Una Garanzia Nell’Ambito Blues E Dintorni. John Primer & Bob Corritore – Ain’t Nothing You Can Do

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John Primer & Bob Corritore  – Ain’t Nothing You Can Do – Delta Groove Music/Ird

Il marchio dell’etichetta Delta Groove ormai è una garanzia nell’ambito blues e zone limitrofe, e questo nuovo album dell’accoppiata John Primer & Bob Corritore (come un altro titolo di cui avete letto a parte http://discoclub.myblog.it/2017/06/09/sempre-piu-un-mostro-della-chitarra-monster-mike-welch-and-mike-ledbetter-right-place-right-time/ ) ne è la riprova. Si tratta del secondo disco che i due registrano insieme, il primo, ottimo, Knockin’ Around These Blues, era uscito nel 2013, e se amate il classico Chicago Blues, elettrico e vibrante, ve lo consiglio vivamente. Ma pure questo nuovo Ain’t Nothing You Can Do si mantiene su livelli elevati. John Primer, nel frattempo, è stato alla guida di quel progetto collettivo Muddy Waters At 100, che celebrava il centenario della nascita di una delle pietre miliari del Blues. Musicista e uomo con il quale Primer aveva condiviso i palchi negli ultimi tre anni di carriera, da fine 1979 al 1983, apparendo anche nel Live At Checkerboard Lounge, la famosa serata con gli Stones, registrata nel locale di Chicago nel 1981, e uscita postuma nel 2012 in DVD, e in questi giorni pubblicata anche in CD. Poi Primer ha suonato per 14 anni con Magic Slim & The Teardrops, prima di avviare la sua carriera solista nel 1995 con The Real Deal.

E in effetti Alfonso “John” Primer è uno degli ultimi “veri affari” del blues di Chicago, pur essendo nato, come molti altri, nei pressi della zona del Delta, in quel di Camden, Mississippi, quindi nella patria delle 12 battute. Il nostro amico è uno degli ultimi “originali” della scena nata intorno a quei locali di Maxwell Street, Theresa’s, Checkerboard e Rosa’s Lounges, sviluppando uno stile che oggi è quanto di più vicino a come suonerebbe e canterebbe Muddy Waters (se non avesse 100 anni ovviamente, o forse sì): una voce ancora forte e decisa, ricca di grinta, uno stile chitarristico di buona fattura alla solista tradizionale e di grande spessore alla slide, e la capacità di circondarsi di buoni musicisti nei propri dischi. Anche Bob Corritore all’armonica, per quanto ultimamente una sorta di “prezzemolino” nei dischi di genere, non si può negare sia uno dei migliori che il mercato offra. Ma nel disco troviamo anche Henry Gray, al piano in tre brani, Barrelhouse Chuck, anche lui al piano, nei restanti pezzi, scomparso lo scorso dicembre e ricordato nelle note dell’album, Big John Atkinson e Chris James, alle chitarre, a rinforzare il sound del disco, che se non sfocia mai nel rock, ha comunque la forza ed elettricità tipiche del miglior blues urbano, insomma forse le chitarre non ruggiscono mai alla Buddy Guy, o come i tre King, ma sono comunque ben presenti nell’economia del suono, e anche la sezione ritmica con Troy Sandow e Patrick Rynn che si alternano al basso e Brian Fahey alla batteria, ha comunque la brillante “presenza” delle incisioni targate Delta Groove.

La prima e l’ultima canzone portano la firma di Alfonso Primer, ma non differiscono comunque nelle intenzioni da tutti gli altri classici presenti nell’album: il primo pezzo Poor Man Blues, è quasi più Muddy Waters dell’originale, sia per il groove dello shuffle come per la voce e l’uso di chitarre ed armonica, assomiglia in modo impressionante al Maestro, ed Elevate Me Mama un pezzo di Sonny Boy Williamson, ma anche questo nel repertorio di Waters, gode inoltre di uno splendido lavoro di Corritore e di Barrelhouse Chuck al piano, oltre che di John Primer che primeggia alla slide. Hold Me In Your Arms è un brano di Snooky Pryor, ma l’atmosfera è sempre quella del Chicago Blues, sia pure con una decisa vena R&R in questo pezzo, più mosso di quanto lo precede nel CD e con Henry Gray che può scatenare il suo piano in un brillante solo; ma si torna subito al repertorio di Muddy con un super slow di grande intensità come Big Leg Woman dove Primer brilla di nuovo a voce e bottleneck guitar, con gli altri solisti comunque in bella evidenza.

Gambling Blues è l’omaggio ad un altro dei vecchi datori di lavoro di Primer, ossia Magic Slim, un altro classico shuffle eseguito in grande scioltezza; poi è la volta di Bob Corritore, alle prese con un suo brano strumentale Harmonica Boogaloo, dove si apprezza la grande tecnica del musicista di Chicago (ma anche il resto della band non scherza), comunque in evidenza in tutto il disco. Ain’t Nothing You Can Do non è il famoso brano di Bobby “Blue” Bland ma un pezzo omonimo di Albert King, un lungo “lentone” dove i veri bluesmen soffrono e il nostro John non si esime, ben spalleggiato da Gray; anche la successiva For The Love Of A Woman era di King, uno dei suoi classici funky blues del periodo Stax, prodotto all’epoca da Don Nix che è anche l’autore del brano. Mancava un bel pezzo di Howlin’ Wolf ed allora ecco arrivare a tutta slide una poderosa May I Have A Talk With You che mostra anche l’influenza di Elmore James, mentre a chiudere il cerchio l’altro brano firmato da Primer, When I Leave Home, un altro intenso slow che avrebbe fatto un figurone sui vecchi album Chess di Muddy Waters, come peraltro tutto il contenuto di questo eccellente album.

Bruno Conti

Electric Blues Di Classe: Con Un Piccolo Aiuto Dai Loro Amici. Kilborn Alley Blues Band Presents The Tolono Tapes

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Kilborn Alley Blues Band Presents The Tolono Tapes – Run It Back Records            

Secondo logica se il precedente album di questa band si chiamava Four, il nuovo Tolono Tapes dovrebbe essere il quinto album di studio del gruppo di Champaign, Illinois. E invece esiste un primo album, inciso nel 2003 a livello indipendente (o meglio ancora più indipendente dei successivi) che scombina la carte. Quello che è certo è che la Kilborn Alley Blues Band è sulle scene dal 2000, quindi 17 anni di onorata carriera, nell’ambito soprattutto del Chicago Blues elettrico (visto anche lo stato da cui provengono e la dichiarata presenza delle 12 battute nel loro moniker): al momento un quartetto, ma a lungo hanno avuto anche un armonicista in formazione, nel loro stile confluiscono comunque pure elementi soul, funky e R&B naturalmente, per quanto nel nuovo disco, grazie alla presenza di numerosi ospiti che si sono alternati in tre serie di sessions, tra il febbraio 2015 e il settembre 2016, all’Earth Analog Sudio, appunto di Tolono, nei pressi di Champaign, per l’occasione facendo pendere la bilancia del sound decisamente ancor più verso il blues.

Andrew Duncanson, in qualità di voce solista e chitarrista, è il leader della band, ma i brani vengono firmati collettivamente da tutto il gruppo, Josh Rasner-Stimmel alla seconda chitarra, Chris Breen al basso e Aaron “atrain” Wilson, batteria; il loro vecchio armonicista Joe Asselin è presente in qualità di “ospite” in un brano. Come si diceva i brani se li firmano in proprio, o al limite in collaborazione con i molti ospiti presenti in queste sessions registrate in presa diretta, e che vediamo ora brano per brano. I nomi sono tutti piuttosto conosciuti (e ricorrenti) in ambito blues: in effetti anche in altri dischi del genere in oggetto, recensiti di recente dal sottoscritto, appaiono di frequente. A partire da Monster Mike Welch, seconda chitarra aggiunta nella potente Fire With Fire che apre l’album, e si avvale anche del piano di Antony Geraci, Duncanson, che ha pure una bella voce, in questo pezzo, un solido shuffle, canta soltanto, mentre nella successiva Going Hard si produce anche ottimamente alla chitarra, per un intenso slow blues, dove si apprezza l’armonica Ronnie Shellist e Andrew si conferma cantante di vaglia. Molto buona anche Misti, firmata collettivamente con Gerry Hundt  e con l’artista Delmark Corey Dennison, rispettivamente alla chitarra e seconda voce solista, per un brano che vira verso dell’errebì di eccellente fattura;: Jackie Scott, che firma Been Trying To Figure Out, è una di quelle grandi e “sconosciute” voci femminili che costellano la musica nera, tra blues e soul e fa veramente un gran lavoro in questo pezzo, notevole anche l’interplay tra le due chitarre.

Di nuovo Ronnie Shellist all’armonica, per il classico blues di una poderosa Terre Haute, mentre in Christmas In County tornano Welch e Geraci, per un altro super slow di quelli torridi, con Duncanson che canta sempre alla grande e Welch strepitoso alla solista. Vi pareva che in un disco di Chicago Blues (ma non solo) non fosse prevista anche la presenza di Bob Corritore all’armonica e Henry Gray al piano? Certo che no, e infatti ci sono entrambi in un vorticoso shuffle intitolato Home To My Baby; in Town Saint ritorna Shellist all’armonica per un delizioso funky-soul-blues di pregevole fattura, sempre ben cantato da Duncanson che, insieme a Stimmel, titilla dolcemente anche le chitarre. Avendo a disposizione un grande come Henry Gray perché non fargli cantare almeno un brano? Missione compiuta in Cold Chills, firmata dallo stesso, e che prevede di nuovo la presenza di Corritore all’armonica, la voce è vissuta, ma sempre vibrante in questo lento d’atmosfera. Per Easy To Love  torna di nuovo la bravissima Jackie Scott, nell’unico brano che prevede la presenza del loro vecchio armonicista Assselin, un blues pimpante che conferma il valore della Kilborn Alley Blues Band. E splendida anche Sure is Hot, una magnifica soul ballad, dove appare anche tale Cerbo, che nonostante la sua “rappata”, non riesce a rovinare questo brano cantato con grande intensità da Duncanson. Per concludere in bellezza una “strana” Night Creeper, un funky blues che prevede del talking da parte dei protagonisti e rievoca certe cose di Rufus Thomas del periodo Stax. Direi complessivamente un ottimo disco, tra i migliori in ambito electric blues di questo 2017.

Bruno Conti

Un “Finto” Giovane E I Suoi Maturi Amici Bluesmen. Big Jon Atkinson & Bob Corritore – House Party At Big Jon’s

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Big Jon Atkinson & Bob Corritore – House Party At Big Jon’s – Delta Groove/Ird      

Questo è un disco di cosiddetto “blues old school”, non per l’età del protagonista principale, Big Jon Atkinson (di recente sentito con Kim Wilson nel tributo a Big Walter http://discoclub.myblog.it/2016/06/07/il-piccolo-volta-tocca-al-grande-walter-various-artists-blues-for-big-walter/ ), che quando è stato registrato questo disco di anni ne aveva solo 26, ed ora ne ho 28, quanto per la modalità usata nella registrazione e per il tipo di suono che si è cercato di realizzare. L’album è stato concepito nello studio casalingo di Atkinson, il Big Tone in quel di San Diego, California, da qui il titolo House Party At Big Jon’s. Quindi pochi mezzi, apparecchiature vintage atte a ricreare il sound dei dischi di blues classico, volutamente scarno e con una tecnica sonora per certi versi primordiale. E’ anche un disco multi generazionale , perché l’età dei musicisti impiegati oscilla dai meno di 30 di Atkinson ai quasi 80 di Willie Buck, fino agli 87 di Tomcat Courtney, passando per i 60 del contitolare di questo album, Bob Corritore, che di solito ultimamente partecipava a molte produzioni all stars, ma questa volta si è calato a fondo nel mood voluto da Big Jon Atkinson, che per questa registrazione ha voluto ricreare il suono dei vecchi dischi di Chicago blues degli anni ’40 e ’50, un sound volutamente crudo e vintage, in un certo senso dando vita in musica alla sua passione per il restauro, il commercio e la vendita di vecchi strumenti e amplificatori, che è quello che Atkinson fa di mestiere per vivere.

Che poi questo giovanottone abbia anche una ottima tecnica alla chitarra e una voce gagliarda e vissuta sicuramente non guasta: in effetti il nostro canta 8 dei 16 brani presenti, un misto di materiale originale e vecchi brani blues, spesso oscuri, lasciandone sette ai vocalist ospiti, oltre ai citati Buck e Courtney, anche Dave Riley e Alabama Mike. Il suono forse è fin troppo filologico, a differenza delle abituali produzioni della Delta Groove, che di solito sono caratterizzate da un sound nitido e molto presente, ma per dare ancora maggiore autenticità a questo omaggio alle radici delle dodici battute in chiave elettrica si è preferito optare per questa scelta. Quindi solo voce, due chitarre, una solista ed una ritmica, armonica ed una sezione ritmica “analogica” con vari musicisti che si alternano a seconda dei brani, sia che siano originali di Atkinson o Corritore, sia in brani di Lightnin’ Slim, She’s My Crazy Little Baby, oppure ancora brani oscuri come At The Meeting di Charles Johnson, cantata da Dave RileyMojo Hand di Lightnin’ Hopkins, cantata da Alabama Mike, tutti suonano assolutamente autentici.

Tom(cat) Courtney porta al party (scusate il bisticcio) una Mojo In My Bread che non sarebbe stata fuori posto in qualche registrazione di Muddy Waters o John Lee Hooker degli anni ’40. Corritore, in tutti i brani fa con impegno il Big o Little Walter della situazione e in Mad About It, da lui firmata, dà una dimostrazione della sua eccellente tecnica allo strumento, poi ribadita nello strumentale latineggiante El Centro, anche se poi la parte vocale è di Atkinson, perché il lo strumentista di Chicago, ma trapiantato a Phoenix, non canta neanche se gli sparano. Empty Bedroom, un vecchio brano di Sonny Boy Williamson e I’m A King Bee, forse l’unico brano famoso di questa raccolta, cantata con impeto da Willie Buck, sono altri ottimi esempi della ricreazione di un vecchio sound che si riteneva perduto. Mentre Somebody Done Changed The Lock, cantata di nuovo da Alabama Mike, si arrampica anche sugli impervi sentieri del primo B.B. King, uno slow blues di quelli torridi dove Big Jon Atkinson si impegna con ottimi risultati pure alla slide. E anche i primi due o tre brani, quelli firmati da Atkinson o Corritore, tra cui la poderosa Goin’ Back To Tennessee sono altrettanto “vissuti”.  Insomma, senza citare tutti i brani, ce n’è per tutti i gusti, soprattutto per gli amanti del “vecchio” Blues, quello con la B maiuscola, magari fin troppo integralista nel suo dipanarsi, ma sicuramente questo House Party At Big Jon’s è un eccellente disco, vecchia scuola sì, ma non ancora defunta.

Bruno Conti

E Dopo Il Piccolo Questa Volta Tocca Al “Grande Walter”! Various Artists – Blues For Big Walter

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Various Artists – Blues For Big Walter – Eller Soul Records

Dopo il tributo al “piccolo Walter” Remembering Little Walter, dedicato dalla Blind Pig nel 2013 a questo fenomenale armonicista http://discoclub.myblog.it/2013/05/18/e-dopo-i-chitarristi-una-pioggia-di-armonicisti-remembering/ , era quasi inevitabile che prima o poi ne giungesse uno anche per il Walter più grande (non nella accezione della Litizzetto), in tutti i sensi, quel Big Walter Horton che, non uno che passa per caso per strada o il vostro umile recensore, ma il “signor” Willie Dixon ha definito “il migliore che abbia ma sentito”. Forse meno celebrato di Little Walter, anche perché la sua discografia come solista è veramente, scarna, mi pare cinque o sei dischi in tutto, di cui nessuno è rimasto negli annali della storia del disco, anche se l’Alligator del 1972 con Carey Bell e lo Stony Plain del 1974 sono degni di nota, la carriera del grande armonicista, nato sul Mississippi e morto a Chicago, è stata soprattutto quella di un grande, anzi grandissimo, gregario, in pista dagli anni ’30, ma arrivato alla consacrazione quando sostituì nel 1952 Junior Wells nella band di Muddy Waters, e poi suonando con chi lo richiedeva (anche con Martin Stone dei Savoy Brown, con i Fleetwood Mac e Johnny Winter), sia in studio che dal vivo, con l’ultima registrazione effettuata nel 1980, un anno prima della morte.

Questo tributo, curato e  prodotto da Ronnie Owens, è strutturato in modo diverso rispetto a quello a Little Walter: in quel disco Mark Hummel aveva radunato un certo numero di armonicisti per partecipare ad una session in cui tutti suonavano insieme, magari alternandosi alla guida, mentre per questo Blues For Big Walter l’approccio è diverso. Diciamo che il nucleo dell’album è stato registrato in una seduta unica il 18 gennaio del 2016 al Montrose Studio di Richmond, Virginia, con varie sezioni ritmiche, chitarristi, pianisti e, ovviamente, armonicisti, che si alternano nei vari brani, ma ci sono anche alcuni pezzi registrati in altre locations, e alcune registrazioni provengono dal passato. Ma veniamo al dettaglio: diciamo che in questo caso non si è voluto calcare la mano sui classici (qualcuno c’è pero), privilegiando anche brani meno conosciuti; per esempio l’iniziale Someday era uno dei brani che Big Walter suonava con Koko Taylor, e per riproporla abbiamo uno dei migliori armonicisti di oggi, Kim Wilson, che si accompagna al giovane chitarrista Big Jon Atkinson, che è anche la voce solista della canzone, un classico Chicago Blues di quelli duri e puri. She Loves Another Woman, viceversa viene dagli archivi di Bob Corritore, si tratta di una registrazione dell’ottobre del 1992 con il grande Jimmy Rogers alla chitarra e alla voce, ancora ruspante e in gran forma, mentre Worried Life (Blues) era uno dei classici che Horton suonava con Johnny Shines, qui ripresa da Mark Wenner dei Nighthawks, altro grande virtuoso dello strumento, ma chi non lo è in questo disco?

Per esempio Steve Guyger non è un nome celeberrimo, ma la sua prestazione in If It Ain’t Me, registrata in Finlandia (!) è da manuale. In un disco come questo non poteva mancare Mark Hummel, un altro dei grandi contemporanei dello strumento, la sua Hard Headed Woman è calda e vibrante come poche, sia la voce che l’armonica sprizzano blues a denominazione di origine controllata, mentre ammetto che Kurt Crandall, registrato in Olanda con musicisti locali, mi era del tutto sconosciuto, ma la sua versione di Great Shakes è ottima, con un suono dell’armonica arioso e potente. Bravo anche Ronnie Owens (in arte Li’l Ronnie Owens) l’ideatore del tributo, alle prese con una lenta e cadenzata We’re Gonna Move To Kansas City e fantastico il contributo di Sugar Ray Norcia & The Bluetones, con Mike Welch alla chitarra, con un Sugar Ray Medley di oltre 18 minuti, dove Norcia (soprattutto), Welch e il pianista Anthony Geraci suonano il blues alla grandissima, tra soli, ritmo e sudore, come le dodici battute classiche richiedono, il tutto registrato in quel di Quincy, Massachusetts, non una delle culle del blues, ma se suonano così chi se ne frega.

Anche Andrew Alli, alle prese con Evening Shuffle, mai sentito ma bravo; di nuovo Mark Hummel impegnato in Easy uno strumentale con Sue Foley, che dal fruscio iniziale sembra provenire da qualche vecchio vinile (ma è una impressione, è inciso benissimo, come tutto il CD) e poi Walking By Myself ancora con Mark Wenner e l’intenso Little Boy Blues, uno dei rari slow blues con Steve Guyger. Ma tutti i brani sono buoni, anche le ulteriori proposte di Owens ed Alli, oltre all’altra chicca di Corritore, questa volta con Robert Lockwood Jr. in Rambling On My Mind. Veramente un bel disco di armonica blues.

Bruno Conti