Tanto Per Gradire, Un Altro Bel Tributo, Anche Da Parte Dei Nomi Meno “Sicuri”. Gentle Giants: The Songs Of Don Williams

gentle giants the songs of don williams

Various Artists – Gentle Giants: The Songs Of Don Williams – Slate Creek CD

Don Williams, cantautore texano in attività come solista dal 1971 (ma precedentemente membro dei Pozo-Seco Singers), è stato sempre considerato un personaggio di secondo piano, anche se nella sua lunga carriera i successi non sono certo mancati. Depositario di uno stile pacato e raffinato decisamente in contrasto con il suo imponente aspetto fisico (da cui il soprannome The Gentle Giant, niente a che vedere dunque con il gruppo prog britannico), Williams viene spesso dimenticato quando vengono stilate le classifiche dei grandi della country music, anche se lui c’è sempre stato, ha sempre fatto la sua musica senza rompere le scatole a nessuno, e si è ritagliato uno zoccolo duro di fans che non lo ha mai abbandonato: proprio lo scorso anno, su queste pagine virtuali, ho recensito il suo ultimo lavoro, un album dal vivo intitolato Don Williams In Ireland, nel quale il vecchio texano passava in rassegna con il suo tipico approccio tranquillo il meglio del suo repertorio http://discoclub.myblog.it/2016/06/18/bella-opportunita-chi-lo-conoscesse-don-williams-ireland-the-gentle-giant-concert/ . Ora Don viene finalmente omaggiato da una bella schiera di colleghi, in questo ottimo Gentle Giants: The Songs Of Don Williams, un tributo fatto con grande amore e rispetto e pubblicato in collaborazione con la nota associazione benefica MusiCares (proprio quella che ogni anno omaggia un big della musica con un grande concerto-tributo, quest’anno è toccato a Tom Petty), che si occupa di fornire assistenza sanitaria gratuita ai musicisti che hanno bisogno di cure e non possono pagarsele da soli (non avendo tutti il conto in banca di un Paul McCartney o di un Bruce Springsteen).

Un gran bel dischetto quindi, con interpretazioni molto rispettose degli originali, con dentro veri e propri fuoriclasse, qualche outsider e perfino due-tre nomi che di solito sono da evitare come la peste, ma che qui si dimenticano di essere delle superstars e fanno semplicemente i musicisti. Williams è anche un cantautore molto particolare, nel senso che non è che nel corso della propria carriera le sue canzoni le abbia scritte proprio tutte lui, anzi di quelle più note forse neppure una, ragione per la quale degli undici brani scelti per questo tributo nessuno porta la firma di Don. Il disco è prodotto, tranne in qualche caso, da Gary Fundis, ed oltre agli artisti coinvolti troviamo in session davvero tanti nomi molto noti, come Colin Linden (songwriter canadese e membro dei Blackie & The Rodeo Kings), Glenn Worf, Mickey Raphael, Fred Eltringham, Bryan Sutton, Sam Bush, Jerry Douglas, Dan Dugmore e Lee Roy Parnell, altro ottimo chitarrista e musicista per suo conto. Si parte molto bene con la famosa Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers e noto maggiormente nella versione di Eric Clapton: qui troviamo riunite per l’occasione le Pistol Annies (Miranda Lambert, Ashley Monroe ed Angaleena Presley) in una splendida rilettura country-rock piena di ritmo, grinta e passione ed un mood coinvolgente e molto texano, un inizio scintillante. La brava Brandy Clark ci regala una I Believe In You molto ben fatta, una ballata suonata in modo classico e dal motivo decisamente melodico, una versione di classe; quando ho letto che nel disco c’erano anche i solitamente pessimi Lady Antebellum ho pensato “ma che ca…spiterina c’entrano?”, ma il trio country-pop fortunatamente si contiene e rilascia una We’ve Got A Good Fire Goin’ di buon livello, cantata bene e suonata con gli strumenti giusti, con un leggero accompagnamento d’archi che non guasta, mentre Dierks Bentley, che quando vuole è bravo, convince con un bel arrangiamento elettroacustico della vivace honky-tonk song Some Broken Hearts Never Mend (e poi la voce c’è).

A proposito di grandi voci, ecco l’ottimo Chris Stapleton, in compagnia della moglie Morgane, alle prese con la celebre Amanda (brano di Bob McDill e portato al successo anche da Waylon Jennings), in una intensissima rilettura dal vivo, con pochi strumenti ma tanto pathos, e voce di Chris davvero strepitosa. Sempre parlando di ugole d’oro, ecco Alison Krauss con una dolce e toccante Till The Rivers All Run Dry, bellissimo slow pianistico che avrebbe ben figurato anche nell’ultimo album della bionda cantante e violinista; splendida Love Is On A Roll, squisita country ballad scritta nel 1983 da John Prine e Roger Cook appositamente per Williams, che qui viene riproposta in duetto proprio dai due autori: Prine mostra di essere in grande forma, facendomi sperare in un suo nuovo disco di brani originali al più presto. La coppia formata da Jason Isbell ed Amanda Shires (anche nella vita) ci delizia con una cristallina If I Needed You, prodotta da Dave Cobb (e ci mancava…); Trisha Yearwood, un’altra che non sempre è garanzia di qualità, ci dona invece una Maggie’s Dream molto misurata e di buona intensità (e la voce non si discute), mentre il bravissimo Keb’ Mo’ dimentica per un momento di essere un bluesman e con la saltellante e solare Lord I Hope This Day Is Good ci regala una delle migliori performance del disco, in puro country style. Quando ho letto che l’album era chiuso da Garth Brooks,  il re indiscusso del country commerciale (e marito della Yearwood), ho avuto paura, ma fortunatamente Garth non è uno stupido e sa quando è il momento di fare musica seriamente, e la sua Good Ole Boys Like Me, pianistica e vibrante, è di ottimo livello.

Un plauso agli artisti coinvolti ed alla MusiCares per questo sentito omaggio all’arte di Don Williams, un disco che mi sento di consigliare senza remore, anche perché il ricavato verrà speso per una buona causa.

Marco Verdi

Più Brava Di Coloro Per Cui Scriveva, Una Sorta Di “Usato” Sicuro! Brandy Clark – Big Day In A Small Town

brandy clark big day

Brandy Clark – Big Day In A Small Town – Warner CD

Brandy Clark, quarantenne originaria dello stato di Washington, è conosciuta da diverso tempo nell’ambiente musicale, avendo scritto negli anni una lunga serie di canzoni per artisti perlopiù country, gente del calibro di Miranda Lambert, LeAnn Rimes, Darius Rucker, Keith Urban, Kacey Musgraves, Reba McIntire, Wade Bowen (Songs About Trucks), Sheryl Crow e Toby Keith (e ho citato solo i più noti). Avendo poi constatato di essere in possesso di una voce più che buona, Brandy ha deciso ad un certo punto di affiancare alla remunerativa attività di autrice per conto terzi anche una carriera come musicista in proprio, esordendo nel 2013 con il discreto 12 Stories, un buon disco che ebbe anche un accettabile riscontro, ma che non faceva certo presagire che tre anni dopo avremmo avuto per le mani un seguito del calibro di questo nuovissimo Big Day In A Small Town, un album di notevole spessore che la fa entrare prepotentemente nella cerchia delle cantautrici che fanno notizia per la loro bravura. Maturata ulteriormente come scrittrice, la Clark è anche in possesso di una bella voce grintosa che si adatta perfettamente alle sonorità di questo disco: undici canzoni che, partendo da una base country, si vestono spesso e volentieri di suoni decisamente rock, merito anche della produzione dell’esperto Jay Joyce, uno che ha lavorato con John Hiatt (The Tiki Bar Is Open), Emmylou Harris (Hard Bargain), Eric Church, Patty Griffin, i Wallflowers e la Zac Brown Band, e della collaborazione di musicisti dal pedigree bello tosto, come Fred Eltringham (ex batterista proprio dei Wallflowers), Keith Gattis (ex chitarrista di Dwight Yoakam), John Deaderick (bravissimo pianista) e con alle armonie vocali nomi quali Kacey Musgraves, Shane McAnally (che è anche spesso il songwriting partner di Brandy) e Morgane Stapleton (moglie di Chris).

Un disco molto bello dunque, che, oltre ad un suono professionale, ha soprattutto degli arrangiamenti fatti come si deve, spesso più rock che country, ed una serie di canzoni decisamente sopra la media, difficilmente ascoltabili tutte assieme in uno stesso album: un coro quasi ecclesiastico introduce Soap Opera, poi entrano le voci e la strumentazione è subito molto diretta, un country-rock gustoso e dal suono ruspante, un refrain molto orecchiabile e lievi rimandi al miglior Elton John “americano”, quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The WaterGirl Next Door è una splendida rock song a tutto tondo, tra Tom Petty e certe cose di Stevie Nicks, una ritmica pulsante, melodia accattivante che sfocia in un ritornello impreziosito da un deciso crescendo, e Brandy che canta con grande sicurezza: un singolo naturale (ed infatti hanno scelto proprio questa). Homecoming Queen era già stata incisa da Sheryl Crow, ed è una delicata ballata elettroacustica, molto ben costruita e con il suono giusto, un ottimo esempio di puro cantautorato, mentre la nervosa e scattante Broke è rockin’ country con umori southern (e che grinta), altro brano fruibile pur senza essere commerciale; You Can Come Over è una signora canzone, una sontuosa ballata pianistica dallo sviluppo splendido, romantica ma non sdolcinata, un pezzo che dimostra la caratura della ragazza: bellissimo il crescendo strumentale, di grande pathos https://www.youtube.com/watch?v=Un-zFYcAl70 .

Ottima anche Love Can Go To Hell, altra ballad dalla strumentazione molto ricca, vibrante, fluida e leggermente crepuscolare, mentre la cadenzata Big Day In A Small Town recupera qualche elemento country, e se non ci fosse una gentil donzella alla voce solista non esiterei a definirla una canzone maschia (ma il mood è sempre molto godibile). Bellissima anche Three Kids No Husband, anzi una delle più belle, uno slow di gran classe, ben sostenuta da un arrangiamento perfetto e da un motivo di prim’ordine, profondo e toccante, degno della miglior Mary Chapin Carpenter, mentre Daughter cambia completamente registro e ci presenta un country d’altri tempi, con tanto di boom-chicka-boom che fa tanto Johnny Cash (e non siamo lontani dallo stile della sua figliastra, Carlene Carter) e con un testo non proprio da educanda. Il CD si chiude con Drinkin’, Smokin’, Cheatin’, la più country del lotto, anzi direi quasi honky-tonk, anche se nel ritornello la strumentazione è decisamente elettrica (ed il brano è, manco a dirlo, molto bello), e con la triste Since You’ve Gone To Heaven, toccante tributo ad una persona cara che non c’è più.

Big Day In A Small Town è uno dei dischi al femminile più belli del 2016.

Marco Verdi

Non Sempre I “Seguiti” Vengono Bene: In Questo Caso Sì, Benissimoì! Artisti Vari Southern History – Produce Dave Cobb

southern family

Various Artists – Southern Family – Low Country Sound/Elektra

Se ne parlava da diversi mesi, ma in questi giorni è finalmente uscito Southern Family, un concept album partorito dalla fervida immaginazione del produttore Dave Cobb, il nuovo Re Mida dei produttori country (ma non solo) di Nashville, dove opera dal RCA Studio A della città del Tennessee, in cui ha ha stabilito l’epicentro delle sue operazioni musicali. Cobb, per i più distratti quello che ha prodotto Chris Stapleton, Anderson East, Corb Lund, Christian Lopez Band, Whiskey Myers, recentemente i Lake Street Dive, e molti altri, e si prepara a pubblicare, ne cito un paio, i nuovi lavori di Holly Williams e Mary Chapin Carpenter, da diverso tempo aveva in mente una sorta di seguito per un album che era stato la sua stella polare sia in ambito produttivo, come in quello musicale, una specie di ossessione. 

white mansions white mansions + legends of jesse james

 

Parliamo del White Mansions da cui tutto parte, un album concepito nel 1978 da Paul Kennerley, un musicista inglese che aveva deciso di scrivere un disco che era una sorta di racconto epico sugli avvenimenti accaduti tra il 1861 e il 1865, durante la Guerra Civile Americana, quando scrivere di questi avvenimenti in ambito musicale era ancora un fatto raro ed anomalo, soprattutto da parte di un inglese. Ma Kennerley ci era riuscito talmente bene da coinvolgere nel progetto il grande produttore Glyn Johns (a proposito sta per tornare, con il nuovo lavoro di Eric Clapton I Still Do, annunciato per il 20 maggio, si riforma la coppia di Slowhand), che a sua volta aveva chiamato, per interpretare i vari personaggi, Jessi Colter e il marito Waylon Jennings, John Dillon Steve Cash degli Ozark Mountain Daredevils, grandissima band country-rock americana, oltre a musicisti come Eric Clapton, Bernie Leadon, Tim Hinkley, Dave Markee, Henry Spinetti, per un disco che era (ed è, perché si trova ancora) un piccolo gioiello in ambito country-rock. Non contenti Glyn Johns Paul Kennerley avrebbero replicato un paio di anni dopo con The Legend Of Jesse James, altro concept sulla vita del famoso fuorilegge americano, questa volta con l’aiuto di Emmylou Harris (che poi sarebbe stata la moglie di Kennerley dal 1985 al 1993), Johnny Cash, Levon Helm, Rodney Crowell Rosanne Cash, Albert Lee Charlie Daniels, altro cast mica male, per usare un eufemismo. Entrambi gli album si trovano ancora in quel doppio CD che vedete effigiato sopra e che per gli appassionati del genere che ancora non lo hanno è quasi imperdibile.

Tornando ai giorni nostri Dave Cobb non immaginava certo che il suo progetto di dare un seguito a queste due saghe avrebbe trovato delle etichette interessate, ma tramite la propria Low Country Sound e con la distribuzione del colosso Elektra/Warner Southern Family è diventato una realtà. In questo caso Cobb ha chiesto ai vari musicisti e cantanti coinvolti di fornire una serie di canzoni che raccontavano storie ambientate nelle loro famiglie del Sud ( vicende di padri, madri, figli, fratelli, sorelle, nonni), anche slegate fra loro ma il con trait d’union di essere brani che raccontavano vicende che avevano avuto una certa importanza nelle vita degli artisti coinvolti. Che sono in gran parte, passati, presenti e futuri clienti di Cobb, ma anche musicisti con i quali avrebbe voluto lavorare. Suonato veramente bene dal giro di musicisti che gravitano abitualmente intorno a Dave (che suona nel disco basso, chitarre, acustiche ed elettriche, nonché percussioni) l’album mi sembra veramente riuscito, dodici brani anche diversi da loro, a seconda delle personalità di chi è stato coinvolto, come sonorità, ma con una qualità medio-alta nell’insieme https://www.youtube.com/watch?v=LjT5EKskTYY .

E vediamo chi c’è: si parte subito benissimo con John Paul White, l’ex Civil Wars (dopo la divisione dalla socia Joy Williams, il cui album dello scorso anno, Venus, a chi scrive era parso piuttosto bruttino), reduce dalle recenti produzioni con Dylan LeBlanc, Lindi Ortega Donnie Fritts, pare particolarmente ispirato, anche come cantante ed autore, nell’iniziale Simple Song, un brano sotto forma di ballata avvolgente, che unisce la passione di White per country-folk e melodie beatlesiane, in un brano dolcissimo e suadente, caratterizzato anche da un delicato lavoro orchestrale. Ancora più bella è la successiva  God Is A Working Man, canzone scritta dal sempre più bravo Jason Isbell e che qualcuno ha proposto di segnalare ai candidati presidenziali americani come brano per la loro campagna elettorale, con un “lavoratore” così che vota per te si presume sia difficile perdere. Tra florilegi di chitarre acustiche, violini (della consorte Amanda Shires), chitarre elettriche, slide e pedal steel come piovesse, il suono è un perfetto country, di quello che dalla parte giusta di Nashville si riesca ancora a creare con grande naturalezza https://www.youtube.com/watch?v=pxPqiHCY21w . Dave Cobb tiene famiglia, ha anche un bravissimo cugino canterino, nella persona di Brent Cobb, che ci regala una deliziosa Down Home, punteggiata da chitarre grintose e bluesy, pianini insinuanti, seconde voci femminili intriganti ed una bella melodia che in una canzone non guasta mai, e allora se il risultato è questo una “raccomandazione” di famiglia ci sta anche.

Molto bella anche Sweet By And By, il primo brano cantato da una voce femminile, una Miranda Lambert formato Pistol Annies, ispirata dal gran contorno strumentale fornito dalla band di musicisti di Cobb, la bella biondona ci regala una delle sue performance vocali più convincenti di sempre, di nuovo con steel guitars, tastiere e una sezione ritmica pimpante sugli scudi, questo è grande country-rock. Come pure quello regalato da una versione fantastica di You Are My Sunshine, un super classico della canzone americana, qui ripreso dalla coppia Morgane Chris Stapleton, con la prima, che in questo brano è la voce solista, mentre il marito si “limita” ad accompagnare: voce country-gospel della signora Stapleton, una struttura blues e le chitarre che ruggiscono come si deve e a ripetizione, grande tensione sonora e sicuramente uno degli highlights del disco. Ma anche Zac Brown torna ai livelli che gli competono con una Grandma’s Garden, ballata mid-tempo country-folk sopraffina, tra James Taylor ed il miglior country-rock della Nitty Gritty o di Loggins & Messina, ma pure delle più belle canzoni di una certa Zac Brown Band https://www.youtube.com/watch?v=q-QytmOpTZw . E non ci si ferma di sicuro quando entra in scena il vocione di Jamey Johnson alle prese con una Mama’s Table che rievoca le cose migliori di Johnny Cash, Waylon Jennings e degli Outlaws tutti, bellissima pure questa https://www.youtube.com/watch?v=LwuPPHdFWok .

E che dire di Learning di Anderson East? Mamma mia, che bella! Il ventottenne di Athens, Alabama, con, come avrebbe detto Paolo Ruffini a Sofia Loren, quella gran topa della nuova compagna Miranda Lambert come ispirazione e il babbo come “insegnante”, che gli faceva sentire quella soul music che con il trascorrere del tempo è diventata sempre meno country e più country got soul, disco dopo disco, e ancora got soul, e got soul, proseguire ad libitum. Tra fiati, chitarre e organetti impazziti questa è vera “southern music”. E parlando di famiglie io sono convinto che la più brava della famiglia Wiiliams, dopo il capostipite Hank, sia la “nipotina” Holly, che ancora una volta ce lo dimostra con una deliziosa Settle Down che ha il piglio sbarazzino della Janis Joplin country di Pearl, un breve gioiellino https://www.youtube.com/watch?v=vH9ieUuAxkM . Un’altra che canta benissimo, anche se in pochi la conoscono, è la bravissima Brandy Clark, qui alle prese con una emozionante I Cried, dove tra falsetti spericolati, la cantante ci dà una sorta di variante femminile alle splendide storie malinconiche e strappalacrime in cui era maestro Roy Orbison, una vera meraviglia sonora. Credo che il nonno da lassù possa essere veramente contento di questo tributo postumo da parte di sua nipote https://www.youtube.com/watch?v=olu343r5rwI . Anche Shooter Jennings con Can You Come Over si dimostra in gran forma, un brano degno di tanto babbo, tra country, echi dylaniani, derive rock & soul alla Delaney & Bonnie, altra canzone che sembra esplodere dalle casse dei nostri impianti con una grinta ed una freschezza invidiabili https://www.youtube.com/watch?v=U9atbs9-SxQ . E a conclusione del tutto, quello che dovrebbe essere il fratello meno bravo, Rich Robinson, ci regala un’altra piccola perla di musica sudista con The Way Home, la voce forse non sarà al livello di quella di Chris, ma con l’aiuto di un coro gospel, una chitarra elettrica, e qualche battito di mani ci dimostra come fare buona musica.

E in questo Southern Family ce n’è veramente tanta.

Bruno Conti