13/02/2013

Provaci Ancora Eric, Una Anteprima? Eric Johnson - Up Close Another Look

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Eric Johnson – Up Close Another Look – Mascot/Provogue/Edel 02-04-2013

Eric Johnson è un fantastico chitarrista texano che, nella sua carriera che dura ormai da una trentina di anni (almeno a livello discografico), ha realizzato solo una manciata di album di studio, sei per la precisione, compreso questo Up Close, oltre ad un disco, Seven Worlds, registrato nel 1978 ma pubblicato solo 20 anni dopo, uno dal vivo della serie Live From Austin, Texas nel 2005 (ma registrato nell’88), oltre alla sua partecipazione come un terzo della “società” in una delle varie incarnazioni dei G3, insieme ai Joe Satriani e Stevie Vai. E per lui, come per molti altri, il migliore rimane ancora il primo ufficiale, Tones, uscito nel lontano 1986 per la Reprise, eccellente disco prevalentemente strumentale che ebbe un grosso successo sia di critica che di pubblico in quell’anno, disco che si inseriva in quel filone tra prog, rock, southern e blues dove operavano gruppi come i Dixie Dregs di Steve Morse, tanto per fare un nome, o il materiale meno bluesy di Robben Ford, virtuosi della chitarra elettrica per intenderci, e anticipatore del successo che avrebbero ottenuto i suoi futuri pard Joe Satriani e Steve Vai (già in pista ma noto soprattutto per le collaborazioni con Frank Zappa).

Senza farla troppo lunga ma dandogli i giusti meriti, Eric Johnson, ha avvicinato quei livelli qualitativi solo con il successivo Ah Via Musicom del 1990, poi creandosi una nicchia di appassionati, un seguito di culto, che ha continuato a comprare i suoi dischi ma con minore entusiasmo anche negli anni successivi, fino ad arrivare al 2010, l’anno di questo Up Close, uscito ai tempi solo sul mercato americano per la Vortexan/EMI, ma non distribuito in Europa, e che è di gran lunga il suo disco migliore dopo Tones, ma cosa ti va a pensare quel “diavolo” di un Johnson, facciamone una versione aggiornata per il mercato europeo, quell’Another Look, come avranno notato i più attenti: come dice lo stesso Eric Johnson, si è limitato ad aggiungere alcune parti di chitarra ritmica e a remixare il tutto, e la differenza è molto sottile, praticamente non si percepiscono i nuovi interventi, ma il disco suona meglio all’ascolto e se lo dice lui chi siamo noi per negarlo? Quindi prendiamo nota senza peraltro poter fare a meno di notare che questa nuova edizione ha due brani in meno di quella del 2010, strano ma vero, si toglie invece di aggiungere, anche se per onestà si tratta di due brevi intermezzi di poco più di un minuto ciascuno.

Ma quello iniziale, un intramuscolo orientaleggiante di 1:05, Awaken, è rimasto. Fatdaddy è il primo brano strumentale dove, a velocità vorticose, la chitarra solista di Johnson interagisce con una ottima sezione ritmica con vari batteristi che si alternano, Kevin Hall, Barry Smith e Tommy Taylor e il grande Roscoe Beck al basso, con lui da inizio carriera. Brilliant Room è il primo brano cantato, con ospite come vocalist il bravo Malford Milligan, altro texano che era negli Storyville (ve li ricordate?) il gruppo di David Holt e David Grissom con la sezione ritmica dei Double Trouble, un gruppo che ha non tenuto fede alle promesse, ma aveva molte potenzialità, il brano è un veloce rock, anche commerciale, ma con una verve ed un lavoro di suoni e chitarre che molta produzione attuale non ha (dipenderà dal fatto che il co-produttore è tale Richard Mullen ma l’ingegnere è Andy Johns, della premiata famiglia?), un sound fantastico. E sentite come suonano il Blues, in una cover eccellente di Texas (tema che ritorna), il vecchio brano firmato Mike Bloomfield/Buddy Miles che si trovava sul disco degli Electric Flag, per l’occasione a duettare con Johnson troviamo un pimpantissimo Steve Miller alla voce e Jimmie Vaughan alla seconda solista, cazzarola come suonano! Gem è uno di quei brani strumentali stile Prog-rock dove il nostro Eric esplora a fondo la sua tavolozza di colori e suoni per la gioia dei fanatici della chitarra.

Tra i titoli non manca Austin, altro ottimo duetto a tempo di rock con un Johnny Lang in gran vena e la chitarra di Johnson che crea traiettorie quasi impossibili senza scadere nelle esagerazioni di altri suoi colleghi virtuosi. La lunga Soul Surprise è un altro lento con i vocalismi senza parole del titolare e atmosfere sempre molto ricercate. On The Way è un ulteriore strumentale, molto Twangy & Country in questo caso, stile di cui è maestro Albert Lee. Senza citarle tutte, ma non ci sono cadute di gusto, vorrei ricordare il tributo in apertura (una piccola citazione di Little Wing) all’Hendrix più sognante, nella ricercata A Change Has Come To Me e il duetto molto melodico con la slide di Sonny Landreth in Your Book. Una delizia per gli amanti della chitarra elettrica, come tutto il disco peraltro.

Bruno Conti

02/12/2011

Come Ti Giri, Chitarristi Ovunque...E Non Solo! Jim McCarty And Friends - Live From Callahan's

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Jim McCarty And Friends – Live From Callahan’s – Cally’s Records and Tapes

Apperò! In questo caso si può proprio parlare di “leggenda del rock” e il termine si applicherebbe anche al suo omonimo inglese, da non confondere, quello era il batterista degli Yardbirds, questo signore invece è stato, tenersi forte, prima con i Detroit Wheels la band che accompagnava Mitch Ryder, poi il chitarrista negli Express di Buddy Miles, e in questa veste ha incontrato e suonato spesso con Jimi Hendrix, lui dice che se lo trovava sempre davanti quando Jimi cercava di convincere Buddy Miles a entrare nei Band Of Gypsys, hanno anche suonato insieme, qualcuna delle jam dove appaiono entrambi è stata pubblicata postuma (e non di suo gradimento) come Nine To The Universe e si vocifera fosse tra i partecipanti alla famosa session ad alta gradazione alcolica tra Hendrix e Jim Morrison poi pubblicata in vari bootleg come I woke up this morning and found myself dead (la finezza dei “pirata(tori)” è sempre da notare), ma McCarty dice di non ricordarselo. Mentre ricorda benissimo di avere suonato in un “incontro” tra Hendrix (che considera il n°1 di sempre) e John Mclaughlin e che quello meriterebbe di venire pubblicato, se il nastro esiste ancora, Hendrix Family prendere nota!

Dal 1970 è stato il chitarrista dei Cactus per tutti i loro dischi cactus, poi dopo una breve pausa, per tutta quella decade ha suonato anche con i Rockets, non i pelatoni francesi di On The Road Again ma The Rockets from Detroit con il suo vecchio pard nei Detroit Wheels, il batterista e cantante JohnnyBee” Badaniek e fatto una serie di album apprezzati dai fans del buon rock ( e una versione di Oh Well Peter Green fu un piccolo successo locale).

Ha suonato anche con il concittadino Bob Seger, nella recente reunion dei Cactus e da qualche anno a questa parte si è dato al Blues con il suo gruppo dei Mystery Train ed eccoci a questo CD. Dal vivo al Callahan’s Music Hall di Auburn nel Michigan (esatto, lo stesso del recente ottimo Live di Shaun Murphy shaun%20murphy, anche lei di Detroit), un locale dove spesso e volentieri si suona della buona musica. Quindi cosa ha pensato il nostro amico Jim McCarty? Quali sono di solito le parti migliori dei concerti, quelle finali o comunque quando gli “ospiti” salgono sul palco per dare pepe a delle esibizioni che già bruciano di proprio. E allora con i suoi “amici” ha pubblicato questo album che raccoglie alcune delle jam sessions registrate tra il 2008 e il 2010 al Callahan. Il risultato finale è eccellente e quanto mai variegato pur restando ancorato ai vari stilemi del Blues.

Ci sono i due brani iniziali, strumentali, con l’eccellente chitarrista Johnny A., J&A Jump e lo slow blues South Boulevard Blues dove le soliste dei due si intrecciano con grande intensità e perizia tecnica (Ted Nugent considera Jim McCarty uno degli inventori di quel suono grasso e vibrante delle chitarre hollow body che poi lui avrebbe perfezionato nella sua Stranglehold) e qui gli strumenti di entrambi filano alla grande. C’è poi il match con l’ottimo armonicista Jason Ricci e i suoi New Blood (Ricci è un “tipino” particolare con vari problemi con la giustizia, anche in questo momento rischia la prigione), ma nel 2008 quando i due duettano in una scintillante cover di Help Me tutto andava bene e il finale con le due chitarre più l’armonica che “ululano” insieme il tema del brano è da grande scuola del Blues. Ottimo anche l’incontro con un altro dei grandi del Blues contemporaneo, Duke Robillard, prima in Hi-Heel Sneakers dove Jim è alla ribalta e poi in West Helena Blues dove il “Duca” si ritaglia i suoi spazi. Nella parte centrale del concerto c’è uno spazio diciamo più divertente dove il jump-blues-swing della formazione ricca di fiati dei Millionaires si estrinseca in un terzetto di tracce dove il ritmo fa muovere il piedino.

Poi si ritorna alle cose serie, una versione di Sweet Sixteen di BB King da manuale del Blues, con John Nemeth che sfodera una interpretazione vocale da brividi, confermandosi come uno dei migliori vocalist delle ultime generazioni, veramente fantastico e McCarty, anche se alle prese con alcuni problemi tecnici per una chitarra non sua, non è da meno. Quasi come Bobby Blue Bland e il vecchio B.B. La rimpatriata con John Badanjek avviene con There’s A Train Comin’ Down The Tracks, in veste acustica ma sempre gustosa. Altra perla, una tiratissima School Rock di Chuck Berry con un arrapato Jimmy Thackery e i suoi Drivers. Gran finale con le atmosfere quasi psichedeliche di Cristo Redentor, il famoso brano strumentale di Duke Person che dava il titolo ad un bel disco di Harvey Mandel. E poi uno che suona Loan Me A Dime (ma nel disco non c'è), il brano di Boz Scaggs dove alla solista c'era Duane Allman godrà sempre della mia imperitura stima.

Potrei concludere con un bel “minchia se suona”!

Bruno Conti