Il Disco Blues Dell’Anno? Forse No, Ma Soltanto Perché Non E’ (Solo) Blues! Taj Mahal & Keb’ Mo’ – TajMo

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Taj Mahal & Keb’ Mo’ – TajMo – Concord CD

Henry Saint Clair Fredericks, meglio conosciuto come Taj Mahal, è una vera e propria leggenda della musica americana. Considerato giustamente uno dei giganti del blues, Taj non è mai stato però solo un bluesman: certo, la musica del diavolo è sempre stata quella più presente nei suoi dischi, ma spesso e volentieri il musicista di Harlem si è fatto contaminare da folk, rock, soul, R&B, country, musica africana e, sue grandi passioni, le musiche caraibica e hawaiana. Nella sua carriera ha inciso, live compresi, più di trenta dischi, meno di quanto uno potrebbe pensare (preferendo quindi la qualità alla quantità), ma è stato coinvolto negli anni in una serie innumerevole di collaborazioni, le più note delle quali sono il famoso e variopinto Rock And Roll Circus dei Rolling Stones ed il supergruppo dei Rising Sons insieme a Ry Cooder, una band giovanile dalle enormi potenzialità che avrebbe meritato ben altra fortuna: discograficamente Mahal è fermo dal 2008, anno in cui diede alle stampe l’ottimo MaestroKeb’ Mo’, pseudonimo di Kevin Moore, è invece un personaggio di minor profilo, ma pur sempre di una certa importanza: attivo dagli anni ottanta, Moore è sempre stato un bluesman raffinato e con spesso un occhio rivolto alle vendite, con non infrequenti ammiccamenti al pop e diversi Grammy vinti, anche se ultimamente sembra aver preso stabilmente la strada del blues; Moore e Mahal non avevano mai collaborato, almeno fino ad oggi, dal momento che hanno deciso di unire le forze e pubblicare questo album di coppia, intitolato semplicemente TajMo.

Ed il disco è una vera sorpresa, non tanto per Mahal che sappiamo essere un fuoriclasse, quanto per Moore, il quale, forse stimolato dalla presenza del grande Taj, ha dato il meglio di sé, forse come raramente aveva fatto prima. Un album splendido, suonato e cantato alla grande dai due leader (davvero due generazioni a confronto) e con una lunga serie di ottimi sessionmen che rendono il suono del disco davvero ricco e pieno di sfumature e sfaccettature; come ho scritto nel titolo, il disco non è solo blues, almeno non nel senso canonico del termine: certo, il blues è quasi sempre presente, ma il più delle volte mescolato con il soul (i fiati sono molto presenti), il folk, la musica roots ed anche un paio di ballate, con un giusto bilanciamento di cover e brani originali, questi ultimi, sei su undici totali, tutti scritti da Moore, e due di essi insieme a Taj. Dulcis in fundo, abbiamo anche diversi ospiti di nome (e sostanza), come Bonnie Raitt, l’Aquila Joe Walsh, il songwriter canadese Colin Linden, la percussionista Sheila E. (sorella di Alejandro Escovedo), il grande batterista Chester Thompson, già con Frank Zappa Genesis e la cantante soul e jazz Lizz Wright. Quello che forse stupisce di più è però l’affiatamento tra i due leader, quasi come se TajMo non fosse il primo disco in coppia ma l’ultimo di una lunga serie, con il vecchio Taj (ma anche Kevin non è certo un ragazzino) che si presta volentieri a collaborare in brani non proprio tipici del suo stile.

Si parte benissimo con Don’t Leave Me Here, uno scintillante e potente rock-blues, con i fiati a colorare il suono e le due grandi voci che si alternano, con ottimi interplay tra la chitarra di Moore e l’armonica di Billy BranchShe Knows How To Rock Me è un vecchio brano di William Lee Perryman, alias Piano Red (ed inciso anche da Little Richard), che qui assume le tonalità di un country-blues rurale, con le due voci arrochite e le due chitarre acustiche (quella di Kevin è slide) a guidare le danze, mentre All Around The World è un ritmato soul-errebi di grande presa, vivace, colorato e coinvolgente, con grande uso del pianoforte ed un ottimo background da parte dei fiati e cori femminili, un pezzo più nelle corde di Moore che di Mahal, ma comunque davvero godibile. Om Sweet Om è una ballata decisamente raffinata, quasi vellutata, arrangiata con gusto e con la gran voce della Wright che si unisce a quelle del duo, un brano quasi easy listening ma di gran classe; Shake Me In Your Arms è un rock’n’soul scritto da Billy Nichols, mosso e grintoso, con fiati e chitarre (l’assolo è di Walsh) che si contendono la scena ed i due “giovanotti” che secondo me si divertono un mondo; That’s Who I Am è ottima, un vibrante blues-got-soul dalla melodia orecchiabile e train sonoro diretto (il genere in cui eccelle uno come Robert Cray), ancora con i fiati in gran spolvero ed i nostri che sembrano interagire da sempre.

Diving Duck Blues, di Sleepy John Estes, è l’unico blues “duro e puro” del CD, affrontato alla maniera di Mississippi John Hurt, due voci, due chitarre ed un’aria leggermente folkeggiante, ed il risultato finale è, manco a dirlo, superlativo; Squeeze Box, proprio il brano degli Who, di recente l’ho sentita anche rifatta da Bruce Robison ma, con tutto il rispetto per il countryman texano, qui siamo su un altro pianeta: gran ritmo, atmosfera vagamente caraibica, grande uso di fisarmonica (squeeze box, appunto) da parte di Phil Madeira, ed i due che divertono divertendosi: senza dubbio tra gli highlights del disco. Disco che si chiude con altri due brani scritti da Moore (il secondo con Mahal), la bella Ain’t Nobody Talkin’, altro travolgente errebi venato di rock, e la solare, colorata e godibilissima Soul, nella quale il vecchio Taj si trova nel suo ambiente musicale naturale, per finire con Waiting On The World To Change, una soul ballad di John Mayer, ancora in veste spoglia ma con un leggero accompagnamento ritmico, oltre alle armonie vocali della Raitt.

Un gran bell’album quindi, cosa prevedibile se si mettono insieme una leggenda ed un veterano: consigliato anche a chi non ha il blues come sue genere preferito.

Marco Verdi

Ancora Un Concerto/Tributo Spettacolare. Mavis Staples – I’ll Take You There An All-Star Concert Celebration Live

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Mavis Staples – I’ll Take You There An All-Star Concert Celebration – 2 CD + DVD Blackbird Production/Caroline/Universal

L’arte del tributo è una branca della musica pop/rock che si è sviluppata soprattutto nell’ultimo trentennio: ad inizio anni ’80, forse fu Hal Willner, prima con Amarcord Nino Rota (nel 1981) e poi con quelli a Thelonius Monk e alla musica di Kurt Weill, in Lost In The Stars, uscito nel 1985, a sdoganare questo tipo di album multi artisti, dove venivano riprese canzoni celebri estratte dai repertori degli artisti più disparati, a loro volta eseguite, spesso, da musicisti che esulavano dal genere di chi veniva omaggiato. Nel corso degli anni poi si sono moltiplicate in modo esponenziale, raggiungendo numeri ragguardevoli, e per certi versi esagerati (ormai un tributo non si nega a nessuno): dividendosi anche in dischi registrati in studio ed eventi dal vivo speciali dedicati a questo o a quel artista. Però io ricordo già negli anni *70 dischi a tema, per esempio la colonna sonora di All This And World War II, un documentario del 1976, dove alle immagini della Seconda Guerra Mondiale, erano state aggiunte canzoni dei Beatles, incise appositamente per l’occasione (da Elton John Rod Stewart, Richard Cocciante (!), Leo Sayer, Tina Turner, Peter Gabriel, fino ai Bee Gees, che insieme a Peter Frampton saranno anche protagonisti nel 1978 del “tragico” Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band). Sul lato concerti/tributo forse il capostipite fu il Woody Guthrie Memorial Concert tenutosi alla Carnegie Hall il 20 gennaio del 1968, con Bob Dylan, membri della Band,  Pete Seeger, Judy Collins, Arlo Guthrie, Tom Paxton, Ramblin’ Jack Elliot, Odetta e Richie Havens, uscito  anni dopo prima in LP e poi in CD. E per certi versi anche il celeberrimo The Last Waltz potrebbe rientrare tra gli antenati. Poi c’è stata questa escalation, soprattutto dagli anni ’90, per i concerti dal vivo, con Joni Mitchell che è stata una delle prime ad apporre il suo sigillo di approvazione, previa la sua presenza alle serate: ovvero, vi do la mia benedizione, ma per scaramanzia alla mia celebrazione ci vengo anch’io!

 E in effetti, dopo questa lunga introduzione, veniamo al punto: proprio per avallare quanto detto un attimo fa, alla serata per festeggiare i suoi 75 anni è presente anche Mavis Staples, in alcune parti del concerto ripresa tra il pubblico, con bibita in bicchiere in mano (e magari cartone di popcorn) come se fosse una spettatrice compiaciuta, davanti alla televisione, di un bel concerto, dove qualcuno suona e canta la sua musica. Il concerto in tributo a Mavis si tiene nella sua città, Chicago, il 19 Novembre del 2014, qualche mese dopo il suo 75° compleanno, alla presenza di alcuni dei migliori artisti americani (e qualcuno nel frattempo ci ha anche lasciato) riuniti per renderle omaggio. Stranamente, a differenza di altri splendidi tributi dal vivo usciti lo scorso anno tra i tanti (penso a http://discoclub.myblog.it/2016/10/22/devo-averle-gia-sentite-qualche-parte-canzoni-dear-jerry-celebrating-the-music-of-jerry-garcia/ o http://discoclub.myblog.it/2016/08/26/altro-tributo-formidabile-the-musical-mojo-of-dr-john-celebrating-mac-and-his-music/ e ancora a quello http://discoclub.myblog.it/2016/10/21/grande-serata-chiudere-il-cerchio-nitty-gritty-dirt-band-friends-circlin-back/ , e prima ancora quello di Joan Baez) questa volta sono passati quasi tre anni tra la data originale dell’evento e la sua pubblicazione su CD e DVD. Tanto che nel frattempo la Staples ha fatto in tempo a pubblicare, nel 2016, un nuovo ottimo album http://discoclub.myblog.it/2016/02/24/le-ultime-voci-originali-della-soul-music-mavis-staples-livin-on-high-note/ 

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Tornando al concerto la house band sotto la guida del solito Don Was era veramente formidabile, con il trio delle McCrary Sisters, guidate dalla fantastica Regina, la classica ciliegina sulla torta; ecco gli altri musicisti: George Marinelli, Rick Holmstrom (guitar); Jason Mingledorff (saxophone); Bobby Campo (trumpet); Mark Mullins (trombone); Matthew Rollings, Michael Bearden (keyboards); Sonny Emory, Stephen Hodges (drums); Tony Carpenter (congas, percussion), tutti riuniti come una sorta di confraternita di piccoli “apprendisti stregoni” impegnati a creare un suono fatto di mille particolari e tanta passione, colta negli sguardi di intesa e compiacimento dei vari musicisti e degli ospiti che salgono sul palco di volta in volta, per creare quella piccola magia che caratterizza queste serate speciali: Forse ideali da vivere partecipando all’evento, ma anche il prodotto discografico, soprattutto il DVD, dove oltre a sentire, si vede cosa succede, è un ottimo surrogato. Qualcuno, un po’ a sproposito, ha parlato di New Orleans sound, ma questa invece è la vera musica soul, mista al gospel, al R&B, naturalmente al blues, musica “nera” del profondo Sud, ma anche dal Mississippi, da Chicago, da Nashville e da Memphis, e con alcune contaminazioni con la migliore musica roots bianca, sia per la scelta delle canzoni che degli interpreti, e senza dimenticare che il messaggio sociale che veniva veicolato dalle canzoni degli Staple Singers era comunque temperato da una voglia di divertire, di fare spettacolo, che si coglie anche in questa serata celebrativa.

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Prima nel DVD sbirciamo i preparativi dall’Auditorium Theatre di Chicago, mentre scorrono i nomi del cast, in rigoroso ordine alfabetico (anche se per i misteri dell’informatica, sotto la P troviamo i Widespread, di nome e Panic, di cognome, presumo) poi la scaletta del concerto, almeno nella versione Deluxe, si apre con Joan Osborne alle prese con una intensa You Are Driving Me (To The Arms Of A Stranger), un gospel-soul fiatistico che era sull’omonimo album solista di debutto di Mavis Staples, targato 1969 e che uscì per la sussidiaria Volt della mitica Stax, e la cantante di One Of Us, dalla voce roce e vissuta, con una versione tra blues e soul se la cava alla grande. Rotto il ghiaccio arriva subito uno dei brani più divertenti, ritmati e coinvolgenti del concerto, con Keb’ Mo’ che guida le danze di una poderosa Heavy Makes You Happy, con la stessa Mavis in mezzo al pubblico che approva e si diverte, mentre il nostro Kevin intrattiene i presenti con la sua magnifica voce e alcuni deliziosi inserti di chitarra, mentre le McCrary Sisters continuano a scaldare le ugole (già in azione dal brano precedente), e si segnala l’ottimo batterista Sonny Emory, che era quello degli Earth, Wind And Fire della seconda parte di carriera. Ottimo anche Buddy Miller con il mosso country-gospel con “chitarrone” di Woke Up This Morning (With My Mind On Jesus), seguito da una eccellente Patty Griffin alle prese con Waiting For My Child To Come Home, uno scricciolo di donna ma in possesso di una splendida voce. impiegata con classe e feeling in questa ballata di grande spessore. Altra grande voce del country “bianco” è quella di Emmylou Harris, anche lei come la Griffin in modalità country got soul, ma anche gospel, in Far Celestial Shore, i capelli ormai più che “d’argento” sono bianchi ma la voce è sempre magnifica, Matt Rollings lavora di fino alle tastiere e Rick Holmstrom alla chitarra, mentre le McCrary “testimoniamo” sempre di gusto; Michael McDonald porta un poco del rock’n’soul dei Doobie Brothers in una “vivace” Freedom Highway, la voce un filo meno bassa e profonda e più di testa di un tempo, ma la grinta e la forza non mancano, il resto lo fanno la canzone e la band con una versione d’insieme di questo inno degli Staple Singers.

Tra un brano e l’altro ogni tanto appaiono nel video dei commenti dei vari partecipanti sull’importanza della musica di Mavis e della sua famiglia. A questo punto arriva uno dei primi highlight della serata, una versione splendida di People Get Ready, il brano originale degli Impressions di Curtis Mayfield, qui reso in una bellissima versione, a sorpresa, da parte di Glen Hansard, inizialmente cantato con voce piana e trattenuta dal cantante irlandese, poi incita Regina McCrary a cantare a voce spiegata in quella che era la parte di Mavis, lascia spazio a George Marinelli, il chitarrista della band di Bonnie Raitt, che rilascia un delizioso solo e poi canta la seconda parte con forza e impeto in un continuo e glorioso crescendo, ribadisco, splendida. Respect Yourself è stato forse il maggior successo degli Staple Singers, uno si aspetterebbe sfracelli da una versione cantata a due voci da Aaron Neville e dalla stessa Mavis, ma diciamo che siamo nella normalità, con lei che fa da spalla e si scatena solo nella seconda parte, buona, ma potevano fare di meglio. Ottimi invece i Widespread Panic, in una cover di un brano che appariva sull’album Father Father di “Pops Staples” e che la jam band aveva già inciso nel 1997, southern rock soul di grande spessore, con chitarre e voci che ruggiscono alla grande; non male anche Eric Church con una grintosa e bluesata Eyes On The Prize con ampio spazio per Holmstrom, come pure la bella Grace Potter, che dal vivo rende almeno il doppio rispetto ai suoi dischi, notevole la sua Grandma’s Hands, dall’atmosfera sospesa ed incisiva. Prima, bravo, ma nella norma, si era ascoltato, Ryan Bingham con If You’re Ready (Come Go With Me), mentre Taj Mahal è sempre una forza della natura nella poderosa cover di Wade In The Water, con il classico call and response insieme alla sorelle McCrary, ed è sempre un piacere vedere ancora una volta un ispirato Gregg Allman alle prese con una deliziosa Have A Little Faith,la voce ancora forte e decisa nel 2014 e Marinelli e Holmstrom che fanno la parte di Haynes e Trucks negli Allman Brothers.

Poi inizia la serie dei duetti e qui si gode: Turn Me Around vede a fianco di Mavis Staples, una Bonnie Raitt a tutta slide e ugola, mentre tra i background vocalists, ad avvicendare le sorelle McCrary, appaiono Donny Gerrard Kelly Hogan, e la band è quella abituale dei concerti della Staples, con Holmstrom che rimane alla chitarra, Jeff Turmes al basso, Stephen Hodges alla batteria, e comunque Bonnie e Mavis la cantano veramente alla grande; per non parlare di una corale Will The Circle Be Unbroken cantata a più voci, con Gregg Allman, Taj Mahal, Aaron Neville e Bonnie Raitt, che affiancano la Staples per una rilettura eccellente di questo super classico. Poi tocca ai “giovani”: Wim Butler Régine Chassagne degli Arcade Fire, per una sorprendente versione di Slippery People che ricorda moltissimo l’originale dei Talking Heads, con Mavis incredibilmente a proprio agio anche in questo brano dal sapore più “moderno”, ma a cantanti così puoi far cantare anche l’elenco telefonico e se la cavano comunque alla grande, non è questo il caso perché la versione ha un suo perché. Più intima e raccolta la versione della commovente You’re Not Alone, cantata con Jeff Tweedy dei Wilco, che l’ha scritta oltre ad averle prodotto l’album omonimo, e si porta il figlio alla batteria; mentre una sorta di inno alla gioia è la splendida I’ll Take You There, un’altra tappa di questo viaggio nel “viale dei ricordi”, un n°1 nelle classifiche USA, scritta da Al Bell, “l’inventore” della Stax, una perfetta celebrazione di gioia tra funky, soul e R&B, pubblicata nel 1972, e ancora piacevolissima ai giorni nostri, con Mavis Staples in gran forma che guida la band e il pubblico, con una grinta e una voce ancora spettacolari, mentre Holmstrom riproduce il solo che in teoria era di Pops Staples (ma in effetti nel disco lo suonò il compianto Eddie Hinton). Il gran finale è affidato a una delle più grandi canzoni di tutti i i tempi, The Weight della Band, splendida versione nuovamente corale, con Mavis che guida i suoi amici nei saliscendi sonori di questo brano, con Gregg Allman, Michael McDonald, Joan Osborne, Jeff Tweedy, Eric Church, Wim Butler, che si alternano a cantare i versi di questo capolavoro e tutto il cast che canta a squarciagola il coro, mentre la Staples nel finale, incoraggiata da tutti, fornisce un finale vocale travolgente. Nelle bonus del DVD una emozionante versione folk-gospel di A Hard Rain’s Gonna Fall cantata benissimo da Ryan Bingham, Grace Potter, Patty Griffin Emmylou Harris e un’altra meraviglia della soul music I Ain’t Rasin’ No Sand, cantata da par suo da Otis Clay, in una delle sue ultime apparizioni Live.

Direi che può bastare, splendido tutto, forse come dice qualcuno questi tributi lasciano il tempo che trovano, ma averne!

Bruno Conti

 

Dopo Trent’Anni E’ Ancora Una Goduria! Roy Orbison – Black & White Night 30

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Roy Orbison – Black & White Night 30 – Legacy/Sony CD/DVD – CD/BluRay

Nella seconda metà degli anni ottanta ci fu una meritoria operazione di revival per quanto riguardava il grande Roy Orbison, uno degli originali rock’n’roller del periodo d’oro della Sun Records: dopo i fasti (e le tragedie personali) degli anni cinquanta e sessanta, la figura di Roy cadde nel dimenticatoio per tutti i settanta (anche se in quel periodo continuò ad incidere) e soprattutto nel primo lustro degli eighties; il primo a tirare fuori il nostro dalla naftalina fu il regista David Lynch, che nel suo controverso ma famoso film Blue Velvet diede una parte centrale alla canzone In Dreams. Poi ci fu il Grammy vinto per il duetto con k.d. lang in Crying, e nel 1987 il doppio album In Dreams, contenente versioni rifatte da capo a piedi dei suoi classici. Ma la parte centrale dell’operazione di recupero di “The Big O” fu il concerto tenutosi nel Settembre del 1987 al piccolo Cocoanut Grove di Los Angeles, un evento che rimarrà negli annali come Black & White Night, in quanto il bianco e nero era sia il dress code della serata che la tecnica con cui venne girato il filmato. Il concerto ebbe un enorme successo (passò via cavo per la HBO ed uscì anche al cinema), tanto che dopo due anni uscì anche in CD e VHS (ed in DVD diversi anni dopo): peccato che nel 1989 il vecchio e malandato cuore di Orbison avessa già ceduto, senza avere il tempo di godersi il successo del suo vero e proprio comeback album, lo splendido Mystery Girl (invece riuscì a vedere il suo nome di nuovo in testa alle classifiche con il primo disco del supergruppo dei Traveling Wilburys, formato con George Harrison, Bob Dylan, Tom Petty e Jeff Lynne).

Oggi i figli di Roy, curatori degli archivi dopo la morte della madre Barbara (che era anche la manager del nostro, oltre che la seconda moglie), ripubblicano quella storica serata nel trentennale del suo svolgimento (ma sono già passati trent’anni? Quasi), in un’elegante confezione contenente sia il CD che il DVD (o, per la prima volta, il BluRay), ed aggiungendo anche dei bonus per rendere il piatto ancora più succulento. Le cose che saltano all’occhio (e all’orecchio) sono la nitidezza dell’immagine nonostante il bianco e nero e la purezza del suono, completamente rimasterizzato, ma soprattutto il fatto che per questa edizione tutto il filmato sia stato rimontato da capo a piedi, utilizzando riprese inedite effettuate con telecamere diverse da quelle del video originale, rendendolo quindi accattivante anche per chi possedeva il vecchio DVD o VHS. Ed è un immenso piacere godere nuovamente di quella magica serata, che vede in Roy un frontman carismatico ed in forma smagliante, accompagnato da una house band coi controfiocchi, la TCB Band, ovvero il backing group di Elvis Presley negli ultimi anni di carriera: Glen D. Hardin al piano, Jerry Scheff al basso, Ron Tutt alla batteria e soprattutto l’inarrivabile chitarrista James Burton, che sarà il vero protagonista della serata, dopo Roy ovviamente.

Ma questa Black & White Night è passata alla storia anche per la quantità impressionante di “amici” sul palco ad accompagnare Orbison, un vero e proprio parterre de roi che comprende un insieme di backing vocalists composto da Jackson Browne, J.D. Souther, Steven Soles, Bonnie Raitt, Jennifer Warnes e k.d. lang, più un trio di chitarristi formato da Bruce Springsteen, Elvis Costello e T-Bone Burnett (che è anche il cerimoniere), e Tom Waits all’organo e chitarra acustica (completano il quadro Mike Utley alle tastiere, Alex Acuna alle percussioni ed un quartetto d’archi). E la cosa che si nota è che nessuno degli ospiti invade lo spazio di Roy, non ci sono neppure duetti (solo il Boss armonizza con il leader in due brani, Uptown eDream Baby https://www.youtube.com/watch?v=ANy4x3wgTSA ), anzi guardano al nostro con immenso rispetto e devozione, quasi intimoriti dal suo particolare carisma (Orbison ha sempre avuto una presenza magnetica pur non muovendo un muscolo durante le sue esibizioni, tanto bastava la sua voce formidabile per entusiasmare): la sola presenza di Waits, uno che fa fatica a muoversi anche per promuovere sé stesso, è indicativa in tal senso. E’ quindi, lo ribadisco, un immenso piacere riascoltare (e rivedere) il grande Roy alle prese con le sue inimitabili ballate, veri e propri classici quali Only The Lonely https://www.youtube.com/watch?v=4YG__LBJVZ0 , In Dreams, Crying (cantata da solo nonostante la presenza della lang), It’s Over, Running Scared, Blue Bayou, canzoni nelle quali la voce allo stesso tempo gentile e potente del nostro è davvero l’arma in più; ma se Roy è famoso più che altro come balladeer, in questo concerto ha grande spazio anche l’Orbison rocker, con versioni strepitose e coinvolgenti Dream Baby, Mean Woman Blues (durante la quale Roy gigioneggia e si diverte con il suo tipico brrrrrrrr), e due incredibili versioni di Ooby Dooby e Go!Go!Go! (Down The Line), con Burton che fa letteralmente i numeri con la sua sei corde.

Ci sono anche un paio di brani nuovi, che finiranno due anni dopo su Mystery Girl (la marziale The Comedians, scritta da Costello, e la pimpante (All I Can Do Is) Dream You), ed un gran finale con una Oh, Pretty Woman da urlo, più di sei minuti di grande rock’n’roll con Burton che sotterra tutti nella jam finale, entusiasmando non poco il pubblico del piccolo club (nel quale si riconoscono Kris Kristofferson, Billy Idol e l’attore Patrick Swayze). Abbiamo detto dei bonus, sia nella parte audio che video: due nel concerto principale (la lenta Blue Angel, assente anche dalla trasmissione televisiva dell’epoca, ed una versione alternata e più sintetica di Oh, Pretty Woman), più un mini-concerto segreto tenutosi a fine serata e con un pubblico ristretto, cinque canzoni che erano presenti anche nella setlist principale, ed eseguiti più o meno allo stesso modo (ma Claudette secondo me è più riuscita), che nel CD sono assenti ma proposti a parte come download digitale con tanto di codice, una pratica piuttosto antipatica a mio parere. Conclude il tutto un documentario di poco più di dieci minuti con immagini tratte dalle prove e brevi interviste ad alcuni ospiti della serata, un filmato interessante ma forse non indispensabile. Black & White Night era uno dei migliori live degli anni ottanta, ed in assoluto una delle cose migliori della carriera di Roy Orbison, e questa ristampa ce lo riconsegna in tutto il suo splendore.

Marco Verdi

Il Supplemento Della Domenica Dello Springsteen: Dagli Archivi Live Del Boss: Ottimo Anche Senza La Band! Bruce Springsteen – The Christic Shows 1990

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Bruce Springsteen – The Christic Shows 1990 – live.brucespringsteen.net 3CD – Download

Un po’ di tempo fa, in un post dedicato al riepilogo dei CD dal vivo tratti dagli archivi di Bruce Springsteen http://discoclub.myblog.it/2016/02/14/supplemento-della-domenica-bruce-springsteen-sempre-comunque-grandissimo-performer-il-punto-sugli-archivi-live-del-boss/ , alla fine mi domandavo quale sarebbe stato il prossimo episodio, ma non avrei mai immaginato che ci si sarebbe rivolti ad un momento così particolare come i due show acustici che il Boss tenne allo Shrine Auditorium di Los Angeles il 16 e 17 Novembre del 1990, due spettacoli benefici conosciuti come The Christic Shows, dal nome dell’associazione no profit Christic Institute, una sorta di studio legale che si occupa (esiste ancora) di cause e class actions dedicate a problemi a sfondo ambientale e sociale ed azioni a favore di gruppi o soggetti vittime di soprusi (una cosa che fa molto romanzo di John Grisham). Questi due spettacoli sono sempre stati tenuti in grande considerazione dai fans di Bruce (ed i bootleg di queste due rare serate erano tra i più ricercati), in quanto furono i suoi primi spettacoli acustici di sempre, dato che dopo Nebraska non c’era stato alcun tour e dischi come Tom Joad e Devils & Dust e relativi concerti in solitario erano di là da venire, ma anche perché rompevano un periodo di silenzio che durava da due anni (e ne sarebbe durato ancora due), nel quale il Boss aveva sciolto la E Street Band e non aveva ancora formato il gruppo che lo avrebbe accompagnato a supporto dei futuri album Human Touch e Lucky Town.

Ma la cosa forse più importante da dire riguardo a queste due serate è che Bruce è in forma eccellente, è ispirato e voglioso di suonare (oltre alla chitarra e armonica, si esibisce anche al piano), ma anche di sperimentare arrangiamenti diversi per canzoni famose in altra veste sonora, oltre al fatto che in entrambe le serate presenta alcuni pezzi in anteprima da Human Touch, qualche inedito e, last but not least, una sorpresa finale particolarmente gradita. Due concerti decisamente intensi e coinvolgenti quindi, che non lasciano affiorare la noia neppure per un minuto, merito senz’altro della bellezza delle canzoni ma anche della bravura del nostro come intrattenitore, anche senza l’ausilio di una band alle spalle (forse l’unico pezzo che risente un pochino dell’assenza di un gruppo è Brilliant Disguise, che apre entrambe le serate): i due concerti, più corti delle solite maratone a cui Bruce ci ha abituati (17 canzoni il primo, 18 il secondo), stanno comodamente su tre CD, ordinabili come anche gli altri volumi della serie su una sezione del sito di Springsteen (mentre, per i più tecnologici, c’è la possibilità di scaricare i live in diversi formati). E’ chiaro che la dimensione acustica giova particolarmente ai (molti) brani che Bruce prende da Nebraska nel corso dei due shows (la title track, Mansion On The Hill, State Trooper, la quasi mai eseguita, ma bella, My Father’s House, Reason To Believe, Atlantic City), ma anche all’allora inedita Red Headed Woman, all’intensa Wild Billy’s Circus Story (una rarità, era nel secondo album) ed alla sempre toccante Thunder Road, qui eseguita al piano.

Poi ci sono, come già detto, alcuni brani che dopo due anni compariranno sul controverso Human Touch, come la vibrante Real World, meglio forse in questa versione, la sofferta Soul Driver ed il futuro singolo 57 Channels (And Nothin’ On), che in studio era un vero pastrocchio mentre questa veste spoglia la dona un gradevole sapore rock’n’roll. Alcuni pezzi cambiano volto, come Darkness On The Edge Of Town che riconosco solo quando arriva il ritornello, una curiosa Tenth Avenue Freeze-Out pianistica ma sempre coinvolgente, una My Hometown decisamente più riuscita della versione mainstream apparsa su Born In The U.S.A., ma soprattutto, nel secondo show, una Tougher Than The Rest, ancora al pianoforte, semplicemente da brividi, una rilettura di grande valore per quello che già in origine era il brano più bello di Tunnel Of Love. Tra gli inediti, due canzoni che dopo qualche anno Bruce pubblicherà nel cofanetto Tracks: When The Lights Go Out, non eccelsa, e The Wish, decisamente meglio.

Il doppio CD sarebbe già stato ottimo ed abbondante così, ma poi, in tutte e due le serate, abbiamo lo stesso tipo di finale, e che finale: Bruce viene infatti raggiunto sul palco da Jackson Browne e Bonnie Raitt (i promotori dell’iniziativa benefica), che accompagnano il Boss prima in una versione trascinante di Highway 61 Revisited di Bob Dylan, riletta in puro stile boogie acustico con Bruce all’armonica, Jackson alla chitarra e Bonnie al tamburino (e Browne, per l’arrangiamento che dona al brano, viene scherzosamente soprannominato Jackson Lee Hooker dagli altri due), per finire con una emozionante Across The Borderline, con il bellissimo brano scritto da John Hiatt con Ry Cooder e Jim Dickinson che viene deliziosamente rifatto con il Boss che riprende la chitarra, Browne che si sposta al piano e la Raitt che imbraccia la sua slide. Nell’attesa di godermi l’atteso uno-due di Springsteen a San Siro, questo The Christic Shows 1990 è un validissimo, seppur acustico, antipasto.

Marco Verdi

*NDB Non a caso questo Post viene pubblicato nel giorno del primo dei due concerti di Bruce Springsteen allo stadio di San Siro!

Supplemento Della Domenica, Anteprima: A Proposito di Belle Voci, Il Grande Ritorno Della “Rossa”! Bonnie Raitt – Dig In Deep

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Bonnie Raitt – Dig In Deep – Redwing Records/Warner – 26-02-2016

La rossa cantante e chitarrista californiana è sulla breccia da oltre 45 anni: il suo esordio discografico , l’omonimo Bonnie Raiit, risale al 1971, eppure questo Dig In Deep è solo il suo ventesimo album (17° in studio), a quattro anni di distanza dall’ottimo Slipstream del 2012, che aveva interrotto una lunga pausa nei primi anni 2000, dovuta alla morte, tra il 2004 e il 2009, della madre, del padre, del fratello e di uno dei suoi migliori amici. Bonnie Raitt nella sua carriera ha vinto ben dieci Grammy Awards, è inserita al n° 50 tra le migliori cantanti e al n° 89 tra i migliori chitarristi, nella classifica All time della rivista Rolling Stones, eppure non sembra avere ancora raggiunto “la pace dei sensi” a livello discografico, infatti questo Dig In Deep, nelle recensioni delle varie riviste musicali ha raggiunto una quasi unanimità di consensi, con Record Collector che le ha dato un bel 10, e Mojo, Uncut, Classic Rock, Q e il Telegraph, tra le quattro stellette e gli 8/10, a seconda dei loro criteri di giudizio. Dodici canzoni, con ben 5 firmate dalla stessa Bonnie, cosa che non succedeva da Fundamental del 1998, probabilmente ispirata dai fatti che le sono successi intorno in questi anni. Tutti i brani provengono da sessions recenti, meno uno, registrato nel 2010, nella stessa occasione in cui vennero registrati i 4 brani prodotti da Joe Henry per Slipstream (le buone canzoni non si buttano mai via).

La band che la accompagna è la solita formazione da sogno con la stessa Bonnie Raitt alla slide, il secondo chitarrista George Marinelli, il “nuovo” Mike Finnigan che sostituisce Jon Cleary alle tastiere, spostando l’asse del sound più sull’organo, ma il pianoforte non manca, l’immancabile James “Hutch” Hutchinson al basso, e Ricky Fataar alla batteria, Produce il CD la stessa Raitt, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Ryan Freeland e, concordo, siamo davanti ad uno dei migliori album della sua carriera: gli anni di sesso, droga, alcol e R&R di quando era la fidanzata di Lowell George sono sicuramente alle spalle, ma la passione per quel suono alla Little Feat che mescola blues, soul & R&B, funky, laidback rock e una propensione alle ballate, cantate con voce rauca e vissuta, non l’ha ancora abbandonata https://www.youtube.com/watch?v=Dkq3FfN-4m8 . Questa volta è vincente anche la scelta di alcune cover: partiamo proprio, pescando a caso, con Shakin’ Shakin’ Shakes, un brano dei Los Lobos da By The Light The Moon del 1987, in una versione vorticosa, ad alta gradazione rock, con la slide di Bonnie Raitt e la solista di Marinelli a sfidarsi in una serie di assolo che non si sentivano dai tempi dei migliori Little Feat, mentre tutta la band tira alla grande, con una grinta che forse si pensava perduta nei dischi della Raitt e anche la versione di I Need You Tonight degli Inxs, è una scelta inconsueta ma vincente, con il basso funky di “Hutch” e la batteria groovy di Fataar a innestare un drive fantastico, se aggiungiamo la voce rauca ed inconfondibile della nostra amica, l’organo insinuante di Finnigan e le chitarre maliziose dei due solisti, il risultato è irresistibile. Sempre andando random, anche la collaborazione autorale tra Marinelli e Raitt in If You Need Somebody è un ottimo esempio di funky blue eyed soul, con chitarrine choppate, tastiere avvolgenti, belle melodie e l’immancabile slide che è la firma unica di questa grande musicista. O di nuovo il funky-rock featiano dell’iniziale Unintented Consequence Of Love, con piano elettrico e la “solita” slide a guidare le danze, in un brano che è comunque un altro efficace esempio dello stile blues-rock della migliore Raitt.

Non mancano naturalmente le sue ballate classiche, come la malinconica All Alone With Something To Say, scritta da due autori poco conosciuti ma validi di Nashville, come Gordon Kennedy e Steve Dale Jones, un brano che anche Susan Tedeschi (che è forse la sua discepola preferita) sta cercando di perfezionare nella band di famiglia; altrove c’è spazio per il classico blues-rock delle sue stagioni anni ’70 con la Warner (di nuovo distributrice del disco, pubblicato dalla etichetta personale Redwing), una Gypsy In Me che è il primo singolo dell’album e scivola sulle sinuose note della slide pure questa. I Knew, sempre firmata da Bonnie, potrebbe essere un ideale seguito di I Know, che era sul secondo album Give It Up, il groove funky e la chitarra tagliente sono quelli degli anni d’oro, e la voce è sempre magnifica ed evocativa. The Comin’ Round Is Going Through è un bel pezzo rock dal drive quasi stonesiano che conferma la ritrovata passione in questo album per i brani più mossi e tirati, con la band che gira come un perfetto meccanismo, e anche il testo sugli effetti dei grossi giri di denaro sulle nostre vite e sulla correttezza della politica e delle democrazia illustra il lato impegnato che è sempre stato presente nelle sue canzoni.

Mancano ancora la splendida ballata Undone, un must per Bonnie Raitt, scritta dalla texana Bonnie Bishop, che aveva già firmato Not Cause I Wanted per il precedente Slipstream, si tratta di uno dei pezzi più belli in assoluto interpretati dalla rossa californiana nella sua lunga carriera, un brano struggente e malinconico, cantato con una passione assoluta dalla Raitt, che nel finale rilascia anche un lancinante assolo alla slide che rende ancor più memorabile questo brano. What You’re Doin’ To Me è un mezzo shuffle bluesato con uso d’organo e chitarre, grintoso e mosso, come sembra essere la regola in questo Dig In Deep. The Ones We Couldn’t Be è comunque una splendida ballata pianistica che non può mancare nel canone della brava Bonnie (bellissima, la consiglierei a Adele, che già aveva cantato dal repertorio della Raitt I Can’t Make You Love Me nel concerto alla Royal Albert Hall). E sempre parlando di ballate, che come sempre non mancano in un disco della nostra amica, un’altra stupenda è You’ve Changed My Mind, con un assolo di slide nel finale degno del miglior Ry Cooder. Disco bellissimo, potrebbe vincere il suo 11° Grammy, esce il 26 febbraio.

Bruno Conti. 

Sia Pure In Ritardo, Ma Da Atlanta, Georgia Riceviamo Sempre Buona Musica! Michelle Malone – Stronger Than You Think

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Michelle Malone – Stronger Than You Think – SBS Records

Devo riconoscere che questa gagliarda signora, di cui mi sono occupato sin dall’inizio della sua carriera, e ancora qualche tempo fa, quando ero venuto in possesso dei precedenti lavori Day 2 (12) e Acoustic Winter (14) http://discoclub.myblog.it/tag/michelle-malone/ , è uno dei tanti miei “conflitti d’interessi” musicali. Parliamo di Michelle Malone, un eccellente esordio avuto con l’esordio New Experience , che l’aveva segnalata come una delle cantautrici rock più interessanti sul finire degli anni ’80, negli anni a seguire, per continuare a fare la “propria” musica, ha dovuto fondare una sua personale etichetta, la SBS Records (*NDB E come titolare del Blog anch’io mi ero “occupato” di lei discoclub.myblog.it/2010/09/21/una-donna-indipendente-michelle-malone-moanin-in-the-attic), arrivando ora con questo Stronger Than You Think al diciottesimo disco, prodotto come gli ultimi in coppia con Gerry Hansen (Shawn Mullins, Randall Bramblett, Chuck Leavell). Michelle è dotata di una voce grintosa, tagliente e molto personale, suona le chitarre, il mandolino e l’armonica, e come sempre in sala d’incisione si avvale di fior di musicisti, tra i quali lo stesso Hansen alla batteria e percussioni, Michael Steele al basso, Ben Holst alla lap steel, e ospiti come compagni di viaggio  musicali il polistrumentista Kristian Bush, leader del gruppo Sugarland, con cui Michelle è stata in tour in tempi recenti e l’amica Amy Ray delle Indigo Girls (entrambi di Atlanta, e co-autori con la Malone in un paio di brani).

Stronger Than You Think si apre sul lamento di un’armonica blues in Stomping Ground, un brano chitarristico che ricorda il periodo iniziale di Tom Petty e dei suoi Heartbreakers, a cui fa seguito il rockabilly veloce e vivace di Vivian Vegas https://www.youtube.com/watch?v=Wjv6PEtS7Ic , la rabbia rock grintosa di My Favorite T-shirt, per poi passare al lato più dolce della sua musica, con l’acustica e introspettiva I Got An Angel. Niente male anche  il brano firmato con Kristian Bush When I Grow Up, pure questo con le chitarre in spolvero e  sostenuto da una buona base ritmica, mentre Black Swan è il dolce e breve preludio alla splendida Swan White, una ballata sognante e struggente, interpretata come sempre alla grande da Michelle, per poi ritornare al rock blues à la Bonnie Raitt di una sostenuta Keep My Head Up, e ad una bella I Don’t Wanna Know, cantata in coppia con la co-autrice Amy Ray, un brano con il marchio di fabbrica delle Indigo Girls. Con Ashes si viaggia su sonorità Jagger/Richards, mentre Ramona è una ballata straziante sulla vecchiaia, raccontata dal punto di vista di una figlia, chiusa nuovamente da un’armonica lancinante, e cantata in modo sofferto da Michelle (sicuramente la “perla” del disco), seguita dai riff chitarristici di Fish Up A Tree, per poi chiudere con il ritornello gioioso di una scanzonata Birthday Song (I’m So Glad). 

Michelle Malone ha sempre avuto una buona fetta di  fans e sicuramente non li perderà con questo Stronger Than You Think, dove  la ritroviamo al meglio delle sue possibilità canore e anche di autrice, con una scrittura di prim’ordine, da cantautrice coraggiosa, autentica, capace comunque di esporsi in prima persona nel sempre più vasto panorama del rock “indipendente” americano. Inutile dire che per gli estimatori si tratta di un altro disco da non perdere (pur se di difficile reperibilità e uscito già da qualche tempo), e per chi ancora non la conosce un consiglio: mettete con fiducia mano al portafoglio!

Tino Montanari