Se Ne E’ Andato Uno Dei Più Grandi Rocker Del Pianeta: Un Ricordo Di Tom Petty!

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Negli ultimi due anni le morti eccellenti nel mondo della musica rock sono state più che copiose, ed alcune di esse mi hanno toccato più di altre (quella di Leonard Cohen su tutte, ma anche Glenn Frey e David Bowie che, piaccia o no, è stato un grande nel suo genere), ma nonostante tutto non si pensa mai che la stessa cosa possa toccare ad “uno di quelli”, cioè ai musicisti che fanno parte della cerchia delle tue leggende personali, quelle con i quali sei cresciuto e hai formato i tuoi gusti. Tom Petty, morto improvvisamente ieri a Santa Monica in conseguenza di un attacco cardiaco (ed a soli 66 anni), faceva proprio parte del ristrettissimo gruppo dei miei idoli personali, un club esclusivo il cui presidente è Bob Dylan ed i pochi soci rispondono ai nomi di Bruce Springsteen, Neil Young, Rolling Stones, John Fogerty e, appunto, Tom Petty (un club al quale perfino due come Paul Simon e Van Morrison non sono ammessi, e Paul McCartney ottiene ogni tanto una wild card speciale, ma non sempre, e più che altro per le sue frequentazioni negli anni sessanta). La scomparsa di Petty mi ha lasciato basito, incredulo, con la stessa sensazione che si prova quando ti muore un vecchio amico: nel mondo del rock ho provato la stessa sensazione solo quando nel 2001 scomparve George Harrison, da sempre il mio Beatle preferito ed anche lui socio del club di cui sopra, e, in parte, con Freddie Mercury, che, aldilà dei gusti personali, per me è stata la più grande voce della musica rock di sempre (mentre quando hanno sparato a John Lennon avevo nove anni, non sapevo neanche chi fosse).

Thomas Earl Petty nasce nel 1950 a Gainesville, Florida, da una famiglia benestante, e comincia ad interessarsi al rock’n’roll all’età di dieci anni, come tanti altri vedendo in TV prima Elvis Presley e più avanti i Beatles nella loro leggendaria apparizione all’Ed Sullivan Show. In seguito Tom comincia ad interessarsi a Bob Dylan, ai Rolling Stones e forse a quella che è stata sempre la sua più grande influenza, cioè i Byrds, il cui tipico suono jingle-jangle creato dalla Rickenbaker 12 corde di Roger McGuinn sarà molto presente nelle sue future canzoni. A 17 anni Petty forma la sua prima band, gli Epics, che poi diventeranno Mudcrutch, un gruppo importante in quanto ha nelle sue fila Mike Campbell e Benmont Tench, che nel 1976 entreranno a far parte con lui degli Heartbreakers. Inizialmente Ton suona il basso, ma la sua vera passione è la chitarra, e per imparare a suonarla prende lezioni dal compaesano Don Felder, chitarrista già conosciuto nell’ambiente e che a breve entrerà a far parte degli Eagles. Dopo un singolo poco fortunato, Depot Street, i Mudcrutch si sciolgono e Petty forma gli Heartbreakers con Campbell, Tench e gli amici Ron Blair e Stan Lynch: i cinque vengono notati dal grande produttore inglese Denny Cordell (Moody Blues, The Move, Joe Cocker, Leon Russell), che decide di portarli in studio a fargli incidere il primo album per la sua etichetta, la Shelter Records. Tom Petty & The Heartbreakers è un ottimo album di rock’n’roll, ficcante e diretto, con subito un paio di canzoni che diventeranno futuri classici: Breakdown e soprattutto la bellissima American Girl, un brano che fino all’ultimo Tom proporrà in chiusura dei suoi concerti. Il disco non ha molto successo, a causa di una scarsa promozione e per il predominio in quegli anni del movimento punk; You’re Gonna Get It, trainato dagli ottimi singoli I Need To Know e Listen To Her Heart, vende un po’ di più, ma la Shelter naviga in condizioni economiche precarie (chiuderà poi nel 1981) e viene venduta alla più potente MCA, cosa che manda su tutte le furie Petty che inizia una causa legale in quanto non vuole incidere per un’altra etichetta, una cosa che rischia di stroncargli la carriera.

Alla fine prevarrà il buonsenso, e Tom verrà premiato in quanto il suo terzo album con gli Heartbreakers, Damn The Torpedoes (1979), sarà un grande successo, uno splendido disco di puro rock (prodotto da Jimmy Iovine, che diventerà il nome più in voga del periodo) che ancora oggi molti considerano il disco migliore di Petty, con dentro capolavori come Refugee, Even The Losers e Here Comes My Girl, ed il classico suono della band che inizia a prendere forma, così come le esibizioni live del quintetto, che si rivelano come tra le migliori in circolazione nel periodo. Con Hard Promises (1981) e Long After Dark (1982), Tom sforna due ottimi album “di gestione”, con dentro belle canzoni come The Waiting, Straight Into Darkness, Change Of Heart ed il duetto con Stevie Nicks Insider (un altro duetto con la bionda cantante dei Fleetwood Mac, Stop Draggin’ My Heart Around, scritta da Tom, volerà altissimo in classifica, e questo di Garrison Starr è il primo tributo personale, credo, dopo la morte di Petty https://www.youtube.com/watch?v=u4TttrS6IDo). Dopo tre anni di silenzio ed un album altalenante ma che il tempo rivaluterà (Southern Accents, con dentro la splendida title track, la potente Rebels e la famosa Don’t Come Around Here No More, che diventerà un pezzo centrale delle esibizioni live future).

Dopo un disco dal vivo buono ma poco rappresentativo (Pack Up The Plantation!), ecco arrivare uno degli incontri più determinanti della vita di Petty, cioè quello con Bob Dylan, che sceglie Tom e la sua band inizialmente per accompagnarlo nel breve set al Farm Aid del 1985 (il primo in assoluto) e poi, visti i risultati, anche come backing band per il tour australiano, americano ed europeo nei due anni a venire, il che dona a Petty un’esposizione mondiale che prima non aveva mai avuto, facendolo conoscere in ogni angolo del pianeta (piccolo ricordo personale: domani, 4 Ottobre, ricorrono i trent’anni del primo concerto in assoluto al quale ho assistito, cioè proprio Dylan e Petty (e McGuinn) all’Arena Civica di Milano, una serata nella quale ho letteralmente scoperto Tom ed gli Heartbreakers, avendomi entusiasmato anche più di Bob).

Dopo un disco piuttosto monolitico e poco amato anche da Petty stesso (Let Me Up (I’ve Had Enough), che però contiene la trascinante Jammin’ Me, scritta insieme a Dylan) ecco un’altra svolta: Tom entra a far parte nel 1988 del supergruppo dei Traveling Wilburys insieme a George Harrison, Bob Dylan, Roy Orbison e Jeff Lynne, una band il cui album Volume 1, molto divertente ed old-fashioned, diventerà inaspettatamente un grande successo, andando dritto al numero uno di Billboard (nel 1990 i Wilburys bisseranno con Volume 3, senza Orbison, scomparso poco dopo l’uscita del primo album). Tom inizia quindi a frequentare Lynne, all’epoca il produttore più richiesto, che collaborerà con lui per lo strepitoso Full Moon Fever, il miglior album di Petty per chi scrive, con grandi canzoni come Free Fallin’, Runnin’ Down A Dream, Yer So Bad, A Face In The Crowd, Love Is A Long Road e soprattutto la stupenda I Won’t Back Down, nel cui videoclip, oltre a Lynne, compaiono George Harrison e Ringo Starr). Nel 1991 esce l’ottimo Into The Great Wide Open, sempre prodotto da Lynne e con capolavori come Learning To Fly e la title track (e qui il video è una sorta di mini-film, con Johnny Depp e Faye Dunaway), mentre due anni dopo è la strepitosa Mary Jane’s Last Dance il brano di punta del suo primo Greatest Hits (nel video c’è Kim Basinger).

Ormai Petty è diventato un musicista dalla reputazione immensa, anche per il fatto che dal vivo è, insieme alla E Street Band di Springsteen, la migliore rock’n’roll band al mondo, come testimonia l’imperdibile cofanetto del 2009 The Live Anthology (un box da isola deserta) ed il DVD registrato a Gainesville nel 2006 ed allegato allo splendido film di Peter Bogdanovich Runnin’ Down A Dream. Petty continuerà a pubblicare dischi con una certa regolarità, alternando lavori da non perdere (Wildflowers, splendido episodio solista del 1994, il vero disco della maturità, Echo del 1999, il ritorno al rock con gli Heartbreakers, o l’eccellente Highway Companion del 2006, nel quale torna a collaborare con Jeff Lynne) ad altri meno brillanti ma con sempre diverse canzoni di livello (la colonna sonora She’s The One, il discontinuo The Last DJ, il bluesato Mojo ed il monotematico Hypnotic Eye del 2014, che purtroppo è diventato il suo testamento musicale). In mezzo, Tom ha addirittura riesumato i Mudcrutch nella loro formazione originale (e tornando dunque a suonare il basso), per due album davvero splendidi di classico rock americano, il cui secondo, uscito lo scorso anno, è stato disco del 2016 per il sottoscritto.

Adesso probabilmente uscirà la tanto rimandata versione deluxe doppia di Wildflowers, e magari tante altre cose, ma avrei davvero preferito che il tutto rimanesse per qualche tempo nei cassetti pur di vedere ancora Petty tra noi: e dire che era dato in ottima forma, aveva appena chiuso (il 25 Settembre) il tour del quarantennale, e sembrava pronto ad entrare in studio per incidere nuove canzoni (nel frattempo aveva trovato il tempo di produrre il bellissimo Bidin’ My Time, comeback album dell’amico ed ex Byrds Chris Hillman, recensito dal sottoscritto pochi giorni fa per questo blog http://discoclub.myblog.it/2017/09/30/dopo-stephen-stills-e-david-crosby-ecco-un-altro-giovane-di-talento-lex-byrd-ha-ancora-voglia-di-volare-alto-chris-hillman-bidin-my-time/ ). Ci lascia un grande rocker, autore splendido quanto sottovalutato, e performer straordinario (dopo Milano 1987 lo avevo rivisto a Lucca nel 2012 ed era stato devastante, uno dei migliori concerti della mia vita): vorrei ricordarlo con un brano dei Wilburys che vedeva lui alla voce solista, un pezzo nel quale i quattro omaggiano in maniera toccante Roy Orbison da poco scomparso, ma che oggi diventa (purtroppo) un modo di congedarci anche da lui.

Addio Tom: da oggi il mondo del rock non è più lo stesso, e non è una frase fatta.

Marco Verdi

P.S. Marco ha già detto tutto quello che c’era da dire, io mi limito ad aggiungere i video di cinque canzoni (più una) che forse hanno fatto la storia di Tom Petty e della sua musica.

1977: siamo in piena epoca punk, dagli States arriva il primo album omonimo di Tom Petty & The Heartbreakers, e qualcuno li inserisce all’inizio persino in questo filone, ma American Girl fin da subito sembra un brano perduto dei Byrds, lo stesso Roger McGuinn si chiede quando l’abbia scritta!

1979: Petty diventa una superstar del rock, pubblicando quello che tuttora molti considerano il suo album più bello, Damn The Torpedoes e la canzone più rappresentativa di quell’album è sicuramente Refugee.

1985: E’ l’anno di Southern Accents, un disco all’inizio non amatissimo, ma poi nel tempo rivalutato, grazie anche un video veramente strepitoso come Don’t Come Around Here No More.

1990: Esce Full Moon Fever, altro disco strepitoso che se la batte con Damn The Torpedoes come vetta più alta dell’arte pettyana, con alcune canzoni strepitose e una memorabile come Free Fallin’.

1994: altro disco splendido, il secondo come solista per Tom Petty dopo Full Moon Fever (anche se gli Heartbreakers sono presenti tutti a parte Stan Lynch), stiamo parlando di Wildflowers: scegliamo You Wreck Me da quel disco, ma ci sarebbero altri tre o quattro brani formidabili tra cui scegliere.

E infine, come fuori quota, e che fuori quota, direi di inserire un’ultima canzone meravigliosa come Learning To Fly, e poi la finiamo, anche se potremmo andare avanti a lungo, ma questo lungo Post rischierebbe di diventare un appendice dell’Enciclopedia Treccani.

Magari un’altra volta, tanto Tom Petty non lo dimentichiamo di sicuro.

Bruno Conti

Dopo Stephen Stills E David Crosby Ecco Un Altro “Giovane” Di Talento: L’Ex Byrd Ha Ancora Voglia Di Volare Alto. Chris Hillman – Bidin’ My Time

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Chris Hillman – Bidin’ My Time – Rounder/Concord USA CD

Pochi nella storia della musica possono vantare un pedigree ricco come quello di Chris Hillman. Se escludiamo gli esordi con gli Scottsville Squirrell Barkers prima e con gli Hillmen poi, il riccioluto musicista di Los Angeles è stato uno dei membri fondatori dei leggendari Byrds, con i quali ha vissuto tutta la golden age per poi seguire Gram Parsons nei Flying Burrito Brothers, gruppo fondamentale per l’affermazione del country-rock come genere “nuovo” dell’epoca. Negli anni settanta ha poi fatto parte dei Manassas di Stephen Stills, della Souther-Hillman-Furay Band e, sul finire della decade, si è riunito con due ex compagni nei Byrds per formare un altro trio, McGuinn, Hillman & Clark, una band dalle potenzialità tutto sommato inespresse. Dopo qualche anno di pausa, sul finire degli anni ottanta l’ennesima zampata: la formazione, insieme all’amico di vecchia data Herb Pedersen (ex Dillards), della Desert Rose Band, un gruppo di country-rock tra i più di successo del periodo. E non ho citato tutti gli episodi “minori” della sua discografia, come i dischi in duo con Pedersen, quelli in quartetto con Larry Rice, Tony Rice ed ancora il vecchio Herb, e naturalmente il poco fortunato album di reunion dei membri originali dei Byrds uscito nel 1973.

Con tutti questi impegni, è comprensibile che la sua discografia solista sia abbastanza esigua, appena sei album tra il 1976 ed il 2005; oggi però Chris torna a far sentire la sua voce limpida dopo una lunga pausa, e lo fa in maniera sontuosa: Bidin’ My Time è infatti un grande disco, senza dubbio il migliore della sua carriera, un album che ci mostra un artista in forma smagliante e con una voce ancora splendida, suonato e prodotto alla grande da un manipolo di amici di chiara fama. Infatti alla produzione troviamo nientemeno che Tom Petty, uno che si muove solo se ne vale la pena (l’ultima sua collaborazione “esterna” era stato il bellissimo debutto degli Shelters), che dà al disco un suono potente, forte e quasi rock anche negli episodi più acustici, ed in session vecchi compagni del passato come gli ex Byrds Roger McGuinn e David Crosby, la Desert Rose Band quasi al completo (Herb Pedersen, che suona e canta in tutti i brani, John Jorgenson e Jay Dee Maness) e buona parte degli Heartbreakers (oltre a Petty, che però compare come musicista solo in due brani, abbiamo Mike Campbell, Benmont Tench e Steve Ferrone). Bidin’ My Time si divide tra brani nuovi scritti da Hillman insieme a Steve Hill, cover di varia estrazione e brillanti rivisitazioni di pezzi dei Byrds, il tutto dominato dalla grande voce del leader e da un suono davvero scintillante.

Il CD inizia proprio con un vecchio classico dei Byrds, cioè il brano di Pete Seeger Bells Of Rhymney: versione che parte lenta, voce più chitarre arpeggiate, poi entra il resto della band per un folk-rock diverso da quello del suo ex gruppo ma sempre splendido, con il tocco in più dato dalle voci di Crosby e Pedersen e dal sensazionale pianoforte di Tench. La title track è una sorta di valzer country, dalla melodia nostalgica ed evocativa e suono forte e vigoroso (d’altronde avere Petty in consolle vorrà pur dire qualcosa); Given All I Can See è pura e cristallina, un country-folk di assoluta bellezza (e che bella voce), sempre con l’aiuto dell’inseparabile Pedersen e di Petty all’armonica. Different Rivers è una deliziosa ballata, pochi strumenti ma tanto feeling, con Hillman che canta sempre meglio, Here She Comes Again è invece un vecchio pezzo scritto da Chris insieme a McGuinn e suonato poche volte dal vivo dal trio McGuinn, Hillman & Clark ma mai inciso in studio prima d’ora: Roger è presente con la sua Rickenbacker jingle-jangle e, manco a dirlo, dona un sapore byrdsiano ad un uptempo già bellissimo di suo: splendida. (NDM: particolare curioso, in questo brano Hillman torna a suonare il basso dopo una vita, proprio come faceva nei Byrds). La saltellante Walk Right Back è una canzone scritta da Sonny Curtis e portata al successo dagli Everly Brothers, e Chris lascia intatta la melodia tersa e l’arrangiamento d’altri tempi, Such In The World That We Live In è un gradevolissimo e coinvolgente bluegrass, altro genere in cui il nostro sguazza che è un piacere: mandolino, chitarre, violino e godimento assicurato.

La pura e cristallina When I Get A Little Money, altro eccellente esempio di country acustico, è scritta dal giovane songwriter dell’Indiana Nathan Barrow, e precede la rivisitazione di due brani dei Byrds: l’oscura She Don’t Care About Time, di Gene Clark (era sul lato B del singolo Turn! Turn! Turn!), con Jorgenson nella parte di McGuinn e Chris che canta al meglio un motivo decisamente fluido, e New Old John Robertson, riscrittura di un pezzo presente su The Notorious Byrd Brothers (il “new” nel titolo è stato aggiunto oggi), altro superbo bluegrass guidato stavolta dal banjo. Il CD, solo 32 minuti ma spesi benissimo, si chiude con l’intensa Restless, una sontuosa ballata suonata con grande forza e con Campbell e Tench protagonisti, e l’omaggio a Petty di Wildflowers, tra le più belle ballads del biondo rocker della Florida, in una meravigliosa versione che profuma di musica tradizionale. Alla tenera età di 72 anni (73 a Dicembre), Chris Hillman ci ha regalato l’album solista migliore della sua carriera, e senza dubbio uno dei più belli di quest’anno.

Marco Verdi

Il Vero Inventore Del Folk-Rock? Dion – Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions

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Dion – Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions – Norton CD

Tutti i libri e siti che trattano di storia della musica contemporanea sono soliti far coincidere la nascita del folk-rock, genere popolarissimo nella seconda metà degli anni sessanta, con il 1965, ed in particolare intorno a tre eventi principali: l’uscita dell’album Bringing It All Back Home di Bob Dylan, nel quale il grande cantautore per la prima volta elettrificava le sue canzoni (in realtà lo aveva già fatto nel 1962 con il singolo Mixed-Up Confusion, ma non siamo troppo pignoli), la sua partecipazione al Festival di Newport accompagnato dalla band di Paul Butterfield, che scandalizzò i puristi del folk, e l’esordio dei Byrds, gruppo inventore e leader del jingle-jangle sound, con Mr. Tambourine Man (album e singolo). Sempre nello stesso anno ci furono altri eventi minori sempre legati alla nascita del folk-rock, come l’uscita del singolo The Sound Of Silence di Simon & Garfunkel (evento che a ben vedere tanto minore non è, dato che stiamo parlando di una canzone che è nella mia Top 3 di sempre), con l’aggiunta arbitraria da parte del produttore Tom Wilson di strumenti elettrici e sezione ritmica, brano che di fatto rilanciò la carriera del duo, oppure l’esordio di altri gruppi dal suono che rimandava al nuovo genere musicale, come Turtles e Sonny & Cher, o ancora la pubblicazione del disco più famoso (e più bello) di Barry McGuire, quell’Eve Of Destruction la cui title track è tra i capolavori assoluti del folk-rock.

Pochi però sanno che il primo destinatario dell’idea di elettrificare la musica folk è un “insospettabile”, cioè Dion Di Mucci, che con i suoi Belmonts aveva già assaporato il successo sul finire dei fifties, e che in quegli anni, dopo aver sciolto il suo gruppo originale e formato i Wanderers, era alla ricerca di qualcosa di nuovo dal punto di vista sonoro. Galeotto fu l’incontro, verso la fine del 1964, proprio con Tom Wilson, che non dimentichiamo in quel periodo era anche il produttore di Dylan (ed anche Bringing It All Back Home vedrà Tom in cabina di regia), il quale propose a Dion di prendere delle canzoni folk note e meno note e di rivestirle di sonorità elettriche: al musicista del Bronx l’idea piacque molto, dato che era anche un fan di Dylan (ammirazione tra l’altro ricambiata), e così nel 1965 i due entrarono negli studi della Columbia, all’epoca la casa discografica per la quale lavorava Dion, ed incisero quindici pezzi, tra cover (poche) e brani originali, di puro folk-rock, con l’aiuto dei Wanderers (Johnny Falbo alla chitarra solista, Pete Falsciglia al basso e Carlo Mastrangelo alla batteria) e delle tastiere di Al Kooper, altro musicista determinante per il 1965 dylaniano. Il risultato finale soddisfò sia il cantante italoamericano che Wilson, ma inspiegabilmente la Columbia si rifiutò di pubblicare il disco, limitandosi a fare uscire qualche canzone su singolo: scelta abbastanza inspiegabile, in quanto in quel periodo il folk-rock si stava affermando come il genere in assoluto più in voga, ed anche perché le incisioni che Dion aveva portato in dote erano di ottimo livello. Fatto sta che la cosa rovinò i rapporti tra il cantante e l’etichetta, che gli rescisse il contratto lasciandolo a piedi, cosa che dovette lasciare il nostro abbastanza sconcertato visto che il suo album successivo, Dion, uscì solo tre anni dopo.

Oggi finalmente la Norton ripara al torto subito da Di Mucci 52 anni fa pubblicando quelle quindici canzoni ed intitolando l’album Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions: da qualche parte è stato detto che questo disco è inedito, ma va detto che di inedito non c’è nulla, in quanto tutte le canzoni, oltre ai singoli dell’epoca, sono uscite in LP successivi o in antologie (quindi non è un’operazione analoga, per fare un esempio, ad Out Among The Stars di Johnny Cash), ma di sicuro è la prima volta che l’album esce così come era stato pensato in origine (e poi comunque voglio vedere in quanti già possiedano tutte queste canzoni). Che Dylan fosse un modello per queste registrazioni lo si capisce dalla title track, che sembra una outtake proprio da Bringing It All Back Home (anche se è l’unica, insieme ad altri due pezzi a non essere prodotta da Wilson, bensì da Bob Mersey, già collaboratore del cantante newyorkese), compreso il modo di cantare di Dion che ricalca quello di Bob. Come già detto le cover non sono poi molte, solo cinque su quindici: tanto Dylan, ovviamente (presente con ben tre brani, le all’epoca inedite Baby, I’m In The Mood For You e Farewell, quest’ultima molto bella, ed una scintillante ripresa di It’s All Over Now, Baby Blue), Tom Paxton, la cui Can’t Help But Wonder Where I’m Bound è suonata in puro Byrds-style, mentre All I Want To Do Is Live My Life, scritta da Mort Shuman, è anch’essa figlia del nuovo suono di Mr. Zimmerman. I brani originali sono tutti in perfetto stile folk-rock, con chitarre ed organo in primo piano, come le orecchiabili My Love e Wake Up Baby, alcune con l’influenza di His Bobness decisamente pronunciata (Tomorrow Won’t Bring The Rain e Two Ton Feather), qualcuna con un maggior gusto pop, sia beatlesiano (Now) che non (Time In My Heart For You, impreziosita dai cori e dall’inconfondibile organo di Kooper), altre belle e basta, come la limpida Knowing I Won’t Go Back There, dall’ottima melodia cantata benissimo (Dion è sempre stato un’ugola notevole) e la deliziosa You Move Me Babe, eseguita quasi nello stile doo-wop delle origini musicali del nostro.

Più di 50 anni per riparare ad un torto, in un tipico caso di sliding doors chissà che piega avrebbe preso la carriera di Dion se Kickin’ Child, come da progetto iniziale, fosse stato pubblicato nel 1965?

Marco Verdi

E Dopo Bob Sinatra Ecco A Voi Willie Dylan: Comunque Un Grande Disco! Willie Nile – Positively Bob

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Willie Nile – Positively Bob: Willie Nile Sings Bob Dylan – River House/Pledge CD

Robert Noonan, meglio conosciuto come Willie Nile, è un rocker di razza, ed è forse il mio preferito tra i  molti outsiders della musica americana: Willie è uno che non ha mai deluso, a partire dal fulminante esordio omonimo del 1980 (un disco da cinque stelle anche dopo 37 anni), passando per il suo seguito, l’inferiore ma sempre ottimo Golden Down (1981), per l’album della rinascita Places I Have Never Been (1991, forse il suo lavoro più “mainstream”, e comunque avercene), ma anche se si parla dei dischi usciti nel nuovo millennio, tra i quali i più riusciti sono senz’altro Streets Of New York (2006), American Ride (2013) ed il recente World War Willie (2016). Tutti album di puro rock’n’roll, suonato a cento all’ora da parte di uno degli artisti più sinceri ed onesti in circolazione; ma Nile non è solo un (grande) rocker, è anche un cantautore di alto livello, cosa che si notava appieno nel sorprendente If I Was A River (2014), intensissimo ed inatteso album di ballate pianistiche, tra gli episodi più riusciti della sua carriera. Oggi però Willie decide di riporre momentaneamente la penna per omaggiare in maniera lussuosa uno dei suoi miti assoluti, Bob Dylan, e lo fa con un lavoro bellissimo, Positively Bob: Willie Nile sings Bob Dylan, un disco nel quale il nostro riprende dieci gemme del leggendario cantautore di Duluth (volevate che dicessi menestrello?), dieci capolavori assoluti che Willie rifà in maniera decisamente intelligente, lasciando cioè intatte le melodie e le strutture di base, ma dando il suo tocco personale e condendo il tutto con una gran dose di ritmo e chitarre, rockeggiando alla grande e portando a casa quindi il risultato pieno: merito anche della solida band che lo accompagna (tra i cui membri troviamo la nostra vecchia conoscenza James Maddock alla chitarra, doppiato da Matt Hogan, con Johnny Pisano al basso e l’ex Spin Doctors Aaron Comess alla batteria) e del produttore Stewart Lerman, che ha dato al disco un suono diretto e potente.

Willie (che pare abbia anche pronto un disco di brani originali) ha realizzato l’album con il crowdfunding, tramite la piattaforma Pledge Music, e, se vogliamo, Positively Bob ha come unico difetto il fatto che contiene solo dieci pezzi (in un primo momento ne erano stati annunciati nove): due o tre brani in più, data anche la durata non lunghissima di quelli presenti, non avrebbero infatti guastato (ad esempio avrei visto benissimo Positively 4th Street, così da ricollegarsi anche al titolo del disco, un brano che secondo me Willie avrebbe rifatto in maniera meravigliosa). The Times They Are A-Changin’ apre il CD, ma la canzone, da inno folk che era, diventa un tipico rock’n’roll di Willie, ritmo alto e chitarre in gran spolvero: la melodia resta intatta ma il brano ne esce completamente trasformato ed anche, perché no, rivitalizzato. Con Rainy Day Women # 12 & 35 Nile è nel suo ambiente naturale: cadenzata, con una bella slide a dare un sapore bluesato, e con il motivo un po’ cambiato, risulta però decisamente trascinante; Blowin’ In The Wind è una sorpresa: velocissima, quasi punk, con un feeling alla Ramones e chitarre decisamente in palla, davvero strepitosa.

A Hard Rain’s A Gonna Fall (come vedete Willie predilige il Dylan dei sixties) è invece trasformata in un valzerone lento, una versione scintillante e piena d’anima di uno dei vertici assoluti del songbook dylaniano, anche se manca la drammaticità dell’originale, mentre I Want You ha una veste completamente diversa dal classico proveniente da Blonde On Blonde, è più intima, quasi folk, ma non per questo meno interessante, con un leggero feeling bucolico ed ottimi “fill” di piano. Subterranean Homesick Blues è puro rockabilly, anche se i ripetuti interventi dei backing vocalists sono forse superflui (ma rimane godibile), Love Minus Zero/No Limit era già splendida in origine, e qua Willie fa una mossa intelligente non cambiandola più di tanto, solo accelera leggermente il ritmo e ci consegna uno degli highlights del disco (sempre per il discorso che non basta cantare dei capolavori per fare un bel disco, bisogna anche essere bravi): davvero bellissima; Every Grain Of Sand è la più recente (1981), ma qui la versione di Bob è di quelle che non si possono avvicinare: Willie comunque se la cava egregiamente, con un delizioso accompagnamento elettroacustico (ed ancora un tempo un tantino più mosso). L’album si chiude con una squisita rilettura in puro country style di You Ain’t Goin’ Nowhere, nella quale il nostro tiene presente la versione dei Byrds, e con la rara Abandoned Love (una outtake di Desire che Dylan recuperò su Biograph), un folk-rock cristallino e dalla melodia stupenda, che Willie interpreta alla grande.

Positively Bob è dunque uno dei dischi più piacevoli da ascoltare tra quelli finora usciti in questo 2017, ed in generale anche nella discografia di Willie Nile, e mi ha messo una gran voglia di ascoltare il bis, nel quale magari il rocker di Buffalo potrebbe omaggiare il suo amico Bruce Springsteen.

Marco Verdi

Occhio Alle “Fregature”, Ma Questi Non C’erano Già? Alcune Ristampe Future Sospette: Gene Clark, Byrds, Johnny Jenkins, Kris Kristofferson, Roy Orbison, Steve Earle, Neko Case, Blue Oyster Cult, Richie Furay Band, Chicago

gene clark lost studio sessions

Oltre a segnalarvi le uscite discografiche più interessanti, imminenti e più lontane nel tempo, cerco comunque sempre di arricchirle con qualche veloce dettaglio e giudizio, anche relativo ad eventuali precedenti versioni, dato che spesso sia le riviste specializzate che i Blog di musica tralasciano e che invece è importante sapere (anche per i portafogli di chi acquista). Proprio per evitare le “fregature” quest’oggi ci concentriamo su una serie di ristampe (croce e delizia degli appassionati per il quasi compulsivo parossismo che si è impadronito di etichette piccole e grandi, nuove e vecchie, che ormai ripubblicano a ciclo continuo, ripetutamente, gli stessi titoli, che quindi si trovano in circolazione in innumerevoli edizioni): vediamo quelle che sono previste in uscita nelle prossime settimane e che mi lasciano dubbioso per vari motivi. La prima e l’ultima per motivi diversi dalle altre, ma vediamo di capire perché.

In teoria (e anche in pratica) questo CD di Gene Clark The Lost Studio Sessions 1964-1982 è interessantissimo: ricco di materiale rarissimo ed inedito, però quello che lascia perplessi è la presentazione che ne ha fatto la Sierra Records, l’etichetta che lo ha pubblicato: all’atto pratico si tratta di un SACD ibrido che però nelle note di lancio del disco è stato descritto così –  24 tracks-Two CDs worth of music. Playable on both standard CD and SACD players, 36 page booklet – e fin qui nulla di male, però molti hanno pensato che si trattasse di un CD doppio e così lo presentano molti siti di vendita. Ma avendolo tra le mani vi posso assicurare che si tratta di un CD singolo, il problema o la “fregatura” è il prezzo, che oscilla, almeno in Europa, tra i 44 e i 58 euro. francamente per un dischetto singolo mi sembra eccessivo. Poi il contenuto è notevole e di grande interesse, come potete leggere qui sotto:
Track 1 The Way I Am
Track 2 I’d Feel Better
Track 3 That Girl
Track 4 A Worried Heart
Track 5 If There’s No Love

Recorded Spring 1964, World Pacific Studios, Produced by Jim Dickson; Original source: Scotch 201, 1/2″ 3-track analog master, 15 ips; solo with 12-string guitar.

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Track 6 Back Street Mirror
Track 7 Don’t Let It Fall Through

Recorded January 26, 1967, Sound Recorders, Produced by Jim Dickson; Arranger, Leon Russell; Horn Section, Hugh Masekela; Mixer, Armin Steiner; Recorder, Cal Frisk; Original Source: Scotch 203, 8-track, 1″ 8-track analog master, 15 ips; Full Band.

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Track 8 Back To The Earth Again
Track 9 The Lighthouse
Track 10 The Awakening Within
Track 11 Sweet Adrienne
Track 12 Walking Through This Lifetime
Track 13 The Sparrow
Track 14 Only Yesterday’s Gone

Recorded 1968-1970, Liberty/UA Recording Studios, Produced by Jim Dickson; Original Source: Scotch 150, 1/4″ full track mono, analog master, 15 ips; solo with acoustic guitar.

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Track 15 She Darked the Sun

Recorded Spring 1970, Sound Factory, Produced by Jim Dickson: Original source: Scotch 206, 1/4″ 2-track analog master, 15 ips; with the “The Burrito Deluxe – Flying Burrito Bros”.

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Track 16 Roll in My Sweet Baby’s Arms
Track 17 She Don’t Care About Time
Track 18 Don’t This Road Look Rough and Rocky
Track 19 Bars Have Made a Prisoner Out Of Me

Recorded July – September 1972, Wally Heider Studio 4, Produced by Chris Hinshaw and Terry Melcher: Original source: Ampex 631, 1/4″ 2-track analog master, 15 ips; with Clarence White, Eric White Sr., Sneaky Pete Kleinow, Spooner Oldham, Byron Berline, Michael Clarke, Claudia Lennear and friends.

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NYTEFLYTE – Gene Clark, Chris Hillman, Herb Pedersen, Al Perkins, Michael Clarke

Track 20 One Hundred Years From Now
Track 21 (The) Letter
Track 22 Still Feeling Blue
Track 23 No Memories Hangin’ Round
Track 24 I’ll Feel A Whole Lot Better

Recorded July 10, 1982, Criterion Recorders, Produced by Jim Dickson: Engineer, Captain Echo; Original source: Agfa PEM 408, 2″ 16-track analog master, 15 ips.

Io vi ho reso edotti poi fate voi.

byrds - live at the fillmore february 1969

Passiamo alle uscite future e visto che abbiamo parlato di Gene Clark, ecco la ristampa di un disco dei Byrds (ma senza Clark): parlo di “ristampa” anche se quando venne pubblicato in CD per la prima volta, nel 2000, nell’ambito delle ripubblicazioni di tutto il catalogo dei Byrds da parte della Sony Legacy, questo Live At The Fillmore February 1969, allora in effetti era un concerto inedito. Ora (o meglio al 31 marzo) l’etichetta inglese Floating World lo presenta di nuovo, ma occhio perché è pari pari lo stesso CD e la “vecchia” edizione è tuttora in catalogo.

Tracklist
1. Nashville West
2. You’re Still On My Mind
3. Pretty Boy Floyd
4. Drug Store Truck Driving Man
5. MEDLEY Turn Turn Turn, Mr Tambourine Man, Eight Miles High
6. Close Up The Honky Tonks
7. Buckaroo
8. The Christian Life
9. Time Between
10. King Apathy III
11. Bad Night At The Whiskey
12. This Wheel’s On Fire
13. Sing Me Back Home
14. So You Want To Be A Rock ‘N’ Roll Star
15. He Was A Friend Of Mine
16. Chimes Of Freedom

 

johnny jenkins blessed blues

Stesso discorso, più o meno, anche per questo Blessed Blues di Johnny Jenkins: data prevista della ristampa Floating World sempre il 31 marzo, diverso il pregresso. Il CD uscì la prima volta nel 1996 per la Capricorn Records, circa 25 anni dopo (26 per la precisione) quello che viene considerato il suo piccolo capolavoro “perduto”, Ton Ton Macoute, il disco del 1970 dove suonavano Duane Allman, Berry Oakley, Butch Trucks degli Allman, oltre a Eddie Hinton, Pete Carr, Paul Hornsby e Johnny Sandlin, che era anche il produttore.

Ottimo comunque anche il disco del 1996, che vede la presenza di David Hood e Billy Stewart come sezione ritmica, Jack Pearson alla chitarra, Chuck Leavell alle tastiere e Randall Bramblett al sax. Quindi controllate se non lo possedete già e poi fateci un pensierino, merita.

kris kristofferson the austin sessions

Anche questo Kris Kristofferson The Austin Sessions ovviamente era già uscito in CD: nel 1999 venne pubblicato dalla Atlantic e conteneva registrazioni del 1997, in cui Kris, accompagnato da una serie di ottimi musicisti, tra cui Stephen Bruton, Jim Cox, Mike Baird, Paul Franklin, John Spivey e altri, tra i quali anche Mark Knopfler, aveva registrato nuove versioni di molti suoi classici del passato. Altra particolarità è la presenza imponente di colleghi impegnati come seconde voci in diversi brani: Jackson Btowne, Steve Earle, Vince Gill, Matraca Berg, Marc Cohn, Alison Krauss, Catie Curtis e lo stesso Knopfler. La “fregatura”, se lo avete già, è in che nuova edizione Warner/Rhino in uscita il prossimo 10 febbraio sono state aggiunte due bonus tracks, con la tracking list completa della edizione potenziata che è la seguente.

1. Me And Bobby McGee (Remastered)
2. Sunday Morning Coming Down (Remastered)
3. For The Good Times (Remastered)
4. The Silver Tongued Devil And I (Remastered)
5. Help Me Make It Through The Night (Remastered)
6. Loving Her Was Easier (Than Anything I’ll Ever Do Again) [Remastered]
7. To Beat The Devil (Remastered)
8. Who’s To Bless And Who’s To Blame (Remastered)
9. Why Me (Remastered)
10. Nobody Wins (Remastered)
11. The Pilgrim: Chapter 33 (Remastered)
12. Please Don’t Tell Me How The Story Ends (Remastered)
Bonus Tracks:
13. Best Of All Possible Worlds
14. Jody And The Kid

roy orbison black and white night

Per questo disco, CD, DVD, Blu-Ray, per non parlare di VHS e Laserdic, si configura chiaramente un caso di circonvenzione di incapace: il concerto, peraltro bellissimo, nel corso degli anni, è uscito in una miriade di versioni. Va bene, quest’anno ricorre il 30° Anniversario dalla data del concerto (sempre stiracchiata, visto che il concerto si tenne il 30 settembre del 1987, ma venne trasmesso in TV il 3 gennaio del 1988 e pubblicato il 3 febbraio del 1989. Poi, nelle varie edizioni che si sono susseguite negli anni, è stato aggiunto un pezzo qui, un altro là, per arrivare fino ad un totale di 18 brani ( tre non furono compresi nel broadcast originale). Ora la Sony Legacy pubblica questa versione “definitiva”  in CD/DVD o CD/Blu-Ray, prevista in uscita per il 24 febbraio p.v., che conterrà 24 brani, i 18 conosciuti, una alternate di Oh, Pretty Woman, più cinque tracce con versioni alternative registrate in un “concerto segreto” tenuto dopo l’evento, che però in versione audio saranno disponibili solo come download digitale, previo acquisto della confezione che conterrà un codice all’interno del CD per lo scarico dei suddetti brani (complicato?).

Il tutto sarà curato dai due figli di Roy Orbison.

1. Only The Lonely
2. Leah
3. In Dreams
4. Crying
5. Uptown
6. The Comedians
7. Blue Angel
8. It’s Over
9. Running Scared
10. Dream Baby (How Long Must I Dream)
11. Mean Woman Blues
12. Candy Man
13. Ooby Dooby
14. Blue Bayou
15. Go Go Go (Down The Line)
16. (All I Can Do Is) Dream You
17. Claudette
18. Oh, Pretty Woman (Alt Version)*
19. Oh, Pretty Woman
Secret Post-concert alternate versions (offered as a digital download within the CD):
20. (All I Can Do Is) Dream You*
21. Comedians*
22. Candy Man*
23. Claudette*
24. Uptown*

*= Previously unreleased

In più nelle parti video sarà incluso un documentario di 33 minuti con interviste e materiale registrato durante le prove (ovviamente non versioni complete, anche se leggendo le anticipazioni dell’uscita di parla di 40 tracce complessive nel secondo dischetto (ma alcune sono interviste, altri spezzoni di prove, interviste, siparietti, tipo quello di Springsteen, foto, ancora più complicato?). Il concerto è splendido, le canzoni pure, poi basta guardare chi c’è sul palco,il prezzo annunciato non mi pare proibitivo, speriamo che poi non esca l’edizione ancora più definitiva!

steve earle live from austin texas 1986 neko case live from austin city limits

In questo caso, sempre che non vi manchino, possiamo tranquillamente parlare di “fregatura”: si tratta di due concerti, peraltro splendidi, della serie Live Form Austin TX, pubblicata negli scorsi anni dalla New West. Peccato che i due titoli erano già usciti, e sono tuttora in circolazione, come CD e DVD divisi, ma ora è possibile acquistare le nuove confezioni CD+DVD. Non dico nulla per non usare il turpiloquio.

Il primo doppio contiene il concerto di Steve Earle del settembre 1986, subito dopo il successo strepitoso di Guitar Town (ne esiste anche un secondo, nella stessa serie, relativo al concerto del novembre 2000).

Il concerto di Neko Case è del 9 agosto 2003, pubblicato in DVD nel 2006 e in CD nel 2007, ora disponibile in questa versione “nuova” doppia (entrambi sono previsti in uscita per il prossimo 10 marzo). La bravissima Neko Case (al sottoscritto piace moltissimo) ha suonato nuovamente a Austin City Limits nel 2013, ma per il momento non è stato pubblicato nulla.

blue oyster cult some enchanted evevning

Questo Some Enchanted Evening dei Blue Oyster Cult è uno dei dischi che vanta il maggior numero di ristampe nel corso degli anni. e molte sono tuttora in produzione (il sito Discogs ne cita 41 diverse). Uno splendido concerto dal vivo, registrato nel corso del tour del 1978 (meno un pezzo dallo show di fine anno del 1977), uscì in vinile, purtroppo, solo come singolo album, poi stampato, sempre come singolo, in CD, nel 1995, ed infine in una Deluxe Edition CD+DVD della serie Legacy della Sony, nel 2007, con sette bonus nella versione audio, più un DVD, registrato sempre nella stessa tournée, 11 brani al Capital Centre di Largo nel Maryland. In seguito, nel 2013, la Culture Factory ne ha pubblicata una ennesima ristampa, ed ora, al 24 marzo uscirà anche la versione della inglese Talking Elephant. Tutte regolarmente in catalogo (meno, purtroppo, quella doppia, che si trova ancora, ma solo a prezzi diciamo “carucci”.

La versione Talking Elephant torna alla edizione standard con 7 brani:

1. R.U. Ready To Rock
2. E.T.I. (Extra Terrestrial Intelligence)
3. Astronomy
4. Kick Out The Jams
5. Godzilla
6. (Don’t Fear) The Reaper
7. We Gotta Get Out Of This Place

Grande concerto comunque.

richie furay band alive deluxe

Diciamo che questa è una “mini fregatura” nel formato, il CD rimane doppio, con tre bonus tracks in studio, aggiunte alle fine del secondo disco, ma maxi nel prezzo, in quanto le ristampe della Friday Music sono sempre molto costose (vedasi anche il recente doppio con i primi due dischi di Ron Wood). Oltre a tutto considerando che questa è una ristampa della ristampa, in quanto la versione con i 3 brani in più era già uscita, per la stessa etichetta nel 2009, e verrà ristampata nuovamente il 3 marzo. La prima versione era uscita nel 2008 e vede l’ex leader dei Poco rivisitare con gusto e classe parecchi brani sia dal repertorio del suo vecchio gruppo, sia come solista, e anche dei Buffalo Springfield.

[CD1]
1. When It All Began
2. Pickin’ Up The Pieces
3. Medley #1
Flying On The Ground Is Wrong
– Do I Have To Come Right Out And Say It
– Nowadays Clancy Can’t Even Sing
4. Forever With You
5. Go And Say Goodbye
6. Child’s Claim To Fame
7. So Far To Go
8. Satisfied
9. Through It All
10. Kind Woman
11. Just For Me And You
12. A Good Feelin’ To Know

[CD2]
1. Sad Memory
2. Heartbeat Of Love
3. Make Me A Smile
4. You Better Think Twice
5. Baby Why
6. Rise Up
7. Believe Me
8. Just In Case It Happens
9. Medley #2
– And Settlin’ Down
– Hurry Up
– Fallin’ In Love
– C’Mon
10. Callin’ Out Your Name
11. Let’s Dance Tonight
12. In My Father’s House
Bonus Studio Tracks:
13. Wake Up My Soul
14. With My Whole Heart
15. Real Love

chicago chicago II

Ultimo della lista, ma primo a uscire, il prossimo 27 gennaio, questo è lo Steve Wilson Remix di Chicago II dei Chicago, in origine uscito come doppio vinile nel gennaio 1970, ha poi avuto varie ristampe In CD, la prima come doppio CD per la Columbia nel 1986, poi dopo varie edizioni, ne è stata pubblicata una definita Deluxe dalla Rhino, pubblicata nel 2002, come CD singolo, anche se con 2 bonus delle single versions di due canzoni, perché il disco, vista la sua durata, ci sta comodamente in un unico dischetto. cosa che è stata fatta saggiamente anche per questa versione targata 2017.

1. Movin’ In
2. The Road
3. Poem For The People
4. In The Country
5. Wake Up Sunshine
6. Make Me Smile
7. So Much To Say, So Much To Give
8. Anxiety’s Moment
9. West Virginia Fantasies
10. Colour My World
11. To Be Free
12. Now More Than Ever
13. Fancy Colours
14. 25 Or 6 To 4
15. Prelude
16. A.M. Mourning
17. P.M. Mourning
18. Memories Of Love
19. It Better End Soon (1st Movement)
20. It Better End Soon (2nd Movement)
21. It Better End Soon (3rd Movement)
22. It Better End Soon (4th Movement)
23. Where Do We Go From Here

Solo uno stereo remix per migliorare il sound, e il compact esce pure a mid-price, che volere di più. Questo in effetti non è una “fregatura”, su molti degli altri inclusi in questo post ho seri dubbi.

Alla prossima.

Bruno Conti

Con Un Po’ Di Ritardo, Anche Se La Grande Musica Non Ha Scadenza! Tom Petty & The Heartbreakers – Kiss My Amps Live Vol. 2

tom petty kiss

Tom Petty & The Heartbreakers – Kiss My Amps Live Vol. 2 – Reprise/Warner LP

Sono riuscito a mettere le mani soltanto ora su questo vinile di Tom Petty & The Heartbreakers, una delle uscite di punta dell’ultimo Record Store Day dello scorso Aprile, e seguito del primo volume uscito nell’autunno del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/23/per-pochi-intimi-ma-comunque-sempre-grande-musica-tom-petty/ . Ma, con tutto il rispetto per il primo Kiss My Amps, qui siamo su un altro pianeta: intanto quello era poco più di un EP mentre questo con i suoi dieci brani può essere considerato a tutti gli effetti un album (anche se con Petty dal vivo vorrei sempre avere minimo un triplo), e poi perché là su sette pezzi totali ben sei provenivano da Mojo, un disco che anche a distanza di qualche anno non riesco a considerare tra i più riusciti di Tom, mentre qui la scelta delle canzoni è più eterogenea e ci sono anche quattro cover decisamente interessanti. Che Petti ed i suoi Spezzacuori (Mike Campbell, Benmont Tench, Ron Blair, Scott Thurston e Steve Ferrone) dal vivo fossero una macchina da guerra non lo si scopre certo oggi, insieme alla E Street Band sono probabilmente la migliore live band al mondo, in grado di suonare qualsiasi cosa e renderne la versione definitiva: il loro cofanetto The Live Anthology è sicuramente uno dei box set da isola deserta, ed il loro concerto a Lucca di qualche anno fa è uno dei migliori show a cui ho assistito in vita mia. In conseguenza, anche questo secondo Kiss My Amps è un live album bellissimo, con i nostri in gran forma che rivisitano una manciata di classici, qualche oscuro ripescaggio e, come ho già detto, alcune cover da urlo, il tutto suonato con il solito mix di feeling e bravura, al punto che alla fine della seconda facciata ci si dispiace che sia già finito. I dieci pezzi sono stati incisi tutti nel 2013, quattro al Beacon Theatre di New York, altrettanti al Fonda Theatre di Los Angeles e due al Festival Bonnaroo a Manchester (nel Tennessee, non in Inghilterra).

Il disco parte con una spedita e fluida So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds, un pezzo che Petty aveva già pubblicato nel suo primo live ufficiale Pack Up The Plantation: il brano non è tra i miei preferiti dell’ex gruppo guidato da Roger McGuinn, ma come apertura ci può stare benissimo e poi gli Heartbreakers sono subito in palla (e come pesta Ferrone). Quindi ecco una bella versione, molto rock’n’roll, di (I’m Not Your) Steppin’ Stone dei Monkees, che non esito a definire migliore dell’originale, con l’organino di Tench a mantenere il sapore anni sessanta ma con il resto del gruppo che suona con un’energia quasi da punk band (e Campbell inizia ad arrotare da par suo). Il momento ad alto tasso elettrico prosegue con la potente Love Is A Long Road (tratta del million seller Full Moon Fever), non il brano più noto di quelle sessions ma di certo una delle rock song più coinvolgenti dei nostri, soprattutto dal vivo: gran ritmo, chitarre ruggenti e Petty che canta con la solita classe da rocker consumato. Two Gunslingers fa anch’essa parte del periodo Jeff Lynne di Tom, in origine un pop rock decisamente gradevole ed immediato, che qua si trasforma in una delicata ballata di stampo acustico (ma full band), una versione decisamente piacevole e diversa di un classico minore del nostro. Sinceramente non ricordavo When A Kid Goes Bad (era su The Last DJ, forse il disco meno bello della carriera di Petty), un uptempo rock tipico del nostro e niente male risentito in questo contesto, anche se già con Live At The Olympic gli Heartbreakers avevano dimostrato come sapevano trasformare on stage un album zoppicante in un grande disco. Ed ecco uno dei magic moments dell’album: Willin’ dei Little Feat è già di suo una delle più grandi canzoni di sempre, e vi lascio immaginare come può uscirne dopo il trattamento di Petty e soci, che mettono al centro del brano la splendida melodia di Lowell George rivestendola di sonorità da vera roots band (grandissimo BenmontTench, il Nicky Hopkins dei giorni nostri), una rilettura sontuosa che meriterebbe di essere pubblicata più su larga scala, pelle d’oca pura.

Il lato B si apre con una stupenda ballata tratta da Southern Accent: The Best Of Everything è un meraviglioso slow profondamente influenzato da The Band (ed infatti l’originale era prodotto da Robbie Robertson), un pezzo che ci conferma che il Petty balladeer non è di certo inferiore al rocker, e la band, guidata ancora dal pianismo liquido di Tench, suona alla grande (ma questo lo si sapeva); negli anni Tom ha spesso e volentieri suonato dal vivo brani dei Traveling Wilburys (a differenza dei suoi ex compagni nel supergruppo), prima Handle With Care, poi End Of The Line, mentre qui abbiamo una formidabile versione di otto minuti di Tweeter And The Monkey Man, uno dei più coinvolgenti e divertenti pezzi di Bob Dylan (ma Petty ha collaborato alla stesura del brano): Tom conduce la canzone con piglio sicuro, dylaneggiando alla grande, mentre il resto del gruppo è un treno. Anche questa tra gli highlights del disco. Il live termina con due scintillanti versioni di altrettanti classici del nostro, una rilettura elettroacustica di Rebels, che in origine aveva uno dei più bei riff di chitarra del repertorio degli Spezzacuori, ma qui diventa una ballata pianistica purissima, e la cavalcata elettrica di A Woman In Love (It’s Not Me), il brano più vintage tra quelli presenti, puro Heartbreakers sound.

Dopo il bellissimo secondo lavoro dei Mudcrutch (per chi scrive disco dell’anno finora) http://discoclub.myblog.it/2016/05/16/i-ragazzi-promettono-bene-anteprima-anniversario-mudcrutch-mudcrutch-2/ , un altro album da non perdere da parte di Tom Petty (& The Heartbreakers): vale la pena fare un po’ di fatica per trovarlo.

Marco Verdi

I Ragazzi Promettono Bene: Anteprima (Con Anniversario) Mudcrutch! Mudcrutch – 2 .

mudcrutch 2

*NDB. Piccola spiegazione del titolo. L’aggiunta (Con Anniversario) è semplicemente un promemoria tra noi, perché uno degli autori del Blog, Marco Verdi, oggi lunedì, festeggia il suo 5° anno di militanza, in quanto esordiva su “Disco Club Passione Musica” proprio il 16 maggio del 2011, con un Post sulla scomparsa di Calvin Russell. Visto che si festeggia o si commemora tutto (ultimamente molte, troppe scomparse) perché non farlo con qualcosa di piacevole? Si tratta anche del Post n.° 2335 del Blog, non male! Quindi vi lascio alla lettura dell’anteprima del nuovo album dei Mudcrutch che sarà nei negozi il prossimo 20 maggio.

Mudcrutch – 2 – Reprise/Warner CD

Tra le varie uscite di questo ricco 20 Maggio 2016 ci sarà anche il secondo album dei Mudcrutch, ovvero la band giovanile di Tom Petty, prima che il biondo rocker della Florida iniziasse ad incidere dischi a suo nome: un album che giunge un po’ a sorpresa (anche se era annunciato da qualche mese), a ben otto anni dall’ottimo “esordio” con l’album omonimo, seguito lo stesso anno dal deludente (per la durata esigua, non per la qualità delle canzoni) Extended Play Live. La formazione non è cambiata, con ben tre quinti degli Heartbreakers a comporre il quintetto (oltre a Petty, che con questa band suona il basso, abbiamo Mike Campbell alla chitarra solista e Benmont Tench alle tastiere), oltre a Tom Leadon (fratello di Bernie, membro fondatore degli Eagles) alla chitarra ritmica e solista e Randall Marsh alla batteria. Rispetto al primo album abbiamo però delle differenze: intanto Mudcrutch aveva anche qualche cover, mentre in 2 (che fantasia per i titoli…) ci sono solo brani originali, e poi il suono qui è molto più diretto e rock’n’roll, mentre nel predecessore c’era qualche momento quasi psichedelico, accenni di jam e southern rock. E poi nel CD del 2008 Petty era il leader incontrastato, agli altri venivano lasciate le briciole, mentre qui anche a livello compositivo c’è più democrazia, in quanto ognuno a turno ha almeno uno spazio per sé (anche se Tom fa sempre la parte del leone), e la cosa sorprendente è che il disco non cala di livello come spesso accade in questi casi, quasi come se fosse sempre Petty il responsabile. E 2 è un grande disco di rock, a mio parere anche meglio del precedente, più conciso, con canzoni più dirette, quasi sempre di grande fruibilità ma con l’imprimatur di uno dei più grandi rocker viventi, qui in grandissima forma: anche Hypnotic Eye, l’ultimo disco di Tom con il suo gruppo abituale, era decisamente rock, ma qui siamo su un altro pianeta per quanto riguarda la qualità delle composizioni. Producono il tutto Petty e Campbell insieme al fido Ryan Ulyate, dando a 2 un suono molto classico ed anni settanta.

Trailer, che apre l’album, è splendida, un folk-rock scintillante tipico di Petty, con grande intro di armonica, echi di Byrds ed una di quelle melodie che si piantano in testa, un avvio strepitoso. Dreams Of Flying continua con lo stesso mood, altra rock’n’roll song cristallina, decisamente orecchiabile, belle chitarre, insomma il Tom Petty che amiamo di più; Beautiful Blue è più lenta ma sempre cadenzata, con il nostro che palesa l’influenza che la frequentazione di Jeff Lynne ha avuto su di lui: belle l’apertura melodica nel refrain e l’atmosfera molto seventies. La spedita Beautiful World è scritta da Marsh e vede Leadon alla voce solista, ed è un piacevole rock tune di stampo californiano, ancora con un ritornello vincente e Tench bravissimo come sempre al piano (e comunque l’influenza di Petty si sente), mentre I Forgive It All, che vede Tom riprendersi il microfono, è una deliziosa ballata acustica, pura, limpida ed un po’ dylaniana, con un motivo toccante: grande musica, una delle più belle, anche se è l’unica ballata in un disco molto rock.

The Other Side Of The Mountain, scritta e cantata da Leadon (la prima strofa, poi Petty prende le redini) è un veloce rock-grass che fonde mirabilmente chitarre elettriche e banjo, con grande assolo twang di Campbell, un vero rockin’ country & western tune. L’organo farfisa dà alla tonica Hope un sapore anni sessanta, i nostri suonano con la foga di una garage band ma con la tecnica di un gruppo di veterani, la ritmica picchia e Tom canta con la consueta “marpionaggine”: questo è rock deluxe! Welcome To Hell è invece opera di Tench, ed è un trascinante rock’n’roll alla Jerry Lee Lewis, una vera goduria per le orecchie, con Benmont che vocalmente ricorda un po’ Randy Newman; Save Your Water è byrdsiana al 100%, chitarre jingle-jangle come se piovesse, ritmo sempre alto e Tom alle prese con un motivo dei suoi, ma di quando è ispirato. Con la tosta e potente Victim Of Circumstance è il turno di Mike Campbell in un raro momento da lead vocalist (e non se la cava neanche male…a quando un disco da solista?), con la canzone che è un rock puro e semplice, naturalmente con le chitarre sugli scudi, un pezzo brillante e coinvolgente; chiude il CD la lunga Hungry No More, più attendista ma anche profonda, con il solito impasto chitarristico di prim’ordine ed un suono molto vicino a quello degli Spezzacuori.

Con Tom Petty si va (quasi) sempre sul sicuro, ma questo per quanto mi riguarda è, almeno fino ad oggi, il disco rock’n’roll dell’anno.

Marco Verdi

Ma Un Bel Bootleg Series Ufficiale Dedicato A Questo Tour No? Bob Dylan & Tom Petty – Live On The Radio ’86

dylan & petty live on The radio 86

Bob Dylan & Tom Petty – Live On The Radio ’86 – RoxVox CD

Di solito non mi occupo di bootleg (perché i concerti radiofonici questo sono, nonostante per la legge inglese siano perfettamente legali), in primis perché ne escono troppi e già faccio fatica a star dietro ai dischi ufficiali, e poi perché molto spesso la qualità di registrazione lascia alquanto a desiderare. Ogni tanto però qualche eccezione la faccio, come nel caso di questo Live On The Radio ’86 intestato a Bob Dylan e Tom Petty, che documenta un concerto registrato a Sydney durante la tournée dei due insieme agli Heartbrakers che, tra il 1986 ed il 1987, toccò tutti i continenti, ottenendo un grandissimo successo di critica e pubblico, e fu eletto uno dei tour di maggior impatto di tutti gli anni ottanta.

Dylan in quegli anni, se discograficamente parlando stava affrontando il suo periodo peggiore, dal vivo era invece in forma smagliante, ed aveva trovato negli Spezzacuori la sua backing band ideale (ma lo sarebbero per chiunque, tranne che per Bruce Springsteen che ce l’ha già): purtroppo anche all’epoca per godere di queste performances ci si doveva rivolgere ai bootleg, in quanto l’unica pubblicazione ufficiale fu un video VHS, splendido ma troppo breve (dieci canzoni, meno di un’ora!) intitolato Hard To Handle, anch’esso tratto dai concerti di Sydney e mai ristampato in DVD o BluRay. Quindi giudico con estrema benevolenza questa pubblicazione ad opera della RoxVox (?!?), che comprende 14 brani (10 di Bob, 4 di Tom), innanzitutto per la bontà della registrazione, davvero spettacolare, meglio di tanti CD ufficiali (voce centrale, suono forte e cristallino, strumenti ben definiti), ma soprattutto per la qualità della performance, a dir poco strepitosa: Petty ed i suoi erano già una macchina da guerra, e Dylan, allora in ottima forma di suo, era praticamente costretto a cantare in maniera rigorosa, con risultati eccellenti. Alcuni di questi brani ricevono infatti la loro versione live a mio parere definitiva, ed è un peccato non poter ascoltare il concerto completo (ma in questo caso il CD doveva essere almeno doppio), anche perché non c’è quasi più stata occasione negli anni a venire di poter sentire Dylan cantare così bene. Quattro pezzi sono nella stessa versione presente su Hard To Handle, ma la qualità sonora è decisamente superiore (la videocassetta aveva un suono un po’ ovattato): apre il concerto la splendida Positively 4th Street (questo è l’unico tour in cui questo brano veniva suonato con continuità), introdotta in maniera potente dagli Heartbreakers, che però rispettano la melodia originale, e Dylan fa subito sentire di essere in palla con una vocalità molto nasale ma decisamente forte ed intonata. Segue All Along The Watchtower, in una versione più rallentata del solito ma anche per questo ancora più inquietante ed apocalittica, con la band che suona alla grande (e Benmont Tench si dimostra un pianista eccezionale, così come Mike Campbell alla chitarra); Masters Of War è ancora molto rock, con un riff che si ripete e Dylan aggressivo, mentre I’ll Remeber You, uno dei brani di punta di Empire Burlesque (all’epoca il disco nuovo di Bob) perde le sonorità un po’ finte della versione in studio ad opera di Arthur Baker e si rivela per quello che è, una sontuosa ballata che Dylan canta con rigore assoluto.

Ed ecco uno degli highlights del CD: I Forgot More Than You’ll Ever Know è un vecchio successo delle Davis Sisters (e Dylan lo aveva già inciso su Self Portrait), e qui viene proposto con uno splendido arrangiamento country, con Petty alla doppia voce e Bob che canta come raramente ho avuto modo di sentire. Versione imperdibile, quasi commovente. E’ la volta di due brani di Tom Petty (durante lo show Dylan faceva sempre un paio di pause lasciando il palco a Tom), una travolgente e molto rock’n’roll Bye Bye Johnny (Chuck Berry) ed il solito singalong della sinuosa Breakdown; torna Dylan, ed è la volta di una Just Like A Woman davvero favolosa, nella quale gli Heartbreakers si superano e Bob sembra anche divertirsi un mondo, tanta è la passione e convinzione con cui canta. Anche Blowin’ In The Wind è sorprendente: un inno che ho sentito fare con mille arrangiamenti diversi, ma questa rilettura country-rock proprio non me l’aspettavo, trascinante è dir poco (e dal punto di vista vocale ancora super); That Lucky Old Sun è uno standard che Bob ha pubblicato lo scorso anno su Shadows In The Night, ma questa versione è chiaramente più rock, anche se forse le quattro vocalist di colore (le Queens Of Rhythm) sono un po’ invadenti.

Ancora Petty, con una solida So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds ed una curiosa Spike, più una scusa per interagire col pubblico che una canzone vera e propria, per poi finire alla grande ancora con Dylan e due versioni mostruose e definitive di Like A Rolling Stone e Knockin’ On Heaven’s Door, un muro del suono rock la prima ed una magica e fluida ballata la seconda, con piano e chitarre sugli scudi, due pezzi leggendari trattati dal suo autore con il dovuto rispetto.

Un dischetto da non perdere, e pazienza se non è ufficiale.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Non Me Li Ricordavo Così Bravi! The Long Ryders – Final Wild Songs

long ryders final wild songs

The Long Ryders – Final Wild Songs – Cherry Red 4CD Box Set

Tra le migliori band nate in America negli anni ottanta una delle più dimenticate, anche per il relativamente scarso successo di vendite avuto nel periodo di attività, sono certamente i Long Ryders, gruppo di Los Angeles formato nel 1983 da Sid Griffin e generalmente associato al movimento Paisley Underground, che aveva come artisti di punta i Dream Syndicate ed i Green On Red. Personalmente io colloco la band di Griffin all’interno di quel movimento più che altro per la loro attitudine garage e post-punk (soprattutto dal vivo), ma dal punto di vista del suono ho sempre giudicato i Long Ryders fra i precursori di quel genere oggi universalmente chiamato Americana, insieme a Blasters, Los Lobos ed i meno conosciuti Beat Farmers. Griffin è sempre stato un grandissimo fan dei Byrds (e la “y” nel moniker del suo gruppo la dice lunga) e durante la breve esistenza della band ha sempre coniugato il folk-rock tipico del combo guidato da Roger McGuinn con grandi iniezioni di energia e ritmo, tanto rock’n’roll ed un po’ di country-rock (anche i Flying Burrito Brothers sono tra i suoi eroi), aiutato dal suo braccio destro Stephen McCarthy alle chitarre soliste (ed occasionalmente suo partner nella scrittura dei pezzi), Tom Stevens al basso (che ha sostituito Des Brewer dopo l’EP d’esordio) e Greg Sowders alla batteria.

Solo tre LP (più il già citato EP) nei cinque anni di vita del gruppo, una discografia troppo breve e che avrebbe meritato maggior fortuna, e che abbiamo il grande piacere di riscoprire oggi grazie a questo pratico boxettino edito dalla Cherry Red: quattro CD con tutta la storia dei Ryders, diverse rarità ed inediti, ed un concerto assolutamente mai sentito come bonus, il tutto in una pratica confezione (sullo stile del box di Fisherman’s Blues dei Waterboys), con un bel libretto che reca note dettagliate e commenti canzone per canzone dei membri del gruppo (principalmente Griffin), il tutto neanche troppo costoso.

CD1: qui troviamo il loro EP di debutto 10-5-60 (cinque brani) seguito dal loro primo LP Native Sons, e l’inizio è subito di quelli giusti, con la solare e corale Join My Gang, che ricorda un po’ i primi R.E.M. (anch’essi epigoni dei Byrds), subito seguito dal rockin’ country You Don’t Know What’s Right, You Don’t Know What’s Wrong, decisamente trascinante e suonato con l’energia di una punk band; e che dire di 10-5-60, sembrano i Sonics o qualche altra garage band degli anni sessanta, mentre Born To Believe In You è un delizioso country-pop con accenni beatlesiani. Anche Tom Petty è tra i preferiti di Griffin, e lo dimostra la roccata Final Wild Song, che ricorda il suono secco e diretto dei primi due album del biondo rocker della Florida; la splendida Ivory Tower è un trionfo di jingle-jangle sound (e c’è anche Gene Clark ospite ai cori), Run Dusty Run è un rock’n’roll che mette di buon umore, mentre (Sweet) Mental Revenge (un classico di Mel Tillis) è country-rock sotto steroidi. Ma tutto Native Sons è un esempio di adrenalina, grinta ed energia coniugate a squisite melodie (un altro esempio è la coinvolgente Tell It To The Judge On Sunday); una rara versione della dylaniana Masters Of War precede cinque inediti dal vivo, tra i quali spiccano un’intensa versione acustica del traditional Farther Along (sembrano Garcia e Grisman) e la goduriosa The Rains Came, tratta dal repertorio del Sir Douglas Quintet.

CD2: ecco lo splendido State Of Our Union, l’album migliore dei Ryders, ed anche il più conosciuto grazie al moderato successo del singolo Looking For Lewis And Clark, forse non il loro brano più bello ma con dalla sua un tiro micidiale; nel disco troviamo anche la tersa e byrdsiana Lights Of Downtown e la roboante WDIA, con più di un rimando al suono dei Creedence. Un grande album, dal quale riascoltiamo con piacere anche la pettyiana Mason-Dixon Line o l’irresistibile Here Comes That Train Again, un limpido esempio di Americana anni ’80, un pezzo che potrebbero aver scritto anche i Los Lobos di How Will The Wolf Survive?, o ancora la vibrante Good Times Tomorrow, Bad Times Today e la fluida Capturing The Flag, un trionfo di Rickenbacker sound, o il rock’n’roll alla Beach Boys State Of My Union, per non parlare del delizioso cajun Child Bride…e se non sto attento le cito tutte! Tra gli extra una Looking For Lewis And Clark dal vivo alla BBC, ancora più dura dell’originale, la bizzarra ma gradevole Christmas In New Zealand e due remix scintillanti di Lights Of Downtown e Capturing The Flag, ancora meglio di quelle uscite nel 1985.

CD3: il loro ultimo album, Two Fisted Tales, un altro ottimo disco, di pochissimo inferiore al precedente, tutto da godere a partire dall’esplosivo avvio di Gunslinger Man, rock chitarristico di prima scelta, passando per I Want You Bad, bellissimo folk-rock byrdsiano al 100%, la cadenzata A Stitch In Time, lo spettacolare cajun-rock The Light Gets In The Way (con David Hidalgo alla fisarmonica), oppure Prairie Fire una sventagliata punk in pieno volto, o la stupenda Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home, un folk purissimo che profuma di tradizione, o ancora la travolgente Spectacular Fall. Tra le rarità abbiamo l’adrenalinico rock’n’roll di Basic Black, la scorrevole How Do We Feel What’s Real, la toccante He Can Hear His Brother Calling, una delle rare ballate del gruppo (e con reminiscenze di The Band), la gioiosa, a dispetto del titolo, Sad Sad Songs, durante la quale è impossibile tener fermo il piede.

CD4: la vera chicca del box, un concerto completamente inedito (ed inciso benissimo), registrato nel 1985 a Goes, in Olanda: 53 minuti di puro ed adrenalinico rock’n’roll, senza neppure un attimo di respiro, una festa assoluta di ritmo e chitarre, con versioni superbe di Run Dusty Run, la sempre splendida Ivory Tower, Wreck Of The 809, You Don’t Know What’s Right, You Don’t Know What’s Wrong, una trascinante versione del classico per camionisti Six Days On The Road ed un finale a tutta elettricità e ritmo con Tell It To The Judge On Sunday.

Dopo l’esperienza con i Long Ryders, Griffin fonderà i Coal Porters (attivi ancora oggi), con i quali pubblicherà qualche discreto album ma senza la scintilla originale, pubblicherà qualche album da solista in anni recenti e riformerà i Ryders per un tour commemorativo nel 2004 (con conseguente album dal vivo), dedicandosi anche al giornalismo rock ed alla stesura di libri su Bob Dylan e Gram Parsons. Ma i tempi d’oro del periodo con i Long Ryders difficilmente torneranno, motivo in più per non lasciarsi sfuggire questo Final Wild Songs.

Marco Verdi