Finto” Canadese Di Quelli Bravi. Watermelon Slim – Golden Boy

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Watermelon Slim – Golden Boy – DixieFrog/Ird

Questo nuovo album di Watermelon Slim (a.k.a. Bill Homans) avrebbe dovuto chiamarsi Eternal Youth And The Spirit Of Enterprise, mentre alla fine si è chiamato Golden Boy, in onore della statua  in cima al municipio di Winnipeg, capitale del Manitoba, e una delle più importanti e popolose città del Canada, nelle intenzioni del nostro amico anche una citazione dall’opera di Shakespeare. Bill Homans, in un bel video di presentazione dell’album che trovate su YouTube (e anche qui sotto, guardate la maglietta dedicata a Trump) si definisce un socialista, ma anche un imprenditore, un uomo d’affari, e pure pittore: infatti Golden Boy è anche il nome di un suo olio su tela del 2012, e il motivo per cui poi Watermelon Slim si è recato proprio a Winnipeg per registrare il nuovo album, con la produzione di Scott Nolan. Tra l’altro, per la serie dei corsi e ricorsi (musicali), in passato Slim aveva sempre inciso per la Northern Blues http://discoclub.myblog.it/2010/06/02/la-rivincita-del-country-watermelon-slim-ringers/ , etichetta canadese che sembra avere cessato l’attività, dopo la pubblicazione di Bull Goose Rooster.

Il nuovo album esce infatti per la francese DixieFrog, lo stile del musicista di Boston (ma vive da tempo a Clarksdale, Mississippi, una delle patrie del blues) non sembra cambiato di una virgola dopo la pausa: tanto blues per l’appunto, ma anche rock delle radici, qualche pizzico di folk e di gospel, il tutto cantato con quella voce vissuta, caratterizzata dalla tipica zeppola, testi colti e raffinati, accompagnandosi con l’immancabile national guitar dal corpo d’acciaio, suonata in modalità lap, ma anche con l’accordatura rovesciata tipica dei mancini, e pure dei suonatori di slide. Veterano della guerra del Vietnam, lavoratore nei campi agricoli, dove si è guadagnato il suo nomignolo, ma anche in fabbrica e come camionista, attivista per varie cause, tra cui i nativi americani, Homans si autodefinisce senza false modestie “il bluesman più colto del mondo”, in possesso di un Q.I. molto elevato che lo qualifica come membro della Mensa International, il club dei “geni”, il suo stile è invece volutamente basico e semplice, ma non privo di raffinatezza e classe.

Uno stile, per esempio, che fonde riff alla Stones periodo americano e R&R classico, con il blues più sanguigno, come si evince dalla splendida Pickup My Guidon, il “singolo” che apre questo Golden Boy, un pezzo dove si apprezza anche il lavoro degli ottimi musicisti che lo accompagnano (i Workers sembrano andati in pensione): Joanna Miller alla batteria, Gilles Fournier al contrabbasso, Jeremy Rusu ad un saltellante piano (ma quando serve anche al clarinetto, mandolino e fisarmonica), Jay Jason Nowicki, da Winnipeg, degli ottimi Perpetrators, alla chitarra elettrica, le voluttuose e grintose voci di Jolene Higgins (detta anche Little Miss Higgins) e di Sol James, che in questo brano fanno tanto Merry Clayton negli Stones, e ancora Don Zueff al violino e Scott Nolan, che suona tutto quello che serve, anche la batteria.

Se tutto fosse al livello di questo primo brano, con slide, piano, chitarre e voci femminili che impazzano, si potrebbe quasi gridare al miracolo. Ma anche il resto del disco, meno esplosivo, è comunque assai valido: dal blues primigenio di You’re Going To Need Somebody On Your Bond, dal repertorio di Blind Willie Johnson, solo voce e l’acustica con bottleneck di Watermelon, passando per Wbcn, una scura e raffinata ballata blues, dove Fournier si adopera al contrabbasso con l’archetto, Rusu è sempre eccellente al piano, il ritmo marziale e l’atmosfera del brano ricordano quasi una sea shanty cadenzata, con le chitarre che forniscono la coloritura del suono. Wolf Cry è una sorta di canto nativo indiano, una slide elettrica tangenziale, ululati di lupi e percussioni impazzite che si innestano su uno sgangherato e cattivo blues. Barrett’s Privateers in Canada viene considerato una sorta di inno nazionale non ufficiale (un brano di Stan Rogers, lo scomparso fratello di Garnet), un’altra sea shanty, eseguita solo per voci, in stile quasi gospel folk a cappella, e che fa molto Pogues o Dubliners. Mean Streets ritorna al blues minimale tipico di Watermelon Slim, con l’aggiunta dell’armonica di Big Dave McLean a darle ulteriore autenticità nel suo racconto della vita dei senza tetto, mentre in Northern Blues il musicista americano si accompagna solo con la National in modalità bottleneck per un altro tuffo nelle 12 battute del profondo Sud.. Scott Nolan ha scritto Cabbage Town, che era il nome della città nei pressi di Toronto dove venivano accolti gli immigranti dall’Irlanda, e si tratta di una delicata ballata quasi waitsiana, a tempo di valzer, deliziosa, à la Deportee, con Slim impegnato all’armonica. Winners Of Us All è un’altra malinconica ballata pianistica, quasi da crooner, con il clarinetto a dargli un tocco jazzato. Chiude le danze il brano più lungo del disco, Dark Genius, che ci riporta al blues-rock delle radici sempre presente nel DNA di Watermelon Slim, un pezzo sospeso tra passato e presente, di grande fascino, che racconta le vicende di JFK.

Bruno Conti

Difficile Suonare Il Blues Meglio Di Così. Freddie King – Ebbet’s Field Denver ‘74

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Freddie King – Ebbet’s Field Denver ’74 – 2 CD Klondike

Mentre Little Freddie King, quello “minore” (benché comunque nato solo sei anni dopo quello vero, scomparso nel lontano 1976) continua imperterrito a sfornare nuovi album di buona qualità, del Freddie King originale ogni tanto (ri)appaiono delle testimonianze Live degli ultimi anni della sua carriera. Dopo l’ottimo  Going Down At Onkel Po’s, pubblicato un paio di anni fa dalla Rockbeat,  relativo ad un concerto del 1975, e di cui si era parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/08/27/il-meno-famoso-dei-re-del-blues-freddie-king-going-down-at-onkel-pos/, ecco sbucare dalle nebbie del tempo un altro eccellente concerto, questa volta registrato all’Ebbet’s Field di Denver il 27 maggio del 1974, tratto da un broadcast radiofonico, visto che quel locale della città americana spesso era teatro di eventi trasmessi dalle emittenti regionali ed esistono moltissimi CD dal vivo registrati in quella location. Freddie King quando è scomparso aveva solo 42 anni, quindi era ancora nel pieno del suo fulgore artistico, a maggior ragione in questo concerto registrato due anni prima della morte, quando era in imminente uscita il suo primo album per la RSO Burglar, prodotto da Tom Dowd e con la partecipazione del suo “pupillo” Eric Clapton e una schiera di musicisti di valore ad accompagnarlo.

Ovviamente in questa data King è accompagnato dalla sua touring band, e anche se le note del dischetto non sono molte precise e dettagliate, per quanto annuncino, al contrario, di esserlo, dovrebbero esserci, sicuramente il fratello di Freddie (Fred King all’anagrafe) l’immancabile Benny Turner al basso, Charlie Robinson alla batteria, al piano Lewis Stephens (ipotizzo in base ai musicisti che King impiegava dal vivo all’epoca, ma anche alle presentazioni durante il concerto ) Alvin Hemphill all’organo, anche se viene presentato come Babe (?), e Floyd Bonner alla seconda chitarra, ma tiro ad indovinare come Giucas Casella, quindi potrei sbagliarmi, però non credo. Quello su cui non si sbaglia è la qualità del concerto: sia a livello di contenuti, soprattutto, ma anche di quello della registrazione, di buona presenza sonora per quanto un filo rimbombante, con una partenza fantastica grazie ad una I’m Ready sparatissima, dove la band, come al solito tira la volata al leader che inizia subito ad estrarre note magiche dalle corde della sua Gibson. A seguire una versione splendida e assai bluesata, come è ovvio, di un classico di quegli anni, una bellissima Ain’t No Sunshne, il brano di Bill Withers, dove Freddie King distilla note dalla sua chitarra come neppure il suo discepolo Manolenta, e poi canta con passione ed ardore quella meravigliosa perla della soul music; molto bella anche una versione di Ghetto Woman, preceduta da una lunghissima introduzione, un brano  di “fratello” B.B. King, con un liquido piano elettrico e uno svolazzante organo, che ben spalleggiano la solista di King, sempre incisiva nelle sue improvvisazioni inimitabili. Eccellente anche la ripresa di Let The Good Times Roll, grande versione con un sound sanguigno e vicino al rock, e la Freddie King Band che dimostra il suo valore. Pack It Up è uno dei brani presenti su Burglar, un funky-blues gagliardo, peccato per la voce che è poco amplificata, ma la musica compensa alla grande.

E poi arriva una delle sue signature songs, Have You Ever Loved A Woman, in una versione sontuosa, dodici minuti di pura magia sonora, con il classico slow blues di King che viene rivoltato come un calzino in questa versione monstre, grande interpretazione vocale , e con la chitarra di uno dei maestri dell’electric blues che si libra autorevole e ricca di feeling in questo brano straordinario. La seconda parte del concerto (e secondo CD) si apre su un brano riportato come Blues Instrumental nel libretto, un’altra lunga improvvisazione con tutta la band in grande evidenza, una grinta ed una potenza d’assieme veramente ammirevoli; bellissima anche TV Mama, un altro dei cavalli di battaglia di Freddie King, presente pure nel repertorio di Eric Clapton, ce n’è una versione incredibile registrata in coppia, nel box di Eric Give Me Strength, comunque pure questa versione non scherza, intensa e di grande vivacità. Un altro dei classici live di King era Going Down (presente anche nel disco dal vivo all’Onkel Po, con cui comunque non ci sono moltissimi brani in comune), uno dei suoi brani più amati dagli Stones, anche questo presente in una versione travolgente; Wee Baby Blues è un classico, lancinante, slow blues, con la chitarra sempre in grado di stupire per la sua eloquenza sonora, seguita da un brano riportato semplicemente come Instrumental sul CD, dove King si arrampica in una velocissima serie di scale sul manico della sua chitarra, prima di accomiatarsi dal pubblico presente alla serata con una scintillante That’s Alright, altro blues lento di grande caratura, con un crescendo fantastico,  a conferma del fatto che era difficile suonare il blues meglio di Freddie King, qui preservato per i posteri!

Bruno Conti       

Due Slide Sono Sempre Meglio Di Una, Nuova Puntata. Delta Moon – Cabbagetown

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Delta Moon – Cabbagetown – Jumpin’ Jack Records

Qualcuno ha definito la loro musica “una voce, un groove e due chitarre slide”! E mi sembra fotografi alla perfezione il loro stile, ormai forgiato da una serie di nove album (alcuni anche usciti in Europa con titoli e copertine diverse, più un paio di Live antologici):    http://discoclub.myblog.it/2012/06/07/due-slide-son-meglio-di-una-delta-moon-black-cat-oil/  potremmo aggiungere che in qualche brano la voce non c’è e che siamo, naturalmente, dalle parti delle 12 battute del blues (elettrico). I due leader, chitarristi ed autori dei brani, sono sempre Tom Gray, a tratti impegnato anche all’elettrica in modalità normale, ma più spesso alla lap steel suonata con la barretta d’acciaio, nonché voce solista, mentre Mark Johnson è il “maestro” della bottleneck classica,  entrambi affiancati dal bassista haitiano Franher Joseph (un omone nero impassibile che è una via di mezzo tra il laconico Bill Wyman, come stile e Clarence Clemons fisicamente) e dal batterista Marlon Patton, che si occupa anche della parte tecnica in questo Cabbagetown, ma non sempre è in tour con loro.

Come al solito, in alcuni brani, la band utilizza anche delle voci femminili di supporto, Kyshonna Armstrong e Susannah Masarie, presenti proprio nei due brani che aprono il CD: Rock And Roll Girl, dove Johnson è impiegato alla slide, mentre Tom Gray è la voce solista, rauca e vissuta (vagamente tipo l’ultimo Stephen Stills o JJ Cale, per avere una idea) oltre che autore del brano, così come dei tre successivi, un brano dove la band, anche grazie alle due ragazze che ci danno dentro d’impegno, accentua, come da titolo, l’aspetto rock della loro musica, sempre con la guizzante slide che è l’elemento portante del sound. E pure la successiva The Day Before Tomorrow rimane su queste coordinate sonore, brani brevi e compatti, tutti tra i tre i quattro minuti, elementi roots comunque spesso presenti, anche chitarre acustiche a rendere più corposi gli arrangiamenti, ma è il lavoro della slide quello caratterizzante, pensate ad uno stile alla John Hiatt, con Landreth o Cooder alla chitarra , anche se la voce, come detto, purtroppo non è a quei livelli ovviamente, siamo più dalle parti oltre che del citato JJ Cale anche del primo Billy Gibbons. Il blues sale al proscenio per l’elettroacustica Just Lucky I Guess, un po’ di swamp, il contrabbasso a scandire il tempo con la batteria, e le due chitarre meno “elettriche del solito”. Ma è quando il gruppo lavora sulle twin guitars in modalità slide che il suono decolla, come nella mossa Coolest Fools, dove i ritmi ricordano quelli della Louisiana e la Masarie aggiunge la sua voce a quella di Gray.

Refugee, firmata dalla band al completo, gioca ancora su un groove ciondolante con elementi gospel, una vocalità corale e parlata, e Gray che si doppia anche al piano per l’occasione, mentre le due ragazze vivacizzano la parte cantata. Mad About You ha un ritmo più incalzante, un groove rotondo di basso, un piano elettrico aggiunto e le “solite” chitarre ad intrecciarsi in assoli sempre piacevoli. Il centerpiece del disco è una poderosa rilettura di Death Letter di Son House, l’unico brano che supera i sei minuti, con l’armonica di Jon Liebman aggiunta alle procedure, e le due chitarre veramente “minacciose”, come pure le voci, fino alla vorticosa improvvisazione degli strumenti solisti nella parte finale del brano, sempre con il groove al centro dell’arrangiamento. 21st Century Man è un altro potente blues elettrico, sembra quasi un brano di Robert Johnson in versione southern rock-blues (d’altronde vengono dai sobborghi di Atlanta, Georgia), un bel riff ricorrente di chitarra e il piano ancora una volta elemento aggiunto nell’arrangiamento guizzante. Tom Gray passa all’armonica e Joseph al contrabbasso per il country-blues strumentale di Cabbagetown Shuffle, con le slide questa volta in modalità acustica. Sing Together sempre firmata coralmente dalla band, è un altro esempio del loro Delta blues elettrico e ad alta densità, con le chitarre che si dispiegano nella consueta ed immancabile versione a tutto bottleneck.

Visti di recente, ad aprile, in concerto al Nidaba a  Milano, dal vivo sono veramente fantastici.

Bruno Conti

                

Il Nuovo Capitolo Del “Cantore” Della Solitudine. Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles

malcolm holcombe pretty little troubles

Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles – Gypsy Eyes Music

Da quando è tornato sobrio, esclusivamente per merito di sua moglie Cindy, il buon Malcolm Holcolmbe sembra rinato a nuova vita musicale, incidendo periodicamente negli ultimi anni una serie di ottimi lavori come Down The River (12), Pitiful Blues (14), The RCA Sessions (15), e Another Black Hole (16), tutti recensiti da chi scrive, su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2016/03/09/leggenda-dellunderground-americana-malcolm-holcombe-another-black-hole/ . Di conseguenza, di questo signore e della sua vita avventurosa, i lettori di questo blog sanno già tutto, quindi tralascio di ripercorrere per l’ennesima volta le sue note biografiche e la sua carriera, che lo hanno portato ad incidere questo undicesimo album in studio. Una delle prime cose che si nota ascoltando Pretty Little Troubles, è il forte contrasto tra la musica e la voce di Malcolm, e questo lo si deve in gran parte al noto polistrumentista e produttore Darrell Scott (autore in passato di svariati ottimi lavori solisti), che ha radunato negli Outlaw Music Sanctuary Studios in quel di Crawford nel freddo Tennessee, una serie di eccellenti musicisti, tra i quali il fidato Jared Tyler al dobro, mandolino e voce, Verlon Thompson alle chitarre acustiche e slide, Marco Giovino alla batteria, Dennis Crouch al basso, Joey Miskulin alla fisarmonica, e il bravo Kenny Malone alle percussioni, senza dimenticare il contributo di stagionati turnisti di area come Jelly Roll Johnson, Mike McGoldrick, e Jonathan Yudkin,  tutti impegnati ad assecondare Holcombe e la sua chitarra, suonata come sempre con il suo personalissimo “fingerpicking”.

I “piccoli problemi” di Malcolm si aprono  sulla sorprendentemente “bluesy”  Crippled Point O’View, con un arrangiamento leggermente funky, a cui fanno seguito la commovente Yours No More (dedicata agli immigrati, il country-folk quasi da “campi di cotone” di una briosa Good Ole Days, la sofferta elegia di Outta Luck, con in sottofondo l’armonica di Jelly Roll Johnson. Troviamo anche l’atmosfera “zingaresca” della bellissima South Hampton Street, dove oltre alla voce di Holcombe svetta la fisarmonica di Miskulin, come pure nella seguente splendida ballata Rocky Ground, mentre la title track Pretty Little Troubles è di nuovoun moderno blues acustico, eseguito come lo avrebbe suonato il bravo Steve Seasick, per poi passare alla divertente Bury, England, dove il dobro di Jared Tyler gareggia in bravura con la chitarra di Malcolm. Il sound spoglio e acustico di Pretty Little Troubles si manifesta anche nella chitarra e voce di Damm Weeds, per poi ampliarsi con una strumentazione da brano  celtico come in The Eyes O’Josephine, una ballata romantica popolare senza tempo, e avviarsi alla fine dei “problemi” con una rustica e incalzante The Sky Stood Still, valorizzata alle corde dal bravo Jonathan Yudkin, e chiudere con gli accordi crepuscolari di una intima e scarna We Struggle.

Questo “signore” ormai lo ascolto da oltre vent’anni, e oggi come ieri Malcolm Holcombe mi pare un cantautore apparentemente di un’altra epoca, in quanto principalmente il nostro in fondo è un musicista di montagna, che scrive canzoni sempre intriganti (soprattutto quelle basate sulle proprie esperienze), con una voce che raschia in gola e raccoglie ogni suono, partendo dal primo Dylan, passando per Johnny Cash, e finendo con il Tom Waits più notturno. Amato da molti musicisti (in primis da Steve Earle e Lucinda Williams) e riconosciuto dalla critica internazionale, Holcombe si conferma un artista essenziale nel proporre il suo “talkin’ blues”, raccontando storie di provincia che lui vive sulla propria pelle (come in questo ultimo Pretty Little Troubles), cantate con voce calda e profonda, con risultati che lo innalzano ancora una volta alla pari dei grandi storytellers americani, e verso il “gotha”, se esiste, dei cantautori di culto!

Tino Montanari

Ancora Eccellente Blues “All’Italiana”! T-Roosters – Another Blues To Shout

T-Roosters Another Blues To Shout

T – Roosters  – Another Blues To Shout – Holdout’n Bad/Ird

Non sono passati neppure due anni dal precedente Dirty Again http://discoclub.myblog.it/2015/09/08/la-via-italiana-al-blues-2-t-roosters-dirty-again/  ed ecco pronto il nuovo album dei T-Roosters, Another Blues To Shout, sempre con la classica formazione a quartetto, anche se con un nuovo bassista, Lillo Rogati, che affianca il classico trio di Tiziano Tiz “Rooster” Galli, voce solista e chitarre, Marcus “Bold Sound” Tondo alla armoniche (o se preferite Mississippi Sax) e Giancarlo Cova alla batteria. Rispetto al precedente album sono spariti gli “esperimenti” con tromba, piano, organo e contrabbasso con l’archetto, a favore di un suono più classico e compatto, al solito tra boogie, shuffles, ballate lente e qualche leggero tocco soul, un menu immancabile nei praticanti delle 12 battute, e al solito, se devo esprimere un parere, ma scrivo per quello, e quindi lo dico di nuovo, il sound al sottoscritto ricorda, a tratti, quello dei Canned Heat dell’epoca d’oro, tra serrati boogie che risvegliano pure ricordi di Hound Dog Taylor o del Thorogood più sanguigno, oltre a groove che risalgono ai bluesmen neri più canonici e a qualche loro controparte più pallida nel colore della pelle, benché sempre legata alla grande tradizione del miglior blues elettrico.

Come di consueto i brani sono tutti originali, con Paolo Cagnoni che scrive i testi, amari e poco inclini all’ottimismo, e cura anche la co-produzione del CD con Galli. Tredici brani, in tre dei quali, quasi inevitabilmente, nel titolo ricorre la parola “Blues”, ma in tutti scorre e fluisce la passione per questa musica; che sia il boogie tra ZZ Top e Canned Heat dell’iniziale Lost And Gone, con un riff insistito della chitarra che lascia spazio all’armonica di Tondo, agile e vibrante, mentre Tiziano Galli si conferma cantante intenso ed in possesso di una bella voce, oltre che chitarrista eclettico, oppure l’intenso folk-blues della cupa Morning Rain Blues che scivola lungo le rive del Mississippi fino alle colline. I Wanna Achieve The Aim è un blues-rock lento e tirato dove Galli si sdoppia alle chitarre per un’altra potente razione di cadenzato electric blues, dove la solista è ben spalleggiata dall’armonica e la band mostra la sua passione per le 12 battute in modo chiaro. On This Life Train, tra pesci gatto e pescatori assonnati, ci porta ancora sui territori cari ai Canned Heat, con un bel groove rotondo del basso che ancora il suono e c’è anche il primo intervento della solista in modalità slide. E anche Naked Born Blues rimane in questo mood incalzante, con il ritmo che sale in un crescendo irresistibile grazie anche alle evoluzioni dell’armonica e ai tocchi felpati e minimali della chitarra che poi libera un breve solo nel finale del brano. Sugar Lines è più elettroacustica e raccolta, ma sempre incalzante, mentre la lunga Beale Street Bound, ci porta in una delle strade più famose di Memphis, per l’immancabile slow lancinante che non può mancare in qualsiasi disco blues che si rispetti, e armonica e chitarra si sfidano e si intrecciano come vuole il canovaccio del genere.

Livin’ On Titanic, buia e cupa, dipinge un mondo quasi senza speranza, che sta per affondare come il famoso transatlantico, il tutto a tempo di shuffle, con l’armonica di Tondo ancora in bella evidenza; e pure in Black Stars Blues non è che l’ottimismo prevalga, ma d’altronde il blues ha sempre raccontato storie dure e spesso con poche speranze, e il bottleneck iniziale minaccioso in questo brano è molto pertinente all’atmosfera scura e ombrosa del pezzo, con il titolo della canzone ripetuto coralmente e ossessivamente da tutta la band. Mentre l’atmosfera sonora poi si stempera nella ballata corale e quasi hendrixiana di Still Walkin’ Down South, con una slide insinuante che poi si impadronisce del brano nella seconda parte, al solito ben sostenuta dal soffio vigoroso dell’armonica. E poi arriva il wah-wah a manetta di una violenta e selvaggia Missing Bones, altro episodio doloroso e poco consolatorio di un disco che a livello testuale offre poche speranze all’ascoltatore, ma hey ragazzi, è il blues! Per fortuna che nel boogie scatenato di The Way I Want To Live Cagnoni ci ricorda che siamo tutti destinati a diventare vecchi, e su queste “note di speranza” Galli e Tondo inscenano un altro bel duetto armonica-chitarra. Finale romantico con una bella I’m Rolling Down Away, ballata malinconica, quasi con accenti soul, anche se il blues prevale nel mood della canzone, grazie all’immancabile duopolio dei due solisti che si dividono democraticamente gli spazi, come peraltro accade in tutto il disco. Non dominerà l’ottimismo ma la buona musica comunque non manca.

Bruno Conti  

Si Rinnova La Tradizione Del Blues E Del Soul! Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm

robert cray & hi rhythm

Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm – Jay-Vee Records

Questo non è forse un disco di primizie per Robert Cray, a parte la nuova etichetta discografica (di proprietà proprio di Jordan e della moglie), ma un modo per rinnovare l’intreccio inestricabile del suo blues raffinato, ma spesso anche sapido e sanguigno, con il meglio di altre branche della musica nera, soul, R&B e funky, peraltro sempre presenti nel suo stile e nel suo DNA sonoro. Il produttore è il solito, bravissimo, Steve Jordan, incontrato la prima volta nel lontano 1987 per la registrazione del film Hail Hail Rock And Roll, l’omaggio alla musica di Chuck Berry, concepito da Keith Richards. Jordan ha prodotto svariati album di Cray: Take Your Shoes Off del 1999, già allora in quel di Memphis, come il precedente Sweet Potato Pie del ’97, registrato agli Ardent Studios. Ma per il successivo Shoulda Be Home del 2001, parte del disco venne registrato in quel di Nashville, ma alcuni brani ai leggendari Royal Studios, anche se non prevedevano ancora la presenza dei musicisti della Hi Records di Willie Mitchell, che in quegli studi hanno costruito parte della storia della soul music, grazie alle incisioni di Al Green, Ann Peebles, Otis Clay, dello stesso Mitchell, di O.V. Wright (tenete a mente il nome, ci torniamo tra un attimo) e di molti altri grandi artisti.

Poi per parecchi anni le strade di Robert e Steve Jordan non si incrociano più: Robert incide, come aveva fatto in passato, in California, a Londra, a Nashville, in Alabama, fino al 2014, quando il batterista torna per produrre l’ottimo In My Soul, e l’ancora più bello doppio live 4 Nights Of 40 Years Live http://discoclub.myblog.it/2015/09/02/quattro-decadi-del-migliori-blues-contemporaneo-robert-cray-band-4-nights-of-40-years-live/ . Finché i due non decidono di rendere omaggio ai musicisti dei mitici Royal Studios, ora gestiti dal figlio di Willie, Lawrence “Boo” Mitchell, (qui usato come ingegnere del suono) dopo la morte del babbo, avvenuta nel 2010, e lo fanno appunto utilizzando la celebre Hi Rhythm Band per questo disco. Dei fratelli Hodges, il chitarrista Teenie, non c’è più, ma Rev. Charles Hodges a piano e organo, Leroy “Flick” Hodges al basso, e il cugino Archie “Hubbie” Turner anche lui alle tastiere, sono ancora sulla breccia, e fanno sentire la loro presenza, insieme a Cray e Jordan, per un album che ha un sound formidabile. Per l’occasione, e per rendere l’omaggio ancora più completo, Robert sceglie di affidarsi ad una serie di cover di brani, magari non celeberrimi, ma di sicura efficacia, riservandosi solo tre brani a suo nome. E in due pezzi, come autore, ma anche come musicista, appare un’altra leggenda della musica americana come Tony Joe White, che saputo che Cray avrebbe inciso due delle sue canzoni per questo Hi Rhythm si è recato appositamente a Memphis, per apparire in questi brani.

Partiamo proprio da loro: Aspen, Colorado è una splendida ballata, una sorta di gemella di Rainy Nights In Georgia, un brano dove la band lavora di fino (come in tutto l’album peraltro) per ricreare quel feeling ineffabile dell’incisione originale, con la splendida voce di Robert Cray al meglio delle sue possibilità, e con White che si esibisce anche all’armonica (credo), mentre il brano scivola sulle ali di una meravigliosa serenità. Ma Tony Joe White non poteva non suonare anche la sua chitarra elettrica in una formidabile versione di Don’t Steal My Love, un fantastico brano che appariva in Black And White, il primo disco del 1969 dell’inventore dello swamp rock, un brano dove la band ci dà dentro di brutto, White a tutto wah-wah, Cray che gli risponde da par suo alla seconda solista, le tastiere e la ritmica impazzite per una cavalcata quasi psichedelica (togliete pure il quasi) di una intensità incredibile. Ma anche il resto del disco non scherza: The Same Love That Made Me Laugh è una riflessione amara firmata da Bill Withers, e qui resa come un tosto funky-soul dove si apprezzano sempre la voce melliflua di Robert e la sua chitarra; You Must Believe In Yourself è il tributo a O.W. Wright, musicista molto amato dal nostro, che in passato ha già registrato altre sue canzoni, un pezzo ritmato e funky, dove impazza anche la sezione fiati e Cray usa il suo timbro vocale più energico.

Impiegato pure in I Don’t Care, un pezzo firmato da un altro degli “eroi” musicali di Robert, quel Sir Mack Rice che molti ricordano per avere scritto Mustang Sally e Respect Yourself degli Staples Singers, ma era pure un grande cantante soul, come conferma questo delizioso mid-tempo dal ritmo contagioso, nonché la super funky e con fiati Honey Bad che arriva più tardi nel disco, e in cui la band va di groove alla grande. I tre brani scritti dal musicista di Columbus sono delle love songs, tre ballate soul, tutte molto belle e cantate splendidamente: Just Low, You Made My Heart e The Way We Are. Rimane I’m With You, un vecchio brano scritto da Lowman Pauling dei Five Royales che mescola blues, R&B e doo-wop in modo divino, e poi nella sua ripresa finale permette a Cray di dare libero sfogo alla sua chitarra solista (che comunque si sente nel disco, eccome) per il brano più blues di questo album, che una volta di più lo conferma artista di grande bravura e carisma, un pilastro della musica nera!

Bruno Conti

Comunque Lo Si Giri Un Gran Bel Disco! Samantha Fish – Chills & Fever

samantha fish chills & fever

Samantha Fish – Chills And Fever – Ruf Records

All’incirca ogni paio di anni la giovane chitarrista e cantante di Kansas City si presenta con un nuovo album e ogni volta cerca di stupire il proprio pubblico con proposte sempre fresche, varie ed accattivanti. Dopo i primi due album prodotti da Mike Zito (ma c’era stato anche un disco dal vivo autoprodotto Live Bait, che l’aveva fatta conoscere ai tipi della Ruf), inframezzati da un paio di album della serie Girls With Guitars, nel 2015 Samantha Fish si era trasferita in quel di Memphis, Tennesse (ma non solo, anche Louisiana e Mississippi) per registrare sotto la produzione di Luther Dickinson l’eccellente Wild Heart, un disco che univa lo stile più rock ed immediato dei primi due dischi, con le radici roots e blues del nuovo album, dove accanto alle notevoli doti di chitarrista metteva in mostra anche un costante miglioramento dal lato vocale, con influssi soul nel suo cantato http://discoclub.myblog.it/2015/06/10/giovani-talenti-si-affermano-samantha-fish-wild-heart/ .

Passano altri due anni e per questo nuovo Chills And Fever la troviamo in quel di Detroit, Michigan, sede ai tempi della gloriosa Tamla Motown, ma anche di una florida scena rock, e poi, in tempi più recenti, di una nuova ondata di talenti in ambito garage-rock e neo-soul: con la produzione di Bobby Harlow, vecchio sodale di Jack White agli inizi della loro carriera a Detroit, nei Go,  impegnato anche con altre band del circuito alternativo locale, tra cui i Detroit Cobras, gruppo etichettato come “Garage Rock Revival, e che, anche se non pubblicano nuovi album da una decina di anni, sono tuttora in attività, come testimonia la loro presenza nel nuovo disco della Fish: ben quattro di loro, Joe Mazzola alla chitarra ritmica, Steve Nawara al basso, Kenny Tudrick alla batteria e Bob Mervak, al piano elettrico e organo, innervati da un paio di fiati ingaggiati in quel di New Orleans, Mark Levron alla tromba e Travis Blotsky al sax. Lei si è infilata in un corpetto sexy, un paio di pantaloni leopardati e armata della sua chitarra elettrica ci regala un ennesimo disco di valore, dove tutti gli elementi citati ci sono, ma il risultato è un album dove il suono si nutre di soul, R&R, qualche deriva garage e punk, ma solo nell’attitudine, visto che il CD ha un sound molto raffinato e ricco di elementi vintage, attraverso una nutrita serie di cover che pescano nel passato, con la voce della brava Samantha sempre più autorevole e ricca di mille nuances.

L’apertura è affidata ad una scintillante He Did It, un vecchio brano delle Ronettes che era anche nel repertorio dei Detroit Cobras, con i vorticosi interventi della chitarra, un ritmo incalzante, i fiati sincopati, la voce pimpante della Fish, veramente splendida, e un’aria di festa e good time music che mettono subito l’ascoltatore in una gioiosa condizione d’animo. La title track, anche se forse non provoca “brividi e febbre”, è una vera delizia nu-soul, più che alla versione di Tom Jones di inizio anni ’60,  si ispira allo stile sexy e felpato della Amy Winehouse del periodo in cui era accompagnata dai Daptones, con piano elettrico e fiati che affiancano la voce felina della brava Samantha, che inchioda anche un breve e misurato solo della sua solista in modalità wah-wah; e pure Hello Stranger, con un organo alla Timmy Thomas, ed uno splendido e raffinatissimo arrangiamento soul, rimanda all’originale di Barbara Lewis, un’altra musicista nativa di quell’area, con la voce della nostra amica sempre accattivante e un intervento della solista di gran classe. It’s Your Voodoo Working, è stata una hit minore per tale Charles Sheffield, cantante R&B misconosciuto della Louisiana, una ulteriore piccola perla di questo Chills And Fever, musica che fa muovere mani e piedi, senza dimenticare il lavoro sempre di fino della chitarra.

Hurt’s All Gone, scritta da Jerry Ragovoy, la faceva Irma Thomas, ed è uno splendido midtempo di stampo soul, con fiati e chitarra sempre incisivi, mentre ignoro di chi fosse You Can’t Go, ma è un altro vorticoso errebi dove tutto fila a meraviglia, soprattutto la chitarra di Samantha. Either Way I Lose era nel repertorio di Nina Simone, e questa versione cerca di mantenere, riuscendoci, lo stile raffinato della grande cantante nera, Never Gonna Cry è un’altra oscura rarità di tale Ronnie Dove (?!?), una malinconica love ballad di stampo sixties, che fa il paio con Little Baby, un brano che ha il ritmo e la stamina della famosa Shout degli Isley Brothers, incalzante e irresistibile, con il lavoro della solista sempre perfetto. Che altro aggiungere? Crow Jane è il vecchio pezzo di Skip James, con la Fish alla cigar box guitar, per l’unica concessione al blues puro, ma anche le restanti Nearer To You, You’ll Never Change, la lunga Somebody’s Always Trying, con un assolo di chitarra micidiale, e la cover del vecchio successo di Lulu I’ll Come Running Over, quasi alla Blues Brothers, sono altri ottimi esempi di soul e R&B suonati e cantati con piglio e convinzione, Non si sa se apprezzare di più il lavoro della voce, della chitarra o la produzione di Harlow. Comunque lo si giri un gran bel disco.

Bruno Conti

Gli Inizi Di Van The Man: Il Rosso Irlandese Rivendica Il Proprio Glorioso Passato! Van Morrison – The Authorized Bang Collection

van morrison the authorized bang collection

Van Morrison – The Authorized Bang Collection – 3 CD  Sony Legacy
[CD1]
1. Brown Eyed Girl (Original Stereo Mix)
2. He Ain’t Give You None (Original Stereo Mix)
3. T.B. Sheets (Original Stereo Mix)
4. Spanish Rose (Original Stereo Mix)
5. Goodbye Baby (Baby Goodbye) [Original Stereo Mix]
6. Ro Ro Rosey (Original Stereo Mix)
7. Who Drove The Red Sports Car (Original Stereo Mix)
8. Midnight Special (Original Stereo Mix)
9. It’s All Right (Original Stereo Mix)
10. Send Your Mind (Original Stereo Mix)
11. The Smile You Smile (Original Stereo Mix)
12. The Back Room (Original Stereo Mix)
13. Joe Harper Saturday Morning (Original Stereo Mix)
14. Beside You (Original Mono Mix)
15. Madame George (Original Mono Mix)
16. Chick-A-Boom (Original Mono Mix)
17. The Smile You Smile (Demo)

[CD2]
1. Brown Eyed Girl (Original Edited Mono Single Mix)
2. Ro Ro Rosey (Original Mono Single Mix with Backing Vocals)
3. T.B. Sheets (Take 2)
4. Goodbye Baby (Baby Goodbye) [Takes 10 & 11]
5. Send Your Mind (Take 3)
6. Midnight Special (Take 7)
7. He Ain’t Give You None (Take 4)
8. Ro Ro Rosey (Take 2)
9. Who Drove The Red Sports Car (Take 6)
10. Beside You (Take 2)
11. Joe Harper Saturday Morning (Take 2)
12. Beside You (Take 5)
13. Spanish Rose (Take 14)
14. Brown Eyed Girl (Takes 1-6)
15. Brown Eyed Girl (Takes 7-11)

[CD3]
1. Twist And Shake
2. Shake And Roll
3. Stomp And Scream
4. Scream And Holler
5. Jump And Thump
6. Drivin’ Wheel
7. Just Ball
8. Shake It Mable
9. Hold On George
10. The Big Royalty Check
11. Ring Worm
12. Savoy Hollywood
13. Freaky If You Got This Far
14. Up Your Mind
15. Thirty Two
16. All the Bits
17. You Say France And I Whistle
18. Blowin’ Your Nose
19. Nose In Your Blow
20. La Mambo
21. Go For Yourself
22. Want A Danish
23. Here Comes Dumb George
24. Chickee Coo
25. Do It
26. Hang On Groovy
27. Goodbye George
28. Dum Dum George
29. Walk And Talk
30. The Wobble
31. Wobble And Ball

Di solito la tracklist completa dei contenuti di un album la utilizzo solo per la rubrica delle anticipazioni sulle uscite discografiche, ma visto che parliamo di un triplo CD denso di contenuti e con molti brani che si ripetono in diverse versioni ho preferito aprire questa recensione riportando l’esatta lista delle canzoni presenti in questo piccolo cofanetto.

Nel 1967, all’epoca in cui sarebbe stato pubblicato Blowin’ Your Mind, Van Morrison aveva da poco compiuto 22 anni, e quindi non era più un giovane irlandese di belle speranze, ma era reduce da due anni intensi coni i Them che gli avevano fruttato vari successi in giro per il mondo e la reputazione di essere uno dei migliori cantanti bianchi in circolazione nell’ambito soul-R&B-blues e rock and roll (la parola rock non l’ha mai amata molto), come potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2015/12/31/lultima-ristampa-dellanno-le-origini-dei-migliori-them-the-complete-them-1964-1967/: finita l’esperienza con la band Van aveva deciso di trasferirsi in America per tentare la carriera solista e all’inizio dell’anno, senza badare troppo ai contenuti e alle solite clausole scritte in piccolo, aveva firmato un contratto con la Bang Records di Bert Berns, uno dei più rispettati produttori e autori di canzoni della scena musicale di allora (tanto per capirci è quello che ha scritto Everybody Need Somebody To Love Cry To Me di Solomon Burke, Under The Boardwalk dei Drifters, Twist And Shout, Cry Baby per Garnet Mimms che poi sarebbe diventato un successo per Janis Joplin, Hang On Sloopy dei McCoys Here Comes The Night, appunto per i Them). Per la sua Bang Records incideva anche un emergente Neil Diamond, reduce dal successo di Solitary Man (Se Perdo Anche Te di Gianni Morandi per gli italianofili), e quindi il discografico americano, che era anche un rispettato arrangiatore, aveva prodotto o scritto canzoni per molti degli artisti che Van Morrison più ammirava. Quindi il 28 e 29 marzo del ’67 i due entrano in studio per registrare quelli che nelle intenzioni avrebbero dovuto essere quattro separati singoli da pubblicare nei mesi a venire. Poi sappiamo come è andata la storia e a settembre esce invece il primo album solista di Van Morrison, il citato Blowin’ Your Mind.

Blowin.yourmindvan morrison t.b. sheets

Una copertina dove Morrison sembrava un abituale consumatore di droghe psichedeliche, mentre secondo la moglie di allora di Van, Janet Planet, non ne aveva mai toccata una in vita sua, e un contenuto dell’album di cui il rosso irlandese all’epoca non fu molto contento (tanto che negli anni successivi le parole più gentili che ha usato per Berns, e per i suoi eredi, visto che il suo primo mentore, sarebbe scomparso a fine anno, a soli 38 anni, sono state che si trattava di una manica di farabutti e filibustieri). In effetti quelle sessions non state tra le preferite del nostro amico, tanto che già allora, per uscire dal contratto con la Bang registrò una serie di brani che poi sono diventati noti come le  “contractual obligation sessions”, i 31 pezzi che costituiscono il contenuto del terzo CD di questa nuova raccolta. Ma comunque l’etichetta discografica, forte del contratto firmato che avevano in mano, ha in seguito pubblicato anche T.B. Sheets nel 1973, con le altre canzoni registrate sepre nel 1967, e prima, nel 1970, anche un fantomatico The Best Of Van Morrison, tutti dischi pubblicati senza l’autorizzazione dell’incazzoso irlandese che non li ha mai riconosciuti, per non parlare di vari semi bootleg, dove apparivano i brani di quelle sessions improvvisate al momento. La situazione è rimasta questa per anni: poi, come saprete, forse perché reso più saggio dagli anni, Van Morrison, sta ripubblicando, tramite la Sony Legacy, tutto il suo vecchio catalogo, e dopo il triplo dei Them e la ristampa super potenziata del famoso live del 1974 http://discoclub.myblog.it/2016/06/14/sempre-stato-difficile-fermarlo-nuova-versione-espansa-piu-dei-live-piu-belli-sempre-van-morrison-its-too-late-to-stop-now-ii-iii-iv-dvd/, questa volta tocca al triplo The Authorized Bang Collection. Intanto Van ha collaborato fattivamente alla realizzazione proseguendo nell’operazione di “rivendicazione del proprio glorioso passato”, citata nel titolo del Post, scrivendo addirittura alcune delle corpose note del libretto incluso nella confezione e definendo il suo vecchio produttore “Bert Berns was a genius He was a brilliant songwriter and he had a lot of soul, which you don’t find nowadays.”!

E in effetti, lo dico prima di immergerci nell’esame approfondito di questo album, in molte parti del disco si sfiora il capolavoro. Comunque, per cominciare, ci sono alcune canzoni splendide: Clinton Heylin, grande critico musicale, ed esperto di Bob Dylan, Sandy Denny e Van Morrison, ha definito la prima facciata di Blowin’ Your Mind (ovvero le prime tre tracce) “one of the great single-sided albums in rock” e non trascuriamo che in quei brani suonano (e cantano) alcuni dei grandi luminari della storia del rock di quegli anni: Garry Sherman, arrangiatore, conduttore e organista in molti dei brani citati nell’opera omnia di Bert Berns, Eric Gale, Hugh McCracken Al Gorgoni alle chitarre, Bob Bushnell, al basso, anche lui, come i colleghi appena ricordati, presente in molti dischi di jazz, di soul e di pop dell’epoca (da Nina Simone Tim Hardin, passando per Tom Rush Solomon Burke), come pure Herbie Lovelle Gary Chester che si alternavano alla batteria (anche loro all’opera con grandi jazzisti, ma pure con Dylan, Eric Andersen, Monkees), per non dire di Artie Butler e del grande Paul Griffin al piano (ricordiamo solo che se Al Kooper suonava l’organo in Highway 61 Revisited, le parti di pianoforte erano di Griffin). Ciliegina sulla torta la presenza alle armonie vocali delle Sweet Inspirations, guidate da Cissy Houston Judy Clay, nonché di Jeff Barry (che insieme alla moglie Ellie Greenwhich, tanto per gradire, aveva scritto brani come Da Doo Ron Ron, Be My Baby, River Deep Mountain High, Leader Of the Pack, e mi fermo). In studio erano presenti anche una piccola sezione fiati e altri musicisti validissimi: il risultato lo potete immaginare o anche sentire.

Un disco che inizia con Brown Eyed Girl, una delle venti più belle e contagiose canzoni della storia della musica, credo con oltre 200 diverse versioni all’attivo (ma nessuna bella come l’originale) è il classico brano che ti mette subito di buon umore, un ritornello irresistibile che ti fa venire voglia di cantare sha la la la la la la la la la la te da ad libitum, reso ancora più splendido dal missaggio stereo presente in questa nuova versione del CD, con tutti gli strumenti ben definiti,  giro di rolling bass, chitarre tintinnanti, organo scivolante, batteria incalzante, e “quella voce” incredibile in primo piano, mentre i coristi, Sweet Inspirations Jeff Barry, sono finalmente percepibili in modo chiaro, la perfezione assoluta! E anche il resto non scherza: He Ain’t Give You Nothin’ è un lungo blues-rock ipnotico degna prosecuzione del sound dei Them e con gli amati John Lee Hooker, Burke Witherspoon in mente, Eric Gale si produce in un ottimo solo, spronato da Van, organo e sezione ritmica sono impeccabili e su tutto aleggia quello “stream of consciousness” che sarà la sua futura cifra artistica da lì a poco. Ribadita anche nella epica e lunga, oltre nove minuti, T. B. Sheets, altra canzone magnifica che rifulge nello splendore della nuova veste sonora, ancora più accentuato il lato bluesy à la Hooker, grazie all’armonica e alla chitarra con riverbero, oltre all’organo e al basso, che fanno molto Supersession di Bloomfield/Kooper e Stills, ma un paio di anni prima, una sorta di free form jazz e poi come non sottolineare la voce che declama, soffre, ansima, pontifica e ti ipnotizza con la sua autorevolezza, sorprendente per un giovane che non aveva ancora 22 anni. Spanish Rose è un’altra raffinata pop song, una di quelle canzoni d’amore che ai tempi riuscivano assai facili a Morrison, una specie di Brown Eyed Girl in salsa latina, con una splendida chitarra spagnoleggiante che rimanda a Ben E. King o al suo discepolo Willy DeVille.

Goodbye Baby (Baby Goodbye) è un brano firmato dalla coppia Bert Berns/Wes Farrell, il secondo co-autore con Berns oltre che di Hang On Sloopy, anche di Boys, il pezzo delle Shirelles che i Beatles incisero nel primo album, una traccia “minore” ma molto piacevole, una sorta di garage-pop dove è molto in evidenza il supporto vocale delle Sweet Inspirations; viceversa Ro Ro Rosey ci riporta al suono più grintoso, quasi beat e R&R dei Them, un pezzo dove armonica, chitarra e organo sono protagonisti alla pari con la voce di Morrison. Who Drove The Red Sports Car è un altro grande brano di Van, già ricco dei suoi testi visionari, intricati e romantici, con un pizzico di misticismo, il fatto che sia uno slow blues & R&B dove imperversa il piano, presumo di Paul Harris, oltre alla voce di Morrison, che comincia ad “agitarsi”, non guasta, e pure la versione del traditional Midnight Special è da sballo, con le Sweet Inspirations che impazzano di nuovo e un riff in cui qualcuno ha colto delle analogie con quello di Sunshine Of Your Love, registrato qualche mese prima del classico dei Cream. It’s All Right è il primo dei brani che poi sarebbero usciti su T.B. Sheets, una canzone dove uno può immaginare cosa avrebbe fatto Dylan se invece che al rock di Highway 61 Blonde On Blonde avesse deciso di dedicarsi alla musica soul (anche se bisognerebbe avere la voce di Van Morrison, e così non ne nascono molte), con un grande lavoro di tutta la pattuglia di musicisti impegnati nella session, una elettrica arpeggiata, l’organo magico, la sezione ritmica con un basso rotondo e corposo, le voci di supporto splendide. Notevole anche la successiva Send Your Mind, un poderoso R&R, con alcuni finti finali, sulla scia, anzi in anticipo, sulle future cavalcate sonore del nostro, a tutta velocità; per non parlare di The Smile You Smile, un’altra magnifica love soul ballad di quelle in cui l’irlandese era già maestro all’epoca, intensa ed avvolgente, con chitarre e organo sempre brillanti. Eccellente anche The Back Room, altro delizioso R&B dove si colgono citazioni del maestro Ray Charles miste al cantato rock strascicato, quasi in talkin’ del Dylan di metà anni ’60. “Trucchetto” che viene ripetuto anche nella fantastica Joe Harper Saturday Morning, diretta “antenata” delle canzoni che sarebbero arrivate da lì a poco in Astral Weeks, più bluesy nel sound, con la chitarra elettrica in primo piano.

Finite le canzoni restaurate in stereo per l’occasione, ci lanciamo nei quattro brani che completano il primo CD, comunque rese in un mono dal suono brillante e vivido, e non sono brani da poco: la prima incisione di uno dei suoi cavalli di battaglia, la splendida Besides You, diversa, ma, a mio parere, non meno bella di quella che verrà registrata per Astral Weeks, con un organo tangente che imperversa per tutto il brano. Altro capolavoro assoluto è Madame George, la storia misteriosa di questa signora di Belfast, con liriche diverse, più corta e con un tempo più veloce rispetto alla versione che poi uscirà su Astral Weeks, una sorta di live in studio, comunque sempre una canzone magica. Più “normali” Chick-A-Boom, una rara collaborazione tra Morrison e Berns. che sembra una versione alternata di La Bamba, comunque piacevole e divertente, e a chiudere il primo dischetto la versione demo di The Smile You Smile, solo voce e chitarra acustica, molto minimale e interessante per capire lo stile compositivo di Morrison. Il secondo CD presenta prima in mono le versioni “singole” di Brown Eyed Girl, che comunque la giri è sempre splendida, non finiresti mai di ascoltarla, e di Ro Ro Rosey. Poi tutta una serie di versioni alternative, sempre in mono, dei brani del primo CD: la take 2 di T.B. Sheets, un paio di minuti più corta, ma sempre interessante ed intensa, con il classico stile “ansimante ed implorante” dell’irlandese, mutuato dal R&B e dal blues più carnale. La 10 e 11 insieme di Goodbye Baby (Baby Goodbye), la versione 3 di Send  Your Mind, la 7 di Midnight Special, e così via (i titoli li leggete all’inizio del Post), con i musicisti che improvvisano e provano in studio diverse soluzioni e tempi musicali per un affascinante ascolto che non è solo fine a sé stesso (un po’ sì, ma l’appassionato di Morrison e della buona musica non si offenderà), A chiudere, per i maniaci della canzone, due collage sonori dedicati a Brown Eyed Girl, prima le versioni 1-6, poi le versioni 7-11, se ha li approvati il suo autore per la pubblicazione sul CD chi siamo noi per non ascoltarli!

E pure se il terzo CD forse è solo per quelli che gli americani chiamano “anal retentive”, non traduco ma ci siamo capiti, i compilatori del triplo, anzi “il compilatore” e produttore del boxettino, Andrew Sandoval ha detto che questi 31 brani definiti The Contractual Obligation Session, sono stati inseriti per completezza e in pratica si tratta di un “incazzato” Van Morrison, armato di chitarra acustica, che, per onorare il suo contratto, improvvisa all’impronta una serie di brani dai titoli improbabili, li leggete sempre sopra, non male Blowin’ Your Nose Nose In Your Blow come titoli in sequenza, ma tutte le canzoni sono delle brevi finestre nel mondo di un giovane Van che si sentiva truffato dal suo discografico, a cui si era affidato a cuore aperto, e lo dice nei testi delle canzoni, anche “rubando” qualche frammento dai pezzi del suo mentore, quel Bert Berns che peraltro sarebbe morto da lì a poco, senza sapere quello che sarebbe successo in futuro. Dico un’eresia, alcune non sono neppure male, altre sono quasi ossessive, ma in fondo anche in una situazione così particolare la classe non è acqua: per una volta, o due, lo si può anche ascoltare tutto. Non dico di ripetere l’esperienza più volte, come invece è quasi d’obbligo per le canzoni del primo CD che vanno a collocarsi nella storia della musica di Van Morrison e sono un affascinante quadro di un “Angry Young Man”. Le prime registrazioni di uno dei futuri grandi della musica finalmente in tutto il loro splendore!

*NDB Mano a mano che lo scrivevo mi sono reso conto che stava diventanod più un breve saggio che una recensione, ma spero di non avervi annoiato.

Bruno Conti