La Tregua E’ Finita: A Soli 61 Anni Se Ne E’ Andato Anche Jimmy LaFave!

jimmy lafave

Dopo un periodo relativamente tranquillo nel quale la “Nera Signora”, per dirla alla Roberto Vecchioni, aveva un po’ allentato la presa sui musicisti famosi (anche se pochi giorni fa c’è stato il tragico suicidio di Chris Cornell, non celebrato in questo blog solamente in quanto distante dai gusti dei recensori, nonostante al sottoscritto non dispiaccia qualche dose di hard rock ogni tanto), dobbiamo purtroppo registrare la scomparsa di Jimmy LaFave, avvenuta due giorni fa all’età di soli 61 anni ed al termine di una breve lotta contro una forma molto aggressiva e subdola di cancro, e dopo avere partecipato solo il 19 maggio al suo ultimo concerto a Austin, un tributo per raccogliere fondi destinati al Jimmy LaFave Songwriter Rendezvous, non per lui, ma per altri. Penso, purtroppo, che la sua scomparsa avrà pochissima risonanza sulla stampa e nel web nostrani, in quanto Jimmy era un vero outsider, uno che ha vissuto tutta la sua vita in funzione della musica vera, senza mai cercare la fama ma riuscendo comunque a diventare una piccola leggenda in Texas. Originario del Lone Star State, LaFave si sposta in Oklahoma in giovane età, a Stillwater per la precisione, dove diventa membro di quel movimento sotterraneo conosciuto come Red Dirt, e pubblica tre album tra il 1979 ed il 1988 a livello indipendente, oggi impossibili da trovare. Tornato in Texas, ad Austin, Jimmy esordisce a livello nazionale nel 1992 con l’ottimo Austin Skyline, un album registrato dal vivo nel quale il nostro propone brani autografi intervallandoli con riletture molto personali di canzoni di Bob Dylan, da sempre la sua fonte principale d’ispirazione.

Cantautore raffinato, Jimmy era dotato anche di una bella voce, molto espressiva e duttile (qualcuno l’aveva paragonata a quella di Steve Forbert), adatta sia quando si trattava di arrotare le chitarre per suonare del vero rock’n’roll texano, sia quando proponeva le sue tipiche ballate arse dal sole e sferzate dal vento, molto classiche nel loro accompagnamento a base di piano e chitarra, ma decisamente intense. Gli anni novanta proseguono con altri bellissimi album di puro cantautorato rock texano, come Highway Trance, Buffalo Returns To The Plains, Road Novel e Texoma, con il quale Jimmy entra nel nuovo millennio, iniziando anche a curare una serie parallela di CD intitolata Trail (oggi arrivata al quinto volume), nei quali pubblica outtakes sia in studio che dal vivo molto interessanti, sia di brani suoi che cover, e non solo di Dylan (che comunque non mancano mai). Quando la sua carriera sembrava aver preso una via fatta di album ben fatti ma senza guizzi particolari, ecco due anni fa il suo capolavoro, The Night Tribe, uno splendido disco di ballate pianistiche, notturne, intense e particolarmente ispirate, uno dei migliori dischi del 2015 in assoluto che ci avevano manifestato la grande forma compositiva di un piccolo grande artista, un album che purtroppo (ma allora non lo sapevamo), diventerà anche il suo canto del cigno http://discoclub.myblog.it/2015/05/18/sempre-buona-musica-dalle-parti-austin-jimmy-lafave-the-night-tribe/ .

Personaggio umile, sempre lontano dai riflettori (l’ho visto dal vivo una volta, a Sesto Calende nel 1994 o 1995, e mi è rimasto impresso che, per salire a suonare sul palco, sia lui che i membri della sua band entrarono dal fondo della sala, passando in mezzo al pubblico e chiedendo anche il permesso, il tutto con gli strumenti al collo!), Jimmy ha scritto canzoni che forse non entreranno nella storia ma sono entrare nei cuori dei veri music lovers, brani che rispondono ai titoli di Desperate Men Do Desperate Things, Never Is A Moment, The Open Road, Only One Angel, Austin After Midnight, On A Bus To St. Cloud, The Beauty Of You, anche se potrei andare avanti a lungo. Vorrei ricordarlo non con una canzone sua, ma con una delle innumerevoli cover dylaniane proposte negli anni, un brano che amo molto e del quale Jimmy ha rilasciato una rilettura decisamente intensa e poetica.

Goodbye Jimmy: da oggi il Paradiso è un po’ più texano.

Marco Verdi

Come Rinfrescare Degnamente Un Capolavoro Assoluto! Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

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Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde – Columbia/Sony CD

Gli Old Crow Medicine Show, forse il miglior gruppo in circolazione in ambito country-roots-Americana, ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la figura di Bob Dylan, a partire da quella Wagon Wheel presente sul loro debut album e che ancora oggi è il loro brano più noto, una canzone appena abbozzata da Bob ai tempi di Pat Garrett & Billy The Kid e che la band di Nashville ha completato in maniera mirabile. Ma anche il brano portante dello splendido Remedy (ad oggi l’ultimo lavoro di studio del gruppo di Keith Secor e Critter Fuqua, e forse il migliore http://discoclub.myblog.it/2014/06/30/la-cura-sempre-eccellente-old-crow-medicine-show-remedy/ ), cioè la bellissima Sweet Amarillo, è una collaborazione a distanza tra i nostri ed il novello Premio Nobel. Lo scorso anno però gli OCMS hanno alzato decisamente l’asticella, riproponendo in due serate al CMA Theatre di Nashville, e giusto cinquant’anni dopo la sua pubblicazione originale, il fenomenale album Blonde On Blonde, cioè quello che da molti viene definito il più bel disco di Dylan (c’è, come me, chi gli preferisce Highway 61 Revisited, altri Blood On The Tracks, ma insomma nella peggiore delle ipotesi sotto il terzo posto non si va) ed in generale uno degli album cardine della storia della musica, un titolo che solo a nominarlo c’è da farsi venire la tremarella.

Ma gli OCMS non sono un gruppo che ha paura, forse grazie anche ad un briciolo di incoscienza, e hanno quindi affrontato quel disco canzone dopo canzone risuonandolo a modo loro, spogliando i brani del “sottile e selvaggio sound al mercurio” e rivestendoli con la loro irresistibile miscela di country, bluegrass, folk e rock, e dando spazio a tutte le qualità che li hanno resi uno degli acts più richiesti in America (e non solo): creatività, forza, feeling, ritmo e voglia di divertirsi ma anche di fare grande musica (e portando comunque grande rispetto alle composizioni originali). 50 Years Of Blonde On Blonde è quindi un live strepitoso, nel quale i nostri (oltre a Fuqua e Secor abbiamo i fedeli Kevin Hayes, Chance McCoy, Morgan Jahnig, Cory Younts e, come membro aggiunto, il polistrumentista Joe Andrews) danno sfogo a tutta la loro abilità vocale e strumentale, suonando con il solito incredibile vigore, una caratteristica già risaputa ma che ogni volta lasca a bocca aperta: e non pensate che solo per il fatto che Blonde On Blonde sia un grandissimo disco il compito dei ragazzi fosse facile, anzi il rischio di strafare e rovinare tutto con interpretazioni non adeguate era dietro l’angolo (non penso infatti che se al posto loro ci fossero stati i Backstreet Boys il risultato sarebbe stato proprio lo stesso). Il disco dura 65 minuti, ed è quindi più corto del Blonde On Blonde originale, anche perché molti pezzi sono suonati ad un ritmo talmente vorticoso da risultare decisamente più sintetici: la strumentazione è al solito acustica al 90%, ma i ragazzi fanno talmente casino (in senso buono) che dopo un po’ non ce ne accorgiamo neppure.

Rainy Day Women # 12 & 35 era già allegra e festosa nella versione di Dylan, e qui si trasforma in una vera orgia di suoni e colori, con un arrangiamento al quale la fisarmonica dona un sapore zydeco, mentre Pledging My Time, in origine un blues lento e strascicato, diventa un bluegrass suonato a velocità supersonica e vertiginosa, un genere nel quale oggi i nostri hanno pochi eguali (è incredibile, sembra che qualcuno abbia accelerato il nastro della performance). Visions Of Johanna è uno dei brani più belli del songbook dylaniano, e qui è nobilitata da una versione strepitosa, con grande rispetto ma anche con il tocco personale degli OCMS, una veste roots che la valorizza ancora di più (il ritmo è accelerato rispetto a quella di Bob), già fin da ora una delle cover dell’anno; anche One Of Us Must Know (Sooner Or Later) è sempre stata contraddistinta da una melodia stupenda, ed i ragazzi la trattano coi guanti, limitando al minimo la strumentazione e facendo risaltare la parte vocale: il risultato è un altro momento imperdibile.

I Want You non è molto diversa, solo più acustica e countryeggiante, ma rimane tutta da godere dalla prima all’ultima nota, Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again è sempre stato il brano di Blonde On Blonde a piacermi meno, un po’ ripetitivo e con una durata di almeno tre minuti di troppo, anche se in questa scintillante rilettura country-rock la apprezzo maggiormente (e che ritmo); Leopard-Skin Pill-Box Hat diventa un delizioso pezzo in puro stile dixieland, mentre Just Like A Woman, uno dei capolavori assoluti di Dylan, si trasforma in una languida country ballad, che non avvicina l’originale (che è, appunto, inavvicinabile) ma si propone come una delle sue migliori versioni. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine), che apriva il secondo LP del Blonde On Blonde originale, ha un arrangiamento frenetico ed una performance urlata che ricorda molto la versione live che Bob immortalò su Before The Flood; Temporary Like Achilles diventa uno splendido e vibrante honky-tonk pieno di ritmo, praticamente un’altra canzone, Absolutely Sweet Marie, già irresistibile in origine, è un country’n’roll spedito come un treno, impossibile stare fermi, mentre 4th Time Around resta abbastanza simile a quella conosciuta, anche se steel e banjo le donano un sapore decisamente roots. La breve Obviously Five Believers, altro bluegrass dalla velocità incredibile, precede il gran finale di Sad Eyed Lady Of The Lowlands, una delle canzoni più personali di Bob (era dedicata all’allora moglie Sara), che qui diventa una sontuosa roots ballad, degna chiusura di un disco strepitoso ed imperdibile.

Non pensate che solo perché Blonde On Blonde è uno dei più grandi dischi mai incisi rifarlo da capo a piedi sia facile: gli Old Crow Medicine Show ci hanno provato aggiungendo il loro tocco magico, ed il risultato finale li conferma come uno dei migliori gruppi attualmente in attività.

Marco Verdi

Bob “Sinatra” Si E’ Fatto In Tre! Bob Dylan – Triplicate

bob dylan - triplicate

Bob Dylan – Triplicate – Columbia/Sony 3CD – 3LP

Nel corso della sua lunga carriera Bob Dylan ha sempre fatto quello che ha voluto e quando ha voluto: a volte ciò è coinciso con i gusti del pubblico e le tendenze del momento (il folk revival dei primi anni sessanta, la svolta elettrica del 1965 – Newport a parte – ed anche l’approccio country di fine decade, in un periodo nel quale tutti andavano a Nashville ad incidere), altre volte molto meno (i dischi “religiosi” del triennio 1979-81, la crisi della metà degli anni ottanta, quando Bob sembrava scegliere le canzoni da mettere sui suoi dischi tirando i dadi). Due anni fa, allorquando Dylan ha pubblicato Shadows In The Night, collezione di standard della musica americana che avevano il comune denominatore di aver fatto parte del repertorio di Frank Sinatra, tutti hanno promosso l’operazione anche con toni abbastanza entusiastici, ma già quando lo scorso anno Bob ha bissato l’operazione con Fallen Angels più di uno ha cominciato a storcere il naso, anche per il fatto che era venuto a mancare l’effetto sorpresa rispetto al primo volume. Vi lascio immaginare la reazione della critica internazionale (ed immagino anche della Columbia) alla notizia che Bob avrebbe pubblicato un altro CD di evergreen non singolo, non doppio ma addirittura triplo, dal titolo non molto fantasioso di Triplicate: infatti le reazioni sono state, per usare un eufemismo, piuttosto contrastanti, tra chi ha applaudito all’operazione definendo questo nuovo lavoro il migliore tra i tre (cosa vera, come vedremo) e chi l’ha bocciata più che altro per il timore che Dylan avesse prosciugato la vena creativa smettendo di fatto di scrivere canzoni proprie, altri ancora criticando il fatto che il nostro stia ormai facendo dischi solo per il suo piacere personale.

Tra l’altro un triplo album non è uno scherzo, a memoria non ricordo molti tripli in passato che non fossero antologie o dischi dal vivo (All Things Must Pass di George Harrison, che in realtà era un doppio con un terzo disco di jam sessions, e Sandinista! dei Clash sono, credo, i casi più celebri), ed è per questo che, a parere di molti, Triplicate sarà l’episodio conclusivo della serie: in realtà, data la durata complessiva che supera di poco l’ora e mezza, il CD poteva anche essere doppio, ma Dylan ha voluto dividerlo in tre e dare ad ognuno dei dischetti un sottotitolo, a seconda dei temi trattati dalle canzoni (‘Til The Sun Goes Down, Devil Dolls e Comin’ Home Late). E che Triplicate sia da considerare il più importante album della trilogia lo confermano anche l’elegante confezione in digipak ed il fatto che sia l’unico volume ad avere nel booklet interno un saggio descrittivo (ad opera del noto scrittore Tom Piazza); musicalmente l’album prosegue nel mood dei due precedenti, cioè con le interpretazioni molto laidback da parte del nostro, ma la produzione è migliore (ad opera di Dylan stesso, sotto il consueto pseudonimo di Jack Frost) ed in molti momenti l’accompagnamento della band è decisamente più presente, grazie anche al fatto che, a parte i soliti noti (Tony Garnier al basso, Charlie Sexton alla chitarra, Donnie Herron alla steel guitar e George Receli alla batteria), troviamo alla seconda chitarra un vero e proprio fuoriclasse come Dean Parks, uno che nel corso degli anni ha suonato praticamente con tutti, ed in molti brani vi è anche la presenza di un’ottima sezione fiati e corni guidata da James Harper.

Anche il repertorio non è così legato a Sinatra come nei due episodi precedenti: nonostante ben 29 pezzi sui 30 totali siano stati interpretati anche da Old Blue Eyes, molte di queste canzoni sono infatti maggiormente note nella versione di altri, tra cui Nat “King” Cole, Ella Fitzgerald, Judy Garland, Glenn Miller, Bing Crosby, Sarah Vaughan e Billie Holiday. Infine Bob, che canta con ottimo rigore melodico a differenza di quanto faccia solitamente dal vivo con le sue canzoni, in questo album omaggia anche brani molto più celebri di quelli presenti sui primi due volumi, veri e propri classici del calibro di Stardust, Sentimental Journey, Stormy Weather, Once Upon A Time, As Time Goes By ed altri. E Triplicate contiene diversi highlights, a partire da I Guess I’ll Have To Change My Plan, deliziosa, dal tempo jazzato, con i fiati che commentano con classe sullo sfondo e la band dal suono più presente del solito (rock sarebbe una parola grossa), o la raffinatissima Once Upon A Time, dove Bob canta benissimo, oppure la poco nota (ma bella) It Gets Lonely Early, non facile da cantare (ma il nostro se la cava egregiamente), o ancora la godibile e mossa Trade Winds, in cui la classe si tocca con mano. Splendida poi Braggin’ (unico brano mai affrontato da Sinatra, era un successo della Harry James Orchestra), dal suono ricco, ritmo sostenuto e con Dylan che dà il meglio di sé; ottima pure Imagination, nella quale la band ha più spazio del consueto, ed anche il superclassico Stardust è rifatto in maniera seria e rigorosa, anche se, per rimanere in tema di artisti contemporanei, preferisco la versione di Willie Nelson.

Alcune interpretazioni sono più di routine, come This Nearly Was Mine, ottima dal punto di vista vocale ma con la band quasi inesistente, l’umoristica There’s A Flaw In My Flue, che Bob rifà in maniera fin troppo seriosa, How Deep Is The Ocean?, con un arrangiamento eccessivamente cupo, od anche Sentimental Journey, che avrei preferito con un po’ più di brio. Poi ci sono pezzi, pochi per fortuna, che a mio parere non sono molto nelle corde di Dylan, come Stormy Weather, My One And Only Love, P.S. I Love You (che non è quella dei Beatles), o anche la pimpante Day In, Day Out, splendida dal punto di vista strumentale ma palesemente fuori dal range vocale di Bob. Una menzione a parte la merita The Best Is Yet To Come, un brano di grande importanza per Sinatra in quanto è l’ultima canzone cantata dal vivo dal grande crooner (nel 1995), nonché l’iscrizione sulla sua pietra tombale: Dylan questo lo sa, e quindi fornisce una delle interpretazioni più convincenti del triplo, “dylaneggiando” tra l’altro più del solito, ed aiutato alla grande dalla band e dai fiati. In conclusione, forse Triplicate va preso a piccole dosi, forse non è un album adatto a tutti, e forse ha perfino ragione chi vorrebbe che Dylan tornasse finalmente a fare Dylan, ma insomma avercene di dischi come questo.

Marco Verdi

L’Ultima Colta Fatica Di Un “Cantautore Del Blues”! Eric Bibb – Migration Blues

eric bibb migration blues

Eric Bibb – Migration Blues – DixieFrog/Ird

Eric Bibb non è un “semplice” cantante e chitarrista blues, è un cantautore del blues, uno che ha sempre dato importanza alla tradizione (per esempio con il recente Lead Belly’s Gold, realizzato in coppia con JJ Milteau http://discoclub.myblog.it/2015/10/11/vecchio-oro-zecchino-nuovi-minerali-blues-meno-pregiati-sempre-preziosi-eric-bibb-and-jj-milteau-lead-bellys-gold-live-at-the-the-sunset-more/ ), ma nella sua musica hanno altresì trovato posto le tematiche dei perdenti, degli sfruttati, dei poveri del mondo, e quindi era quasi inevitabile che prima o poi realizzasse un intero disco dedicato ai cosiddetti “rifugiati”, i migranti: le popolazioni che in giro per il mondo fuggono da guerre, carestie, fame, povertà, alla ricerca di un mondo migliore, spesso trovando la morte in questo tentativo. Ovviamente questa è solo una recensione e non un trattato sociologico e quindi non può entrare a fondo nell’argomento, che lascio a persone più preparate di me (spero) per sviscerarlo, ma mi sembrava giusto ricordarlo, visto che è l’assunto da cui parte questo album. Che nel suo ricco librettino, scritto in tre lingue, inglese, francese e tedesco, viene anche trattato con dovizia di particolari sulle canzoni contenute nel CD, e si apre con una dotta citazione dall’opera di Cicerone, che nel 46 prima di Cristo già diceva: “Essere ignoranti di quanto è avvenuto prima della tua nascita vuol dire rimanere sempre un bambino. Per questo quanto vale la vita umana, a meno che non sia intessuta nella vita dei nostri antenati dai ricordi della storia” (libera traduzione del sottoscritto).

Ma veniamo ai contenuti del disco: a fianco di Bibb, per questa nuova avventura, oltre al fido JJ Milteau all’armonica, questa volta troviamo l’eccellente musicista canadese (ma nato a South Bend, Indiana) Michael Jerome Browne, vincitore di vari premi in Canada e negli States (con nove album al suo attivo, quasi tutti per l’etichetta Borealis, e che vi consiglio di esplorare), nonché virtuoso (come Eric) di vari strumenti a corda, chitarre, soprattutto slide, banjo e mandolino, ma anche violino. Quindi un disco dalle sonorità scarne, quasi sempre acustiche, come è d’altronde caratteristica dei dischi di Eric Bibb, vedi anche il recente The Happiest Man In The World, dove oltre a Browne, c’era il grande Danny Thompson al contrabbasso. Si diceva del fatto che il nostro è un “cantautore” del blues e quindi è quasi ovvio che l’album contenga quasi tutte composizioni originali dello stesso Bibb, che comunque si lascia aiutare anche dai suoi compagni di avventura come autori, e sceglie un paio di cover d’autore che vediamo tra un attimo. L’album si apre con l’intensa (ma lo sono tutte le canzoni contenute in questo Migration Blues) Refugee Moan, con la splendida ed espressiva voce di Bibb, sostenuta dalla propria baritone guitar, dal fretless banjo di Browne e dall’armonica di Milteau, per una cruda narrazione del viaggio verso la Promised Land. Il secondo brano Delta Getaway, rievoca i ricordi dei vecchi del Mississippi sui loro pericolosi viaggi appunto dal Mississippi a Chicago, un brano dove si gusta la splendida resophonic slide di Browne e l’intervento della batteria di Olle Linder che aggiunge ritmo ad uno dei brani più “elettrici” di questa raccolta.

Diego’s Blues racconta il viaggio, negli anni ’20 del secolo scorso, di un inventato emigrante messicano verso il Delta del Mississippi per sostituire gli Afroamericani che stavano abbandonando le piantagioni, un eccellente folk-blues, solo la voce di Eric e la 12 corde di Browne, splendido. Prayin’ For Shore affronta l’argomento dei viaggi della speranza in barca nel Mediterraneo a noi tristemente noti, una canzone complessa, con la voce di supporto di Big Daddy Wilson, e la 12 corde amplificata di Jerome e l’armonica di Milteau che affiancano la sempre splendida voce di Bibb, per un brano dall’atmosfera sospesa ed intensa. Migration Blues è uno strumentale intricato, dove Bibb e Browne si sfidano con le loro 12 corde in modalità bottleneck.. Four Years, No Rain, scritta sempre per l’occasione da M.J. Browne, affronta il tema della carestia in un altro blues minimale e scarno, mentre We Had To Move racconta in una canzone la storia romanzata della famiglia di James Brown, un brano mosso e variegato, dove si apprezza il virtuosismo di Bibb al banjo. La prima cover è una magnifica rilettura di Master Of War di Bob Dylan, con la voce evocativa di Eric, sostenuta dal “minaccioso” fretless gourd banjo, che ricrea l’ambiente di uno dei capolavori dylaniani. Ancora le due chitarre duettanti di Bibb e Browne, per una sognante e delicata Brotherly Love e poi spazio per l’omaggio al cajun degli emigrati canadesi spinti verso la Louisiana, nello strumentale di MJ Browne La Vie Est Comme Un Oignon, per violino e armonica. With A Dolla’ In My Pocket è un country-blues elettrificato di nuovo di grande intensità, seguito da un altro dei monumenti della canzone americana come This Land Is Your Land di Woody Guthrie, che credo non abbia bisogno di presentazioni, bella versione. Una breve Booker’s Blues un vorticoso strumentale suonato sulla National di Booker White, e siamo al finale, Blacktop, un altro intenso blues di Browne, che questa volta la canta anche, con Bibb e Mornin’ Train, un tradizionale arrangiato da Eric Bibb, con la seconda voce della moglie Ulrika, brano che conclude a tempo di gospel/spiritual questo ottimo album del musicista di New York.

Bruno Conti

Uno Dei Migliori Volumi Della Serie! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 8

garcia live volume eight

Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 8: November 23rd 1991, Bradley Center – ATO 2CD

Il doppio CD uscito nel 1991 intitolato semplicemente Jerry Garcia Band (quello con in copertina un dipinto raffigurante una sala da concerto su sfondo grigio, da anni fuori catalogo) a mio parere non è solo una delle cose migliori mai messe su disco da Jerry Garcia (Grateful Dead compresi), ma uno dei migliori album dal vivo degli anni novanta. Questo ottavo volume della serie Garcia Live, da poco uscito, prende in esame un concerto tratto dalla stessa tournée (avvenuto al Bradley Center di Milwaukee, circa un anno dopo il concerto del live del 1991, che era stato inciso al Warfield di San Francisco) e con la stessa formazione: in quel periodo Jerry era al massimo della forma, e suonava come forse non aveva mai fatto in carriera, un misto di creatività, esperienza e maturità che lo rendevano un musicista inimitabile (e non erano ancora rispuntati i problemi di salute che lo avrebbero portato alla morte dopo solo quattro anni); in più, la JGB era una formazione a prova di bomba, in grado di suonare davvero qualsiasi cosa, e con una scioltezza incredibile: oltre alla chitarra del leader, abbiamo due vecchi compagni di viaggio come il grande Melvin Seals all’organo (e, ahimè, qualche volta ai synth) ed il bassista John Kahn, mentre alla batteria c’è l’ottimo David Kemper, di lì a qualche anno nella touring band di Bob Dylan, oltre ai cori soulful di Jacklyn LaBranch e Gloria Jones, utilissimi ad aiutare la voce di Jerry, da sempre il suo unico tallone d’Achille.

E questo ottavo volume della benemerita serie di concerti live di Jerry è indubbiamente uno dei migliori della serie, forse addirittura il migliore, gareggiando in bellezza con il già citato doppio del 1991: ci sono alcune canzoni in comune (ma si sa che Garcia non suonava mai lo stesso brano due volte allo stesso modo), ma anche alcune sorprese che rendono più appetitoso il piatto. Lo show è strutturato nel modo tipico dei concerti di Jerry, cioè qualche brano tratto dai suoi album solisti, diverse cover e nessun brano dei Dead: la differenza poi la fa la qualità della performance, nella fattispecie davvero eccellente. Il primo dei due CD (incisi come sempre in maniera perfetta) si apre con Cats Under The Stars, forse non tra le migliori composizioni di Jerry, ma che serve come riscaldamento (più di nove minuti, all’anima del riscaldamento…) e con il nostro che ci fa sentire da subito che la sua chitarra in quella sera farà faville; They Love Each Other è una canzone migliore, più simile allo stile dei Dead, tersa e godibile (peccato per quelle tastiere elettroniche), con un leggero tempo reggae che non guasta. Il concerto entra nel vivo con la prima sorpresa: Lay Down Sally, uno dei pezzi più popolari di Eric Clapton, in una versione sontuosa, con il laidback tipico del Manolenta degli anni settanta, ritmo spedito e la chitarra spaziale di Jerry a dare il sigillo con i suoi assoli stratosferici (e stiamo parlando di un brano di Clapton, non certo un pivellino); The Night They Drove Old Dixie Down è una delle grandi canzoni del songbook americano (canadese per la precisione) e questa rilettura è molto diversa dall’originale di The Band, più lenta, decisamente fluida e dal grandissimo pathos strumentale (Jerry qui ha qualche difficoltà a restare intonato), con Seals che tenta di eguagliare in bravura il suo leader e quasi ci riesce.

Reuben And Cherise è gradevole e con il tipico Garcia touch nella melodia (quelle tastiere però…) e prelude ad un trittico da favola formato da Money Honey (di Jesse Stone), roccata e trascinante, con Jerry che suona in modo divino e Melvin che si conferma una spalla perfetta, la vivace e breve (“solo” quattro minuti) My Sisters And Brothers, dal sapore errebi-gospel (era una hit dei Sensational Nightingales) e la splendida Deal, una delle migliori canzoni del Garcia solista, stasera eseguita in maniera stellare. Il secondo dischetto è ancora meglio, ed inizia con una rarissima Bright Side Of The Road, uno dei classici di Van Morrison, in una versione strepitosa, suonata in modo rispettoso ma con una verve chitarristica che l’originale non aveva: Jerry canta bene ed il brano ne esce ulteriormente abbellito. Segue un’altra grande canzone, Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, che Jerry rivolta come un calzino rendendola sua al 100%, con la band che segue compatta. Think non è il noto successo di Aretha Franklin, bensì un oscuro blues di Jimmy McCracklin, molto classico, ed anche il Jerry bluesman funziona alla grande, con un lungo assolo di una liquidità impressionante (e vogliamo parlare dell’organo?); Shining Star è una soul ballad originariamente dei Manhattans, lunga, dilatata, limpida e suonata con classe sopraffina, tredici minuti di puro godimento, mentre Ain’t No Bread In The Breadbox è un pezzo di Norton Buffalo che Jerry e compagni intrepretano in maniera decisamente vitale. Il concerto si chiude con due classici: That Lucky Old Sun è uno standard interpretato negli anni da mille artisti diversi, ed il nostro la personalizza con il suo solito mestiere, rallentandola e tirando fuori il meglio dalla nota melodia, mentre il finale è appannaggio di un brano di Dylan, un autore che nei concerti di Garcia non mancava mai: Tangled Up In Blue è il pezzo scelto, altri undici minuti di grande musica, con il solito suono compatto e fluido allo stesso tempo del gruppo e le due coriste che aggiungono pepe alla nota melodia.

So che tra Grateful Dead e Jerry Garcia solista il mercato negli ultimi tre anni è stato letteralmente invaso di nuove pubblicazioni, ma questo Volume 8 fa parte certamente di quelle da accaparrarsi.

Marco Verdi

Una Doverosa Appendice Al Cofanetto! 2: Francesco De Gregori – Sotto Il Vulcano

de gregori sotto il vulcano

Francesco De Gregori – Sotto Il Vulcano – Caravan/Sony 2CD

Come ho già scritto nel mio lungo post dedicato al box Backpack http://discoclub.myblog.it/2017/01/21/lintegrale-di-uno-dei-pochi-grandi-musicisti-italiani-francesco-de-gregori-backpack/ , Francesco De Gregori negli ultimi 27 anni (cioè dal 1990, quando ne fece uscire tre in un colpo solo) si è messo a pubblicare album dal vivo con una cadenza degna dei Grateful Dead, o di Joe Bonamassa se vogliamo usare un paragone più recente. Per quanto mi riguarda non è un problema, in quanto ci troviamo di fronte ad uno dei migliori cantautori italiani, con un songbook formidabile e che in più ha la buona abitudine di non riproporre gli stessi brani sempre allo stesso modo, viceversa ama cambiare gli arrangiamenti, arrivando talvolta a stravolgerli (un po’ alla maniera di Bob Dylan, tanto per citare la sua più grande influenza) e, negli ultimi anni, a rivestirli di una scorza rock che negli anni settanta non era in lui molto presente. Sotto Il Vulcano è l’unico doppio live della sua discografia insieme a La Valigia Dell’Attore, ma è il primo a presentare un concerto intero, venti canzoni, così come lo ha ascoltato il pubblico quella sera: per l’esattezza stiamo parlando dello scorso 30 Agosto a Taormina al Teatro Antico, una serata che, a detta del nostro, è stata registrata a sua insaputa.

Ed il doppio CD è come al solito ampiamente riuscito, con il nostro che dal punto di vista vocale sembra migliorare con l’età, e con la band che lo accompagna che è ormai tra le migliori nel panorama nazionale: alla guida troviamo come sempre il bassista Guido Guglielminetti, coadiuvato dai due ottimi chitarristi Paolo Giovenchi e Lucio Bardi, da Alessandro Arianti alle tastiere, Stefano Parenti alla batteria, i bravissimi Alessandro Valle alla steel e mandolino ed Elena Cirillo al violino, più una sezione fiati di tre elementi (solo in alcuni brani). Il disco (a proposito, sempre e solo audio, a quando un bel DVD?) è, come già detto, molto bello, anche se i miei live preferiti del Principe restano Il Bandito E Il Campione e Fuoco Amico, maggiormente legati a sonorità rock: in Sotto Il Vulcano forse Francesco si prende pochi rischi nella scelta della scaletta (i successi ci sono praticamente tutti: La Leva Calcistica Della Classe ’68, Alice, Generale, Titanic, Rimmel, La Storia, La Donna Cannone, oltre a Buonanotte Fiorellino con l’ormai consueto arrangiamento costruito su Rainy Day Women # 12 & 35 di Dylan), anche se non mancano diversi classici minori (Pezzi Di Vetro, Caterina, Sempre E Per Sempre, L’Abbigliamento Di Un Fuochista).

La differenza la fanno gli arrangiamenti, e se Pezzi Di Vetro è proposta in una versione per sola voce e chitarra, L’Agnello Di Dio è potente e decisamente rock (anche se l’avrei preferita con meno fiati e più chitarre), Vai In Africa, Celestino! è puro folk-rock, ed è molto diversa dall’originale, mentre Alice diventa uno splendido valzerone country, così come Generale una limpida ballata roots; Il Panorama Di Betlemme è la solita strepitosa rock song, una delle più belle tra le più recenti del nostro, con lo splendido violino della Cirillo in evidenza, Sotto Le Stelle Del Messico A Trapanar è piena di ritmo, suoni e colori, mentre Rimmel (grande versione) è introdotta da una splendida performance alla chitarra acustica di Giovenchi e Bardi. E poi ci sono tre brani tratti da Amore E Furto, l’album di cover dylaniane di due anni fa, proposte una in fila all’altra (Servire Qualcuno/Gotta Serve Somebody, Un Angioletto Come Te/Sweetheart Like You e Come Il Giorno/I Shall Be Released), in versioni abbastanza simili a quelle di studio e, come anticipato un po’ ovunque, una rilettura molto sentita e toccante del classico del vecchio amico Lucio Dalla 4 Marzo 1943. Un altro buon live dunque: sembra che Francesco De Gregori non si stanchi mai di farne, e personalmente io non mi stanco mai di ascoltarne.

Marco Verdi

Il 31 Marzo Esce (A Sorpresa) “Triplicate”, Un Nuovo Album Di Standard Di Bob Dylan…Stavolta Triplo! E, Un Altro Lutto, Oggi Ci Ha Lasciato Anche John Wetton.

bob dylan - triplicate

La notizia è arrivata oggi, alquanto inattesa direi: dopo l’ottimo Shadows In The Night del 2015 ed il più che buono Fallen Angels dello scorso anno, Bob Dylan ha deciso di pubblicare, il 31 Marzo, un nuovo (e forse stavolta l’ultimo) episodio della sua personale rilettura del Great American Songbook: Triplicate conterrà trenta standard, alcuni notissimi altri meno, ed uscirà in triplo CD e triplo LP (in versione normale o deluxe, ma senza brani aggiunti), il primo triplo in assoluto per il grande Bob, almeno per quanto riguarda i dischi di studio. L’album è stato inciso presso i mitici Capitol Studios di Los Angeles con la sua attuale touring band (anche se non è dato sapere se a seguito di nuove sessions o dalle stesse che hanno prodotto i primi due episodi), ed è stato prodotto ancora da Dylan stesso con il suo solito pseudonimo Jack Frost. Comunque, ecco la tracklist completa, anche questa volta molti pezzi sono entrati almeno una volta nel repertorio di Frank Sinatra, anche se a prima vista la scelta sembra più allargata.

Disc 1
1. I Guess I’ll Have to Change My Plans
2. September of My Years
3. I Could Have Told You
4. Once Upon a Time
5. Stormy Weather
6. This Nearly Was Mine
7. That Old Feeling
8. It Gets Lonely Early
9. My One and Only Love
10. Trade Winds

Disc 2
1. Braggin’
2. As Time Goes By
3. Imagination
4. How Deep is the Ocean
5. P.S. I Love You
6. The Best Is Yet to Come
7. But Beautiful
8. Here’s That Rainy Day
9. Where Is the One
10. There’s a Flaw in My Flue

Disc 3
1. Day In, Day Out
2. I Couldn’t Sleep a Wink Last Night
3. Sentimental Journey
4. Somewhere Along the Way
5. When the World Was Young
6. These Foolish Things
7. You Go to My Head
8. Stardust
9. It’s Funny to Everyone but Me
10. Why Was I Born

E questo è il primo brano che si può ascoltare online

A questo punto non è dato sapere se questo triplo chiuderà l’operazione “American Songbook” e se avremo ancora il privilegio di ascoltare canzoni nuove di Bob: qualche burlone in rete ha già auspicato che Dylan potrebbe chiudere la carriera così come l’aveva cominciata, cioè scrivendo brani di protesta. Conoscendo un po’ Bob e la sua imprevedibilità, non è escluso che possa succedere… Torneremo ad occuparci di Triplicate nel dettaglio quando uscirà (sperando nel frattempo che la copertina non sia quella definitiva).

Marco Verdi

John Wetton photo by Mike Inns

P.S. *NDB

E sempre a sorpresa, ma non troppo, visto che da tempo stava combattendo una lunga battaglia contro un cancro al colon, nelle prime ore del mattino di oggi 31 gennaio ci ha lasciato anche John Wetton, storico bassista e cantante dei King Crimson e degli Asia (e anche negli UK, oltre a mille altri, Family, Uriah Heep, Roxy Music e Bryan Ferry solista, Wishbone Ash). Quest’anno avrebbe compiuto 68 anni.

 

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Ci Mancavano Solo Le Ristampe Dei “Cinquantesimi”! Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition

the grateful dead the grateful dead

Grateful Dead – Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition – Rhino 2CD – LP Picture

I Grateful Dead, soprattutto in seguito alla scomparsa del loro storico leader Jerry Garcia avvenuta nel 1995, non hanno mai seguito le normali leggi del marketing, inondando negli anni il mercato di un vero e proprio fiume di pubblicazioni d’archivio, specie dal vivo: nello specifico gli ultimi due anni, tra cofanetti celebrativi, tributi, tour d’addio e concerti del passato, hanno messo davvero a dura prova i portafogli dei tanti seguaci della band di San Francisco. Si pensava però che la loro discografia “ufficiale” studio e live, cioè quella che va dal 1967 al 1990 (anno di uscita di Without A Net, ultimo loro album dal vivo per così dire in “tempo reale”), fosse stata già sistemata qualche anno fa con i due splendidi cofanetti The Golden Road e Beyond Description (dal quale peraltro Without A Net era stato stranamente escluso): eppure avremmo dovuto sapere che, quando si parla dei Dead, ci si può aspettare di tutto. Ecco quindi l’idea “geniale”: ripubblicare tutti gli album della loro discografia in edizione deluxe, ciascuno allo scadere del cinquantesimo anniversario dall’uscita originale; avete capito bene: non una serie di uscite programmate con tre-quattro dischi ogni tot mesi (come è successo con i Led Zeppelin), ma un CD all’anno, o due se in una particolare annata i Dead avevano pubblicato più di un album, fino al 2039, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario di Built To Last, loro ultimo album di studio (o 2040 se questa volta Without A Net verrà preso in considerazione).

grateful dead picture vinyl

Un’operazione che potrei benissimo definire demenziale, considerato soprattutto il fatto che molti fans del gruppo non sono proprio di primo pelo (e quindi molti di essi potrebbero non arrivare al completamento della serie, faccia pure gli scongiuri chi di dovere), ma anche la possibilità che fra più di vent’anni il CD non sarà più un supporto preso in considerazione per la fruizione della musica, dato la velocità con la quale corre la tecnologia oggi. L’iniziativa non ha mancato di attirare molte critiche, anche da parte dei Deadheads più duri e puri (basta andare sul sito dei Dead e leggere i commenti): personalmente sono curioso di vedere se verranno affrontati in pompa magna allo stesso modo tutti gli episodi della discografia dei Dead, dato che un conto è celebrare vere e proprie pietre miliari quali Workingman’s Dead, Live/Dead o American Beauty, un conto è valorizzare episodi non proprio di primo piano come Shakedown Street o il deludente live del 1976 Steal Your Face (che nel box Beyond Description è stato addirittura saltato). Il primo episodio di questa campagna di ripubblicazioni è naturalmente il loro esordio del 1967, l’omonimo Grateful Dead, uscito da pochi giorni in una versione doppia, mentre il vinile è stato ristampato solo con i brani originali, anche se in una bella edizione picture (e se dovessimo fare i pignoli, avrebbe dovuto uscire a Marzo per rispettare alla lettera la regola dei cinquant’anni).

Grateful Dead non è mai stato considerato un album fondamentale nella discografia della band californiana, in quanto ancora acerbo e poco rappresentativo di ciò che sarebbero diventati in seguito (e che dal vivo erano già): a me è sempre piaciuto, vuoi per la sua sinteticità (dura appena 35 minuti), vuoi per il suono decisamente rock-blues che raramente tornerà nei dischi di studio del gruppo. Garcia è già la guida incontrastata ed indiscussa, ma il tastierista Ron “Pigpen” McKernan è molto più di un semplice membro, incarnando l’anima blues del quintetto ed assumendo quasi la carica di co-leader musicale grazie all’importanza dell’organo nel sound della band, mentre Bob Weir, Phil Lesh e Bill Kreutzmann (Mickey Hart ancora non c’era) già forniscono il supporto ritmico perfetto. In questo album ci sono diversi brani che servono come base per le future e famose improvvisazioni dal vivo, pezzi che superano di poco i due minuti di durata, come il rock’n’roll di Beat It On Down The Line, o vari blues come la celebre Good Morning. Little Schoolgirl (di Sonny Boy Williamson, l’unica a durare quasi sei minuti), il traditional Sitting On Top Of The World, che come abbiamo visto di recente era già nel repertorio di Garcia fin dai tempi degli Hart Valley Drifters, o come New, New Minglewood Blues di Noah Lewis, in futuro ripreso moltissime volte dal vivo.

La maggior parte dei nove brani sono covers, ma Garcia comincia già a farsi largo come autore (per ora senza il futuro partner Robert Hunter) con le interessanti The Golden Road e Cream Puff War. Ma i centerpieces del disco sono le due folk songs Cold Rain And Snow e l’inquietante e post-apocalittica Morning Dew, entrambe elettriche e con accenni di quella psichedelia per la quale i nostri si distingueranno presto, e soprattutto Viola Lee Blues, unico pezzo a superare i dieci minuti, un blues ancora scritto da Lewis che diventa un pretesto per una furiosa jam chitarristica nella quale Jerry inizia a mostrare di che pasta è fatto. Il secondo CD è costituito da un concerto inedito, e se proprio non ci troviamo di fronte ad un’idea rivoluzionaria (direi che live dei Dead in giro non ne mancano), almeno è decisamente interessante l’annata, in quanto ci viene proposto un raro show del 1966, cioè un anno prima del loro debutto, quando erano praticamente sconosciuti al di fuori della Bay Area (per l’esattezza il dischetto documenta la serata del 29 Luglio al PNE Garden Auditorium di Vancouver, in Canada, con in aggiunta quattro pezzi dallo show tenutosi il giorno successivo sempre nella stessa location).

Il suono è ottimo, e nonostante siano agli albori, i nostri suonano già con quella sicurezza e quella tecnica che gli conosciamo, con Garcia e Pigpen assoluti protagonisti: ci sono diversi brani che finiranno poi sul disco d’esordio, tra cui la sempre eccellente Viola Lee Blues, con Jerry che è già una macchina da guerra, ma anche con dilatate versioni di Cream Puff War (superba) e Good Morning, Little Schoolgirl (più lunghe che nel disco in studio, anche se le loro tipiche jam interminabili non ci sono ancora), e le sempre trascinanti Beat It On Down The Line ed una Sittin’ On Top Of The World dal ritmo sostenuto. Ci sono anche tre brani originali che in seguito non verranno più ripresi: Standing On The Corner, tipica rock song anni sessanta, neanche male, You Don’t Have To Ask e Cardboard Cowboy, nella quale Lesh fa già vedere di essere un cantante quantomeno discutibile; i nostri avevano già in scaletta anche il traditional I Know You Rider, che diventerà uno dei loro classici assoluti, in una versione molto più spedita del solito e con l’organo di McKernan in grande evidenza. C’è anche parecchio blues: oltre ai pezzi che andranno a costituire l’ossatura di Grateful Dead, troviamo qui liquide riletture di Next Time You See Me di Junior Parker, Big Boss Man di Jimmy Reed e One Kind Favor di Lightnin’ Hopkins (conosciuta anche come See That My Grave Is Kept Clean). Come ciliegina, una fluida It’s All Over Now, Baby Blue, che dimostra che Bob Dylan era già allora un solido riferimento per loro.

Che altro aggiungere? Non posso certo dire che questa ristampa sia imperdibile (anche perché il concerto si trova facilmente, e gratuitamente, anche online), ma se siete dei completisti, o meglio ancora dei neofiti, un pensierino ce lo potete fare. E se siete giovani potete anche puntare a completare la serie di ristampe!

Marco Verdi

L’Integrale Di Uno Dei (Pochi) Grandi Musicisti Italiani! Francesco De Gregori – Backpack Seconda Parte

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Ed eccoci alla seconda ed ultima parte dell’articolo.

Canzoni D’Amore (1992): il disco preferito dal sottoscritto, un lavoro ispirato, prodotto e suonato alla grande, dal suono ancora più rock di Miramare, e con un De Gregori in forma strepitosa e più arrabbiato che mai. Infatti il titolo è volutamente fuorviante, in quanto, a parte la tenera Bellamore, le canzoni parlano di attualità, con, per la prima volta, riferimenti precisi a personalità politiche (La Ballata Dell’Uomo Ragno, con la sua strofa in cui fa a pezzi Bettino Craxi) e non (la stupenda Vecchi Amici – la sua Positively 4th Street – in cui letteralmente distrugge qualcuno, alcuni dicono Venditti anche se Francesco non ha mai confermato). Sangue Su Sangue è un rock’n’roll con le contropalle, Adelante! Adelante! è una sontuosa ballata elettrica, la fluida Viaggi e Miraggi ha un testo bellissimo. E poi c’è la straordinaria Povero Me, una rock ballad superba, con un lungo ed ispirato assolo chitarristico finale.

Il Bandito E Il Campione (1993): forse il miglior disco dal vivo di De Gregori, nel quale il nostro rockeggia (Sangue Su Sangue, Vecchi Amici) e dylaneggia (Rimmel, Buonanotte Fiorellino) alla grande, supportato da una band coi fiocchi (Lucio Bardi e Vincenzo Mancuso alle chitarre fanno sfracelli). La title track, unica incisa in studio, è un ruspante country & western scritto dal fratello di Francesco, Luigi Grechi, anche se somiglia un po’ troppo a Billy The Kid di Charlie Daniels. In conclusione, una sorprendente live version di Vita Spericolata di Vasco Rossi, chiaramente migliore dell’originale.

Bootleg (1994): a meno di un anno da Il Bandito E Il Campione De Gregori pubblica un altro live, totalmente senza aggiustamenti o correzioni e con il minimo sindacale di missaggio. Un disco quindi ancora più roccato e diretto del precedente, con il quale ha qualche pezzo in comune, ed una sontuosa Viva L’Italia, oltre all’inedita Mannaggia Alla Musica, un pezzo scritto in origine per Ron.

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Prendere E Lasciare (1996): un album controverso, con una produzione troppo pop e radiofonica, poco adatta al nostro (ad opera di Corrado Rustici), che in parte rovina diversi brani che avrebbero figurato meglio senza troppi orpelli (e le future rese dal vivo di alcuni di essi lo confermeranno). La canzone di punta, L’Agnello Di Dio, ha un arrangiamento che la fa sembrare un pezzo di Zucchero, e buone cose come Rosa Rosae e Stelutis Alpinis, oltre alla splendida Un Guanto (la migliore del lavoro) avrebbero richiesto una mano più leggera. Gli unici due brani che vanno bene così sono la folkeggiante Fine Di Un Killer (con Francesco al banjo) ed una Battere E Levare voce e chitarra inserita come ghost track. Il disco è l’unico del nostro ad essere stato completamente inciso all’estero, per la precisione a Berkeley, sobborgo universitario di San Francisco popolarissimo durante la Summer Of Love.

La Valigia Dell’Attore (1997): doppio CD dal vivo, che ha qua e là delle sonorità un po’ rotonde e mainstream, risentendo in parte dei problemi di Prendere E Lasciare, anche se le canzoni incluse sono talmente belle che dopo un po’ non ci si fa caso. Ci sono anche tre inediti in studio: la maestosa title track, la roccata Dammi Da Mangiare (un brano minore), e soprattutto la splendida Non Dirle Che Non E’ Così, fedele e riuscita traduzione di If You See Her, Say Hello di Bob Dylan.

Amore Nel Pomeriggio (2001): De Gregori inaugura il nuovo millennio con un grande album (è nella mia Top 3 con Canzoni D’Amore e Rimmel), dai suoni stavolta “giusti” e con un mood roots-rock che è un piacere per le orecchie. Non mancano ovviamente le belle canzoni, come l’affascinante Caldo E Scuro, la gustosa country ballad Cartello Alla Porta, l’intensissima ballata pianistica Sempre E Per Sempre, il commosso omaggio a De Andrè con la riproposizione di Canzone Per L’Estate (scritta a quattro mani dai due ed incisa dal cantautore genovese negli anni settanta). Ed i due brani migliori: la fluida ballata rock Condannato A Morte (ispirata a Salman Rushdie) e la discussa, e per qualcuno revisionista, Il Cuoco Di Salò, dalla struttura melodica strepitosa e con la produzione di Franco Battiato.

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Fuoco Amico (2002): altro live, e forse il più bello insieme a Il Bandito E Il Campione. Di sicuro il più rock, con vere e proprie rivisitazioni chitarristiche del repertorio del nostro (solo Generale è voce e chitarra, ma la chitarra è elettrica); Bambini Venite Parvulos è quasi irriconoscibile, Un Guanto è una meraviglia, Condannato A Morte è anche meglio che in studio, c’è perfino l’inatteso recupero di La Casa Di Hilde, in puro stile Americana. Ma potrei citarle tutte.

Il Fischio Del Vapore (2003): sorprendente album in duo con la folksinger Giovanna Marini, nel quale il nostro ripesca vecchi brani della tradizione popolare (molti sono canti di lavoro) e li ripropone a volte con una veste elettrica, altre in maniera forse fin troppo filologica (e un po’ pesantina): canzoni come Sacco E Vanzetti, Il Feroce Monarchico Bava, Nina Ti Te Ricordi, Saluteremo Il Signor Padrone, Bella Ciao (nella versione originale delle mondine). Un’operazione che sarà anche meritoria e lodevole, ma a me questo disco non piace.

Pezzi (2005): Francesco torna a fare ciò che sa fare meglio, e pubblica uno dei suoi album più rock e dal suono più americano. Pezzi contiene una bella serie di canzoni, ancora una volta ispirate dall’attualità, come il singolo portante, la potente e frenetica Vai In Africa, Celestino! Ma c’è anche un rock-blues purissimo (Numeri Da Scaricare), una ballata di rara intensità (Gambadilegno A Parigi), un rock’n’roll trascinante (Tempo Reale), oltre alla splendida Il Panorama Di Betlemme, forse la migliore del lotto.

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Calypsos (2006): a meno di un anno di distanza da Pezzi, ecco a sorpresa un altro album di studio, un disco forse minore ma non privo di motivi di interesse, con un suono molto diverso dal predecessore, e canzoni più melodiche e meditate (l’unico vero rock è la rootsy Mayday), come la pianistica e dolcissima (nonostante il titolo) Cardiologia, l’eterea L’Angelo, la potente ballata anni sessanta La Linea Della Vita (con una struttura ed un botta e risposta voce-coro femminile che a me ricorda non poco certe cose di Leonard Cohen) e la conclusiva e saltellante Tre Stelle, forse in assoluto il brano più disimpegnato dell’intera carriera del nostro.

Left & Right (2007): ennesimo disco dal vivo, ed anche questo va inserito di diritto tra i più godibili di De Gregori, che ormai ha alle spalle una vera e propria rock band, tra le migliori in circolazione in Italia. Il suono è ancora ruspante e vigoroso, e la scaletta predilige gli episodi più recenti, con una strepitosa Numeri Da Scaricare posta in apertura (più di sei minuti di tostissimo blues elettrico), una Mayday decisamente dylaniana, la sempre bellissima Un Guanto, qui in versione country ballad, una Caldo E Scuro che è pura Americana, ed una rilettura quasi hard rock di L’Agnello Di Dio. Gli unici classici sono una rigorosa La Leva Calcistica Della Classe ’68, La Donna Cannone solo voce e piano, ed un arrangiamento di Buonanotte Fiorellino che la trasforma in un saltellante rock-blues.

Per Brevità Chiamato Artista (2008): altro ottimo disco, meno rock e più da songwriter, ma sempre con sonorità molto “americane”: la poetica ed ironica title track ha un arrangiamento ancora degno di Cohen, Finestre Rotte è un blues ricco di swing, le belle Ogni Giorno Di Pioggia Che Dio Manda In Terra e L’Angelo Di Lyon (traduzione fatta dal fratello Luigi di The Angel Of Lyon di Tom Russell) sono puro folk. E poi c’è il brano che fa più discutere, Celebrazione (nel quale il nostro prende decisamente le distanze dal ’68 e dai suoi significati, proprio nel quarantennale), proposto con una scintillante veste folk-rock byrdsiana.

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Pubs & Clubs (2012): ancora un live, ad oggi l’ultimo (ma il 3 Febbraio, tra pochi giorni dunque, uscirà Sotto Il Vulcano, un doppio CD registrato lo scorso Agosto a Taormina), inciso al The Place, un locale di Roma di appena cento posti. La scaletta è un mix equilibrato tra classici e brani più recenti, e le cose migliori sono una roboante e splendida Il Panorama Di Betlemme, Alice che diventa una deliziosa ballata folk, Battere E Levare trasformato in un trascinante bluegrass elettrico, e per la prima volta in un disco dal vivo la toccante Bellamore. Le chicche sono una rilettura in chiave blues elettrico di A Chi (grande successo di Fausto Leali) ed una Buonanotte Fiorellino suonata con la stessa base di Rainy Day Women # 12 & 35 di Bob Dylan.

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Sulla Strada (2012): ad oggi l’ultimo album di Francesco composto da brani inediti, ed a mio parere un passo indietro rispetto agli ultimi lavori, anche se comunque stiamo parlando di un buon disco. Di rock ce n’è poco (la title track, che non è certo tra le sue cose migliori, e la potente La Guerra, con un suggestivo ritornello corale) e si torna ad atmosfere più “italiane” ed anni settanta (Omero Al Cantagiro, Belle Epoque), ma con l’ispirazione abbastanza in calo. Il pezzo migliore è posto alla fine, la fluida ed avvolgente ballata Falso Movimento. (* NDB Nel 2013 è uscita una nuova limited edition, con diversa copertina e due brani in più. un libro fotografico, oltre a un DVD del backstage).

Vivavoce (2014): De Gregori fa un disco di cover di sé stesso, reincidendo 28 brani (è un doppio CD) più o meno famosi, ma attualizzando il suono ed il più delle volte cambiando gli arrangiamenti, come è solito fare dal vivo: i classici ci sono tutti (tranne Rimmel), ma anche diverse chicche. Ed il disco è splendido, con molti highlights: una toccante Alice eseguita in coppia con Ligabue, due voci e due chitarre, la potente Un Guanto nella sua miglior versione di sempre, Finestre Rotte che diventa un irresistibile rock’n’roll, una Natale ricca di swing, Niente Da Capire con il riff fischiettato (da un’idea di Lucio Dalla), una Vai In Africa, Celestino! che da rock song si trasforma in una sorprendente ballata, ed una Viva L’Italia molto più folk, con un arrangiamento che avrebbe dovuto essere quello originale. Non ci sono brani nuovi, ma trova posto una stupenda Il Futuro, traduzione ad opera del nostro dell’apocalittica The Future di Leonard Cohen.

De Gregori Canta Bob Dylan – Amore E Furto (2015): storia recente, il Principe che rifà il Menestrello (non avevo ancora usato nessun cliché…), anche se Francesco non sceglie la via più facile ed evita i superclassici, preferendo una selezione più personale. Ma per questo CD vi rimando alla mia recensione dell’epoca http://discoclub.myblog.it/2015/11/02/secondo-me-approverebbe-anche-bob-francesco-de-gregori-amore-furto-de-gregori-canta-dylan/

E’ chiaro che se avete già tutti gli album di Francesco De Gregori questo Backpack per voi è superfluo (anche perché, come ho già detto, non ve lo regalano), in caso contrario l’acquisto è quasi d’obbligo, in quanto verreste in possesso in un colpo solo di uno dei songbook migliori in circolazione, e non soltanto in Italia: l’unica pecca grave, visto di chi si sta parlando, è la totale assenza di testi all’interno della confezione.

Marco Verdi

L’Integrale Di Uno Dei (Pochi) Grandi Musicisti Italiani! Francesco De Gregori – Backpack Prima Parte

de gregori backpack open

Francesco De Gregori – Backpack – RCA Box Set 34CD

Qualche cantante famoso all’estero lo abbiamo anche in Italia, ma sono perlopiù nomi che su questo blog non leggerete mai (Laura Pausini, Il Volo, Andrea Bocelli, Zucchero), di bravi ne abbiamo tanti (due nomi a caso: Massimo Bubola e Fiorella Mannoia), ma, a mio parere, nel nostro paese abbiamo avuto negli anni ben pochi musicisti, tra quelli famosi, che potessero essere messi sullo stesso livello delle grandi star internazionali, anzi direi che si possono contare sulle dita di una mano: Fabrizio De Andrè, Franco Battiato (che però spesso parte per la tangente), Paolo Conte e quello che considero il migliore di tutti (su De Andrè di poco però), cioè Francesco De Gregori (e no, non ho dimenticato Lucio Battisti, semplicemente non mi ha mai fatto impazzire).

de gregori backpack front

Il musicista romano oggetto del post odierno è, sempre a mio parere, il miglior cantautore nostrano degli ultimi 45 anni: De Gregori infatti, dopo gli inizi incerti tra folk e pop, ha subito maturato un suo stile ben preciso (anche se l’influenza di Bob Dylan è sempre stata ben presente, e spesso Francesco su questo ci ha giocato), fatto di canzoni profondamente diverse dal solito cliché voce-chitarra-armonica, ma introducendo sin dai primi anni sonorità e ritmiche molto poco italiane, guardando spesso oltreoceano, e scrivendo testi talvolta ermetici, talvolta poetici, qualche volta politici, altre volte profondamente sarcastici, ma mai banali o risaputi, arrivando a poco a poco (verso la fine degli anni ottanta) ad introdurre suoni decisamente rock, specie dal vivo, dove spesso cambia anche gli arrangiamenti delle sue canzoni più note, rinnovandole di volta in volta.

L’occasione di parlare della discografia del Principe (il suo soprannome “ufficiale”) mi è data dalla pubblicazione, giusto prima del Natale scorso, di questo sontuoso cofanetto, piccolo e compatto nel formato ma ricco nei contenuti: il titolo è Backpack, e contiene l’opera omnia del nostro, 32 album tra studio e live (due sono doppi), completamente rimasterizzati (ma senza bonus tracks) ed in pratiche confezioni in simil-LP, accompagnati da uno splendido libro a cura di Enrico Deregibus, che narra disco per disco la storia di Francesco, corredando il tutto con diverse foto rare (NDM: il sottotitolo del box è Le Registrazioni Originali 1970-2015, e sinceramente non capisco perché, dato che il primo album incluso è del 1972). Un’opera importante (anche nel prezzo), che di solito le case discografiche dedicano solo ai loro artisti di punta: gli album ci sono proprio tutti, ad eccezione del live del 2010 con Lucio Dalla Work In Progress (ma c’è lo storico Banana Republic), il collettivo In Tour (con Pino Daniele, la Mannoia e Ron) ed il semi-antologico, ma con diversi inediti anche dal vivo, Mix del 2003. Procederei dunque ad una (rapida?) disamina.

theorius campus de gregori alice non lo sa de gregori francesco de gregori pecora

Theorius Campus (1972): album inciso in duo con Antonello Venditti, ci mostra un De Gregori ancora acerbo ed indeciso su quale direzione prendere, con diversi elementi pop alla Donovan che non ritroveremo in seguito, un brano in inglese (Little Snoring Willy) e la bella Signora Aquilone, che pur con qualche ingenuità ci fa intravedere il talento del nostro. Andrà meglio al socio e concittadino Venditti, dato che il disco contiene la famosissima Roma Capoccia.

Alice Non Lo Sa (1973): l’enigmatica quasi-title track (nel senso che si intitola solo Alice) è ancora oggi uno dei brani più popolari di Francesco, ma il resto del disco non ha lo stesso impatto e qualcuno comincia ad accusare il nostro di eccessivo ermetismo, anche se La Casa Di Hilde e la toccante 1940 sono due canzoni di ottimo livello.

Francesco De Gregori (1974): meglio conosciuto come “La Pecora” per via della copertina, questo album si apre con un uno-due magistrale costituito da Niente Da Capire (in cui il nostro si fa beffe di chi tenta di decifrargli i testi) e Cercando Un Altro Egitto, ma il resto, pur non sfigurando, è inferiore e tradisce ancora qualche ingenuità, proseguendo talvolta sulla strada dell’ermetismo (Informazioni Di Vincent è una delle canzoni più incomprensibili del songbook degregoriano). Forse l’album meno amato dal suo autore.

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Rimmel (1975): al quarto disco, il nostro sfonda: Rimmel è uno dei dischi più di successo di Francesco, e per molti ancora oggi è il suo album migliore, con brani magnifici come la splendida title track, una delle più belle canzoni italiane di sempre, il valzer folk Buonanotte Fiorellino, la struggente Pablo (scritta con Dalla), le bellissime Pezzi di Vetro e Piccola Mela, nella quale De Gregori dimostra anche di cavarsela benissimo anche come cantante. (*NDB E Le Storie Di Ieri?)

Bufalo Bill (1976): altro bel disco, che però non ottiene il successo del precedente. La title track ha una struttura decisamente complessa, quasi fosse una mini-suite di quattro minuti, ed è ancora oggi molto apprezzata, ma gli altri brani sono conosciuti solo tra i fans più assidui, pezzi come Ninetto E La Colonia, L’Uccisione Di Babbo Natale, Santa Lucia e Festival, dedicata a Luigi Tenco. Per anni De Gregori stesso indicherà questo album come il suo preferito.

De Gregori (1978): un disco breve ma bello, che inizia con la classica Generale, uno dei due-tre pezzi del nostro che conoscono tutti, ma che comprende anche il country di Natale, due versioni molto diverse di Renoir e l’autobiografica Il ’56.

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Banana Republic (1979): primo e per molto tempo unico live album del Principe (che però dagli anni novanta assumerà cadenze degne dei Grateful Dead o di Joe Bonamassa), per di più condiviso con Lucio Dalla. Gli highlights sono senz’altro la guizzante title track, traduzione di un pezzo di Steve Goodman, una cover scanzonata di Un Gelato Al Limon (di Paolo Conte), e la hit dell’epoca del duo, Ma Come Fanno I Marinai.

Viva L’Italia (1979): bellissimo disco, curatissimo nei suoni, la cui produzione viene affidata addirittura ad Andrew Loog Oldham, noto per i suoi lavori anni sessanta coi Rolling Stones, e con all’interno musicisti inglesi: la title track è un bellissimo atto d’amore di Francesco verso il nostro paese (pur con tutte le sue contraddizioni), ma nell’album trovano posto anche gemme come Gesù Bambino, Stella Stellina e la lunga Capo D’Africa.

Titanic (1982): tre anni di pausa, ma ne valeva la pena: Titanic non è un vero e proprio concept, ma almeno tre brani girano intorno al famoso transatlantico (e comunque il mare è un argomento che ricorre spesso nei testi di De Gregori), e cioè l’allegra title track e le intense I Muscoli Del Capitano (tra le più amate dal suo autore) e L’Abbigliamento Di Un Fuochista. L’album ha un grande successo, anche per la presenza della splendida La Leva Calcistica Della Classe ’68, una parabola della vita che è anche tra le ballate più note del nostro. Detto anche del quasi rock’n’roll di Rollo & His Jets, l’unica cosa davvero brutta è la copertina.

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La Donna Cannone (1983): primo ed unico EP (all’epoca chiamato QDisc) della discografia degregoriana, inciso dietro la richiesta di musiche per il film Flirt con Monica Vitti. Cinque pezzi in tutto, due strumentali di poco conto e due canzoni di cui non si ricorda nessuno (ma La Ragazza E La Miniera è bella), perché la scena se la ruba tutta la title track, ancora oggi la più celebre canzone di De Gregori, una ballata pianistica di straordinario impianto melodico ed eseguita alla grande (anche se con qualche etto di melassa di troppo), un brano che è diventato un vero e proprio standard della musica italiana. Inutile dire che le vendite andranno alle stelle.

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Scacchi E Tarocchi (1985): tanto languido nei suoni era l’EP La Donna Cannone, quanto tignoso è questo nuovo album, con due brani prodotti da Ivano Fossati e, in altri due, la sezione ritmica più “in” dell’epoca, formata dai giamaicani Sly Dunbar e Robbie Shakespeare (e si sentono). Un disco solido e ben costruito, anche se poco commerciale: il classico è la ballata La Storia (della quale Francesco include il demo, che giudica perfetto così com’è), ma poi ci sono anche la commossa A Pa’ (dedicata a Pasolini), la ritmata Sotto Le Stelle Del Messico A Trapanar e la spigolosa title track. In questo disco si inaugura anche la lunga collaborazione tra Francesco ed il bassista Guido Guglielminetti, ancora oggi direttore musicale della live band del cantautore romano.

Terra Di Nessuno (1987): uno dei dischi meno considerati del nostro, ed uno di quelli che hanno venduto meno, risentito oggi si rivela un lavoro solido e compatto, a cui manca forse il brano di punta (ma la potente Il Canto Delle Sirene è tra le sue più belle degli ultimi anni), ma contiene ottime cose come Capataz, I Matti e l’intensa Pane E Castagne.

Miramare 19.4.89 (1989): uno dei migliori dischi degregoriani, ed il primo ad avere una decisa impronta rock, con uno spostamento abbastanza netto verso testi di scottante attualità (e densi di sarcasmo): la splendida Bambini Venite Parvulos maschera la durezza delle parole dietro uno scintillante arrangiamento folk-rock, la caustica Dr. Dobermann è addirittura reggae, mentre Pentathlon, Carne Di Pappagallo e 300.000.000 Di Topi sono gli altri highlights di un disco di un artista in grande spolvero.

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Catcher In The Sky, Niente Da Capire, Musica Leggera (1990): con una mossa rivoluzionaria (e criticatissima), De Gregori pubblica tre distinti album dal vivo contemporaneamente, con esiti eccellenti. Non sono tre dischi a tema, ed a parte La Storia le canzoni non si ripetono (tranne Alice e Viva L’Italia c’è tutto il meglio del barbuto songwriter): è qui che Francesco inizia a modificare gli arrangiamenti originali ed a rivestire i brani di una patina rock che negli anni si farà sempre più marcata: basti sentire la strepitosa resa di Cercando Un Altro Egitto (praticamente un’altra canzone), ma anche le più recenti Bambini Venite Parvulos ed Il Canto Delle Sirene ne escono rinvigorite.

Fine Prima Parte.

Marco Verdi