Il Periodo “Italiano” Di Un Altro Vero Outsider. Skip Battin – Italian Dream

skip battin italian dream

Skip Battin – Italian Dream – Appaloosa/IRD 2CD

Ci sono personaggi che hanno attraversato in prima persona e “dall’interno” la storia della musica, senza però lasciare segni tangibili, non tanto per scarso talento ma più che altro per essere stati al posto giusto ma nel momento sbagliato. Prendete il caso di Skip Battin, cantante, autore e bassista originario dell’Ohio (e scomparso nel 2003 per complicazioni dovute al morbo di Alzheimer), che nella sua carriera ha fatto parte di tre fra i gruppi più influenti della loro epoca, cioè Byrds, Flying Burrito Brothers e New Riders Of The Purple Sage, cioè band nelle quali hanno militato musicisti del calibro di Roger McGuinn, Gene Clark, David Crosby, Chris Hillman, Gram Parsons, “Sneaky” Pete Kleinow, Clarence White, Bernie Leadon, John Dawson e Jerry Garcia: ebbene, di tutti questi nomi Battin ha collaborato soltanto con McGuinn, White e Kleinow, in quanto ha avuto la “sfortuna”, diciamo così, di subentrare in tutti e tre i gruppi in un periodo in cui la fase del successo era già superata. Nei Byrds, tanto per fare un esempio, ha partecipato agli ultimi tre album, l’ancora ottimo Untitled, il controverso Byrdmaniax (il peggiore disco del gruppo) ed il discreto ma non troppo convinto Farther Along. Se uniamo a tutto ciò il fatto che Skip fosse un bravo musicista ma non certo un fuoriclasse del songwriting, si capisce subito perché anche la sua carriera solista sia stata piuttosto in ombra (solo un album negli anni settanta, Skip, ed uno postumo, a parte i due di cui mi accingo a parlare).

Negli anni ottanta, privo di un contratto discografico, Battin viene invitato da Ricky Gianco a suonare nel suo ambizioso Non Si Può Smettere Di Fumare, insieme a Kleinow e Chris Darrow fra gli altri, e nella circostanza Skip, oltre ad innamorarsi del nostro paese, fa amicizia con il chitarrista Ricky Mantoan e soprattutto con Franco Ratti, che gli procura un contratto con la Appaloosa. Per la label nostrana Skip incide due album in studio, Navigator e Don’t Go Crazy, ed uno dal vivo (Live In Italy, uscito però all’epoca per la Moondance), incisi in compagnia di  Kleinow alla steel, Greg Harris alla chitarra e banjo, Brian Elliott al piano ed altri: oggi la stessa etichetta ristampa questi due album introvabili da tempo in un unico CD intitolato Italian Dream, aggiungendo sul secondo un live inedito, Live In Bolzano 1988, registrato con una band ristretta formata da Skip al basso, Mantoan (scomparso lo scorso anno) alle chitarre e steel, Beppe D’Angelo alla batteria e soprattutto un altro ex Byrd, John York, alle chitarre e basso (particolare curioso, Battin e York non sono mai stati compagni nello storico gruppo californiano, dato che il primo sostituì il secondo). Il libretto del CD offre esaurienti note scritte in italiano, ed un ricordo di Battin risalente al 2003 e scritto da un altro dei Byrds “dimenticati”, cioè Gene Parsons (manca solo il coinvolgimento di Kevin Kelley ed avremmo fatto en plein di “underdog Byrds”). I due album di studio, opportunamente rimasterizzati per questa ristampa, sono due onesti dischi di buon country-rock di stampo californiano, cantati e suonati decisamente bene, e con canzoni, la maggioranza delle quali scritta da Battin con il suo storico collaboratore Kim Fowley, ben costruite e di gradevole ascolto.

Non ci troviamo di fronte a dei capolavori, ma a due discreti lavori che, se vi piace il genere, non mancheranno di farvi passare un’oretta e mezza piacevole, a parte qualche stranezza sul secondo album che vedremo a breve. Navigator inizia con Skyscraper Sunset, uno spedito country-rock eseguito molto bene ed anche sufficientemente coinvolgente, mentre è ancora meglio Willow In The Wind, un brano dal suono decisamente Burritos, melodia limpida e bel controcanto femminile. Il disco è piacevole, onesto e, ripeto, ben suonato: tra i momenti migliori abbiamo lo squillante honky-tonk China Moon, la solare Here Comes Love (sembra Jimmy Buffett), una rilettura countreggiante del classico di Charlie Rich Lonely Weekends, l’evocativa ballata pianistica North By Northwest (splendida la steel di Kleinow), la bella American East, una country song d’altri tempi, ed il rifacimento di Citizen Kane, un pezzo che il nostro aveva inciso con i Byrds. Don’t Go Crazy parte anche meglio di Navigator, con la splendida ed ariosa Santa Ana Wind, dal passo western, la struggente Wintergreen ed il delizioso country bucolico Don’t Go Down The Drain (o ancora la conclusiva Tonight, una fulgida ballata che non avrebbe stonato nel repertorio byrdsiano), ma Battin ha la pensata di riarrangiare alla sua maniera alcuni classici del songbook italiano, senza tradurli (e quindi con una pronuncia alquanto traballante) e sfiorando dunque il trash involontario. Abbiamo infatti riletture country-rock piuttosto esilaranti di Non E’ Francesca di Lucio Battisti e de La Gatta di Gino Paoli, mentre quando Skip decide di tradurre in inglese (la meno nota Fango di Ricky Gianco, trasformata in una ballad dylaniana) il risultato non è malvagio.

Il secondo CD, quello dal vivo a Bolzano, mi lascia con sentimenti contrastanti: intanto la qualità di incisione è discreta, ma non eccelsa, e poi si sfiora in più punti l’effetto cover band, in quanto Battin, per creare interesse nello show, è costretto a suonare brani storici dei gruppi nei quali ha militato, ma che non gli appartengono, come Mr. Tambourine Man nell’arrangiamento dei Byrds (ma con un’inedita introduzione a cappella) o Wheels e Sin City dei Burrito Brothers. Skip non suona nessun pezzo scritto da lui, ma alcuni standard country (Long Black Veil, White Line Fever di Merle Haggard – che avevano inciso anche i Burritos, ma non con lui – e If You’ve Got The Money, I’ve Got The Time di Lefty Frizzell), una discreta versione del classico Smack Dab In The Middle (The Mills Brothers, Ray Charles, Ry Cooder) ed una strana Witchi Tai To di Jim Pepper, che si potevano anche risparmiare. E poi abbiamo Bob Dylan, rappresentato da ben tre brani (quattro se contiamo anche Mr. Tambourine Man): una Blowin’ In The Wind decisamente elettrica, la più rock in assoluto di tutte le versioni che ho sentito di questo pezzo, che diventa una bellissima jam chitarristica di oltre nove minuti, una lenta e pianistica She Belongs To Me (altri sette minuti, forse un po’ troppi) ed il finale con una guizzante You Ain’t Goin’ Nowhere. Non posso dire che questo Italian Dream sia un doppio CD imprescindibile, ma godibile ed onesto sì, e ha il merito di rivalutare la figura di Skip Battin, un bravo musicista che non ha mai avuto troppi contatti con la fortuna.

Marco Verdi

L’Album Precedente Era Bellissimo, Questo E’ Splendido (Anche Se Dura 28 Minuti Scarsi)! Thom Chacon – Blood In The USA

thom chacon blood in the usa

Thom Chacon – Blood In The USA – Appaloosa/IRD CD

Nelle mie classifiche dei migliori del 2013 avevo indicato come sorpresa dell’anno Thom Chacon, singer-songwriter del Colorado che con il suo album omonimo (non il suo esordio, ma comunque il primo disco con una reperibilità buona) mi aveva decisamente stupito, un CD di puro cantautorato folk che aveva iscritto di diritto Thom al club dei “nuovi Dylan”, anche se il ragazzo mostrava comunque di avere una spiccata personalità http://discoclub.myblog.it/2013/04/04/a-proposito-di-nuovi-dylan-tom-chacon/ . Poi il silenzio per quasi cinque lunghi anni, al punto che avevo temuto che il nostro fosse stato colpito dalla “sindrome di Will T. Massey”: ora finalmente Thom ha dato un seguito a quel disco, e Blood In The USA non solo non delude le attese, ma si rivela addirittura superiore. Per la verità Chacon aveva pronto questo disco fin dal 2016, ma un po’ il fatto di aver avuto un bambino (ed aver quindi svolto i compiti di papà a tempo pieno), un po’ l’essere senza un contratto discografico, hanno costretto il nostro a rimandare la pubblicazione fino ad oggi: Blood In The USA (prodotto come il precedente da Perry A. Margouleff) esce per l’italiana Appaloosa, e ad oggi non ha ancora una distribuzione americana.

thom chacon 1

https://www.youtube.com/watch?v=X9WTSXWx2d8

Un peccato quasi mortale, in quanto ci troviamo di fronte ad un grande disco, un lavoro che nelle sue nove canzoni (meno di 28 minuti) è di un’intensità stupefacente, nonostante il ragazzo avesse già fatto vedere le sue capacità cinque anni orsono. Blood In The USA è un lavoro forte, duro e drammatico nei testi (anche in italiano nel libretto), con il nostro che canta le difficoltà di vivere in America al giorno d’oggi se non hai un conto in banca importante, mentre dal punto di vista musicale siamo in presenza di nove brani davvero intensi, nonostante la veste spoglia con la quale Thom si presenta. Infatti nella maggior parte dei casi troviamo solo lui con la sua chitarra (e talvolta l’armonica), spesso doppiato solo dall’organo di Tommy Mandel, uno con un curriculum lungo come da qui a Pechino, mentre la sezione rimica (formata da Tony Garnier, bassista e direttore musicale della live band di Bob Dylan da quasi trent’anni, e da Kevin Twigg alla batteria) è usata con parsimonia. Ma già dopo due canzoni non se ne sente la mancanza, tale è la forza ed il feeling che vengono sprigionati dalle storie cantate da Chacon, che tra l’altro in questo lavoro sembra anche staccarsi con decisione dall’ombra dylaniana. L’avvio è subito ottimo con I Am An Immigrant, lenta, meditata, ma dal pathos notevole: Thom canta con voce arrochita una folk song purissima, voce, chitarra ed un’aggiunta discreta di organo e mandolino che lasciano filtrare un raggio di sole. Siamo più dalle parti di Bruce Springsteen e del suo fantasma di Tom Joad che di Dylan.

thom-chacon-e-david-keyes-doppio-live-a-cantu-360x239

https://www.youtube.com/watch?v=sa7ZUuYnVEQ

Con Union Town siamo ancora in territori cari al Boss, ma Chacon ha comunque un suo stile ed una sua personalità: il brano è vivo, vibrante, ancora suonato con tre strumenti in croce ma decisamente intenso; anche la title track è bellissima, un pezzo folk teso come una lama pur essendo basato solo su voce, chitarra ed organo, uno stile nudo e crudo che mi ricorda anche certe cose dello scomparso Calvin Russell. Splendida Easy Heart, voce, chitarra, armonica ed un feeling immenso, una folk song strepitosa per melodia ed intensità, così come la quasi altrettanto bella Something The Heart Can Only Know, in cui Thom è ancora, per dirla con Warren Zevon, in “splendid isolation”, anche se non gli servono orpelli per emozionare. Il disco cresce brano dopo brano, basti sentire la meravigliosa Empty Pockets, una ballata superba, voce chitarra e piano, con un pathos incredibile, come è incredibile che uno che scrive canzoni di questo livello non trovi un cane che gli pubblichi i dischi in America: Empty Pockets è una grande canzone, tra le migliori che ho ascoltato ultimamente, tanto bella musicalmente quanto dura nel testo. A Bottle, Two Guitars And A Suitcase è più interiore e cupa, anche a causa di un contrabbasso suonato con l’archetto, ma ha comunque il suo perché, mentre Work At Hand, ancora pura e cristallina, è una delle più dylaniane del lavoro. Il CD si chiude (troppo presto) con Big As The Moon, il brano in assoluto più strumentato (elettrico è una parola grossa), ed anche uno dei più belli, ancora con Dylan in mente ma con una melodia straordinaria nella sua semplicità.

https://www.youtube.com/watch?v=iXEZ0ewAGVc

Non ho dubbi: Blood In The USA è il primo grande disco del 2018.

Marco Verdi

*NDB

Thom Chacon è in Tour in Italia in questo periodo per promuovere l’album, ecco le date, ancora poche nei prossimi giorni:

TOUR

1/11/2018
Teatro Del Sale
Firenze, Italy
More Information

1/12/2018
La Vecchia Mandragora
Massa (MS), Italy

1/13/2018
Storie di frontiera e
immigrazione w/ The Gang /ingresso libero
Teatro La Vitoria
Ostra, Italy
9:00 PM
Free Admission / Ingresso Liber

1/14/2018
Città di frontiera. Da Istanbul a
Juarez w/ Andrea Parodi, Federico Donelli, Paolo Ercoli, Flaviano
Braga, Alice Marini
Biblioteca
Verano Brianza, Italy
5:30 PM
Free Admission / Ingress Libero

1/15/2018
w/Dave Keyes
1e35
Cantù (CO), Italy
More Information

1/17/2018
Fondazione Cassa Di Risparmio
Bolzano, Italy

1/18/2018
Steindl’s Boutiquehotel
Vipiteno (BZ), Italy

1/19/2018
Cohen
Verona, Italy
More Information

1/20/2018
Folk Club
Via Perrone, 3 Bis, 10122
Torino TO, Italy
21:30
Buy Tickets

Una Vera Delizia Per Le Orecchie! Tim Grimm & The Family Band – A Stranger In This Time

tim grimm a stranger in this time

Tim Grimm & The Family Band – A Stranger In This Time – Appaloosa/IRD CD

Questo disco è uno dei miei preferiti tra quelli usciti lo scorso anno, e ha mancato l’ingresso nella mia personale Top Ten per un soffio; se dovessi però rifare la classifica oggi, o tra un mese, non è escluso che ci possa anche entrare, non per una perdita di valore di altri album da me citati in precedenza, ma perché sto parlando di uno di quei lavori che crescono inesorabilmente ascolto dopo ascolto. Tim Grimm nasce come attore, ma da diversi anni si è dedicato alla sua più grande passione, la musica folk-roots, diventandone un apprezzato esponente pur rimanendo indipendente e ben lontano dalle classifiche di vendita, l’esatto opposto della sua carriera attoriale, durante la quale aveva partecipato a veri e propri blockbuster hollywoodiani come Sotto Il Segno Del Pericolo, Codice Mercury e Fuoco Assassino, recitando (in ruoli di contorno, va detto) a fianco di superstar come Harrison Ford, Bruce Willis, Robert De Niro e Kurt Russell. Dal punto di vista musicale Tim è in pista dalla fine degli anni novanta, ed al suo attivo ha una serie di validi lavori di pura musica roots, tra folk e country, rivelando un altro lato della sua personalità artistica, quello di singer-songwriter, decisamente più interessante di quello recitativo: tra i suoi lavori passati, citerei senz’altro il buon The Turning Point e l’ottimo Thank You Tom Paxton, personale tributo ad uno dei suoi eroi musicali.

Grimm_color_2

https://www.youtube.com/watch?v=FdBbtiRZop0

Ma A Stranger In This Time è senza dubbio il suo disco più bello fino ad oggi, un lavoro splendido, puro, con una serie di canzoni una più bella dell’altra eseguite con una finezza ed un feeling non comune; l’album è intitolato a Tim ed alla Family Band, così chiamata perché è formata dalla moglie Jan Lucas (voce e armonica) e dai figli Connor e Jackson Grimm (alle chitarre il primo ed a banjo e mandolino il secondo), con interventi “esterni” da parte di Hannah Linn alla batteria e del bravissimo Diederik Van Wassenaer al violino (musicista che ci aveva già colpito nel bellissimo The Pilot And The Flying Machine di Ben Bedford). A Stranger In This Time è dunque un album da gustare nota dopo nota, una brillante conferma per un artista forse di basso profilo ma di grandi capacità: il disco esce per l’etichetta italiana Appaloosa, e come d’abitudine negli album pubblicati dalla label brianzola, i testi sono riportati anche nella nostra lingua. L’iniziale These Rollin’ Hills è già splendida, una chitarra arpeggiata subito doppiata dal banjo, con la voce calda del nostro che intona un motivo puro e cristallino di chiaro stampo folk, un avvio decisamente intenso. Notevole anche Gonna Be Great, dal ritmo più accentuato, e sarà per la melodia squisitamente decadente e “scazzata”, sarà per il controcanto femminile o per la voce ancora più bassa di Tim, ma a me questo brano ricorda non poco Leonard Cohen, anche se per la verità il refrain centrale somiglia moltissimo a Things Have Changed di Bob Dylan: comunque deliziosa.

Tim-Grimm-and-The-Family-Band-1170x650

https://www.youtube.com/watch?v=gpDc5Yc6xTc

Ottima anche So Strong, un western tune davvero intenso e con una melodia emozionante nobilitata da un languido violino ed un approccio da consumati pickers da parte dei membri della band; Thirteen Years è un talkin’ da perfetto storyteller, nel quale Grimm compensa la (voluta) assenza di un motivo vero e proprio con una interpretazione da brividi, quasi fosse un novello Ramblin’ Jack Elliott. Black Snake è più elettrica, bluesata ed annerita, mi ricorda immediatamente certe cose di Ray Wylie Hubbard, con quell’atmosfera limacciosa che ha dei punti di contatto anche con Tony Joe White; Finding Home è ancora pura, delicata ed interiore, impreziosita dalla seconda voce di Jan, mentre è bellissima anche Hard Road, uno squisito country-folk dal tempo vivace e ritornello vincente, ed uno splendido accompagnamento guidato da banjo ed armonica, una delle più belle del CD. The Hungry Grass è un altro delizioso bozzetto acustico, semplice ma intensissimo, Darlin’ Cory è l’unico brano tradizionale del disco, ed è eseguito in maniera rigorosa, una sorta di folk-bluegrass appalachiano vibrante ed evocativo. Chiudono il CD la cadenzata Over The Waves, altro pezzo originale ma dal sapore di una ballata d’altri tempi (ed un qualcosa di irlandese nella melodia) e la tenue Over The Hill And Dale, che addirittura mi rammenta il Cat Stevens più bucolico. Se lo scorso anno vi siete persi questo A Stranger In This Time (*NDB. Come se lo era perso il Blog!), siete ancora ampiamente in tempo ad accaparrarvelo: di sicuro non ve ne pentirete.

Marco Verdi

Una Splendida Notte Svedese Di Mezza Estate! Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Sweden 1988

bruce springsteen stockholm 1988

Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Stockholm, Sweden July 3 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

L’ultimo episodio degli archivi live di Bruce Springsteen (in realtà nel frattempo ne sono usciti altri due, dei quali mi occuperò in seguito) torna negli anni ottanta, ma non è inerente né ad uno dei mitici concerti europei del 1981 (che ancora mancano dalla serie) né al celebrato tour di Born In The U.S.A., bensì ad una serata della tournée del 1988 nel vecchio continente, in seguito alla pubblicazione dell’album Tunnel Of Love. La scelta è sorprendente per due motivi: primo perché c’è già tra le uscite passate un documento di questo tour (L.A. Forum, Aprile 1988) e poi perché questa serie di concerti è forse ad oggi la più criticata di tutte quelle che il Boss ha intrapreso con la E Street Band, in quanto lo vedevano meno esplosivo del solito, più trattenuto nelle performance, quasi come se le atmosfere intimiste di Tunnel Of Love avessero influenzato anche il suo modo di porsi dal vivo (e la serata di Los Angeles riflette in pieno questo stato delle cose, infatti è una delle meno imperdibili della serie). Nella parte europea del tour qualcosa però era cambiato, Bruce era più sciolto, le scalette più vicine ai gusti del pubblico, ed uno degli apici di quella serie di serate fu senz’altro quella del 3 Luglio a Stoccolma, di cui all’epoca fu mandato in onda per radio un estratto (anche in Italia, ed io ricordo nitidamente la sera in cui mi ero sintonizzato all’ascolto): questo triplo CD offre per la prima volta la serata intera, e devo dire che la performance è strepitosa, all’altezza di quelle leggendarie del nostro, quasi come se fosse stata registrata in un altro tour (allora possedevo un bootleg dello show di Torino, e l‘intensità della prestazione era più simile a quella di Los Angeles che a quella svedese https://www.youtube.com/watch?v=rvmZQB5tUoc ).

bruce-springsteen-1988 stockholm 2

https://www.youtube.com/watch?v=4aLRyzxETKc

Quasi tre ore e mezza di grande rock’n’roll, con il nostro che dà meno spazio al suo ultimo album dell’epoca ed offre una panoramica su tutta la sua carriera fino a quel momento (ignorando però i primi due album), aggiungendo diverse chicche. Il concerto in realtà parte maluccio, con i suoni sintetizzati della mediocre Tunnel Of Love (gratificata però da un ottimo assolo chitarristico), ma si risolleva subito con una energica cover di Boom Boom (John Lee Hooker), con il muro del suono fornito dalla sezione fiati presente on stage, e da una Adam Raised A Cain davvero potente. The River arriva forse troppo presto, anche se è sempre un immenso piacere ascoltarla, ed il brano che la segue, All That Heaven Will Allow, è uno dei migliori di quelli tratti da Tunnel Of Love. Dall’allora ultimo album vengono comunque prese meno canzoni del solito, oltre alle due già citate, soltanto altre tre: la gradevole Brilliant Disguise, la trascinante Spare Parts, unico “rocker” del disco, e soprattutto la magnifica Tougher Than The Rest, da sempre uno dei pezzi che preferisco del Boss. Born In The U.S.A. è ancora fresco di successo, e Bruce ne suona una buona parte, ben sette brani su dodici, tra cui una roboante Cover Me, una title track più coinvolgente che mai e la spesso sottovalutata, ma bellissima, Downbound Train. Altri highlights di una serata speciale sono l’inedita e splendida Roulette (altri brani presenti fra quelli all’epoca non pubblicati, ma più “normali”, sono Seeds, I’m A Coward e Light Of Day, che è sì potente ma non è una grande canzone), le sempre trascinanti Because The Night (con un grande Nils Lofgren) e Cadillac Ranch, due pezzi che vorrei sempre sentire in un concerto del nostro, ed una Born To Run insolitamente per sola voce, chitarra ed armonica.

bruce-springsteen-1988 stockholm 1

https://www.youtube.com/watch?v=XBjyssboSfU

Un capitolo a parte sono le cover: se War non mi ha mai entusiasmato né nella versione di Bruce né in quelle “originali” di Edwin Starr e dei Temptations, la dylaniana Chimes Of Freedom è una meraviglia, anche meglio dell’originale di Bob (all’epoca questa rilettura uscì su un EP dal vivo di quattro canzoni); c’è anche uno sguardo al passato, con un’energica Who Do You Love di Bo Diddley ed una toccante Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley. Finale pirotecnico ed entusiasmante a tutto rock’n’soul con Sweet Soul Music (Arthur Conley), Raise Your Hand (Eddie Floyd), Quarter To Three (Gary U.S. Bonds) e la solita esplosiva Twist And Shout, quattro brani sparati uno in fila all’altro senza pause, un concentrato irresistibile di feeling, energia e grande musica, che da solo vale il prezzo. Alla prossima, con la serata inaugurale del tour con la Seeger Sessions Band.

Marco Verdi

Un “Classico” Come Tutti Gli Anni: Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Disco Club! Parte I

meglio del 2017meglio del 2017 2

Come tutti gli anni in questo periodo abbiamo riunito un trust di cervelli (con una aggiunta rispetto allo scorso anno) e questo è il risultato del nostro meditato e assolutamente libero pensare. Ecco quelli che secondo il nostro parere personale sono i migliori dischi del 2017. Visto che i collaboratori sono abbastanza “indisciplinati” ognuno ha impostato le proprie preferenze seguendo i propri criteri e dilungandosi abbastanza (ma questa è una tradizione del Blog che non voglio tradire), ed il sottoscritto, in qualità di titolare del Blog, si è riservato come sempre di integrare questa prima lista (che è più o meno quella che ho elaborato per il Buscadero) con appendici ed aggiunte varie.Quest’anno le varie classifiche di preferenza vengono presentate in ordine di arrivo nel Blog dei vari collaboratori, con chi scrive che appare per ultimo. Per cui, intanto che a Milano nevica, direi di partire, ricordandovi che ho integrato le liste con le copertine di alcuni dischi e video tratti dagli stessi, cercando di non ripetermi. Di alcuni non abbiamo ancora pubblicato le recensioni (anche per colpa principalmente del sottoscritto piuttosto indaffarato pure con la rivista, come forse avrete notato) ma cercheremo di recuperare con i ripassi di fine anno e le ultime uscite. Visto che è piuttosto lungo il Post è stato diviso in due.

Parte I

I BEST DEL 2017 secondo Marco Verdi

gregg allman southern blood

Disco Dell’Anno: Gregg Allman – Southern Blood

dan auerbach waiting on a song

Piazza D’Onore: Dan Auerbach – Waiting On A Song

Gli Altri 8 Della Top 10:

bob dylan trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13

john mellencamp Sad_Clowns_&_Hillbillies_Cover_Art

John Mellencamp – Sad Clowns And Hillbillies

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time

blackie and the rodeo kings kings and kings

Blackie & The Rodeo Kings – Kings & Kings

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire

marty stuart way out west

Marty Stuart – Way Out West

mavericks brand new day

The Mavericks – Brand New Day

roger waters is this life we really want

 Roger Waters – Is This The Life We Really Want?

 I “Dischi Caldi”:

chris stapleton from a room vol.1chris stapleton from a room vol .2

Chris Stapleton – From A Room 1 & 2

van morrison roll with the punchesvan morrison versatile

Van Morrison – Roll With The Punches & Versatile

tim grimm a stranger in this time

Tim Grimm – A Stranger In This Time

steve earle so you wanna be an outlaw

Steve Earle – So You Wanna Be An Outlaw

 

Ristampe:

woody guthrie the tribute concerts front

Various Artists – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

beatles sgt, pepper

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band 50th Anniversary

 

Album Dal Vivo:

old crow medicine 50 years of blond on blonde

Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

rolling stones sticky fingers at the fonda theatre cd+dvd

Rolling Stones – Sticky Fingers Live At Fonda Theat

grateful dead cornell 5-8-1977

Grateful Dead – Cornell 5/8/77

nathaniel rateliff and the night sweats live at red rock

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

DVD/BluRay: Bob Dylan – Trouble No More: A Musical Film

Concerto: Rolling Stones a Lucca

 bob seger i knew when

Canzone: Bob Seger – I Knew You When

Dan Auerbach – Waiting On A Song

Roger Waters – Deja Vu

Bob Dylan – Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody

 willie nile positively bob

Album Tributo: Willie Nile – Positively Bob

Cover Song: Gregg Allman – Black Muddy River  

 waterboys out of all this blue

La Delusione: The Waterboys – Out Of All This Blue

jeff lynne's elo wembley or bust front

Piacere Proibito: Jeff Lynne’s ELO – Wembley Or Bust

john fogerty blue moon swamp

“Sola” Dell’Anno: John Fogerty – Blue Moon Swamp 20th Anniversary

Evento Dell’Anno: purtroppo, l’inattesa e sconvolgente scomparsa di Tom Petty, un fatto talmente tragico da oscurare perfino la perdita di Gregg Allman.

Marco Verdi

 

Il Meglio Del 2017 secondo Tino Montanari

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Disco Dell’Anno

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall Acoustic Evening

Canzone Dell’Anno

Otis Taylor – Jump To Mexico

natalie merchant the collection

Cofanetto Dell’Anno

Natalie Merchant – The Natalie Merchant Collection

eric andersen be true to you sweet surprise

Ristampa Dell’Anno

Eric Andersen – Be True To You / Sweet Surprise

mavis staples i'll take you there concert celebration

Tributo Dell’Anno

Mavis Staples & Friends – I’ll Take You There

Disco Rock

John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies

waifs ironbark

Disco Folk

Waifs – Ironbark

Disco Country

Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

marc broussard sos save our soul 2

Disco Soul

Marc Broussard – S.O.S. 2: Save Our Soul On A Mission

chicago play the stones

Disco Blues

Various Artists – Chicago Play The Stones

Disco Jazz

Van Morrison – Versatile

orchestra baobab tribute

Disco World Music

Orchestra Baobab – Tribute To Ndiouga Dieng

sharon jones soul of a woman

Disco Rhythm & Blues

Sharon Jones & The Dap Kings – Soul Of A Woman

tom jones live on soundstage

Disco Oldies

Tom Jones – Live On Soundstage

Disco Live

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rocks

graziano romani soul crusder again

Artista Italiano

Graziano Romani – Soul Crusader Again

de gregori sotto il vulcano

Disco Italiano

Francesco De Gregori – Sotto Il Vulcano

Colonna Sonora

Various Artists – Atomic Blonde (*NDB ???)

Esordio Dell’Anno

Paul Cauthen – My Gospel (*NDB bis, bello, però è uscito nel 2016 http://discoclub.myblog.it/2017/01/05/tra-texas-alabama-e-piu-di-uno-sguardo-al-passato-paul-cauthen-my-gospel/ )

who tommy live royal albert hall 2017 dvd

Dvd Musicale

Who – Tommy Live At Royal Albert Hall

 

Altri in ordine sparso

drew holcomb souvenir

Drew Holcomb & The Neighbors – Souvenirs

Otis Gibbs – Mount Renraw

Matthew Ryan – Hustle Up Starlings

Danny & The Champions Of The World – Brilliant Light

White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights

bruce cockburn bone on bone

Bruce Cockburn – Bone On Bone

christy moore on the road

Christy Moore – On The Road

Zachary Richard – Gombo

winwood greatest hits

Steve Winwood – Greatest Hits Live

Sam Baker – Land Of Doubt

 

 weather station weather station

Weather Station – Weather Station

Lucinda Williams – This Sweet Old World

Jude Johnstone – A Woman’s Work

Ruthie Foster – Joey Comes Back

robyn ludwick this tall to ride

Robyn Ludwick – This Tall To Ride

Susan Marshall – 639 Madison

Buffy Sainte-Marie – Medicine Songs

Carrie Newcomer – Live At The Buskirk

shannon mcnally black irish

Shannon McNally – Black Irish

Shaun Murphy – Mighty Gates

 

Band Of Heathens – Duende

orphan brigade heart of the cave

Orphan Brigade – Heart Of The Cave

Subdudes – 4 On The Floor

Dead Man Winter – Furnace

Dropkick Murphys – 11 Short Stories Of Pain & Glory

over the rhine live from the edge of the world

Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

Flogging Molly – Life Is Good

national sleep well beast

National – Sleep Well Beast

Hooters – Give The Music Back Live

My Friend The Chocolate Cake – The Revival Meeting

Tino Montanari

Fine della prima parte

segue>

Torna Finalmente Il Padre Di Tutti I Tributi! VV.AA. – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

woody guthrie the tribute concerts front woody guthrie the tribute concerts box

Woody Guthrie: The Tribute Concerts – Bear Family 3CD Box Set

Non ho controllato con precisione, ma credo proprio che il concerto del Gennaio 1968 tenutosi alla Carnegie Hall di New York in memoria di Woody Guthrie sia stato il primo omaggio “all-stars” ad un singolo artista, evento tra l’altro replicato due anni dopo stavolta sulla costa Ovest, alla Hollywood Bowl di Los Angeles, con successo molto minore (anche perché nel frattempo, musicalmente parlando, era cambiato il mondo). E’ comprovato comunque che se in quel periodo c’era una figura meritevole di un tale trattamento, questa era certamente Guthrie (passato a miglior vita nell’Ottobre 1967 dopo una lunga malattia), grandissimo folksinger, attivista convinto e padre putativo musicale del cosiddetto “folk revival” in voga nei primi anni sessanta, oltre che titolare di un songbook talmente importante che negli anni è entrato a far parte della Biblioteca del Congresso (la sua This Land Is Your Land è considerata una sorta di inno americano non ufficiale). I due concerti in questione, organizzati entrambi dal figlio di Woody, Arlo Guthrie (singer-songwriter a sua volta, anche se di statura artistica decisamente inferiore rispetto al padre), portarono sul palco la crema della musica folk (e non) dell’epoca, due serate magiche che vennero pubblicate prima su LP ed in seguito anche su CD, anche se il tutto era ormai fuori catalogo da anni.

Ora la benemerita Bear Family, etichetta tedesca specializzata quasi esclusivamente in ristampe (e quasi mai a buon mercato), immette sul mercato questo Woody Guthrie: The Tribute Concerts, uno splendido cofanetto triplo che presenta per la prima volta i due concerti nella loro interezza, comprendendo anche le parti narrate tra un brano e l’altro (da Robert Ryan, Will Geer e Peter Fonda), ed aggiungendo anche diverse performances mai sentite prima. In più, il box si presenta con due bellissimi libri a copertina dura pieni zeppi di note dettagliate, rare foto dei due eventi, testimonianze dei partecipanti, oltre ad una esauriente retrospettiva sulla figura di Guthrie e sulla sua importanza, includendo anche una discografia essenziale e le copertine di tutti gli album tributo usciti negli anni. Un’operazione importante quindi anche dal punto di vista culturale, che per una volta vale fino all’ultimo centesimo l’alto costo richiesto (circa cento euro). Dal punto di vista della musica, il meglio si trova nel primo CD, che riporta integralmente la serata del 1968 a New York, soprattutto grazie alla presenza di Bob Dylan, un evento nell’evento in quanto si trattava della prima volta on stage dopo i famosi concerti europei del ’66 (e dopo l’altrettanto noto incidente motociclistico). Bob si presenta sul palco insieme a The Band (unico artista della serata a beneficiare di un accompagnamento elettrico, ma stavolta, a differenza di Newport 1965, sono solo applausi), dimostrandosi in ottima forma e proponendo ben tre brani uno in fila all’altro, “rubando” lo show come si dice in gergo: una coinvolgente Grand Coulee Dam, dal ritmo saltellante (e Bob che urla nel microfono come nei concerti del 1966), seguita da una lunga e godibile Dear Mrs. Roosevelt di stampo quasi country e da I Ain’t Got No Home, splendido esempio di folk-rock di classe.

Il resto della serata include la crema del circuito folk dell’epoca, pur con qualche grave assenza (soprattutto Phil Ochs e Dave Van Ronk, oltre a Jack Elliott che però ci sarà nel 1970). Le performances migliori sono date da Arlo Guthrie, con una Oklahoma Hills pura e rigorosa, la splendida Judy Collins con una cristallina So Long, It’s Been Good To Know Yuh (Dusty Old Dust) e la meravigliosa Plane Wreck At Los Gatos (Deportee), una delle più belle folk songs di sempre, Roll On Columbia, la bellissima Union Maid in duetto con Pete Seeger ed una in trio con Pete ed Arlo per una fluida Goin’ Down The Road. Seeger è stranamente poco presente (ma si rifarà due anni dopo), in quanto esegue soltanto la poco nota Curly Headed Baby da solo al banjo e Jackhammer John insieme a Richie Havens, il quale ha poi spazio con la sua Blues For Woody (unico brano della serata non scritto da Guthrie) e con una lunga ed a suo modo coinvolgente Vigilante Man, caratterizzata dal tipico modo di suonare la chitarra del folksinger di colore. Tom Paxton è un altro bravo, e si prende due classici assoluti (Pretty Boy Floyd e Pastures Of Plenty) e la meno nota Biggest Thing That Man Has Ever Done, mentre l’immensa (non solo in senso fisico) Odetta presta la sua grandissima voce ad una Ramblin’ Round da brividi. Gran finale con tutti sul palco (Dylan compreso) per la prevedibile celebrazione di This Land Is Your Land.

La serata del 1970 occupa invece tutto il secondo dischetto e metà del terzo e, nonostante l’assenza di Dylan, risulta in certi momenti ancora più piacevole, grazie soprattutto alla presenza in diversi pezzi di una band elettrica, guidata nientemeno che da Ry Cooder (e la sua slide è riconoscibilissima) e con gente del calibro di Chris Etheridge al basso, John Beland al dobro, Gib Guilbeau al violino, Thad Maxwell e John Pilla alle chitarre e Stan Pratt alla batteria. Rispetto a New York sono “confermati” Guthrie Jr., Seeger, Havens ed Odetta, mentre le new entries sono Jack Elliott, Earl Robinson, Country Joe McDonald e soprattutto una ispiratissima Joan Baez a prendere idealmente il posto della Collins. L’inizio è simile, con Arlo ad intonare Oklahoma Hills (ma con la slide di Cooder in più), mentre gli highlights sono rappresentati da un intenso duetto tra la Baez e Seeger (So Long, It’s Been Good To Know Yuh), le stupende Hobo’s Lullaby e Plane Wreck At Los Gatos (Deportee) sempre con Joan protagonista, una I Ain’t Got No Home con Pete ed Arlo (ed il figlio di Woody ci regala anche una trascinante Do Re Mi, quasi rock), la solita potentissima Odetta (Ramblin’ Round e John Hardy – che è di Leadbelly – entrambe elettriche e da brividi lungo la schiena), mentre Elliott e Country Joe il meglio lo danno rispettivamente con la drammatica 1913 Massacre (dalla quale Dylan rubò la melodia per scrivere la sua Song To Woody) e con la countreggiante Pretty Boy Floyd, con Cooder in grande evidenza. Senza dimenticare una strepitosa Hard Travelin’ dall’arrangiamento bluegrass ad opera di un inedito sestetto formato da McDonald, Eliott, Robinson, Baez, Arlo e Seeger, ed il maestoso finale con This Land Is Your Land ed ancora So Long, It’s Been Good To Know Yuh unite in medley per la durata di dieci minuti (e con la voce di Odetta che si staglia su tutte).

Come ulteriore bonus abbiamo una serie di brevi ed interessanti interviste di quest’anno in cui vari protagonisti (Arlo, la Collins, Paxton, Seeger in una testimonianza del 2012, McDonald ed Elliott) ricordano le due serate fornendo anche qualche aneddoto, oltre ad un Phil Ochs del 1976 (quindi a poco tempo dalla sua morte) ancora risentito del mancato invito. Per chiudere con Dylan che recita la sua poesia Last Thoughts On Woody Guthrie, performance già edita sul primo Bootleg Series. Splendido box quindi, che ci presenta per la prima volta due serate nelle quali i migliori folksingers del mondo hanno fatto squadra per omaggiare il loro ideale padre artistico. In una parola: imperdibile.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: L’Apoteosi Del Dylan Performer! Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13/1979-1981 Parte II

bob dylan bootleg series 13 trouble no more

<segue

CD 3-4: Rare And Unreleased – due dischi di materiale di studio, rehersals e qualcosa ancora dal vivo, che iniziano con le uniche tre performances datate 1978 e con una band diversa (quella di Street Legal e del Live At Budokan), tratte da un soundcheck: Slow Train (ben sei CD su otto partono con questo pezzo) molto più lenta e quasi irriconoscibile, una Do Right To Me Baby abbastanza simile all’originale, ed una suggestiva cover di Help Me Understand di Hank Williams, tra country e gospel, con il nostro che “dylaneggia” da par suo. Il grosso dei due CD è però formato dalle outtakes dei tre dischi religiosi, tra le quali spicca una Gotta Serve Somebody più spedita e senza il coro femminile https://www.youtube.com/watch?v=ngXC2rAjFKA , una When He Returns strepitosa esattamente come quella già nota ed una stupenda versione alternata di Caribbean Wind con Ben Keith alla pedal steel, più lenta di quella apparsa su Biograph ma non per questo meno efficace. Ma il vero fiore all’occhiello dei due dischetti sono le canzoni mai pubblicate: incontriamo innanzitutto la versione di Ain’t No Man Righteous, No Not One registrata in studio, con uno stile quasi alla Leon Russell, ed una Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody più veloce ma sempre bellissima. Da citare ancora la fluida e deliziosa City Of Gold, per sola chitarra elettrica, organo e voci, il trascinante rockin’ gospel Thief On The Cross, nell’unica performance live di sempre, la vibrante Making A Liar Out Of Me, che avrebbe meritato maggior fortuna https://www.youtube.com/watch?v=dh5FQhbirrc , e soprattutto la magnifica Yonder Comes Sin, un coinvolgente rock’n’roll quasi alla Stones, tra le perle del box (ed è un peccato che il nostro non ci abbia creduto più di tanto). E non le ho neanche citate tutte: gli altri titoli sono Stand By Faith, I Will Love Him, Jesus Is The One, Cover Down, Pray Through e la cover di Dallas Holm Rise Again.

CD 5-6: The Best Of Live In Toronto – come suggerisce il sottotitolo, questi due CD comprendono una selezione da tre date dell’Aprile 1980 nella metropoli canadese, giudicate quasi all’unanimità tra le migliori dell’intero tour, con le canzoni messe in sequenza in modo da ricreare la scaletta dell’epoca (manca però Saved). Ed il concerto è davvero magnifico, con un Dylan al suo meglio come performer e la band che suona da Dio (per stare in tema…), rendendo questi dischetti anche superiori ai primi due. Si capisce subito che Bob è in palla, grazie ad una Gotta Serve Somebody lucida, precisa, potente (e cantata in maniera eccellente), seguita da due ballate da brividi (I Believe In You e Covenant Woman) eseguite con un’intensità rara, una When You Gonna Wake Up energica e travolgente, la solita When He Returns magica (ma sentite come canta) e la più bella Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody di sempre (se non vi viene la pelle d’oca quando Bob canta il bridge non siete umani). Imperdibili anche Solid Rock, infuocata, una In The Garden emozionante ed un finale splendido con la maestosa Pressing On. Persino un brano normale come Man Gave Names To All The Animals sembra una grande canzone.

CD 7-8: Live In London – un’altra chicca del box, un concerto completo del 1981 (registrato all’Earl’s Court il 27 Giugno)  https://www.youtube.com/watch?v=FNlZXwyYoao con Bob che finalmente aveva inserito in scaletta anche i suoi brani del passato. E’ quindi un piacere immenso ascoltare canzoni notissime con questa strepitosa backing band, e la serata è, manco a dirlo, splendida. Quindi a fianco di una selezione dai dischi religiosi (compresa una toccante Lenny Bruce, che mancava sugli altri CD del box) ascoltiamo brani che purtroppo Bob dal vivo non fa più da anni, e suonati come si deve, non come una “revue” degli anni trenta. Per la verità il coro gospel talvolta è un po’ invadente, specie in Like A Rolling Stone e Blowin’ In The Wind, ma ci sono momenti davvero magici come una Girl From The North Country al limite del commovente, una scintillante Mr. Tambourine Man elettroacustica e full band, una fluida e vibrante Just Like A Woman ed una splendida It’s All Over Now, Baby Blue con Bob da solo sul palco con chitarra ed armonica. Unico neo il bis di Knockin’ On Heaven’s Door, proposta in una versione reggae che le toglie tutto il pathos.

DVD: Trouble No More – A Musical Film – splendido concert film che documenta diverse performance dal vivo del nostro a Toronto e Buffalo (ed anche qualche rehearsal), con all’inizio i commenti pungenti dei fans sconcertati dagli show “religiosi”, che ricordano in maniera impressionante quelli avvenuti in seguito alla parte elettrica dei concerti inglesi del 1966 (ed immortalati in No Direction Home). Tra un brano e l’altro, la regista LeBeau ha avuto la strana idea di far scrivere dei sermoni a Luc Sante e farli recitare dall’attore Michael Shannon, monologhi non tratti dagli originali di Dylan ma ad essi ispirati (per fortuna non sono mai lunghissimi, e poi il DVD dà l’opzione di poter vedere solo il concerto). La parte live è, manco a dirlo, strepitosa, anche se il tutto dura meno di un’ora: dodici canzoni (più altre sei negli extra), tra le quali segnalerei una Are You Ready? molto bluesata e meglio dell’originale di Saved, la solita magnifica When He Returns, una fluida Precious Angel, la maestosa Pressing On ed una toccante Abraham, Martin And John (di Dirk Holler e portata al successo da Dion) con solo Bob al piano ed in duetto con Clydie King.

bob dylan live in san diego

Live In San Diego 1979 – doppio CD offerto in omaggio a che acquista(va) il box direttamente sul sito di Dylan. Parlo al passato in quanto l’album era disponibile fino ad esaurimento scorte, ed ormai l’unico modo di accaparrarselo è prenderlo su Ebay al quadruplo del prezzo normale di un CD. A parziale consolazione diciamo che potreste accontentarvi anche del Live In Toronto che c’è nel box (la scaletta è praticamente sovrapponibile, anche se cambia l’ordine dei brani, c’è solo in più Saved e Blessed Is The Name è l’unico inedito), ma la performance è lo stesso eccellente, il che giustifica la sua scelta al posto, per esempio, del più quotato concerto di Buffalo del 1980 che da sempre è uno dei preferiti dai fans. Quindi un altro imperdibile episodio delle Bootleg Series dylaniane: non la si può considerare una ristampa, in quanto il materiale è tutto inedito (a parte l’outtake Ye Shall Be Changed, già pubblicata in passato), e non è neppure completamente un cofanetto live, ma quello che è certo è che è uno dei dischi dell’anno.

Marco Verdi

Supplemento Del Sabato: L’Apoteosi Del Dylan Performer! Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13/1979-1981 Parte I

bob dylan trouble no more

Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13/1979-1981 – Columbia/Sony 2CD – 4LP – Box Set 8CD/DVD

Il periodo più controverso della lunga carriera di Bob Dylan, più ancora della famosa “svolta elettrica” del 1965, è sicuramente stato quello del triennio 1979-1981, durante il quale il grande cantautore, in preda ad una violenta crisi mistica che lo portò anche ad aderire alla setta dei Cristiani Rinati, pubblicò tre album a carattere gospel, sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi (Slow Train Coming, Saved e Shot Of Love, quest’ultimo peraltro con il ritorno di alcuni brani dal carattere “laico”). Ma se la musica contenuta in quei tre dischi ottenne diversi riconoscimenti (compreso un Grammy per Gotta Serve Somebody) sia per il suono “caldo” dei Muscle Shoals Studios (dove vennero incisi i primi due) sia per la qualità delle canzoni, le critiche vennero rivolte più che altro alle parole, piene di lodi al Signore e con toni talvolta da predicatore, ed in gran parte anche alla discutibile copertina di Saved. Ma i commenti più feroci il nostro li ebbe a seguito della lunga tournée che intraprese per promuovere i tre lavori, in primo luogo perché tra un brano e l’altro si produceva in lunghi e stucchevoli sermoni di stampo ultra-conservatore (famosa una sua tiritera contro gli omosessuali), ma soprattutto in quanto decise di proporre solo le canzoni a sfondo religioso, compresi parecchi inediti, ed eliminando dalla setlist ogni traccia di classici del passato anche recente, cosa che mandò in bestia più di un fan (ma Bob non si scompose, anzi: una sera, introducendo una rara performance di Mary Of The Wild Moor, canzone popolare del 1800, disse beffardo “Mi chiedete sempre le vecchie canzoni: ecco, questa è vecchia davvero”).

Queste critiche misero però in secondo piano il fatto secondo me più importante, e cioè che le performances di Dylan erano tra le migliori della sua carriera: infatti il nostro era in forma vocale strepitosa, come forse mai prima d’ora (eccetto il periodo con la Rolling Thunder Revue) e mai più dopo (tranne in parte il tour con Tom Petty del 1986-1987), ed in più le sue prestazioni erano letteralmente arse dal sacro fuoco, come se cantare quei pezzi a sfondo biblico fosse l’ultima cosa della sua vita. E, dulcis in fundo, il gruppo che lo accompagnava era la sua migliore band di sempre (esclusi ovviamente gli Heartbreakers e The Band) con luminari degli studi di Muscle Shoals come il bassista Tim Drummond e l’organista Spooner Oldham, il chitarrista dei Little Feat, Fred Tackett, il grandissimo Jim Keltner alla batteria ed il pianista Terry Young (nel 1981 si aggiunsero Steve Ripley alla chitarra, mentre i due tastieristi furono rimpiazzati da Willie Smith e, soprattutto, da Al Kooper); la vera novità del suono però fu da imputare al coro gospel femminile, un vero muro del suono vocale che nel corso dei tre anni vide avvicendarsi Clydie King, Carolyn Dennis, Helena Springs, Madelyn Quebec, Regina McCrary, Mona Lisa Young, Mary Elizabeth Bridges e Gwen Evans. Oggi finalmente la Columbia rimette le cose a posto con questo splendido tredicesimo volume delle Bootleg Series dylaniane, intitolato Trouble No More e dedicato per la quasi totalità dei suoi 8 CD (il Bignami di due dischetti, o quattro LP, non lo prendo neanche in considerazione) alle performances dal vivo di quel controverso triennio (fortunatamente senza sermoni), ben cento canzoni in versione mai sentita e con una moltitudine di highlights, anche nei brani che si ripetono (ma Dylan è sempre stato famoso per non suonare mai una canzone per due volte allo stesso modo), e con la chicca nel terzo e quarto CD, di outtakes e versioni alternate del trittico di album di studio. Inutile spendere però altre parole, e mi lancio quindi in una disamina dettagliata del cofanetto (che include anche un DVD con il film che dà il titolo al box, un interessantissimo documentario di un’ora realizzato quest’anno dalla regista Jennifer LeBeau, e due bellissimi libri pieni di splendide foto inedite e con le note brano per brano dei primi quattro CD).

CD 1-2: Live – due dischetti con il meglio del lungo tour (che è anche la stessa tracklist della versione doppia “economica”), che iniziano con una Slow Train molto più energica e potente che in studio, con un grande Tackett. Il meglio si ha con la splendida ballata I Believe In You, tra le più belle melodie mai scritte da Bob, qui cantata alla grande, una When You Gonna Wake Up? più tonica e roccata di quella in studio, quasi infuocata nella performance vocale, When He Returns, già in Slow Train Coming con una prestazione magnifica da parte di Dylan, e da pelle d’oca anche dal vivo, la bellissima e gioiosa Precious Angel (con Tackett che tenta di emulare Mark Knopfler, che suonava nella versione originale), oppure la squisita Covenant Woman, uno dei brani più sottovalutati del periodo, dotata di un motivo toccante. Poi abbiamo le trascinanti Solid Rock e Saved (quest’ultima con un ottimo Young al piano), le emozionanti In The Garden e Pressing On, entrambe con un crescendo strepitoso, ed una Gotta Serve Somebody in Germania nel 1981 da brividi. Tra i pezzi tratti da Shot Of Love spiccano la fantastica Every Grain Of Sand (tra le più belle del songbook dylaniano), nell’unica volta in cui è stata suonata in tutto il tour, una granitica The Groom’s Still Waiting At The Altar con Carlos Santana alla solista, e la splendida Caribbean Wind nella sola versione live di sempre. E poi ci sono le canzoni inedite, a partire dalla magnifica Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody, un trascinante gospel cantato in maniera superba, la saltellante Ain’t No Man Righteous, No Not One, dalla melodia diretta ed istantanea e la potente Blessed Is The Name, tra rock’n’roll e gospel.

segue>

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Acustico, Intenso E Poetico! Bruce Springsteen – Kings Hall, Belfast, March 19, 1996

bruce springsteen kings hall belfast 1996

Bruce Springsteen – Kings Hall, Belfast, March 19, 1996 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Ho ancora nelle orecchie i due concerti del Febbraio 1977 che è già di nuovo ora di parlare di un CD live di Bruce Springsteen, dato che ultimamente le uscite dei suoi archivi si sono notevolmente infittite. Questa volta siamo a Belfast, nell’Irlanda del Nord, durante la tournée del 1996 in supporto al mezzo capolavoro The Ghost Of Tom Joad (che portò il nostro anche ad eseguire la title track in apertura del Festival di Sanremo di quell’anno, davanti ad un emozionatissimo Pippo Baudo, in assoluto l’unico momento della manifestazione canora nostrana al quale ho assistito negli ultimi vent’anni), ed è il terzo live acustico del Boss in questa serie dopo quello registrato a Columbus, Ohio nel 2006 ed i Christic Shows del 1990. Era anche la prima volta che Bruce intraprendeva un tour in solitario, dato che Nebraska è stato l’unico album della sua carriera a non essere stato portato in giro (ed i due Christic Shows erano episodi isolati): a differenza però dei concerti del 2006, nei quali il Boss suonerà anche chitarra elettrica e pianoforte, qui abbiamo solo l’acustica e l’armonica, con saltuari interventi di Kevin Buell alle tastiere di sottofondo (posizionate però offstage). E nonostante i dubbi dell’epoca sul fatto che Bruce potesse reggere un’intera serata da solo (gli stessi dubbi che mi fecero desistere dal prendere i biglietti per le serate italiane, e badate che all’epoca non lo avevo ancora visto dal vivo), questo doppio CD non annoia neppure per un momento, nonostante superi abbondantemente le due ore.

La performance è calda, intensa, sentita, emozionante, con Bruce che all’inizio prega il pubblico di fare silenzio e di limitarsi ad ascoltare dato che non è un concerto rock; ci sono molti monologhi, che però non vanno mai ad appesantire le canzoni, ed alcuni pezzi escono letteralmente trasformati dal trattamento acustico. Ovviamente la parte del leone la fanno i brani di The Ghost Of Tom Joad (ne suona ben 10 su 12): su tutte la drammatica e splendida title track, che apre la serata, e la desertica Youngstown, due tra le migliori ballate del nostro (ma sono bellissime anche Highway 29, Sinaloa Cowboys, The Line, che prende in prestito la melodia da Love Minus Zero/No Limit di Bob Dylan, e soprattutto la straordinaria Across The Border). Stranamente ci sono solo due canzoni tratte da Nebraska, la title track, proposta nell’arrangiamento conosciuto, e Reason To Believe, che diventa un country-blues teso come una lama; il meglio però si ha con i pezzi originariamente elettrici, che in molti casi assumono un aspetto decisamente diverso. E’ il caso di Adam Raised A Cain, che diventa un folk-blues molto intenso, o di Murder Incorporated, che da potente pezzo rock si trasfigura in un vibrante blues.

E blues, con tanto di chitarra slide, lo è anche la classica Born In The U.S.A., praticamente irriconoscibile, nello stesso arrangiamento sofferto che aveva in origine e non bombastica come nell’album del 1984 (la versione di studio nel medesimo mood la trovate nel cofanetto Tracks). Darkness On The Edge Of Town è più conforme alla melodia conosciuta, ed è suonata con grande forza; ci sono anche tre brani all’epoca inediti: due di essi, la delicata The Wish (dedicata a sua madre, e Bruce scherza sul fatto che cantare a proposito della mamma non è molto rock’n’roll) e la scorrevole Brothers Under The Bridge troveranno posto su Tracks due anni dopo, mentre la tenue e poetica The Little Things è “unreleased” ancora oggi. Anche Bobby Jean in versione acustica è un’altra canzone rispetto a quella che conosciamo tutti (sembra una folk song), mentre la splendida This Hard Land mantiene la sua struttura classica; Streets Of Philadelphia è emozionante come sempre, e, dopo l’allora recente Galveston Bay, il concerto si chiude con The Promised Land, canzone insolita per terminare uno show del nostro, ma in questo caso perfettamente in tema. Uno Springsteen diverso, meno travolgente del solito ma forse persino più intenso: la prossima uscita documenterà un concerto del 1978, uno degli “anni magici” di Bruce.

Marco Verdi

E Costui Da Dove Spunta? Ed E’ Anche Bravo! Eliot Bronson – James

eliot bronson james

Eliot Bronson – James – Rock Ridge CD

Dave Cobb è sicuramente uno dei produttori del momento, almeno per quanto riguarda la musica che conta per questo blog, ma non è detto che ogni disco che vede lui alla consolle sia da prendere a scatola chiusa: anch’egli tiene famiglia e ha delle bocche da sfamare, altrimenti non si capisce perché talvolta troviamo il suo nome anche su album di gente che vive musicalmente ai suoi antipodi (Rival Sons e Europe, per fare due esempi). Quando però si rimane in ambito roots-Americana, è più che consigliabile buttare un orecchio verso i prodotti che recano il suo “marchio”, ed è il caso nella fattispecie di questo disco, segnalatomi da Bruno in quanto non conoscevo il soggetto, di Eliot Bronson, songwriter originario di Baltimore, Maryland, e con già tre album alle spalle (e l’ultimo di essi, l’omonimo Eliot Bronson del 2014, vedeva già Cobb in cabina di regia). James è il titolo, piuttosto enigmatico, del nuovo CD di Bronson, e devo dire che Bruno ci ha visto giusto anche stavolta, in quanto ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro di puro rock americano classico venato di country, con influenze che vanno da Bob Dylan (non sempre però) a Tom Petty passando per Gram Parsons.

Detto così potrebbe sembrare che Eliot sia uno dei tanti musicisti che spuntano ogni mese, ma devo dire che James si eleva nettamente dalla media, in quanto contiene una serie di canzoni di ottima fattura, suonate in maniera classica da un manipolo ridotto di mani esperte (l’abituale sezione ritmica di Cobb, Brian Allen e Chris Powell, il bravissimo chitarrista Brett Hartley, oltre agli stessi Cobb e Bronson): solo otto canzoni per mezz’ora scarsa di durata, ma quando la qualità è così alta non c’è davvero bisogno di allungare il brodo. Alcuni pezzi sono elettrici, altri più influenzati dal country, altri ancora tipicamente da songwriter, ma con un gusto spiccato per la melodia e per i suoni diretti ed immediati. L’album si apre con Breakdown In G Major, un vibrante blues elettrico sullo stile del Dylan degli anni sessanta, sia come voce che uso della strumentazione (armonica compresa), ritmo sostenuto e svisate di slide che “sporcano” il sound. Un ottimo biglietto da visita, anche se si tratta dell’unico brano in questo stile. Good Enough ha un incipit che ricorda The House Of The Rising Sun, ma solo all’inizio, in quanto la canzone si rivela essere una bellissima ballata crepuscolare dal motivo emozionante, una chitarra elettrica che lavora sottopelle sullo sfondo ed un’atmosfera carica di intensità.

Un’altra slide insinuante apre The Mountain, un pezzo ancora dall’eco “cosmica”, arrangiamento molto anni settanta ed un refrain aperto e di grande impatto; Stranger è tenue, acustica, con una languida steel in lontananza ed una ritmica discreta, un pezzo non banale e da cantautore puro, mentre Rough Ride (dedicata a Freddie Gray, un ragazzo di colore di Baltimore arrestato per possesso illegale di arma da taglio e massacrato di botte fino alla morte dalla polizia durante il trasporto al commissariato) è splendida, con un chitarrone alla Neil Young, una melodia fluida e scorrevole figlia del miglior Tom Petty ed un tempo mosso e coinvolgente: magnifica. Hard Times è una country-rock ballad dal suono classico e puro, molto seventies, ennesimo pezzo di qualità superiore, Rollin’ Down A Line è un folk-rock molto orecchiabile, diretto e piacevole, ancora con Petty in mente, un’altra canzone da annoverare tra le più belle. Finale intimo con la pacata Mercy, intenso momento elettroacustico, un brano delicato nella strumentazione ma solido nello script.

Anche questa volta Dave Cobb non ha sbagliato cavallo, ma il merito va indubbiamente ad Eliot Bronson, uno da tenere decisamente d’occhio.

Marco Verdi