Lo Springsteen Della Domenica: Acustico, Intenso E Poetico! Bruce Springsteen – Kings Hall, Belfast, March 19, 1996

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Bruce Springsteen – Kings Hall, Belfast, March 19, 1996 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Ho ancora nelle orecchie i due concerti del Febbraio 1977 che è già di nuovo ora di parlare di un CD live di Bruce Springsteen, dato che ultimamente le uscite dei suoi archivi si sono notevolmente infittite. Questa volta siamo a Belfast, nell’Irlanda del Nord, durante la tournée del 1996 in supporto al mezzo capolavoro The Ghost Of Tom Joad (che portò il nostro anche ad eseguire la title track in apertura del Festival di Sanremo di quell’anno, davanti ad un emozionatissimo Pippo Baudo, in assoluto l’unico momento della manifestazione canora nostrana al quale ho assistito negli ultimi vent’anni), ed è il terzo live acustico del Boss in questa serie dopo quello registrato a Columbus, Ohio nel 2006 ed i Christic Shows del 1990. Era anche la prima volta che Bruce intraprendeva un tour in solitario, dato che Nebraska è stato l’unico album della sua carriera a non essere stato portato in giro (ed i due Christic Shows erano episodi isolati): a differenza però dei concerti del 2006, nei quali il Boss suonerà anche chitarra elettrica e pianoforte, qui abbiamo solo l’acustica e l’armonica, con saltuari interventi di Kevin Buell alle tastiere di sottofondo (posizionate però offstage). E nonostante i dubbi dell’epoca sul fatto che Bruce potesse reggere un’intera serata da solo (gli stessi dubbi che mi fecero desistere dal prendere i biglietti per le serate italiane, e badate che all’epoca non lo avevo ancora visto dal vivo), questo doppio CD non annoia neppure per un momento, nonostante superi abbondantemente le due ore.

La performance è calda, intensa, sentita, emozionante, con Bruce che all’inizio prega il pubblico di fare silenzio e di limitarsi ad ascoltare dato che non è un concerto rock; ci sono molti monologhi, che però non vanno mai ad appesantire le canzoni, ed alcuni pezzi escono letteralmente trasformati dal trattamento acustico. Ovviamente la parte del leone la fanno i brani di The Ghost Of Tom Joad (ne suona ben 10 su 12): su tutte la drammatica e splendida title track, che apre la serata, e la desertica Youngstown, due tra le migliori ballate del nostro (ma sono bellissime anche Highway 29, Sinaloa Cowboys, The Line, che prende in prestito la melodia da Love Minus Zero/No Limit di Bob Dylan, e soprattutto la straordinaria Across The Border). Stranamente ci sono solo due canzoni tratte da Nebraska, la title track, proposta nell’arrangiamento conosciuto, e Reason To Believe, che diventa un country-blues teso come una lama; il meglio però si ha con i pezzi originariamente elettrici, che in molti casi assumono un aspetto decisamente diverso. E’ il caso di Adam Raised A Cain, che diventa un folk-blues molto intenso, o di Murder Incorporated, che da potente pezzo rock si trasfigura in un vibrante blues.

E blues, con tanto di chitarra slide, lo è anche la classica Born In The U.S.A., praticamente irriconoscibile, nello stesso arrangiamento sofferto che aveva in origine e non bombastica come nell’album del 1984 (la versione di studio nel medesimo mood la trovate nel cofanetto Tracks). Darkness On The Edge Of Town è più conforme alla melodia conosciuta, ed è suonata con grande forza; ci sono anche tre brani all’epoca inediti: due di essi, la delicata The Wish (dedicata a sua madre, e Bruce scherza sul fatto che cantare a proposito della mamma non è molto rock’n’roll) e la scorrevole Brothers Under The Bridge troveranno posto su Tracks due anni dopo, mentre la tenue e poetica The Little Things è “unreleased” ancora oggi. Anche Bobby Jean in versione acustica è un’altra canzone rispetto a quella che conosciamo tutti (sembra una folk song), mentre la splendida This Hard Land mantiene la sua struttura classica; Streets Of Philadelphia è emozionante come sempre, e, dopo l’allora recente Galveston Bay, il concerto si chiude con The Promised Land, canzone insolita per terminare uno show del nostro, ma in questo caso perfettamente in tema. Uno Springsteen diverso, meno travolgente del solito ma forse persino più intenso: la prossima uscita documenterà un concerto del 1978, uno degli “anni magici” di Bruce.

Marco Verdi

E Costui Da Dove Spunta? Ed E’ Anche Bravo! Eliot Bronson – James

eliot bronson james

Eliot Bronson – James – Rock Ridge CD

Dave Cobb è sicuramente uno dei produttori del momento, almeno per quanto riguarda la musica che conta per questo blog, ma non è detto che ogni disco che vede lui alla consolle sia da prendere a scatola chiusa: anch’egli tiene famiglia e ha delle bocche da sfamare, altrimenti non si capisce perché talvolta troviamo il suo nome anche su album di gente che vive musicalmente ai suoi antipodi (Rival Sons e Europe, per fare due esempi). Quando però si rimane in ambito roots-Americana, è più che consigliabile buttare un orecchio verso i prodotti che recano il suo “marchio”, ed è il caso nella fattispecie di questo disco, segnalatomi da Bruno in quanto non conoscevo il soggetto, di Eliot Bronson, songwriter originario di Baltimore, Maryland, e con già tre album alle spalle (e l’ultimo di essi, l’omonimo Eliot Bronson del 2014, vedeva già Cobb in cabina di regia). James è il titolo, piuttosto enigmatico, del nuovo CD di Bronson, e devo dire che Bruno ci ha visto giusto anche stavolta, in quanto ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro di puro rock americano classico venato di country, con influenze che vanno da Bob Dylan (non sempre però) a Tom Petty passando per Gram Parsons.

Detto così potrebbe sembrare che Eliot sia uno dei tanti musicisti che spuntano ogni mese, ma devo dire che James si eleva nettamente dalla media, in quanto contiene una serie di canzoni di ottima fattura, suonate in maniera classica da un manipolo ridotto di mani esperte (l’abituale sezione ritmica di Cobb, Brian Allen e Chris Powell, il bravissimo chitarrista Brett Hartley, oltre agli stessi Cobb e Bronson): solo otto canzoni per mezz’ora scarsa di durata, ma quando la qualità è così alta non c’è davvero bisogno di allungare il brodo. Alcuni pezzi sono elettrici, altri più influenzati dal country, altri ancora tipicamente da songwriter, ma con un gusto spiccato per la melodia e per i suoni diretti ed immediati. L’album si apre con Breakdown In G Major, un vibrante blues elettrico sullo stile del Dylan degli anni sessanta, sia come voce che uso della strumentazione (armonica compresa), ritmo sostenuto e svisate di slide che “sporcano” il sound. Un ottimo biglietto da visita, anche se si tratta dell’unico brano in questo stile. Good Enough ha un incipit che ricorda The House Of The Rising Sun, ma solo all’inizio, in quanto la canzone si rivela essere una bellissima ballata crepuscolare dal motivo emozionante, una chitarra elettrica che lavora sottopelle sullo sfondo ed un’atmosfera carica di intensità.

Un’altra slide insinuante apre The Mountain, un pezzo ancora dall’eco “cosmica”, arrangiamento molto anni settanta ed un refrain aperto e di grande impatto; Stranger è tenue, acustica, con una languida steel in lontananza ed una ritmica discreta, un pezzo non banale e da cantautore puro, mentre Rough Ride (dedicata a Freddie Gray, un ragazzo di colore di Baltimore arrestato per possesso illegale di arma da taglio e massacrato di botte fino alla morte dalla polizia durante il trasporto al commissariato) è splendida, con un chitarrone alla Neil Young, una melodia fluida e scorrevole figlia del miglior Tom Petty ed un tempo mosso e coinvolgente: magnifica. Hard Times è una country-rock ballad dal suono classico e puro, molto seventies, ennesimo pezzo di qualità superiore, Rollin’ Down A Line è un folk-rock molto orecchiabile, diretto e piacevole, ancora con Petty in mente, un’altra canzone da annoverare tra le più belle. Finale intimo con la pacata Mercy, intenso momento elettroacustico, un brano delicato nella strumentazione ma solido nello script.

Anche questa volta Dave Cobb non ha sbagliato cavallo, ma il merito va indubbiamente ad Eliot Bronson, uno da tenere decisamente d’occhio.

Marco Verdi

Ci Mancava Un Ennesimo Bel Tributo A Bob Dylan! Various Artists – Take What You Need

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Various Artists – Take Whay You Need: UK Covers Of Bob Dylan Songs 1964-69 – Ace CD

Uno degli infiniti modi per capire l’importanza di Bob Dylan è notare che nel 2017, a 55 anni dal suo esordio discografico, sono usciti ben tre tributi alla sua arte, e tutti da parte di artisti di una certa importanza (Old Crow Medicine Show, Willie Nile e Joan Osborne, il tutto mentre Bob era sempre più impegnato ad omaggiare Frank Sinatra): ora la Ace, etichetta londinese indipendente che aveva già pubblicato How Many Roads: Black America Sings Bob Dylan, ha ideato questo originale Take What You Need, che come recita il sottotitolo si occupa di radunare alcune cover dylaniane da parte di artisti britannici, uscite negli anni sessanta. Quella era infatti la decade nella quale Dylan, oltre che essere già importante, era anche “cool”, e se volevi essere al passo coi tempi dovevi giocoforza incidere una sua canzone prima o poi; in diversi casi le cover ottennero più successo degli originali (per esempio Blowin’ In The Wind di Peter, Paul & Mary o la Mr. Tambourine Man dei Byrds), in altri si occupavano di canzoni che Bob non aveva neppure pubblicato (Farewell Angelina di Joan Baez o The Mighty Quinn dei Manfred Mann), in altri, assai raramente, la rilettura surclassava nettamente la versione di Dylan (una su tutte, All Along The Watchtower di Jimi Hendrix). Take What You Need è interessante in quanto racchiude tutte cover abbastanza poco note, certamente rare (non inedite, ma vi sfido a trovarle comunque in giro) anche se va detto che in quasi nessun caso superano l’originale.

L’ascolto è però tutto sommato piacevole, grazie anche al libretto incluso che fornisce note dettagliate canzone per canzone, ma soprattutto per la bellezza dei brani stessi. Si inizia con The Fairies, un gruppo-meteora che fece uscire appena tre singoli, con una deliziosa Don’t Think Twice, It’s All Right, tra folk-rock e country, con la melodia del brano che si presta alla perfezione a questo trattamento, in contrasto con la voce arrochita e “beat” del cantante Dane Stephens. Una giovanissima Marianne Faithfull ci presenta una Blowin’ In The Wind molto leggiadra, tra folk e pop, gradevole anche se un po’ barocca, diciamo che quello della folksinger non era il vestito giusto per lei; la corale Oxford Town dei Three City Four (un gruppo folk che comprendeva Leon Rosselson alla voce e soprattutto il grande Martin Carthy alla chitarra) ha il sapore dei vecchi canti appalachiani, con il banjo come strumento guida, mentre Ian Campbell ed il suo Folk Group rileggono The Times They Are A-Changin’ in maniera rigorosa, con la stessa enfasi dei gruppi del folk revival di casa al Village (cover già datata allora, era il 1965 e Dylan era tre passi avanti ed aveva già attaccato la spina). I Manfred Mann sono famosi per la già citata The Mighty Quinn, ma qui la scelta è ricaduta su If You Gotta Go, Go Now: bella versione, molto Dylan ’65 grazie all’uso di chitarre ed organo; It’s All Over Now Baby Blue (canzone che contiene la frase che intitola il CD) dei misconosciuti The Cops’n’Robbers, un gruppo errebi-garage che sparì dopo tre singoli, si salva per la bellezza della canzone, ma sparisce in confronto con quella dei Them.

Mr. Tambourine Man del duo folk-rock Chad And Jeremy è letteralmente copiata da quella dei Byrds, riff di chitarra compreso, ad un ascolto disattento potrebbe sembrare la stessa canzone, cover senza la minima personalità, mentre Noel Harrison, figlio dell’attore Rex, riesce a fare sua la splendida Love Minus Zero/No Limit proponendo una rilettura di ottimo livello. One Too Many Mornings da parte della folksinger Julie Felix (che allora veniva spacciata per la Joan Baez inglese) è forse scolastica ma comunque bella, pura e cristallina; la grandiosa Visions Of Johanna è materia pericolosa, ma gli sconosciuti The Picadilly Line (è giusto con una “c” sola) la ripropongono con mano leggera, rispettosa e preservando la melodia originale. Il folksinger scozzese Alex Campbell, troppo tronfio, non rende un gran servizio a Just Like Tom Thumb’s Blues, meglio The Alan Price Set, con l’ex Animals che ci regala una versione essenziale, voce e piano, della bellissima To Ramona, mentre The Factotums (un gruppo di Manchester scoperto da Andrew Loog Oldham che però non ebbe fortuna) rilasciano una Absolutely Sweet Marie decisamente dylaniana, ma piacevole e riuscita. I poco noti The Alan Bown sono presenti con una All Along The Watchtower bella, roccata e potente: pare addirittura che Hendrix fu influenzato da questa versione, più che dall’originale di Bob (la voce solista, Jess Roden, poi nei Bronco, sarebbe stato uno dei candidati a sostituire Jim Morrison nei Doors, ma questa è un’altra storia); Boz altri non è che Raymond Burrell, futuro membro prima dei King Crimson e poi dei Bad Company, e la sua I Shall Be Released in veste soul-rock è una delle più belle del CD.

Julie Driscoll e Brian Auger (che sono i due raffigurati in copertina) colorano I Am A Lonesome Hobo di soul-errebi, trasformandola completamente, mentre I’ll Keep It With Mine dei Fairport Convention è fin troppo nota (ma allora perché non mettere la drammatica Percy’s Song?); il quartetto The Mixed Bag è tra i meno conosciuti del CD (hanno all’attivo appena due 45 giri), anche se questa pimpante e divertente Million Dollar Bash è prodotta dal grande Tim Rice ed è tra le più gradevoli. Il chitarrista folk-blues Cliff Aungier non sbaglia con una vivace Down Along The Cove (ma il flauto c’entra poco), mentre i Country Fever, che è uno dei gruppi meno noti tra quelli in cui ha militato il grande chitarrista Albert Lee, si cimentano con la non facile Tears Of Rage e riescono nell’intento, bella versione. Il CD si chiude con due degli artisti più popolari: Joe Cocker alle prese con una Just Like A Woman un po’ troppo pop per i miei gusti (ci suona anche Jimmy Page, ma non fa molto per farsi sentire), e Sandie Shaw, la “cantante scalza”, che propone un’eterea Lay, Lady, Lay, bell’arrangiamento ma voce troppo infantile. In definitiva Take What You Need è un dischetto gradevole, non troppo impegnativo, ma interessante, con diverse buone versioni di classici di Bob Dylan e qualcuna meno valida: mi sento comunque di consigliarlo soltanto ai dylaniani incalliti.

Marco Verdi

Questa E’ Una Grande Voce (E Anche Chitarrista)! Carolyn Wonderland – Moon Goes Missing

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Carolyn Wonderland – Moon Goes Missing – Home Records

L’ultima volta che ho avvistato (e ascoltato) Carolyn Wonderland era come ospite in un brano dell’eccellente Amazing Texas Blues Voices del “nostro” Fabrizio Poggi, alle prese con una versione grintosa e sanguigna di Nobody’s Fault But Mine, dove si apprezzava la sua voce potente e l’ottimo stile chitarristico http://discoclub.myblog.it/2016/08/31/piccolo-aiuto-dai-amici-gran-bel-disco-fabrizio-poggi-and-the-amazing-texas-blues-voices/ . Parafrasando il titolo di quel disco la Wonderland è effettivamente una “strabiliante voce texana”, nativa di Houston, vive da parecchi anni a Austin, dove è considerata una delle “regine” della scena blues locale. Con una discografia che con questo Moon Goes Missing approda al decimo album (tra dischi di studio e live), tutti rigorosamente poco reperibili, come spesso capita per i dischi belli, l’ultimo di studio era stato Peace Meal del 2011, ma nel 2015 ne era uscito anche uno dal vivo in trio per la Bismeaux Records, l’etichetta di Ray Benson degli Asleep At The Wheel, che è anche il proprietario degli studi discografici dove è stato registrato questo CD.

Ma la nostra amica non fa “solo” blues, anche la roots music e la musica dei cantautori non sono estranee al suo stile: e Bob Dylan è un fan dichiarato, al punto che nel 2004 chiese a Carolyn di scrivere alcuni versi di “risposta”al testo di una sua celeberrima canzone, che per l’occasione del nuovo album diventa  Brand New Leopard Skin Pillbox Hat, ed è uno dei maggiori motivi di interesse di questo disco, ma non l’unico. Partiamo proprio da questo pezzo: insieme alla Wonderland appare come seconda voce, slide e resonator guitar, ukulele e armonica (anche nel resto del disco), un ingrifato Guy Forsyth, che contribuisce al call and response di questa versione che evidenzia ancora di più l’aspetto blues del brano, con una versione dove le voci e le chitarre pimpanti dei due protagonisti  contribuiscono a creare una atmosfera calda e coinvolgente, e poi lei canta veramente bene. Ma questa non è una sorpresa, come si evidenzia fin dall’iniziale title track Moon Goes Missing, con le armonie vocali di Shelley King e un sound da bayou, misterioso e felpato, dove si apprezza anche il piano di  Cole El-Saleh, oltre alla chitarra della stessa Wonderland, che ha un tocco molto raffinato, ma è la voce ovviamente l’elemento che colpisce, potente e con quel tocco di “negritudine” che non guasta. Se aggiungiamo che i due musicisti che completano il suo trio, Kevin Lance alla batteria e Bobby Perkins al basso, sono due “vecchie volpi” della scena locale, si capisce perché la nostra amica è considerata una delle migliori cantanti della musica texana, più volte laggiù premiata (curiosamente Carolyn si è sposata nel 2011 sempre a Austin in una cerimonia officiata da Michael Nesmith).

Tornando alla musica Open Eyes è il blues classico che ti aspetteresti in un suo disco, uno slow intenso dove si apprezza anche l’organo Hammond B3 di Red Young,  e la voce sale e scende ben sostenuta dal lavoro eccellente della solista della stessa Wonderland, che è una chitarrista di notevole valore. Molto buono anche il duetto, scritto e cantato insieme a Ty Taylor, la turbina umana che è il leader dei Vintage Trouble, i due se le “suonano e se le cantano di gusto” nel funky-gospel-blues che risponde al nome di Hellfire Bitters; e pure la cover di  Can’t Nobody Hide From God dal repertorio di Blind Willie Johnson non scherza, elettrica e passionale, a tutta slide, con la voce che rimane padrona assoluta della canzone. In Swamp ci aiuta il titolo, una breva trasferta dal Texas alla Louisiana, con Forsyth all’armonica e tocchi di bayou-rock alla Creedence , della cover di Dylan abbiamo detto, ma anche la lunga e bellissima She Wants To Knows, con l’aggiunta di fiati, piano e organo a colorare il sound, ha una aura roots-rock ante litteram che non può non rimandare alla Janis Joplin di Pearl, e la parte centrale strumentale è fantastica, grande brano. Molto piacevole e rilassato l’old fashioned style di una birichina To Be Free, con “assolo” di voce alla Armstrong di Carolyn Wonderland, che è anche una brava trombettista, mentre Everytime You Go è un tagliente blues texano, con elettrica ed armonica a sostenere la voce a pieni polmoni della Wonderland, che poi si concede a un ritmato gospel-soul come Come Together, scritto insieme a Ruthie Foster, prima di chiudere con l’ultima sorpresa del disco, una versione intima ed acustica, ma di grande intensità, di Bad To The Bone di George Thorogood, solo voce e chitarre, ma che voce. Se già non la conoscete vale la pena di esplorare, per i fan una conferma.

Bruno Conti

Quest’Uomo E’ Sempre Una Potenza! Tom Jones – Live On Soundstage With Alison Krauss

tom jones live on soundstage

Tom Jones – Live On Soundstage w/Alison Krauss – BMG Rights Management CD+DVD

Tra i musicisti, come vogliamo chiamarli, “diversamente giovani”, Tom Jones è sicuramente uno di quelli che negli ultimi anni di carriera ha avuto una metamorfosi qualitativa (soprattutto a livello musicale, la voce è sempre stata strepitosa) veramente notevole: non è l’unico, pensiamo a Johnny Cash o a Neil Diamond, per parlare di due casi evidenti, ma ce ne sono stati altri magari meno conosciuti, come pure, in quantità maggiore, moltissimi che con l’andare del tempo sono invece decisamente peggiorati, ma questo vale anche per i giovani, purtroppo. Il cantante gallese ha avuto diverse fasi nella sua lunghissima carriera: prima il classico cantante pop, nell’Inghilterra degli anni ’60, uno dei rivali in classifica dei Beatles e degli Stones, con una serie di canzoni di successo famosissime, da Delilah a It’s Not Unusual, passando per il tema di Thunderball e Green Grass Of Home, poi c’è stata la fase dei concerti a Las Vegas (che comunque è durata fino al 2011), un lungo declino, soprattutto a livello discografico, e il ritorno, con un paio di “tormentoni” come Kiss e Sex Bomb che lo hanno fatto conoscere anche alle ultime generazioni. Il primo periodo quello del pop singer mainstream, per quanto fatto di canzoni appunto pop, spesso ha raggiunto livelli più che dignitosi, toccando anche il repertorio di Bacharach & David, classici della country music, il tutto sempre nobilitato dalla sua voce calda e potente.

Poi, improvvisamente, alla soglia dei 70 anni, nel 2010, ha deciso di dare una svolta radicale alla sua carriera, pubblicando il primo di una trilogia di album fantastici, aperta da un album come Praise And Blame, prodotto da Ethan Johns, e suonato (e cantato) da una serie di musicisti strepitosi, da Booker T Jones a Benmont Tench, Gillian Welch e David Rawlings, Dave Bronze, Bj Cole e Henry Spinetti, tra i grandi musicisti inglesi degli anni ’60/70; un disco dove gli elementi blues e gospel si fondevano con una certa roots music di qualità, con pezzi anche di Dylan e Billy Joe Shaver. I due dischi successivi, Spirit In The Room, ancora prodotto da Johns, e incentrato soprattutto sul repertorio dei grandi cantautori, e Long Lost Suitcase, un mix dei due precedenti con brani tradizionali e blues, alternati a canzoni dei Los Lobos, degli Stones e di Willie Nelson, hanno cementato questa rinascita. Per completare questo filotto di grandi album ora esce Tom Jones Live On Soundstage, registrato nel Granger Studio di Chicago dove si registra il celebre programma della PBS Soundstage: e lo fa presentandosi con una band da sogno, con Doug Lancio (il chitarrista di John Hiatt e mille altri), Marco Giovino alla batteria e direttore musicale, Tom West, a piano, organo e fisarmonica, Neal Pawley, trombone e chitarre aggiunte, e Viktor Krauss al basso, che si è portato anche la sorella Alison Krauss, voce duettante e violino in tre brani; molto meglio del precedente Live di Jones dove a duettare c’era l’anglo-australiano John Farnham.

Inutile dire che il concerto è bellissimo, da ascoltare, ma anche da vedere, meglio, nel DVD allegato, con Tom Jones che è sempre il consumato performer che tutti conosciamo, veterano di migliaia di concerti e che tiene subito in pugno il pubblico fin dall’apertura: affidata ad una intima ed intensa Tower Of Song di Leonard Cohen, con un bel arrangiamento che privilegia la chitarra acustica di Lancio e il piano elettrico di West, poi entra in modo discreto il resto della band quando il brano si apre sulla melodia della splendida canzone. I ritmi si alzano subito con il gospel tradizionale Run On, un brano che Jones racconta era uno dei preferiti di Elvis e i due la cantavano spesso in privato, senza averla mai incisa insieme, fatta a tempo di rock&blues alza subito la temperatura del concerto, grande versione e che voce; Strange Things di SisteRosetta Tharpe viene fatta tra R&R e blues, tra ritmo e divertimento, con il piano protagonista. Non mancano i vecchi classici di Tom, la prima ad apparire in scaletta è Delilah, in versione 2.0, con elementi rootsy e una fisarmonica malandrina, ma il pezzo rimane una sorta di valzer senza tempo con Lancio che inizia a scaldare la chitarra; Take My Love (I Want To Give It), viene da Long Lost Suitcase ed è un bel rock-blues poderoso di nuovo con Doug Lancio in evidenza, A questo punto, accolta da un grande applauso, sale sul palco Alison Krauss, e i due intonano una deliziosa Opportunity To Cry, un pezzo di Willie Nelson che è country puro, seguita da Raise A Ruckus un traditional dove la Krauss imbraccia anche il suo violino guizzante e si va di bluegrass a tutto tondo, con l’intermezzo dixieland del trombone.

Elvis Presley Blues, il brano della coppia Welch e Rawlings è l’occasione per ricordare un vecchio amico, un episodio dall’atmosfera malinconica e di grande fascino, solo la voce di Jones e la chitarra con riverbero di Lancio. Altro grande brano è Soul Of A Man, un vecchio blues di Blind Willie Johnson con un incisivo Lancio alla slide e pure If I Give My Soul di Billy Joe Shaver non scherza, una bellissima country ballad cantata con passione da Jones, che poi ribadisce la sua serata magica con una sanguigna rilettura di un John Lee Hooker d’annata con una Burning Hell da manuale, di nuovo con Lancio alla slide, sembrano quasi i Led Zeppelin; eccellente anche Don’t Knock, il pezzo degli Staples Singers, che è quasi R&R puro, con il call and response coinvolgente con il resto della band. A questo punto torna Alison Krauss per una folata country-rock-gospel in una  Didn’t It Rain con tocchi stonesiani, ma Tom non può esimersi anche dal cantare un altro dei suoi standard assoluti, con una versione di grande pregio di Green Green Grass Of Home che diventa una country ballad splendida, quasi commovente. ‘Til My Back Ain’t Got No Bone è soul purissimo dal repertorio di Eddie Floyd, molto bluesy e ancora con quella voce incredibile in azione, persino Kiss in questa veste sonora rootsy e rinnovata diventa un funky maligno e divertente (beh, quello lo era già, pero niente Sex Bomb per fortuna, anche se la canta sempre dal vivo). Ci avviamo alla conclusione ma c’è tempo ancora per una potentissima I Wish You Would che in quanto a grinta non ha nulla da invidiare alla versione degli Yardbirds, con Lancio che titillato da Jones strapazza la sua chitarra, e poi, naturalmente per gli altri cavalli da battaglia, Thunderball e It’s Not Unusual, sempre in modalità Deluxe per chitarra acustica, trombone e fisarmonica, per salutare infine il pubblico presente ad un concerto magnifico con una What Good Am I? di Bob Dylan che è la ciliegina sulla torta di una serata da ricordare e questo Live, tra i migliori di questa annata, ne è la documentazione fedele.

Bruno Conti

Se Ne E’ Andato Uno Dei Più Grandi Rocker Del Pianeta: Un Ricordo Di Tom Petty!

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Negli ultimi due anni le morti eccellenti nel mondo della musica rock sono state più che copiose, ed alcune di esse mi hanno toccato più di altre (quella di Leonard Cohen su tutte, ma anche Glenn Frey e David Bowie che, piaccia o no, è stato un grande nel suo genere), ma nonostante tutto non si pensa mai che la stessa cosa possa toccare ad “uno di quelli”, cioè ai musicisti che fanno parte della cerchia delle tue leggende personali, quelle con i quali sei cresciuto e hai formato i tuoi gusti. Tom Petty, morto improvvisamente ieri a Santa Monica in conseguenza di un attacco cardiaco (ed a soli 66 anni), faceva proprio parte del ristrettissimo gruppo dei miei idoli personali, un club esclusivo il cui presidente è Bob Dylan ed i pochi soci rispondono ai nomi di Bruce Springsteen, Neil Young, Rolling Stones, John Fogerty e, appunto, Tom Petty (un club al quale perfino due come Paul Simon e Van Morrison non sono ammessi, e Paul McCartney ottiene ogni tanto una wild card speciale, ma non sempre, e più che altro per le sue frequentazioni negli anni sessanta). La scomparsa di Petty mi ha lasciato basito, incredulo, con la stessa sensazione che si prova quando ti muore un vecchio amico: nel mondo del rock ho provato la stessa sensazione solo quando nel 2001 scomparve George Harrison, da sempre il mio Beatle preferito ed anche lui socio del club di cui sopra, e, in parte, con Freddie Mercury, che, aldilà dei gusti personali, per me è stata la più grande voce della musica rock di sempre (mentre quando hanno sparato a John Lennon avevo nove anni, non sapevo neanche chi fosse).

Thomas Earl Petty nasce nel 1950 a Gainesville, Florida, da una famiglia benestante, e comincia ad interessarsi al rock’n’roll all’età di dieci anni, come tanti altri vedendo in TV prima Elvis Presley e più avanti i Beatles nella loro leggendaria apparizione all’Ed Sullivan Show. In seguito Tom comincia ad interessarsi a Bob Dylan, ai Rolling Stones e forse a quella che è stata sempre la sua più grande influenza, cioè i Byrds, il cui tipico suono jingle-jangle creato dalla Rickenbaker 12 corde di Roger McGuinn sarà molto presente nelle sue future canzoni. A 17 anni Petty forma la sua prima band, gli Epics, che poi diventeranno Mudcrutch, un gruppo importante in quanto ha nelle sue fila Mike Campbell e Benmont Tench, che nel 1976 entreranno a far parte con lui degli Heartbreakers. Inizialmente Ton suona il basso, ma la sua vera passione è la chitarra, e per imparare a suonarla prende lezioni dal compaesano Don Felder, chitarrista già conosciuto nell’ambiente e che a breve entrerà a far parte degli Eagles. Dopo un singolo poco fortunato, Depot Street, i Mudcrutch si sciolgono e Petty forma gli Heartbreakers con Campbell, Tench e gli amici Ron Blair e Stan Lynch: i cinque vengono notati dal grande produttore inglese Denny Cordell (Moody Blues, The Move, Joe Cocker, Leon Russell), che decide di portarli in studio a fargli incidere il primo album per la sua etichetta, la Shelter Records. Tom Petty & The Heartbreakers è un ottimo album di rock’n’roll, ficcante e diretto, con subito un paio di canzoni che diventeranno futuri classici: Breakdown e soprattutto la bellissima American Girl, un brano che fino all’ultimo Tom proporrà in chiusura dei suoi concerti. Il disco non ha molto successo, a causa di una scarsa promozione e per il predominio in quegli anni del movimento punk; You’re Gonna Get It, trainato dagli ottimi singoli I Need To Know e Listen To Her Heart, vende un po’ di più, ma la Shelter naviga in condizioni economiche precarie (chiuderà poi nel 1981) e viene venduta alla più potente MCA, cosa che manda su tutte le furie Petty che inizia una causa legale in quanto non vuole incidere per un’altra etichetta, una cosa che rischia di stroncargli la carriera.

Alla fine prevarrà il buonsenso, e Tom verrà premiato in quanto il suo terzo album con gli Heartbreakers, Damn The Torpedoes (1979), sarà un grande successo, uno splendido disco di puro rock (prodotto da Jimmy Iovine, che diventerà il nome più in voga del periodo) che ancora oggi molti considerano il disco migliore di Petty, con dentro capolavori come Refugee, Even The Losers e Here Comes My Girl, ed il classico suono della band che inizia a prendere forma, così come le esibizioni live del quintetto, che si rivelano come tra le migliori in circolazione nel periodo. Con Hard Promises (1981) e Long After Dark (1982), Tom sforna due ottimi album “di gestione”, con dentro belle canzoni come The Waiting, Straight Into Darkness, Change Of Heart ed il duetto con Stevie Nicks Insider (un altro duetto con la bionda cantante dei Fleetwood Mac, Stop Draggin’ My Heart Around, scritta da Tom, volerà altissimo in classifica, e questo di Garrison Starr è il primo tributo personale, credo, dopo la morte di Petty https://www.youtube.com/watch?v=u4TttrS6IDo). Dopo tre anni di silenzio ed un album altalenante ma che il tempo rivaluterà (Southern Accents, con dentro la splendida title track, la potente Rebels e la famosa Don’t Come Around Here No More, che diventerà un pezzo centrale delle esibizioni live future).

Dopo un disco dal vivo buono ma poco rappresentativo (Pack Up The Plantation!), ecco arrivare uno degli incontri più determinanti della vita di Petty, cioè quello con Bob Dylan, che sceglie Tom e la sua band inizialmente per accompagnarlo nel breve set al Farm Aid del 1985 (il primo in assoluto) e poi, visti i risultati, anche come backing band per il tour australiano, americano ed europeo nei due anni a venire, il che dona a Petty un’esposizione mondiale che prima non aveva mai avuto, facendolo conoscere in ogni angolo del pianeta (piccolo ricordo personale: domani, 4 Ottobre, ricorrono i trent’anni del primo concerto in assoluto al quale ho assistito, cioè proprio Dylan e Petty (e McGuinn) all’Arena Civica di Milano, una serata nella quale ho letteralmente scoperto Tom ed gli Heartbreakers, avendomi entusiasmato anche più di Bob).

Dopo un disco piuttosto monolitico e poco amato anche da Petty stesso (Let Me Up (I’ve Had Enough), che però contiene la trascinante Jammin’ Me, scritta insieme a Dylan) ecco un’altra svolta: Tom entra a far parte nel 1988 del supergruppo dei Traveling Wilburys insieme a George Harrison, Bob Dylan, Roy Orbison e Jeff Lynne, una band il cui album Volume 1, molto divertente ed old-fashioned, diventerà inaspettatamente un grande successo, andando dritto al numero uno di Billboard (nel 1990 i Wilburys bisseranno con Volume 3, senza Orbison, scomparso poco dopo l’uscita del primo album). Tom inizia quindi a frequentare Lynne, all’epoca il produttore più richiesto, che collaborerà con lui per lo strepitoso Full Moon Fever, il miglior album di Petty per chi scrive, con grandi canzoni come Free Fallin’, Runnin’ Down A Dream, Yer So Bad, A Face In The Crowd, Love Is A Long Road e soprattutto la stupenda I Won’t Back Down, nel cui videoclip, oltre a Lynne, compaiono George Harrison e Ringo Starr). Nel 1991 esce l’ottimo Into The Great Wide Open, sempre prodotto da Lynne e con capolavori come Learning To Fly e la title track (e qui il video è una sorta di mini-film, con Johnny Depp e Faye Dunaway), mentre due anni dopo è la strepitosa Mary Jane’s Last Dance il brano di punta del suo primo Greatest Hits (nel video c’è Kim Basinger).

Ormai Petty è diventato un musicista dalla reputazione immensa, anche per il fatto che dal vivo è, insieme alla E Street Band di Springsteen, la migliore rock’n’roll band al mondo, come testimonia l’imperdibile cofanetto del 2009 The Live Anthology (un box da isola deserta) ed il DVD registrato a Gainesville nel 2006 ed allegato allo splendido film di Peter Bogdanovich Runnin’ Down A Dream. Petty continuerà a pubblicare dischi con una certa regolarità, alternando lavori da non perdere (Wildflowers, splendido episodio solista del 1994, il vero disco della maturità, Echo del 1999, il ritorno al rock con gli Heartbreakers, o l’eccellente Highway Companion del 2006, nel quale torna a collaborare con Jeff Lynne) ad altri meno brillanti ma con sempre diverse canzoni di livello (la colonna sonora She’s The One, il discontinuo The Last DJ, il bluesato Mojo ed il monotematico Hypnotic Eye del 2014, che purtroppo è diventato il suo testamento musicale). In mezzo, Tom ha addirittura riesumato i Mudcrutch nella loro formazione originale (e tornando dunque a suonare il basso), per due album davvero splendidi di classico rock americano, il cui secondo, uscito lo scorso anno, è stato disco del 2016 per il sottoscritto.

Adesso probabilmente uscirà la tanto rimandata versione deluxe doppia di Wildflowers, e magari tante altre cose, ma avrei davvero preferito che il tutto rimanesse per qualche tempo nei cassetti pur di vedere ancora Petty tra noi: e dire che era dato in ottima forma, aveva appena chiuso (il 25 Settembre) il tour del quarantennale, e sembrava pronto ad entrare in studio per incidere nuove canzoni (nel frattempo aveva trovato il tempo di produrre il bellissimo Bidin’ My Time, comeback album dell’amico ed ex Byrds Chris Hillman, recensito dal sottoscritto pochi giorni fa per questo blog http://discoclub.myblog.it/2017/09/30/dopo-stephen-stills-e-david-crosby-ecco-un-altro-giovane-di-talento-lex-byrd-ha-ancora-voglia-di-volare-alto-chris-hillman-bidin-my-time/ ). Ci lascia un grande rocker, autore splendido quanto sottovalutato, e performer straordinario (dopo Milano 1987 lo avevo rivisto a Lucca nel 2012 ed era stato devastante, uno dei migliori concerti della mia vita): vorrei ricordarlo con un brano dei Wilburys che vedeva lui alla voce solista, un pezzo nel quale i quattro omaggiano in maniera toccante Roy Orbison da poco scomparso, ma che oggi diventa (purtroppo) un modo di congedarci anche da lui.

Addio Tom: da oggi il mondo del rock non è più lo stesso, e non è una frase fatta.

Marco Verdi

P.S. Marco ha già detto tutto quello che c’era da dire, io mi limito ad aggiungere i video di cinque canzoni (più una) che forse hanno fatto la storia di Tom Petty e della sua musica.

1977: siamo in piena epoca punk, dagli States arriva il primo album omonimo di Tom Petty & The Heartbreakers, e qualcuno li inserisce all’inizio persino in questo filone, ma American Girl fin da subito sembra un brano perduto dei Byrds, lo stesso Roger McGuinn si chiede quando l’abbia scritta!

1979: Petty diventa una superstar del rock, pubblicando quello che tuttora molti considerano il suo album più bello, Damn The Torpedoes e la canzone più rappresentativa di quell’album è sicuramente Refugee.

1985: E’ l’anno di Southern Accents, un disco all’inizio non amatissimo, ma poi nel tempo rivalutato, grazie anche un video veramente strepitoso come Don’t Come Around Here No More.

1990: Esce Full Moon Fever, altro disco strepitoso che se la batte con Damn The Torpedoes come vetta più alta dell’arte pettyana, con alcune canzoni strepitose e una memorabile come Free Fallin’.

1994: altro disco splendido, il secondo come solista per Tom Petty dopo Full Moon Fever (anche se gli Heartbreakers sono presenti tutti a parte Stan Lynch), stiamo parlando di Wildflowers: scegliamo You Wreck Me da quel disco, ma ci sarebbero altri tre o quattro brani formidabili tra cui scegliere.

E infine, come fuori quota, e che fuori quota, direi di inserire un’ultima canzone meravigliosa come Learning To Fly, e poi la finiamo, anche se potremmo andare avanti a lungo, ma questo lungo Post rischierebbe di diventare un appendice dell’Enciclopedia Treccani.

Magari un’altra volta, tanto Tom Petty non lo dimentichiamo di sicuro.

Bruno Conti

Un Buon Live, Anche Se Monco. John Prine – September 78

john prine september '78

John Prine – September 78 – Oh Boy CD

Questo CD non fa parte dei numerosi bootleg dal vivo tratti da trasmissioni radiofoniche e pubblicati in maniera semi-legale in Inghilterra (categoria di album che peraltro amo molto poco), ma è un disco ufficiale uscito qualche Record Store Day fa in vinile e stampato dall’etichetta di John Prine, la Oh Boy Records, ed ora immesso sul mercato su scala più larga in versione download digitale (e fisica). Si tratta di un concerto che il grande cantautore di Chicago tenne nel mese ed anno del titolo nella sua città natale, durante il tour in supporto di Bruised Orange. Si tratta di un periodo felice della carriera di Prine, nella quale John pubblicava dischi con una continuità e qualità da far invidia ai grandi, ma nonostante ciò è una fase per nulla documentata ufficialmente riguardo alle esibizioni dal vivo. September 78 ripara parzialmente alla mancanza (vedremo perché parzialmente), mostrandoci un Prine diverso da quello conosciuto, più elettrico e con una vera rock band alle spalle (formata da Johnny Burns alle chitarre, Howard Levy al piano, organo, mandolino e sassofono, Tommy Piekarski al basso ed Angelo Varias alla batteria): gli arrangiamenti dei brani assumono quindi tonalità diverse, pur mantenendo la struttura folk tipica dello stile del nostro, e lo stesso John suona spesso la chitarra elettrica, cosa impensabile oggi.

Un concerto molto interessante quindi, che tranne in un caso lascia da parte i classici per proporci canzoni meno note del songbook di Prine: c’è da dire, ed è l’unica pecca del CD, che sono presenti solo dieci canzoni per la miseria di 33 minuti scarsi, e se proprio non si voleva fare un doppio CD, lo spazio per almeno altrettante canzoni c’era eccome (e se andate a vedere le scalette dell’epoca, i pezzi famosi John li suonava); in più, la confezione è alquanto spartana, sul tipo dell’ultimo di John Mellencamp. Il dischetto inizia con la saltellante Often Is A Word I Seldom Use, dal ritmo sostenuto e gran lavoro di armonica di Levy, un ottimo esempio di folk-rock elettrificato. Angel From Montgomery è l’unico classico presente, e la veste elettrica e leggermente soul (grazie all’uso dell’organo) le dona nuovo vigore; Crooked Piece Of Time è dylaniana sia nella melodia che nell’arrangiamento vagamente sixties, mentre la corale I Had A Drream è decisamente diretta e piacevole, ancora con gran lavoro di organo e chitarre sempre pronte a graffiare. Try To Find Another Man è un pezzo dei Righteous Brothers, che qui assume toni tra country ed afterhours, con un notevole pianoforte e Prine che gigioneggia un pochino.

Pretty Good, preceduta dalle presentazioni, è un po’ tignosa e con una melodia ridotta all’osso, mentre Iron One Betty è un folk-rock tipico del nostro, una di quelle canzoni intrise di musicalità ed ironia che lo hanno reso celebre, ed anche qui non manca un fluido assolo di chitarra da parte di Burns. Splendida Please Don’t Bury Me, un country-rock ficcante ed orecchiabile, puro Prine al 100%, con il pubblico coinvolto in pieno, uno degli highlights del CD; chiudono il ruspante rockabilly Treat Me Nice, un brano poco noto di Elvis Presley (era sul lato B del singolo Jailhouse Rock) e la solida Sweet Revenge, in una versione decisamente rock ma che mantiene intatta la bellezza della canzone. Un dischetto da non perdere se siete fans di John Prine, anche se bisognava avere il braccino meno corto ed inserire diverse canzoni in più, dato che finisce quando uno comincia a prenderci gusto.

Marco Verdi

Una Stella Che Brilla Con “Grazia” Nel Panorama Jazz, Soul & Gospel. Lizz Wright – Grace

lizz wright grace

Lizz Wright – Grace – Concord/Universal Records

Nel corso degli anni in questo blog abbiamo parlato e recensito bravissime cantanti donne: penso a Dana Fuchs, Grace Potter, Beth Hart, Susan Marshall, Ashley Cleveland (rock), Mary Black, Maura O’Connell, Pura Fè, Buffy Sainte-Marie (folk), Bettye Lavette, Candi Staton, Ruthie Foster, Kelly Hunt (soul), Rory Block (blues), Barb Jungr (jazz), senza dimenticare la compianta Eva Cassidy e tantissime altre che meriterebbero di essere citate, ma stranamente (e forse colpevolmente) non ci siamo mai occupati di Lizz Wright, eccellente vocalist di colore che spazia fra jazz, soul, rock e gospel. Originaria della Georgia, Lizz (guarda caso, ma forse no, figlia di un Pastore) si è rivelata nel 2003 grazie ad uno dei tanti tributi a Billie Holiday, incantando gli addetti ai lavori con una voce che non si dimentica tanto facilmente. Il suo primo album da solista Salt,proprio di quel anno, fu subito un successo, bissato poi con Dreaming Wide Awake (05), dove rileggeva in chiave “jazzy” anche classici rock come Old Man e Get Together, per poi arrivare ad un disco di gospel e soul strepitoso come The Orchard (08), con i componenti dei Calexico coinvolti. Arrivata ad un certo successo, la Wright proseguiva la sua carriera con un disco ambizioso Fellowship (10), che rileggeva pagine di Jimi Hendrix, Eric Clapton, Gladys Knight, con la presenza di ospiti del valore tra cui Angelique Kidjo e Me’Shell Ndegèocello, sino ad arrivare all’ultimo lavoro in studio Freedom & Surrender (15), dove spiccava una notevole versione di Right Where You Are (del duo rap Jack & Jack) in duetto con il cantante jazz Gregory Porter.

Per questo nuovo lavoro Grace, Lizz Wright alza ulteriormente l’asticella affidando la produzione all’ottimo Joe Henry, di cui consiglio sempre di ascoltare Shuffletown (90), disco che al sottoscritto piace parecchio; per l’occasione Joe negli studi United Recording di Hollywood porta i suoi soliti musicisti di fiducia, a partire da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, David Piltch al basso, Marvin Sewell alle chitarra elettrice e acustica, Marc Ribot chitarra e voce, Patrick Warren alle tastiere, Kenny Banks al piano, e con il supporto vocale di Angela e Ted Jenifer, Cathy Rollins, Artia Lockett, Valorie Mack, tutti impegnati ad accompagnare la bellissima voce della WrightGrace parte con il blues acustico Barley, che evoca immagini di territori densi di piantagioni di cotone, a cui fanno seguito il classico di Cortez Franklin Seems I’m Never Tired Lovin’ You (splendida la versione di Nina Simone che trovate su Nina Simone And Piano), interpretata da Lizz al meglio e che non sfigura con l’originale; viene riproposto anche uno dei più celebri cavalli di battaglia di Sister Rosetta Tharpe Singing In My Soul, in una chiave veramente “soulful”, e viene rivoltata come un calzino Southern Nights diel grande Allen Toussaint, trasformata in una sofisticata ballata quasi da “piano bar”di lusso.

Con What Would I Do Without You,  la Wright rende omaggio pure a Ray Charles con una rilettura sublime da ascoltare a tarda notte, mentre la title track Grace, scritta dalla cantautrice canadese Rose Cousins e da Mark Erelli, è cantata da Lizz in maniera sofferta e commovente, che poi prosegue sullo stesso standard qualitativo con le note raffinate di Stars Fell On Alabama (dove si apprezza  la bravura di Marc Ribot), eccellente anche il Bob Dylan di Shot Of Love, con una Every Grain Of Sand interpretata in una versione “spirituale” da premio Nobel. La personalità di Lizz emerge ancora nella parte finale del disco, con una bella versione di una ballata di K.D. Lang Wash Me Clean (la trovate su Ingènue), trasformata in una sorta lamento ansioso sulle note di un organo e con un brillante lavoro di chitarra, e le note finali di un brano autobiografico All The Way Here, scritto con la cantautrice Maia Sharp, e cantato in uno stile quasi sussurrato Il filo comune che lega le dieci canzoni di Grace è sicuramente rappresentato dall’estrema eleganza della voce della Wright, ma anche dalla bravura di Joe Henry nel trovare il modo e il tempo giusto di assecondarla, ed è inutile cercare di nasconderlo, ci sono voci diverse dalle altre, non solo per essere uniche e incompatibili, ma soprattutto per la loro capacità di arrivare direttamente al cuore e all’orecchio, e sicuramente Lizz Wright è una icona perfetta della cantante jazz, gospel e soul raccolta in una unica figura (per certi versi vicina allo stile di Cassandra Wilson), una sicura protagonista della musica di qualità, capace di elevare una qualsiasi canzone ad un livello superiore, e quindi di far parte a pieno titolo della pattuglia di voci femminili citate all’inizio. Deliziosamente ammaliante!

Tino Montanari

Alla Fine Insieme, Stephen E Judy “Blue Eyes”, E Forse Valeva La Pena Di Aspettare. Stills & Collins – Everybody Knows

stills & collins everybody knows

Stephen Stills & Judy Collins – Everybody Knows – Wildflower/Cleopatra

Quando, qualche tempo fa, ho letto che sarebbe uscito un disco insieme di Stephen Stills Judy Collins, la cosa mi ha subito incuriosito. Quasi 50 anni dopo il loro primo incontro, ed una breve e travagliata storia d’amore che alla fine ha prodotto una delle più belle canzoni uscite dalla scena magica della West Coast di fine anni ’60 (e tra le più belle in assoluto di sempre) Suite:Judy Blue Eyes, scritta da Stills ed intepretata in modo magistrale da C S N sul loro primo album, con quelle armonie vocali inarrivabili e il lavoro intricato della chitarra di Stephen. Ma il loro sodalizio, almeno a livello musicale, era iniziato con l’album di Judy Collins Who Knows Where The Time Goes, dove Stills suonava chitarre elettiche ed acustiche e basso, in quello che probabilmente è il disco più “rock”, ma anche il più bello (almeno per il sottoscritto, con In My Life, Wildflowers Whales And Nightingales, appena un gradino sotto) della cantante di Washington. Tra l’altro una delle prime riviste on-line a dare in anteprima la notizia è stata Rolling Stone, confermando la mia idea che ormai si tratta di una rivista di gossip ed arte varia (ma ormai da lunga pezza), scrivendo che l’album avrebbe contenuto anche una cover di Who Knows Where The Time Goes, “la prima canzone scritta insieme da Stephen Stills e Judy Collins nel 1968″, una fregnaccia intergalattica che poi altri hanno ripreso, mentre la povera Sandy Denny, la vera autrice del brano, si sta rivoltando nella tomba.

Tra gli altri brani “nuovi” Judy, un pezzo scritto da Stephen Stills, che in effetti appariva su Just Roll Tapes, il disco di demo inediti registrati dall’artista di Dallas (ebbene sì, anche Stills non è californiano) nel lontano 1968, ma pubblicato nel 2007, e che è stato il miglior disco del nostro da almeno 40 anni a questa parte, come pure quelli della Collins hanno tutti quasi 50 anni, anche se lei ha continuato a fare dischi anche negli anni 2000, almeno una dozzina, sempre di livello più che accettabile con qualche punta di eccellenza. Ebbene devo dire che con queste premesse e con le mie aspettative che erano piuttosto basse, il disco è molto piacevole, ben suonato ed arrangiato, con una strumentazione elettrica, per chi si aspettava un album solo chitarre acustiche e voci, e la produzione curata dagli stessi Stills e Collins, con l’aiuto di Marvin Etzioni, che suona anche vari di tipi di mandolino nel CD, è piuttosto curata e ben definito, con Kevin McCormick al basso (visto di recente con Kenny Wayne Shepherd, ma facente parte anche dei Rides, il gruppo dove Stills ha consegnato le sue migliori performances musicali da svariate decadi a questa parte, CSN a parte), Tony Beard alla batteria (che suona spesso nei dischi di Judy Collins), Russell Walden alle tastiere (anche lui un fedelissimo di Judy). E pure la scelta delle canzoni si è rivelata felice: a partire dalla cover di Handle With Care, il pezzo dei Traveling Wilburys, una canzone che mette subito di buon umore, e se la parte vocale di Stills (che comunque ha recuperato in parte la sua voce, rispetto a dieci, quindici anni fa) forse non può competere con l’originale di George Harrison, la Collins, anche se probabilmente non raggiunge più quegli acuti purissimi del suo periodo migliore, ha ancora una tessitura e un timbro di tutto rispetto, e Roy Orbison dovrebbe essere contento, e poi l’idea di cantare armonizzando spesso e volentieri si rivela vincente, l’organo, le chitarre elettriche di Stills e una sezione ritmica pimpante fanno il resto, con il brano che scorre liscio come l’olio.

Anche So Begins The Task era in versione demo su quel fatidico Just Roll Tapes (ma poi è stata incisa sul disco dei Manassas del 1972), un pezzo molto bello, dove i due cantano ancora all’unisono donando alla canzone uno spirito alla CSN, con intrecci vocali di grande fascino e quel profumo di West Coast mai sopito, con Stills che è sempre un grande chitarrista e lo dimostra. River Of Gold è un brano nuovo scritto per l’occasione da Judy Collins, sul tempo che passa, ma senza rimpianti, con serenità estrema e un pizzico di malinconia, e la voce è sempre incredibile (la signora ha 78 anni) ma il suo soprano è ancora quasi perfetto, senza tracce di vibrato, maturo e cristallino, sentite la nota finale, ed eccellente anche il contributo di Stephen, sia alla seconda voce come alla chitarra elettrica. Everybody Knows, il brano che dà il titolo a questa raccolta, è una composizione di Leonard Cohen, l’ennesima cantata dalla Collins, che nel 1966 ha praticamente lanciato la carriera dello sconosciuto canadese (a parte nei circoli letterari), incidendo Suzanne Dress Rehearsal Rag nel disco In My Life,dove appariva anche un brano di uno sconosciuto Randy Newman, e prima e dopo, ha inciso anche brani di Eric Andersen, Dylan, Gordon Lightfoot e di una sconosciuta Joni Mitchell. Ma Cohen è sempre stato il preferito della Collins, anche se non aveva mai registrato (credo) questo pezzo del 1984 contro la guerra, che porta anche la firma di Sharon Robinson. Versione molto bella, elettrica e sognante, sembra quasi un brano dell’amico di entrambi, David Crosby, sempre con le voci che si intrecciano in modo quasi inestricabile, con Judy che guida. Ma prima nel disco troviamo la poc’anzi ricordata Judy, l’altro brano che ai tempi Stills dedicò alla sua amata, senza inciderla a livello ufficiale, versione cantata con piglio deciso da uno Stills in buona forma vocale, mentre la Collins lavora di fino sullo sfondo, come fa lo stesso Stephen alla chitarra.

Houses è un altro pezzo scritto da “Judy dagli occhi blu”, una delicata ballata pianistica dove si apprezza la voce ancora fresca e senza tempo, quasi “acrobatica” di questa splendida cantante. Anche Reason To Believe di Tim Hardin è una canzone bellissima (ricordo la versione splendida di Rod Stewart su Every Picture Tells A Story): l’approccio di Stills per l’occasione è quasi “compiacente”, molto semplice ma raffinato al tempo stesso, un poco come i primi CSN, con la Collins nel ruolo di Crosby (o di Nash), in ogni caso estremamente piacevole. L’omaggio a Bob Dylan avviene con una canzone che era già stata un duetto, tra Bob e Johnny Cash, su Nashville Skyline, Girl From The North Country, versione intima e folk, solo con una chitarra acustica arpeggiata e le due voci intrecciate. A seguire troviamo Who Knows Where The Time Goes, un brano che è nella mia Top 10 all-time (se ve ne frega qualcosa), splendida nella versione originale di Sandy Denny, dei Fairport Convention in quella della Collins del 1968 (senza dimenticare quella struggente di Eva Cassidy, che vi consiglio di ascoltare), e pure in questa attuale, una canzone di una bellezza sconvolgente, dove Judy dà il meglio di sé come interprete e Stills la illumina ulteriormente nella parte centrale con un assolo che si intreccia con i gorgheggi della cantante. A chiudere l’album, ribadisco, non un capolavoro, ma molto piacevole e superiore alle attese, un’altra composizione di Stephen Stills che viene dal passato, addirittura dai tempi dei Buffalo Springfield, Questions, un pezzo rock vibrante e chitarristico degno delle migliori composizioni del nostro. I due sono anche in tour insieme (meno perfetti che nel disco), come vedete dai video inseriti nel Post. Comunque un buon disco per scaldare le prossime serate autunnali, consigliato.

Bruno Conti

E Volevate Che Anche Quest’Anno Non Uscisse Il Classico Cofanetto Di Bob Dylan? Certo Che No. Trouble No More – The Bootleg Series Vol.13 Il 3 Novembre 2017

bob dylan bootleg series 13 trouble no more

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Bob Dylan – Trouble No More – The Bootleg Series vol. 13 1979-1981 – Columbia/Legacy Deluxe 8CD + 1 DVD – 2 CD – 4 LP 03-11-2017

Ovviamente la domanda del titolo del Post è retorica. Dopo il periodo Sinatrologo e il megacofanetto dello scorso anno The 1966 Live Recordings, quest’anno a novembre ritornano i classici volumi delle Bootleg Series, giunti al capitolo n°13. Annunciato da tempo, si era parlato come titolo di The Gospel Years, ma alla fine il titolo ufficiale sarà Trouble No More 1979-1981, e copre il periodo dei tre album della “svolta religiosa” di Bob Dylan, ovvero Slow Train Coming, Saved Shot Of Love, dischi magari non amatissimi da alcuni dei fan, ma ricchi anche di belle canzoni e con svariati eccellenti musicisti utilizzati nelle sessioni di studio, tenute anche, per i primi album, ai Muscle Shoals Studios.

Ci saranno due versioni differenti, la SuperDeluxe Edition da 8 CD e 1 DVD, con 100 registrazioni mai pubblicate prima, in studio e dal vivo, di cui 14 canzoni inedite. Nel DVD, Intitolato Trouble No More: A Musical Film, ci sarà anche materiale dal vivo estratto dal “leggendario” (lo dice la nota informativa della Sony) tour del 1980. Quindi tutto fantastico, purtroppo pare anche il prezzo, che indicativamente dovrebbe oscillare tra i 150 e i 200 euro, anche in virtù della presenza del solito “librone” fotografico da 120 pagine che vedete effigiato sopra. Per i più poveri, al solito, ci sarà una versione standard in doppio CD.

Ecco i contenuti contenuti completi delle due edizioni.

Deluxe Edition

[CD1: Live]
1. Slow Train (Nov. 16, 1979)
2. Gotta Serve Somebody (Nov. 15, 1979)
3. I Believe in You (May 16, 1980)
4. When You Gonna Wake Up? (July 9, 1981)
5. When He Returns (Dec. 5, 1979)
6. Man Gave Names to All the Animals (Jan. 16, 1980)
7. Precious Angel (Nov. 16, 1979)
8. Covenant Woman (Nov. 20, 1979)
9. Gonna Change My Way of Thinking (Jan. 31, 1980)
10. Do Right to Me Baby (Do Unto Others) (Jan. 28, 1980)
11. Solid Rock (Nov. 27, 1979)
12. What Can I Do for You? (Nov. 27, 1979)
13. Saved (Jan. 12, 1980)
14. In the Garden (Jan. 27, 1980)

[CD2: Live]
1. Slow Train (June 29, 1981)
2. Ain’t Gonna Go to Hell for Anybody (Unreleased song – Apr. 24, 1980)
3. Gotta Serve Somebody (July 15, 1981)
4. Ain’t No Man Righteous, No Not One (Unreleased song – Nov. 16, 1979)
5. Saving Grace (Nov. 6, 1979)
6. Blessed Is the Name (Unreleased song – Nov. 20, 1979)
7. Solid Rock (Oct. 23, 1981)
8. Are You Ready? (Apr. 30, 1980)
9. Pressing On (Nov. 6, 1979)
10. Shot of Love (July 25, 1981)
11. Dead Man, Dead Man (June 21, 1981)
12. Watered-Down Love (June 12, 1981)
13. In the Summertime (Oct. 21, 1981)
14. The Groom’s Still Waiting at the Altar (Nov. 13, 1980)
15. Caribbean Wind (Nov. 12, 1980)
16. Every Grain of Sand (Nov. 21, 1981)

[CD3: Rare and Unreleased]
1. Slow Train (Soundcheck – Oct. 5, 1978)
2. Do Right to Me Baby (Do Unto Others) (Soundcheck – Dec. 7, 1978)
3. Help Me Understand (Unreleased song – Oct. 5, 1978)
4. Gonna Change My Way of Thinking (Rehearsal – Oct. 2, 1979)
5. Gotta Serve Somebody (Outtake – May 4, 1979)
6. When He Returns (Outtake – May 4, 1979)
7. Ain’t No Man Righteous, No Not One (Unreleased song – May 1, 1979)
8. Trouble in Mind (Outtake – April 30, 1979)
9. Ye Shall Be Changed (Outtake – May 2, 1979)
10. Covenant Woman (Outtake –February 11, 1980)
11. Stand by Faith (Unreleased song – Sept. 26, 1979)
12. I Will Love Him (Unreleased song – Apr. 19, 1980)
13. Jesus Is the One (Unreleased song – Jul. 17, 1981)
14. City of Gold (Unreleased song – Nov. 22, 1980)
15. Thief on the Cross (Unreleased song – Nov. 10, 1981)
16. Pressing On (Outtake – Feb. 13, 1980)

[CD4: Rare and Unreleased]
1. Slow Train (Rehearsal – Oct. 2, 1979)
2. Gotta Serve Somebody (Rehearsal – Oct. 9, 1979)
3. Making a Liar Out of Me (Unreleased song – Sept. 26, 1980)
4. Yonder Comes Sin (Unreleased song – Oct. 1, 1980)
5. Radio Spot January 1980, Portland, OR show
6. Cover Down, Pray Through (Unreleased song – May 1, 1980)
7. Rise Again (Unreleased song – Oct. 16, 1980)
8. Ain’t Gonna Go to Hell for Anybody (Unreleased song – Dec. 2, 1980)
9. The Groom’s Still Waiting at the Altar (Outtake – May 1, 1981)
10. Caribbean Wind (Rehearsal – Sept. 23, 1980)
11. You Changed My Life (Outtake – April 23, 1981)
12. Shot of Love (Outtake – March 25, 1981)
13. Watered-Down Love (Outtake – May 15, 1981)
14. Dead Man, Dead Man (Outtake – April 24, 1981)
15. Every Grain of Sand (Rehearsal – Sept. 26, 1980)

[CD5: Live in Toronto 1980]
1. Gotta Serve Somebody (April 18, 1980)
2. I Believe In You (April 18, 1980)
3. Covenant Woman (April 19, 1980)
4. When You Gonna Wake Up? (April 18, 1980)
5. When He Returns (April 20, 1980)
6. Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody (Unreleased song – April 18, 1980)
7. Cover Down, Pray Through (Unreleased song – April 19, 1980)
8. Man Gave Names To All The Animals (April 19, 1980)
9. Precious Angel (April 19, 1980)

[CD6: Live in Toronto 1980]
1. Slow Train (April 18, 1980)
2. Do Right To Me Baby (Do Unto Others) (April 20, 1980)
3. Solid Rock (April 20, 1980)
4. Saving Grace (April 18, 1980)
5. What Can I Do For You? (April 19, 1980)
6. In The Garden (April 20, 1980)
7. Band Introductions (April 19, 1980)
8. Are You Ready? (April 19, 1980)
9. Pressing On (April 18, 1980)

[CD7: Live in Earl’s Court, London – June 27, 1981]
1. Gotta Serve Somebody
2. I Believe In You
3. Like A Rolling Stone
4. Man Gave Names To All The Animals
5. Maggie’s Farm
6. I Don’t Believe You
7. Dead Man, Dead Man
8. Girl From The North Country
9. Ballad Of A Thin Man

[CD8: Live in Earl’s Court, London – June 27, 1981]
1. Slow Train
2. Let’s Begin
3. Lenny Bruce
4. Mr. Tambourine Man
5. Solid Rock
6. Just Like A Woman
7. Watered-Down Love
8. Forever Young
9. When You Gonna Wake Up
10. In The Garden
11. Band Introductions
12. Blowin’ In The Wind
13. It’s All Over Now, Baby Blue
14. Knockin’ On Heaven’s Door

[DVD]
Trouble No More – A Musical Film
Extras:
Shot of Love
Cover Down, Pray Through
Jesus Met the Woman at the Well (Alternate version)
Ain’t Gonna Go to Hell for Anybody (Complete version)
Precious Angel (Complete version)
Slow Train (Complete version)

 Standard Edition

[CD1]
1. Slow Train (Nov. 16, 1979)
2. Gotta Serve Somebody (Nov. 15, 1979)
3. I Believe in You (May 16, 1980)
4. When You Gonna Wake Up? (July 9, 1981)
5. When He Returns (Dec. 5, 1979)
6. Man Gave Names to All the Animals (Jan. 16, 1980)
7. Precious Angel (Nov. 16, 1979)
8. Covenant Woman (Nov. 20, 1979)
9. Gonna Change My Way of Thinking (Jan. 31, 1980)
10. Do Right to Me Baby (Do Unto Others) (Jan. 28, 1980)
11. Solid Rock (Nov. 27, 1979)
12. What Can I Do for You? (Nov. 27, 1979)
13. Saved (Jan. 12, 1980)
14. In the Garden (Jan. 27, 1980)

[CD2]
1. Slow Train (June 29, 1981)
2. Ain’t Gonna Go to Hell for Anybody (Unreleased song – Apr. 24, 1980)
3. Gotta Serve Somebody (July 15, 1981)
4. Ain’t No Man Righteous, No Not One (Unreleased song – Nov. 16, 1979)
5. Saving Grace (Nov. 6, 1979)
6. Blessed Is the Name (Unreleased song – Nov. 20, 1979)
7. Solid Rock (Oct. 23, 1981)
8. Are You Ready? (Apr. 30, 1980)
9. Pressing On (Nov. 6, 1979)
10. Shot of Love (July 25, 1981)
11. Dead Man, Dead Man (June 21, 1981)
12. Watered-Down Love (June 12, 1981)
13. In the Summertime (Oct. 21, 1981)
14. The Groom’s Still Waiting at the Altar (Nov. 13, 1980)
15. Caribbean Wind (Nov. 12, 1980)
16. Every Grain of Sand (Nov. 21, 1981)

Per questa volta ho “usurpato” le funzioni di dylanologo del Blog di Marco Verdi, che non era disponibile in quanto dall’altra parte del mondo, ma a novembre in occasione dell’uscita del cofanetto tornerà nella sua veste di “recensore ufficiale”. Aggiungo per i meno avvezzi a Bob Dylan che come concerti dal vivo siamo più o meno nell’epoca di Bob Dylan At Budokan, ma molti concerti dell’epoca sono nettamente superiori alla data giapponese!

Bruno Conti

P.S. Dal Lontano Oriente, nei territori di Sandokan, mi si dice che prenotando la Deluxe Edition direttamente dal sito https://bob-dylan-eu.myshopify.com/products/trouble-no-more-the-bootleg-series-vol-13-1979-1981-deluxe-8cd-dvd, e fino ad esaurimento del quantitativo disponibile, si riceverà in omaggio il doppio CD con il concerto completo a San Diego del 1979. Il costo, comprensivo delle spese di spedizione, è circa 200 euro.