Torna Una Delle Regine Della Moderna “Texas Music”. Robyn Ludwick – This Tall To Ride

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Robyn Ludwick – This Tall To Ride – Late Show Records

Dopo un meraviglioso disco come Out Of These Blues (11), seguito dall’ottimo Little Rain (14) http://discoclub.myblog.it/2014/09/02/ultimi-ripassi-lestate-dal-texas-la-sorella-musicale-lucinda-williams-robyn-ludwick-little-rain/ , secondo chi scrive non era facile riproporsi ai quei livelli, ma Robyn Ludwick, sorella di Bruce e Charlie Robison (una delle più interessanti dinastie delle Texas Music), mi smentisce e si ripresenta con questo quinto lavoro This Tall To Ride (il tutto uscito nell’arco di una dozzina d’anni), affidando la produzione al marito e musicista John Ludwick (dopo gli ultimi due gestiti dal grande Gurf Morlix), per dieci brani di grande passione, che non cambiano di una virgola (è questo, almeno secondo me, è un pregio), il “sound” dei dischi precedenti. This Tall To Ride, inciso negli Zone Recording Studios a Dripping Springs in Texas, vede come sempre il marito John al basso, Rick Richard alla batteria, e come ospiti il polistrumentista Bukka Allen, e il bravissimo chitarrista David Grissom (Storyville, Mellencamp, Joe Ely), dove la signora Ludwick spicca sempre con il suo stile di scrittura, come già detto in passato, certamente influenzato da Lucinda Williams, con le canzoni che raccontano di personaggi dalle vicende tragiche ma anche ricche da grintosi messaggi d’amore, che spesso sono il tema principale delle sue canzoni.

Nella prima traccia l’energica ed elettrica Love You For It si nota subito la presenza della chitarra di Grissom, canzone seguita dalla “sociale” Rock’n’Roll Shoes (dove paragona il sesso con la cocaina), una ballata urbana dove le note delle chitarre e la voce di Robyn la fanno da padrone, per poi passare alle melodie “classicamente country” di Lie To Me, e commuoverci con la meravigliosa Freight Train, giocata tra chitarra elettrica ed acustica, e finire la prima parte con le note di un dolce pianoforte in perfetto Lucinda Williams “style”. Con Bars Ain’t Closin’ (cantata con il consorte) si racconta la storia di un musicista alla fine di una relazione, mentre nella seguente Insider descrive la vita di una donna sottoposta ad abusi, entrambe con testi attuali e importanti, suonate con arrangiamenti grintosi e incisivi, mentre Mexia inizia con una chitarra acustica, per poi svilupparsi in una lunga e dolente ballata dai sapori “texani”, passando poi ancora alla bella melodia rock di Wrong Turn Gone, con la chitarra elettrica di Grissom che “singhiozza” all’unisono con la voce di Robyn, e il resto dei musicisti che lavora di fino come in tutto l’album. Nella parte finale la Ludwick si fa più concreta, come nel personale autoritratto della sofferta Junkies And Clowns o nella conclusiva Texas Jesus, un ottimo country-folk che si sviluppa in un diluvio di pedal-steel, con dei risultati superiori alla media di questo pur ottimo album.

Il senso di questo disco, This Tall To Ride (una colonna sonora perfetta per sognare le infinite strade americane) è una manciata di canzoni che giocano sul dolore dei rapporti di solitudine e speranza per trovare un senso nella vita, e, come già detto, oltre a quello di Lucinda Williams nelle canzoni di Robyn Ludwick affiorano molti altri stili che portano ai nomi di Patty Griffin, Mary Gauthier, Rosanne Cash (le prime che mi vengono in mente): una carriera fatta di una musica intensa, un insieme di canzone d’autore e folk-rock, una donna tosta e ostinata che non ha paura di rivaleggiare con le “signore” sopracitate, certificando che, a parere di chi scrive, della famiglia “canterina” allargata (i fratelli Charlie e Bruce, le nuore Kelly Willis e Emily Erwin (Dixie Chicks), da qualche anno lei è forse la migliore della “dinastia” Robison. Sicuramente a fine anno farà parte del mio “listone”.

Tino Montanari

*NDB. Questa volta lo aggiungo io: manco a dirlo, ancora una volta, il CD purtroppo non è di facile reperibilità nelle nostre lande, e di conseguenza anche abbastanza costoso da recuperare oltre oceano, buona ricerca.

Sembra Sbucato Dal Passato, Ma Che Bravo! Brad Stivers – Took You Long Enough

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Brad Stivers – Took You Long Enough – VizzTone Label               

Brad Stivers, anche dall’abbigliamento con cui si presenta sulla copertina di questo Took You Long Enough, sembra provenire da un’era che è quella del R&R anni ’50/primi ‘60, con retrogusti soul e R&B, e parecchio blues, insomma quella che ai giorni nostri chiamiamo roots music. Il giovane Brad (intorno ai 25 anni, quindi quasi un bambino per il Blues) viene dall’area di Austin, Texas, ma prima ha girato tutti gli Stati Uniti: dalla California al Colorado, passando per lo stato di Washington, e anche una capatina in quel di Memphis, Tennessee. E’ stato finalista all’International Blues Challenge del 2014 ed ora, armato della sua fida Telecaster, esordisce su etichetta VizzTone, la piccola ma agguerrita label di Chicago, completando quindi il giro in musica degli States (e per festeggiare l’evento si è appena fatto anche un cospicuo tour in Spagna, e prima era passato anche da Italia e Svizzera): tra i nomi di pregio utilizzati nell’album vi segnalo l’ottimo Bukka Allen all’organo Hammond B3, la pianista e cantante Emily Gimble e il vecchio lead vocalist degli Storyville Malford Milligan (qualcuno li ricorda?).

10 brani che fin dall’iniziale 2.000 Miles ci rimandano al sound dei primi Blasters, quelli che fondevano rock e blues con una grinta notevole, Brad unisce nella sua figura, la voce potente ed espressiva di Phil e lo stile esuberante da guitar slinger di Dave Alvin, inchiodando subito un assolo da vero virtuoso. Ma pure la successiva You’re Just About To Lose Your Clown, con la presenza del sax ficcante di Mark Wilson e un ritmo errebì ondeggiante e variegato che rende omaggio al maestro Ray Charles, con i tocchi dell’organo di Allen ad insaporire ulteriormente il menu, segnalano l’arrivo di un nuovo talento sulla scena, quando poi inizia a titillare la sua solista si capisce che siamo capitati a bordo per un bel viaggio; a tutto boogie per una poderosa Put It Down, quando il ritmo si fa frenetico, la sezione ritmica pompa di brutto e il “ragazzo” ci dà dentor con la sua chitarra alla grande, le mani volano veramente sul manico della sua solista. E non manca un funky blues turgido come l’ottima title track Took You Long Enough, dove oltre al guitar slinger si gustano anche le nuances della sua bella voce; e in Here We Go Again non manca neppure una languida e deliziosa country ballad, cantata in coppia con Emily Gimble, che accarezza con calore anche i tasti del suo pianoforte.

Per poi scatenarsi nuovamente, questa volta con la presenza di Malford Milligan, in una poderosa, e lunga (oltre i 6 minuti) Nickel And A Nail, un blues con decisi connotati soul & R&B, dove si apprezza la voce di Milligan, grande cantante che mi ero perso per strada, ma che in questa cover di un vecchio brano di O.W. Wright mette in luce tutto il suo talento, mentre Bukka Allen e Stivers curano con gran gusto la parte strumentale, per un brano veramente fantastico. One Night Of Sin è una cover strumentale curatissima del brano di Fats Domino dove Brad gioca con i toni e i volumi della sua Fender https://www.youtube.com/watch?v=APdKG4GIWHI , per poi scatenarsi nuovamente in un poderoso shuflle come la sanguigna Can’t Wait che si avvicina al blues più canonico Chicago style degli artisti VizzTone e poi anche nel gagliardo slow blues della intensa Save Me, di nuovo con la chitarra (e anche la voce) in grande spolvero. E per non farci mancare nulla nello strumentale finale, un’altra cover assai azzeccata, rende omaggio anche allo stile chitarristico di Jimmy Nolen, il vecchio chitarrista di James Brown, in una Cold Sweat tutta “chicken-pickin” e linee soliste fluide e di grande tecnica. Un nome da appuntarsi con cura, veramente bravo questo Brad Stivers https://www.youtube.com/watch?v=sboDCzc_WRU !

Bruno Conti

Reckless Kelly, E Sai Cosa Aspettarti! Il Nuovo Album Sunset Motel

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Reckless Kelly – Sunset Motel – No Big Deal Records/Thirty Tigers

Se qualcuno si chiede il perché del titolo, lo spiego subito. Ultimamente sta capitando abbastanza di frequente che gruppi e solisti che avevano ricevuto buone critiche e di conseguenza acquisito una certa credibilità in un determinato ambito o genere musicale, poi, con improvvisi voltafaccia, hanno mutato il loro approccio stilistico anche in modo drastico. E fin qui non ci sarebbe nulla di male, se il cambiamento è orientato verso un miglioramento della propria musica, ma se è solo, almeno a parere di chi scrive, per meri fini commerciali (anche se vengono quasi sempre addotte ragioni di ricerca ed evoluzione del suono verso nuove frontiere sonore e stilistiche), si possono segnalare a fans e potenziali seguaci queste deviazioni sostanziali dal percorso originale, che non sempre corrispondono ad una evoluzione ma, in alcuni casi, di nuovo parere personale, sono una involuzione. Mi vengono in mente, in tempi recenti, i dischi degli Head And The The Heart, di Bon Iver, dei Needtobreathe, e andando a ritroso, Arcade Fire, Kings Of Leon, Mumford And Sons e molti altri. Si aggiunge un sintetizzatore qui (anche più di uno), un campionamento là, una batteria elettronica, dei coretti spesso insulsi, dei ritmi dance o anche semplicemente del pop molto “lavorato”, che rende gran parte dell’attuale produzione omologata ad un suono standard: tradotto, i dischi sono uguali fra loro, è difficile capire chi sia Tizio e chi Caio, tanto suonano tutti allo stesso modo, e tutti sono felici, più o meno.

Quindi di quei gruppi camaleontici (e nel caso non è inteso come un complimento), su questo Blog leggerete solo a livello di ammonimento, poi ognuno è libero di scegliere cosa ascoltare, ci mancherebbe. E veniamo dunque ai Reckless Kelly: non aspettatevi un capolavoro assoluto e neppure grandi novità, appunto, ma dal quintetto dell’Idaho (dove ritornano solo per l’annuale rimpatriata con i fratelli nella Braun Brothers Reunion, mentre i loro primi passi li hanno mossi a Bend nell’Oregon), basato in Texas da  parecchi anni e che quest’anno festeggia il ventesimo anniversario di carriera, possiamo attenderci del classico Texas Country Rock, della Red Dirt Music, ma anche del roots rock, per quanto il tutto sia irrobustito da ampie iniezioni di classico rock americano chitarristico, energico e volendo, perché no, anche commerciale e forse a tratti scontato, ma genuino e di sani principi. I dischi dei fratelli Willy e Cody Braun probabilmente non brillano per originalità, ma gli elementi citati poc’anzi, magari miscelati in modo diverso, ci sono. Nel precedente album http://discoclub.myblog.it/2013/09/16/rockin-in-texas-sotto-la-luna-reckless-kelly-long-night-moon/, qualcuno aveva letto spostamenti verso un suono più levigato (ma non Tino, estensore delle note di cui sopra), mentre in questo nuovo Sunset Motel ci sono alcuni brani dove il rock si fa più ruggente e chitarristico.

Partiamo proprio da questi: Radio, dove la manopola dell’apparecchio, dopo qualche giro, si ferma su un brano rock e tirato, a tutte chitarre, quella solista di David Abeyta, che è anche il produttore e ingegnere del disco, la ritmica di Willy Braun e in aggiunta, la chitarra di Micky Braun (il fratello minore, leader di Micky And The Motorcars), e pure il bassista Joe Miller aggiunge la sua 6 corde, per cui il suono viaggia con poderosi power chords tra Stones, Black Crowes e il classico rock americano anni ’70, con l’organo dell’ospite Bukka Allen ad aumentare il poderoso muro di suono del brano. E nei vari brani del disco ci sono spesso due chitarristi, Chris Masterson Dusty Schafer, oltre alla pedal steel di Marty Muse: prendiamo un pezzo come Buckaroo, di impostazione chiaramente più country, una energica ballata mid-tempo, con la bella voce di Willy Braun, sempre in piacevole evidenza in tutto il CD, ben sostenuta dalle eccellenti armonie vocali dei vari componenti la band, ma sia la solista in modalità slide, quanto la lap steel e le altre chitarre donano una patina di grinta e vigore, sempre bene accette. Volcano è un altro esempio di classico country-rock di buona fattura, mentre Give It Up è un ulteriore pezzo dove il rock e le chitarre si fanno largo tra le belle melodie del gruppo, con Moment In The Sun che ha addirittura afflati springsteeniani dalla propria parte.

Il resto dell’album è appannaggio di ballate e pezzi country spesso di buon livello: dal Red Dirt country dell’iniziale, eccellente, How Can You Love Him (You Don’t Even Like Him), dove il suono della pimpante armonica di Cody Braun, si insinua tra i fraseggi delle chitarre e dell’organo, ben supportati dalle immancabili armonie vocali. Willy Braun, che scrive tutte le tredici canzoni dell’album, come detto, ha una voce duttile e in grado di padroneggiare sia i momenti più grintosi come le ballate più intime tipo la title-track, dove le chitarre acustiche, il piano e il violino prendono il sopravvento, ma una slide malandrina si insinua comunque tra le pieghe della canzone. Molto piacevole anche The Champ, ancora classico country-rock di marca texana, con una batteria dal suono comunque sempre “umano” , una melodia sentita mille volte (probabilmente, volendolo cercare, il limite maggiore dell’album) ma che si ascolta con piacere. Ancora l’armonica a fornire un’impronta tra delizioso country texano e certe ballate del primo Neil Young, per la lenta e cadenzata One More One Last Time. Anche Forever Today rimane su queste coordinate sonore, forse un pizzico di zucchero di troppo, ma l’aria malinconica giova alla canzone. La pedal steel è la protagonista dell’avvolgente Who’s Gonna Be Your Baby Now, con l’aggiunta di un bel break chitarristico che ne vivacizza la parte centrale. Sad Song About You , con le chitarre elettriche e il violino in bella evidenza, potrebbe ricordare certe ballate squisite degli Avett Brothers.

Chiude un album onesto e di buona qualità l’acquarello elettroacustico di Under Lucky Stars.

Bruno Conti    

Un Altro “Southern-Gothic Psycho-Blues Revival-Punk” One-Man-Band? Lincoln Durham’s Revelations Of A Mind Unraveling

lincoln durham revelations of a mind

Lincoln Durham’s Revelations Of A Mind Unraveling – Droog Records

Come saprà chi legge le mie recensioni, chi scrive è un seguace dell’assunto di San Tommaso, ossia per credere devo vedere, o meglio ascoltare, anzi, io mi aggancerei addirittura al detto “provare per credere” della scuola filosofica Aiazzone/Guido Angeli. Quindi quando mi capita di leggere, in qualità anche di appassionato non onnisciente, di qualche nuovo nome, presentato come la salvezza del rock (o del blues, o di qualsivoglia genere musicale), ove possibile mi piace comunque verificare se questi incredibili giudizi, spesso estrapolati da cartelle stampa mirabolanti, o dai giudizi di qualche musicista amico, spesso citando fuori contesto qualche sua asserzione, sono rispondenti, almeno in parte alla verità. E sempre ricordando che, per fare un’altra citazione colta, “de gustibus non disputandum est”, ovvero ognuno nella musica ci sente quello che vuole. Per cui quando ho sentito parlare delle mirabolanti proprietà di Lincoln Durham, presentato come un “Southern-Gothic Psycho-Blues Revival-Punk One-Man-Band”, secondo le sue parole, oppure in quelle di Ray Wylie Hubbard (che ha peraltro co-prodotto il suo primo EP e il secondo album) che lo presenta come un incrocio tra Son House e Townes Van Zandt, mentre altri, probabilmente credo senza averlo mai sentito, tirano in ballo Tom Waits, John Lee Hooker, Sleepy John Estes, Ray LaMontagne e Paul Rodgers; a questo punto potrei aggiungere Maradona, Frank Sinatra e anche un Robert Plant, che non ci sta mai male. Se citiamo anche il canto gregoriano e quello delle mondine, abbiamo forti probabilità di azzeccare lo stile esatto.

Mister Durham viene dal Texas, tra Whitney e Itasca, secondo la leggenda suona il violino dall’età di quattro anni (ma checché ne dicano altri recensori, nel disco nuovo, non ne ho trovato traccia, come neppure di mandolini e armonica, che però suona dal vivo), oltre che un one man band è anche un “self made man”, almeno a livello musicale, prima come adepto della chitarra elettrica e di Hendrix e Stevie Ray Vaughan, poi scoprendo il blues e il folk, ma di quelli molto “alternativi”, misti a rasoiate punk, ritmiche primitive, citazioni di vecchi autori, il tutto suonato su chitarre sgaruppate, le cosiddette cigar box, spesso in stile slide, con questo risultato, tra il southern primitivo e qualcosa di gotico, che potrebbe avvicinarlo, se dovessi proprio fare un nome, a Scott H. Biram, altro folle che cerca di demitizzare il blues, con iniezioni di hard-rock, punk, voci spesso distorte e ruvide http://discoclub.myblog.it/2014/03/03/tocchi-genio-follia-sonora-scott-h-biram-nothin-but-blood/ , come fa anche Lincoln Durham. Nel disco, rigorosamente senza basso (a parte un brano, il più lungo, Rage, Fire And Brimstone, che è un poderoso boogie-southern-blues, di stampo quasi “normale”, quasi) è presente comunque un batterista in tutti i brani, di solito Conrad Choucroun, con il bravo Bukka Allen che saltuariamente inserisce qualche botta di Moog.

Per il resto 10 brani in tutto, mezzora scarsa di musica, dove Durham ci rivela tutte le perversioni della sua mente, ma anche della sua musica. attraverso una serie di canzoni che attraversano tutti i gradi di un blues deragliante e spesso selvaggio: dal reiterato canto primevo di una Suffer My Name che il blues lo soffre come un uomo posseduto, a Bleed Until You Die, dove la voce qualche parentela vaga con i citati Rodgers e Plant potrebbe anche avercela, e pure la musica, molto più alternativa e senza vincoli sonori o di genere, pur se con una certa “elettricità” nelle evoluzioni minimali della chitarra e della voce, sempre ai limiti. Creeper, con la sua slide guizzante, anche per il titolo, potrebbe ricordare un altro bianco che il blues lo viveva, come Steve Marriott, senza dimenticarsi il boogie di Johnny Winter o di Thorogood; Bones, quasi meditativa, illustra il lato meno selvaggio e più “tranquillo” del nostro Lincoln, con comunque improvvisi squarci di rabbia sonora. Ma Durham tiene anche famiglia e ogni tanto la moglie (?) Alissa aggiunge le sue armonie vocali come nel violento punk-blues di Prophet Incarnate, o nel canto gotico-sudista della conclusiva Bide My Time. Altrove Rusty Knife è un blues di quelli secchi e serrati, con il moog di Allen che cerca di dare profondità sonora alla primitiva Cigar Box Guitar di Lincoln, la cui voce ogni tanto parte per la tangente, mentre i Gods Of Wood And Stone dell’omonima canzone non sono per nulla rassicuranti, tra giri di banjo e ululati alla luna, ancorati dallo stomping thump della batteria di Choucroun. Noose, l’unico episodio dove appare una chitarra acustica, potrebbe essere quell’anello mancante tra Tom Waits e Townes Van Zandt citato, con le sue oscure trame. Mi piace? Boh! Ve lo dirò se trovo il tempo di sentirlo ancora una ventina di volte, di sicuro non è brutto, ma strano sì.

Bruno Conti